Pagine

ATTENZIONE!


Ci è stato segnalato che alcuni link audio e/o video sono, come si dice in gergo, “morti”. Se insomma cliccate su un file e trovate che non sia più disponibile, vi preghiamo di segnalarcelo nei commenti al post interessato. Capite bene che ripassare tutto il blog per verificarlo, richiederebbe quel (troppo) tempo che non abbiamo… Se ci tenete quindi a riaverli: collaborate! Da parte nostra cercheremo di renderli di nuovo disponibili al più presto. Promesso! Grazie.

Visualizzazione post con etichetta peccatore. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta peccatore. Mostra tutti i post

martedì 2 settembre 2014

XXIII Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 33,1.7-9)

Mi fu rivolta questa parola del Signore: «O figlio dell’uomo, io ti ho posto come sentinella per la casa d’Israele. Quando sentirai dalla mia bocca una parola, tu dovrai avvertirli da parte mia. Se io dico al malvagio: “Malvagio, tu morirai”, e tu non parli perché il malvagio desista dalla sua condotta, egli, il malvagio, morirà per la sua iniquità, ma della sua morte io domanderò conto a te. Ma se tu avverti il malvagio della sua condotta perché si converta ed egli non si converte dalla sua condotta, egli morirà per la sua iniquità, ma tu ti sarai salvato».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 13,8-10)

Fratelli, non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole; perché chi ama l’altro ha adempiuto la Legge. Infatti: «Non commetterai adulterio, non ucciderai, non ruberai, non desidererai», e qualsiasi altro comandamento, si ricapitola in questa parola: «Amerai il tuo prossimo come te stesso». La carità non fa alcun male al prossimo: pienezza della Legge infatti è la carità.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 18,15-20)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello; se non ascolterà, prendi ancora con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà costoro, dillo alla comunità; e se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano. In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo. In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro».

 

Se dovessimo porre un titolo alle letture che la Liturgia di questa Ventitreesima Domenica del Tempo Ordinario ci presenta, forse quello più indicato sarebbe: “Come si deve comportare un cristiano di fronte ad un altro cristiano che commette una colpa contro di lui?”. Cioè, cosa si deve fare con i peccatori?

martedì 29 ottobre 2013

XXXI Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro della Sapienza (Sap 11,22-12,2)

Signore, tutto il mondo davanti a te è come polvere sulla bilancia, come una stilla di rugiada mattutina caduta sulla terra. Hai compassione di tutti, perché tutto puoi, chiudi gli occhi sui peccati degli uomini, aspettando il loro pentimento. Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta? Potrebbe conservarsi ciò che da te non fu chiamato all’esistenza? Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita. Poiché il tuo spirito incorruttibile è in tutte le cose. Per questo tu correggi a poco a poco quelli che sbagliano e li ammonisci ricordando loro in che cosa hanno peccato, perché, messa da parte ogni malizia, credano in te, Signore.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (2Ts 1,11-2,2)

Fratelli, preghiamo continuamente per voi, perché il nostro Dio vi renda degni della sua chiamata e, con la sua potenza, porti a compimento ogni proposito di bene e l’opera della vostra fede, perché sia glorificato il nome del Signore nostro Gesù in voi, e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo. Riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e al nostro radunarci con lui, vi preghiamo, fratelli, di non lasciarvi troppo presto confondere la mente e allarmare né da ispirazioni né da discorsi, né da qualche lettera fatta passare come nostra, quasi che il giorno del Signore sia già presente.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 19,1-10)

In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là. Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».

Le lettura che la Chiesa ci propone in questa trentunesima domenica del Tempo Ordinario, sono costellate di “elementi noti” per le nostre “orecchie cristiane” o, comunque, per le orecchie di coloro che sono cresciuti a bagnomaria in una cultura cattolica come la nostra: si parla infatti di peccati, peccatori, conversioni, perdono di Dio…

Ma – come sempre – l’emergere di “fattori conosciuti” porta in sé un grosso rischio… quello cioè di dar per scontata la Parola di Dio, perché – sostanzialmente – ci si ritiene già esperti in proposito… o comunque si ritiene che la “solfa” ecclesiale sul bene e sul male, sull’espiazione e sulla misericordia di Dio sia giunta fin troppo volte a invadere il nostro spazio uditivo, arrivando fin a farci dire “Ne abbiamo abbastanza, sappiamo già tutto!”.

Il punto è che questo “tutto” che pensiamo di sapere e che ci salta in mente istintivamente, quando certi termini ricorrono nei discorsi ecclesiali e – ahi noi l’identificazione! – nei testi biblici, è il risultato di un’operazione logica che associa le parole prima elencate (peccato – peccatore – conversione – perdono di Dio) più o meno in questo ordine: l’uomo pecca, ritrovandosi in uno stato (quello di peccatore) da cui deve uscire – se vuole salvare l’anima o per lo meno l’amicizia con Dio – e, per farlo, deve mettere in atto tutta una serie di cose (pentimento, espiazione, penitenza o, se già morto, le preghiere, le messe, le offerte dei familiari…)… a quel punto non resta che sperare nella misericordia di Dio… che lo faccia deliberare per il perdono.

Questa è la morale che ci hanno insegnato: non bisogna fare il male, perché altrimenti si incorre in una punizione (prima si pensava terrestre, poi – dato che a volte non sopraggiungeva – celeste, cioè l’inferno); se lo si fa, bisogna in tutti i modi porvi riparo al più presto, per evitare che possa capitare di morire in stato di peccato e dunque – appunto – incorrere nel castigo eterno. Da cui la necessità di tutta una serie di atti riparatori che ripristino la possibilità di tornare ad essere guardati da Dio non come dei peccatori da punire, ma come dei pentiti da accogliere con misericordia.

In tutto questo ragionare il ruolo dell’uomo è quello di non fare il male per evitare la punizione e quello di fare il bene per meritare un premio, in un’esistenza che non ha senso in sé, perché unico scopo di questo mondo sembra essere quello di fare da banco di prova per decidere del nostro futuro eterno: se fai il bravo vai in paradiso, se fai il cattivo vai all’inferno, se sei così così vai in purgatorio.

Anche a Dio però in questo quadro non si dà un gran posto… Di fatto, al di là di porre gli uomini nell’esistenza, il suo ruolo sembra solo quello di ratificare l’esito delle varie vite: dire se uno è bravo e meritevole del paradiso oppure no… Sembra addirittura che non sia poi proprio Lui a salvare gli uomini – perché questi, se si comportano bene, si salvano da soli, si meritano il paradiso!

Dentro a questa mentalità – presentata magari in maniera un po’ essenziale (cioè senza i fronzoli che tentano di attenuare i vari passaggi, per renderli meno ridicoli), ma indubbiamente ancora assai diffusa nel pensiero cristiano medio (cioè in quell’imprinting che abbiamo dentro tutti e ci sale alle labbra in maniera automatica) – noi crediamo di sapere il “tutto” della proposta evangelica sul peccato… e dunque evitiamo di tornare a prendere in mano i testi o li leggiamo distrattamente…

Solo che quando invece si decide di far la fatica di andare a rileggersi le letture, ci si accorge che ci son lì due o tre bordate inconciliabili col nostro pre-sapere, cioè con la nostra conoscenza previa della tematica in questione.

Innanzitutto il libro della Sapienza, che di Dio dice: «Hai compassione di tutti», «chiudi gli occhi sui peccati degli uomini», «sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Signore, amante della vita»… qualcosa di un po’ diverso dal volto di Dio che emergeva nel nostro modo solito di pensarLo in relazione al nostro peccato…

Ma ancora più sconvolgente il vangelo, dove – a ben guardare – è proprio descritta la storia di un peccatore (Zaccheo)… solo che i passaggi che compongono la sua vicenda (pur essendo i medesimi citati in precedenza), sono come assemblati in una maniera fantasiosamente diversa da quella che automaticamente a noi era venuta in mente…

Infatti, anche se il punto di partenza è il medesimo (c’è un uomo che ha peccato – ripetutamente, tra l’altro – e dunque si ritrova nella condizione del peccatore), già il secondo elemento varia… non c’è l’esigenza di uscire da questo stato e dunque di mettere in atto tutti gli escamotage che possano “lavare l’anima”… Zaccheo non sembra particolarmente preoccupato del suo essere peccatore… anzi, quando si presenta sulla scena evangelica è presentato più come un pacifico curioso che vuol vedere chi è questo Gesù che passa per la sua città, che un martoriato peccatore in cerca di espiazione… anzi… sappiamo che è un pubblicano solo grazie al commento dell’evangelista, non perché i suoi gesti o le sue parole o i suoi pensieri lo lascino percepire come un peccatore o quant’altro: «In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gerico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomoro, perché doveva passare di là».

Cambiando la prima delle associazioni in gioco nell’elaborazione di una logica che tenga insieme gli elementi della vicenda del peccatore, cambiano inevitabilmente a catena anche tutti gli altri… e di fatti il passo successivo non è la richiesta di perdono di Zaccheo a Gesù, ma il fatto che Gesù decida di incontrare Zaccheo: «Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”». È a questo punto che il peccatore si converte e mette in atto tutta una serie di scelte che lo porteranno a cambiare il suo comportamento: «Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: “Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto”».

Allora… riassumendo…

Il nostro pensiero automatico era: un uomo pecca e quindi diventa un peccatore – ciò lo porta a rischiare di incorrere nell’ira di Dio e nella sua punizione quindi deve convertirsi e fare tutto ciò che serve per espiare la sua colpa – a questo punto può sperare che Dio, nella sua misericordia, lo perdoni.

Mentre il vangelo dice: un uomo pecca e quindi diventa un peccatore – ciò lo porta ad essere cercato dal Signore («Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto») e questa offerta di comunione, accoglienza, benevolenza, scioglie l’interiorità del peccatore, che per questo si converte, contagiato da quel bene che ha ricevuto.

La prospettiva è un po’ diversa… il volto di Dio in gioco è un po’ diverso… ma anche il volto dell’uomo… Il punto è decidere a quale dare credito, sapendo però che non si tratta di una scelta nominalistica (scelgo che etichetta mettere sulla scatola della mia fede ma poi il contenuto è comunque sempre lo stesso), ma di una scelta da cui dipende il mio modo di stare al mondo, di guardare al mondo, di inserirmi in questa storia… da questa scelta infatti dipende come guardo/penso Dio, come guardo/penso me stesso, come guardo/penso gli altri e dunque quali scelte faccio, a quali emozioni decido di dar peso e a quali no, su cosa investo e spendo energie e passione e dedizione e su cosa invece no… sapendo che – come per Zaccheo – il termometro dell’adesione vera alla prospettiva di Gesù è «il cambiamento delle relazioni e la gioia del cuore! È il passaggio da un rapporto di oppressione, competizione, imbroglio reciproco… magari frenato da normative morali e legali, che custodiscono una più o meno sopportabile convivenza … ad un nuovo rapporto conviviale, sbilanciato nella benevolenza sia verso i poveri e i deboli, sia verso chiunque abbiamo fatto soffrire… Una trasformazione inondata di gioia, perché ciò che inconsapevolmente soffoca la gioia dentro il cuore di tutti gli Zacchei che noi siamo, è la sofferenza che il nostro comportamento provoca negli altri, l’indifferenza alla loro sorte, per insensibilità di cuore, o il raffinato disprezzo che nullifica le persone. Il giovane ricco, che non ha avuto il coraggio di condividere i suoi beni con i poveri, come Gesù gli suggeriva, se ne andò triste… non per i propri peccati, che non aveva!... (Quando ci convinceremo che non sono importanti, i peccati, per la salvezza?… anzi nel vangelo sono proprio i peccatori che si convertono a Gesù, provocando gioia perfino negli angeli del paradiso – più che i giusti!). Se ne andò triste, comunque, perché aveva rifiutato di condividere i suoi beni con i poveri. Forse lui non lo sa, ma è la loro sofferenza che lo contagia e gli incupisce il cuore. Ancora una volta non si tratta di doveri morali adempiuti o trasgrediti, si tratta di relazioni umane da liberare e trasformare in amore, perdono e accudimento reciproco… Questa è la salvezza che Gesù è venuto a portare. [E infatti] Zaccheo si è ammalato della malattia di Dio. Questa è la vera causa dello “scioglimento dei peccati”, praticata da questo Rabbi! Zaccheo si è ammalato di compassione, cioè di passione per la vita degli altri, a cominciare dai poveri e da quelli che ha impoverito lui! E’ diventato “amante della vita”, non dei soldi. Perché gli è rinato dentro il vero amore dei viventi. E allora i soldi e i beni sono solo dei mezzi per vivere e far meglio vivere la gente. I capi e i responsabili del popolo e del tempio disprezzavano il pubblicano, ma usufruivano del servizio. Questo Rabbi non lo disprezza per niente, anzi si è autoinvitato a casa sua, tra lo stupore scandalizzato della gente, ma gli ha riempito di gioia il cuore e tutta la casa. Gli ha tolto di dosso per sempre il disprezzo e gli ha cambiato la vita, con questa seconda “celebrazione penitenziale evangelica” che Gesù ha celebrato, con intenso compiacimento e tenerezza. (La prima è stata in casa di Simone il Fariseo (7,36ss), con la prostituta che, anche lei tra il disprezzo dei benpensanti, non ha altro di suo da dargli che profumo e baci, lacrime e carezze… Non a caso sono i due i prototipi di tutti i peccatori che hanno accolto la salvezza e ci precederanno in paradiso!)» [Giuliano].

Ma… se a Zaccheo per uscire da se stesso e dai suoi circoli mortiferi è bastato così poco, cioè che un altro lo guardasse e gli offrisse comunione... e se questa logica è vera anche nella nostra esistenza (quante volte infatti ci basta un altro che ci guarda con benevolenza per tirar su gli occhi dal nostro ombelico...), se, infine, abbiamo un Dio che di fronte al peccato dell’uomo si rivela come colui che «è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto», perché invece quando i peccatori sono gli altri, noi (come chiesa e come singoli) riusciamo solo a tracciare i nostri confini escludenti?

Forse “gli altri” aspettano solo che li guardiamo e proponiamo loro comunione... come Gesù/Dio con Zaccheo/l’uomo…

Ma non quella formale dietro cui nascondere la nostra coscienza (tipo invitare alla festa dell’oratorio qualcuno che lì non si sente a casa… mettendo le persone nella condizione di avere la pelle d’oca per il disagio), ma quella vera, di chi impara a intercettare o riattivare i pezzettini di umanità nascosti sotto la pelle di ciascuno (anche le peggiori pellacce dure e incallite), senza mai acconsentire interiormente ad una rinuncia, perché a questo livello mai nessuno è una causa persa: infatti, ogni pezzetto di carne che si sente amato (per davvero e non per finta!) prima o poi si risveglia e torna a pulsare umanità.

martedì 22 ottobre 2013

XXX Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro del Siràcide (Sir 35,15-17.20-22)
Il Signore è giudice e per lui non c’è preferenza di persone. Non è parziale a danno del povero e ascolta la preghiera dell’oppresso. Non trascura la supplica dell’orfano, né la vedova, quando si sfoga nel lamento. Chi la soccorre è accolto con benevolenza, la sua preghiera arriva fino alle nubi. La preghiera del povero attraversa le nubi né si quieta finché non sia arrivata; non desiste finché l’Altissimo non sia intervenuto e abbia reso soddisfazione ai giusti e ristabilito l’equità.
Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (2Tm 4,6-8.16-18)
Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione. Nella mia prima difesa in tribunale nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato. Nei loro confronti, non se ne tenga conto. Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo e tutte le genti lo ascoltassero: e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno; a lui la gloria nei secoli dei secoli. Amen.
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 18,9-14)
In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano. Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”. Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».
Il vangelo che questa Trentesima Domenica del Tempo Ordinario ci propone, è la diretta continuazione di quello di domenica scorsa, sulla necessità di pregare sempre. Oggi il testo lucano, ci propone – in una nuova parabola di Gesù – due esempi di preghiera: quella del fariseo e quella del pubblicano.
Ma se la preghiera, come dicevamo la volta scorsa, non è tanto un dire preghiere, ma il collocarsi nella relazione col Signore, allora forse, i due protagonisti non sono tanto due tipi umani – di cui saremmo bravissimi a trovare esemplificazioni contemporanee tra le persone che conosciamo, ma sono due possibilità di porsi in relazione col Signore e quindi coi fratelli, che si ripresentano attimo dopo attimo in ogni momento della nostra vita. Noi possiamo essere e siamo il fariseo – con l’intima presunzione di essere giusti e sprezzanti verso gli altri – e il pubblicano – incapaci di alzare gli occhi al cielo, con la mano che ci batte sul petto.
L’immagine che dovrebbe venirci in mente non è quindi tanto quella di quel fratello che assomiglia al fariseo affiancata da quell’altra che ha il volto di quel fratello che assomiglia al pubblicano della parabola… quanto piuttosto quella di noi stessi, alle prese con la decisione sul chi essere…
A proposito, mi sono ricordata di un’immagine della mia infanzia, quella dei fumetti di paperino…
 

 
Il fariseo e il pubblicano sono dentro di noi, impegnati nella continua lotta tra il sentirsi giusti e l’incapacità di alzare lo sguardo verso il Signore.
È questa la posta in gioco della parabola di Gesù: la nostra giusta collocazione di fronte al Signore (e ai fratelli).
Da questo punto di vista, non v’è dubbio che Gesù indichi come corretta la posizione del pubblicano: si posiziona in maniera giusta colui che si riconosce peccatore.
Ma – onde evitare fraintendimenti – vorrei specificare i termini in gioco.
Da un lato la doppia valenza che ha il termine “giusto” e dall’altra quella che ha il termine “peccatore”.
La parola “giusto”, infatti, ha significati diversi nelle locuzioni da me usate: ha una valenza quando dico “sentirsi giusti”, ne ha un’altra quando dico “collocarsi nella posizione giusta”.
Nel primo caso infatti, l’intonazione del termine è etica, fa cioè riferimento al comportamento del soggetto in causa, che nella finzione parabolica è ben esplicitato: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo».
Nel secondo caso, invece, con il termine “giusto” non si fa immediatamente riferimento ad un comportamento moralmente corretto, ma all’esattezza e alla precisione di una determinata posizione: è la stessa valenza che il termine ha in una frase come la seguente “la giusta posizione per vincere la partita di scacchi è fare scacco matto”, oppure “la giusta combinazione per aprire la cassaforte è digitare la password esatta”.
Mentre nel primo caso alla “giustezza” si può concedere una sorta di gradazione (si può essere più o meno giusti), nel secondo no: o si è nella posizione corretta, che abilita a qualcos’altro (la precisa posizione degli scacchi, che consente la vittoria; o la password esatta che permette di accedere alla cassaforte) oppure non lo si è.
Considerato tutto questo e tornando alla parabola, riesce bene il gioco di parole per cui non è detto che essere giusti (moralmente) coincida con la giusta collocazione di fronte al Signore. Anzi, sembra che il giusto posizionarsi di fronte a Dio (quello che abilita ad una relazione consapevole con Lui, che altrimenti non si dà) coincida con il non essere giusti (moralmente).
Questo evidentemente non vuol dire che allora bisogna porsi in una condizione moralmente ingiusta per entrare in relazione col Signore o che non sia necessario lottare contro le ingiustizie di cui siamo artefici; piuttosto questo gioco di parole, suggerito dal vangelo stesso («Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti [in greco, dikaioi] e disprezzavano gli altri» - «Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato [in greco, dedikaiomenos]»), propone il riconoscimento di Dio come unico giusto e una ricollocazione nostra di fronte a Lui: nessuno di noi è giusto, noi siamo tutti peccatori.
Ed ecco entrare in gioco il secondo termine dalla doppia valenza che richiamavamo prima: “peccatore”.
Secondo un primo senso “peccatore” è chi commette dei peccati: preso in questa prima accezione il termine sembra contraddire quanto appena detto. In effetti esistono persone capaci di non fare peccati (almeno per un certo lasso di tempo) e dunque che potrebbero – come il fariseo della parabola – ritenersi giusti (moralmente).
Ma vi è una seconda intonazione che questo termine può avere: “peccatore” è colui che esistenzialmente è abitato dal peccato, cioè che in tutto ciò che fa (anche le cose giuste) porta con sé la contraddizione, la viscosità, la necessità della sua storia, del suo mondo, della storia che è e del mondo che è.
Da questo punto di vista nessuno di noi è “senza peccato”; per prendere solo un aspetto della questione ricordo quanto ci ricordava il prof. Moscatelli in un incontro sulla giustizia nella Bibbia: le nostre “vite giuste” galleggiano su fiumi di sangue di altri uomini… quello di coloro che abitano nel Terzo mondo e sulla cui ricchezza si fonda la nostra opulenza, quello di mia madre che mi ha dato alla luce, quello dei martiri della patria che mi consentono di vivere in un paese libero dalla dittatura, e via discorrendo…
Non si tratta del solito discorso – piuttosto abusato negli ambienti cattolici – che vuole insistere sulla peccaminosità dell’uomo, mettendola quasi al centro della lettura teologica della storia: non credo nella logica della mortificazione, delle penitenze e dei sacrifici atti a castigare la nostra natura cattiva. È infatti quella stessa logica che genera sedicenti giusti, che disprezzano gli altri.
Si tratta piuttosto della proposta (che a me pare nasca dalle pagine evangeliche) di guardarsi onestamente come un miscuglio (i cui elementi quasi mai sono ben rintracciabili) di caso, fortuna, grazia, necessità, precarietà, eredità, gratuità, bisogni, assoluto e chi più ne ha più ne metta… con due centimetri di libertà…
Se ci pensiamo così, come un grumo di sangue accanto ad altri grumi di sangue, siamo nella giusta posizione per una relazione consapevole col Signore, che col tempo ci insegna che la giustizia che disprezza il fratello, non sarà mai la sua giustizia… perché Lui, l’unico giusto, i suoi figli-miscuglietti non li ha mai disprezzati.

venerdì 11 febbraio 2011

L'ultimo Antipapa

Penso che dopo questa ultima sortita di Berlusconi, il Magistero della chiesa, Papa in testa, debba cominciare a preoccuparsi seriamente.

Il movimento capeggiato da Giuliano Ferrara (che con tutta evidenza si sta rivelando “più ateo che devoto”) fonda la “difesa” di Berlusconi su una presunta campagna giacobina e moralista del mondo puritano italiano: proprio lui che ha fondato un movimento puritano contro la legge dell’aborto, riconosciuta da tempo “il miglior compromesso possibile” persino da Ruini!

Solo che Berlusconi infilandosi a testa bassa in questo pertugio difensivo non si accorge che così facendo peggiora ancor di più la propria situazione “morale” proprio in quegli ambienti cattolici a cui in primis sembra intendere rivolgersi per recuperare quel consenso che sta visibilmente perdendo.

Infatti il suo discorso, impostato sulla falsariga di quello di Ferrara (che ha già dimostrato quanta poca comprensione ha del cattolico elettorato) e supportato a spada tratta dai suoi politici, diciamo così, “riconoscenti” e per questo legati a filo doppio al suo destino politico, si configura come una vera e propria eresia propinata a quell’elettorato che allo stesso tempo costituisce di fatto il “gregge” affidato ai Pastori della Chiesa.

Ma in questo modo Berlusconi, (che continua legittimamente a professarsi cattolico, e fino a “scomunica comminata” è un suo diritto), facendo da contraltare alla vera dottrina cattolica sul peccato, e quindi auto-costituendosi come “fonte normativa magisteriale” della dottrina morale cattolica, comincia a configurarsi come un autentico antipapa scismatico, all’interno del mondo cattolico: soprattutto se c’è come sembra, qualche pio fedele che – ignorando quello del Papa – comincia a credere al suo discorso.

Di fatto, definendosi “peccatore” e chiedendo per questo “al popolo sovrano” una assoluzione generale sui peccati di cui è indagato in quanto reati, Berlusconi fa volutamente una grave confusione dottrinale tra legge e peccato, tra giustizia di Dio e giustizia umana, tra assoluzione e immunità, tra pena e colpa, tra foro interno ed foro esterno… Contrariamente alla dottrina cattolica che afferma, distinguendo, che ci sono peccati e reati e non sempre le due cose coincidono.

Inoltre la dottrina morale cattolica dichiara espressamente che se non ci sono ragioni “proporzionate di coscienza”, alla legge è dovuta obbedienza (anche se ritenuta personalmente ingiusta!) e la sua violazione costituisce formalmente “peccato”. Per cui: è peccato passare col rosso; è peccato parcheggiare fregandosene degli altri; è peccato non pagare le tasse; è peccato non andare a votare; è peccato saltare la coda; è peccato non rispettare la raccolta differenziata; è peccato inquinare… Molti qui arricceranno il naso anche in ambito cattolico, ma io ho citato espressamente questi casi perché col tempo alcuni di questi comportamenti sono stati declassati dal sentire comune a semplice “cattiva educazione”, ma la dottrina cattolica che vede l’individuo sempre inserito all’interno di una comunità umana più ampia, li ha da sempre configurati come peccati. Certo, c’è peccato e peccato, ma pur sempre di peccato si tratta, in quanto figlio di un menefreghismo egoista che disprezza il “prossimo”…

Tornando al tema della “dottrina berlusconiana del peccato”, ripeto, la esplicita confusione tra peccato e reato, con tutta evidenza finalizzata alla propria incolumità non solo politica, costituisce un vulnus nella dottrina cattolica e, siccome è propinata alla gente come “verità morale”, si configura come un tentativo di formulare una dottrina contraria agli insegnamenti della chiesa e quindi formalmente eretica e fautrice di movimenti scismatici.

Visto che non posso dilungarmi in un corso di morale, sintetizzo: Ci sono reati che non sono peccato; ci sono peccati che non sono reati; ci sono peccati che sono reati! In ogni caso da sempre nella dottrina morale cattolica, anche qualora un cristiano per obbligo di coscienza viola la legge, sempre in coscienza se ne deve assumere la responsabilità civile e penale; sociale e politica ed economica… Se questo vale persino per dei fatti che riguardano la coscienza, questo vale ancor di più per fatti come la concussione e l’incitamento alla prostituzione minorile, dove l’obiezione di coscienza non può, con tutta evidenza, essere usata come giustificazione di tali comportamenti.

In ogni caso nella dottrina cattolica mai l’assoluzione del peccato costituisce assoluzione del reato! A questo invece punta Berlusconi col suo eretico discorso, ma facendo questo incorre in un peccato (non reato!) questo sì imperdonabili.

E sia detto per inciso, qualora un peccato si configura come reato, esso esce necessariamente dalla sfera del privato e si configura come atto pubblico. Sempre! Anche quando si consuma all’interno della sfera privata della propria intimità personale. Quindi è falso che ci sia violazione della privacy da parte dei giudici, semmai è il contrario: è la privacy che viene usata per fare violenza al suo contrario, alla collettività…

Quindi si rassicurino Berlusconi e Ferrara, il fratello Berlusconi è già formalmente “perdonato” dall’elettorato devoto… e proprio questo perdono esige che lui (smettendo di dire eresie) dei suoi peccati se ne assuma la piena responsabilità civile, penale, politica, economica, sociale oltre che ecclesiale… in una parola storica. E proprio a questo mira quella “penitenza” che il prete formula durante il sacramento della confessione: solo qui l’assoluzione diventa effettiva! Solo con la esplicita assunzione delle proprie responsabilità storiche del proprio peccato nella forma di un tentativo di avviare un cammino di conversione nei comportamenti concreti del proprio vissuto (a cui ben poco servono le classiche “tre avemarie”). Perché lo ribadisco, l’assoluzione del peccato non assolve mai dal reato (e viceversa)! O per usare un linguaggio più classico: l’assoluzione della colpa non toglie la pena!

Ci fa piacere che Berlusconi quindi si consideri peccatore (e Ferrara con lui), ma propri l’essere peccatore esige che si assuma le conseguenze storiche del proprio peccato, andando dai giudici di Milano (che gli contestano il reato non il peccato!) e non ponendo mille ostacoli per sottrarsi alle proprie responsabilità come sta invece facendo. Così facendo però accentua ulteriormente quella deriva etica che (oltre a rendere il peccato imperdonabile, finché persiste tale comportamento) diffonde il proprio peccato all’intera collettività proponendosi non solo come modello da imitare (che dovrebbero invece imitare il Cristo), ma anche colui che dà giustificazione dottrinale del proprio peccato accentuando ulteriormente il degrado morale della collettività e ampliando ulteriormente il “disastro antropologico”.

Non so se siamo di fronte a una apologia del reato, ma certamente siamo davanti a una apologia del peccato che dovrebbe non poco impensierire quelle alte sfere del magistero che avrebbero dovuto vegliare sul gregge a loro affidato e che invece interessi di basso mercato ha portato dapprima a chiudere un occhio, poi a turarsi il naso, quindi anche le orecchie ed ora entrambi gli occhi: se continuano così resterà loro ben poco di scoperto per potersi rendere ancora riconoscibili dagli agnelli del gregge di Dio.

domenica 1 marzo 2009

Gettati nella mischia per essere figli

Miguel Angel Reyes - Llave, Lotta
Spinti tra le braccia di Satana per incontrare quelle del Padre?
L’espressione evangelica “tentato da Satana” (peirazómenos úpò toū satanā) esige prima di tutto una comprensione del significato delle parole tentare e tentazione…
Tentazione e tentato (dal verbo tentare) sono espressioni strettamente collegate rispettivamente al sostantivo tentativo (péira) e al verbo tentare (peiráō): queste espressioni hanno in sé il concetto di “portare al di là”, “portare fuori”, “sforzarsi di arrivare oltre” (cf Tentazione in Diz. Teol. Concetti N.T., ed. EDB)… e quindi per estensione tentare, mettere alla prova, provare, misurare, valutare, verificare, soppesare, pesare, spingere oltre… L’immagine che più si avvicina è quella delle “prove di resistenza” dei materiali che si fanno nei laboratori scientifici: si porta il campione al punto di rottura e se ne conoscono così le qualità di resistenza (alla trazione, compressione e torsione…) per permetterne l’uso adeguato alle sue “capacità”…

Ma cosa, chi, spingere oltre? E dove? Oltre il proprio limite per valutarne la tenuta!
In questo senso “tentare Dio” è un’espressione usata anche nell’AT. È volerne misurare la pazienza, la misericordia, portarlo al limite di sopportazione per misurarne i limiti: “voglio vedere quanto resisti a…”: volermi bene, essermi amico, proteggermi, sopportarmi, a sopportare… (da qui gli attestati continui alla infinita misericordia di Dio, alla sua infinita grandezza, potenza, ecc.!). È evidente qui come essa sia quindi collegata a una mancanza di fiducia, di fede: “non ci credo veramente che sei capace di”… volermi bene, essermi amico, proteggermi, sopportarmi, a sopportare…!

Sempre in questo senso anche nel libro di Giobbe, ancora Satana propone a Dio di misurare la fedeltà di Giobbe! E Dio acconsente!?! «Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai…» (1,11)!

Persino Giobbe rimprovera proprio questo a Dio: «Che cosa è l’uomo perché tu lo renda grande e presti a lui attenzione, e lo visiti ogni mattina mettendolo alla prova ad ogni istante?» (7,17ss). E anzi lo sfida: «Ma egli conosce la strada che io prendo; se mi provasse, ne uscirei come l’oro» (23,10)… Dai, provaci! Ti terrò testa!

Interessante notare anche il cinismo degli amici: : «Sia dunque Giobbe provato sino alla fine, perché le sue risposte sono come quelle degli uomini malvagi» (34,36)… Ovvio, direbbe san Giovanni, chi non si fida di Dio, come può fidarsi degli uomini, e viceversa?

Ma Giobbe in fondo invece si fida, da qui la sua “confessione di fede” nell’impossibilità di misurare Dio: «Oh, sapessi dove trovarlo, per poter arrivare fino al suo trono! Esporrei la mia causa davanti a lui, riempirei la mia bocca di argomenti. Saprei le parole con le quali mi risponderebbe, e capirei ciò che avrebbe da dirmi. Contenderebbe egli con me con grande forza? No, invece mi presterebbe attenzione. Là l’uomo retto potrebbe discutere con lui, così sarei assolto dal mio giudice per sempre. Ecco, vado ad oriente, ma là non c'è; ad occidente, ma non lo scorgo; opera a settentrione, ma non lo vedo; si volge a mezzogiorno, ma non riesco a vederlo» (23,3-9).

E cioè qualora il metro dell’attenzione, della discussione e dell’assoluzione è quello del “cercare di”… sapere, capire, contendere, come tentativo di “misurare”, vagliare, tentare Dio, coerentemente non si può che concludere che, visto che “non riesco a” sapere (non so!), a capire (non capisco!), a dialogare (non contendo!)..., non si può non affermare che allora Dio non mi presta attenzione, non si può discutere con lui, non può assolvermi! Cioè c’è già qui presente in modo abbastanza inaudito per il nostro pensiero occidentale, che la conoscenza di Dio è influenzata dal mio rapporto con lui e non il contrario: se non mi fido di lui, non posso, non solo conoscerlo, ma neanche volerlo conoscere! È solo la fede-fiducia reciproca che ci permette di incontrarLo e di incontrarci! E questo vale anche tra gli uomini!

Questo per dire che il tema della “tentazione” è un tema talmente fondamentale che necessariamente è sotteso a tutto il discorso biblico e non basta cercare la parola “tentazione” ma occorre cercare il contenuto semantico che essa esprime cioè tutte quelle espressioni che in un modo o nell’altro rimandano a ciò che i lemma “tentare” e “tentazione” significano: e non solo le espressioni “affini” (si veda ad esempio i termini “stanchezza”, “stanco”...) ma anche i gesti e i comportamenti, come abbiamo visto nel Satana in Giobbe, dove la parola tentazione di per sé non c’è, ma c’è l’azione del tentare, del provare…
E questo ci fa dire che se è vero che il tema dei 40 giorni del Vangelo di oggi richiama il cammino nel deserto, l’idea della tentazione rinvia a tutta la storia di Israele e anzi dell’umanità! Al rapporto uomo-Dio, Dio-uomo e al rapporto uomo-uomo!
È chiaro che sviluppare adeguatamente questo tema esigerebbe la rilettura integrale della Bibbia sotto questa prospettiva…

Ora in tutte queste “tentazioni” nel senso sopra brevissimamente esposto che cosa è in questione? A cosa dobbiamo “resistere”?

Sempre prendendo da Giobbe (ma Alessandro D'Alatri: Il giardino dell'Eden, Gesù è spinto nel desertovedi anche ad esempio Abramo e il “sacrificio” di Isacco in Genesi 22)… quello che è in questione, non è tanto in primis l’idea che io ho di Dio, il “chi è Dio?”, “il suo volto”, ma il nostro rapporto con lui. La questione è “come ci relazioniamo con lui? (Eva, Abramo, Mosè, Israele, Gesù…)! La bibbia dice il “chi” attraverso la storia della “relazione”: ed è proprio questo a cui rimanda il nome di Dio rivelato a Mosè, Yhwh.

Insomma è il nostro rapporto con l’altro che ci rivela chi è l’altro: se lo trattiamo da nemico, lo vediamo nemico e non lo conosciamo affatto! Ecco perché “bisogna” amare il nemico: uno non “è” nemico, lo facciamo nemico, decidiamo noi che sia così o meglio lo lasciamo decidere alle le nostre paure di cui diventiamo schiavi. In una parola Dio, l’uomo, la donna, il creato, ci è nemico se gli siamo nemici, ci sono stranieri se decidiamo di essergli straniero!

Il Tentatore è proprio colui che accusa (da cui il nome satana: a cui si oppone la difesa dello Spirito e Gesù come “avvocati, difensori”, mediatori, intercessori) uno dei “poli” del rapporto di amicizia (alleanza): Dio (Genesi, e qui nel Vangelo), l’uomo (Giobbe, e sempre qui nel Vangelo) e cerca di creare una rottura, una crasis: divide (da cui il nome diavolo: a cui si oppone la comunione nello Spirito di Cristo) con lo scopo di porre se stesso come centro di una relazione asimmetrica (Mammona, qui Satana cfr passi Mt 4,1ss; Lc 4,1ss)… Incredibile, nel nostro brano genesiaco, il passo in cui Dio si pente di essersi pentito di aver creato l’uomo: anche Dio cioè si “confessa” di aver ceduto alla tentazione… ed è tentato di cedervi… e lo tentiamo ogni volta che gli chiediamo di usare il nostro criterio di giustizia! Ma Dio da Noè, ha deciso di esserci Padre e di esserlo per tutti! O almeno questo è il significato che l'episodio biblico dell'arca ci vuole trasmettere: non sognatevi di pensare che Dio possa cessare un giorno di esserci Padre (o non esserlo per il malvagi!)... perché da sempre ha deciso di esserci Padre e mai si rimangerà la propria paternità, anche se lo tentiamo! Anche se, assumendo il ruolo di accusatori (satan) cerchiamo di separare (diaballo) il Padre dai suoi figli e i figli dal loro Padre (magari per tenercelo tutto per noi: cf Caino)...

La questione è insomma il “tentativo” di mettere in discussione la figliolanza: “il nostro essere figlio/a!” a cui cor-“risponde” l’espressione “padre”, “mio padre”, “padre vostro”, “padre nostro”: che non a caso sono “in-vocazione”, preghiera e che qui sono tutte espressioni implicite nel termine “tentazione” come loro negazione, gli altri evangelisti invece esplicitano le tentazioni col rischio però di ridurle ad alcuni aspetti della vita, mentre è la Vita tout-court che è tentata (persino in Dio, persino del Padre) di diventare Morte, di restare senza figli, sterile, perché i figli sempre sono anche un problema, che scombussolano la vita, persino di Dio!

Tornando al Vangelo, la Tentazione (con la t maiuscola) permanente di Gesù e la nostra, non è la tentazione moralistica e pulsionale della nostre “voglie”, la Tentazione è quella per cui Gesù ha pregato e ci invita a pregare “non ci indurre in tentazione”… di cui il “non abbandonarci nella prova” è solo un aspetto! Una traduzione più vicina a noi non ci esime dalla comprensione profonda… Allora questa prova in cosa consiste? È un termine complesso abbiamo visto, che non è spingere al peccato, anzi il peccato ne è la conseguenza…

Sostanzialmente quindi il problema della tentazione è il decidersi di “non voler stare solo” (Dio col diluvio, Adamo), “non volersi fare da sé” (peccato di Adamo… e per questo Dio nella storia si serve di “inviati”, profeti, apostoli), rifiutare il parricidio (Gesù), il figlicidio (Dio a Noè, la Risurrezione di Cristo)!
Allora che cosa vuol dire essere figlio (e per converso Padre)? Essere figlio vuol dire lasciarsi coinvolgere in una storia di comunione (alleanza) con Dio che solo allora “diventa” Padre. Questa storica concreta di comunione, Gesù la chiama “Regno”! Decidere di lasciarsi coinvolgere in una avventura nuova con Dio accolto come Padre… ecco perché Gesù subito annuncia il Regno… ecco perché conversione vuol dire “cambiare direzione” proprio come tentazione, vuol dire andare “al di là” del rapporto, emanciparsi, rompere il rapporto, cambiare strada, costruirsi una storia per conto proprio, solipsisticamente… Ecco allora la sola vera tentazione presente in ogni tentazione: di chi vuoi essere figlio? «“Se” sei figlio… non è possibile che», “il tuo essere figlio… ti dà diritto di..”, ecc.

Il deserto come dimensione permanente del cammino nello Spirito!
Anche lo Spirito “tenta”, anche Satana “spinge”: solo che uno spinge al deserto (le prove di Giobbe) cioè all’abolizione di ogni stampella nell’affidarsi a Dio: e là, la fede o cresce o crolla. Ma in questo senso dal deserto non si deve mai uscire, se non si vuole uscire dalla fede, dal rapporto con Dio, in cui ci decidiamo (“sì o no”) come figlio. Da questo nuovo rapportarsi con Dio, “nasce”, prende corpo allora il volto nuovo di Dio, che si rivela solo allora Padre, nella misura in cui noi accettiamo di farci figli! Ecco perché Gesù rivela il Padre: in quanto figlio! Non per intervento “magico” ma per radicale figliolanza!
Alessandro D'Alatri: Il giardino dell'Eden, Gesù è provocato e si lascia pro-vocare
Dobbiamo stare attenti a non vedere i vari racconti di Gesù come se fossero separati tra di loro, come grani di un rosario… Come se Gesù una volta superata la prova si fosse lasciato il deserto dietro le spalle… Gesù e il discepolo sono nel deserto tutta la vita… non ne escono mai perché si lasciano guidare dallo Spirito e quindi ogni istante la loro figliolanza è “provata”: "Gesù fu tentato in tutto come noi, eccetto che nel peccato" (Eb 4,15): sempre, fin che era nella storia! L’illusione che noi abbiamo di porre fine alla tentazione è essa stessa una tentazione, una fuga, perché pretende di sottrarci dall’azione dello Spirito…

Infatti appena Gesù esce dal un deserto ne entra in uno ben più grande: Giovanni è stato ammazzato! Ma questo lo spinge ulteriormente ad andare oltre, ad impegnarsi, a gettarsi nella mischia, non a fuggire, ed annuncia il Vangelo!

Spero che siano chiari ora i due movimenti contrari: lo Spirito spinge alla lotta, satana alla fuga! L’uno alla comunione, l’altro alla separazione…
Per questo appare fondamentale notare che anche lo Spirito (pneuma) “spinge”, “getta oltre”, “getta, spinge fuori” (ekballei) ma nel deserto cioè tra le braccia di satana, perché forza alla lotta, lo Spirito cerca lo scontro (cf “addestra le mie mani alla battaglia” Salmo 22,35)… È veramente “strano” il cristianesimo, mentre tutte le religioni spingono alla fuga dal male… lo Spirito spinge all’incontro, ad affrontarlo…. vittoriosamente! Si veda Paolo in 1 Cor 12,9 quando chiede di essere liberato dalla “prova” e Gesù risponde: ti basti la mia grazia!... È come se Dio lottasse contro la sua stessa tentazione di non esserci più Padre (siamo fatti a sua immagine anche in questo?!) in un vero corpo a corpo (cf Gen 32,26 in cui Giacobbe costringe Dio ad essergli Padre: «Non ti lascerò andare, se non mi avrai prima benedetto! E vince! E Dio si lascia vincere perché vuole “essere” e rivelarsi Padre) e ci spingesse per questo a lottare contro la tentazione di non esserGli più figlio: perché se non c’è il figlio, non c’è il padre! E così scopriamo che nemmeno Dio è Padre “automaticamente”… ma decide di esserlo in ogni istante “restando fedele a se stesso”… Insomma saremmo stati “tentati” anche se non avessimo mai ceduto alla tentazione, anche se non esistesse il peccato originale…

Lo Spirito, il deserto-satana e la prova sono quindi l’itinerario di un solo movimento che spinge tra le braccia del Padre e dei fratelli… attraverso “l’abbraccio” con satana! Altro che la banalizzazione che noi facciamo del diavolo: il Vangelo risponde qui al nostro peccato (si badi bene: dico peccato, non tentazione!) che ci fa credere che il diavolo, l’accusatore, il nemico, sia l’altro o sia altrove, invece siamo noi stessi, è dentro di noi, è persino in Dio: è la voglia che noi abbiamo di starcene da soli in pace, senza troppi problemi! È la tentazione solipsista!

Allora, l’amore del Padre e l’amore del figlio, si concretizzano storicamente in una storia che nella maturazione del loro rapporto, li fa Padre e figlio in una storia comune che si chiama Regno, giustizia nuova, nuova alleanza! Ed ecco perché Gesù è nuovo Mosè, guida autentica di una alleanza rinnovata: conduce al Padre, perché conduce all’unica figliolanza possibile! La scoperta del volto di Dio, insomma non nasce da uno studio biblico, né teologico, né filosofico, né da una testimonianza strettamente intesa… ma nasce da un incamminarsi, ingaggiarsi, gettarsi nella mischia, coinvolgesi e lasciarsi coinvolgere in una storia in cui noi accettiamo di rivelarci al volto di Dio come figlio/a e questo ci rivela Dio come Padre e lo rivela agli altri uomini chiamati ad essere figli: infatti è il Figlio che rivela il Padre… e più uno è figlio e più mostra il Padre: nostro compito (conversione) allora è fare che Dio ci sia Padre. Fare che il Padre sia! Ed è quello che ci testimoniano gli apostoli e qui la prima lettera di Pietro!

Sinteticamente, nella lettera agli Ebrei (5,8) c’è espresso analogamente lo stesso pensiero: come Gesù anche per noi, è imparando l’obbedienza, è facendoci figli, che riconosciamo il volto di Dio come volto di Padre, cioè volto salvifico: costi quel che costi (il deserto, la lotta: cf Apocalisse), altrimenti sarebbe cedere alla tentazione, rompendo il legame, l’alleanza, la figliolanza, la familiarità! Ma uccidendo il Padre, uccidiamo necessariamente il figlio che noi siamo!

Alessandro D'Alatri: Il giardino dell'Eden, Gesù vince e accoglie la pro-vocazione

giovedì 19 febbraio 2009

Il perdono dei peccati sulla terra: i paralitici camminano!

paralitico, Gesù, guarigione, peccato
…faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia!
L’uomo, anche il più santo, ha assunto dalla carne con cui è intessuto, una specie di perverso istinto (la “legge della carne” che contamina anche il piano morale) di sopraffare e “mangiare” il più debole, quasi non si possa sopravvivere senza prevaricare su qualcuno, o desiderare di farlo. Questo istinto congenito convive con le migliori intenzioni… Anche il discepolo convertito è tuttora preso nel dramma tra la paura di perdersi e la scoperta evangelica che il dono della vita, come insegna Gesù, è la strada migliore per salvare la vita stessa. E allora è lacerato in questo dilemma interiore e rischia di consumarsi dibattendosi dolorosamente tra il “sì” e il “no”, come dice Paolo: “Non riesco a capire ciò che faccio: infatti io faccio non quello che voglio, ma quello che detesto” (Rom 7,15). Incapace di imitare la fede totale e duratura che ha sostenuto la vita di Gesù, nel quale invece “tutte le promesse di Dio sono «sì»”. Dio è stanco che ci siamo stancati di lui…, proclama il profeta. Ma questo intenso dispiacere in lui non genera il rifiuto di noi, anzi provoca una voglia ancor più grande di perdono e di proposta di rapporto nuovo. Gli antichi testi profetici hanno plasmato l’animo di Gesù e la sua concezione di Dio – Padre! La gente capisce che il suo atteggiamento verso il male (morale, come peccato, ma anche fisico e psichico – esistenziale!) è completamente diverso da quello che insegnano i loro maestri. Pur tenendone conto, Gesù non guarda tanto alla trasgressione della legge divina, che effettivamente è perdonabile solo da Do – ma guarda al malessere interione della gente che incontra, lo soffre dentro di sé (è preso da compassione nelle viscere!), perché è un male che blocca la vita come esperienza e processo di amore, di comunione con gli altri, di stima umile di sé (perché amati!), di speranza in un futuro… sostenuta dalla fede che spera in un Dio che ti dice: “Io, io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati”.
Il vangelo che Gesù vive, prima ancora di annunciarlo, è la notizia sorprendente che Dio non è né la legge né la coscienza, è più grande di ogni legge e del nostro stesso cuore e dei suoi scrupoli e rimorsi… Anche se da soli non riusciamo ad uscirne e bisogna che uno che ci ama ce lo dica! Incontrandoci paralizzati dalle catene interiori che neppure noi conosciamo del tutto, prima ancora che apriamo bocca per implorarlo, Gesù dice: figliolo, sono rimessi a te i peccati! Non dice: io ti rimetto, perché è vero che solo Dio può farlo, ma Dio esercita questa sua prerogativa divina nel Figlio dell’uomo sulla terra. Il giaciglio (nominato quattro volte) in cui è steso il paralitico è la legge, che è necessaria per contenerlo, ma nello stesso tempo lo tiene legato a sé, senza riuscire a guarirlo, perché effettivamente la legge non può perdonare. Così gli uomini, fratelli e sorelle, sono la necessaria mediazione per “calarlo” davanti a Gesù, ma non sono loro che lo salvano!

…amare l’uomo scrutandolo fino in fondo…
Gesù, infatti, non rimprovera ai suoi interlocutori di ritenere che solo Dio perdona i peccati, ma contrasta la loro rigida mentalità di preclusione del perdono divino, qui, sulla terra, senza il quale siamo condannati alla falsità e all’ipocrisia. Conoscere il cuore dell’uomo, le sue caverne interiori, le sue ferite sanguinanti, è possibile solo al Padre che ci ha creati e, mantenendoci in vita con il suo amore misericordioso, penetra e abita nelle pieghe più intime del nostro essere, contenendo il nostro male dentro di sé … Il perdono dei peccati non è tanto un problema del peccatore, che ci è immerso come in un pozzo da cui non ha forza e strumenti per uscirne da solo, ma di Gesù che si pone di fronte a lui… Proprio davanti al peccatore, più che mai, Egli manifesta “il suo potere” interiore, cioè la libertà e l’amore, l’ineguagliabile maturità umana di non esserne a sua volta schiavo del peccato – e quindi in atteggiamento di paura, aggressività, condanna verso di sé e verso gli altri! Mentre Lui è, dentro di sé, “signore” del peccato, non ha paura della morte, non si lascia vincere dal panico della solitudine e della sofferenza, non perde dignità e non tradisce mai il fratello o sorella… non ha complessi di colpa che lo impaniano nel passato, ma solo un’immensa compassione misericordiosa – quella stessa di Dio, suo e nostro Padre che si espande come forza risanante attorno a lui… Non – come si dice con un pericoloso cortocircuito – perché ha pagato al Padre il dovuto prezzo del peccato degli uomini, attraverso la passione e la croce! Piuttosto si è scontrato con la coalizione delle forze del male (come ricorda subito Marco : 3,6) determinate a bloccarlo e distruggere la sua umile amorevole “signoria” sul peccato e sulla sua causa che è la paura della morte. A Dio non lo obbligava il prezzo da pagare alla Sua offesa. È il Padre stesso che genera incessantemente nel Figlio l’irriducibile passione di amare tanto il mondo da mandare il proprio figlio, non a giudicare, ma a salvare gli uomini.

…io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso.
Questa sorgente di amore e benevolenza inarrestabile che sgorga dal cuore del Padre nel Figlio, proprio perché è gratuita e gioisce di coinvolgere tutti in sé, al di là di ogni legame o restrizione contrattuale o di ricompensa o di castigo, è l’identità stessa di Dio! Non c’è una formula o un potere magico… È “l’amore dell’amore” che cancella i peccati, l’incontenibile desiderio che l’amore si diffonda e faccia “vivere” tutti e tutto… Gesù né è impregnato appunto perché è senza peccato, cioè senza freni o impedimenti o ostacoli che impediscano dentro di lui di assorbirlo pienamente, al punto che “in lui abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). Da qui scaturisce la misericordia sconfinata per i peccatori e gli sventurati della società… perché sono un vuoto di amore, e gli stanno a cuore più di quanto loro amino sé stessi. È consapevole di cosa è capace il cuore dell’uomo (e lo patirà amaramente!), ma è anche in grado di percepire il reale desiderio di bene di chi ha peccato e vorrebbe riconciliarsi e tornare a vivere. È questo il mistero che gli scribi, legati al valore giuridico della legge, non riescono a capire. Gesù compie il miracolo perché anch'essi sappiano che “il Figlio dell'uomo ha il potere sulla terra di rimettere i peccati”. E il paralitico è completamente guarito. Qui, per la prima ed unica volta, Gesù dichiara apertamente il motivo vero del suo miracolo: è il segno che indica il suo potere divino, che riguarda proprio il perdono. Dio è amore, e l’amore per l’uomo è anzitutto perdono risanante o preveniente! Come dice Giovanni: In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. (1Gv 3,19).

La radice profonda del problema del peccato.
L’uomo religioso (come era normale nel mondo antico) o l’uomo ateo (come oggi è culturalmente diffuso) sono imparentati tra loro da una tenacissima radice comune: la falsa immagine di Dio! Accettata e strumentalizzata nel primo o rifiutata e combattuta nel secondo, è sempre idolatria, che vuol dire appunto adorare l’immagine. L’uomo, secondo la Bibbia, non ha dentro di se la causa di se stesso, ma raggiunge la sua pienezza nell’esser relativo ad altro da sé… è fatto ad immagine di un altro. Impara dalla mamma o da chi lo accudisce, poi dai rapporti di amicizia e di coppia, se ha la grazia di sperimentarli… a maturare sempre più la scoperta che il suo riferimento definitivo, intimo a tutti i suoi riferimenti che lo fanno crescere sulla terra, è l’Altro! La sua avventura umana è uscire da sé! Se non gli nasce dentro questa capacità interiore (consapevole o meno) l’uomo si consuma nella rincorsa continua di immagini fallaci, fondate sull’affermazione insaziabile di sé, che lo ingannano e lo conducono all’angoscia, perché non raggiungono mai il bersaglio. Allora si consuma nei sensi di colpa (che sono provocati dalla lesione della immagine di sé!) e non dal senso del peccato (che è il rifiuto o la paura dell’amore che chiama fuori di sé). Ma l’immagine di Dio, come si è manifestata nella storia, non è “l’onnipotenza”, che l’uomo “religioso” ricerca in Dio o che l’ “ateo” ricerca in sé … ma è Gesù, e questo crocifisso! Per aver insegnato agli uomini che Dio è “amore impotente”, cioè storicamente inabile alla potenza e alla violenza, ma capace solo di perdono e benevolenza! Un amore che si manifesta donando a tutti perdono e misericordia e insegnando agli uomini a fare altrettanto, già qui sulla terra! ingenuità o bestemmia? Così pensano i realisti, sia religiosi che atei! … comunque, un passo duro, per chi non ha provato un troppo di amore!

venerdì 13 giugno 2008

Se il gratuito si appanna… nella chiesa...

di Zita DAZZI

MILANO - Una durissima lezione per gli uomini di Chiesa, peccatori come tutti gli altri uomini. E un severo ammonimento ai preti: «Non conformatevi alla mentalità di questo secolo. Occorre un vero rinnovamento della mente». Malato e sofferente per il Parkinson, pensava di non farcela, il cardinale Carlo Maria Martini, a predicare gli esercizi spirituali. E invece, appena tornato da Gerusalemme, è arrivato fino a Galloro, vicino ad Ariccia, alla casa dei gesuiti, dove si recano i sacerdoti a meditare. E con loro, interrompendo le omelie di tanto in tanto per sottoporsi ai controlli clinici, è stato molto chiaro, commentando i brani della lettera di San Paolo al romani, dove si parla del peccato: «Tutti questi peccati, nessuno escluso, sono stati commessi nella storia del mondo, ma non solo. Sono stati commessi anche nella storia della Chiesa. Da laici, ma anche da preti, da suore, da religiosi, da cardinali, da vescovi e anche da papi. Tutti».
Una vera e propria lezione sui «vizi capitali» della Chiesa d’oggi, senza nessun timore di dire cose sgradevoli. Anzi con la certezza di offrire «una pista di riflessione». Martini ha voluto parlare dei «peccati che interessano proprio noi come chierici»: anzitutto i peccati «esterni», come le fornicazioni, gli omicidi e i furti, precisando «questi ci toccano meno di altri, ma comunque ci riguardano anch’essi». E poi è passato ad esaminare «le cupidigie, le malvagità, gli adulteri». Ha ammonito: «Quante bramosie segrete sono dentro di noi. Vogliamo vedere, sapere, intuire, penetrare. Questo contamina il cuore. E poi c’è l’inganno, che per me è anche fingere una religiosità che non c’è. Fare le cose come se si fosse perfettamente osservanti, ma senza interiorità».
L’arcivescovo emerito di Milano ha parlato poi dell’invidia, «il vizio clericale per eccellenza: l’invidia ci fa dire «Perché un altro ha avuto quel che spettava a me?». Ci sono persone logorate dall’invidia che dicono «Che cosa ho fatto di male perché il tale fosse nominato vescovo e io no?»«. E ancora: «Devo dirvi anche della calunnia: beate quelle diocesi dove non esistono lettere anonime. Quando io ero arcivescovo davo mandato di distruggerle. Ma ci sono intere diocesi rovinate dalle lettere anonime, magari scritte a Roma... «.
Carlo Maria Martini, vescovo per 22 anni a Milano, sente il dovere di parlare esplicitamente ai giovani preti, auspicando un rinnovamento: «Devo farlo perché sarà l’ultimo ritiro, fa parte delle scelte che fa una persona anziana e in dirittura d’arrivo, ci sono cose che devo dire alla Chiesa». La sua lezione continua giorno dopo giorno durante la settimana di ritiro spirituale. «San Paolo parla del «vanto di fare gruppo», di coloro che credono di fare molti proseliti, di portare gente perché così si conta di più. Questo difetto grave è molto presente anche nella Chiesa di oggi. Come il vizio della vanagloria, del vantarsi. Ci piace più l’applauso del fischio, l’accoglienza della resistenza. E potrei aggiungere che grande è la vanità nella Chiesa. Grande! Si mostra negli abiti. Un tempo i cardinali avevano sei metri di coda di seta. Ma continuamente la Chiesa si spoglia e si riveste di ornamenti inutili. Ha questa tendenza alla vanteria».
Non fa nomi, Martini, se non quello del papa Benedetto XVI, citato tre o quattro volte, affettuosamente: «Dobbiamo ringraziare Dio di averlo, anche se poi abbiamo qualcosa da criticare». Ma Martini è come se volesse anche mettere in guardia Ratzinger quando, riprendendo le parole del papa, mette in guardia i preti dal «vanto terribile del carrierismo»: «Anche nella Curia romana ciascuno vuole essere di più. Ne viene una certa inconscia censura nelle parole. Certe cose non si dicono perché si sa che bloccano la carriera. Questo è un male gravissimo della Chiesa, soprattutto in quella ordinata secondo gerarchie perché ci impedisce di dire la verità. Si cerca di dire ciò che piace ai superiori, si cerca di agire secondo quello che si immagina sia il loro desiderio, facendo così un grande disservizio al Papa stesso».
Un quadro fosco, che il grande biblista, dettaglia, come può solo chi conosce dall’interno i meccanismi di potere della Chiesa: «Purtroppo ci sono preti che si pongono punto di diventare vescovi e ci riescono. Ci sono vescovi che non parlano perché sanno che non saranno promossi a sede maggiore. Alcuni che non parlano per non bloccare la propria candidatura al cardinalato. Dobbiamo chiedere a Dio il dono della libertà. Siamo richiamati a essere trasparenti, a dire la verità. Ci vuole grande grazia. Ma chi ne esce è libero».
(Repubblica.it, 5 giugno 2008)

Vedi anche: Martini, il Cardinale e Dio: Il testamento del cardinale, di Marco POLITI

domenica 13 gennaio 2008

Battesimo del Signore

Ecco il mio servo!...
Giovanni ha la sensazione che sta capitando qualcosa di assolutamente nuovo, quando nella fila dei battezzandi che ormai da tempo venivano a lui, vede Gesù, venuto anche lui a farsi battezzare! Ciò che Giovanni stesso aveva profetizzato di Gesù sta compiendosi in modo così misterioso che non riesce a coglierne il senso! E gli dice: Io ho bisogno di essere battezzato da te e tu vieni da me? Gesù non ha nessun bisogno del suo battesimo di penitenza, anzi… semmai viceversa!
Giovanni conosceva i profeti e predicava una conversione secondo il loro linguaggio e il loro insegnamento, per preparare la via del Signore. E la gente accorreva a lui confessando i propri peccati, facendosi battezzare da lui nel fiume Giordano…

Vedendo però molti farisei e sadducei venire al suo battesimo, disse loro: «Razza di vipere! … Fate dunque frutti degni di conversione …Già la scure è posta alla radice degli alberi: …Io vi battezzo con acqua, per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più potente di me… egli vi battezzerà in Spirito santo e fuoco. Egli ha in mano il ventilabro, pulirà la sua aia e raccoglierà il suo grano nel granaio, ma brucerà la pula con un fuoco inestinguibile (Mt 3,7ss)

Così infatti era la predicazione tradizionale della salvezza, legata ai frutti della conversione e alternativa alla eterna perdizione. Per cui l’uomo, anche desideroso di ascoltare il monito del profeta, ne riceveva la denuncia del suo peccato, ma non la forza di uscirne. Per cui questi “frutti degni della conversione” non riusciva a darli… E incombeva su tutti la minaccia apocalittica di finire nel fuoco inestinguibile. Il popolo che ascoltava la chiamata di Giovanni alla conversione, lavava nell’acqua i propri peccati, ma non ne traeva la forza per non ripeterli allo stesso modo…
Ecco dunque Giovanni che si vede venire incontro Gesù, l’unico estraneo a questo dramma insolubile di desiderio e di incapacità di conversione. Forse sta iniziando un’era nuova, quella predetta in modo misterioso dal profeta? Gesù è quel personaggio nuovo che usa misericordia e tenerezza, che non spegne lo stoppino fumigante e non spezza la canna incrinata? Giovanni non sa più che debba fare… e si affida a chi gli dice che sta iniziando “un altro livello di giustizia” tra gli uomini e Dio.

Colui che assume e porta i peccati del mondo
Gesù è simbolicamente l’ultimo della fila di tutti i battesimi di penitenza. Si chiude ogni ciclo e ogni tappa precedente e si apre il tempo definitivo, perché questo battesimo nuovo è l’unico veramente efficace, e rende superflui tutti gli altri, per sempre. Gesù non ha peccati da lavare nelle acque del Giordano, come la gente che va a purificarsi nei fiumi “religiosi”, lasciandovi i propri peccati, le loro macchie e la loro continuamente rinascente fragilità e malizia. Loro entrano nell’acqua sporchi e pregano per uscirne puliti. Gesù entra nell’acqua pulito e ne esce sporco, ludibrio delle genti, perché vi ha raccolto tutti i peccati del mondo, che gli si sono attaccati alla pelle, se li è caricati sulle spalle… E comincia così la sua vita pubblica di Messia, si avvia così alla sua sorte, con questo carico immenso, prima verso il deserto, alle tentazioni (come ridiventato sensibile a tutte le debolezze umane!), poi ad annunciare il Vangelo di misericordia per i poveri e i peccatori, inascoltato dai giusti e dai maestri di Israele, progressivamente rifiutato dal potere religioso politico economico… fino ad essere inchiodato sulla croce assieme ai delinquenti… La giusta fine, per colui che si era preso sulle spalle i nostri delitti!

Questi è il mio figlio prediletto.
Quando Gesù emerge dall’acqua, con sulle spalle e in cuore questa sua destinazione, sente su di sé il sigillo dello Spirito. Adesso tutta la storia della dannazione dell’umanità (la giustizia!) si è compiuta, sotto il segno della misericordia e della pace… tra il Padre e questo uomo, suo figlio, divenuto fratello di tutti gli uomini, di cui ha assunto la debolezza e il peccato. Finalmente la colomba della pace che aspettava da millenni di trovare dove posarsi, scende su di lui, che preserva per sempre l’umanità dal diluvio, dalla scure, dal ventilabro e dal fuoco inestinguibile.
Il Padre riconosce e conferma di fronte al mondo (a chi lo ascolta!) il nuovo motore dell’universo, il mistero nascosto fin dall’origine del mondo: - è questo il segreto cristiano, il Cristo! L’inversione, appunto, del spinta propulsiva del mondo, che non era possibili si manifestasse, se non adesso, quando il mondo è arrivato misteriosamente alla pienezza dei tempi. L’universo intero era fondato (rimane materialmente fondato) sull’assorbimento (la fagocitazione!) dell’energia fisica e vitale dall’altro, più debole di te, perchè della sua morte, o diminuzione, tu hai bisogno per “sopravvivere”! Ogni essere vive dell’energia rubata all’altro, sussiste per assorbimento dell’altrui identità… In Gesù invece si manifesta pienamente una nuova “alleanza”, una nuova “luce”… preannunciata dai profeti. Il nuovo motore che cambierà definitivamente le sorti del mondo, a partire dal suo livello umano più alto, quello dello spirito, è questa grazia, questo “dono” divino – la possibilità di donare la propria vita, la propria energia vitale all’altro più debole di te, assumerne la debolezza per soccorrerla e accudirla con il tuo amore. Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici!

…Nel quale mi sono compiaciuto!
Nel Padre, che è l’origine eterna della vita, c’è un sussulto di gioia, perché qui si manifesta per la prima volta pienamente nella storia, la sua realtà più intima, misteriosa e irraggiungibile per noi, ma non incomprensibile. La sua intima realtà trinitaria di circuito d’amore, dove il dono totale dell’uno all’altro fino allo sprofondamento di sé che ci è stato rivelato nel figlio, non è causato della necessità sacrificale, come sempre l’uomo ha interpretato Dio, ma dalla forza esplosiva del dono di sé che genera la vita dell’altro. La gioia del Padre è che il Figlio ha assunta la debolezza degli uomini sulle proprie spalle e riporterà a lui tutti i suoi figli, coinvolgendo quelli che accettano di seguirlo su questa strada – e saranno segnati anche loro da questo originale sigillo battesimale “cristiano”, che è l’assumersi il peccato altrui… e donare la propria vita per fare vivere gli altri.

Adesso sto rendendomi conto che…
Pietro è il modello del nostro incerto e nello stesso tempo volonteroso cammino di fede. Uscire dalla religione contrattuale, moralistica, rituale… che tende a sottomettere Dio alle nostre modalità storiche e culturali di avvicinarci a lui, ci sconvolge sempre, di nuovo. Quando l’impatto con altre modalità ed altre culture (oggi come mai nella storia dell’umanità!) ci fa vedere che lo Spirito (l’Amore aperto in Dio e negli uomini) si trova dappertutto, non ha confini, mette in crisi la nostra fragile fede, che aveva già imprigionato la potenza dello Spirito nelle nostre storiche devozioni e impostazioni, prassi e regolamenti… Allora bisogna che l’amore ai “volti” che incontriamo sia più forte di questo smarrimento … per poter riaprire il cuore e dire, anche noi: Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto. Altrimenti eleveremo gli steccati o le condanne (o i roghi!) e faremo della grazia che il Signore ci ha donato, un’assurda barriera di esclusione dalla salvezza proprio di coloro che Gesù nel Vangelo ci ha insegnato a privilegiare d’amore: i poveri, i peccatori, i prigionieri, gli afflitti dal male e dal dolore, troppo più grande di loro.

Mentre adesso – in questo nostro tempo! ‑ come mai, stanno maturando i tempi i cui i cristiani possono rimisurare la salvezza portata da Gesù Cristo sulle misure infinite dell’universo.

giovedì 1 novembre 2007

il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto

Ormai il viaggio verso Gerusalemme è quasi finito. Il racconto della salvezza, dopo tanti insegnamenti e tanti incontri, si era inceppato nel giovane ricco, che si ritira triste dal colloquio con il Signore… e la gente commenta: chi potrà salvarsi? Ma avvicinandosi a Gerico, un cieco lungo la strada rinnova la preghiera appassionata della vedova nel tribunale e del pubblicano nel tempio e, finché non è ascoltato, continua a urlare: figlio di Davide abbi pietà di me! E la sua fede lo “salva” e cominciò a seguire Gesù, anche lui. E arrivano a Gerico. C’è tanta gente che s’è ammassata, per vedere e ascoltare Gesù. E’ un rabbi strano, con un messaggio sconvolgente: dove la bella figura di credenti la fanno il figlio scappato di casa, la donna piegata o la vedova disperata, il lebbroso riconoscente, il pubblicano peccatore… tutti questi guariscono, rinascono, si salvano! I capi, i ricchi, gli scribi e i farisei… rimangono ciechi e sordi e tristi. Adesso Luca vuol chiudere il viaggio con un ultimo incontro di Gesù molto originale: quasi una sintesi di tutto il viaggio prima del finale drammatico!
Cos’è la salvezza? è l’obiettivo di tutti gli incontri. Oggi – dichiara Gesù, in casa di Zaccheo, l’arcipubblicano - la salvezza è entrata in questa casa! infatti, spiegherà a Nicodemo che lo cerca di nascosto: Dio non ha mandato il Figlio nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui (Gv 3,17). Per forza i farisei ricominciano subito a borbottare, come sempre! Ma è possibile dichiarare “salvo” un tale peccatore senza prima prendere atto di che disastro di uomo era, fare i conti e la penitenza?! Invece, chi credeva (tutti noi!?) che incontrare il Signore, trovarselo in casa, fosse il risultato ottenuto con il nostro buon comportamento, è servito! Bisogna sospendere le nostre categorie di interpretazione, togliersi di testa le idee preconcette su Dio (giusti e peccatori, dannati e salvati, sacrificio e tempio …) fermarsi ad ascoltare e a guardare Gesù, come si comporta con questo capo dei pubblicani… e come costui risponde. Ogni parola, alla fine di questo viaggio di gesti e insegnamenti, è pregna di risonanze di tutto il cammino.
Un racconto del tutto laico: non c’è una motivazione religiosa, un gesto devoto, un sacramento attraverso cui passare, una malattia inguaribile che spinga a cerca l’ultraterreno. C’è solo il desiderio di vedere il Rabbi (o profeta) di cui tutti parlano, perché oggi “passava” di lì. Di certo, dentro questa aspirazione, covava qualcosa che veniva da più profondo, non ben chiara e non molto orientata ancora, ma di certo determinata, visto l’espediente di arrampicarsi su un albero di fronte a tutta quella gente, cui Zaccheo, piccolo di statura, ricorre, come fosse un ragazzo. Con dentro la domanda che trapela dal racconto: “ma Gesù, chi è, in mezzo a quel gruppo?....” Qui avviene l’impensabile: Gesù guarda in su e cerca proprio lui, sulla pianta! e lo chiama per nome: Zaccheo! Non ha neanche il tempo di pensare: Ma come possibile?! perché Gesù vuol addirittura essere accompagnato subito in casa sua, a riposarsi un momento… Ecco che, di fronte ad una disponibilità così affettuosa e accogliente, ciò che da chissà quando covava e pesava nel suo cuore di uomo peccatore, esplode: Signore, metà di quanto ho, la do ai poveri, a chi ho rubato ridò indietro il quadruplo. “Oggi,commenta allora Gesù, la salvezza è entrata in questa casa!
Gesù rovescia le nostre credenze e aspettative di salvezza… e quasi non ce ne accorgiamo, se dopo due millenni ancor pensiamo che il problema della salvezza sia … salvarsi l’anima per andare in paradiso. La salvezza – parola di Gesù! – si realizza nel preciso momento in cui uno si converte (si gira!), rimettendo a posto le relazioni sbagliate che ha con il suo prossimo, e assumendo un atteggiamento di amore verso i poveri, di giustizia verso chi ha malversato. “Perdersi” era dunque opprimere, estorcere e disprezzare. “Salvarsi” è amare i poveri, rifare giuste relazioni con tutti. Ed ancora una volta tutto rimane su un piano laico, che esige però una radicale trasformazione del cuore. Gesù rivive la sua avventura nel mondo: Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto. A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio - a quelli che credono nel suo nome…
Il Padre ha mandato Gesù a cercarci… Gesù ha cercato chi inconsciamente lo cercava: ha trovato uno che lo ha accolto pieno di gioia … e poi lo difende dagli zelanti: perché anch'egli è figlio di Abramo! il Figlio dell'uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto. Invita così i presenti a capire e partecipare a cosa sta succedendo, in questa casa di peccatori. E insegna a collocare questo fatto, capitato di fronte ai loro occhi, dentro la lunga storia di salvezza, che da Abramo va fino al Figlio dell’uomo, presente lì davanti a loro… Questa è la liturgia nuova, celebrata in una casa sconsacrata da abitanti impuri, garantita non dalla razza o dalle opere buone compiute, ma dalla effettiva trasformazione dei cuori e delle relazioni, dal cambiamento dei rapporti di giustizia e di amore, in quella iniziale minuscola “chiesa” in germoglio – che fa le prove in casa di Zaccheo. Questo è l’esempio che i discepoli, dovranno seguire, dopo gli eventi di Gerusalemme, andando in giro a ripetere quello che con lui avevano visto. Per questo ritroviamo poi questo schema di annuncio e conversione e rinascita nelle comunità cristiane di cui si racconta nelle prime pagine degli Atti della chiesa nascente. Ecco dove avevano imparato.
Il termometro della salvezza: il cambiamento delle relazioni e la gioia del cuore!
La salvezza è dunque il passaggio da un rapporto di oppressione, competizione, imbroglio reciproco… magari frenato da normative morali e legali, che custodiscono una più o meno sopportabile convivenza … ad un nuovo rapporto conviviale, sbilanciato nella benevolenza sia verso i poveri e i deboli, sia verso chiunque abbiamo fatto soffrire… Una trasformazione inondata di gioia, perché ciò che inconsapevolmente soffoca la gioia dentro il cuore di tutti gli Zacchei che noi siamo, è la sofferenza che il nostro comportamento provoca negli altri, l’indifferenza alla loro sorte, per insensibilità di cuore, - o il raffinato disprezzo che nullifica le persone. Il giovane ricco, che non ha avuto il coraggio di condividere i suoi beni con i poveri, come Gesù gli suggerisce, se ne andò triste… non per i propri peccati, che non aveva!... (Quando ci convinceremo che non sono importanti, i peccati, per la salvezza?… anzi nel vangelo sono proprio i peccatori che si convertono a Gesù, provocando gioia perfino negli angeli del paradiso –più che i giusti!). Se ne andò triste, comunque, perché aveva rifiutato di condividere i suoi beni con i poveri. Forse lui non lo sa, ma è la loro sofferenza che lo contagia e gli incupisce il cuore. Ancora una volta non si tratta di doveri morali adempiuti o trasgrediti, si tratta di relazioni umane da liberare e trasformare in amore, perdono e accudimento reciproco… Questa è la salvezza che Gesù è venuto a portare.
… è venuto a cercare ciò che era perduto: perché Dio è amante della vita.
Perché il messaggio di Gesù è così tragicamente rifiutato, fino a decidere di eliminarlo, quando era solo una proposta e una testimonianza di amore senza alcun interesse, pienamente gratuita e inerme? Perché i custodi della legge e del tempio, i capi del popolo, sono i più duri a respingerlo? Proprio per eliminare la “sindrome di Zaccheo”, perché non abbia imitatori, in questa liturgia nuova, dove in piena libertà, senza interpellare i farisei sull’applicazione della legge, né i sadducei sull’amministrazione dei beni, né i capi sul rapporto fiscale con i Romani… si rimettono a posto, con tutt’altri criteri, le relazioni di giustizia e di amore tra gli uomini (come l’amministratore previdente). Perché non è affatto vero che si tratta di un messaggio spirituale, nel senso di innocuo, fuori della storia. É inerme, cioè disarmato, ma esplosivo… e le sue conseguenze assunte in piena libertà e gioia sono certamente anche economiche e politiche
Zaccheo si è ammalato della malattia di Dio
Questa è la vera causa dello “scioglimento dei peccati”, praticata da questo Rabbi! Zaccheo si è ammalato di compassione, cioè di passione per la vita degli altri, a cominciare dai poveri e da quelli che ha impoverito lui! E’ diventato “amante della vita”, non dei soldi. Perché gli è rinato dentro il vero amore dei viventi. E allora i soldi e i beni sono solo dei mezzi per vivere e far meglio vivere la gente. I capi e i responsabili del popolo e del tempio disprezzavano il pubblicano, ma usufruivano del servizio. Questo Rabbi non lo disprezza per niente, anzi si è autoinvitato a casa sua, tra lo stupore scandalizzato della gente, ma gli ha riempito di gioia il cuore e tutta la casa. Gli ha tolto di dosso per sempre il disprezzo e gli ha cambiato la vita, con questa seconda “celebrazione penitenziale evangelica” che Gesù ha celebrato, con intenso compiacimento e tenerezza. (La prima è stata in casa di Simone il Fariseo (7,36ss), con la prostituta che , anche lei tra il disprezzo dei benpensanti, non ha altro di suo da dargli che profumo e baci, lacrime e carezze… Non a caso sono i due i prototipi di tutti i peccatori che hanno accolto la salvezza e ci precederanno in paradiso!).

venerdì 26 ottobre 2007

gloria Dei vivens pauper

«Il Signore è giudice e non v'è presso di lui preferenza di persone. Non è parziale con nessuno contro il povero, anzi ascolta proprio la preghiera dell'oppresso».
Mi vien da dire: “Beati i poveri! Proprio la loro preghiera è ascoltata! La nostra invece…”.
Ma a dire “la loro preghiera” non sarò mica come quel fariseo che si tira fuori dalla solidarietà umana dicendo: «non sono come gli altri uomini».
In effetti mi accorgo di come sia una reazione immediata non identificarmi coi poveri… Insomma si fa poi sempre parte di quelli che non si dicono ricchi, ma di certo non muoiono di fame; che non sono premi Nobel, ma insomma neanche dei grandi ignoranti; che non sono senza colpe, ma nemmeno dei super peccatori… In fin dei conti le principali povertà del nostro mondo (economiche, culturali, morali…) ci sfiorano, o anche ci toccano, ma non ci identificano. Tant’è che anche nel mondo della vita religiosa pare si preferisca “farsi poveri”, piuttosto che “esserlo”.
Questo istintivo prendere le distanze dall’auto-identificarsi come poveri mi pare comprensibile seguendo gli schemi comuni: a nessuno piace essere nell’indigenza, aver bisogno di un altro, riconoscersi incapace, fallito, sbagliato, brutto, sporco… è troppo per l’alta considerazione che abbiamo di noi stessi, anzi, in qualche misura, che dobbiamo avere di noi stessi, dato che in questo mondo siamo gli unici di cui ci possiamo fidare… tutte le solidità e le solidarietà sono crollate: il lavoro è ridotto a competizione, i matrimoni (e le relazioni amorose in genere) sembrano destinati a finire o a ridurre alla reciproca estraneità i due, le amicizie hanno sempre l’ombra del “volersi bene per interesse”…
In realtà prendere le distanze dalla com-passione con l’umano e tirarsi fuori da un enorme popolo (l’umanità) che soffre, spera, pecca, teme, geme non salva nessuno, come invece istintivamente ci verrebbe da pensare, mossi più dalla irrazionale paura della morte che da un lucido desiderio di Vivere.
Anche perché per quanto ci tiriamo fuori dalle situazioni contingenti di povertà (e di peccato «non sono come gli altri uomini»), non possiamo non sfuggire alla nostra condizione ontologica di poveri. E in proposito vorrei citare una pagina eloquente di A.Rizzi[1]:

L’uomo è povertà
In quanto oggetto e destinatario dell’agape l’uomo è l’essere-di-bisogno; dove bisogno dice a un tempo la relazione a un insieme di beni da fruire e la problematicità del possesso di quei beni. Nella prima faccia il bisogno dice ricchezza, almeno virtuale, potenzialità di espansione e di felicità; nella seconda, dice che ogni bene conquistato non è mai garantito, che ogni ricchezza acquistata è sempre insicura, ogni espansione precaria, ogni felicità fragile. Non siamo mai le cose che abbiamo, neppure le più intime: il nostro modo di essere è l’avere, in un senso più profondo di quanto dica l’abituale distinzione tra essere e avere. Infatti quella distinzione si istituisce sul piano valutativo, come discriminazione tra beni autentici e beni estranianti; ma sia gli uni che gli altri non diventano mai noi stessi al punto da essere inalienabili, rimangono sempre sotto il segno dell’aleatorietà. Qui non siamo più sul piano della valutazione, ma della struttura dell’esistenza umana, di quella che possiamo chiamare povertà radicale dell’uomo. […] Povertà non è sinonimo di finitezza. Un essere finito potrebbe avere tutto ciò che gli compete, e averlo in maniera così salda e sicura da non correre pericoli per la propria realizzazione: […] parlare di povertà in questo caso avrebbe senso soltanto misurando l’uomo su un metro, a lui estrinseco, di infinito. […] Povertà non è limite del proprio essere; è limite dentro il proprio essere. […] Ma abbiamo detto povertà radicale. E con questo intendiamo porre una distinzione tra le situazioni attuali, effettive, di povertà e quella condizione di base, quella fragilità che permane anche nelle situazioni di opulenza e di esteriore sicurezza, e che nessun possesso o potere può superare. […] È questa crepa che chiamo povertà radicale; quella che una famosa immagine biblica chiama i piedi d’argilla che reggono la statua di metalli preziosi. […] Ma: gloria Dei vivens pauper. Quest’espressione di Oscar Romero, che riprende e precisa quella di Ireneo [gloria Dei vivens homo], costituisce la definizione dell’essere umano alla luce dell’agape divina. Dire che Dio ama l’uomo come altro da sé equivale a dire che nell’uomo egli ama il povero: non ciò che l’uomo ha ed è, ma quell’essere-di-bisogno che è bisogno di avere e di essere. […] Ma proprio questa povertà, che in sé non ha né è nulla di amabile, viene amata da Dio e da lui colmata: e in questo gesto Dio si rivela Dio. Dunque, la volontà di colmare il povero – ogni uomo in quanto povero – è la parola originaria che Dio dice su di sé: è la sua gloria. Quando parliamo della predilezione di Dio per i poveri non tracciamo un limite al suo amore – quasi Dio amasse soltanto coloro che sono attualmente poveri – ma indichiamo il luogo privilegiato in cui riconoscere questo amore. Nella preferenza di Dio per i poveri attuali si testimonia la qualità del suo amore per tutti gli uomini nella loro povertà radicale”.


Ecco perché è così importante l’incipit del vangelo che la liturgia di questa domenica ci propone: «Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri».
Il presumere di essere giusti non è solo un problema morale, non è un essere non troppo politicamente corretti… La questione è molto più decisiva, molto più radicale e attraversa l’orizzonte di senso in cui l’uomo si pone:
- quello dell’auto-fondazione su se stessi, in cui Dio è escluso (sono giusto, sono io l’autore della mia giustizia: «O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte la settimana e pago le decime di quanto possiedo») e in cui gli altri sono disprezzati, guardati come concorrenti o al massimo come “gratificatori” del nostro essere giusti;
- quello dell’affidamento a un Altro («Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: O Dio, abbi pietà di me peccatore»), che crea la solidarietà tra uomini, quindi tra poveri.
Quest’ultima è proprio la scelta di Paolo, l’unica che gli permette di restare saldo anche in una situazione estrema come quella che gli fa dire «nessuno mi ha assistito; tutti mi hanno abbandonato». Tant’è che le sue parole tralucono eloquentemente quanto i suoi “piedi d’argilla” si siano piantati su un fondamento sicuro, anzi sull’unico Fondamento: «Carissimo, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede».
[1] A.Rizzi, Dio in cerca dell’uomo. Rifare la spiritualità, edizioni paoline, p. 48-51.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

I più letti in assoluto

Relax con Bubble Shooter

Altri? qui

Countries

Flag Counter