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mercoledì 4 luglio 2012

XIV Domenica del Tempo Ordinario


In questa Quattordicesima Domenica del Tempo Ordinario, la Chiesa ci propone una serie di testi biblici davvero pregnanti… Contrariamente al mio solito, vorrei però stavolta provare a lasciare un po’ nell’ombra il vangelo, per concentrarmi sulla seconda lettura, quella tratta dalla Seconda Lettera ai Corinzi, in cui Paolo afferma «affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina».

Questa espressione paolina è infatti troppo intessuta nelle mie viscere (e credo – proverò a spiegarlo! – nelle viscere di ciascuno) per lasciarla passar via… perché io credo di averla questa “spina”, anche se non la saprei ben definire, come quella di Paolo, rispetto alla quale intere generazioni di esegeti han provato a dire qualcosa senza arrivare a individuarla, nello specifico.

Ma il punto forse è proprio quello, che la “spina” che ciascuno ha, è talmente sua che – forse – la si può dire solo a mezza voce a qualcuno che magari, una sera, ti sta sdraiato accanto e ha voglia di ascoltarti le viscere…

Ma anche se non è “definibile”, “circoscrivibile”, se anche non la si può racchiudere in un concetto, quella di Paolo, come quella di ciascuno, credo meriti davvero di essere un po’ guardata, perché ci dice come siamo fatti e come questo nostro modo di essere determini in maniera strutturale e non contingente il nostro rapporto al Signore.


Paolo infatti dice che questa “spina”, gli è stata “data”…

Non credo che qui intenda questo passivo, in senso materialistico: non è che ad un certo punto Dio (o chi per esso) interviene nelle nostre piccole storie per inserire in maniera estrinseca (dal di fuori) una “spina”, un male… con un fine morale: «affinché io non monti in superbia»… cioè per ricordarci la nostra precarietà, a fronte della sua onnipotenza.

Credo, anzi, che quel «è stata data alla mia carne una spina», sia molto più “semplicemente” una presa di coscienza di un dato che la storia di ciascuno incontra: tutti, nel nostro costruirci come umani, ci intessiamo di una storia che nel suo dipanarsi segna sempre – nella carne (e quindi anche nello spirito) – una ferita…

Una ferita che è un po’ diversa da quella che ci possiamo fare quando ci tolgono il dente del giudizio, o ci tagliamo con una tazzina, o veniamo punti da un’ape… perché è una ferita che determina il nostro essere, che diventa non solo parte di noi, ma diventa noi, perché segna il nostro modo di stare nella vita, di amare, di decidere, di temere, di sognare…

Non voglio fare esempi, perché il rischio è quello di ridurre questa “spina” alla puntura dell’ape… Se infatti dicessi: “Un esempio di ‘spina’ potrebbe essere che c’hai il diabete che ti accompagna tutta la vita, o che ti viene la poliomielite a 5 mesi, o che ti si separano i genitori quando sei piccolo, o che cadi nel fuoco a un anno e ti rimane la faccia bruciata a vita, o che ti muore la mamma”, immediatamente la nostra testa risponderebbe: “Eh già… ma anche in tutte queste circostanze si può continuare a vivere (e non solo a sopravvivere, ma a Vivere), anzi si deve, si deve trasformare quella che lo sguardo altrui potrebbe leggere come una non abilitazione a vivere, come qualcosa invece nonostante la quale bisogna vivere!”.

E invece no!

Perché questa logica è una logica che salta la storia, che salta la carne (che – guarda caso – è proprio il contrario di quello che fa Dio in Gesù!); è una logica che “salta” appunto… che non assume, che non trat-tiene, che non considera che quella ferita non è come la puntura dell’ape, che mi lascia tale e quale a prima, ma che mi plasma e mi fa diventare ciò che sono, foss’anche un “non abilitato” alla vita dei “normali”.

Che poi chissà dove sono questi “normali”? Io non ne ho ancora trovato uno! Tutti, tutti li ho trovati con la “spina”!

E mi pare che Paolo vada anche lui in questa direzione… Ci prova – è la reazione di tutti – ad adoperare la logica che “salta” la ferita e infatti chiede a Dio per ben tre volte che gli tolga la spina («per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me»), ma poi coglie che non è così che il Signore ragiona: «Egli mi ha detto: “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza”».

Che non è la rassegnata considerazione di chi dice “Tanto non ce la farò mai a vivere, meno male che il Signore ci penserà poi lui, con la sua grazia”, quasi che la grazia sia un aiutino che ogni tanto ci arriva per colmare quel pezzettino in più che servirebbe e che noi non riusciamo a riempire… o quella forza misteriosa che trasforma i nostri fallimenti in riuscite…

Arrivare a dire “Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza” è piuttosto l’approdo ad una logica nuova, quella del Signore, quella per cui la debolezza, la “spina”, la “ferita”, il non essere abilitati alla vita perché a-normali, non è un’obiezione alla vita, ma anzi è la realtà, è la verità, è ciò che siamo, è il mio essere più intimo e più vero, quello che spesso nascondo e mi nascondo, ma che per tutta la vita non fa altro che aspettare qualcuno che lo veda e lo ami.

“Ti basta la mia grazia” è il prendere coscienza che è proprio quell’intimo lì, il già da sempre visto e amato dal Signore, Lui, che in ciò che io chiamo debolezza (e che temo e nascondo, perché penso mi renda in-abile) vede “semplicemente” me e mi sorride (questa è la grazia: che Dio mi guarda e mi sorride!).

Per questo Paolo conclude: «quando sono debole, è allora che sono forte»… quando sono debole è allora che sono (punto!). E che non nascondo più, non “salto” più, non fingo più.

In questo senso mi piace concludere ricordando l’altra frase che mi ha fatto sobbalzare delle letture di questa domenica, quella che il profeta Ezechiele ascolta da Dio: «Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli –, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro».

Un profeta – Ezechiele – che farà proprio questo: finché il popolo si sentirà (fingerà di essere) “forte”, lo sgriderà veementemente, ma quando la storia gli riconsegnerà la sua debolezza (il popolo andrà in esilio!) lo consolerà ricordandogli che il Signore non li ha abbandonati («Mi disse: “Figlio dell’uomo, queste ossa sono tutta la casa d’Israele. Ecco, essi vanno dicendo: ‘Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti’. Perciò profetizza e annuncia loro: ‘Così dice il Signore Dio: Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò’”. Oracolo del Signore Dio», Ez 37,11-14).

Io credo che proprio di questi profeti, abbiamo bisogno anche noi – popolo dalla testa dura! – di questi uomini di Dio che ci ricordino: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza»… perché non montiamo in superbia, cioè perché non falsiamo la verità della nostra identità… [non a caso “superbia” è il contrario di “umiltà”, che S. Teresa di Gesù, lontana anni luce dai nostri moralismi, definisce “la verità su se stessi”!].

venerdì 31 dicembre 2010

II Domenica dopo Natale: Ci ha scelti per essere santi e immacolati... nell’amore!

Eccoci giunti alla prima domenica del 2011, la seconda dopo Natale… e oggi, ho deciso di regalarvi una lectio un po’ meno formale del solito… cerco sempre di non esserlo troppo, ma oggi, vorrei proprio non esserlo.


E allora, inizio con una confidenza… sono ormai tre anni che faccio questo “mestiere”, di scrivere tutte le domeniche una riflessione sulle letture che la Chiesa ci offre: e siccome è ricominciato il ciclo liturgico, ogni tanto vado indietro a rivedere cosa avevo scritto tre anni prima e ogni tanto “attingo”… Forse qualcuno se ne sarà accorto, ma è stato così caro da non farmelo notare.

In occasioni come queste, poi, quelle in cui le letture non si ripetono ogni tre anni, ma ogni anno – come è appunto per il Tempo di Natale – il materiale su cui “sbirciare” è ancora maggiore…

Per cui – se qualcuno ha bisogno di una meditazione più sofisticata – vada pure a rivedere i miei scritti degli anni scorsi… Ma oggi mi va di fare così: lasciar perdere tutti gli “spiegoni” belli e necessari che andrebbero fatti e concentrarmi su un punto solo: la frase di Paolo che ci dice che cosa siamo qui a fare: «ci ha scelti per essere santi e immacolati nell’amore».

A scanso di equivoci, lo dico subito: non vuol dire irreprensibili e senza macchia nelle cose del sesso, come mi sono accorta certi pensavano quando io citavo questa frase (una delle mie preferite), ma, anzi, tutto il contrario.

Il bello di questa frase infatti – e il motivo per cui mi piace anche spesso citarla – è quello che – se la dici bene – riesci a creare un effetto scaravoltante nell’interiorità della gente. Noi infatti quando sentiamo che dobbiamo essere santi e immacolati, non ci scuotiamo nemmeno di un millimetro: è la morale che da sempre ci sentiamo ripetere dagli altri e abbiamo noi stessi ripetuto ad altri… che bisogna essere bravi, che bisogna comportarsi bene, che non bisogna fare il male, soprattutto quello che – appunto – ha qualcosa a che vedere col sesso, perché – si sa – lì c’è qualcosa di particolarmente grave… e bisogna fare così o non fare cosà perché poi ci sarà un giudizio, per cui non bisogna “sporcare” l’anima, bisogna arrivare lindi all’appuntamento (da cui l’importanza di confessarsi, almeno prima di morire) e così meritarsi il paradiso, o, per lo meno, riuscire a evitare l’inferno…

E se vi sembra una lettura un po’ canzonatoria o ridicolizzante, avete ragione… ma il dramma è che è quella più diffusa tra la gente normale, anche quella dotta… quando la gente pensa al cristianesimo, pensa a questo: una morale, con le sue leggi, i suoi divieti, le sue sanzioni, i suoi premi, il suo giudice, la sua bilancia, ecc…

E infatti lo si vive così: senza saper rendere ragione del perché non si debba fare il male ma piuttosto il bene e proponendo come unico tentativo di argomentazione quello dell’inferno e il paradiso…

Solo che ormai non ci crede più nessuno (perché, a differenza dei primi 1600 anni dell’epoca cristiana, in cui il problema era andare in paradiso, perché si dava per scontata l’esistenza di Dio, oggi il problema – direi il dramma umano – è se Dio c’è o no) e così viviamo o facendo tutto quello che per i nostri nonni era assolutamente da evitare (perché se poi Dio non c’è non vorremmo aver sprecato l’occasione), o tentando di fare gli equilibristi tra “lo faccio” / “non lo faccio”, perché se poi magari è vera la storia dell’inferno, è meglio andar sul sicuro: per cui “lo faccio, ma con moderazione”…

Un parallelismo interessante: se Dio c’è, dobbiamo castrarci la vita; se non c’è, possiamo godercela… come se Dio fosse il Dio della morti-ficazione della vita e la sua assenza, la possibilità della vita… strana sorte per quello che voleva essere un lieto annuncio…

Ecco… io credo che questo in sintesi renda bene l’idea di ciò che percepiamo quando sentiamo la frase di Paolo, per cui dobbiamo essere santi e immacolati: se Dio c’è, addio Vita…

Ma se – con Paolo – diciamo «santi e immacolati nell’amore»…
ecco lo scaravoltamento! Si apre tutta un’altra prospettiva (che a me pare quella autenticamente evangelica): bisogna essere irreprensibili e senza macchia non nella morale (comunemente intesa) ma nella donazione del nostro amore, nella nostra capacità di custodia, di dedizione, di tenerezza, di cura, di fedeltà… nella determinata determinazione di dare il primato al volto dell’altro, di fare spazio perché l’altro ci stia, di dare la vita per lui, chiunque esso sia… insomma di fare ciò di cui davvero il nostro cuore ha sete (perché questo c’è davvero nelle profondità di ciascuno… amare ed essere amati, tanto da poter offrire/trovare due braccia tra cui morire), ma che spesso soffochiamo per paura, disillusione, ritorsioni, rancori, ferite… dedicandoci ad altro e distraendoci, in altre faccende affaccendati.

Invece, questa è la buona notizia che Gesù è venuto a rivelare («Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato»), che se Dio c’è, non c’è più bisogno di salvarsi la vita da soli (a scapito degli altri) o di spremerla fino in fondo per godersela il più possibile (a scapito degli altri)… perché se c’è Lui, la tiene in mano Lui… abilitandomi a dedicarmi a ciò che c’è di più bello, che è volere bene!

Ecco lo scarto, rispetto all’altra visione… che qui, quando c’è Dio, c’è la Vita («In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini»)… e che il bene (che è sempre il “volere bene”, cioè l’amarsi!) – e non il male – è bello, rende la vita bella, ci fa più uomini/donne dilatati interiormente (che è la nuova morale riscritta da Gesù… un’anti-morale perché non ha nessun principio o paletto che sta sopra alla faccia dell’altro, che proprio per la sua unicità è non-racchiudibile in un codice legale, perché è sempre “una storia a sé”)!



L’anno scorso concludevo la lectio su questi stessi testi (intitolata “Buon anno”), con queste parole: «Il modo di salvarci di questo Dio fatto uomo è quello di farci figli: “Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità”, “Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo”, “A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio”.
Molti sono i modi in cui potremmo arrivare ad immaginare la salvezza che un dio può portare agli uomini e molti sono i modi in cui i cristiani stessi la pensano… ciascuno di essi rispecchia l’immagine del dio che ha in testa… Allo stesso modo, la scelta di salvarci, rendendoci figli, dice molto su chi sia Colui che questa salvezza l’ha pensata (e attuata!).
Purtroppo molto spesso l’uomo tra tutte le cose che pensa di dio, non arriva ad immaginarlo come Padre (molto più frequentate sono infatti le figure del “padrone”, del “dominatore”, del “soggiogatore”, in versioni più o meno evidenti); ma purtroppo molto spesso persino i cristiani, che dovrebbero fondare la loro fede sul vangelo, che non fa altro che ripetere precisamente la buona notizia che Dio è Padre, se la scordano e reintroducano le stesse figure pagane di un dio che semplicemente è altro da quello rivelato da Gesù.
Ma più radicalmente ancora, il problema sembra essere quello per cui anche chi incontra davvero questa buona notizia, fatica a convertirsi ad essa… a mantenerla salda in cuore… a tornare sempre a farci affidamento… La paura di un’orfanità in cui spesso ci sentiamo abbandonati e il gelo che essa fa scorrere per la spina dorsale sembra spesso prevalere… tornando a farci “vivere” da schiavi… imbruttiti dal timore della morte e dalla paura dell’altro che me la può dare…
In questo tetro scenario sentir risuonare la parola del Prologo di Giovanni, «A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio», diventa come un caldo balsamo che penetra i nostri terrori e apre scenari nuovi, riallarga gli orizzonti, dona ossigeno all’anima: un mondo fatto di figli… fratelli…
Chissà se riusciremo a dargli credito… per quest’anno… è il mio augurio più caro».

Non so se son stata capace di vivere così quest’anno… quest’anno terribile che mi ha portato via mio fratello, provocandomi un’emorragia di umanità che non si arresta mai e che impedisce di percorrere le vie di prima per arrivare a dar credito alla Vita (servirà scavare nuovi pozzi…); ma vorrei finire il 2010 (dato che oggi che scrivo è il 31 dicembre) e iniziare il 2011 (dato che domenica sarà già il 2 gennaio) con le sue parole semplici, che hanno dissotterrato dai cuori di tante persone il lieto annuncio che dove c’è Dio c’è la Vita e che quindi «l’emorragia di umanità si cura con in reinvestimento dell’esistenza», passando in questa vita col deliberato unico scopo «di alzare il tasso d’amore nel mondo», imparando sempre «ad amare di più»… per essere santi e immacolati nell’amore!



Con i suoi auguri di un tempo, che però, proprio per il bene che c’è passato dentro, è sempre:

Carissimi fratelli e sorelle (che nutrite qualche dubbio…)
Adesso vedo, se mai riesco a dire,
almeno per Natale,
quanto vorrei confidarvi tutto l’anno.
Se per caso qualche dubbio vi è venuto,
che io, ormai, vivo lontano,
e forse neanche mi ricordo più di voi,
perché troppo indaffarato in altre faccende,
intrappolato in altre relazioni,
affascinato da altri volti…

beh!… proprio vi sbagliate!

Se pensate invece che, con infinita trepidazione,
vi so affidati ad altre sollecitudini,
collocati in altre mansioni del mondo e della chiesa,
che io guardo da lontano con riconoscenza, il vostro lavoro,
e che solo grazie a voi io posso fare il mio…
beh!… proprio avete ragione

[…]

C’è rimasta una sola parola, forse,
che ci comprende tutti:
e non discrimina mai:
“fraternità”.
Per questo con me ci siete anche voi!

[Giuliano]

venerdì 16 gennaio 2009

Cristianesimo e sessualità

Tutte e tre le letture di questa seconda domenica del Tempo Ordinario contengono spunti interessantissimi per il possibile sviluppo di una riflessione. Facendo solo qualche accenno, si può infatti vedere come la prima lettura proponga per esempio il tema della fedeltà di Dio: i versetti iniziali del capitolo 3 del primo libro di Samuele– omessi della liturgia della Parola – descrivono infatti la situazione precaria del rapporto tra Dio e il suo popolo, «La parola del Signore era rara in quei giorni, le visioni non erano frequenti». Eppure in questa situazione Dio torna a parlare... proprio a Samuele... l’unico che, seppur cresciuto da Eli, sacerdote del Signore, non era suo figlio...
Ma anche il brano del vangelo di Giovanni sarebbe densissimo, in particolare nelle corde toccate nel dialogo tra Gesù e i due che lo seguono: «Che cosa cercate?» - «dove dimori» - «Venite e vedrete»!
Eppure la nostra attenzione vuole concentrarsi oggi un po’ azzardatamene sul testo della seconda lettura, tratto dal sesto capitolo della prima lettera di Paolo ai Corinzi. Questa scelta – azzardata tanto per i temi trattati (la sessualità) quanto per l’intrinseca difficoltà sempre presente nei testi di Paolo – è dettata soprattutto dalla percezione che ancora troppo diffusamente in ambito cattolico la tematica dell’affettuosità (anche corporea) sia mal-intesa.
Spesso infatti essa sembra essere vittima di due “estremi” (opposti, ma speculari): o viene demonizzata e, anche se in forme sempre più raffinate, considerata negativamente, diventando dunque “argomento tabù”, elemento di vergogna, fonte perenne di sensi di colpa per la “sporcizia” che ci arrecherebbe; o, per converso, viene vissuta liberamente... di nascosto; creando la paradossale situazione per cui mentre il Magistero continua a ribadire l’indicazione di non avere rapporti sessuali prematrimoniali, di non utilizzare gli anti-concezionali, di vivere da fratelli e sorelle tra divorziati risposati e coppie omosessuali, la maggior parte della Chiesa di base ignora abitualmente tutto ciò, chi mettendosi il cuore in pace, chi trascinandosi fortissimi sensi di colpa.Entrambe le situazioni ovviamente non possono essere giudicate come la risposta ideale (nel senso di fondata evangelicamente) alla questione della sessualità. Anche il secondo approccio infatti, quello della risposta “silenziosa” della Chiesa di base che sostanzialmente sceglie di andare per la sua strada, pur trovando la nostra solidarietà (perché davvero attualmente non paiono emergere altre vie percorribili), non è una soluzione adeguata: non rende ragione del libero esercizio della sessualità. Essa anzi, importa lo stesso difetto della posizione da cui si vuole dissociare: quello della negatività della sessualità! Non a caso infatti è una risposta “silenziosa”, cioè occultata, nascosta, impronunciabile.
Ma veniamo all’oggetto che più direttamente interessa la nostra riflessione, e cioè il primo versante della questione, quello che abbiamo chiamato “il moralismo sessuofobo” che aleggia ancora nella nostra società post-moderna; esso è prescelto come tema di discussione per tre motivi: innanzitutto perché anche il secondo versante (quello della risposta “silenziosa” della Chiesa di base), essendo semplicemente la reazione ad esso, può sciogliersi, se si scioglie il primo; in secondo luogo perché esso riguarda in generale la cultura cattolica in cui siamo immersi e dunque tutti i cristiani, quelli “irregolari” cui si faceva riferimento prima, ma anche le cattolicissime coppie di sposati “regolari”; in più perché da più parti esso è stato in qualche modo attribuito proprio all’apostolo Paolo.
Prima di venire però direttamente ai testi di quest’ultimo, sono necessarie due premesse, una che fa riferimento alla storia del pensiero, l’altra ad un’analisi fenomenologica sull’oggi.
La prima premessa è questa: questo moralismo sessuofobo che segna ancora oggi la cultura, nonostante si continui a far finta che non sia così, è molto più il figlio dell’eredità filosofica greca tipicamente dualistica (per la quale delle coppie corpo-anima, carne-spirito, naturale-soprannaturale, la dimensione più profonda dell’uomo è quella espressa dai secondi membri – anima, spirito, intelligenza – mentre la materia in cui si “incarna” è un involucro da cui evadere o una tappa da cui decollare) che della mentalità evangelica (e anche genuinamente paolina!)... Questa annotazione – che andrà chiarita – permette però già da ora di affrontare forse un po’ più serenamente il tutto, perché ci libera dal timore di una contrapposizione diretta alla dottrina ecclesiastica: dare valore al corpo e alla sua espressività non vuol dire infatti andar contro al dato neotestamentario («il Signore è per il corpo», dice Paolo), ma al dualismo greco, anche se bisogna ammettere che da esso a volte la chiesa si è fatta influenzare...
La seconda precisazione invece è riferita al fatto che si diceva che lo scenario descritto con la formula “moralismo sessuofobo” è ancora oggi molto presente in ambito cattolico, nonostante si tenti in tutti i modi di oscurare tale dato. A tal riguardo è necessario notare come se da un lato è vero che nessuno forse oggi dice più che fa l’amore “perché deve” – fare figli – come facevano le nostre nonne in ottemperanza a tutti i documenti magisteriali che fino alla Gaudium et spes del Vaticano II hanno sostanzialmente sempre identificato nella procreazione il fine primario del matrimonio, considerato ovviamente una stato di vita di serie B rispetto alla vita casta degli uomini di chiesa, dato che esso era definito remedium concupiscentiae, resta invece ancora vero per molti – in particolare per le donne – l’orizzonte di senso che per secoli questi insegnamenti hanno depositato nella cultura in cui siamo immersi. È quanto Concita de Gregorio delinea molto chiaramente nell’introduzione al suo libro Malamore: «“Le femmine servono ai cuccioli” dice il bambino seduto davanti alla tv, danno un documentario sugli animali. Poi ripete: “Lo sai mamma? Le femmine servono perché devono fare i cuccioli, i maschi da soli non li possono fare”. Non c’è dubbio, i maschi da soli non possono. Però le femmine non “servono” solo a fare i cuccioli, penso di rispondere. Non dico niente, invece. Ci sono cose che non si spiegano con le parole. Lo capirà, lo vedrà, lo imparerà strada facendo. Certo, bisogna sempre ricominciare da capo. A ogni generazione di nuovo. Dimostrare, convincere. A cosa servono le femmine? Sembra proprio, nelle parole di un bambino, l’origine di tutte le questioni. Non sono sicura che a fare la stessa domanda a cento adulti, uomini e donne, si otterrebbero risposte convincenti. “Servono a far più bella la vita” mi ha risposto un amico credendo di dire cosa gradita, immagino sentendosi galante. Deve essere qui il cuore di tutto. Siamo proprio certi che le femmine servano a qualcos’altro che a fare i cuccioli, a rendere piacevole l’esistenza altrui? E loro, le donne, dietro le parole e i gesti di una sicurezza ogni giorno esibita in pubblico ne sono davvero convinte in privato? Cosa sono disposte a offrire – a sopportare – in cambio della possibilità di dimostrare che no, non servono solo a fare i cuccioli né ad allietare con la loro deliziosa presenza le impegnative vite altrui? Ma soprattutto, perché in fondo sentono, anche quando non lo dicono, di doverlo dimostrare?».
Ma veniamo a Paolo... e proviamo a delineare la sua prospettiva, di modo che possa davvero illuminare la situazione presente finora descritta...
Siamo nel sesto capitolo della prima lettera ai Corinzi. Nel capitolo immediatamente precedente, Paolo, dopo una serie di ammonimenti in particolare sulle divisioni all’interno della comunità, affronta la questione di un caso grave di immoralità presente fra i cristiani di Corinto: un uomo che convive con la moglie di suo padre. Ed è proprio sull’onda di questo argomento (che qui non possiamo affrontare per limiti spazio-temporali), che il discorso di Paolo va a finire sul corpo. Sorprendentemente (forse) Paolo inaugura questa tematica con una frase di un’apertura tale, che probabilmente nessuna delle nostre nonne attribuirebbe al Nuovo Testamento (all’idea di Nuovo Testamento che – poverine – gli hanno messo in testa...): «il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo»! Cioè: la corporeità umana “fa coppia” adeguatamente con Dio! Non la sua anima, la sua parte spirituale, la sua intelligenza... Ma il suo corpo! Certo indubbiamente Paolo non sta qui escludendo tutti questi ambiti dell’umano, eppure non ha nessuna remora a usare la parole “corpo” (σωμα) come correlato adeguato di Dio, così come lo sono il ventre e i cibi: «I cibi sono per il ventre e il ventre per i cibi» ha infatti appena finito di dire. E come per essi anche la nostra coppia è biunivoca: non solo «il corpo è per il Signore», frase che potrebbe ancora essere ricondotta ad una modalità di pensiero moralistica, ma anche «il Signore è per il corpo»! E qui cade ogni speranza per chi vuole fondare nel messaggio cristiano la visione negativa della corporeità umana (non a caso i catari sono considerati un gruppo ereticale dalla Chiesa)!
Eppure su quella premessa «il corpo non è per l’impurità... ma per il Signore» e – sempre nella nostra seconda lettura – nell’espressione seguente, «State lontani dall’impurità», come in tante altre frasi di questo genere di Paolo, è stata fondata l’idea che l’esercizio della sessualità, sia ipso facto legata all’impurità e dunque vada fuggito. Non a caso per tutto il Medioevo ma anche oltre, fino davvero ai nostri giorni, religiosamente congelati all’orizzonte di senso del Concilio di Trento, l’ideale di vita cristiana è quella del monaco, di colui che esercita il controllo sulle passioni, che rinuncia alla concupiscenza. Non a caso, come già accennato, il matrimonio è visto nell’ottica del remedium concupiscentiae. Non a caso intere generazioni di cristiani, e soprattutto di cristiane, ha avuto un cattivo rapporto con il suo corpo e con la sua sessualità (pensiamo alle penitenze corporali, all’impurità legata al ciclo mestruale o al parto, ecc...).
Anche Paolo cadrebbe dunque nella scia, anzi ne sarebbe addirittura il “fondatore”, del moralismo sessuofobo...
In realtà se si guardano senza questa lente di ingrandimento distorcente le sue frasi, ci si accorge che esse potrebbero dire anche qualcosa di diverso... come infatti è! La prospettiva corretta la dà un’altra espressione sempre contenuta nella nostra seconda lettura: «il corpo lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi». Il corpo non è mio dunque, ma non nel senso che è una prigione di cui devo liberarmi per accedere finalmente ad un altrove puro e spirituale, piuttosto “non è mio” nel senso che su di esso non posso rivendicare il diritto di possesso, né io, né nessun altro. In esso, proprio perché donato, può abitare solo la coscienza di chi vi è ospitato. Ecco perché Paolo condanna l’impurità. Essa non è ipso facto l’esercizio della sessualità, ma l’esercizio di quella sessualità che mi fa possesso di me stessa o dell’altro, se non violenza e morti-ficazione. Invece proprio perché è di Dio e non mio, esso può essere abitato, può essere il luogo dell’amore, dove «al braccio che si distende e si prolunga per prendere e dire “è mio”, si sostituisce la mano che accoglie» [Carmi de Sante, L’io ospitale]. Di conseguenza, mentre per il moralismo sessuofobo il corpo va reso muto, la sessualità negata e la passione contenuta, per poter così passare al mondo spirituale e superiore (che l’immaginario colloca nell’aldilà temporale e spaziale), nell’interpretazione qui proposta il vero discrimine è nel modo di vivere la sessualità. Il passaggio è dunque esistenziale e riguarda la soggettività dell’io: esso consiste nell’uscire dalla logica dell’avere e del possedere per accedere a quella dell’essere accolti e ospitati. Ma quanti cristiani e cristiane, nella loro intimità fanno questa esperienza? Sentite cosa racconta un avvocato della cattolicissima Roma: «Mi chiamo Tiziana Pomes, faccio l’avvocato da vent’anni. Lavoro in un quartiere borghese, a Roma. Le mie clienti sono soprattutto donne. Vengono da me principalmente per cause di divorzio. Divorziano in molti casi per storie di violenza. La violenza in famiglia è diffusa in un modo che non si può immaginare. Le mie stesse clienti, per la maggior parte, non ne parlano. Alludono, se proprio alle strette minimizzano. Se ne vergognano. Al principio quasi sempre la giustificano. In ogni caso la sopportano molto a lungo e in forme sempre più gravi. Sono pochissime quelle che riescono a farsi aiutare dalle loro famiglie o dagli amici. In genere sono sole con la loro storia...». Forse davvero è qualcosa a cui ri-pensare...

venerdì 27 giugno 2008

Pietro non basta a Pietro

Sì!... ma anche…
C’è un fiuto tacito ma infallibile, dagli inizi della chiesa e lungo i secoli, pur dentro le fragilità del cammino nella storia!... o forse è proprio questa la custodia dello Spirito, che nei momenti e nelle scelte più difficili non la lascia travolgere dalle potenze degli inferi (dalle dinamiche perverse della logica mondana che la insidia ancora dalle sue caverne antropologiche), ma gli fa seminare nelle varie situazioni storiche e culturali i semi piccoli e apparentemente insignificanti della logica evangelica. Una di queste è forse proprio la festa di oggi, in questa indivisibile unione tra la Pietra “e” l’Apostolo dei pagani, tra il centro della chiesa e la periferia delle genti! La consapevolezza di sé che la chiesa andava maturando subito dopo l’Ascensione del Signore avrebbe ingabbiato nella cultura mosaica esclusiva e soffocante, la novità del vangelo incarnato in Gesù d Nazareth, se gli eventi esplosivi della storia della salvezza, accolti da Pietro e dalla chiesa come provocazioni dello Spirito, non avessero liberato ogni volta la comunità dalle insidie della regressione in un passato, che era un “passo” nel cammino della salvezza, ma ormai sormontato dallo Spirito: gli Atti ne sono un diario appassionato e paradigmatico!
Ora so veramente che il Signore…
Pietro, pur partendo da una comprensione molto ristretta della salvezza, si accorge passo passo degli squarci e poi del rovesciamento totale del “lenzuolo” che conteneva le bestie più immonde (i popoli non chiamati alla salvezza): “Voi sapete che non è lecito per un Giudeo unirsi o incontrarsi con persone di altra razza; ma Dio mi ha mostrato che non si deve dire profano o immondo nessun uomo. (Atti 10,27) … In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone (Atti 10,34)”. La conversione mentale è ormai compiuta, come dimostra la sua autodifesa contro le resistenze regressive della comunità giudaico cristiana, ma dalle caverne del suo vissuto profondo sale ancora invincibile la paura: “…quando Cefa venne ad Antiochia, mi opposi a lui a viso aperto, perché evidentemente aveva torto. Infatti, prima che giungessero alcuni da parte di Giacomo, egli prendeva cibo insieme ai pagani; ma dopo la loro venuta, cominciò a evitarli e a tenersi in disparte, per timore dei circoncisi. E anche gli altri Giudei lo imitarono nella simulazione, al punto che anche Barnaba si lasciò attirare nella loro ipocrisia. Ora quando vidi che non si comportavano rettamente secondo la verità del vangelo, dissi a Cefa in presenza di tutti: «Se tu, che sei Giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei Giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei Giudei?” (Gal 2,11s). È Paolo, che salva Pietro dalla “ipocrisia” pur riconoscendone pienamente il ruolo fondativo : “…poiché colui che aveva agito in Pietro per farne un apostolo dei circoncisi aveva agito anche in me per i pagani - e riconoscendo la grazia a me conferita, Giacomo, Cefa e Giovanni, ritenuti le colonne, diedero a me e a Barnaba la loro destra in segno di comunione, perché noi andassimo verso i pagani ed essi verso i circoncisi. Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare” (Gal 2,88ss).
Pietro non basta a Pietro
Nel nuovo regime di “incarnazione” della verità in Gesù, nessuno basta più a sé stesso, ma per essere vero ha bisogno dell’altro! La verità in condizione carnale è sempre un po’ limitata o addirittura crocifissa da un altro brandello di verità non ancora raggiunto, collocato (donato!) in un altro. Questo non toglie i ruoli e le competenze nella comunità ecclesiale, che rimangono un’altrettanto necessaria evidenza della stessa incarnazione nella realtà umana. Incarnazione è collocazione “nel luogo e nel tempo”, e quindi coinvolgimento nell’avventura della im/perfezione o in/compiutezza. La pluralità degli approcci alla verità evangelica, man mano che questa si incarna nella storia, è così evidente negli Atti, quanto è evidente la necessità assoluta di viverla in comunione, di studiarne con umiltà gli stadi preparatori di consapevolezza. Ne è esempio la mediazione carismatica del cosiddetto concilio di Gerusalemme, che ribadisce che la “riconciliazione” di fondo sta nella vita, morte e resurrezione di Gesù: …perché anche gli altri uomini cerchino il Signore tutte le genti sulle quali è stato invocato il mio nome! (Atti 15,17), ma domanda pure di modularsi con il differente grado di comprensione dei giudeo cristiani, feriti nella “loro” verità… (Atti 15,29s).
L’economia del dono
Sotto la necessità delle varie mediazioni, anche sotto la corteccia dura delle nostre ambiguità e presunzioni… sta la corrente calda, quasi sempre sotterranea, ma mai disseccata, che corre lungo tutto il cammino della salvezza e la impregna dell’essenza trinitaria, che è l’amore circolare, “l’essere per”, che salva chi dona la propria vita per dare vita all’altro! Questo è il Vangelo comunicato e partecipato a noi in Cristo Gesù, che per questo è “l’uomo per gli altri”. Ciò che qualifica l’economia umana è la logica del possesso, che tende ad impregnare di sé anche i misteri della fede. La verità è vera finché è dono e non possesso. La nostra verità è un volto che ci ama: …da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna! (Gv 6,68). «L’incontro con Gesù Cristo è prendere coscienza che in lui è avvenuto un rovesciamento di ogni essere umano, che Gesù “esiste solo per gli altri”». Questo non è solo il messaggio della Chiesa. È ciò che la tiene in vita!
La verità è umile e povera, perché non sta in piedi da sé, si “salva” solo se si dona!
…Per questo la verità se non si dilata in benevolenza e comunione verso tutti si ritorce, come dice Paolo, che ne ha sperimentato la salvezza nella sua lunga attività di apostolo: Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone.
E Pietro ne è premunito, e la sua storia è la storia dei suoi successivi fraintendimenti, presunzioni … e conversioni – anche dopo la Pentecoste e il Primato! Per questo è la Pietra e ha le chiavi di casa… tanto è evidente nella sua vita che un Altro è il suo vero fondamento (Colui che per lui ha pregato!) ed è lo Spirito che continuamente lo sostiene e lo guida nell’ amministrazione. Ma se queste prerogative diventano occasione di possesso, chiusura in sé, esclusioni, discriminazioni, deprezzamento della verità altrui… allora la chiesa torna mondana, e dagli inferi rimonta la paura. E si vede subito dai sintomi, che sono quelli dell’economia mondana, che provoca scarsità, paura e competizione, mentre l’economia della salvezza produce sempre abbondanza, comunione e condivisione… Pietro rientra nell’economia del dono quando accoglie Paolo e tutti i diversi con lui, e riporta la chiesa ad essere accessibili e disponibili sempre più per chi … è più povero, smarrito, diverso, fuori… Comunque in qualche modo lontano e forse refrattario alla “nostra” verità. E lo riporta incessantemente dalle periferie del mondo al cuore della chiesa! Curioso che la prima lettera di un concilio ratificando l’accoglienza ufficiale dei pagani convertiti raccomandi a Paolo di ricordarsi dei poveri… riprendendo ancora il tema dell’amore circolare, unico vero amore, come commenterà Paolo stesso, nell’eseguire questo monito: per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: Colui che raccolse molto non abbondò, e colui che raccolse poco non ebbe di meno (2Cor 8,14). Per sempre, Pietro sarà povero… di Paolo! e la chiesa povera… del mondo!
Chi abbia conoscenza della situazione che stiamo vivendo non fa fatica a dare ancora oggi (come sempre deve il cristiano) nomi e volti alle faccende, alle fatiche e alle paure della nostra chiesa!

giovedì 31 gennaio 2008

Beati i precari...

Le letture di questa quarta domenica del tempo ordinario non lasciano dubbi interpretativi: c’è una predilezione del Signore per coloro che stanno nella precarietà, in qualsiasi forma essa si presenti! Secondo Sofonia infatti il resto che il Signore si preserva non è una elite morale o religiosa: non si tratta di preservare “il meglio” per attuare una rifondazione del popolo su di esso. Piuttosto l’attestazione della fedeltà eterna di Dio, che è il senso della custodia di un resto, poggia sulla predilezione per il povero: «Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero».
E questa è la stessa prospettiva che si ritrova anche in Paolo. Egli infatti attuando una sorta di metodologia fenomenologica dice che per capire la logica della chiamata di Dio, è necessario guardarsi addosso, guardare al dato della realtà che si dà da vedere. E ciò che esso mostra in modo evidente è che non siamo una elite né intellettuale («non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano»), né politica («non ci sono fra voi molti potenti»), né sociale («non ci sono fra voi molti nobili»). Anzi, esplicitamente Paolo dice che Dio sceglie «quello che per il mondo è stolto, quello che è debole, quello che è ignobile e disprezzato, quello che è nulla».
E il Vangelo insuperabilmente rincara la dose: le beatitudini infatti sono il fremito gioioso che sgorga dal cuore di Dio per l’umanità che vive un’esistenza precaria… Uso questo aggettivo, come sintetico di tutte le “categorie” presentate nel testo matteano, perché mi pare riesca a dire la realtà di tutti gli uomini lì presentati.
Non si tratta infatti solo di sfortunati o incompiuti o disagiati… La prospettiva, che certo tiene anch’essi, è però più ampia. Appunto, mi pare, sia quella di chi ad ogni modo sta nella vita come colui che è feribile e ferito e non come colui che ferisce. Ecco il senso della precarietà! I poveri in spirito, gli afflitti, i miti, gli affamati e assetati di giustizia, i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati per la giustizia sono tutti coloro che per scelta loro o di altri si trovano dalla parte di chi “le prende”.
Nel mondo non si è mai visto infatti un povero in spirito su cui altri non abbiano prevaricato, un afflitto sul cui dolore altri non abbiano speculato, un mite di cui altri non abbiano approfittato, un affamato di giustizia che l’abbia definitivamente ottenuta, un misericordioso il cui cuore non sia trafitto dalla colpa subita, un puro di cuore di cui altri non abbiano abusato, un operatore di pace che non sia stato eliminato, un perseguitato su cui non sia stata usata violenza.
È per questo che istintivamente nessuno di noi vorrebbe ritrovarsi in quella situazione: perché porta alla morte. E noi, che come una consapevolezza arcaica, lo sappiamo, pur onorando a parole queste condizioni di vita, in realtà nelle piccole e grandi cose le rifuggiamo, e preferiamo scegliere, basandoci su quella che ci pare una ragione incontrovertibile, cioè la salvezza della nostra pelle (o più subdolamente, dei nostri figli), preferiamo scegliere di farci carnefici.
Gesù in tutto questo invece pone una parola diversa e facendolo rivela all’uomo un volto nuovo di Dio e di uomo. Egli, dichiarando beati coloro che si sono lasciati ferire dalla storia, o che la storia ha ferito, senza chiedergli il permesso, attesta nei loro confronti una benevolenza privilegiata. Privilegiata perché essi si trovano nella condizione di poter guardare le cose dal punto di vista di Dio, un punto di vista che lo stesso suo Figlio ci ha definitivamente rivelato. Gesù infatti vive proprio così; è Lui il primo che si getta in questa vita lasciandosi ferire dalla precarietà: lo si è visto bene negli inizi di questa sua avventura umana (gli umili natali, il rifiuto, il pericolo, il basso profilo dell’inizio della sua missione) e lo si vedrà ancora meglio nella sua fine.
Ma, in fin dei conti, in cosa consiste questa beatitudine? Perché… insomma… mi verrebbe da dire… va bene che Gesù ha vissuto così, ma a me piacerebbe comunque di più la tranquillità, il benessere, il non essere destinata prenderle e a morirci… E allora, cos’è che rende questa precarietà così necessaria? Perché Dio chiama “abilitati a Vivere” proprio coloro che ne fanno esperienza? Cos’è che la precarietà dischiude di così decisivo?
Forse il fatto che solo così la vita è Vita; solo così posso dedicarmi a viverla e non a dovermela salvare; solo così l’altro è fratello e non rivale.
Provo a spiegarmi… Sono i nuovi volti di Dio e dell’uomo cui accennavo:
1- Da un lato infatti la precarietà mi insegna che il fondamento della mia vita non può essere in me. È un Altro il riferimento su cui devo appoggiarmi. E la buona notizia è che questo fondamento (che l’uomo da sempre ha creduto ci fosse) ha un volto preciso: non è banalmente il più potente dei potenti della terra, che si limita a riproporre, potenziandole, le dinamiche di dominio dei tiranni del mondo; ma è il volto di un Padre che guarda con benevolenza le vicende dei suoi figli e le patisce con loro, innestandoci un anelito di risurrezione;
2- Dall’altro la precarietà mi rende avvicinabile a chiunque: i perfetti, i puri, i rispettabili non li tocca nessuno… incutono timore… e tanto meno loro toccano gli altri… per paura di contaminarsi… Il mio peccato invece, la mia paura, le mie ferite mi permettono di sentirmi a casa dentro all’umanità, a quella massa di uomini e donne che è peccatrice, malata, spaventata, inadeguata, incompiuta…
Ma non vorrei essere fraintesa… non è un osannare la sofferenza, un giustificare Dio di fronte al male del mondo o un legittimare lo status quo, ignorando quanto patire c’è in questa umanità precaria. È solo il ribadire che essa non è carne da macello per la vita di pochi, non è la parte del mondo nata sfortunata che non ha possibilità altra che il passare inutilmente e tristemente su questa terra… No! Per Gesù essa stessa è vita; anzi è proprio questa l’umanità che Dio, a dispetto delle logiche del mondo, crede l’unica veramente abilitata alla vita. Solo lì in effetti si può scrivere nella nostra carne la logica cristica: l’unica logica che, attraversando sì la morte, ma facendolo affidandosi al Padre e per i fratelli, incarna la vera vita beata!
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