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venerdì 21 novembre 2008

Vivere l'armonia

Nel monastero le dimensioni dell'esperienza umana

Di secoli ne sono passati proprio tanti, pari o tutt'al più inferiori, alle parole sprecate nel recriminare contro le claustrali, tanto da non valer neppure la pena di offrirne un assaggio!
Passiamo da questo "happy hour" al vero banchetto: quello della Parola che ogni giorno la Chiesa offre a chi voglia prendervi parte.
Vita contemplativa non significa vita reclusa o imbottigliata, significa fare dello spazio dello propria vita lo spazio della Parola. Esserne talmente magnetizzate che ogni uscita dalla Parola - Gesù Cristo, presente nell'Eucaristia e nella Sacra Scrittura - non viene neppure ipotizzata. La relazione con Colui che è presente e con le sorelle crea un'intersoggettività che innerva il quotidiano ed esige di sostare, intendendo così riconoscere alla clausura non il valore di un principio autonomo - si rischierebbe di essere assimilato agli ergastolani - ma la realtà che consente e custodisce la comunione amorosa con Dio e ne fonda la stessa possibilità.
Tutte le persone sono in cammino, lo ammettano o meno, dalla nascita alla morte (per usare il termine autentico e non ricorrere "alla dipartita della cara estinta!") da un dove preciso ad un altro dove, anch'esso preciso, conosciuto e amato nella fede: il Volto del Padre.
Tutta la vita monastica è un pellegrinaggio interiore parallelo a quello esteriore: attraversiamo il deserto guidate dalla colonna di fuoco e dalla nube. Lo attraversiamo come persone in relazione fra di noi, monache, ma dilatate ed aperte alla storia, alle sue vicende, a tutti i fratelli e le sorelle.
Il più piccolo monastero, situato nel borgo più sperduto del mondo, non è un buco in cui la donna-struzzo ha infilato la sua testa per rimuovere il grande spettro della falce... è il punto irradiante, centro del mondo delle relazioni, da cui la Luce di Dio si espande e si rifrange esattamente là dove deve andare, là dove la sofferenza è più acuta, là dove il fratello e la sorella gemono e patiscono.
Uno spazio amato che, purtroppo, viene definito con un termine, clausura, che suscita subito nell'immaginario umano un vortice di chiavistelli, di linee di demarcazione, di sanzioni disciplinari. Indubbiamente la Chiesa, da madre qual è, indica e tutela ma, soprattutto, suscita e incoraggia a permanere nell'ascolto dello Spirito, il solo che, nel silenzio e nella solitudine, sappia schiudere i sentieri del silenzio interiore.
Il rapporto fra le sorelle innerva il quotidiano e il monastero diventa così spazio di equilibrio fra le diverse dimensioni della vita: preghiera, lavoro, studio. Alla ricerca di un'armonia che è una grande sfida: vivere il Vangelo come anticipazione dei beni futuri.
L'insensatezza diventa allora la grande e unica sensatezza cui è chiamata la monaca: scoprirsi abitata per lasciarsi abitare da ogni gioia e dolore, da ogni evento, da ogni grido e da ogni richiamo. Non è un vuoto, è un'apertura proprio come la persona, così insegnava il prof. Ratzinger, è un'apertura all'Infinito. Noi Lo accogliamo e Lo doniamo, come Maria di Nazaret.
di C. Dobner, in SIR, 21 novembre 2008

domenica 6 luglio 2008

I peccati di Messori

L'antefatto
Leggo a pg 23 del Magazine – Corriere della Sera del 12 giugno 2008, uno scritto di Vittorio Messori che riporto integralmente:

«La lezione del card. Martini
Peccati Vaticani di Vittorio Messori
Che scandalo per il Vaticano! Che coraggio il cardinal Martini! Che scoop per il quotidiano che ha pubblicato la notizia. Predicando gli esercizi spirituali al clero, l’arcivescovo emerito di Milano si è lasciato andare a una rivelazione: i sacerdoti cattolici non condividono il privilegio mariano della esenzione dal peccato originale. Dunque, anche i preti possono peccare, essi pure sono a rischio di invidie, gelosie, mormorazioni, vanità, carrierismo. E talvolta cedono a simili sirene. Insomma, i miti vanno una buona volta sfatati: persino chi ha ricevuto gli ordini sacri può cadere in qualche mancanza. Ironia, ovviamente, la nostra.
Ma giustificata e un po’ amara: spiace, in effetti, constatare che si dia tanto risalto a ciò che sin dai tempi del Concilio di Trento costituisce il tema obbligato di una giornata di predicazione ai ritiri del clero: le colpe dei consacrati. Ma, ancor prima, nei secoli dei grandi Padri classici e dei grandi Spirituali medievali era continua l’insistenza sulla Ecclesia immaculata ex maculatis, la Chiesa santa malgrado i suoi uomini (e donne) peccatori. Una novità? Sì certo, ma antica come il Nuovo Testamento.»

I rimandi
Confrontate lo scritto con l’articolo a cui “si” risponde Messori (nell’anticattolico giornale Repubblica.it e pubblicato anche nel blog); notate le parole (che ho messo in evidenza) che relativizzano il tutto… Aggiungete che, guarda caso, in un modo o nell’altro, c’è di mezzo il solito Cardinal Martini… notate infine che il finale sembra quasi un invito ai giornalisti a un comportamento omertoso, infatti sembra dire: “suvvia non sono notizie di cui devono occuparsi i giornalisti!”… E fatevi la vostra opinione, io qui do la mia, alla luce del Vangelo, come quello propostoci dalla liturgia in occasione della festa di san Tommaso apostolo (Gv 20,24-29).

Tornando al Vangelo
La Parola di Dio si sa è inesauribile, questo quindi ci aiuta di farne emergere di volta in volta aspetti che sappiano aiutarci a dare un significato nuovo alla storia sacra che stiamo vivendo…
In riferimento a questo brano evangelico, possiamo quindi porci questa domanda: Qual è il problema di fondo?

L’alleanza tra Narciso e Prometeo
Il problema di fondo è che ciò che fa fatica alla fede è cogliere in modo adeguato la “relazione”, la “connessione”, tra il Risorto e il Crocifisso! È questo, ieri come oggi, che fa problema esistenzialmente! Che è in fondo la vera questione della fede in Cristo!

Mi spiego: tutti i cristiani credono e proclamano che il Figlio di Dio, si è fatto uomo in Gesù di Nazaret detto il Cristo, patì sotto Ponzio Pilato, fu Crocifisso, è morto per la nostra salvezza ed è Risuscitato dai morti e siede alla destra del Padre e che tornerà nella gloria, ecc. Tutte cose, e altre ancora, che proclamiamo nel “Credo” ogni domenica come una cantilena…
Ebbene sembrerà strano ma questo oggi non fa problema, come non fa grande problema credere alle stimmate di Padre Pio, ai miracoli di Lourdes, e a ogni cosa che in qualche modo per quanto ci affascini non cambia la nostra vita più di tanto… Nella “storia che ci è data di vivere”, il nostro agire concreto, in campo economico, politico, sessuale, relazionale, ecc., non ne è assolutamente “sconvolto”, al massimo si aggiunge qualche preghiera in più, qualche pellegrinaggio o offerta in più, penitenza e digiuni compresi… Cose santissime e rispettabili certo ma per cui il nostro modus vivendi non è per niente chiamato a cambiare, a fare metànoia… e lo sguardo sulla realtà non cambia radicalmente.

Come a ben vedere non cambia più di tanto il “sapere” che Gesù Cristo una volta morto sia tornato in vita, dopotutto se credi che Gesù è Dio… ci mancherebbe altro che Dio non possa risuscitare…

Si può quindi continuamente “credere” alla Risurrezione di Cristo, ai miracoli, e continuare a non-credere che sia possibile un mondo di pace, che sia possibile convivere con i rumeni e i rom, che sia possibile cambiare la società italiana (e del mondo) rendendola più accogliente, aperta, multietnica e multireligiosa e pulita e onesta, ecc., ecc., e proprio per questo più sicura: Sicura per amore e non per forza (che poi la rende ancor più insicura) mettendo poliziotti (e militari) in ogni quartiere del paese o armando ogni cittadino (come il cristianissimo Stati Uniti d’America docet!). E questo perché?
Perché il “senso religioso” dell'uomo, crea idoli che non convertono nessuno in quanto proiezione del proprio “io”, in quanto forma sublime del proprio narcisismo che si fa prometeico pur di diventare un dio.

La Croce come forma della Risurrezione
Occorre quindi ricominciare dal Vangelo e, come insegna l’episodio di Tommaso, scoprire che il problema umano non è riconoscere Dio, ma riconoscere quella “forma divina” che si manisfesta in Gesù di Nazaret, e cioè, riconoscere che «Il Risorto è il Crocifisso!»...

Quello che fa problema alla comunità di Giovanni (o chi per lui) e a noi, è che il Risorto è il Crocifisso: non solo sono la stessa persona, ma sono all’interno della stessa “economia” salvifica. L’una non cancella l’altra, ma l’una rimanda all’altra, perché l’una “è”, in qualche modo, l’altra… Il passaggio dal Crocifisso al Risorto è più facile (forse perché più predicato), ma non è autentico se non si fa anche il passaggio contrario (basta vedere tutte le deviazioni doloristiche di una certa ascesi cristiana). E cioè non solo “il Crocifisso è risorto” ma anche che “il Risorto è crocifisso”, insomma il Risorto è tale perché si è lasciato crocifiggere! Anzi la Croce l’ha “agognata”!

Ecco perché nel Vangelo di Giovanni, la crocifissione “coincide” con la risurrezione: è morendo corporalmente sulla Croce che il Cristo entra corporalmente vivo (Risorge) nella gloria del Padre!

Per Giovanni, “essere innalzato” e “essere glorificato”, coincidono: è dire la stessa cosa. Cioè la Croce è la forma della Risurrezione!
Giovanni lo aveva già “mostrato” nel racconto della Passione, dal “modo regale” di consegnarsi alla Croce di Gesù e di vivere la Passione, ora deve “mostrarlo” per così dire, anche dall’altro versante, dal versante del Risorto e mostrare come nel Risorto permangono i segni della Passione…
Ecco perché è importante il gesto di Tommaso: perché riconosce nel Risorto i segni del Crocifisso, riconosce nel Risorto la forma della Risurrezione di Dio, cioè la crocifissione. Riconosce nel Glorificato la forma della Glorificazione propria del Dio di Gesù di Nazaret (cfr il “Mio Signore e mio Dio!”). Il “mondo” infatti conosce ben altre forme di glorificazione. Ma solo quella della crocifissione di Gesù, è propria di Dio (e dei suoi figli)...

Il “togliere” la crocifissione dalla risurrezione è l’errore di fondo degli apologisti odierni privi di speranza (cfr Prima lettera di Pietro)… Infatti loro non danno ragione della speranza, vogliono solo impedire d’essere crocifissi, come se potesse esistere per il discepolo una resurrezione-glorificazione-santificazione senza viverne (“agognandola”!) la crocifissione (di per sé essa è possibile, ma solo secondo l’autodistruzione del “mondo”, non secondo il Padre)…
Di fatto la loro, al di là delle loro buone intenzioni (ma la logica del “mondo” è piena di buone intenzioni che riempiono la storia di cadaveri), rifiutando di vivere la crocifissione della Chiesa, ne “ritardano” la glorificazione, e in questo modo, separano la Chiesa (e la sua vocazione), dal Cristo (e la sua missione). Il Corpo dal Capo.
A ben vedere, è una forma di “apostasia culturale” in quanto rifiuta di cogliere la “logica” profonda che prende corpo nella persona di Cristo, almeno così come ci è trasmessa dagli Apostoli.
Non è un caso che gli Apostoli non abbiano mai omesso di parlare apertamente dei problemi e dei peccati delle proprie comunità cristiane e persino del proprio tradimento proprio per sottolineare insieme al ravvedimento-conversione in “cosa” effettivamente esso consista: “credere” nella logica dell’amore crocifisso, perché unica forma d'amore che salva il mondo. E lo salva perché appunto si lascia uccidere piuttosto che uccidere (si può “eliminare” il prossimo persino per amore!). Ecco perché Gesù “doveva” morire in Croce e noi con lui “dobbiamo” morire in Croce. Nella testimonianza apostolica, il ravvedimento infatti è reso “definitivo” solo dalla piena conformazione al Crocifisso nel martirio: e questa è la “testimonianza” del discepolo.

Non capire questo vuol dire non aver colto il cuore del messaggio evangelico e inciampare in molti altri “errori”, che come a grappolo, bombardano il cristiano distratto e ammaliato da tanta abile retorica.

La Chiesa vuota e impenitente
Tra i tanti, il più grave è quello che partorisce un’idea astratta di Chiesa (come ipostatizzata), separata dalla “storia dei suoi membri. La Chiesa santa da una parte e i suoi membri poveri peccatori dall’altra (notate quel “malgrado”)… In questo modo di parlare della Chiesa non solo si manifesta un’idea di Chiesa “vuota” (guarda caso proprio come le nostre chiese dove i fedeli sono altrove), ma anche ne consegue che “la Chiesa – in quanto Chiesa – non può chiedere perdono” e nessuno, nemmeno la Chiesa, può comunque “chiedere perdono per errori e/o peccati del passato di qualche suo membro peccatore” (e qui si contraddice persino la “comunione – nella buona e cattiva sorte – dei santi”).

Mentalità alquanto diffusa quest’ultima in ambito ecclesiale e teologico e giornalistico, ma che dimentica, tra l’altro, separando il Corpo dal Capo, che se Gesù Cristo ha chiesto perdono al Padre di peccati che non ha assolutamente commesso, (e quindi ha chiesto perdono anche a noi, perché l’amore del prossimo e l’amore di Dio sono inseparabili), ancor di più deve farlo il “ladrone” che li ha commessi, se vuole essere “buon” discepolo ed ereditare il Regno (cfr Beatitudini).

La santità come perdono
La santità della Chiesa cioè è la santità che nasce dal perdono di Dio Padre in Cristo e il perdono lo si accoglie riconoscendosi peccatori e perdonandosi a vicenda… Come ci insegnano ancora una volta gli Apostoli quando si rivolgono ai “membri” delle comunità cristiane da loro dirette chiamandoli “santi” e nello stesso tempo non esitano nella stessa missiva ad elencarne i limiti, errori e peccati…

L’«unica» missione
La missione della Chiesa quindi, non è quello di passare il tempo a difendersi dalle accuse (per di più a dir poco non infondate), sminuendo magari la portata dei propri “errori”, ma dopo essersi battuta il petto per i propri peccati (presenti e passati) apertamente e sinceramente nella Verità crocifissa, deve fare propri anche i peccati e le colpe di tutti coloro che il perdono non sanno o non vogliono domandarlo, anche e soprattutto di coloro che non la riconoscono inviata dal Padre e da Cristo per essere strumento di salvezza condotto dallo Spirito (amore crocifiggente tra il Padre e il Figlio e i figli)… La Chiesa, corpo di Cristo, solo così rende attuabile, nell’oggi della storia, la grazia del perdono possibile anche per ogni creatura… E realizza se stessa come inviata dal Dio.

La vera apologesi
Questo sì che è vera apologetica perché è andare “contro” la mentalità di questo mondo, facendo propria quella del Padre manifestatasi in Cristo-Capo. Ciò però domanderà un cambiamento di rotta radicale del modo di condurre oggi la barca della Chiesa, ma se non scendiamo dalla Croce, il mondo (e noi con loro) sarà “convinto in quanto al peccato” e per questo salvato (Gv 16,8ss; cfr anche 16,20ss).

venerdì 25 aprile 2008

Pronti a rendere ragione della speranza che è in voi

«E chi vi potrà fare del male, se sarete ferventi nel bene? E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza».
Ho voluto iniziare con queste quattro righe (che trasbordano leggermente rispetto a quelle proposte dalla liturgia) perché mi pare che in esse Pietro riesca davvero a leggere in maniera lucidissima l’intimità dell’uomo cristico, a mettere in luce i cordoni fondamentali, profondi e vitali del suo cuore: in pochi versetti infatti mette in campo il male, il soffrire, la paura della morte, il turbamento, lo sgomento; ma anche l’intimità col Signore, l’intelligenza della fede, la speranza, la dolcezza, il rispetto, la retta coscienza...
E il tutto non giustapposto come in un comune prontuario dei buoni consigli, ma articolato in maniera seria, tenendo conto della drammaticità della realtà dell’uomo e del mondo...
E proprio per questo mi sembra interessante cercare di sviscerare come Pietro stesso inanelli tutte queste tematiche...
Innanzitutto il fatto centrale: «adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi».
Ancora una volta il Nuovo Testamento ci invita a una relazione intima col Signore, che prima che in ogni altro luogo (il tempio, la sinagoga, la chiesa) ha da darsi in uno spazio privilegiato: «nei vostri cuori»... Quella è la sede «della speranza che è in voi».
E, in proposito, mi incuriosisce tentare di indagare un po’ questa speranza che è in noi...
Prima ancora che le ragioni... mi verrebbe addirittura da chiedermi: ma quale speranza? Di cosa stiamo parlando? Se qualcuno effettivamente capitasse qui a chiedermi qual è la speranza che abita il mio cuore, il cuore di “noi cristiani”, cosa direi?
Credo che la risposta che molti si aspetterebbero e forse anche la prima che ci sale alle labbra (la prima che ci hanno insegnato e che abbiamo respirato nel nostro ambiente natale) sarebbe quella di una speranza nella vita dopo la morte...
Ed effettivamente non si tratta né di una risposta banale, né di una risposta secondaria...
E tuttavia, già nel pronunciarla, mi accorgo di quanto si sia caricata negli anni di precomprensioni, superstizioni, folclorismi, che effettivamente rischiano di farla risuonare come banale, svuotata, incomprensibile, di certo poco pregnante per chi la ascolta...
E dunque? Qual è la speranza che è in noi? Forse, senza immediatamente precipitarci nella vita eterna, sarebbe meglio fermarci un attimo prima e dire semplicemente: speranza nella Vita; tenendo in questo modo un orizzonte più ampio (che certo include anche il post mortem, senza renderlo esclusivo).
Speranza nella Vita, dunque... in una vita che non è rimandata a un lontano aldilà, quasi che l’oggi carico delle sue fatiche e sofferenze sia un pegno per un premio futuro... ma Vita nell’aldiqua... speranza dunque nel fatto che la grammatica dell’esistenza umana parla di vita e non di morte, parla di custodia e non di abbandono, parla di amore e non di solitudine, parla di condivisione e non di competizione...
Ma quali sono le ragioni da rendere a chi ci chiede conto di questa speranza? Ha davvero senso, guardando in modo disincantato la realtà, avere questa speranza? O è solo un’illusione in cui a noi piace credere, per non guardare alla brutalità di un’esistenza che nasce nel non senso e finisce nel nulla? È speranza fondata o è “oppio dei popoli”?
A me pare che di fronte a queste domande, che vanno a toccare il senso profondo su cui si fonda una vita, si possano dare solamente risposte che arrivano allo stesso livello di profondità... risposte che allo stesso modo tocchino i fondamenti della nostra struttura antropologica, del nostro nocciolo più incandescente, del nostro centro vitale...
E in questo senso l’unica ragione convincente per la speranza che è in noi, per una vita che parli di Vita e non di morte, è la libertà storica di Gesù di Nazareth, è l’incontro con questa libertà, il coinvolgersi in una relazione con essa.
Infatti proprio perché il problema è esistenziale (nel senso forte della parola) credibile può essere solo una risposta che tocca l’esistenza. Non si può troppo filosofare o viaggiare nei meandri della metafisica... Devo esserci dentro io a quella risposta, la mia vita, la mia autocoscienza... altrimenti, sarà pure una risposta brillante, razionale, spirituale, ma non mi convincerà, non mi convertirà, non mi libererà il cuore, non mi farà spalancare il sorriso...
L’unica ragione credibile allora è proprio e solo l’incontro con quella libertà storica; solo il mio incontro personalissimo con essa, nell’intimo del più intimo di me... lì c’è da entrare in un circuito di energia vitale, in un circuito d’amore che Gesù chiama Spirito: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità. [...] Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. [...] Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».
Solo acconsentendo a questo circuito si può trovare la speranza nella Vita e la capacità, sperimentata e non teorica, di renderne ragione. Non si tratta di spiritualismi, ma di riconoscere che aveva ragione quel tale che parlava di un Dio che è Padre, che vuole la Vita dei suoi figli; che diceva che per essi è possibile vivere e non sopravvivere, perché la loro vita l’ha già salvata lui... e in questo modo per essi c’è proprio la possibilità di vincere la legge necessaria dell’istinto di sopravvivenza, che fa l’altro nemico, rivale e concorrente, con la dinamica libera dell’amore, che invece fa l’altro sempre fratello, amico, mio.E per acconsentire a questo circuito o anche solo per darci una sbirciatina dentro basta ammettere che forse è vero... Ed in proposito - come ha detto papa Ratzinger il 21 novembre 2007 - «a questo punto potrà forse risultare opportuno ascoltare un racconto ebraico, riportatoci da Martin Buber, nel quale il dilemma dell’esistenza umana sopra enunciato affiora in tutta la sua evidenza. “Uno degli illuministi, uomo assi erudito che aveva sentito parlare del rabbi di Berditchev, andò a fargli visita, per disputare come il suo solito anche con lui, nell’intento di fare scempio delle retrive prove da lui apportate per dimostrare la verità della sua fede. Entrando nella stanza dello Zaddik, lo vide passeggiare innanzi e indietro con un libro in mano, immerso in profonda meditazione. Il saggio non prestò alcuna attenzione al visitatore. Finalmente si arrestò, lo guardò di sfuggita, e sbottò fuori a dire: “Chissà, forse è proprio vero”. L’erudito chiamò invano a raccolta tutto il suo orgoglio: gli tremavano le ginocchia, tanto era imponente lo Zaddik da vedere, tanto tremenda la sua sentenza da udire. Il rabbino Levi Jizchak si volse però completamente a lui, rivolgendogli in tutta calma le seguenti parole: “Figlio mio, i grandi della Torah, con i quali tu hai polemizzato, hanno sciupato inutilmente le loro parole con te; quando te ne sei andato, ci hai riso sopra. Essi non sono stati in grado di porgerti Dio e il suo regno; ora, neppur io sono in grado di farlo. Ma pensaci, figlio mio, perché forse è vero”. L’illuminista fece appello a tutte le sue energie interiori, per ribattere; ma quel tremendo “forse”, che risuonava ripetutamente scandito ai suoi orecchi, aveva spezzato ogni sua velleità di opposizione”».
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