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domenica 5 dicembre 2010

L'Arco esistenziale

Dice san Paolo nella lettera ai Romani: tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione. E qual è lo scopo di questa istruzione? Affinché – spiega – non muoia la nostra speranza anzi cresca ancor di più in una “speranza viva” e vivificante…

Ora però nessuno libro, nessuno scritto, nessuna opera artistica per quanto sublime, dà speranza, anzi più è sublime e più grande è la nostra disillusione. Finito di leggere o di visionare un bel film e tornati alla cruda realtà, il nostro sconforto diventa ancor più grande: quello che abbiamo visto, quello che abbiamo letto non ha cambiato la realtà che viviamo anzi ne evidenzia ancor di più la negatività e ci rivela i nostri limiti a modificarla!
Tempo fa, lessi un articolo che spiegava come alcuni spettatori finita la visione del film che mostrava un “mondo fantastico”, uscendo dalla sala si sono sentiti assalire da un sentimento di rifiuto della realtà, fino ad avere pensieri suicidi… Esperienze limite certo… ma che possono insegnarci qualcosa sul modo con cui dobbiamo comprendere queste parole della lettera ai Romani (e quelle analoghe nella Bibbia).

Come è normale che sia, spesso noi leggiamo a partire dalla nostra esperienza, ma altrettanto spesso ci rendiamo conto che è necessario fare uno sforzo ulteriore per capire l’esperienza dell’altro anche se usa le nostre stesse parole, altrimenti – come in questo caso – le sue parole sono prive di senso o peggio suonerebbero non solo false ma radicalmente “omicide” perché illusorie… Quindi come comprendere le parole di San Paolo? Che cosa vuol veramente dire? Sappiamo che san Paolo non poteva avere in mente il nostro sistema scolastico. Ai suoi tempi non si insegnava nei banchi di scuola su libri scolastici. Né aveva in mente le scuole filosofiche di Atene…

Quando Paolo parla di istruzione (didaschalian) intendeva ben altro rispetto al nostro concetto di istruzione. Quello che lui intendeva con “istruzione” era leducazione pratico-esistenziale (cfr la Didaché). Proprio quel tipo di insegnamento che intercorre tra un maestro di vita e un suo discepolo: un insegnamento che nasce da una comunione di vita, da una vita in comune, da uno scambio di vite. Lo si vede bene nei Vangeli quando applicano questa espressione a Gesù dicendo – ad esempio – che “insegnava in parabole” e ancora che chiamava a sé – nota bene dice: chiamava/chiamò “a sé” – i suoi discepoli e li istruiva. Un esempio concreto a tutti noto è certamente la lavanda dei piedi descritta nel vangelo di Giovanni: come Gesù insegna? Prima fa un gesto – si toglie la veste e si china a lavare i piedi ai discepoli – e poi con una domanda che sollecita attenzione e introspezione ne spiega il significato. Letteralmente lo dispiega, toglie le grinze del nostro cuore e della nostra mente, per portare il discepolo non alla semplice comprensione del gesto ma all’accoglienza e all’imitazione cambiandone il cuore (e quindi non è imitazione volontaristica pur essendo coinvolta la volontà)… Tutto il comportamento di Gesù è all’interno di questa logica.

Se questo è l’insegnamento-istruzione che Paolo intende (e così anche gli autori biblici) è chiaro che gli scritti a cui sempre Paolo fa riferimento, non sono semplicemente dei fogli di carta o di pergamena o antichi papiri… ma sono qualcosa di più di testi scritti: sono gesti, opere concrete, azioni di Dio nella storia a cui questi scritti rimandano, proprio come i racconti dei Vangeli non sono altro che un memoriale dell’agire stesso di Dio in Gesù Cristo nella storia concreta dell’umanità! E non a caso erano scritti che vengono letti nel contesto di una azione liturgica (sinagogale o ecclesiale). Se questo è l’insegnamento e se questi sono gli scritti (e solo se sono questo), allora si può affermare che “danno”, suscitano e nutrono speranza. E di speranza autentica e non illusoria!

Cioè la speranza a cui Paolo – e i cristiani e gli ebrei – fanno riferimento, non è il frutto del desiderio di cambiamento dell’uomo, che per quanto nobile è incapace di portare “il peso” della propria e altrui storia e si scopre nei fatti sterile perché inadatto a farsi concretezza duratura (perseveranza). La speranza cristiana è invece frutto della promessa di Dio che si fa concretezza storica in chi la accoglie appagando il desiderio dell’uomo orientandolo verso un compimento fecondo e concreto oltre se stesso. Ben oltre persino i confini del proprio desiderio. Orientamento che include proprio per questo anche maturazione e quindi “crisi” purificatrici.

Ho letto di autori – soprattutto di cultura marxista – che parlano di “ottimismo della volontà nonostante il pessimismo della ragione”! Un ottimismo così – sia detto senza offesa – nel migliore dei modi è volontarismo ebete. Come arrivare allora ad avere – per usare lo stesso linguaggio – l’«ottimismo della ragione»? Non limitandosi a guardare il buio della notte ma imparando a guardare e a lasciarsi guidare dalla luce delle stelle! Che proprio perché è buio si vedono. Basterebbe anche una sola cometa… La speranza si manifesta così come la capacità data all’uomo che la accoglie, di vedere la luce dell’agire di Dio nel buio della vita dell’uomo (che proprio per questo non è mai totalmente buia e proprio perché buia – debole – consente di vedere la luce – grazia). Questo fondamento sull’agire di Dio è – mi si passi il termine – l’«ottimismo della ragione». È la ragione che spera e fonda la propria speranza sulla promessa fattuale di Dio. Ecco perché la speranza è infallibilmente certa e ci rende storicamente efficaci! E può cantare con Maria il Magnificat, «per le grandi cose che il Signore ha fatto», fa e farà in me e nella storia di ogni vivente, dispiegando «il suo braccio potente». Quello che dobbiamo fare è allora affidarci ai segni storici della sua promessa. Promessa che infatti come tutta la scrittura ci insegna, non è mai fatta di parole ma di azioni concrete di Dio: tutto sta nel “fissare lo sguardo” e nel “tendere l’orecchio” e “muovere i piedi”. Ecco perché le Scritture, cioè la memoria storica dell’agire di Dio nella storia umana, ci consolano e di con-fortano sostenendoci nel perseverare nell’opera di giustizia-pace che Dio ci ha affidato. La nostra fede, la nostra speranza nell’essere messa alla prova da una storia che sembra – dico sembra – smentirla, diventa sempre più forte nel radicarsi sul fondamento della fattiva promessa di Dio. Perché proprio qui nasce la speranza non illusoria: nel paradosso di una tensione storica tra una realtà di liberazione incompiuta e una promessa divina di compiutezza (ri-conosciuta) già in atto.

La speranza è come la corda di un arco. Tesa tra i due estremi, li tiene uniti lasciandosi “tendere” dalla loro contrapposizione. Sapendo che solo grazie a ciò essa acquista forza per penetrare nel vero significato del proprio vissuto. Un estremo che ti ricorda che la tua storia è piena di fallimenti, di sogni non realizzati, di una arsura di giustizia che continuamente ti divora nella ricerca del suo appagamento… e l’altro estremo dell’arco che ti dice invece che la promessa di Dio si trova proprio in quello che stai patendo. Questo vuol dire sperare contro ogni speranza. È la tensione dinamica che nasce dall’at-tesa del compimento.

L’immagine che il profeta Isaia ci propone nel sostenere la nostra speranza, tiene proprio conto di questi due poli della speranza: è dal tronco di Iesse che nasce il virgulto che realizzerà definitivamente le promesse di Dio. Ora l’immagine non è così idilliaca come sembra a prima vista, basta leggere cosa dice poco prima. Quel tronco a cui fa riferimento Isaia è la devastazione a cui è ridotto per la persecuzione e l’invasione il frondoso albero della tribù di Giuda, il popolo di Israele. È ciò che resta dopo il passaggio degli invasori che come cavallette desertificano i raccolti e le foreste… è ciò che resta di un popolo, dove ingiustizia e corruzione la fanno da padrone, dissolvendo la pace in un carrierismo ruffiano e strutturalmente corporativo e mafioso. Ebbene, ci ricorda Isaia, quando oramai tutto è perduto – non, “sembra perduto” ma è effettivamente “tutto perduto”, perché resta solo il tronco di un albero oramai secco e senza vita – ecco che la vita nuova rinasce – per dono di Dio – dalla morte del vecchio…

Ma attenzione, l’albero vecchio (il tronco di Iesse) è veramente morto! Ed è necessario che ogni albero che non produce frutto muoia perché solo così noi possiamo farne concreta esperienza smascherando come false le sue promesse di grandezza e benessere e convertirci dalla sua logica fallimentare (cfr Vangelo)! E vano sarebbe volerlo riportare in vita, anche perché riportare in vita il vecchio albero – il vecchio modo di vivere, fatto di ingiustizie generatrici di guerre – sarebbe ripetere il ciclo della devastazioni reciproche. La vita che rinasce dall’albero morto non è la riedizione della vita dell’albero (si riaprirebbe – dicevamo – il cammino che l’ha portato alla “devastazione”) ma è veramente nuova vita, un altro modo di vivere e quindi di essere: un modesto indifeso germoglio che ci rende capaci (“vi conceda” dice Paolo) “di avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti… di Cristo Gesù”. È quindi veramente una nuova creazione, in cui il modus vivendi di Dio, diventa il modus vivendi dell’uomo. E quindi Dio e l’uomo diventano uno: Per questo è duratura anche nell’uomo.

Ecco perché quel modo di Gesù di vivere la morte, uccide l’odio che crea la morte e dona la vita a chi fa propria la logica del Regno che è la misericordia del Padre. Misericordia che si scaglia contro la radice del male, contro il buio nel cuore dell’uomo e mai contro gli uomini che sono sempre da lui considerati e trattati come figli. Per questo «brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile» e brucia di impazienza (“già”) e « già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene [già adesso] tagliato e gettato nel fuoco», per far rinascere nuovi polloni sugli agli alberi secchi e sterili – ridotti a concime – della vita di ogni uomo.
Ecco perché la speranza esige questa conversione che prepara «la via del Signore» e raddrizza «i suoi sentieri» che apre al dono di una vita nuova in quanto diventa una domanda-preghiera di “ri-creazione”. Conversione necessaria ma non sufficiente a dare speranza, come riconosce anche il Battista: «Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». Ogni giorno della nostra vita è questo Avvento, questo “Adesso”, che ci è dato (il “tempo opportuno”), perché questo “fuoco” divampi nella nostra vita e diventi il nostro “futuro”. «Futuro di Dio dato all’uomo», che è un altro modo di dire «Speranza».

domenica 8 marzo 2009

Come il Padre, figli oltre ogni limite…

Oltre ogni limite
Fa veramente impressione leggere le prime parole che Dio rivolge ad Abramo nel brano di oggi
Se uno non conoscesse la storia precedente e non sapesse chi fosse Abramo non riuscirebbe a coglierne la violenza… Ma noi sappiamo chi era Abramo e chi era Isacco! Noi sappiamo che Isacco era il figlio donato da Dio a dei vecchi a cui l’età aveva tolto ogni speranza di un futuro storico: la morte li avrebbe oramai riportati nell’oblio del tempo, marchiati col ferro rovente di una sterilità esistenziale…
Ma ecco che inaspettati, gratuiti, arrivano i messaggeri di Dio, che ridanno speranza, ridanno vita a delle carni avvizzite… E nasce Isacco, il figlio della promessa e la vita ritorna a sorridere (etimologia di Isacco) anche a chi non ha più denti per poterlo fare con spavalderia…
E allora quanti figli aveva Abramo? Non era necessario essere un dio per saperlo: quanti poteva averne colui che non ne aveva mai avuti? Uno! Ed è già troppo! Forse che Dio non lo sapesse? Ma no! lo sapeva benissimo glielo ha dato lui! E allora che senso ha porre in tal modo un ordine già di per sé disumano? Ma che Dio è un Dio che sembra girare il coltello nella piaga?… Peggio di un avvoltoio che gira intorno alla preda prima di infliggerle il colpo finale, peggio di un gatto che gioca col topo… Dicesse: «Prendi tuo figlio e offrilo in olocausto»!… che già così è “roba da matti”, ma no! Non gli basta e dice “prendi tuo figlio l’unigenito”… e quanti figli aveva Abramo per dover specificare “l’unigenito”? Non contento aggiunge “che ami”… Roba da «padrone» più che da «padre»! A questo punto esplode con tutta la violenza dirompente come un “colpo di grazia” che uccide un nemico già ridotto a brandelli: «Isacco»! Già! ne aveva così tanti di figli Abramo che rischiava di fare confusione...
Umanamente parlando la frase per intero è di una perfidia inaudita: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Come diceva quel film? Dio… «Tu uccidi un uomo morto!»…

Perché tanto accanimento, perché tanta crudeltà? se non fosse Dio a parlare sembrerebbero parole dell’antico serpente… Il serpente già… questo ci rimanda a quello che meditavamo domenica scorsa sulla tentazione… sullo Spirito che butta Gesù nel deserto, tra le braccia di Satana… Come un padre che volendo insegnare al figlio a nuotare lo butta in acqua: o annega o impara a nuotare… o lotta o soccombe! Ek-ballei, dicevamo, è il termine usato per indicare l’azione dello Spirito… “gettare oltre, al di là” del limite… parola imparentata con syn-ballo (simbolo, sacramentum) e con dia-ballo (diavolo)… Simbolo che unisce, diavolo che separa, Satana che accusa, Spirito che ci difende ma “gettandoci oltre”… oltre sé, oltre il proprio limite, oltre i propri spazi, oltre la propria cultura, oltre il proprio corpo, oltre la propria vita, oltre la propria ragione, oltre i propri affetti, oltre i propri difetti… Come il Logos eterno che in Gv 1,1 si getta oltre sé (pròs…), tra le braccia del Padre (…tòn theón)… Lo Spirito “spinge fuori”, come una madre che deve “spingere” per espellere il figlio se vuole farlo nascere, separandolo da sé, separandoci da lei… C’è qualcosa di più violento e di più “cinico” di un parto? Per la madre e per il figlio? Solo la morte gli è paragonabile, infatti è un altro parto…

Ecco come si fa un figlio… devi “gettarlo fuori”, dopo averlo “conservato dentro”… Ecco perché Gesù dice che chi non odia suo padre e sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle i suoi figli e le sue figlie, i suoi averi e persino la propria vita… non può essere suo discepolo (cf Lc 14,26): perché altrimenti non può nascere, nascere come figlio, figlio come lui…

La speranza è il cammino dell’amore! La speranza è ciò che ci consente di camminare nella storia, superandoci continuamente… il rischio per noi uomini è quello di confondere la speranza con il suo “segno”, la promessa col dono, l’alleato con l’alleanza!
Tentati di non essere figli, tentati di non essere padri per rinchiuderci nel dono… tentati di non vivere e di ritornare alle sicurezze di un ventre materno, caldo e accogliente, senza neanche la fatica di doverci procurare il cibo… ma moriremmo avvizziti dentro la pancia di chi ci ha generati! Chissà, forse in realtà il “paradiso terrestre” descritto nella bibbia è la teatralizzazione (le acque, il cibo…) di come ci si trova(va) nella pancia di nostra madre… e da cui siamo stati forzati a uscire, “sentendoci” cacciati! E col divieto di rientrarci!
E allora Dio, per salvarci da morte certa, ci “forza a nascere” (letteralmente è l’espressione usata da Paolo in 1Cor 15,8 per parlare della propria conversione: ek-trómati): ci “spinge” fuori! Sempre, continuamente, oltre.

Proclamiamo nel “Credo” che il Figlio, il Verbo eterno del Padre, è “generato e non creato”… un bel concetto dinamico questo “generato”… chissà allora cosa ci ha portato a concepire la creazione come qualcosa di statico… Noi siamo creati da Dio, ma non per questo siamo stati creati “ieri”… Dio ci crea e ricrea continuamente… come? gettandoci oltre… La vita è un parto continuo (sempre Paolo in Rm 8,22)… Dio non mi ha creato, Dio mi sta creando… L’uomo si fa nella storia e si fa gettandosi oltre, lasciandosi gettare oltre… Questo è il movimento della speranza… Che tanto ottiene da Dio quanto in lui si abbandona (cf San Giovanni della Croce, “…tanto alcanza de él cuanto ella de él espera.”, NO II,21,8)…

Nascere è Esodo, Passaggio continuo. È lasciare quello che si conosce, per andare verso quello che non si conosce, che è come dire che si cresce lasciando la luce per andare verso l’oscurità… E del buio si ha sempre più paura… ecco allora la Parola, come luce e lampada ai nostri passi (cf Gv 1,9; Sal 119(118),105 e luce)… passi che conducono nei cammini bui della storia, per strade e sentieri stretti che non si conoscono perché del Padre!… come Gesù che se da un lato è l’unico che conosce il Padre (Mt 11,27), dall’altro sembra che gli manchi ancora qualcosa da conoscere (Mt 24,36)… E qualcosa gli resterà sempre… Per questo la speranza come l’amore è eterna, non solo perché l’amore tutto spera (1Cor 13,7), ma perché il Figlio sia tale e non si sostituisca al Padre è necessario che si “attenda” dal Padre: per questo lo Spirito intercede, geme, langue, invoca, ama e spera (cf Rm 8,26ss)… Ecco perché ci è nascosta anche l’ora della morte... ci ucciderebbe come figli il saperlo!

In fondo è la stessa esperienza degli apostoli sul monte. Dopo la luce della visione… il giorno sarà apparso più buio… ma fermarsi alla visione — «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne» (Mc 9,5) — vorrebbe dire uccidere la vita… E “costruire capanne” è il movimento contrario all’Esodo: ma perché la vita viva, deve andare oltre, attraversare il Mar Rosso, incontrare il buio della croce. Dell’assurda, ingiusta, stolta, disumana, diabolica, croce… per ritrovare in pienezza la ragionevole, giusta, saggia, umana, divina, vita! Così l’uomo si crea!

Ecco perché il Padre «non ha risparmiato il proprio Figlio» (Rm 8,32) e non ne risparmia mai nessuno! Diversamente dalle nostre madri così iperprotettive da uccidere il figlio e uccidersi come donne. Ma questo e solo questo è amare veramente, e rivela il nuovo volto dell’Amore! E il nuovo modo di dirsi padri, madri, figli, mogli, mariti, fratelli e sorelle!



«Ma intanto ora Dio tentava Abrahamo, e gli dice: Prendi il tuo figlio carissimo, che ami (Gen 22,1-2); non gli era bastato aver detto figlio, ma aggiunge anche carissimo; sia pure, ma perché aggiunge ancora: che ami? Considera la gravità della tentazione: mediante questi dolci e cari nomi, di nuovo e più volte ripetuti, sono eccitati i sentimenti del padre, affinché, essendo ben desta la memoria dell’amore, la destra del padre sia trattenuta nell'immolare il figlio, e tutta la milizia della carne faccia lotta contro la fede dell’anima. Prendi, dice dunque, il tuo figlio carissimo, che ami, Isacco; sia pure, Signore, che tu ricordi il figlio al padre; aggiungi anche carissimo di colui che comandi di uccidere; basti questo al supplizio del padre; di nuovo aggiungi anche che ami; pure in questo siano triplicati i supplizi del padre; ma che bisogno c'è ancora che tu ricordi anche Isacco? Forse che Abrahamo non sapeva che quel suo figlio carissimo, colui che egli amava, si chiamava Isacco? Ma perché si aggiunge ciò a questo punto? Perché Abrahamo si ricordasse che gli avevi detto: In Isacco si chiamerà per te la discendenza, e in Isacco saranno per te le promesse. Viene anche ricordato il nome, affinché subentri la disperazione nei confronti delle promesse che erano state fatte in questo nome» (Origene, Omelie sulla Genesi, VIII,2)

domenica 1 febbraio 2009

Testimoniare la Speranza...

Riporto un'intervista a Leonardo Boff, molto interessante, forse non completamente condivisibile ma molto interessante per aiutare a riflettere, sulla fede, sulle nostre paure e sul cammino della Chiesa... potete leggere il testo integrale cliccando qui. o continuare a leggere il post cliccando su

Una Chiesa ripiegata su se stessa. Spaventata dal nuovo. Che punta su dottrina e disciplina, non sulla speranza. L'atto di accusa al papa del teologo della liberazione Leonardo Boff.

Il contrario della fede, nella Bibbia, non è l'ateismo. È la paura. In questo senso la Chiesa di papa Ratzinger vive una profonda crisi di fede, attanagliata come è dal terrore di tutto ciò che la circonda… Il volto di Leonardo Boff, solitamente sorridente, si fa pensieroso.

"I credenti non possono avere paura delle novità. Sanno che il mondo è stato salvato in Gesù Cristo... E un vero pastore sa che la barca di Pietro non corre il rischio di affondare anche se affronta il mare aperto perché è assistita dallo Spirito Santo. Invece questo papa non è un pastore, è solo un professore. Si preoccupa di fare ogni genere di appunto critico alla modernità, ma non ha irradiazione spirituale, non ha carisma, non mostra il cristianesimo come una cosa buona, una fonte di gioia per l'umanità. In una parola, non fa la cosa più evangelica, quella che Ernst Bloch riteneva la più importante per ogni religione: suscitare speranza. Una Chiesa così, che non è fonte di fiducia nella vita e nel futuro, tutta ripiegata su se stessa, sulla propria identità e sul potere sacrale della gerarchia, completamente paralizzata dalla paura di ciò che sta 'fuori', non è più una Chiesa. È una 'ecclesìola', una piccola chiesa, con forti tendenze fondamentaliste".

... quando Leonardo [Boff] era solo un promettente dottorando alla Facoltà teologica di Monaco di Baviera, il giovane professor Ratzinger era stato suo mentore e protettore. "Era un teologo brillante e aperto che noi studenti ascoltavamo con entusiasmo", dice con una nota di affetto nella voce: "Ma è sempre stata una persona estremamente timida e i timidi non sanno gestire il potere. Inoltre, da professore è diventato subito cardinale, senza fare mai il parroco né il vescovo. E questo non l'ha aiutato".

Dai tempi di Monaco tanti anni sono trascorsi. E le traiettorie di vita si sono divaricate. Boff, insieme a Gustavo Gutierrez e altri, ha fondato la Teologia della liberazione, la corrente di pensiero che tra gli anni Sessanta e Settanta ha cambiato il volto della Chiesa latinoamericana, trasformandola da pilastro della società feudale in avvocata dei poveri, degli emarginati e degli oppressi. Ratzinger, invece, ha messo radici nella cittadella fortificata della Curia vaticana, la Congregazione per la dottrina della fede. E una volta prefetto dell'ex Sant'Uffizio, ha preso di mira il suo pupillo di un tempo. Le sue colpe? Aver 'inquinato' la ricerca teologica con l'utilizzo degli strumenti di analisi sociale di scuola marxista e aver ricordato troppo chiaramente che la Chiesa è, come dicevano i Padri dell'antichità, "casta meretrix", santa ma anche profondamente peccatrice.

Dopo un doloroso processo canonico durato oltre un decennio, nel 1992 Boff ha lasciato il sacerdozio. Ma non ha abbondato le comunità cristiane latino-americane. Ha continuato a scrivere (un centinaio di libri) e a far discutere, dentro e fuori la Chiesa. Oggi la sua criniera di capelli neri si è totalmente imbiancata e una leggera zoppìa lo costringe a camminare con un bastone, ma lui ci scherza: "È solo una stampella epistemologica". La sua franchezza, comunque, è rimasta quella di un tempo. In Italia per un ciclo di conferenze organizzato dalla Rete Radié Resch, un'associazione di solidarietà con il Sud del mondo, spiega i prezzi che ha pagato la Teologia della liberazione: "I processi ecclesiastici subiti da tanti teologi latinoamericani hanno indebolito la Teologia della liberazione, che prima era affermata, riconosciuta e, in alcuni casi come il Brasile, abbracciata ufficialmente persino dalla Conferenza episcopale.
Questo gli ha impedito di diffondersi. Ma, non potendosi espandere, è scesa in profondità. La Teologia della liberazione, insomma, ha approfondito lo studio, ha arricchito le sue intuizioni, ha scoperto nuovi filoni di ricerca: non solo il mondo dei poveri in senso meramente economico, ma anche altri mondi emarginati, come quello degli indios, delle donne, dei discendenti degli schiavi neri. E si è visto che non si trattava di una questione ideologica 'di moda': il grido degli impoveriti e della stessa Madre Terra, sfruttata e inquinata, rappresentano una sfida pastorale a tutte le Chiese cristiane
".

Bastonata nei sacri palazzi ed espulsa dai seminari, la Teologia della liberazione oggi sembra essersi presa una rivincita in politica, 'andando al potere' in parecchi Stati: "I governi di Evo Morales in Bolivia, di Rafael Correa in Ecuador, di Fernando Lugo in Paraguay e dello stesso Lula in Brasile: tutto questo", dice Boff, "francamente non ce lo aspettavamo. Mio fratello Clodovis, che è un religioso servita, teologo anche lui, è preoccupato che, in questa situazione, la dimensione religiosa venga messa in ombra dalla 'liberazione politica'. Per me, invece, si tratta di uno storico passo avanti: la liberazione, infatti, è un bene preminente, che appartiene al Regno di Dio, e dunque è più importante della teologia in sé e per sé".

Il papa e i vescovi, però, sembrano più preoccupati dal calo della pratica religiosa, dal crollo delle vocazioni, dalla secolarizzazione. C'è stato un eccesso di politicizzazione del messaggio cristiano, che ha nuociuto all'evangelizzazione? "No", risponde Boff, "secondo me la grande responsabilità di questo fenomeno è della Chiesa gerarchica, che di fronte ai cambiamenti, invece di aprirsi, ha avuto paura e si è rivolta al passato, reintroducendo il latino e reinterpretando il Concilio Vaticano II con gli occhi del Vaticano I. Si è andata accentuando talmente l'identità cattolica da escludere tutti gli altri: alle Chiese cristiane non cattoliche si è voluto togliere il titolo di 'Chiese' in senso proprio. Ed è stato anche recuperato il vecchio tema medievale secondo cui fuori della Chiesa non c'è salvezza. Questo papa non ha capito che lo Spirito Santo soffia dove vuole e, sicuramente, arriva prima dei missionari.
Lui pensa che Dio abbia la misura della testa del papa, e lo Spirito la misura dello spazio della Chiesa gerarchica. Ma questo è diminuire il messaggio di Gesù e, in qualche modo, tradirlo. Secondo il Nuovo Testamento, Pietro e i suoi successori dovrebbero 'confortare le sorelle e i fratelli nella fede'. Ecco: io penso che questo papa non li stia confortando. Sta rafforzando solo la dottrina, la disciplina, l'ordine. Non la vita
".

La deriva identitaria, però, non è un'esclusiva del cattolicesimo. Tendenze fondamentaliste si stanno diffondendo in tutte le grandi fedi, dall'Islam all'ebraismo, all'induismo. Sembra un virus planetario. Secondo Boff, "il primo fondamentalismo è quello della visione neoliberista del mercato, che dopo il crollo delle Borse è in profonda crisi. Poi ci sono i fondamentalismi religiosi. Tutti sono espressione di una crisi di civilizzazione, in cui nessuno sa più dire dove va il mondo. Si tratta di un atteggiamento di resistenza al nuovo, una strategia di pura sopravvivenza, non di accettazione del rischio".

Ma esiste un'istituzione che oggi può permettersi di rischiare? Boff non ha dubbi: "Sì, la Chiesa, che si fonda su Gesù risorto. Solo liberandosi dalla paura di 'perdersi' e ritrovando la capacità di aprirsi al nuovo, il cristianesimo può arricchirsi. Solo così può evitare di trasformarsi in un pozzo di acque morte e tornare a essere sorgente di acqua viva"

venerdì 14 novembre 2008

Meglio rischiare la vita che sotterrare la speranza!

Nel cap. 25° il Vangelo secondo Matteo intende raccogliere l'ultimo prezioso insegnamento di Gesù prima della passione. Le tre parabole delle 10 vergini che attendono lo sposo, dei talenti consegnati ai servi e infine, il giudizio universale, con la sorprendente coincidenza di Gesù con i poveri che sono tra noi, hanno in comune una discriminante, che divide gli uomini nella storia: cinque vergini sagge e cinque stolte; due servi operosi e premiati, e uno rinunciatario e punito; le pecore da una parte (i discepoli che accudiscono i fratelli) e le capre dall'altra (chi non serve il fratello nel bisogno). Si tratti dell'olio delle lampade, o dei talenti forniti ad ogni uomo o della dedizione ai poveri, le parabole hanno lo stesso obiettivo, sotto diverse modalità. Ed è questo: arriva per tutti il momento nella vita in cui siamo "costretti" a scegliere, a schierarci, a maturare una fede capace di trasformare "definitivamente" il senso dell'esistenza, come se ognuno fosse messo con le spalle al muro. Gesù stesso sta incamminandosi verso le esperienze finali della sua avventura umana, che sembrano travolgerlo e immergerlo nell'angoscia e insieme nel desiderio di affrontarle: Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! (Gv 12,27 ).Ecco allora le parabole: nel buio della notte bisogna mantenere gli occhi aperti e il cuore attento per riconoscere il Regno che viene…; l'impegno appassionato moltiplica e dilata il dono di luce e di benevolenza ricevuto…; lo spendersi per i più miseri è sempre un incontro con il Dio presente nell'uomo di carne, anche per chi non lo sa… E se la dinamica pedagogica del racconto comporta che chi non si assume le sue responsabilità sia punito, l'intento non è certamente di terrorizzarci con la minaccia del castigo futuro, ma di convincerci che il presente, affrontato con intelligenza ed amore, dà senso e gioia alla nostra fede.

"Avventurar la vida"… non seppellire la speranza!

La parabola scelta per questa 33a domenica è la seconda, che racconta la storia di un signore che, prima di mettersi in viaggio, distribuisce i suoi beni ai suoi sottoposti, ad ognuno secondo le sue capacità. E poi se ne va, per molto tempo, senza lasciare recapito. I talenti dati in consegna sono la vita stessa, come una promessa, misteriosamente donata ad ognuno, con tutto quello che ci vuole… per diventare noi stessi., cioè viverla! Ognuno ha la sua, diversa da tutti, e solo l'interessato, pur bisognoso di tanti aiuti, può, in definitiva, valorizzarla. I due primi servi lavorano e raddoppiano i talenti. Ma colui che ha ricevuto un talento solo, lo seppellisce, per non perderlo. Proprio il contrario di quanto il vangelo stesso suggerisce: se vuoi salvare la tua vita devi esser pronto al rischio di perderla! Teresa d'Avila, in un tempo quanto mai sfavorevole alla donna, che pretendesse di diventare se stessa, è un esempio luminoso e appassionato di come la vita, secondo questa parabola, deve essere assunta, con l'esplosiva carica affettiva ed esistenziale di un desiderio incontenibile: "tutto si riduce, in sostanza, ad arrischiare la vita, che io tante volte bramerei aver già persa, pur di avventurarmi a guadagnare così tanto con poco prezzo" (V 21,4)

Un Dio diverso!

Perché nasca e cresca questa passione in cuore, occorre cambiare la figura di Dio, che più o meno inconsciamente tutti abbiamo introiettato, come un interlocutore interiore… da incubo (sei un duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso). Talora diventa un'ossessione che finisce per rovinarci la vita (per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra). La radice profonda di ogni religione storica è il tentativo di rimettersi in contatto con il "padrone", che è "emigrato" in un paese lontano (così suggerisce il testo greco!), per contrattare "magicamente" con lui una salvezza in proprio. La paternità di Dio, come si è rivelata in Cristo, è la distruzione del ricatto interno a qualsiasi religione (e interno a noi stessi, come componente tossica del nostro super io e della nostra morale). E finisce per farci vivere una vita disaffezionata e spenta, da servi!. Finché, infatti, non ci consegniamo 'armi e bagagli' al Padre di Gesù Cristo, nutriti della sua parola e del suo pane, siamo preda dei nostri tormenti e delle nostre angosce interiori, che poi inevitabilmente proiettiamo e ritorciamo sugli altri (io non sono come gli altri, omicidi, adulteri…). Mentre orami, in Gesù, la fede o è questione di amicizia o ridiventa idolatrica: "Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi [Gv 15,15]. Esser amici, però, vuol dire sbilanciarsi rischiosamente e senza riserve verso un nuovo tipo di dinamica interna all'esperienza umana di Gesù, che si fonda sull'amore gratuito, pulito, totalizzante.

Una dinamica vitale nuova: entra nella gioia del tuo Signore!

Dio dunque sorprende i suoi servi, proprio chiamandoli a responsabilità e fiducia totalmente nuove. Neanche vuole indietro i talenti affidati, perché li trasferisce al livello della dinamica dell'amore: che, se corrisposto, raddoppia incessantemente… Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto. L'esito dell'amicizia è la comunione piena e raggiante: entra nella gioia del tuo signore! Questo esito escatologico di una vita di impegno appassionato ci è annunciato per convincerci che già qui, nella nostra storia quotidiana, inizia questa dinamica creativa e profondamente gratificante di poter aiutare Dio, invitati nella sua vita intima, partecipando alla sua gioia di diffondere l'amore e la libertà tra gli uomini. Così si spiega il paradosso di togliere il talento al servo sfiduciato per darlo a chi già ne ha: «Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.». Chiunque abbia provato ad amare e appassionarsi alla vicenda umana del fratello che fa fatica a crescere, più che alla propria, sa quanto è vero che l'amore aumenta a donarlo via, e diminuisce e intristisce a difenderlo e trattenerlo per sé… E quanti sono coloro che sono fermi, paralizzati su questo crinale, senza osare tuffarsi!

E quando si dirà: "Pace e sicurezza", allora d'improvviso li colpirà la rovina,

Nel nostro tempo di totale interdipendenza degli uomini e dei popoli – il tempo della globalizzazione ‑ i figli della luce di cui parla Paolo, sono quelli che credono nelle ragioni della speranza, nella possibilità di convivenza tra diversi, nella fecondità dell'incontro tra religioni e razze. I figli della paura e della voglia di sicurezza sono quelli che nascondono la sfida della storia e il rifiuto delle scelte sotto le vesti della tradizione e della religione, ma di fatto difendono poi la sicurezza con i muri divisori e il filo spinato, e alla fine, con la forza delle armi, con il ricatto della fame, con la prepotenza della superiorità della razza o della religione. Ma affrontare i problemi di oggi illudendosi che vadano bene le soluzioni di ieri, è come voler solcare gli oceani con le barche. Non cercare e inventare risposte nuove è come dormire, fare della vita una lunga notte, illudendosi con lo slogan: Pace e sicurezza…, invece di un impegno fervente e generoso. Oggi non ci sono territori preclusi all'intervento umano dai confini sacri, che la religione ha sempre determinato nella storia dell'umanità, opponendosi ad ogni presuntuosa conquista o sconfinamento prometeico. La formazione della coscienza morale è più che mai determinante, in un mondo pluriculturale, che rischia di svuotare e relativizzare ogni tradizione od orientamento etico e religioso. La mutazione antropologica che le strutture di comunicazione commerciali, industriali e politiche hanno prodotto, richiede una nuova consapevolezza, una nuova spiritualità. L'umanità di oggi si trova di fronte a problemi, esigenze e istituzioni universali, ma non c'è ancora la cultura e gli uomini preparati, che sappiano accettare questa sfida. La paura di affrontare il rischio ha spinto anche la chiesa a sotterrare i suoi tesori… Siamo in ritardo rispetto al cammino dello sviluppo umano, della tecnica e della scienza. Questa forte esigenza di spiritualità non è di per sé esigenza di pratica religiosa, che è necessaria, ma non sufficiente. Si esige qualcosa di più: entrare cioè in sintonia con la forza creatrice che ci coinvolge consapevolmente in un atteggiamento nuovo. Siamo come costretti a rileggere questa parabola con prospettive e orizzonti completamente nuovi. Per disseppellire coraggio e speranza!

martedì 4 novembre 2008

Il conflitto cristiano e gli anticristi


Durante una riflessione sul “rinnovamento” di una coscienza missionaria cristiana, mi sono incamminato verso prospettive sempre più nuove che aprono a un’accoglienza ulteriormente dell’annuncio evangelico. Ancora una volta, ciò che è in gioco è il coraggio a lasciarci convertire fino al capovolgimento culturale del nostro modo di intendere e di volere come dice già Isaia 55,8: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri né le vostre vie sono le mie vie»…

Fin dall’inizio mi sono “focalizzato” in quel momento sorgivo dell’azione storica di Dio inaugurato nel movimento nuovo di liberazione che avviato in Mosè si compie, senza esaurirsi perché storicamente continuo, in Gesù di Nazareth… Questo è l’orizzonte fondamentale che non ho mai dimenticato e che ho sempre cercato di ripercorrere…

Cerco qui di approfondire ulteriormente questo “fatto”, riprendendo un discorso che ho maturato col tempo, proprio grazie alle difficoltà che ho dovuto affrontare e “sciogliere” in me prima di tutto. D'altronde le mie riflessioni non possono essere che la continuazione di ciò che io stesso vivo e ho vissuto, non potendo dare altro cibo se non quello di cui io stesso mi nutro…

Già da tempo mi ero presto reso conto, che tutte le difficoltà che incontriamo sono chiaramente “presenti” nella stessa vita di Gesù così come ce la descrive il Vangelo. Arrivai così ben presto a vedere come tutta la storia dell’umanità, come anche quella di ogni vita di ogni uomo e donna, presa nella sua totalità e in ogni suo frammento, nel tempo e nello spazio, è “riassunta” e “rivelata” nelle sue dinamiche più profonde proprio dal Vangelo, attraverso la vicenda storica di Gesù di Nazareth.

Per “dinamiche” non intendo semplicemente “i fatti”, la storia, il “ciò che accade”, ma l’intellezione cioè la “comprensione profonda dell’intelligenza e del cuore” attraverso lo svolgimento degli avvenimenti, del «“perché” “accade ciò che sta accadendo”»! Fondamentalmente esso risponde alla domanda: «Qual è il “meccanismo” che genera gli avvenimenti? In me, negli altri, in noi… in Dio?»

Mi è parso subito significativo a questo proposito, la dinamica del conflitto tra Gesù e gli altri (compreso il tradimento dei suoi discepoli) così come si manifesta nel periodo che va dal giovedì santo fino alla domenica di risurrezione… Questi “tre giorni”, me ne rendo conto sempre di più, sono la chiave d’interpretazione, la “cifra ermeneutica” di ogni “fatto” storico! Questo conflittoè” il perno su cui ruotano anche le diatribe presenti nel Vangelo, sia prima di questi “tre giorni” (andando quindi indietro nel tempo fino agli inizi della storia), sia dopo, nella storia della chiesa nascente fino alla fine della storia umana stessa, passando per quella che stiamo vivendo noi. Insomma, è lo stesso dramma che stiamo rivivendo. Sempre!… Cambiano cioè le persone, cambiano i nomi, cambia e avanza la storia, ma è sempre “la stessa storia” che stiamo vivendo nelle sue rappresentazioni esistenziali. E ciò su cui noi dobbiamo deciderci, è scegliere quale “ruolo” interpretare: questa è, e sarà, la sfida e lo scontro permanente, in noi, negli altri e nel nostro rapporto reciproco.

È assolutamente fondamentale abituarci a leggere la nostra vita e la Storia a partire da questa chiave di lettura. Altre letture non arrivano veramente a dare ragione fino in fondo della radicale “fatica di vivere”… e di morire!
Il nostro “unico” lavoro quotidiano è quello di continuamente leggere e rileggere lo stesso Vangelo e anche tutta la Bibbia in questa prospettiva, per comprendervi questa “struttura” in tutta la sua ampiezza e profondità (Ef 3,18)… E constateremo che la nostra storia, non è altro che la continuazione di quella.

Questo dramma sarà sempre presente nella storia tutte le volte che ci sarà un uomo sulla faccia della terra… fino all’ultimo respiro dell’ultimo uomo. Pertanto è illusorio ogni tentativo di voler eliminare questo conflitto: il “Dio tutto in tutti” (1Cor 9,22) è proprio del “tempo escatologico” cioè di quel “tempo senza tempo” proprio della fine di questo mondo e di questa storia che solo il Padre conosce (Mc 13,32).
E non solo è illusorio ma è anticristiano, in quanto è possibile solo con la soppressione della novità del messaggio evangelico di Cristo e di Mosè…

Ecco perché il Faraone, biblicamente parlando, non è affatto una figura marginale, in quanto ci aiuta a capire, sintetizzandolo in sé, non solo “da” cosa il Signore vuole liberarci ma anche, seppur negativamente, il “come” deve farlo.

Dio infatti, sebbene la sua azione liberatrice non possa non scatenare in coloro che non l’accolgono un’avversione violenta, non può “riprodurre”, nemmeno come reazione, le dinamiche proprie del Faraone, altrimenti non ci sarebbe vera liberazione, ma semplicemente un traslocare da un padrone a un altro Padrone, da una schiavitù ad una ben peggiore… E Dio non sarebbe più un Dio liberatore… Nasce così un itinerario educativo dell’umanità in cui Dio ci trasmette non solo la propria libertà ma ci aiuta a vivere una modalità nuova di libertà: quella specifica del Padre!

La figura storica del Faraone, presa anche nel suo significato simbolico, ci aiuta inoltre a comprendere perché la Buona Novella della liberazione incarnandosi nella storia, entra “necessariamente” in conflitto con quelle dinamiche schiavizzanti e antisalvifiche proprie di ogni “faraone”, (di ieri, di oggi e di domani, sia in noi che negli altri), che si oppongono all’azione liberante di Dio. Proprio come la luce con le tenebre (cfr Gv 1,5)! Lo ribadisco ancora, perché culturalmente non siamo abituati a rifletterci: L’eliminazione del conflitto esigerebbe la soppressione della luce, ma in questo caso ripiomberemmo nelle tenebre e finirebbe ogni speranza di salvezza-liberazione per l’umanità…

Dico “necessariamente” non in senso deterministico (indipendentemente cioè dalla volontà) ma per la logica profonda del cammino di liberazione: se “dove c’è lo Spirito c’è libertà” (2Cor 3,17), necessariamente cessa non solo ogni schiavitù, ma per così dire, anche ogni schiavista si trova disoccupato e ogni “faraone” si trova spodestato! (cfr i “potenti” nel Magnificat, ma anche la “caduta” di san Paolo in Atti 9,4; vedi anche quanto scrivo più sotto).


Se l’annuncio missionario-cristiano non può non farsi carico di questa liberazione per cui Dio ci fa Apostoli, non solo non può impedire il conflitto, ma “deve” provocarlo! (Gv 7,7). Altrimenti non c’è evangelizzazione in quanto non si libera realmente e ancor meno si salva, ma si dicono parole e si compiono azioni che come pula, il vento della storia non potrà che disperdere (cfr Salmo 1), perché finiscono per favorire proprio ciò che si doveva eliminare. Tradendo così il proprio mandato!

L’azione di Dio invece, proprio perché “violenta” la struttura mondana del potere (anche religioso) senza riprodurla, estende la propria Paterna salvezza anche sui potenti che “costretti” a tornare umili (cfr “aborto” in 1Cor 15,8 e Mc 10,25), imparano la “grandezza” nella “piccolezza” trasformando la cecità del potere istituzionale nella creatività del servizio carismatico (Atti 9,8; 13,11; Lc 22,26; Mc 10,42)… Anche ai faraoni infatti è annunciata la liberazione (Es 3,10; 5,1; Mt 2,1ss; Lc 21,12ss) purché imparino a servire e non a farsi servire (Lc 22,26!); a non ridurre in schiavitù ma a liberare (Is 45,1ss)… Dopotutto, in ciò sarebbero in buona compagnia in quanto questo è proprio il “movimento” stesso di Dio che, in Gesù Cristo, da potente che era, “umiliò se stesso” … cioè, da potente si fece “piccolo”, “povero in spirito” (Fil 2,6-8; Magnificat; Beatitudini)…
Perché anche la pace di Dio, è una pace altra rispetto a quella che vuole offrire la logica del mondo dei faraoni (cfr Gv 14,27: «vi do la mia pace… non come la dà il mondo»)…

Possiamo capire allora con luce nuova quelle strane frasi del Vangelo in cui Gesù sembrano inneggiare alla guerra (Mt 10,34-36: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettervi la pace, ma la spada. Perché io sono venuto a mettere disaccordo tra figlio e padre tra figlia e madre, tra nuora e suocera, e i nemici dell'uomo saranno quelli di casa sua»; Lc 12,51ss). Esse non hanno niente a vedere con una distinzione morale tra buoni e cattivi e ancor meno giustifica una blasfema “guerra santa”, ma sono una rivelazione delle dinamiche conflittuali che la reazione al suo annuncio mette in atto! Necessariamente! E questo conflitto evangelico è storicamente essenziale per alimentare in noi la speranza certa di un “mondo nuovo”! Non solo perché se c’è, vuol dire che la pasta sta lievitando (Lc 13,21), ma anche perché non si potrebbe essere altrimenti “felici nella persecuzione” senza alienarsi dalla storia! (cfr 1Pt 1,6-9; 3,14ss; 4,14; e anche la perfetta letizia francescana).

Come insegnano anche le Beatitudini (Mt 5,3ss; Lc 6,20) mostrando che la “logica” che presiede alla gioia evangelica (makàrioi in greco è molto più che il nostro “beati”) è determinata dalla presenza attuale (notare il tempo presente) in Gesù Cristo del Regno di Dio (Mc 1,15; Mt 12,28!) accolto solo dai semplici (Mt 5,3: i poveri in spirito: i non-faraoni), provoca i conflitti descritti dai versetti successivi (soprattutto 5,11)… Conflitti la cui soluzione è rimandata al piano di Dio (si noti il seguito con i verbi al futuro) ma che è già presente là dove il Regno è accolto: che “cieli” di 5,12 non sia l’aldilà ma la pienezza del Regno nel “cuore” di ognuno lo si evince dal confronto tra Mt 5,12 e 12,28! Anche per questo i verbi successivi al versetto 5,3 sono al futuro in quanto indicano progressione storica e non semplice rinvio nell’oltre della storia in un aldilà disincarnato.

Se capiamo questo capiremmo meglio anche “il Natale”, questo misto di luce e di notte, di gioia e di persecuzione, di piccolezza e grandezza, di ingenuità e malizia, dove la semplice presenza del Regno di Dio, sempre totalmente indifesa, ma non per questo non-conflittuale, scatena forze e dinamiche così ostili da sembrare sproporzionate (Mt 2,16; cfr anche l’azione non-violenta di Gandhi!)…
Altro che “dolce Natale”!… lo sarà per noi a cui è data la possibilità di vivere l’ebbrezza della libertà donata, ma per i nuovi Faraone-Erode e i nuovi Mosè-Gesù… lo scontro è appena cominciato… È nostro compito raccoglierne la sfida!

Il non farlo non sarebbe né “nobiltà d’animo”, né “carità”, né “buona educazione”; né “mitezza interiore”, né “vera lealtà e amicizia”, né “amore per la pace, la giustizia, il dialogo e la comunione”… Invece sarebbe “mascherata codardia”, “omertosa sottomissione”, “viscida adulazione”, “inconscio carrierismo”, vera “slealtà e inimicizia”, “subdola forma di disprezzo” complice di “guerre e ingiustizie”… Insomma “tradimento estremo di tutto il Vangelo” (1Cor 13,1-3)… In una parola nuovi-anticristi (1Gv 2,18; 2,22; 4,3; 2Gv 1,7).

venerdì 25 aprile 2008

Pronti a rendere ragione della speranza che è in voi

«E chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene? E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza».
Ho voluto iniziare con queste quattro righe (che trasbordano leggermente rispetto a quelle proposte dalla liturgia) perché mi pare che in esse Pietro riesca davvero a leggere in maniera lucidissima l’intimità dell’uomo cristico, a mettere in luce i cordoni fondamentali, profondi e vitali del suo cuore: in pochi versetti infatti mette in campo il male, il soffrire, la paura della morte, il turbamento, lo sgomento; ma anche l’intimità col Signore, l’intelligenza della fede, la speranza, la dolcezza, il rispetto, la retta coscienza...
E il tutto non giustapposto come in un comune prontuario dei buoni consigli, ma articolato in maniera seria, tenendo conto della drammaticità della realtà dell’uomo e del mondo...
E proprio per questo mi sembra interessante cercare di sviscerare come Pietro stesso inanelli tutte queste tematiche...
Innanzitutto il fatto centrale: «adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi».
Ancora una volta il Nuovo Testamento ci invita a una relazione intima col Signore, che prima che in ogni altro luogo (il tempio, la sinagoga, la chiesa) ha da darsi in uno spazio privilegiato: «nei vostri cuori»... Quella è la sede «della speranza che è in voi».
E, in proposito, mi incuriosisce tentare di indagare un po’ questa speranza che è in noi...
Prima ancora che le ragioni... mi verrebbe addirittura da chiedermi: ma quale speranza? Di cosa stiamo parlando? Se qualcuno effettivamente capitasse qui a chiedermi qual è la speranza che abita il mio cuore, il cuore di “noi cristiani”, cosa direi?
Credo che la risposta che molti si aspetterebbero e forse anche la prima che ci sale alle labbra (la prima che ci hanno insegnato e che abbiamo respirato nel nostro ambiente natale) sarebbe quella di una speranza nella vita dopo la morte...
Ed effettivamente non si tratta né di una risposta banale, né di una risposta secondaria...
E tuttavia, già nel pronunciarla, mi accorgo di quanto si sia caricata negli anni di precomprensioni, superstizioni, folclorismi, che effettivamente rischiano di farla risuonare come banale, svuotata, incomprensibile, di certo poco pregnante per chi la ascolta...
E dunque? Qual è la speranza che è in noi? Forse, senza immediatamente precipitarci nella vita eterna, sarebbe meglio fermarci un attimo prima e dire semplicemente: speranza nella Vita; tenendo in questo modo un orizzonte più ampio (che certo include anche il post mortem, senza renderlo esclusivo).
Speranza nella Vita, dunque... in una vita che non è rimandata a un lontano aldilà, quasi che l’oggi carico delle sue fatiche e sofferenze sia un pegno per un premio futuro... ma Vita nell’aldiqua... speranza dunque nel fatto che la grammatica dell’esistenza umana parla di vita e non di morte, parla di custodia e non di abbandono, parla di amore e non di solitudine, parla di condivisione e non di competizione...
Ma quali sono le ragioni da rendere a chi ci chiede conto di questa speranza? Ha davvero senso, guardando in modo disincantato la realtà, avere questa speranza? O è solo un’illusione in cui a noi piace credere, per non guardare alla brutalità di un’esistenza che nasce nel non senso e finisce nel nulla? È speranza fondata o è “oppio dei popoli”?
A me pare che di fronte a queste domande, che vanno a toccare il senso profondo su cui si fonda una vita, si possano dare solamente risposte che arrivano allo stesso livello di profondità... risposte che allo stesso modo tocchino i fondamenti della nostra struttura antropologica, del nostro nocciolo più incandescente, del nostro centro vitale...
E in questo senso l’unica ragione convincente per la speranza che è in noi, per una vita che parli di Vita e non di morte, è la libertà storica di Gesù di Nazareth, è l’incontro con questa libertà, il coinvolgersi in una relazione con essa.
Infatti proprio perché il problema è esistenziale (nel senso forte della parola) credibile può essere solo una risposta che tocca l’esistenza. Non si può troppo filosofare o viaggiare nei meandri della metafisica... Devo esserci dentro io a quella risposta, la mia vita, la mia autocoscienza... altrimenti, sarà pure una risposta brillante, razionale, spirituale, ma non mi convincerà, non mi convertirà, non mi libererà il cuore, non mi farà spalancare il sorriso...
L’unica ragione credibile allora è proprio e solo l’incontro con quella libertà storica; solo il mio incontro personalissimo con essa, nell’intimo del più intimo di me... lì c’è da entrare in un circuito di energia vitale, in un circuito d’amore che Gesù chiama Spirito: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità. [...] Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. [...] Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Solo acconsentendo a questo circuito si può trovare la speranza nella Vita e la capacità, sperimentata e non teorica, di renderne ragione. Non si tratta di spiritualismi, ma di riconoscere che aveva ragione quel tale che parlava di un Dio che è Padre, che vuole la Vita dei suoi figli; che diceva che per essi è possibile vivere e non sopravvivere, perché la loro vita l’ha già salvata lui... e in questo modo per essi c’è proprio la possibilità di vincere la legge necessaria dell’istinto di sopravvivenza, che fa l’altro nemico, rivale e concorrente, con la dinamica libera dell’amore, che invece fa l’altro sempre fratello, amico, mio.E per acconsentire a questo circuito o anche solo per darci una sbirciatina dentro basta ammettere che forse è vero... Ed in proposito - come ha detto papa Ratzinger il 21 novembre 2007 - «a questo punto potrà forse risultare opportuno ascoltare un racconto ebraico, riportatoci da Martin Buber, nel quale il dilemma dell’esistenza umana sopra enunciato affiora in tutta la sua evidenza. “Uno degli illuministi, uomo assi erudito che aveva sentito parlare del rabbi di Berditchev, andò a fargli visita, per disputare come il suo solito anche con lui, nell’intento di fare scempio delle retrive prove da lui apportate per dimostrare la verità della sua fede. Entrando nella stanza dello Zaddik, lo vide passeggiare innanzi e indietro con un libro in mano, immerso in profonda meditazione. Il saggio non prestò alcuna attenzione al visitatore. Finalmente si arrestò, lo guardò di sfuggita, e sbottò fuori a dire: “Chissà, forse è proprio vero”. L’erudito chiamò invano a raccolta tutto il suo orgoglio: gli tremavano le ginocchia, tanto era imponente lo Zaddik da vedere, tanto tremenda la sua sentenza da udire. Il rabbino Levi Jizchak si volse però completamente a lui, rivolgendogli in tutta calma le seguenti parole: “Figlio mio, i grandi della Torah, con i quali tu hai polemizzato, hanno sciupato inutilmente le loro parole con te; quando te ne sei andato, ci hai riso sopra. Essi non sono stati in grado di porgerti Dio e il suo regno; ora, neppur io sono in grado di farlo. Ma pensaci, figlio mio, perché forse è vero”. L’illuminista fece appello a tutte le sue energie interiori, per ribattere; ma quel tremendo “forse”, che risuonava ripetutamente scandito ai suoi orecchi, aveva spezzato ogni sua velleità di opposizione”».

venerdì 14 marzo 2008

Speranza in frammenti

LHASA (Tibet) - Alta tensione in Tibet, negozi e mezzi delle forze dell'ordine sono stati bruciati nel capoluogo Lhasa, centinaia di persone si sono unite alla protesta dei monaci contro il governo cinese iniziata lunedì scorso. Secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa internazionali, citando fonti sanitarie, ci sarebbero anche «diverse vittime». Per Radio Free Asia, emittente finanziata da Washington, i morti sarebbero due. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale Nuova Cina molti poliziotti sono rimasti gravemente feriti. Le autorità locali, nominate da Pechino, accusano per le violenze «la cricca del Dalai Lama». Ma dal mondo occidentale si leva la protesta contro la repressione militare ordinata dal governo cinese. Il Dalai Lama ha chiesto di interrompere l'uso della violenza. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha rivolto un appello a tibetani e cinesi per «evitare scontri e violenze».
LE CARICHE DELLA POLIZIA - Testimoni hanno affermato che la polizia militare è intervenuta in forze per disperdere i dimostranti e che si sono sentiti degli spari. «C'è fumo dappertutto e si sentono colpi d'arma da fuoco», ha detto un residente che parlava dalle vicinanze del Jokhang, un grande tempio nel centro della capitale. E di spari hanno parlato anche cittadini americani, ha riferito l'ambasciata Usa a Pechino. Nuova Cina ha ammesso che sono stati sparati «colpi di avvertimento e gas lacrimogeni» per disperdere i manifestanti.
MONASTERI ACCERCHIATI - I tre principali monasteri buddisti di Lhasa sono stati accerchiati da migliaia di soldati. I monaci di Sera, il secondo monastero della regione, hanno cominciato uno sciopero della fame. Due monaci di Drepung sono in condizioni critiche dopo aver tentato il suicidio tagliandosi le vene, ha riportato Radio Free Asia, secondo la quale altri monaci stanno compiendo gesti di autolesionismo per protestare contro l’accerchiamento delle forze dell’ordine attorno al monastero e contro l’arresto di alcuni monaci.

14 marzo 2008

Speranza in frammenti

La morte di monsignor Rahho, vescovo caldeo di Mosul, riporta al centro dell’attenzione la drammatica situazione dei cristiani in Iraq. Pochi mesi fa una catena di attentati ha colpito le chiese di quella provincia. L’estate scorsa un prete e alcuni diaconi erano stati uccisi. Nel 2005 anche il vescovo siriaco della città, Casmoussa, era stato rapito e poi rilasciato. Il tasso di violenza che regna nell’area è molto alto. Mosul è città contesa tra curdi, arabi sunniti e turcomanni, un conflitto sul quale si è innescata anche la “pulizia religiosa” condotta da gruppi islamisti che hanno approfittato delle tensioni etniche locali per colpire i cristiani. Geograficamente nel Kurdistan iracheno, Mosul è sotto controllo dei peshmerga: le forze speciali americane non effettuano operazioni antiterrorismo nell’area. Una concessione politica, prima ancora che militare, che gli Usa hanno fatto a uno storico alleato come i curdi. Una scelta che ha favorito l’arrivo nel Nord degli islamisti in fuga dalle province centrali, scacciati dagli americani e, soprattutto, dagli shawas, i membri delle milizie armate sunnite un tempo loro alleati. Senza alcuna tutela, in un clima in cui la polarizzazione tra sunniti e curdi per il controllo della città non lascia spazio a identità terze, i cristiani sono divenuti oggetto di crescente violenza. Molti hanno lasciato il Paese, alimentando l’imponente esodo iniziato dopo il 2003; altri, in una situazione in cui a tutti viene chiesto di schierarsi da una parte o dall’altra, hanno preferito convertirsi all’islam.
Una situazione che è anche il prodotto oggettivo della nuova politica americana in Iraq. Identificati cinque anni fa come il nemico, i sunniti sono ora tornati nelle grazie di Washington. Il timore per la crescente influenza iraniana sul paese, a larga maggioranza sciita, e la necessità di togliere agli jihadisti l’acqua in cui nuotano, hanno spinto Washington a rimescolare le carte. Il successo del generale Petraeus non è comprensibile senza mettere a fuoco il fenomeno della shawa, il risveglio sunnita. Ma se la politica di «riconciliazione nazionale» mette fine all’inconsulta epurazione di massa voluta dall’allora governatore Bremer, innesca anche un effetto domino che manda in fibrillazione i gruppi etnici e religiosi usciti vincitori dalla guerra. Il risveglio sunnita assume, infatti, anche il volto di ottantamila miliziani pagati dagli Stati Uniti. Si tratta degli stessi uomini che sino a un anno fa sparavano addosso ai marines e venivano chiamati terroristi, ribelli, insorti. In guerra, si sa, il fine giustifica i mezzi: e il nemico di ieri non è detto sia quello di oggi. Gli shawas sono inquadrati da leader radicati nel territorio e capaci di controllare parte rilevante della popolazione sunnita che, nel vuoto di potere lasciato dalla scomparsa del partito-stato, è tornata a guardare alle lealtà religiose, tribali, claniche. Entrati in conflitto aperto con gli jihadisti «stranieri», privi ormai di santuari in cui rifugiarsi, gli shawas stanno contribuendo in maniera determinante alla loro sconfitta: nonostante gli inevitabili colpi di coda del qaedismo. Il risveglio sunnita non è, però, privo di incognite. Genera tensioni a Mosul, città divenuta a maggioranza sunnita dopo la politica demografica voluta da Saddam ma rivendicata dai curdi; e inquieta gli sciiti. L’emblematica visita di Ahmadinejad a Baghdad è anche un messaggio rivolto dagli sciiti iracheni agli americani: tanto più punteranno sui sunniti, tanto più sarà necessario bilanciare il loro crescente peso volgendo lo sguardo verso i confratelli iraniani. A sua volta Teheran guarda alla svolta sunnita come all’ennesimo tassello di una politica che mette in discussione quel ruolo di potenza regionale che l’Iran ha assunto dopo la fine dei regimi ostili delle potenze laterali, l’Afghanistan e lo stesso Iraq. Ruolo destinato a crescere in futuro per effetto del ritiro americano e della corsa al nucleare. Gli iraniani, così come gli sciiti iracheni, sanno che il risveglio sunnita è ancora fragile; ma se questa fragilità venisse superata con la nascita di un «partito della shawa», incoraggiato da un sostegno politico, religioso e finanziario esterno, scatterebbero le contromisure. Tanto che non è esclusa la messa in campo di gruppi capaci di svolgere, con ben altra efficacia, il ruolo politico e militare esercitato in passato dall’Esercito del Mahdi. Formazione oggi in disarmo non certo a causa del soggiorno del suo leader a Qom, destinato formalmente a far acquisire a Moqtada al Sadr quel sapere teologico capace di conferirgli una legittimità religiosa sempre mancata; ma perché Teheran ha sin qui preferito mantenere il conflitto con gli americani allo stato di latenza. È possibile, dunque, che gli americani debbano fare fronte in futuro non tanto all’indebolita jihad qaedista ma a quella, ben più problematica, iraniana in versione di politica di potenza. Le dimissioni dell’ammiraglio Fallon, comandante delle forze militari americane in Iraq e Afghanistan, hanno a che fare anche con l’inevitabile sbocco della nuova politica Usa. Tutti i gruppi etnici e religiosi iracheni sono coinvolti, direttamente o indirettamente, nel puzzle creato dalla svolta sunnita di Washington. A loro spese lo hanno capito anche i cristiani. (14 marzo 2008)

Un'analisi della situazione in CorriereTV.it

Frammenti di Speranza


In Italia non sono in molti a conoscere questa donna, ma il Times nel 2005 l’ha inserita nella lista delle «persone straordinarie che affrontano sfide che gli altri preferiscono evitare, ricordando a tutti quanto una sola persona, perfino di fronte alle avversità, possa fare».

Probabilmente, da martedì sarà «più esposta, e ancor più lo sarà nel medio termine», dice Tano Grasso, presidente onorario della Federazione delle associazioni antiracket (...), alla presentazione di Il coraggio di Angela, fiction in due puntate (RaiUno, lunedì 17 e martedì 18 marzo) che racconta la vicenda di Silvana Fucito, l’imprenditrice di Napoli che davanti al racket ha incrociato le braccia e ha fatto arrestare gli estorsori...

...La storia di Silvana, commerciante, tre figli, comincia nel 2002. Resiste ai tentativi di estorsione da parte della camorra: le costa un incendio che distrugge il suo negozio... Brucia il pianterreno di un palazzo di sette piani, si sfiora la strage. Lei rompe il silenzio, denuncia, manda in galera quindici persone...

La fiction racconta la storia di Silvana (sullo schermo si chiama Angela) e dei suoi sforzi per strappare agli ingranaggi del crimine un giovane, nipote di una cugina... È proprio questo, secondo Grasso, l’aspetto che mette a rischio Silvana, l’azione educativa: un atteggiamento che la criminalità giudica più pericoloso della denuncia. Quello che la mafia non tollera «è che qualcuno agisca per evitare che le sue fila si ingrossino»... [Silvana] vive sotto scorta «non perché ho denunciato... ma per l’alone di eroismo che mi porto dietro, non mi facevo i fatti miei, facevo volantinaggio, dicevo ai commercianti di denunciare. Davo fastidio». Però, continua, «non ci si può sempre tirare indietro, mi hanno distrutta ma ne sono uscita vittoriosa. Se uno si prende delle responsabilità, le cose possono cambiare». Per questo ha accettato che la sua storia fosse raccontata, «per far sapere alla gente che si può dire no al racket. Ho avuto, non so da chi, il compito di portare avanti questa battaglia. Si può uscire dalla morsa continuando a lavorare con tranquillità. Nessuno di noi ha ricevuto contraccolpi. Ben venga se ho dato il mio negozio per questo».

«Vorrei che i napoletani fossero più reattivi - dice - invece ci abituiamo a tutto. Alla camorra, e ora anche alla spazzatura. Ci dobbiamo prendere le nostre responsabilità. Vorrei che tutti guardassero al mio come un gesto di liberazione. A Napoli la gente è depressa, in città non ci sono più turisti, il traffico è paralizzato. Quand’è che ci sveglieremo?».

giovedì 13 dicembre 2007

Dio è Colui che rende vivibile la vita

Dopo che domenica scorsa (II di Avvento) la Chiesa con le letture proposte ci aveva introdotto nell’atmosfera di un’attesa carica di aspettative (si parlava di ciò che avverrà «in quel giorno...», di conversione perchè «il regno dei cieli è vicino»), oggi la liturgia della Parola sembra tratteggiare in modo un po’ più delineato i contorni di ciò che si deve aspettare…
Isaia come sempre parte dal suo oggi, dalla realtà, dalla storia e descrive la situazione dell’uomo di sempre: parla infatti di «mani fiacche», «ginocchia vacillanti», «cuori smarriti», cioè, di un’umanità scoraggiata dalla vita, da quella vita che le pareva così accattivante e che invece sembra smentire le sue promesse. Si parla insomma di un’umanità che fatica a dar credito alla bellezza dell’esistenza o anche semplicemente alla sua vivibilità…
Questa fiacchezza, questo vacillare e questo smarrimento di cui parla Isaia, credo non necessitino di spiegazioni, esemplificazioni o dimostrazioni: sono proprio l’aria che spesso respiriamo anche noi…
In questo senso è confortante vedere come il testo biblico sia così consapevole di dove, come e chi siamo. Quella di Dio infatti non è una parola destinata ai perfetti, agli irreprensibili, a quelli che ce la fanno… arriva proprio negli interstizi bui della storia, nelle sue congiunture malate… è la parola dei poveri, dei fiacchi, dei vacillanti, degli smarriti… è appunto la Parola dell’uomo di sempre… è la nostra.
È proprio dentro qui, dentro all’umanità stanca, sfiduciata, dispersa che si cala però un annuncio nuovo: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi».
È la notizia di una venuta che cambia la desolazione del mondo, che ridà vita alle sue aridità («Si rallegrino il deserto e la terra arida»), che fa rifiorire le sue secchezze («esulti e fiorisca la steppa»), che porta gloria, splendore, magnificenza («Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio»).
Ma soprattutto è una venuta che, oltre a far brillare gli occhi come quelli di un bimbo per lo scoppio di Vita nel mondo, è decisiva perché fa Vivere gli uomini: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo».
Proprio perché riguarda gli uomini, proprio quelli che sono carne della mia carne, quelli a cui scorre nelle vene il mio stesso sangue, quelli a cui le viscere si commuovono come le mie, proprio perché riguarda loro e me con loro, questo annuncio ha i tratti di una gioia esplosiva: «felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto».
Proprio perché è una parola per l’uomo (costituzionalmente povero), proprio perché è l’annuncio di una salvezza per lui, di una sua liberazione dalle catene della morte, questa non è più una notizia tra le altre: qui si tratta di vita o di morte!
Tra l’altro della vita o della morte di tutti. E di una vita e di una morte caratterizzate da una definitività: è la scelta tra una vita vitale che anche se muore fisicamente, può arrivare oltre la morte, o una vita mortifera che anche se vive a lungo è già abitata dai veleni delle tombe.
Proprio per la decisività di questa venuta, Giacomo parla di pazienza e costanza: «Siate costanti, fratelli miei […]. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge».
Solo perché è prezioso il frutto della terra, l’agricoltore lo aspetta. Così anche per noi. Se ci fosse annunciato qualcosa di meno che la Vita, non varrebbe la pena pazientare, essere costanti, attendere, perdere tempo, energie, investimenti affettivi… Ma forse, se non ci fosse annunciata la Vita, non varrebbe la pena neanche di vivere…
E invece la venuta annunciata non è una qualunque, non è quella di uno dei tanti ciarlatani, falsi profeti, finti dei che attraversano tutta la storia umana: quella vicina è «la venuta del Signore»! È l’arrivo della Vita!
La “V” maiuscola non deve trarre in inganno: non si tratta immediatamente della vita eterna, come se il discorso fosse “anche se qui siamo schiacciati in un’esistenza invivibile, poi però c’è il paradiso”… No! La Vita è l’abilitazione a Vivere nell’aldiqua, è l’attestazione di Dio che la promessa iscritta nei nostri cuori dal momento che nasciamo non è illusoria, è la sua vittoria sulla nostra morte, che oltre alla morte fisica, indica tutto ciò che ci incatena l’anima, ci indurisce il cuore, ci fa abbassare gli sguardi, ci spegne i sorrisi, ci separa dagli altri. Tutto questo è vinto. Allora sì che la vita è vivibile!
E appunto: vivibile è la nostra vita qui e ora… E di fatti i segni di riconoscimento del Cristo, che Gesù stesso indica come le testimonianze da portare a Giovanni Battista, sono tutte cose che investono l’aldiqua: «I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo».
A Giovanni che in carcere si chiede se Gesù è effettivamente «colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?», Gesù risponde con il rendere vivibile la vita degli uomini.
E infatti: chi è Dio se non colui che fa vivere l’uomo?
«E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Beato, dice Gesù, colui che non inciampa vedendomi così, solo perché non rispetto i canoni umani e religiosi dell’attesa del Messia. Beato chi non si scandalizza della predilezione per gli scarti dell’umanità (gli scarti fisici – malati –, morali – peccatori –, economici – poveri –, sociali – donne), chi non si scandalizza della concretezza e laicità dell’azione di Dio (che sta nelle strade e nelle case, non nei templi e nelle comunità osservanti), chi non si scandalizza che la potenza di Dio sia riscritta da una morte in croce…
E in effetti... visto che stiamo attendendo il Natale, è da notare che Gesù arriva neonato (scarto fisico), figlio di non sposati (scarto morale), povero (scarto economico), in una mangiatoia (scarto sociale), circondato da animali e pastori, indifeso…

giovedì 6 dicembre 2007

Una Speranza che abilita a Vivere!

Le letture di questa II domenica di Avvento hanno proprio il sapore di un’introduzione al mistero del Natale… Siamo ancora sulla soglia, ma già si intravede che ciò che ci aspetta è qualcosa di decisivo… La Chiesa ci accompagna in questa attesa, incuriosendoci sulla portata dell’evento… Pone infatti in campo parole che attraggono le orecchie e il cuore di ciascuno… chi infatti non si sente stuzzicato da frasi come «In quel giorno avverrà...», «Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione», «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino»…?
Se anche facessimo finta che non fossero parole bibliche, esse rimarrebbero comunque cariche del loro fascino:
- chi non ha almeno qualche volta sognato di sapere cosa «In quel giorno avverrà...»; che si trattasse del giorno della nostra morte, della venuta del Messia, dell’appuntamento con chi si spera di conquistare, di un colloquio di lavoro, di un incontro dopo tanti anni…?
- chi sommerso dal disorientamento e dalla confusione nel maneggiare questa vita, non ha desiderato almeno ogni tanto di avere per le mani un manuale d’istruzioni, in modo da poter dire che «Tutto ciò che è stato scritto prima di noi, è stato scritto per nostra istruzione»?
- e infine chi, esausto per la fatica di vivere e dar credito al fatto che ne valga la pena, non ha sperato che «il regno dei cieli» - qualsiasi cosa esso voglia dire – fosse «vicino»?
Ma ri-collocate nel contesto biblico, che è il loro, che cosa vogliono dire queste parole così cariche di aspettative, aspirazioni, sogni, speranze, attese?
La prospettiva di Isaia è decisamente luminosa… sta parlando di qualcuno che arriverà: qualcuno fortemente attaccato alla storia dell’umanità, come un germoglio al suo tronco e un virgulto alle sue radici, e nello stesso tempo altrettanto fortemente inondato di aria divina… qualcuno che contro i violenti e gli empi, starà dalla parte degli umili e dei miseri…
Quando arriverà le leggi naturali della vittoria del più forte, della selezione naturale, della paura come anima del mondo, saranno stravolte, per lasciare il posto alla giustizia, alla fedeltà, al dimorare insieme, allo sdraiarsi accanto, al trastullarsi…
Eppure Isaia non sta scrivendo in un momento facile per il suo popolo: niente fa prevedere un lieto fine della situazione, tanto meno un lieto fine cosmico, che coinvolga il mondo nel suo insieme; dilagano corruzione, dispotismo, idolatria, pressione straniera, ingiustizia sociale, povertà, indigenza…
Ma allora perché Isaia interviene con queste parole promettenti? Interessante quanto risponde H. Simian Yofre, mettendo in luce le idee che da questo brano emergono con forza:

«Anzitutto la convinzione che davanti ad ogni crisi, non soltanto personale, ma anche e soprattutto sociale, istituzionale, nazionale, perfino internazionale, la fede non è ridotta al silenzio, ma ha una parola importante da dire. Essa genera una parola critica circa la situazione concreta; così il pensiero escatologico, nel momento stesso in cui prospetta un mondo nuovo, non consente una fuga dal presente, ma fa maturare una visione obiettiva e critica a riguardo del presente, e specificamente dell’ingiustizia, del caos istituzionale, dell’ambiguità di certi rapporti politici, della perdita d’identità profonda del popolo. Il pensiero escatologico profetico non si accontenta di proporre una soluzione “spirituale”, ma comincia da un’analisi lucida dei mali presenti nella società!».

Ecco che a noi, allora, a noi che almeno qualche volta abbiamo sognato di sapere cosa «In quel giorno avverrà...», viene rimesso in mano il nostro oggi, il nostro presente, la situazione concreta.
Ma… non eravamo mica partiti da un oggi, un presente, una situazione concreta inospitale, inabitabile, mortifera? E allora che senso ha il ricollocarci del profeta in essa? Se non eravamo capaci prima, non lo siamo neanche ora…
E allora? Allora… la chiave di volta è proprio il fatto che né una fuga spiritualistica da una storia avvelenata, né uno sforzo volontaristico e solipsistico per resistere nel viverla sono la via indicata dal profeta. Egli ha una prospettiva diversa: la vita può tornare ad essere vivibile perché è abitata dalla speranza in una promessa… che questa storia è inondata da Dio: «la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare».
È la stessa speranza di cui parla Paolo quando afferma: «teniamo viva la speranza»!
Ma come vivere il nostro oggi alla luce di questa speranza? Cosa «è stato scritto per la nostra istruzione»? No, purtroppo o per fortuna, non si tratta di un manuale di istruzioni… piuttosto di un esempio: «Accoglietevi gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi». Non è un modello a cui tentare di assomigliare, ma una persona (Vivente!) con cui entrare in relazione: in una relazione talmente intima da essere conformante! Questa relazione è la speranza realizzata della presenza del Signore nel nostro oggi.
L’attesa trepidante a cui ci invita la Chiesa è allora quella di Uno che amandoci per primo introduce una nuova logica nel mondo: quella dell’accoglienza, dell’«avere gli uni verso gli altri gli stessi sentimenti, sull’esempio di Cristo Gesù». È ancora una volta la proposta di una vita che si fa vivibile perché com-passionevole, perché com-patita, perché abitata da una solidarietà che rende parte di un popolo in cammino, dell’umanità tutta… che geme, spera, ama, soffre, muore, sorride… come me.
In questo senso, essendo dalla parte di chi ha già letto fino in fondo i Vangeli, a noi fanno un po’ sorridere alcune aspettative di Giovanni Battista: «Già la scure è posta alla radice degli alberi; perciò ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco». Egli è il precursore e realmente è «Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!». Ma Gesù… sorprenderà anche lui: davvero è un novum nella storia dell’uomo: lui in una parabola, di fronte a un albero che non porta frutto, dirà di lasciarlo ancora per un anno e di prendersi cura di lui perché diventi fecondo (Lc 13,6-9).
Su una cosa però Giovanni non si sbaglia: l’evento atteso e annunciato è decisivo; di fronte ad esso non si possono mettere conversioni posticce, false illusioni, ristrutturazioni di facciata: «Vedendo molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: "Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione, e non crediate di poter dire dentro di voi: 'Abbiamo Abramo per padre!'. Perché io vi dico che da queste pietre Dio può suscitare figli ad Abramo"».
Fa sorridere e tremare che i destinatari di questo ammonimento siano proprio i più religiosi (sacerdoti e “laici impegnati”)… Proprio loro rischiano di non accogliere la logica di Dio, che sopra ad ogni norma, istituzione, interesse, ragione politica, economica, sociale, religiosa, pone il volto dell’altro, che sempre è fratello!
Ma è proprio questa logica che plasma anche la nostra sete di regno dei cieli. Essa – qualunque cosa voglia dire – sorta spesso sull’onda si un essere esausti per la fatica di vivere e dar credito al fatto che ne valga la pena, prende la forma di un’attesa non più vaga e qualunquistica, ma cristicamente centrata, perché solo il suo immergerci nello Spirito santo («vi battezzerà in Spirito Santo »), nel suo Spirito, nella sua logica, nel suo amore, ci salva, ci libera, ci abilita a Vivere.

martedì 30 ottobre 2007

i santi poveri

una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua.

… chi sono costoro? sono i “beati”! non già quelli ufficiali, che non erano scritti sul calendario, ma quelli di tutti i tempi, e di tutte le chiese e le razze e le lingue - dei quali, secondo Gesù, il Padre si compiace, come a rinnovare nella storia dei millenni, quella specie di benedizione gioiosa, che ripeteva nei vari passi della creazione: E Dio vide che era cosa buona! . Perché Dio, dalla sua postazione, vede la pienezza dello sviluppo futuro già dentro nell’istante minuscolo e transitorio del presente. Per questo, forse, le beatitudini hanno all’inizio, un titolo, per così dire: “beati i poveri!”. Perché in questa “mancanza di bene dovuto”, che è la povertà, in questa incompiutezza di umanità che aspetta, sta la caratteristica comune a tutti coloro che sono detti “beati” da Gesù.

Per cui sono anzitutto i poveri che ci danno, già adesso, in questo mondo, la chiave di lettura del Regno di Dio. Perché anche lui, qui, è povero, nascosto e impercettibile, ma presente… Beati i poveri, dunque, perché di essi è il regno dei cieli. A tutti gli uomini, quindi, anche a quelli incoscienti del mistero di salvezza in cui sono avvolti,… è annunciato (evangelizzato) che la loro povertà, la loro miseria e incompiutezza umana, non è una maledizione, ma è già impregnata dalla benedizione e dalla benevolenza del Padre, che appunto vede il futuro nel mistero di povertà del presente, e ci assicura che ha un progetto (un regno da costruire) con i poveri - che sono loro anzi, il suo progetto, cioè il suo Regno.

… Gesù, che vede la storia con il cuore del Padre, indica (al futuro!) per le varie specie di poveri il finale nel Regno… come andrà a finire! Non è come il premio che ci sarà dato solo dopo il traguardo, faticosamente raggiunto. La benedizione di compiacimento del Padre, è come un seme, già depositato nel cuore dell’umanità, un fermento gia impastato dentro il cuore degli uomini. Già adesso lievita la storia e dà senso e sostegno e consolazione al cammino del credente.

C’è grande solennità per questa rivelazione del segreto del Padre sulla storia degli uomini: salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava… La proclamazione che le sofferenze abbandonate, i desideri inascoltati, gli sforzi incompresi e sempre ricominciati, di bontà e di mitezza nella costruzione della pace e della giustizia, la misericordia che perdona sempre e comunque, la trasparenza del cuore e degli occhi … tutte queste situazioni di incompiutezza, di attesa operosa, di persecuzione gratuita… non sono l’ultima parola. Hanno già adesso, dentro di sé, un futuro di consolazione, di esaudimento, di beatitudine, appunto… fino a conquistare ed impregnare di mitezza e tenerezza e misericordia tutta la terra.

siamo già adesso, figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato

… un Padre così grande, immensamente buono, onnisciente e potente… ha dei figli così poveri? C’è qualcosa che non funziona nella nostra concezione… o di Dio o della nostra storia! Qualcosa che ci fa velo e non ci lascia vedere, secondo Gesù, la verità della “benevolenza compiacente” di Dio sulla nostra vita. Eppure, il Vangelo – la buona notizia! ‑ è questa : che noi stiamo andando verso un futuro in cui la nostra vera identità inedita, implosa, sarà pubblicata, si farà palese. Adesso non la conosciamo ancora! Ci sono però nel Vangelo le indicazioni profetiche di come saremo…i prodromi, i germogli, la preparazione tacita di ciò che esploderà in noi.

...sono le “beatitudini”, cioè il parere profetico di Dio sulla nostra storia! i poveri, gli afflitti, i miti, gli operatori di pace e di giustizia, quelli che seminano sempre misericordia, quelli che con la sopportazione dell’aggressività e delle prepotenze persecutorie sveleniscono le tensione e i conflitti … sono i rappresentanti di ciò che saremo. Sono la preparazione qui in terra di come sarà questo mondo nel mondo li là! Sono questi i “poveri santi” evangelici… non inquadrabili in modelli culturali stereotipati o consacrati, come quelli scritti nel calendario per la nostra edificazione. Quelli evangelici non è che siano da imitare, sono già in mezzo a noi, e noi non ce ne accorgiamo, se non di rado, ma sono “in condizione di santità”, pur sembrando solo… poveretti, come noi! Sono tutti gli sconfitti anonimi, umiliati dai prepotenti della terra, e non sono incattiviti. Hanno ceduto quanto gli spettava, per non litigare con i fratelli. Hanno taciuto, perché nessuno sarebbe stato ad ascoltarli. Le innumerevoli donne che nelle case, nei grattaceli o nelle capanne, hanno distribuito accudimento e tenerezza senza riceverne il contraccambio, i bambini che piangevano o ridevano, anche se nessuno li guardava… gli schiavi sfruttati da tutti, senza considerarli uomini… e lo stesso hanno dato mani, sudore e sangue… Il Signore dice che sono “beati”…

noi stessi siamo chiamati a vedere con questa luce la nostra vita.

C’è una parte di noi stessi che simpatizza già adesso per questa benevolenza del Signore che annuncia il nostro futuro, come vivessimo due livelli di vita diversi. Quella al futuro, seminata in noi dalla sua Parola e dai sacramenti della sua Chiesa… e quella della vita del mondo in ci viviamo, quando la logica della sopravvivenza e della competizione ci riprendono il cuore e riteniamo istintivamente beati quelli che sono “riusciti”, che si sono imposti nella competizione della vita… a costo di opprimere e lasciar per strada tante sofferenze… E ci è riproposta la domanda: vuoi essere uomo dell’attimo transitorio, che comunque è troppo corto per i desideri infiniti del cuore, e svanisce come l’erba del campo?! O invece vuoi essere uomo di eternità!? che si lascia segnare con il sigillo delle beatitudine sulla fronte, e lava le sue incerte e ambigue speranze nel sangue dell’Agnello, cioè nella parola, nella vita e nella morte e resurrezione di Gesù. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Non perché i cristiani siano dei pessimisti,

che vedono nel mondo solo la caducità e non sanno fare altro che rassegnarsi. Certo, non fanno del mondo e della cultura la ragione unica della loro vita, perché è troppo poco, e la promessa che è stata rivelata per loro e per tutti gli uomini è troppo più lunga di questo mondo. Ma sono ottimisti nei confronti del divino che è presente nel mondo (Bonhoeffer). Per cui sono sereni anche nella sofferenza dell’attesa, ma di una serenità che è pur sempre venata di malinconia, per l’incompiutezza attuale che fa soffrire tanta gente, e di nostalgia del futuro che ci è promesso. Convinti però che il mondo e solo il mondo è il luogo del loro lavoro, il campo di azione del Regno di Dio.

…tra questi santi ci sono i nostri morti,

gli innumerevoli anelli della catena della vita che è arrivata fino a noi, che ci hanno accudito, hanno camminato con noi … con le loro debolezze e fatiche, il loro affetto e il loro mistero “inedito”. Perché è proprio questo l’anelito o il gemito fondamentale di tutto il creato, che la morte ci sembra soffocare: il legame di relazione e di coinvolgimento incancellabile tra fratelli sorelle, piccoli e grandi, tutti affamati di amore e comunione. A loro ci lega indissolubilmente questa comunione che adesso, dalla loro parte, pensiamo già entrata nella luce. Hanno già sciolto il velo che copriva, sul loro volto, il disegno della misericordia del Padre, che ha asciugato le loro lacrime… Allora risplenderà la luce di questa promessa che ogni sofferenza per mancanza di amore in questo mondo, ogni povertà e miseria, è già accolta dal Padre nella sua misericordia. Vedranno faccia a faccia, che il segreto nascosto sotto la scorza dura della vita era già una beatitudine divina.

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