Pagine
ATTENZIONE!
Ci è stato segnalato che alcuni link audio e/o video sono, come si dice in gergo, “morti”. Se insomma cliccate su un file e trovate che non sia più disponibile, vi preghiamo di segnalarcelo nei commenti al post interessato. Capite bene che ripassare tutto il blog per verificarlo, richiederebbe quel (troppo) tempo che non abbiamo… Se ci tenete quindi a riaverli: collaborate! Da parte nostra cercheremo di renderli di nuovo disponibili al più presto. Promesso! Grazie.
martedì 27 ottobre 2015
Tutti i santi
venerdì 31 dicembre 2010
II Domenica dopo Natale: Ci ha scelti per essere santi e immacolati... nell’amore!
E allora, inizio con una confidenza… sono ormai tre anni che faccio questo “mestiere”, di scrivere tutte le domeniche una riflessione sulle letture che la Chiesa ci offre: e siccome è ricominciato il ciclo liturgico, ogni tanto vado indietro a rivedere cosa avevo scritto tre anni prima e ogni tanto “attingo”… Forse qualcuno se ne sarà accorto, ma è stato così caro da non farmelo notare.
In occasioni come queste, poi, quelle in cui le letture non si ripetono ogni tre anni, ma ogni anno – come è appunto per il Tempo di Natale – il materiale su cui “sbirciare” è ancora maggiore…
Per cui – se qualcuno ha bisogno di una meditazione più sofisticata – vada pure a rivedere i miei scritti degli anni scorsi… Ma oggi mi va di fare così: lasciar perdere tutti gli “spiegoni” belli e necessari che andrebbero fatti e concentrarmi su un punto solo: la frase di Paolo che ci dice che cosa siamo qui a fare: «ci ha scelti per essere santi e immacolati nell’amore».
A scanso di equivoci, lo dico subito: non vuol dire irreprensibili e senza macchia nelle cose del sesso, come mi sono accorta certi pensavano quando io citavo questa frase (una delle mie preferite), ma, anzi, tutto il contrario.
Il bello di questa frase infatti – e il motivo per cui mi piace anche spesso citarla – è quello che – se la dici bene – riesci a creare un effetto scaravoltante nell’interiorità della gente. Noi infatti quando sentiamo che dobbiamo essere santi e immacolati, non ci scuotiamo nemmeno di un millimetro: è la morale che da sempre ci sentiamo ripetere dagli altri e abbiamo noi stessi ripetuto ad altri… che bisogna essere bravi, che bisogna comportarsi bene, che non bisogna fare il male, soprattutto quello che – appunto – ha qualcosa a che vedere col sesso, perché – si sa – lì c’è qualcosa di particolarmente grave… e bisogna fare così o non fare cosà perché poi ci sarà un giudizio, per cui non bisogna “sporcare” l’anima, bisogna arrivare lindi all’appuntamento (da cui l’importanza di confessarsi, almeno prima di morire) e così meritarsi il paradiso, o, per lo meno, riuscire a evitare l’inferno…
E se vi sembra una lettura un po’ canzonatoria o ridicolizzante, avete ragione… ma il dramma è che è quella più diffusa tra la gente normale, anche quella dotta… quando la gente pensa al cristianesimo, pensa a questo: una morale, con le sue leggi, i suoi divieti, le sue sanzioni, i suoi premi, il suo giudice, la sua bilancia, ecc…
E infatti lo si vive così: senza saper rendere ragione del perché non si debba fare il male ma piuttosto il bene e proponendo come unico tentativo di argomentazione quello dell’inferno e il paradiso…
Solo che ormai non ci crede più nessuno (perché, a differenza dei primi 1600 anni dell’epoca cristiana, in cui il problema era andare in paradiso, perché si dava per scontata l’esistenza di Dio, oggi il problema – direi il dramma umano – è se Dio c’è o no) e così viviamo o facendo tutto quello che per i nostri nonni era assolutamente da evitare (perché se poi Dio non c’è non vorremmo aver sprecato l’occasione), o tentando di fare gli equilibristi tra “lo faccio” / “non lo faccio”, perché se poi magari è vera la storia dell’inferno, è meglio andar sul sicuro: per cui “lo faccio, ma con moderazione”…
Un parallelismo interessante: se Dio c’è, dobbiamo castrarci la vita; se non c’è, possiamo godercela… come se Dio fosse il Dio della morti-ficazione della vita e la sua assenza, la possibilità della vita… strana sorte per quello che voleva essere un lieto annuncio…
Ecco… io credo che questo in sintesi renda bene l’idea di ciò che percepiamo quando sentiamo la frase di Paolo, per cui dobbiamo essere santi e immacolati: se Dio c’è, addio Vita…
Ma se – con Paolo – diciamo «santi e immacolati nell’amore»…
ecco lo scaravoltamento! Si apre tutta un’altra prospettiva (che a me pare quella autenticamente evangelica): bisogna essere irreprensibili e senza macchia non nella morale (comunemente intesa) ma nella donazione del nostro amore, nella nostra capacità di custodia, di dedizione, di tenerezza, di cura, di fedeltà… nella determinata determinazione di dare il primato al volto dell’altro, di fare spazio perché l’altro ci stia, di dare la vita per lui, chiunque esso sia… insomma di fare ciò di cui davvero il nostro cuore ha sete (perché questo c’è davvero nelle profondità di ciascuno… amare ed essere amati, tanto da poter offrire/trovare due braccia tra cui morire), ma che spesso soffochiamo per paura, disillusione, ritorsioni, rancori, ferite… dedicandoci ad altro e distraendoci, in altre faccende affaccendati.
Invece, questa è la buona notizia che Gesù è venuto a rivelare («Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato»), che se Dio c’è, non c’è più bisogno di salvarsi la vita da soli (a scapito degli altri) o di spremerla fino in fondo per godersela il più possibile (a scapito degli altri)… perché se c’è Lui, la tiene in mano Lui… abilitandomi a dedicarmi a ciò che c’è di più bello, che è volere bene!
Ecco lo scarto, rispetto all’altra visione… che qui, quando c’è Dio, c’è la Vita («In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini»)… e che il bene (che è sempre il “volere bene”, cioè l’amarsi!) – e non il male – è bello, rende la vita bella, ci fa più uomini/donne dilatati interiormente (che è la nuova morale riscritta da Gesù… un’anti-morale perché non ha nessun principio o paletto che sta sopra alla faccia dell’altro, che proprio per la sua unicità è non-racchiudibile in un codice legale, perché è sempre “una storia a sé”)!
L’anno scorso concludevo la lectio su questi stessi testi (intitolata “Buon anno”), con queste parole: «Il modo di salvarci di questo Dio fatto uomo è quello di farci figli: “Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità”, “Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo”, “A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”.
Molti sono i modi in cui potremmo arrivare ad immaginare la salvezza che un dio può portare agli uomini e molti sono i modi in cui i cristiani stessi la pensano… ciascuno di essi rispecchia l’immagine del dio che ha in testa… Allo stesso modo, la scelta di salvarci, rendendoci figli, dice molto su chi sia Colui che questa salvezza l’ha pensata (e attuata!).
Purtroppo molto spesso l’uomo tra tutte le cose che pensa di dio, non arriva ad immaginarlo come Padre (molto più frequentate sono infatti le figure del “padrone”, del “dominatore”, del “soggiogatore”, in versioni più o meno evidenti); ma purtroppo molto spesso persino i cristiani, che dovrebbero fondare la loro fede sul vangelo, che non fa altro che ripetere precisamente la buona notizia che Dio è Padre, se la scordano e reintroducano le stesse figure pagane di un dio che semplicemente è altro da quello rivelato da Gesù.
Ma più radicalmente ancora, il problema sembra essere quello per cui anche chi incontra davvero questa buona notizia, fatica a convertirsi ad essa… a mantenerla salda in cuore… a tornare sempre a farci affidamento… La paura di un’orfanità in cui spesso ci sentiamo abbandonati e il gelo che essa fa scorrere per la spina dorsale sembra spesso prevalere… tornando a farci “vivere” da schiavi… imbruttiti dal timore della morte e dalla paura dell’altro che me la può dare…
In questo tetro scenario sentir risuonare la parola del Prologo di Giovanni, «A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio», diventa come un caldo balsamo che penetra i nostri terrori e apre scenari nuovi, riallarga gli orizzonti, dona ossigeno all’anima: un mondo fatto di figli… fratelli…
Chissà se riusciremo a dargli credito… per quest’anno… è il mio augurio più caro».
Non so se son stata capace di vivere così quest’anno… quest’anno terribile che mi ha portato via mio fratello, provocandomi un’emorragia di umanità che non si arresta mai e che impedisce di percorrere le vie di prima per arrivare a dar credito alla Vita (servirà scavare nuovi pozzi…); ma vorrei finire il 2010 (dato che oggi che scrivo è il 31 dicembre) e iniziare il 2011 (dato che domenica sarà già il 2 gennaio) con le sue parole semplici, che hanno dissotterrato dai cuori di tante persone il lieto annuncio che dove c’è Dio c’è la Vita e che quindi «l’emorragia di umanità si cura con in reinvestimento dell’esistenza», passando in questa vita col deliberato unico scopo «di alzare il tasso d’amore nel mondo», imparando sempre «ad amare di più»… per essere santi e immacolati nell’amore!
venerdì 30 ottobre 2009
Santo secondo il calendario o secondo il vangelo?
Tale importanza, è presto spiegata, ricordando come questa festa implichi la memoria di tutti i santi che la storia della Chiesa ha prodotto, dunque la convocazione di tutto l’insieme di “uomini perfetti” che 2000 e più anni di vicenda cristiana hanno visto sfilare sul palcoscenico dell’umanità.
Questa ampia schiera di gente riuscita – le cui gesta e irreprensibilità sono ben note a tutti – suscita immediatamente grande reverenza e timoroso rispetto, soprattutto perché richiamano – almeno per come li presentano gli agiografi – toni eroici e note sovra umane (tipo super-man, il super-uomo appunto) per noi assolutamente impensabili e di certo irraggiungibili…
Paradossalmente però, a fronte di questa grande ammirazione, proprio la loro irraggiungibilità, li rende in qualche modo “fuori dalla realtà”, superflui, quasi inutili: se non possiamo far molto altro che venerarli, perché somigliargli è difficile ed eguagliarli impossibile, ad un certo punto non resta che appenderli a qualche muro, metterli su qualche mensola e lasciarli lì a prender polvere…
Rispetto alle nostre storie contorte e travagliate, problematiche e a volte tragiche, faticose e indaffarate, hanno infatti davvero poco da dire…
Inoltre – sempre che questo possa essere detto di un santo, anzi di tutti i santi – hanno il piccolo difetto di non suscitare nemmeno più grandi entusiasmi… Non solo la loro irraggiungibilità ha fatto rinunciare i più a incamminarsi sulla via della loro sequela, ma – tra le nuove generazioni – le loro scelte risultano quasi incomprensibili, le loro storie strane… fanno quasi ridere e di certo non accendono l’ardore di imitarli in nessuno…
Sarà colpa dei santi? Incartapecoriti nel loro perbenismo?
O forse sarà colpa di quel lento, ma progressivo scivolamento verso l’imbalsamazione affettiva che le loro storie, in realtà pienamente umane, carnali, fatte di sudore e sangue, come le nostre, hanno lentamente subito quando si è deciso di innalzarli agli onori degli altari?
Perché, stando all’effettività della storia, uno non diventa mai santo da solo: e non semplicemente nel senso che la santità è un dono di Dio, che uno per diventare santo deve aver avuto genitori santi, ecc… ecc… ecc… Ma molto più concretamente, perché, per finire sul calendario, ciascun santo ha avuto bisogno di almeno un altro uomo che gli riconoscesse questa sua santità.
In altre parole: chi ha vissuto accanto a quegli uomini e a quelle donne che noi domenica ricordiamo come i santi e le sante della storia della Chiesa, non può averne ricevuto il rimando asettico che spesso le loro storie – riviste e corrotte da chi le ha redatte – suscitano in noi. Questi sono uomini e donne capaci di dare la vita, di pensare modi inediti di vivere il vangelo, di scontrarsi con le gerarchie, di essere lasciati soli, di smuovere la coscienza di intere generazioni (pensiamo all’immensa diffusione della proposta di vita di san Francesco, con lui ancora vivente; o al pullulare di monasteri carmelitani riformati con santa Teresa di Gesù; o all’adesione alla cura per i giovani suscitata da san Giovanni Bosco, per citare solo i più famosi)… Nelle diversissime modalità della loro santità, questi sono quindi uomini e donne che hanno creato intorno a sé fervore e passione, ardore e coraggio, amore e dedizione… almeno in quelle persone che – alla loro morte – hanno iniziato a dire: “Questo merita davvero di essere additato come esempio di vita cristiana”…
Tra l’altro – come sta a ricordarci il vangelo delle beatitudini di Mt 5 («Beati i poveri in spirito… Beati gli afflitti… Beati i perseguitati per causa della giustizia) – non perché risultassero “riusciti” (quanti sono morti soli, uccisi, senza vedere i frutti del loro spendersi… quanti hanno indossato stracci, dormito per strada, saltato i pasti… quanti sono stati incompresi, reietti, processati…), ma perché – guardati dall’impensabile sguardo amoroso di Dio – hanno iniziato a guardare con gli stessi occhi anche la gente e il mondo… e qualcuno se n’è accorto…
Infatti, quando Gesù chiama beati quelli che ha di fronte e attribuisce tale “titolo” ai diseredati della terra, sta dicendo qualcosa di molto lontano da quello che le rivisitazioni e agiografie pie dei santi ci insegnano… e sta invece dicendo qualcosa a cui le vite reali di questi uomini e donne che noi chiamiamo santi, si approssima molto: nelle beatitudini infatti Gesù sta presentando il mondo come Dio lo vede…
Il problema infatti sta tutto nella logica che conduce a chiamare uno “santo” o “beato”. È evidente che se per me “beato” è uno che ha tanti soldi, sto usando una logica diversa che se chiamo “beato” uno che di soldi non ne ha nemmeno mezzo… così come è diversa la prospettiva di chi chiama “santo” uno che passa l’esistenza a mortificare le sue passioni, rispetto a quella di chi attribuisce tale qualifica a uno che si dedica ai drammi dei derelitti della terra…
In questo senso, non possono avere alle spalle la stessa logica, i santi presentati nei nostri calendari, con i beati che sta individuando Gesù sulla montagna… Ma la domanda vera è: i santi veri – non il racconto della loro vita che ne hanno fatto poi – assomigliano di più alla logica di Gesù o a quella del calendario? E soprattutto perché si è preferito portare avanti la prospettiva “da calendario”, nel raccontare le loro vite, piuttosto che quella evangelica, che invece incarnavano (preferenza che nessuno può negare e che sarebbe immediatamente dimostrabile uscendo per strada e intervistando sul concetto di “santità/beatitudine” le prime persone che si incontrano)? Perché, cioè, si è preferito l’ideale stoico a quello del discorso della montagna?
Forse perché ad un certo punto insegnare che per Gesù (dunque per Dio) “beati” fossero gli incompiuti è sembrato davvero troppo paradossale; troppo difficile da comprendere; troppo immorale da proporre… si è di certo pensato che Gesù, lì, ragionasse “per iperbole”, che usasse cioè queste categorie estreme, per dare invece ben più applicabili consigli morali… e pian piano si è iniziato a depotenziare – quasi senza accorgersene – il carattere eversivo della proposta evangelica.
Gesù infatti, con quel suo discorso, ben più che dare consiglietti morali, voleva invece rompere con la logica mondana, per cui i “beati” sono i ricchi; ma anche con la logica religiosa, per cui i “beati” sono gli irreprensibili, gli stoici, gli im-passibili, i pii… esattamente quelli che invece tutti abbiamo presenti perché continuamente ripresentati su quelli che – non a caso – si chiamano “santini”… quegli uomini e donne con l’aureola, il giglio bianco e le mani congiunte in preghiera…
Gesù cioè, sia verso il mondo, sia verso la religione (che è solo una riproposizione indorata/incensata della logica del mondo), ha rotto con la prospettiva per cui “beato” è chi riesce a tirarsi fuori dalla condizione umana: o perché – mondanamente – è fuori dalla viscosità fangosa in cui stanno gli altri (i ricchi, i potenti, i dominatori…); o perché – spiritualmente – si “elevano”, cioè si tolgono dalla condizione in cui tutti gli altri si trovano (gli asceti, gli eremiti, i sacerdoti…).
Per lui piuttosto, “beati”, sono coloro che nella loro condizione umanamente umana ci stanno; coloro che non vogliono tirarsi fuori da ciò che sono; che non vogliono essere ciò che non sono; essere dei per dominare sugli altri. Ma che riconoscono che nel loro essere uomini e donne non manca niente per essere beati!
E Gesù ha creduto talmente questa cosa, che lui –che era Dio – si è immerso in questa umanità umana… insegnando all’uomo che per fare l’uomo non c’è bisogno di diventare dio; e che “essere Dio” – quello vero – vuol dire far essere l’uomo, uomo!
E i santi sono santi precisamente perché hanno colto ed incarnato questo! Non perché erano “santini”, come voleva ridurli una certa prospettiva ecclesiastica, che in questo modo disinnescava il detonatore della proposta evangelica di Gesù che metteva in discussione il loro essere fuori dalla storia, sopra gli altri; ma perché – immersi nella storia del loro tempo – l’hanno saputa guardare e abitare con lo sguardo del Padre.
Una moltitudine innumerevole… e gridavano: la salvezza vien da Dio… e dall’Agnello!
Vorrei tentare di trovare una risposta a una grave domanda che ci vien posta dal nostro tempo: «È possibile esser santi oggi?» e se sì: «Qual è la forma di santità possibile nel nostro tempo?». Comincio col precisare il concetto di santità e di santo, seguendo, naturalmente, quello che l’esperienza vissuta del Mistero divino può dirci. In tutti i tempi si è sempre ritenuto che Dio potesse compiacersi di qualche mortale, colmarlo di doni e favori speciali, così da separarlo dai suoi simili e da porlo in una situazione più vicina a Lui stesso. Anzi, si finì per ritenere il prescelto come un valido intercessore presso la divinità; si pensi, per rimanere nell’ambito della nostra religiosità, alle figure di Abramo, di Mosè, di Elia.
Questa scelta fatta da Dio nei confronti di un mortale fu chiamata santificazione, e santità la qualità peculiare che lo rendeva differente, separato, in una posizione di privilegio, dai suoi simili. A seconda dei tempi, delle idee religiose, le qualità che rendevano preferito un mortale di fronte alla divinità sono differenti. Uno Sciamano è differente da un Profeta, uno Stregone da un Santo indù; con il raffinarsi dell’intelletto d’amore, del senso morale, il concetto di santità fu individuato nella virtù, nella dedizione all’affermazione dei diritti dello spirito sopra la materia, nello sforzo costante e tenace per esprimere più e meglio l’interiore somiglianza divina, impressa in ogni uomo come un sigillo di predestinazione. Vale a dire: l’uomo deve compiersi in Dio, deve ascendere a Dio per poter assumere fino a Lui la materna materia. La santità è perciò la separazione dalla natura bruta. L’uomo è per sua natura predestinato alla santificazione e alla santità. Lentamente, ma sicuramente, assurgerà ad esse, anche suo malgrado. «La parola di Dio non torna alla sua sorgente senza aver recato i suoi frutti» (Is 55, 10) [G. Vannucci].
… l’uomo – dunque – deve compiersi in Dio, deve ascendere a Dio per poter assumere fino a Lui la materna materia nella quale è nato e cresce… Che lo sappia o meno, questo è l’anelito che lo preme da dentro, che non lo lascia in pace, che lo spinge a cercare fuori di sé (che non è altrove dall’intimo di sé) ciò che soddisfi il suo desiderio senza confini. Bisogna che si accorga e si convinca attraverso dolorose frustrazioni, che nessuna “materia”, fatta di spazio e di tempo e di energia, nessun oggetto, neanche vivo e umano come lui, può chiudere l’orizzonte della sua fame di essere … perché bramerà sempre altro ancora, e dopo ancora altro, e ancora più compiuto. Una tensione viva e incoercibile sgorga dalle sorgenti profonde dell’uomo di carne e materia e lo affama di trascendenza o di ascesa o di compimento di sé. Alla responsabilità del singolo, ma in comunione intensa e solidale con ogni vivente, Gesù ha annunciato, davanti ad una folla di gente povera e semplice, le sue BEATITUDINI, le linee guida per leggere la santità nella storia, impregnate del lungo cammino biblico, ma inestirpabili dal cuore pur devastato di ogni uomo. Ed ha così sconvolto per sempre ogni schema o modello religioso o filosofico di “santità”! Queste situazioni esistenziali scelte o accolte sono adesso la “santità” nel Regno del Padre, che abita e si respira nella storia. Non sulle vette del pensiero o della ascesi eroica, ma dentro lo spessore pesante dell’umile storia delle faccende e sofferenze quotidiane sta il crinale basso dove si incontrano o si scontrano le scelte operative, le relazioni affettive, religiose, politiche, sociali, educative, professionali … di umilissima qualità divina, proposte da Gesù e inventate e suggerite dal suo Spirito dentro la nostra vita. Riguardano tutti noi fragili e incompiuti … ma sono l’augurio del Padre che ci coinvolge nel suo progetto di pienezza donata, sono le sue congratulazioni per la strada intrapresa, sono la sua empatia per le situazioni di dolore redentore. E dentro di loro che emerge l’invincibile spinta propulsiva del bene (o dell’essere), nel cuore dell’universo, ma soprattutto – data la sua consapevolezza e la sua libertà di unico vero interlocutore di Dio – nel cuore dell’uomo, come benevolenza del Padre, che vuole salvi, cioè “compiuti”, tutti i suoi figli, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. Una benevolenza operativa che, nel cammino del tempo, ci preme dal presente al futuro, dal desiderio al compimento, dalla sofferenza alla pienezza della gioia. Da qui provengono le beatitudini! Seme e fermento, dono e conquista, profondamente umane e dono inaccessibile alle sole nostre forze … Le condizioni fertili della vita storica dell’uomo, secondo Gesù, che le ha sperimentate nella sua vita e ne ha fatto la proposta esistenziale per i suoi discepoli, non solo per sé (non è possibile una compiutezza per sé senza amore di relazione), ma per un coinvolgimento di salvezza di tutto il mondo: L’ardente aspettativa della creazione, infatti, è protesa verso la rivelazione dei figli di Dio. La creazione infatti è stata sottoposta alla caducità – non per sua volontà, ma per volontà di colui che l’ha sottoposta – nella speranza che anche la stessa creazione sarà liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo infatti che tutta insieme la creazione geme e soffre le doglie del parto fino ad oggi. Non solo, ma anche noi, che possediamo le primizie dello Spirito, gemiamo interiormente aspettando l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo (Rom 8,19ss).
… ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato.
Questa attesa di tutto l’universo, che attraverso la redenzione del corpo dell’uomo, spera nella propria liberazione, è dunque scandita dalle Beatitudini. “Santo” (cioè, nel vangelo, discepolo di Gesù!) è colui che si apre ad esse, perché in lui è scoccata la scintilla “divina”, la mozione dello Spirito che animava Gesù, il germe della seconda nascita, il punto impercettibile di contatto con l’assoluto, di cui magari neppure s’accorge, mentre si libera dalla paura di morire, propria della carne, con tutti i suoi residui di egocentrismo competitivo e aggressivo che la natura e la cultura del mondo in cui siamo cresciuti ci ha istillati, come legge universale di difesa armata della propria vita. Seguire Cristo vuol dire tendere ad una giustizia differente da quella della carne e del sangue. Esistono infatti due giustizie: quella della materia (o ‘carne’, direbbe S. Paolo) che è la legge del taglione, sempre comunque la sopraffazione del più forte; e la giustizia del cielo (quella del Padre), che è lo slancio dell’Amore, che reinventa le relazioni dell’uomo nella storia: la via crucis feconda delle beatitudini. Non è una via per specialisti della mistica o dell’ascesi: il regno di Dio è il rovesciamento radicale e quotidiano del mondo in cui viviamo, dover domina il “Principe di questo mondo”, che ne fa il regno del potere omicida di Mammona. Tuffarsi nel primo vuol dire emarginarsi dal secondo, dove il “cittadino” del mondo è invece accolto e applaudito. Non vi è legge, devozione, penitenza, virtù, non vi è miracolo che muti questa dinamica. Il vangelo di Gesù è micidiale per le forme mondane, che quindi reagiscono e si oppongono, come dice l’ultima beatitudine. E, addirittura, la sconfinata libertà che Cristo ci ha donato, il rifiuto di adorare e onorare gli idoli di questo mondo sarà considerata un’ingiuria al buon senso o addirittura all’ordine costituito.
Chi sono costoro… avvolti in veste candida?
Oggi il santo è chiamato alla solitudine del suo interiore laboratorio, ove può sperimentare che la trasfigurazione spirituale del corpo e la corporificazione dello spirito non sono un concetto ma una possibilità. Orgoglio? Più probabilmente coraggio e fedeltà al divino che è in ogni uomo (Vannucci). Le Beatitudini segnano il cammino del laborioso travaglio che ci porta all’assunzione della materia nella dinamica gratuita e creatrice dello Spirito. Raggiungere la santità significa ripartire dalle profondità interiori spesso intricate, ferite e poco conosciute, di ogni uomo e di ogni sua relazione. Perciò la costruzione instancabile di tessuti di fraternità è il necessario complemento della personale ricerca interiore. Lavoro faticoso, non conosciuto da altri che da Dio, lavoro di discesa nei propri personali inferi, perché l’Uomo vero risorga in ognuno. Chi sente l’appello a quell’aggiunta di apertura all’essere che è la santità, deve inoltrarsi per la via della sua personale liberazione, con generosità, senza speranza o desiderio di ricompensa alcuna, se non il dono di poter giungere alla perfetta statura di Cristo: l’Uomo vero. Il premio è il compimento perfetto dell’opera, nella libertà sconfinata e consapevole dei Figli di Dio che, partecipando all’esistenza, se ne sentono indipendenti, che, di fronte a tutte le sollecitazioni di intrupparsi sotto qualche vessillo, rimangono se stessi, liberi da ogni richiamo idolatrico, promotori di una nuova storia che questa nostra che viviamo non riesce a contenere – e durerà per sempre: … chi sono costoro, e da dove vengono?... «Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello. Per questo … Colui che siede sul trono stenderà la sua tenda sopra di loro. Non avranno più fame né avranno più sete, non li colpirà il sole né arsura alcuna, perché l’Agnello, che sta in mezzo al trono, sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti delle acque della vita. E Dio asciugherà ogni lacrima dai loro occhi».
giovedì 30 ottobre 2008
…i santi senza calendario!
Il vangelo invece ci parla di santi “incompiuti” – che proprio nella loro incompiutezza e piccolezza (o anche peccato e miseria), sono santi, non per quello che hanno fatto o non hanno fatto, ma perché immersi nel mare della benevolenza di Dio.
Santi di un tipo nuovo, inventato da Gesù di Nazareth, che camminando e predicando il suo Vangelo e compiendo gesti di misericordia e guarigione lungo le strade e i villaggi della Galilea e dintorni, fin verso Gerusalemme (dove l’hanno ucciso), ne raccolse folle intere, con grande meraviglia e talora scandalo dei benpensanti. I quali non si rendevano ragione di come – tirandosi dietro tutta quella gente (compresi “pubblici peccatori”, prostitute, impuri, stranieri, donne, bambini…) – senza neanche insegnargli i gesti religiosi e rituali della preghiera, delle purificazioni e dei digiuni - finiva per screditare la vera religione. La frattura con la mentalità ortodossa corrente dei capi, dei sacerdoti e dei teologi, arrivò al punto che congiurarono di ucciderlo. Ma lui continuava a sostenere “un criterio di santità” completamente diverso… che consiste nello sguardo di amore e compiacenza che il Padre (Dio) ha per i suoi figli – comunque siano, anzi ancor più proprio quando sono nel bisogno e nel peccato! Privilegiati nella loro incompiutezza. Come un medico, che si dà da fare per i malati, non per i sani! “…una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua”.
Ecco l’elenco nuovo dei santi di un calendario universale (laico): che sono dichiarati “beati”, con un giudizio radicalmente rovesciato rispetto al sentire comune - anche degli stessi interessati, che non gli sembrava vero d’esser dichiarati “beati”. E chissà che faccia sbalordita, a sentirselo dire e ripetere da Gesù!
“Beati!” sono dunque (secondo Gesù!) tutti quelli … che gli mancano le cose essenziali per vivere, spesso afflitti, non gli rimane che piangere, ma mantengono occhi così trasparenti che vedono il bene anche dove c’è solo male. Riescono a restare inermi e indifesi nelle violenze, senza vendicarsi. Implorano giustizia, pace, consolazione e invece soffrono ingiustizie, persecuzioni, maltrattamenti... e morte.
Ecco, la morte! Con tutte le tribolazioni che la precedono, nella vita normale della gente comune, la morte, come sofferenza (incompiutezza struggente di tutta la vita…). La morte è, forse, il grande lavacro di ogni peccato e debolezza, nella misericordia del Padre. Il quale ci promette, appunto, nel vangelo di Gesù, di accogliere ognuno nella sua tenerezza paterna, già anticipata nell’impregnare di “beatitudine”, fin da adesso, le nostre sofferenze e fragilità terrene.
La versione umile della fede, accessibile a tutti, che ci fa tutti santi di questa santità in regalo, è fatta di SPERANZA. Tanto è vero che tutte le beatitudini sono al futuro (meno la povertà, che è già, qui adesso, il suo Regno!). Sono situazioni, dunque, sotto il segno della speranza. È la speranza, garantita da Gesù, di essere guardati bene da Dio (con compiacenza: “beati voi!”). Guardàti bene, anche se deboli e peccatori (e nient’affatto guardàti male e giudicati e condannati, come ogni religione insegnava prima di lui). Ma non è uno scampolo di santità per gente di seconda scelta, non è una svendita a poco prezzo. L’amore è sempre “regalo”, di natura sua, perché non ha prezzo: è troppo prezioso! La benevolenza di Dio è in regalo, ma ha un’esigenza “difficile” per l’uomo normale. “Semplice”, invece, per i piccoli e poveri in spirito. Esige la rinuncia a salvarsi da sé e il totale affidamento a lui! Anche Gesù si è salvato così (…nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche con forti grida e lacrime a colui che poteva liberarlo da morte e fu esaudito per il suo pieno abbandono a lui! Eb 5,7). E grazie a lui, anche Maria e le altre donne… I discepoli, invece, hanno fatto una fatica immensa a cedere… e non ci hanno creduto. E così l’hanno tradito per presunzione, oltre che per debolezza. Poi si sono ricreduti. Ma proprio con la consegna totale di sé alla misericordia del Padre, Gesù ci ha riconciliati con lui e dunque ci ha davvero “beatificati” dentro, già adesso in questa nostra vita tribolata, ma a lui sorprendentemente gradita (beati!).
Queste beatitudini ci hanno ridonato la speranza: speriamo di credere (cioè di essere fedeli) – speriamo di sperare – speriamo di amare. Anche se … per adesso – noi “incompiuti” – siamo solo un germoglio di credenti. Balbettiamo la nostra fede, che è troppo piccola per riuscire a parlare con Dio, da soli. Già nella nostra esperienza umana, però, viviamo un poco questa dinamica di cui parla Giovanni, nella sua prima lettera. Gli incontri belli e fecondi della nostra vita (di fratelli e sorelle, figli, sposi, padri, madri, innamorati… amici) sono quelli che ci fanno uscire da noi stessi, esplicitando le potenzialità migliori che avevamo dentro… Gli incontri brutti sono quelli che ci fanno diminuire, ci sfigurano, gelano le nostre speranze ancora in bocciolo e i nostri desideri di amare ed essere amati… Così avverrà-(vuol dire Giovanni) , quando gli saremo di fronte … sarà l’incontro più bello! Appena lo vedremo direttamente (a tu per tu : chissà come?), e ci rivolgerà la sua parola, ciò che adesso è in germoglio, come imploso, fiorirà, anzi esploderà. Si espliciterà ciò che già adesso siamo, come scoprire dentro di noi un racconto inedito, che avremmo voluto vivere. E allora “noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”: il contenitore affettuoso di tutto le nostre speranze.
Questo desideriamo e crediamo … anche per i nostri cari che sono morti, che non sono tanto diversi dai “santi” di Gesù, e dunque non sono andati a finire rinchiusi in qualcuno dei recinti previsti dalle etichette delle nostre affannate teologie (sheol, limbo, purgatorio, inferno… paradiso).
Quando, dunque, “noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è”, per tutti finalmente apparirà chiaro quello che, fin dall’inizio, diceva Gesù : e cioè, che il criterio unico di santità non sta tanto nei nostri sforzi (per quanto segno di buona volontà) ma nella misericordia senza limiti del Padre, che ci ha mandato Gesù proprio perché non eravamo capaci di farci santi da soli. Sia per chi lo conosce che per chi non lo sa.
Questa è davvero una “buona notizia”!
sabato 18 ottobre 2008
La bellezza dei semplici

Luigi e Zelia avevano entrambi pensato alla vita religiosa, prima di incontrarsi e di sposarsi il 12 luglio 1858. Cristiani ferventi, ebbero nove figli, di cui quattro morirono nei primi mesi o anni di vita. Nel 1865, Zelia fu colpita da un cancro, ma non per questo rinunciò a nuove maternità; all'età di 41 anni diede alla luce l'ultimogenita, Teresa, che aveva poco più di quattro anni quando la madre morì. Luigi seguì la crescita umana e spirituale delle figlie e diede il suo consenso alla loro vocazione religiosa. Nel 1888, iniziò per lui la prova di una malattia, durata fino alla morte. La quotidianità più semplice e, se si vuole banale, è quella domestica, della propria casa, della propria famiglia: padre, madre e prole. Un ritmo che batte intenso lo scorrere del tempo e delle giornate. L'esperienza della vita, dell'esistenza che inizia e che si conclude, donando a ciascuno un volto, un'educazione, un sentire specifico per cui si può dire "noi".
"Noi" Martin appunto. Luigi e Zelia e una schiera di bimbi, purtroppo con sole cinque figlie sopravvissute all'alta mortalità infantile di allora. Borghesi lavoratori: orologiaio e gioielliere lui, imprenditrice lei. Orari precisi, commerci da sviluppare. Zelia, donna dalle mani d'oro, aveva appreso un famoso punto detto Alençon, un traforo di pizzo straordinario. Non si accontentava però di produrlo, era capace di farlo produrre da una serie di operaie a domicilio. Per sé riservava la parte più ardua: unire i diversi pezzi senza che le cuciture risaltassero all'occhio. Lavoro massacrante e "detestato" perché sottraeva energie, ricercato però perché educare e accasare ben cinque figlie non era impresa da poco, neppure nella seconda metà dell'Ottocento.
Luigi, pur lui uomo dalle mani d'oro, prosperava con il suo negozio, coltivava l'hobby della pesca e dei viaggi. La richiesta però del pizzo l'indusse a diventarne l'incaricato delle vendite (così viaggiava ancora!!) e il conto in banca dei Martin si ingrossava notevolmente. Una bella casa, una domestica, qualche vacanza al mare, gli "status symbols" della vita borghese si notavano tutti. Eppure, in questo contesto, così ovvio e scontato, vibrava ben altro: il centro della vita dei genitori era il loro amore radicato nell'Amore di Dio. Non era il succedaneo della domenica o delle feste, quel tocco natalizio e pasquale che, via, allora non poteva mancare nella Francia cattolica. Era atmosfera, aria che si respirava a pieni polmoni. Senza costrizione, senza rigore, con piena e sovrana libertà: Luigi rideva e giocava con le sue bimbe, Zelia a fatica si separava da lui durante le vacanze al mare. In casa risuonava il canto della bella voce di Luigi, il chiacchiericcio delle piccole, i loro bisticci infantili presto corretti e riportati alla pace. I rapporti umani, solidi e veri, erano il terreno più fecondo perché l'amicizia di Dio pervadesse tutto. Niente di strano che da questo piccolo ambiente scaturisse la grande santa Teresa di Gesù Bambino.
Un quotidiano portato a santità, un quotidiano vissuto nella relazione con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, senza forzature ma con piena riconoscenza e adesione.
Spesso i genitori chiedono: come fare a trasmettere la fede ai figli? Talvolta, diventa un interrogativo dilaniante che si scontra con il muro del rifiuto opposto proprio da chi nella vita è più caro perché gli si è data la vita stessa. Luigi e Zelia forse non se lo sono mai chiesto, semplicemente hanno vissuto la loro testimonianza. Teresa scrive di non aver mai avuto bisogno di imparare a pregare, le era sufficiente guardare il volto di suo padre orante per capire come pregavano i santi. E non si sbagliò, neppure in questo! Santi entrambi i genitori, santi nel vincolo del matrimonio, del loro reciproco affetto.
Una società, per molti aspetti, sdolcinata e legata a forti condizionamenti borghesi, illuminata dalla luce del Vangelo, avrebbe prodotto il frutto della semplicità più rara: una coppia di amanti, di genitori attenti, di cristiani volti al servizio di chiunque avesse bisogno. Prestare ingenti somme, intaccando il capitale in banca per soccorrere qualche persona caduta nell'indigenza, non è una decisione facile, neppure per un single, figurarsi per una famiglia con cinque figlie! Alzarsi in tempo per la prima messa delle 5 e 30, malgrado il cancro divorante che per ben 12 anni annientò il fisico di Zelia, senza per questo sottrarsi a nessuno compito lavorativo ed educativo, non è "normale". Prestarsi nelle mansioni più umili (in concreto: svuotare i pitali della famiglia!) era per Luigi compito onorevole, quanto l'Adorazione notturna e un bel viaggio/pellegrinaggio. Temperamento coraggioso e irascibile il suo, eppure reso mite dalla grazia: lo si vedeva arrossire ma non trascendere. Quanto gli costò separarsi da Zelia e rimanere solo con cinque giovani figlie, lo dissero le lacrime copiose; decise anche, generosamente, di lasciare Alençon, dove aveva cari amici ed era stimato, per avvicinare le figlie alla cognata a Lisieux.
Luigi e Zelia: il volto feriale, borghese, di una coppia trasfigurata dall'Amore e divenuta festa di santi.
domenica 6 luglio 2008
I peccati di Messori
Leggo a pg 23 del Magazine – Corriere della Sera del 12 giugno 2008, uno scritto di Vittorio Messori che riporto integralmente:
«La lezione del card. Martini
Peccati Vaticani di Vittorio Messori
Che scandalo per il Vaticano! Che coraggio il cardinal Martini! Che scoop per il quotidiano che ha pubblicato la notizia. Predicando gli esercizi spirituali al clero, l’arcivescovo emerito di Milano si è lasciato andare a una rivelazione: i sacerdoti cattolici non condividono il privilegio mariano della esenzione dal peccato originale. Dunque, anche i preti possono peccare, essi pure sono a rischio di invidie, gelosie, mormorazioni, vanità, carrierismo. E talvolta cedono a simili sirene. Insomma, i miti vanno una buona volta sfatati: persino chi ha ricevuto gli ordini sacri può cadere in qualche mancanza. Ironia, ovviamente, la nostra.
Ma giustificata e un po’ amara: spiace, in effetti, constatare che si dia tanto risalto a ciò che sin dai tempi del Concilio di Trento costituisce il tema obbligato di una giornata di predicazione ai ritiri del clero: le colpe dei consacrati. Ma, ancor prima, nei secoli dei grandi Padri classici e dei grandi Spirituali medievali era continua l’insistenza sulla Ecclesia immaculata ex maculatis, la Chiesa santa malgrado i suoi uomini (e donne) peccatori. Una novità? Sì certo, ma antica come il Nuovo Testamento.»
I rimandi
Confrontate lo scritto con l’articolo a cui “si” risponde Messori (nell’anticattolico giornale Repubblica.it e pubblicato anche nel blog); notate le parole (che ho messo in evidenza) che relativizzano il tutto… Aggiungete che, guarda caso, in un modo o nell’altro, c’è di mezzo il solito Cardinal Martini… notate infine che il finale sembra quasi un invito ai giornalisti a un comportamento omertoso, infatti sembra dire: “suvvia non sono notizie di cui devono occuparsi i giornalisti!”… E fatevi la vostra opinione, io qui do la mia, alla luce del Vangelo, come quello propostoci dalla liturgia in occasione della festa di san Tommaso apostolo (Gv 20,24-29).
Tornando al Vangelo
La Parola di Dio si sa è inesauribile, questo quindi ci aiuta di farne emergere di volta in volta aspetti che sappiano aiutarci a dare un significato nuovo alla storia sacra che stiamo vivendo…
In riferimento a questo brano evangelico, possiamo quindi porci questa domanda: Qual è il problema di fondo?
L’alleanza tra Narciso e Prometeo
Il problema di fondo è che ciò che fa fatica alla fede è cogliere in modo adeguato la “relazione”, la “connessione”, tra il Risorto e il Crocifisso! È questo, ieri come oggi, che fa problema esistenzialmente! Che è in fondo la vera questione della fede in Cristo!
Mi spiego: tutti i cristiani credono e proclamano che il Figlio di Dio, si è fatto uomo in Gesù di Nazaret detto il Cristo, patì sotto Ponzio Pilato, fu Crocifisso, è morto per la nostra salvezza ed è Risuscitato dai morti e siede alla destra del Padre e che tornerà nella gloria, ecc. Tutte cose, e altre ancora, che proclamiamo nel “Credo” ogni domenica come una cantilena…
Ebbene sembrerà strano ma questo oggi non fa problema, come non fa grande problema credere alle stimmate di Padre Pio, ai miracoli di Lourdes, e a ogni cosa che in qualche modo per quanto ci affascini non cambia la nostra vita più di tanto… Nella “storia che ci è data di vivere”, il nostro agire concreto, in campo economico, politico, sessuale, relazionale, ecc., non ne è assolutamente “sconvolto”, al massimo si aggiunge qualche preghiera in più, qualche pellegrinaggio o offerta in più, penitenza e digiuni compresi… Cose santissime e rispettabili certo ma per cui il nostro modus vivendi non è per niente chiamato a cambiare, a fare metànoia… e lo sguardo sulla realtà non cambia radicalmente.
Come a ben vedere non cambia più di tanto il “sapere” che Gesù Cristo una volta morto sia tornato in vita, dopotutto se credi che Gesù è Dio… ci mancherebbe altro che Dio non possa risuscitare…
Si può quindi continuamente “credere” alla Risurrezione di Cristo, ai miracoli, e continuare a non-credere che sia possibile un mondo di pace, che sia possibile convivere con i rumeni e i rom, che sia possibile cambiare la società italiana (e del mondo) rendendola più accogliente, aperta, multietnica e multireligiosa e pulita e onesta, ecc., ecc., e proprio per questo più sicura: Sicura per amore e non per forza (che poi la rende ancor più insicura) mettendo poliziotti (e militari) in ogni quartiere del paese o armando ogni cittadino (come il cristianissimo Stati Uniti d’America docet!). E questo perché?
Perché il “senso religioso” dell'uomo, crea idoli che non convertono nessuno in quanto proiezione del proprio “io”, in quanto forma sublime del proprio narcisismo che si fa prometeico pur di diventare un dio.
La Croce come forma della Risurrezione
Occorre quindi ricominciare dal Vangelo e, come insegna l’episodio di Tommaso, scoprire che il problema umano non è riconoscere Dio, ma riconoscere quella “forma divina” che si manisfesta in Gesù di Nazaret, e cioè, riconoscere che «Il Risorto è il Crocifisso!»...
Quello che fa problema alla comunità di Giovanni (o chi per lui) e a noi, è che il Risorto è il Crocifisso: non solo sono la stessa persona, ma sono all’interno della stessa “economia” salvifica. L’una non cancella l’altra, ma l’una rimanda all’altra, perché l’una “è”, in qualche modo, l’altra… Il passaggio dal Crocifisso al Risorto è più facile (forse perché più predicato), ma non è autentico se non si fa anche il passaggio contrario (basta vedere tutte le deviazioni doloristiche di una certa ascesi cristiana). E cioè non solo “il Crocifisso è risorto” ma anche che “il Risorto è crocifisso”, insomma il Risorto è tale perché si è lasciato crocifiggere! Anzi la Croce l’ha “agognata”!
Ecco perché nel Vangelo di Giovanni, la crocifissione “coincide” con la risurrezione: è morendo corporalmente sulla Croce che il Cristo entra corporalmente vivo (Risorge) nella gloria del Padre!
Per Giovanni, “essere innalzato” e “essere glorificato”, coincidono: è dire la stessa cosa. Cioè la Croce è la forma della Risurrezione!
Giovanni lo aveva già “mostrato” nel racconto della Passione, dal “modo regale” di consegnarsi alla Croce di Gesù e di vivere la Passione, ora deve “mostrarlo” per così dire, anche dall’altro versante, dal versante del Risorto e mostrare come nel Risorto permangono i segni della Passione…
Ecco perché è importante il gesto di Tommaso: perché riconosce nel Risorto i segni del Crocifisso, riconosce nel Risorto la forma della Risurrezione di Dio, cioè la crocifissione. Riconosce nel Glorificato la forma della Glorificazione propria del Dio di Gesù di Nazaret (cfr il “Mio Signore e mio Dio!”). Il “mondo” infatti conosce ben altre forme di glorificazione. Ma solo quella della crocifissione di Gesù, è propria di Dio (e dei suoi figli)...
Il “togliere” la crocifissione dalla risurrezione è l’errore di fondo degli apologisti odierni privi di speranza (cfr Prima lettera di Pietro)… Infatti loro non danno ragione della speranza, vogliono solo impedire d’essere crocifissi, come se potesse esistere per il discepolo una resurrezione-glorificazione-santificazione senza viverne (“agognandola”!) la crocifissione (di per sé essa è possibile, ma solo secondo l’autodistruzione del “mondo”, non secondo il Padre)…
Di fatto la loro, al di là delle loro buone intenzioni (ma la logica del “mondo” è piena di buone intenzioni che riempiono la storia di cadaveri), rifiutando di vivere la crocifissione della Chiesa, ne “ritardano” la glorificazione, e in questo modo, separano la Chiesa (e la sua vocazione), dal Cristo (e la sua missione). Il Corpo dal Capo.
A ben vedere, è una forma di “apostasia culturale” in quanto rifiuta di cogliere la “logica” profonda che prende corpo nella persona di Cristo, almeno così come ci è trasmessa dagli Apostoli.
Non è un caso che gli Apostoli non abbiano mai omesso di parlare apertamente dei problemi e dei peccati delle proprie comunità cristiane e persino del proprio tradimento proprio per sottolineare insieme al ravvedimento-conversione in “cosa” effettivamente esso consista: “credere” nella logica dell’amore crocifisso, perché unica forma d'amore che salva il mondo. E lo salva perché appunto si lascia uccidere piuttosto che uccidere (si può “eliminare” il prossimo persino per amore!). Ecco perché Gesù “doveva” morire in Croce e noi con lui “dobbiamo” morire in Croce. Nella testimonianza apostolica, il ravvedimento infatti è reso “definitivo” solo dalla piena conformazione al Crocifisso nel martirio: e questa è la “testimonianza” del discepolo.
Non capire questo vuol dire non aver colto il cuore del messaggio evangelico e inciampare in molti altri “errori”, che come a grappolo, bombardano il cristiano distratto e ammaliato da tanta abile retorica.
La Chiesa vuota e impenitente
Tra i tanti, il più grave è quello che partorisce un’idea astratta di Chiesa (come ipostatizzata), separata dalla “storia dei suoi membri. La Chiesa santa da una parte e i suoi membri poveri peccatori dall’altra (notate quel “malgrado”)… In questo modo di parlare della Chiesa non solo si manifesta un’idea di Chiesa “vuota” (guarda caso proprio come le nostre chiese dove i fedeli sono altrove), ma anche ne consegue che “la Chiesa – in quanto Chiesa – non può chiedere perdono” e nessuno, nemmeno la Chiesa, può comunque “chiedere perdono per errori e/o peccati del passato di qualche suo membro peccatore” (e qui si contraddice persino la “comunione – nella buona e cattiva sorte – dei santi”).
Mentalità alquanto diffusa quest’ultima in ambito ecclesiale e teologico e giornalistico, ma che dimentica, tra l’altro, separando il Corpo dal Capo, che se Gesù Cristo ha chiesto perdono al Padre di peccati che non ha assolutamente commesso, (e quindi ha chiesto perdono anche a noi, perché l’amore del prossimo e l’amore di Dio sono inseparabili), ancor di più deve farlo il “ladrone” che li ha commessi, se vuole essere “buon” discepolo ed ereditare il Regno (cfr Beatitudini).
La santità come perdono
La santità della Chiesa cioè è la santità che nasce dal perdono di Dio Padre in Cristo e il perdono lo si accoglie riconoscendosi peccatori e perdonandosi a vicenda… Come ci insegnano ancora una volta gli Apostoli quando si rivolgono ai “membri” delle comunità cristiane da loro dirette chiamandoli “santi” e nello stesso tempo non esitano nella stessa missiva ad elencarne i limiti, errori e peccati…
L’«unica» missione
La missione della Chiesa quindi, non è quello di passare il tempo a difendersi dalle accuse (per di più a dir poco non infondate), sminuendo magari la portata dei propri “errori”, ma dopo essersi battuta il petto per i propri peccati (presenti e passati) apertamente e sinceramente nella Verità crocifissa, deve fare propri anche i peccati e le colpe di tutti coloro che il perdono non sanno o non vogliono domandarlo, anche e soprattutto di coloro che non la riconoscono inviata dal Padre e da Cristo per essere strumento di salvezza condotto dallo Spirito (amore crocifiggente tra il Padre e il Figlio e i figli)… La Chiesa, corpo di Cristo, solo così rende attuabile, nell’oggi della storia, la grazia del perdono possibile anche per ogni creatura… E realizza se stessa come inviata dal Dio.
La vera apologesi
Questo sì che è vera apologetica perché è andare “contro” la mentalità di questo mondo, facendo propria quella del Padre manifestatasi in Cristo-Capo. Ciò però domanderà un cambiamento di rotta radicale del modo di condurre oggi la barca della Chiesa, ma se non scendiamo dalla Croce, il mondo (e noi con loro) sarà “convinto in quanto al peccato” e per questo salvato (Gv 16,8ss; cfr anche 16,20ss).
martedì 30 ottobre 2007
i santi poveri
una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua.
… chi sono costoro? sono i “beati”! non già quelli ufficiali, che non erano scritti sul calendario, ma quelli di tutti i tempi, e di tutte le chiese e le razze e le lingue - dei quali, secondo Gesù, il Padre si compiace, come a rinnovare nella storia dei millenni, quella specie di benedizione gioiosa, che ripeteva nei vari passi della creazione: E Dio vide che era cosa buona! . Perché Dio, dalla sua postazione, vede la pienezza dello sviluppo futuro già dentro nell’istante minuscolo e transitorio del presente. Per questo, forse, le beatitudini hanno all’inizio, un titolo, per così dire: “beati i poveri!”. Perché in questa “mancanza di bene dovuto”, che è la povertà, in questa incompiutezza di umanità che aspetta, sta la caratteristica comune a tutti coloro che sono detti “beati” da Gesù.
Per cui sono anzitutto i poveri che ci danno, già adesso, in questo mondo, la chiave di lettura del Regno di Dio. Perché anche lui, qui, è povero, nascosto e impercettibile, ma presente… Beati i poveri, dunque, perché di essi è il regno dei cieli. A tutti gli uomini, quindi, anche a quelli incoscienti del mistero di salvezza in cui sono avvolti,… è annunciato (evangelizzato) che la loro povertà, la loro miseria e incompiutezza umana, non è una maledizione, ma è già impregnata dalla benedizione e dalla benevolenza del Padre, che appunto vede il futuro nel mistero di povertà del presente, e ci assicura che ha un progetto (un regno da costruire) con i poveri - che sono loro anzi, il suo progetto, cioè il suo Regno.
… Gesù, che vede la storia con il cuore del Padre, indica (al futuro!) per le varie specie di poveri il finale nel Regno… come andrà a finire! Non è come il premio che ci sarà dato solo dopo il traguardo, faticosamente raggiunto. La benedizione di compiacimento del Padre, è come un seme, già depositato nel cuore dell’umanità, un fermento gia impastato dentro il cuore degli uomini. Già adesso lievita la storia e dà senso e sostegno e consolazione al cammino del credente.
C’è grande solennità per questa rivelazione del segreto del Padre sulla storia degli uomini: salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava… La proclamazione che le sofferenze abbandonate, i desideri inascoltati, gli sforzi incompresi e sempre ricominciati, di bontà e di mitezza nella costruzione della pace e della giustizia, la misericordia che perdona sempre e comunque, la trasparenza del cuore e degli occhi … tutte queste situazioni di incompiutezza, di attesa operosa, di persecuzione gratuita… non sono l’ultima parola. Hanno già adesso, dentro di sé, un futuro di consolazione, di esaudimento, di beatitudine, appunto… fino a conquistare ed impregnare di mitezza e tenerezza e misericordia tutta la terra.
siamo già adesso, figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato
… un Padre così grande, immensamente buono, onnisciente e potente… ha dei figli così poveri? C’è qualcosa che non funziona nella nostra concezione… o di Dio o della nostra storia! Qualcosa che ci fa velo e non ci lascia vedere, secondo Gesù, la verità della “benevolenza compiacente” di Dio sulla nostra vita. Eppure, il Vangelo – la buona notizia! ‑ è questa : che noi stiamo andando verso un futuro in cui la nostra vera identità inedita, implosa, sarà pubblicata, si farà palese. Adesso non la conosciamo ancora! Ci sono però nel Vangelo le indicazioni profetiche di come saremo…i prodromi, i germogli, la preparazione tacita di ciò che esploderà in noi.
...sono le “beatitudini”, cioè il parere profetico di Dio sulla nostra storia! i poveri, gli afflitti, i miti, gli operatori di pace e di giustizia, quelli che seminano sempre misericordia, quelli che con la sopportazione dell’aggressività e delle prepotenze persecutorie sveleniscono le tensione e i conflitti … sono i rappresentanti di ciò che saremo. Sono la preparazione qui in terra di come sarà questo mondo nel mondo li là! Sono questi i “poveri santi” evangelici… non inquadrabili in modelli culturali stereotipati o consacrati, come quelli scritti nel calendario per la nostra edificazione. Quelli evangelici non è che siano da imitare, sono già in mezzo a noi, e noi non ce ne accorgiamo, se non di rado, ma sono “in condizione di santità”, pur sembrando solo… poveretti, come noi! Sono tutti gli sconfitti anonimi, umiliati dai prepotenti della terra, e non sono incattiviti. Hanno ceduto quanto gli spettava, per non litigare con i fratelli. Hanno taciuto, perché nessuno sarebbe stato ad ascoltarli. Le innumerevoli donne che nelle case, nei grattaceli o nelle capanne, hanno distribuito accudimento e tenerezza senza riceverne il contraccambio, i bambini che piangevano o ridevano, anche se nessuno li guardava… gli schiavi sfruttati da tutti, senza considerarli uomini… e lo stesso hanno dato mani, sudore e sangue… Il Signore dice che sono “beati”…
noi stessi siamo chiamati a vedere con questa luce la nostra vita.
C’è una parte di noi stessi che simpatizza già adesso per questa benevolenza del Signore che annuncia il nostro futuro, come vivessimo due livelli di vita diversi. Quella al futuro, seminata in noi dalla sua Parola e dai sacramenti della sua Chiesa… e quella della vita del mondo in ci viviamo, quando la logica della sopravvivenza e della competizione ci riprendono il cuore e riteniamo istintivamente beati quelli che sono “riusciti”, che si sono imposti nella competizione della vita… a costo di opprimere e lasciar per strada tante sofferenze… E ci è riproposta la domanda: vuoi essere uomo dell’attimo transitorio, che comunque è troppo corto per i desideri infiniti del cuore, e svanisce come l’erba del campo?! O invece vuoi essere uomo di eternità!? che si lascia segnare con il sigillo delle beatitudine sulla fronte, e lava le sue incerte e ambigue speranze nel sangue dell’Agnello, cioè nella parola, nella vita e nella morte e resurrezione di Gesù. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.
Non perché i cristiani siano dei pessimisti,
che vedono nel mondo solo la caducità e non sanno fare altro che rassegnarsi. Certo, non fanno del mondo e della cultura la ragione unica della loro vita, perché è troppo poco, e la promessa che è stata rivelata per loro e per tutti gli uomini è troppo più lunga di questo mondo. Ma sono ottimisti nei confronti del divino che è presente nel mondo (Bonhoeffer). Per cui sono sereni anche nella sofferenza dell’attesa, ma di una serenità che è pur sempre venata di malinconia, per l’incompiutezza attuale che fa soffrire tanta gente, e di nostalgia del futuro che ci è promesso. Convinti però che il mondo e solo il mondo è il luogo del loro lavoro, il campo di azione del Regno di Dio.
…tra questi santi ci sono i nostri morti,
gli innumerevoli anelli della catena della vita che è arrivata fino a noi, che ci hanno accudito, hanno camminato con noi … con le loro debolezze e fatiche, il loro affetto e il loro mistero “inedito”. Perché è proprio questo l’anelito o il gemito fondamentale di tutto il creato, che la morte ci sembra soffocare: il legame di relazione e di coinvolgimento incancellabile tra fratelli sorelle, piccoli e grandi, tutti affamati di amore e comunione. A loro ci lega indissolubilmente questa comunione che adesso, dalla loro parte, pensiamo già entrata nella luce. Hanno già sciolto il velo che copriva, sul loro volto, il disegno della misericordia del Padre, che ha asciugato le loro lacrime… Allora risplenderà la luce di questa promessa che ogni sofferenza per mancanza di amore in questo mondo, ogni povertà e miseria, è già accolta dal Padre nella sua misericordia. Vedranno faccia a faccia, che il segreto nascosto sotto la scorza dura della vita era già una beatitudine divina.
venerdì 12 ottobre 2007
Bonhoeffer (lett a Eberhard, 21 luglio ’44)

Per molto tempo non ho capito la profondità di questa contrapposizione. Pensavo di poter imparare a credere tentando di condurre io stesso qualcosa di simile a una vita santa. Come conclusione di questo percorso scrissi Sequela. Oggi vedo chiaramente i pericoli di questo libro, che sottoscrivo peraltro come un tempo.
Più tardi ho appreso – e continuo ad apprenderlo anche ora – che si impara a credere solo nel pieno essere-aldiquà della vita. Quando si è completamente rinunciato a fare qualcosa di noi stessi – un santo, un peccatore pentito o un uomo di Chiesa (una cosiddetta figura sacerdotale!), un giusto o un ingiusto, un malato o un sano –, e questo io chiamo essere-aldiquà, cioè vivere nella pienezza degli impegni, dei problemi, dei successi e degli insuccessi, delle esperienze, delle perplessità – allora ci si getta completamente nelle braccia di Dio, allora non si prendono più sul serio le proprie sofferenze, ma le sofferenze di Dio nel mondo, allora si veglia con Cristo nel Getsemani, e, io credo, questa è fede, questa è metànoia, e così si diventa uomini, si diventa cristiani. (Cfr. Ger 45!). Perché dovremmo diventare spavaldi per i successi, o demoralizzarci per gli insuccessi, quando nell’aldiquà della vita partecipiamo alla sofferenza di Dio? Tu capisci che cosa intendo dire, anche se lo dico così in poche parole. Sono riconoscente di aver avuto la possibilità di capire questo, e so che l’ho potuto capire solo percorrendo la strada che a suo tempo ho imboccato. Per questo penso con riconoscenza e in pace alle cose passate e a quelle presenti.
Dove siamo!
Il notro Eremo
previsioni meteo nelle nostre case
I più letti in assoluto
-
Aggiungo qui, per riconoscenza, una parte dell'email ricevuta, che mi ha stimolato a una risposta (che qui integro ulteriormente), che c...
-
Conosciamo il travaglio che la trasmissione di Fazio e Saviano ha, fin dai suoi albori, vissuto. Tanto è stato scritto e molto a sproposito....
-
Leggo su Repubblica.it di oggi: Lucca dice basta ai ristoranti etnici. Il nuovo regolamento del Comune (guidato da una giunta di centrodest...
-
...Storia di Gesù …i discepoli di Gesù, quelli che più da vicino ne avevano condivisa l’avventura del giovane maestro che percorreva i senti...
-
Nel frattempo continuo a ricevere (finalmente) delle email che riporto con le risposte anche qui (al posto del nome ci sono gli ***) così po...
-
Racconta Simpliciano in Minima episcopalia che, promosso vescovo del minuscolo resto della mitica Atlantide, al fine di esiliare ai confi...
-
Una bella bufera non c’è che dire, quella sui preservativi e c’era da aspettarselo… anche perché di una cosa si è certi ancora una volta si...
-
Sembra che qualcuno dopo la condanna per corruzione del signor (si fa per dire) Mills, stia gridando alla persecuzione e giochi a fare la v...
-
Rembrandt, Il cantico di Simeone , 1668-1669, Stoccolma, Nationalmuseum E' curioso come la pittura, arte visiva per eccellenza, abbia ...
-
Se qualcuno ha delle foto e vuole mandarmele, farà cosa molto gradita! Indirizzo email e postale, nel profilo dell'Eremo. Grazie! NB: T...
Relax con Bubble Shooter
Altri? qui