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martedì 1 ottobre 2013

Abolire l'abisso



In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricordati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”». Lc 16,19-31

Vangelo difficilissimo questo, non tanto perché rischiamo di essere depistati dalla lettura del brano tratto dal libro del profeta Amos (Am 6,1.4–7) o perché secoli di interpretazione ci tentano a una lettura moralistica, ma perché è veramente lontanissimo dal nostro modo di percepire la realtà. E fin da subito: da quando in qua non si conoscono i nomi degli “arrivati” e si conoscono invece quelli dei “falliti”?...

Bisogna anche tener conto del brano che la precede (Lc 16,1–13) che parla del cosiddetto “amministratore infedele”!

La difficoltà maggiore però sta nel riuscire a capire (cioè accettare: le cose spesso vanno di pari passo!) per quale ragione il ricco si trovi dopo la morte “nei tormenti” e Lazzaro invece si trovi “nella consolazione” a fianco di Abramo.

Perché una cosa è certa il ricco della parabola non è un “epulone”! Contrariamente a quanto indicano alcune bibbie nei titoli (“Il ricco cattivo e il povero Lazzaro” in BJ) niente nella parabola fa capire che il ricco fosse “cattivo”, anzi!
Né ci può aiutare l’AT dove, ad es., il contadino Amos chiamato da Dio a profetizzare, lancia, otto secoli prima di Cristo, invettive contro i ricchi del paese: Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! [con Sion e Samaria si intende il popolo di Israele]. Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali [quindi recitano salmi, sono molto religiosi questi ricchi!]; bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano [ecco l’accusa], . Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti.

Ma tutto questo disinteresse, nella parabola del ricco non lo troviamo: non viene detto “e il ricco ignorava Lazzaro”. Anzi possiamo dire che se Lazzaro è stato alla porta del ricco fino alla propria morte, evidentemente qualche vantaggio ne aveva, mangiava le briciole certo, ma aveva di che appagare la propria “bramosia”. Non solo, nel dialogo con Abramo che segue dopo la morte vediamo il ricco che si preoccupa della sorte del suo popolo. I “5 fratelli” stanno proprio a indicare l’insieme del popolo di Israele. Quindi non si può applicare a questo ricco l’anatema di Amos!

Nella parabola non viene detto niente di negativo sul ricco: non che non pagasse le tasse, che non pagasse gli operai, non che rubasse, nemmeno che non pregasse, certo gli piaceva il lusso ma non si fa menzione di “orge di dissoluti”, amava vestire all’ultima moda, fare festa con gli amici, ma non che sperperasse e comunque sia, usava del frutto del proprio lavoro! Insomma non c’è qui nessun ricco cattivo! C’è semplicemente un ricco! Punto!

E Lazzaro? Chi l’ha detto che fosse buono? anzi a ben pensare potremmo immaginare il contrario. Perché era povero? Forse un fannullone, forse un incapace… E le piaghe? Da dove gli venivano?… forse da una vita dissoluta che l’ha portato ad ammalarsi? Dopotutto nella mentalità dell’epoca dietro una malattia c’era sempre un peccato magari occulto!

Neanche di lui sappiamo se pregasse, se facesse del bene… Insomma l’unica caratteristica di Lazzaro era quella di essere povero! Punto!

Muoiono entrambi, come accade ad ogni uomo!
Lazzaro da povero, possiamo immaginarlo morire come un cane in mezzo ai cani. Il ricco da ricco, immaginiamolo pure attorniato dai suoi cari e magari con funerali di Stato!
Ma ecco che nell’aldilà le sorti son capovolte: il ricco nei tormenti e Lazzaro beato a fianco di Abramo. Perché? Abbiamo detto – stando al racconto – senza colpe del ricco e senza meriti di Lazzaro!

Il dialogo fantastico tra il ricco della parabola e l’Abramo della parabola è la chiave della parabola stessa e sbaraglia i nostri riferimenti etici. Intanto diciamo subito che dobbiamo stare attenti a non trarre dal linguaggio e dalle immagini della parabola (di ogni parabola!) conclusioni teologiche. Dobbiamo usarle per decifrare il senso della parabola, per trarre poi dal senso – e mai dalle immagini – conseguenze nell’agire. Insomma in questa parabola non c’è nessuna teologia dell’inferno, del diavolo, della dannazione o di qual si voglia idea dell’aldilà. Gesù parla il linguaggio di allora (storie del genere i rabbini ne raccontavano a iosa per consolare e impaurire), per voler dire qualcosa di più serio e meno fantasioso che riguardi piuttosto l’«aldiqua» (altrimenti rischiamo di vanificare il senso dell’Incarnazione!). D’altronde si chiama “parabola” per questo. Perché il movimento del pensiero e del cuore deve seguire un andamento parabolico: partire dalla riva del fiume e berne il contenuto immergendosi in esso (testo della parabola) e risalire sull’altra riva (vissuto esistenziale del lettore/ascoltatore)! Per questo il suo significato non è mai immediato.

Dobbiamo sapere anche che per il pio israelita, Abramo era un po’ come per noi è la Madonna, a lui si ricorreva per intercessioni e la sua intercessione presso Dio era considerata così potente che aveva il potere di ottenere la liberazione del povero israelita da qualunque tormento dello Sheol (regno dei morti).

Ebbene qui Abramo non solo non libera il ricco che a ben vedere è persino pentito (semmai avesse colpe che però non sono esplicitate), ma gli rifiuta una semplice goccia d’acqua! Pensate a Gesù che invita a dar da bere agli assetati o all’esigenza di perdonare sempre e capirete come i personaggi della parabola sono piegati alla necessità del messaggio che Gesù vuole trasmettere!

Ma insomma se il ricco è senza colpe e il povero senza meriti perché – tanto per usare categorie a noi comuni – il ricco è “all’inferno” e il povero “in paradiso”? La risposta è tanto semplice quanto per noi sconcertante: perché il ricco è ricco e il povero è povero!

Per Gesù infatti non esiste il “ricco buono”! Il “ricco benefattore” è una categoria culturale che non appartiene alla logica evangelica ma è funzionale al sistema di potere che l’ha creata fino a giustificarla teologicamente! (Provate a leggervi l’enciclica di Leone XIII Diuturnum Illud del 1881 – che trovate nel sito del Vaticano – e capirete cosa intendo).

Ed è per questa ragione che per secoli abbiamo censurato questa parabola rendendola moralisticamente inoffensiva!

Contrariamente alle traduzioni comuni nel Vangelo non si parla mai di ricchezza “disonesta” ma di ricchezza “ingiusta” (cfr Lc 16,1–13). “Ingiusto” nella bibbia è antitetico a “giusto”! Ove “giusto” è sempre e solo Dio (e coloro che mettono in pratica la sua Parola). Il giudizio teologico sulla ricchezza è quindi senza appello: la ricchezza è sempre idolatria, negazione di Dio e del suo Vangelo. È il vero Anticristo. O se volete il vero ateo (sarebbe interessante vedere come alcuni atei oggi, sono atei perché si rifiutano di credere nel “dio dei ricchi”).

Perché? Le ragioni sono molteplici e coinvolgono vari aspetti della dimensione umana: politico, sociale, economico, religioso e anche ecologico.
Brevissimamente ne elenco alcuni:
È ingiustizia sociale, economica e politica: se tu hai più del necessario, ciò che possiedi è di fatto rubato a chi non ha di che vivere! E poco importa se chi non ha, non ha per colpe sue (considerarle contraddirebbe il perdono e lasciarli in miseria una forma di vendetta)!
Vive di diffidenza: La struttura dei beni materiali e le dinamiche di una relazione hanno obiettivi e cammini esattamente contrapposti: ogni bene esige e domanda di essere salvaguardato, ogni relazione esige e domanda di potersi “consumare” per l’altro.
Vive di conflitto e guerra (che chiama a volte concorrenza!): L’altro è visto come nemico/ostacolo mai come alleato. L’accaparramento dei beni entra necessariamente in conflitto con le dinamiche di accaparramento altrui: la guerra non è banale possesso dei beni dell’altro o difesa dei propri, ma tentativo di annientamento del “concorrente” identificato necessariamente come “nemico”!
L’amicizia si trasforma in complicità: ogni forma di associazione economica che si fonda sull’accumulo del profitto, per sé o per il gruppo (anche religioso), sottrae beni alla collettività ed è contraria alla vera comunione.
Ci si affida e ci si fida solo di se stessi o meglio dei propri beni:
La dinamica del ricco è la dinamica di chi vuole assicurarsi il futuro, ma così facendo diventa schiavo della paura del futuro! Insomma contraddice tutto il processo di liberazione che comprende non solo la liberazione dal passato (Egitto prima, perdono poi) ma anche dalle angustie del futuro (conquista Terra Promessa prima, salvezza – in senso lato – poi). Il ricco, per quanto devoto egli sia, uccide in sé ogni possibile dinamica religiosa di Speranza nella Promessa, per affidarsi solo alle proprie ricchezze. E chiudersi in esse ad ogni relazione come unica àncora di salvezza… Non è molto diverso dal vitello d’oro! Chi deve “lodare” infatti se non le proprie capacità e i propri beni (oro) per il proprio benessere?

Sia detto per inciso: ciò che è detto qui per i beni cosiddetti “materiali” vale anche per quelli cosiddetti “spirituali”. Ma qui apriremmo un discorso troppo lungo, rimando solo a tutta l’esperienza testimoniata dalle opere di san Giovanni della Croce!

Insomma – per non dilungarmi oltre (pensate solo all’aspetto ecologico, di “non sfruttamento” della natura…) – il ricco, proprio perché ricco è secondo il Vangelo strutturalmente al di fuori di ogni dinamica del Regno di Dio. Nella parabola è espresso chiaramente dall’«abisso» che lo separa dal mondo dei poveri (‘anawim) unici eredi del Regno!

Qual è il giudizio storico-esistenziale che si trae dalla parabola?

Abbiamo già detto che lo scopo della parabola non è parlare dell’aldilà, quindi questo abisso se per esigenze di logica interna alla parabola è posto oltre la morte, in realtà rimanda a quella porta alla cui anta chiusa (se non per buttare la spazzatura) Lazzaro muore!
L’abisso dell’aldilà, è una trasposizione “favolistica” di un abisso che noi sperimentiamo nella nostra vita e che crea incomunicabilità (E. Balducci). Non a caso il ricco si rivolge ad Abramo e non a Lazzaro che pur vede – e riconosce! – accanto a lui! Notate il gioco letterario del ricco che dice ad Abramo di mandare lo “schiavetto” Lazzaro ad attingere acqua: evidentemente era così che lo considerava in terra!...
La cultura che nasce nella consorteria dei ricchi à una cultura che legittima la separazione (E. Balducci). I muri, l’abisso, sono cercati, voluti, costruiti! A difesa del proprio status sociale e culturale e religioso… Ed è proprio questa cultura che succhiamo fin dal seno materno, che ci ha impedito per secoli di scoprire il senso autentico e rivoluzionario e persino eversivo (dal punto di vista del potere costituito) del Vangelo.

Per il ricco non c’è salvezza! Su questo il Vangelo è chiaro senza ombra di dubbio e non tanto nell’aldilà a mo’ di vendetta postuma, ma proprio in quell’aldiqua che il ricco voleva garantirsi! La sua totale incapacità di comunicazione autentica (che si porta incollata, strutturandolo definitivamente fin oltre la morte!), lo condanna definitivamente “hic et nunc”, qui ed ora!

Che fare allora?

Le tracce dove ciascuno può percorrere un cammino di conversione – mai definitivamente compiuto – non possono che venire dal Vangelo stesso. È “buona/bella notizia” per questo no?

Non esistono soluzioni meccaniche, automatiche, ciascuno deve cercare, a partire da un esame che sia culturalmente libero dal codice interpretativo dei soloni della Bocconi, ciò che può fare perché nel mondo sia abolito l’abisso!

Per prima cosa quindi è necessario cominciare ad avere una mentalità che integri in sé una specie di sospetto pregiudiziale per tutte le parole che scendono dagli uomini responsabili i quali, in quanto responsabili del potere, sono costretti ad usare il codice interpretativo dei ricchi (E. Balducci)…

E in questo il Vangelo – e la Bibbia in generale – correttamente letti sono uno strumento formidabile di purificazione della e dalla cultura dominante! Che altrimenti rischia di inquinare persino la nostra preghiera.
Il finale della parabola a questo proposito è sconvolgente per noi che crediamo nella resurrezione di Cristo: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti. Questa espressione, la cui implicazione non poteva sfuggire agli Apostoli, spazza via ogni “spiritualismo magico”: La resurrezione di Cristo non converte nessuno, se non si lascia modellare dalla sua Parola. La fede nella resurrezione non è una fede “a priori” ma è una “scoperta” che ciascuno constata nella propria storia nel vedersi “liberare” giorno dopo giorno nell’ascolto (messa in pratica!) della sua Parola. Altrimenti – perdonatemi il linguaggio – è un credere alle favole! O il minimo che si possa dire è che “non mi/ci serve a niente” (cf i demoni che riconoscono inutilmente che Gesù è l’Unto di Dio)!

Seconda cosa: occorre diffidare delle caricature storiche di ciò che potremmo chiamare Amore, Carità! E cominciare a capire, che seppur necessaria nell’urgenza, deve finire il tempo dell’elemosina!
Perché l’elemosina, invece che abolire l’abisso, lo giustifica in quanto rende tranquilli i ricchi che attraverso elargizioni, fatte per di più anche in maniera vistosa e proclamata, si sentono sulla buona strada, con la coscienza tranquilla (E. Balducci).

Terzo passo è cominciare a vederci e sentirci “amministratori” e non padroni dei beni che “possediamo” (e sempre provvisoriamente: anche perché con la morte dobbiamo tutto riconsegnare!). La manna che non può essere accumulata, il pane che è “quotidiano”, stanno a sottolineare che tutto è dono di Dio per tutti e non per qualcuno in particolare. E di questa gestione, la storia, la coscienza, Dio, il fratello, ci chiederanno conto!

Quarto: il fratello appunto. Curioso che mentre noi – credendoci religiosi e spirituali – pensiamo al giudizio di Dio, Dio ci rimanda sempre al giudizio del fratello! Questa per il Vangelo è la vera spiritualità, la vera trascendenza: la comunione col fratello (peccatore! E non quello che ci piace e compiace).

Se non abbiamo il coraggio di “donare tutto ai poveri” e di seguire Gesù (Lc 18,18ss), almeno facciamoci furbi e cerchiamo di farci degli amici (poveri!: erano in debito verso il ricco) con la ricchezza ingiusta! Non per fare l’elemosina però ma per smantellare le strutture che la rendono necessaria.
Come in Lc 16,1ss: In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Un uomo ricco aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. Lo chiamò e gli disse: “Che cosa sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non potrai più amministrare”. L’amministratore disse tra sé: “Che cosa farò, ora che il mio padrone mi toglie l’amministrazione? Zappare, non ne ho la forza; mendicare, mi vergogno. So io che cosa farò perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua”. Chiamò uno per uno i debitori del suo padrone e disse al primo: “Tu quanto devi al mio padrone?”. Quello rispose: “Cento barili d’olio”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta, siediti subito e scrivi cinquanta”. Poi disse a un altro: “Tu quanto devi?”. Rispose: “Cento misure di grano”. Gli disse: “Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta”. Il padrone lodò quell’amministratore ingiusto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce. Ebbene, io vi dico: fatevi degli amici con la ricchezza ingiusta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne…
Concludendo: smettiamola di pensare alla fede come ad una adesione a verità astratte. La fede è fare, è combattimento prima di tutto in noi stessi perché lo sguardo d’amore del Padre su ogni persona diventi l’unico criterio che guida i nostri passi: “Combatti la buona battaglia della fede” dice san Paolo a Timoteo (1Tm 6,11ss)… Se non stiamo attenti, vigilanti, rischiamo di ridurla a una passeggiata domenicale in chiesa!

venerdì 12 ottobre 2012

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro della Sapienza (Sap 7,7-11)

Pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza. La preferii a scettri e troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto, non la paragonai neppure ad una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento. L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta. Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile.

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 4,12-13)

Fratelli, la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e della spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore. Non vi è creatura che possa nascondersi davanti a Dio, ma tutto è nudo e scoperto agli occhi di colui al quale noi dobbiamo rendere conto.

Dal vangelo secondo Marco (Mc 10,17-30)

In quel tempo, mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?». Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre». Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: «Una sola cosa ti manca: va’, vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!». Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!». I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio». Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?». Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio». Pietro allora prese a dirgli: «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito». Gesù gli rispose: «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo, che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto in case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà».


La prima lettura di questa Ventottesima Domenica del Tempo Ordinario, raccoglie uno stralcio del discorso che il re Salomone avrebbe fatto parlando della sapienza. Al di là della finzione letteraria, ciò che è interessante è la ripetuta sottolineatura di quanto la sapienza sia preferibile ad ogni altra cosa egli potesse richiedere nella preghiera: «La preferii a scettri e troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto, non la paragonai neppure ad una gemma inestimabile, perché tutto l’oro al suo confronto è come un po’ di sabbia e come fango sarà valutato di fronte a lei l’argento. L’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce»; e commenta: «perché lo splendore che viene da lei non tramonta».

Ciò che dunque rende la sapienza così desiderabile è il fatto che essa, a dispetto di tutte le altre cose pure desiderabili (scettri, troni, ricchezza, gemme inestimabili, oro, argento, salute, bellezza, luce…), non tramonti, possegga cioè una dimensione di eternità, di non corruttibilità: è qualcosa che può rimanere.

Il problema di Salomone è dunque il problema di ogni uomo: è il problema della salvezza, del fatto che la vita che spendiamo non sia vana, che qualcosa di essa rimanga, che abbia un senso, che noi rimaniamo. Nonostante oggi suoni anacronistico dire “il problema della salvezza” e nessuno paia preoccuparsene, in realtà se esso viene declinato – per esempio traducendolo in domande quali “Che senso ha la vita se poi si muore?”, “Cosa sono qui a fare?”, “Come è giusto spendere la vita?”, “Per cosa vale la pena farlo?”, “E tutto questo mio correre, affannarmi, preoccuparmi, darmi da fare, ha qualche futuro?”, “Io sono destinato a finire nel niente, e così tutte le persone che amo e tutto ciò che mi circonda?”, ecc… – salta immediatamente all’occhio come questo sia IL problema, il problema di tutti e di ciascuno.

Non a caso il capitolo 7 del libro della Sapienza da cui è tratta la nostra prima lettura iniziava sottolineando la parità di condizione – dal punto di vista del problema esistenziale – tra chi parla (Salomone) e ciascun uomo; i versetti 1-6 infatti suonano così: «Anch’io sono un uomo mortale uguale a tutti, discendente del primo uomo plasmato con la terra. La mia carne fu modellata nel grembo di mia madre, nello spazio di dieci mesi ho preso consistenza nel sangue, dal seme d’un uomo e dal piacere compagno del sonno. Anch’io alla nascita ho respirato l’aria comune e sono caduto sulla terra dove tutti soffrono allo stesso modo; come per tutti, il pianto fu la mia prima voce. Fui allevato in fasce e circondato di cure; nessun re ebbe un inizio di vita diverso. Una sola è l’entrata di tutti nella vita e uguale ne è l’uscita. Per questo pregai». E precisamente a questo punto iniziano i versetti 7-11 che compongono la nostra prima lettura, con la scelta salomonica di chiedere, su tutto, la sapienza.

A ben guardare il problema è il medesimo che assilla anche il “tale” di cui si parla nel vangelo, che proprio per cercare una risposta a questo angosciante mistero, «corse incontro» a Gesù «e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: “Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?”».

Il problema è lo stesso, è il nostro, è quello di tutti: Cosa dobbiamo fare? Cosa dobbiamo fare per vivere una vita buona? E come facciamo a capire cosa è una vita buona? E poi, “buona” per chi? Verso cosa corriamo? Verso dove andiamo? Verso chi? E perché? Qualcuno lungo la storia ha parlato di premi, di aldilà, di vita dopo la morte… Era vero? E come si fa per guadagnarseli? Quali prove, quali sforzi, quali sacrifici? E se non è vero, cosa sono qui a fare? Ha senso ciò che faccio, se è destinato al niente? E se decido di sfruttare comunque questa cosa – che è la vita – che mi sono ritrovato a vivere, cosa devo fare perché non sia un’occasione sciupata?

Ce n’è per tutti… Perché nessuno è esentato dal problema del finire delle cose… del finire delle persone… del finire di se stesso… è un’evidenza che continuamente ci si ripresenta e ravviva l’angoscia dentro…

Dunque proviamo ad andare, insieme a questo “tale”, da Gesù, per chiedere a lui allora cosa dobbiamo fare per avere in eredità la vita eterna… Immediatamente la risposta di Gesù sembra ricalcare la tradizione: risponde come ci si aspetta che risponda, come avrebbe risposto qualsiasi rabbì del tempo… in qualche modo suscitando una certa delusione in chi domandava: «Gesù gli disse: “Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre”. Egli allora gli disse: “Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza”».

La delusione arriva dal fatto che l’indicazione di Gesù ricalca ciò che già da sempre si è fatto e che ugualmente non ha saziato la domanda di senso, non è sembrata una risposta adeguata alla prova della vita, se non altro non ha risolto il problema di questo “tale”.

Gesù si accorge di questa delusione e ha una reazione imprevista: «Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò».

Ebbene, in questo «lo amò», sta tutto il senso del brano. Tutto ciò che segue infatti – e che conosciamo a memoria (la proposta di Gesù di andare, vendere tutto ciò che aveva, darlo ai poveri, poi tornare da lui e seguirlo; il diniego e l’andarsene rattristato dell’altro; l’affermazione di Gesù dell’assoluta difficoltà per i ricchi di entrare nel Regno; lo sconvolgimento dei discepoli a tale annuncio) – mostra come l’incomprensione tra Gesù e quel tale – e forse tra noi e Gesù – non stia tanto nelle parole, nelle soluzioni, nelle proposte, più o meno accettabili e accettate; ma nella logica con cui si pensa la vita.

L’ansia di questo “tale” infatti e tutti gli elementi che compongono il suo modo di porsi di fronte a Gesù e il suo modo di domandare, rimandano ad una prospettiva per cui la vita è una conquista. Come dicevamo anche nelle nostre domande esplicative, tutto ruota intorno alla questione del “Cosa devo fare?”… Quali sforzi, quali sacrifici, quali rinunce? Oppure: quali imprese, quali fatiche, quali eroicità?

In evidenza è dunque l’attività dell’uomo, il suo doversi dare da fare, il suo dover – appunto – conquistare una meta, realizzare un successo, afferrare un risultato.

La prospettiva di Gesù invece va esattamente nel verso opposto: «Lo amò»; cioè come primo approccio ha esattamente quello di togliere l’altro dalla sua frenetica attività e di porlo in una situazione di passività, recettività: prima che quello decida se accettare o meno la sua proposta, anzi, prima ancora di formulargliela, Gesù lo investe di benevolenza, di uno sguardo amante, dell’invito ad entrare in quel suo spazio interiore che ha allargato per farci stare anche lui, l’ultimo arrivato.

E non solo, ma proseguendo, continuamente ripropone questa logica: quando poi effettivamente formula la sua proposta, invitando quell’uomo ricco a lasciare tutto, darlo ai poveri e seguirlo (suggerendogli dunque di mettersi nella posizione di chi si deve affidare, piuttosto di chi deve gestire); quando ai discepoli “sconcertati” e “stupiti” dichiara l’impossibilità umana a costruirsi una salvezza; quando infine mostra come però l’impossibilità umana, diventi possibile in Dio, dunque in un mettere in Lui la propria vita…

Il succo di tutto il brano dunque non credo sia propriamente quello di un invito a lasciare tutto ciò che abbiamo o – come lo abbiamo spesso ridotto noi – a lasciare simbolicamente qualcosa di nostro – dato che lasciare tutto è impensabile –; quanto piuttosto lasciare la logica della conquista per la logica dell’affidamento (che è l’unica poi, che, anche materialmente, consente di lasciare tutto senza rimpianti e inacidimenti postumi).

L’invito di Gesù cioè sembra essere quello di chi suggerisce all’uomo di porsi nella vita in maniera nuova. Da quando infatti siamo “gettati” in questo mondo, il nostro tentativo innato e immediato è quello di salvarci la vita, di imparare a gestire le situazioni, a controllarle, a dominarle: per sapere sempre cosa fare, come fare ed eventualmente cadere in piedi. E tentiamo di usare questa strategia anche nelle cose che invece gestibili non sono: l’amore, il dolore, la morte, la vita nuova che ogni tanto sgorga… E ci ritroviamo a chiedere al Signore: “Cosa dobbiamo fare?”, “Come si gestisce il dolore, l’amore, la morte, la nascita, …?”.

Ma l’evidenza continuamente ci rimanda che per quanto proviamo e magari a volte ci vada anche bene, restano cose non in nostro possesso, non dominabili, non controllabili. Ed ecco il senso di fallimento, la frustrazione, la delusione, la disperazione: perché non poter gestire la morte, vuol dire dover morire e restare morti, per quanto ci compete…

Fin qui noi…

Dentro qui, quell’uomo di Nazareth, che i cristiani credono essere il Figlio di Dio, inserisce la sua buona notizia: l’impossibilità di salvarvi la vita non è disperante, perché non doveva nemmeno essere una vostra preoccupazione; essa infatti è già nelle mani sicure del Padre. È lui che salva la vita, per questo essa diventa vivibile e non nei termini di una giungla dove il più forte vince, ma nei termini di una casa, dove si può davvero essere fratelli e prendersi cura dei piccoli, perché la vita di tutti è al sicuro e l’altro non ha motivo di essermi rivale o nemico o avversario, perché non ha niente da guadagnare sulla mia pelle…

È quello che fin da piccoli impariamo, ancora più originariamente che l’istinto di sopravvivenza e dunque – forse – più autenticamente: infatti appena “gettati” in questo mondo, prima di imparare a sopravvivere, abbiamo imparato a stare nelle mani di colui/colei tra le cui braccia inevitabilmente ci hanno messo … ed è questo affidamento naturale e inevitabile per tutti e per ciascuno che ci ha fatto uomini e donne – più di qualsiasi altra cosa… forse davvero allora, come diceva il vangelo di domenica scorsa, dovremmo ritornare a essere bambini, e come dice il vangelo di oggi, dovremmo acconsentire ad essere poveri tra i poveri… laddove non esistono più padri, ma solo «case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni, e la vita eterna nel tempo che verrà»… la vita eterna, la vita che rimane, che è solo il bene che avremo saputo scambiarci tra piccoli, tra poveri, quella volta che uno aveva bisogno di una carezza e non c’era nessuno che gliela faceva.

venerdì 24 settembre 2010

XXVI Domenica del Tempo Ordinario: Meglio essere ricchi o poveri?

La parabola del vangelo di Luca che la Chiesa ci propone in questa ventiseiesima domenica del Tempo Ordinario, è una di quelle che merita una spiegazione previa. Infatti il riferimento al povero Lazzaro «portato dagli angeli accanto ad Abramo» e al ricco epulone che stava «negli inferi fra i tormenti […] lontano», ci porta subito a pensare a quelli che noi abitualmente chiamiamo “paradiso” e “inferno” e rischia di farci fraintendere il tutto.


Sentendo infatti parlare di aldilà, di inferno e paradiso, di angeli e di tormenti, il contesto culturale cattolico in cui siamo immersi da quando nasciamo e cresciamo, fa scattare come un meccanismo automatico per cui non ascoltiamo più cosa dice davvero la parabola, ma ci fissiamo sul “già noto”, sulla necessità di comportarsi bene per “meritarsi” il paradiso, sull’imperativo di evitare il male per non finire all’inferno, identificando con “l’essere buoni” o “l’essere cattivi” qualcosa che da sempre ci dicono: una rigorosità morale in ambito sessuale, una mortificazione della nostra spontaneità, una puntualità legalistica nella partecipazione alle celebrazioni sacre, ecc… ecc… ecc…

Questa prospettiva però – che probabilmente ha avuto una sua ragion d’essere in passato – oggi risulta un po’ riduttiva: ciò che infatti all’uomo odierno non risulta chiaro è il perché (o se volete il per chi) di tutti questi moniti e accorgimenti. In una società in cui l’aldilà non è più dato per scontato – come invece avveniva un tempo – la grande preoccupazione dei più infatti è molto più legata al “come tirare a campare nell’aldiqua” piuttosto che al come porsi per l’aldilà.

Questa prospettiva, che forse qualcuno giudicherà di cattivo auspicio, sottolineando come si sia persa la tensione per l’infinito, l’eterno, la cura dell’anima, ecc., in realtà ha la sua buona dose di bontà nella misura in cui arriva forse a cogliere meglio la prospettiva autentica con cui Gesù intendeva la parabola.

La preoccupazione di Gesù infatti – ad una lettura scevra dai nostri preconcetti sul paradiso e sull’inferno – non è affatto quella di delineare un’escatologia: qui Gesù non sta dicendo che c’è l’inferno, che è fatto in un determinato modo, che alcune tipologie di persone sicuramente ci finiranno… La sua preoccupazione è per la vita nell’aldiqua!
Certo usa la cultura del suo tempo – che implica una certa visione del dopo morte – facendo riferimento agli inferi e agli angeli, ma con lo scopo di parlare della storia di questo nostro mondo, non di quell’altro.

È come se, a partire dalla prospettiva finale della vita di ciascuno, provasse a illuminarne il percorso, fissando quindi l’interesse non sulla meta, ma sul cammino da fare: come un atleta che immagina il traguardo, ma per sapere come allenarsi per correre i 100 m che precedono la linea finale; o come un regista, che a partire dall’idea di “lieto fine” che vuol dare al suo film, pensa a come raccontarne la trama…

Questo va detto, perché altrimenti le parole del vangelo di questa domenica (che – come vedremo – non sono per niente scontate rispetto alla nostra idea di aldilà e aldiqua), rischiano di scivolarci via senza nemmeno interpellarci, perché tanto – pensiamo – dell’escatologia cristiana sappiamo già tutto: sappiamo dell’inferno in cui vanno i cattivi, del paradiso in cui vanno i buoni, del purgatorio per i “così così” e di cosa si deve o non si deve fare per arrivarci.

In realtà, a far lo sforzo di lasciar da parte tutto quanto “già sappiamo” e di andare a leggere bene quel che dice Gesù, un primo grosso pregiudizio cade: non si dice che il ricco fosse malvagio, né che il povero Lazzaro fosse buono. Si dice solo che l’uno «indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti» e che l’altro «stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe».

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che la colpa del ricco sta nel fatto che durante tutta la sua vita non ha fatto nulla per questo povero (non gli ha fatto l’elemosina!), pur sapendo della sua esistenza (era proprio lì, fuori da casa sua), ma in tutta la parabola non si fa cenno a questa colpa; perfino quando Gesù mette in bocca ad Abramo le parole di spiegazione per il ricco della situazione in cui si viene a trovare dopo morto («Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti») non v’è riferimento alcuno alla “mancata elemosina” o al fatto che il problema stia nel non essersi accorto e preso cura del povero seduto alla sua porta.

Queste spiegazioni – pur legittime – ce le diamo noi, le ha date per decenni l’omiletica, ma in sé la parabola non vi fa cenno: la parabola cioè non moralizza il problema, non si concentra su “che cosa ha sbagliato il ricco per finire all’inferno”, che invece a noi interessa molto, perché – come tentavo di dire prima – la nostra lettura è sempre inficiata da questa prospettiva: nel vangelo c’è scritto cosa fare e non fare per non andare all’inferno; dove a predominare è sempre la logica della paura di Dio (che mi può spedire all’inferno) e la “giusta” ansia di capire come non farlo arrabbiare…

Il vangelo invece non segue questa prospettiva: il cosa fare / cosa non fare per non andare all’inferno non è la sua preoccupazione; la paura di Dio e la relativa ansia sul da farsi per non farlo arrabbiare, non rispecchia l’immagine del Padre che Gesù tratteggia. Il vangelo vuol dire altro, Gesù vuole dire altro! Qualcosa che lascia del tutto in secondo piano il “da farsi” e vuole piuttosto concentrarsi sull’ingenerare in chi lo ascolta una logica diversa, una prospettiva, una mentalità, un volto di Dio e di uomo diversi.

Non a caso – come dicevo – la questione non sembra essere morale. Il ricco è all’inferno non perché è cattivo, ma perché è ricco. E il povero è con gli angeli, non perché era buono (non si sa, stando al testo!), ma perché era povero.

Ciò che emerge allora pare essere non tanto una (o più) azioni malvagie, una (o più) azioni buone, ma l’ingiustizia radicale dell’essere ricco: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti». Una frase che sembra quasi portare a dire: era meglio nascere povero e patire per un po’ (nell’aldiqua), ma godere per sempre (nell’aldilà), che nascere ricco e godere per un po’ (nell’aldiqua) e patire per sempre (nell’aldilà).

Siccome però – come mostrato prima – a Gesù sembra interessare poco in questa circostanza l’aldilà, bisognerebbe quasi arrivare a dire, semplicemente: meglio nascere povero, che nascere ricco nell’aldiqua: non perché si avrà il contraccambio nell’aldilà, ma perché nella visione di Gesù della storia dell’aldiqua (guardata, sì, a partire dalla fine, ma solo per averne il giusto punto prospettico) è meglio essere poveri.

Questa è la paradossalità della parabola. Nessuno di noi infatti direbbe questa cosa così nuda e cruda: noi – appunto – diremmo “è meglio essere poveri nell’aldiqua, per essere ricchi nell’aldilà”; oppure “il problema ricchi-poveri andrebbe risolto non con l’eliminazione dei ricchi, ma con l’eliminazione dei poveri”, e via discorrendo…

Gesù invece “entra a gamba tesa” su questi giri di parole e dice “meglio essere poveri”.

Tra l’altro non lo dice solo qui, di modo che uno possa sempre pensare che magari è stata una svista dell’evangelista, o del copiatore, o del traduttore, o dell’interprete… ma lo ripete continuamente: basti guardare alle beatitudini («Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio», Lc 6,20; tra l’altro – a fugare ogni dubbio – unica beatitudine di Luca al presente, onde evitare che “regno di Dio” voglia dire “paradiso”), al giovane ricco («Il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze», Mt 19,22), o a tutti i passi in cui la ricchezza è identificata come un ostacolo alla bellezza della vita per l’uomo (questo è il regno di Dio!): «Non potete servire Dio e la ricchezza», Mt 6,24; «la seduzione della ricchezza soffoca la Parola ed essa non dà frutto», Mt 13,22; «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio», Mt 19,24… Senza contare che lui per primo visse da povero…

Come a dire che dentro a questa categoria dell’umano che noi istintivamente rifuggiamo, c’è qualcosa che invece è in sintonia col “mondo come Dio lo pensa”, con l’idea che Lui ha della nostra felicità, della nostra “buona riuscita”, della pienezza della vita. E al di là di tutte le poesie che si possono fare sulla povertà, sulla libertà interiore che essa “regala”, ecc… credo che l’elemento decisivo stia nella restituzione della qualità originaria e autentica della vita dell’uomo cui la povertà fa accedere, a renderla così ben vista agli occhi di Dio.

L’essere ricco infatti è la grande illusione per l’uomo, è il grande inganno sulla sua vera realtà, su chi è lui veramente: cioè povero e dunque inevitabilmente necessitato da un affidamento… cioè figlio. Illudersi di non essere poveri, fa dimenticare di essere figli, che – avendo un Dio che è Padre – vuol dire condannarsi all’infelicità.

«L’uomo è povertà. In quanto oggetto e destinatario dell’agape l’uomo è l’essere-di-bisogno; dove bisogno dice a un tempo la relazione a un insieme di beni da fruire e la problematicità del possesso di quei beni. Nella prima faccia il bisogno dice ricchezza, almeno virtuale, potenzialità di espansione e di felicità; nella seconda, dice che ogni bene conquistato non è mai garantito, che ogni ricchezza acquistata è sempre insicura, ogni espansione precaria, ogni felicità fragile. Non siamo mai le cose che abbiamo, neppure le più intime: il nostro modo di essere è l’avere, in un senso più profondo di quanto dica l’abituale distinzione tra essere e avere. Infatti quella distinzione si istituisce sul piano valutativo, come discriminazione tra beni autentici e beni estranianti; ma sia gli uni che gli altri non diventano mai noi stessi al punto da essere inalienabili, rimangono sempre sotto il segno dell’aleatorietà. Qui non siamo più sul piano della valutazione, ma della struttura dell’esistenza umana, di quella che possiamo chiamare povertà radicale dell’uomo. […] Povertà non è sinonimo di finitezza. Un essere finito potrebbe avere tutto ciò che gli compete, e averlo in maniera così salda e sicura da non correre pericoli per la propria realizzazione: […] parlare di povertà in questo caso avrebbe senso soltanto misurando l’uomo su un metro, a lui estrinseco, di infinito. […] Povertà non è limite del proprio essere; è limite dentro il proprio essere. […] Ma abbiamo detto povertà radicale. E con questo intendiamo porre una distinzione tra le situazioni attuali, effettive, di povertà e quella condizione di base, quella fragilità che permane anche nelle situazioni di opulenza e di esteriore sicurezza, e che nessun possesso o potere può superare. […] È questa crepa che chiamo povertà radicale; quella che una famosa immagine biblica chiama i piedi d’argilla che reggono la statua di metalli preziosi. […] Ma: gloria Dei vivens pauper. Quest’espressione di Oscar Romero, che riprende e precisa quella di Ireneo (gloria Dei vivens homo), costituisce la definizione dell’essere umano alla luce dell’agape divina. Dire che Dio ama l’uomo come altro da sé equivale a dire che nell’uomo egli ama il povero: non ciò che l’uomo ha ed è, ma quell’essere-di-bisogno che è bisogno di avere e di essere. […] Ma proprio questa povertà, che in sé non ha né è nulla di amabile, viene amata da Dio e da lui colmata: e in questo gesto Dio si rivela Dio. Dunque, la volontà di colmare il povero – ogni uomo in quanto povero – è la parola originaria che Dio dice su di sé: è la sua gloria. Quando parliamo della predilezione di Dio per i poveri non tracciamo un limite al suo amore – quasi Dio amasse soltanto coloro che sono attualmente poveri – ma indichiamo il luogo privilegiato in cui riconoscere questo amore. Nella preferenza di Dio per i poveri attuali si testimonia la qualità del suo amore per tutti gli uomini nella loro povertà radicale» [A. RIZZI, Dio in cerca dell’uomo].

sabato 10 ottobre 2009

i poveri… l’economia … e la tristezza!

Nessuna pagina del vangelo, eccetto forse l’ultima cena, e così animata dall’intreccio dei volti che si cercano, si guardano, si amano, si chiamano, si rabbuiano, si rattristano, – davanti agli altri volti degli astanti, prima incuriositi, poi sconcertati, e poi ancor più sbigottiti – e Gesù che li “guarda bene in faccia” ...
…quanto è vero che – di fronte alla Parola che irrompe nella storia! – frigge e si consuma la fittizia coesione che tiene insieme giunture e midolla, spirito e anima, sentimenti e pensieri del nostro mondo personale e sociale... e le nostre intime strutture psichiche, che parevano assodate da una vita, rivelano la fragilità precaria della nostra fede...

Ecco “un tale”, che per Matteo è un signore ricco e, secondo Luca, ancor giovane, di certo devoto e di ottime intenzioni, un cosiddetto ‘notabile’ compito – tutto il contrario dei bambini di cui si diceva appena prima – che è affascinato dal giovane maestro e profeta, tanto che gli corse incontro e si inginocchiò di fronte a lui!. Ma che disastro, per il Regno! Infatti, è finita che, inorridito per la parola di Gesù, se ne andò rattristato! Cos’è capitato, che tutti e tre i sinottici lo ricordano con eccezionale attenzione? Entra in campo, nell’insegnamento di Gesù, qualcosa di altrettanto importante e coinvolgente per la vita dell’uomo che la “sessualità” della pagina precedente. Potremmo dire che entra in campo “l’economia” – cioè il nostro intreccio vitale con i beni di cui viviamo, con il bisogno famelico che ne abbiamo, con l’investimento affettivo ed esistenziale che ci mettiamo e che ci costituisce umani – a fronte del dramma di chi non ha nulla!
Al centro del racconto (di ogni racconto evangelico) il mistero tacito di ogni incontro di fede (anche come semplice ricerca di un senso profondo e duraturo della nostra vita), che diventa un incontro decisivo con Gesù. Come se Gesù lo aspettasse da sempre: “allora Gesù, fissatolo lo amò!” Da qui è cominciato il dramma di quella piccola storia di allora, divenuta nel vangelo parabola viva di tutta la storia grande, della quale quell’evento è divenuto paradigma e fermento, insieme. Dove ancor più si rivela il segreto di sempre, di ogni nostra storia, quando ti prende dentro la certezza, come appare da tutta la Bibbia, che Dio si gioca nella tua storia con molto più sbilanciamento di te – in questa proposta paradossale di una solidarietà d’amicizia, alla quale però solo lui è capace di esser fedele. È lui l’innamorato che cerca appassionatamente di conquistarti! E così subito appare che l’amore di Dio – la sua voglia di Alleanza eterna con noi – è eccessivo... per i nostri contenitori fragili e timorosi di esserne troppo coinvolti e sconvolti. Questo racconto incombe sulla nostra chiesa (nel suo lungo percorso) – come sulla nostra storia personale e comunitaria – almeno da Costantino imperatore in poi!. Se questa “parola” è, infatti, la discriminante esemplare della nostra appartenenza o disappartenenza al Regno, a noi sembra di fatto una favola degli entusiasmi iniziali – una cosa un po’ irreale – piuttosto che un’indicazione autorevole e sicura (pratica!), come sembrerebbe indicare Gesù. Ma per nostra fortuna se ne sono accorti subito gli apostoli stessi, i quali, prima stupefatti, poi “enormemente” sbigottiti, si domandavano fra loro: allora, chi può essere salvato?... E così hanno provocato un chiarimento indubbiamente radicale e garantito, ma che ancora più ha aggravato e appesantito la nostra situazione di inadeguatezza: “impossibile agli uomini”, parola di Gesù stesso! Possibile solo a Dio, dunque! – è una cosa divina – e affare suo. Quanti saremmo oggi in questa “sua” chiesa, se all’entrata, ci avessero sottoposti a questo criterio? È vero che la Chiesa non è il Regno, ma dovrebbe almeno esserne l’ostetrica, per spingerci una buona volta a rinascere, a seguire davvero Gesù! O non sarà proprio per questo dato di fatto – della rassegnata ma lucida impossibilità a seguire il Regno – che siamo ricchi stracolmi di beni e di vantaggi non regalati ai poveri? E deleghiamo questa “possibilità di conquistarci quaggiù la vita eterna” ai profeti inascoltati del Regno, così che poi tutto il nostro rapporto, personale e comunitario, con Gesù. ne rimane sfilacciato e svuotato – immiserito e avvelenato com’è dagli infiniti condizionamenti dei nostri beni “irrinunciabili”.
Tra noi e il Signore (o il suo Regno!) ci stanno di mezzo i poveri … e i nostri beni – alternativi! Ponte o barriera! Infatti, ecco il dilemma drammatico: se vuoi rispondere all’amore con il quale il Signore ti ha fissato: una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dállo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e séguimi. Non si ratta di una nuova legge o di un altro comandamento, sconosciuto prima! Se però i beni sono il tuo tesoro, allora, con più o meno compromessi, indietreggi nel cammino verso Gesù perchè questo tesoro rispunta nel cuore come la tua vera sicurezza palpabile e misurabile, irrinunciabile – e quindi svuoti l’alternativa di “seguire Gesù” di ogni spessore. Non puoi seguire due padroni... e allora diventi sempre più schizofrenico. È la prassi normale, felpata e pasticciata, della nostra chiesa e delle nostre comunità (oltre che personale), rimediata poi con elemosine e surrogati caritativi successivi, per anestetizzare il rimorso di eludere un vangelo “eccessivo”. Il “cercatore della salvezza” – che pure parte sincero – si accorge amaramente che, a star troppo vicino ai suoi beni, si allontana dal Signore, e viceversa – anche se nella ingenuità dell’entusiasmo giovanile prima “correva verso di lui”. Per avvicinarlo davvero a sé, Gesù lo provoca a dare i suoi beni ai poveri, perché questi abitano sempre nei dintorni del Regno. I poveri non sono subito “Gesù”. Ma dalla loro parte è facile venire presso Gesù, per seguirlo. Perché l’impedimento inconsapevole verso il Signore erano proprio i “molti beni” – e i poveri sono il luogo giusto dove spenderli. Fuori di metafora, la logica o la legge fondamentale della nostra sussistenza economica (che vuol dire la “legge della nostra casa”: alimentare, parentale, affettiva, finanziaria, ideologica, religiosa…) è la difesa strenua del possesso dei beni, con la conseguente inevitabile rapina competitiva dei concorrenti. La nuova “legge di casa”, (l’economia del Regno), alla quale ci chiama il Signore, è invece la logica del dono! “Quello che hai, dallo ai poveri!”. Qui si rivela il tranello intrinseco ad ogni ricerca religiosa: persino di un galantuomo, credente e pio, che però non cercava la salvezza (la vita eterna) come dono del Padre, ma soltanto come la prosecuzione eterna del suo bene totale, l’assicurazione “casco” su sé e i suoi beni! Appena ne sente le condizioni improrogabili, proclamate subito chiarissime dal Signore – per avere la vita eterna bisogna staccarsi dai beni! ...lui almeno capisce che ogni altro aggiustamento è ipocrita! Se ne andò rattristato.
Avvicinarsi al Signore vuol dire dunque avvicinarsi al “suo modo di essere”… e il “suo modo di essere” è quello dei poveri: abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo... (Fil 2,5ss). Dunque “la logica del dono” proposta a chi vuol seguire Gesù, non è frutto di una pur lodata osservanza morale, ma è una condizione “evangelica” di un altra qualità! Chi accoglie con tutto il suo cuore il vangelo, può possedere dei beni e mantenerli, ma finirà per svuotarsene... quando storicamente incontra chi non li ha, quando dovrà schierarsi concretamente per il Regno: perché allora scatterà nel suo cuore la scelta preferenziale: niente mai anteporre a Gesù, al suo vangelo e ai poveri in cui egli vive. Non per dovere, ma perché così ha fatto Gesù – anzi così è Gesù! Solo così lo si incontra, a livello vitale, non psichico, non immaginario. Il resto è religiosità alienante, devozione vuota, fonte di tristezza inguaribile – perché ammalata dall’infezione della dis/umanizzazione dell’altro, cui io assisto senza personalmente compromettermi. La tristezza è anche la conferma che non si può contattare Gesù, senza passare per di qua! Se invece si passa per di qua, tutto ritorna nel circolo del dono o dell’amore condiviso, che risana le parentele egocentriche ed esclusive, le proprietà discriminanti e recintate… E dunque, “casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi” – i nostri beni esistenziali! – ridiventano (a causa mia e a causa del vangelo), il luogo gioioso o il nido aperto, dove crescere, donarsi ed essere custoditi.
Gesù Cristo è il centro del Regno di Dio, il centro di tutta la storia della salvezza, il centro di ogni vita di discepolo. Ma non si tratta del nome “Gesù Cristo”, bensì della realtà. Ora, questa realtà di Cristo si manifesta soltanto a chi vive in lui, con lui, facendo la stessa esperienza umana. Per questo c’è una centralità della povertà come accesso alla centralità di Gesù Cristo”. [José Comblin, Le sfide di Cristiani del XXI secolo]

Il “Patto delle catacombe” per una Chiesa serva e povera

Il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Vaticano II, una quarantina di padri conciliari hanno celebrato una Eucaristia nelle catacombe di Domitilla, a Roma, chiedendo fedeltà allo Spirito di Gesù. Dopo questa celebrazione, hanno firmato il “Patto delle Catacombe”.
Il documento è una sfida ai “fratelli nell’Episcopato” a portare avanti una “vita di povertà”, una Chiesa “serva e povera”, come aveva suggerito il papa Giovanni XXIII.
I firmatari – fra di essi, molti brasiliani e latinoamericani, poiché molti più tardi aderirono al patto – si impegnavano a vivere in povertà, a rinunciare a tutti i simboli o ai privilegi del potere e a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. Il testo ha avuto una forte influenza sulla Teologia della Liberazione, che sarebbe sorta negli anni seguenti.
Uno dei firmatari e propositori del Patto fu dom Helder Câmara, il cui centenario della nascita è stato celebrato il 7 febbraio. Ecco il testo:
Noi, vescovi riuniti nel Concilio Vaticano II, illuminati sulle mancanze della nostra vita di povertà secondo il Vangelo; sollecitati vicendevolmente ad una iniziativa nella quale ognuno di noi vorrebbe evitare la singolarità e la presunzione; in unione con tutti i nostri Fratelli nell’Episcopato, contando soprattutto sulla grazia e la forza di Nostro Signore Gesù Cristo, sulla preghiera dei fedeli e dei sacerdoti della nostre rispettive diocesi; ponendoci col pensiero e la preghiera davanti alla Trinità, alla Chiesa di Cristo e davanti ai sacerdoti e ai fedeli della nostre diocesi; nell’umiltà e nella coscienza della nostra debolezza, ma anche con tutta la determinazione e tutta la forza di cui Dio vuole farci grazia, ci impegniamo a quanto segue:
1. Cercheremo di vivere come vive ordinariamente la nostra popolazione per quanto riguarda l’abitazione, l’alimentazione, i mezzi di locomozione e tutto il resto che da qui discende. Cfr. Mt 5,3; 6,33s; 8,20.
Rinunciamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente negli abiti (stoffe ricche, colori sgargianti), nelle insegne di materia preziosa (questi segni devono essere effettivamente evangelici). Cf. Mc 6,9; Mt 10,9s; At 3,6. Né oro né argento.
Non possederemo a nostro nome beni immobili, né mobili, né conto in banca, ecc.; e, se fosse necessario averne il possesso, metteremo tutto a nome della diocesi o di opere sociali o caritative. Cf. Mt 6,19-21; Lc 12,33s.
Tutte le volte che sarà possibile, affideremo la gestione finanziaria e materiale nella nostra diocesi ad una commissione di laici competenti e consapevoli del loro ruolo apostolico, al fine di essere, noi, meno amministratori e più pastori e apostoli. Cf. Mt 10,8; At. 6,1-7.
Rifiutiamo di essere chiamati, oralmente o per scritto, con nomi e titoli che significano grandezza e potere (Eminenza, Eccellenza, Monsignore…). Preferiamo essere chiamati con il nome evangelico di Padre. Cf. Mt 20,25-28; 23,6-11; Jo 13,12-15.
Nel nostro comportamento, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo quello che può sembrare un conferimento di privilegi, priorità, o anche di una qualsiasi preferenza, ai ricchi e ai potenti (es. banchetti offerti o accettati, nei servizi religiosi). Cf. Lc 13,12-14; 1Cor 9,14-19.
Eviteremo ugualmente di incentivare o adulare la vanità di chicchessia, con l’occhio a ricompense o a sollecitare doni o per qualsiasi altra ragione. Inviteremo i nostri fedeli a considerare i loro doni come una partecipazione normale al culto, all’apostolato e all’azione sociale. Cf. Mt 6,2-4; Lc 15,9-13; 2Cor 12,4.
Daremo tutto quanto è necessario del nostro tempo, riflessione, cuore, mezzi, ecc., al servizio apostolico e pastorale delle persone e dei gruppi laboriosi ed economicamente deboli e poco sviluppati, senza che questo pregiudichi le altre persone e gruppi della diocesi. Sosterremo i laici, i religiosi, i diaconi o i sacerdoti che il Signore chiama ad evangelizzare i poveri e gli operai condividendo la vita operaia e il lavoro. Cf. Lc 4,18s; Mc 6,4; Mt 11,4s; At 18,3s; 20,33-35; 1Cor 4,12 e 9,1-27.
Consci delle esigenze della giustizia e della carità, e delle loro mutue relazioni, cercheremo di trasformare le opere di “beneficenza” in opere sociali fondate sulla carità e sulla giustizia, che tengano conto di tutti e di tutte le esigenze, come un umile servizio agli organismi pubblici competenti. Cf. Mt 25,31-46; Lc 13,12-14 e 33s.
Opereremo in modo che i responsabili del nostro governo e dei nostri servizi pubblici decidano e attuino leggi, strutture e istituzioni sociali necessarie alla giustizia, all’uguaglianza e allo sviluppo armonico e totale dell’uomo tutto in tutti gli uomini, e, da qui, all’avvento di un altro ordine sociale, nuovo, degno dei figli dell’uomo e dei figli di Dio. Cf. At. 2,44s; 4,32-35; 5,4; 2Cor 8 e 9 interi; 1Tim 5, 16.
Poiché la collegialità dei vescovi trova la sua più evangelica realizzazione nel farsi carico comune delle moltitudini umane in stato di miseria fisica, culturale e morale – due terzi dell’umanità – ci impegniamo:
-a contribuire, nella misura dei nostri mezzi, a investimenti urgenti di episcopati di nazioni povere;
-a richiedere insieme agli organismi internazionali, ma testimoniando il Vangelo come ha fatto Paolo VI all’Onu, l’adozione di strutture economiche e culturali che non fabbrichino più nazioni proletarie in un mondo sempre più ricco che però non permette alle masse povere di uscire dalla loro miseria.

2. Ci impegniamo a condividere, nella carità pastorale, la nostra vita con i nostri fratelli in Cristo, sacerdoti, religiosi e laici, perché il nostro ministero costituisca un vero servizio;
così:
-ci sforzeremo di “rivedere la nostra vita” con loro;
-formeremo collaboratori che siano più animatori secondo lo spirito che capi secondo il mondo;
-cercheremo di essere il più umanamente presenti, accoglienti…;
-saremo aperti a tutti, qualsiasi sia la loro religione. Cf. Mc 8,34s; At 6,1-7; 1Tim 3,8-10.

3. Tornati alle nostre rispettive diocesi, faremo conoscere ai fedeli delle nostre diocesi la nostra risoluzione, pregandoli di aiutarci con la loro comprensione, il loro aiuto e le loro preghiere.
Aiutaci Dio ad essere fedeli.
In ricordo di dom Helder Câmara

giovedì 2 ottobre 2008

la Liturgia di Lessoloela Condivisione di Cassano


il concreto amore per i poveri è liturgia


Lo ha ricordato il Papa durante l'udienza generale di mercoledì 1 ottobre, in piazza San Pietro. I "papisti" invidiosi saranno contenti! Ora lo dice anche il Papa (quello vero, non quello che si immaginano)... Noi cattolici lo dicevamo da tempo... Eccovi il testo da meditare, per chi si vuole convertire...

Cari fratelli e sorelle, il rispetto e la venerazione che Paolo ha sempre coltivato nei confronti dei Dodici non vengono meno quando egli con franchezza difende la verità del Vangelo, che non è altro se non Gesù Cristo, il Signore. Vogliamo oggi soffermarci su due episodi che dimostrano la venerazione e, nello stesso tempo, la libertà con cui l’Apostolo si rivolge a Cefa e agli altri Apostoli: il cosiddetto «Concilio» di Gerusalemme e l’incidente di Antiochia di Siria, riportati nella Lettera ai Galati (cfr. 2,1-10; 2,11-14). Ogni Concilio e Sinodo della Chiesa è «evento dello Spirito» e reca nel suo compiersi le istanze di tutto il popolo di Dio: lo hanno sperimentato in prima persona quanti hanno avuto il dono di partecipare al Concilio Vaticano II. Per questo san Luca, informandoci sul primo Concilio della Chiesa, svoltosi a Gerusalemme, così introduce la lettera che gli Apostoli inviarono in quella circostanza alle comunità cristiane della diaspora: «Abbiamo deciso lo Spirito Santo e noi...» (At 15,28). Lo Spirito, che opera in tutta la Chiesa, conduce per mano gli Apostoli nell’intraprendere strade nuove per realizzare i suoi progetti: è Lui l’artefice principale dell’edificazione della Chiesa. Eppure l’assemblea di Gerusalemme si svolse in un momento di non piccola tensione all’interno della Comunità delle origini. Si trattava di rispondere al quesito se occorresse richiedere ai pagani che stavano aderendo a Gesù Cristo, il Signore, la circoncisione o se fosse lecito lasciarli liberi dalla Legge mosaica, cioè dall’osservanza delle norme necessarie per essere uomini giusti, ottemperanti alla Legge, e soprattutto liberi dalle norme riguardanti le purificazioni cultuali, i cibi puri e impuri e il sabato. Dell’assemblea di Gerusalemme riferisce anche san Paolo in Gal 2,1-10: dopo quattordici anni dall’incontro con il Risorto a Damasco - siamo nella seconda metà degli anni 40 d.C. - Paolo parte con Barnaba da Antiochia di Siria e si fa accompagnare da Tito, il suo fedele collaboratore che, pur essendo di origine greca, non era stato costretto a farsi circoncidere per entrare nella Chiesa. In questa occasione Paolo espone ai Dodici, definiti come le persone più ragguardevoli, il suo vangelo della libertà dalla Legge (cfr. Gal 2,6). Alla luce dell’incontro con Cristo risorto, egli aveva capito che nel momento del passaggio al Vangelo di Gesù Cristo, ai pagani non erano più necessarie la circoncisione, le regole sul cibo, sul sabato come contrassegni della giustizia: Cristo è la nostra giustizia e «giusto» è tutto ciò che è a Lui conforme. Non sono necessari altri contrassegni per essere giusti. Nella Lettera ai Galati riferisce, con poche battute, lo svolgimento dell’assemblea: con entusiasmo ricorda che il vangelo della libertà dalla Legge fu approvato da Giacomo, Cefa e Giovanni, «le colonne», che offrirono a lui e a Barnaba la destra della comunione ecclesiale in Cristo (cfr. Gal 2,9). Se, come abbiamo notato, per Luca il Concilio di Gerusalemme esprime l’azione dello Spirito Santo, per Paolo rappresenta il decisivo riconoscimento della libertà condivisa fra tutti coloro che vi parteciparono: una libertà dalle obbligazioni provenienti dalla circoncisione e dalla Legge; quella libertà per la quale «Cristo ci ha liberati, perché restassimo liberi» e non ci lasciassimo più imporre il giogo della schiavitù (cfr. Gal 5,1). Le due modalità con cui Paolo e Luca descrivono l’assemblea di Gerusalemme sono accomunate dall’azione liberante dello Spirito, poiché «dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà», dirà nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr. 3,17). Tuttavia, come appare con grande chiarezza nelle Lettere di san Paolo, la libertà cristiana non s’identifica mai con il libertinaggio o con l’arbitrio di fare ciò che si vuole; essa si attua nella conformità a Cristo e perciò nell’autentico servizio per i fratelli, soprattutto, per i più bisognosi. Per questo, il resoconto di Paolo sull’assemblea si chiude con il ricordo della raccomandazione che gli rivolsero gli Apostoli: «Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare» (Gal 2,10). Ogni Concilio nasce dalla Chiesa e alla Chiesa torna: in quell’occasione vi ritorna con l’attenzione per i poveri che, dalle diverse annotazioni di Paolo nelle sue Lettere, sono anzitutto quelli della Chiesa di Gerusalemme. Nella preoccupazione per i poveri, attestata, in particolare, nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr. 8-9) e nella parte conclusiva della Lettera ai Romani (cfr. Rm 15), Paolo dimostra la sua fedeltà alle decisioni maturate durante l’assemblea. Forse non siamo più in grado di comprendere appieno il significato che Paolo e le sue comunità attribuirono alla colletta per i poveri di Gerusalemme. Si trattò di un’iniziativa del tutto nuova nel panorama delle attività religiose: non fu obbligatoria, ma libera e spontanea; vi presero parte tutte le Chiese fondate da Paolo verso l’Occidente. La colletta esprimeva il debito delle sue comunità per la Chiesa madre della Palestina, da cui avevano ricevuto il dono inenarrabile del Vangelo. Tanto grande è il valore che Paolo attribuisce a questo gesto di condivisione che raramente egli la chiama semplicemente «colletta»: per lui essa è piuttosto «servizio», «benedizione», «amore», «grazia», anzi «liturgia» (2 Cor 9). Sorprende, in modo particolare, quest’ultimo termine, che conferisce alla raccolta in denaro un valore anche cultuale: da una parte essa è gesto liturgico o «servizio», offerto da ogni comunità a Dio, dall’altra è azione di amore compiuta a favore del popolo. Amore per i poveri e liturgia divina vanno insieme, l’amore per i poveri è liturgia. I due orizzonti sono presenti in ogni liturgia celebrata e vissuta nella Chiesa, che per sua natura si oppone alla separazione tra il culto e la vita, tra la fede e le opere, tra la preghiera e la carità per i fratelli. Così il Concilio di Gerusalemme nasce per dirimere la questione sul come comportarsi con i pagani che giungevano alla fede, scegliendo per la libertà dalla circoncisione e dalle osservanze imposte dalla Legge, e si risolve nell’istanza ecclesiale e pastorale che pone al centro la fede in Cristo Gesù e l’amore per i poveri di Gerusalemme e di tutta la Chiesa. Il secondo episodio è il noto incidente di Antiochia, in Siria, che attesta la libertà interiore di cui Paolo godeva: come comportarsi in occasione della comunione di mensa tra credenti di origine giudaica e quelli di matrice gentile? Emerge qui l’altro epicentro dell’osservanza mosaica: la distinzione tra cibi puri e impuri, che divideva profondamente gli ebrei osservanti dai pagani. Inizialmente Cefa, Pietro condivideva la mensa con gli uni e con gli altri; ma con l’arrivo di alcuni cristiani legati a Giacomo, «il fratello del Signore» (Gal 1,19), Pietro aveva cominciato a evitare i contatti a tavola con i pagani, per non scandalizzare coloro che continuavano ad osservare le leggi di purità alimentare; e la scelta era stata condivisa da Barnaba. Tale scelta divideva profondamente i cristiani venuti dalla circoncisione e i cristiani venuti dal paganesimo. Questo comportamento, che minacciava realmente l’unità e la libertà della Chiesa, suscitò le accese reazioni di Paolo, che giunse ad accusare Pietro e gli altri d’ipocrisia: «Se tu che sei giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei giudei?» (Gal 2,14). In realtà, erano diverse le preoccupazioni di Paolo, da una parte, e di Pietro e Barnaba, dall’altra: per questi ultimi la separazione dai pagani rappresentava una modalità per tutelare e per non scandalizzare i credenti provenienti dal giudaismo; per Paolo costituiva, invece, un pericolo di fraintendimento dell’universale salvezza in Cristo offerta sia ai pagani che ai giudei. Se la giustificazione si realizza soltanto in virtù della fede in Cristo, della conformità con Lui, senza alcuna opera della Legge, che senso ha osservare ancora le purità alimentari in occasione della condivisione della mensa? Molto probabilmente erano diverse le prospettive di Pietro e di Paolo: per il primo non perdere i giudei che avevano aderito al Vangelo, per il secondo non sminuire il valore salvifico della morte di Cristo per tutti i credenti. Strano a dirsi, ma scrivendo ai cristiani di Roma, alcuni anni dopo (intorno alla metà degli anni 50 d.C.), Paolo stesso si troverà di fronte ad una situazione analoga e chiederà ai forti di non mangiare cibo impuro per non perdere o per non scandalizzare i deboli: «Perciò è bene non mangiare carne, né bere vino, né altra cosa per la quale il tuo fratello possa scandalizzarsi» (Rm 14,21). L’incidente di Antiochia si rivelò così una lezione tanto per Pietro quanto per Paolo. Solo il dialogo sincero, aperto alla verità del Vangelo, poté orientare il cammino della Chiesa: «Il regno di Dio, infatti, non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17). È una lezione che dobbiamo imparare anche noi: con i carismi diversi affidati a Pietro e a Paolo, lasciamoci tutti guidare dallo Spirito, cercando di vivere nella libertà che trova il suo orientamento nella fede in Cristo e si concretizza nel servizio ai fratelli. Essenziale è essere sempre più conformi a Cristo. È così che si diventa realmente liberi, così si esprime in noi il nucleo più profondo della Legge: l’amore per Dio e per il prossimo. Preghiamo il Signore che ci insegni a condividere i suoi sentimenti, per imparare da Lui la vera libertà e l’amore evangelico che abbraccia ogni essere umano. (Vaticano, 1 ottobre 2008)

giovedì 13 dicembre 2007

Dio è Colui che rende vivibile la vita

Dopo che domenica scorsa (II di Avvento) la Chiesa con le letture proposte ci aveva introdotto nell’atmosfera di un’attesa carica di aspettative (si parlava di ciò che avverrà «in quel giorno...», di conversione perchè «il regno dei cieli è vicino»), oggi la liturgia della Parola sembra tratteggiare in modo un po’ più delineato i contorni di ciò che si deve aspettare…
Isaia come sempre parte dal suo oggi, dalla realtà, dalla storia e descrive la situazione dell’uomo di sempre: parla infatti di «mani fiacche», «ginocchia vacillanti», «cuori smarriti», cioè, di un’umanità scoraggiata dalla vita, da quella vita che le pareva così accattivante e che invece sembra smentire le sue promesse. Si parla insomma di un’umanità che fatica a dar credito alla bellezza dell’esistenza o anche semplicemente alla sua vivibilità…
Questa fiacchezza, questo vacillare e questo smarrimento di cui parla Isaia, credo non necessitino di spiegazioni, esemplificazioni o dimostrazioni: sono proprio l’aria che spesso respiriamo anche noi…
In questo senso è confortante vedere come il testo biblico sia così consapevole di dove, come e chi siamo. Quella di Dio infatti non è una parola destinata ai perfetti, agli irreprensibili, a quelli che ce la fanno… arriva proprio negli interstizi bui della storia, nelle sue congiunture malate… è la parola dei poveri, dei fiacchi, dei vacillanti, degli smarriti… è appunto la Parola dell’uomo di sempre… è la nostra.
È proprio dentro qui, dentro all’umanità stanca, sfiduciata, dispersa che si cala però un annuncio nuovo: «Coraggio, non temete! Ecco il vostro Dio, giunge la vendetta, la ricompensa divina. Egli viene a salvarvi».
È la notizia di una venuta che cambia la desolazione del mondo, che ridà vita alle sue aridità («Si rallegrino il deserto e la terra arida»), che fa rifiorire le sue secchezze («esulti e fiorisca la steppa»), che porta gloria, splendore, magnificenza («Le è data la gloria del Libano, lo splendore del Carmelo e di Saron. Essi vedranno la gloria del Signore, la magnificenza del nostro Dio»).
Ma soprattutto è una venuta che, oltre a far brillare gli occhi come quelli di un bimbo per lo scoppio di Vita nel mondo, è decisiva perché fa Vivere gli uomini: «Allora si apriranno gli occhi dei ciechi e si schiuderanno gli orecchi dei sordi. Allora lo zoppo salterà come un cervo, griderà di gioia la lingua del muto. Ci sarà un sentiero e una strada e la chiameranno via santa. Su di essa ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo».
Proprio perché riguarda gli uomini, proprio quelli che sono carne della mia carne, quelli a cui scorre nelle vene il mio stesso sangue, quelli a cui le viscere si commuovono come le mie, proprio perché riguarda loro e me con loro, questo annuncio ha i tratti di una gioia esplosiva: «felicità perenne splenderà sul loro capo; gioia e felicità li seguiranno e fuggiranno tristezza e pianto».
Proprio perché è una parola per l’uomo (costituzionalmente povero), proprio perché è l’annuncio di una salvezza per lui, di una sua liberazione dalle catene della morte, questa non è più una notizia tra le altre: qui si tratta di vita o di morte!
Tra l’altro della vita o della morte di tutti. E di una vita e di una morte caratterizzate da una definitività: è la scelta tra una vita vitale che anche se muore fisicamente, può arrivare oltre la morte, o una vita mortifera che anche se vive a lungo è già abitata dai veleni delle tombe.
Proprio per la decisività di questa venuta, Giacomo parla di pazienza e costanza: «Siate costanti, fratelli miei […]. Guardate l’agricoltore: egli aspetta con costanza il prezioso frutto della terra finché abbia ricevuto le prime e le ultime piogge».
Solo perché è prezioso il frutto della terra, l’agricoltore lo aspetta. Così anche per noi. Se ci fosse annunciato qualcosa di meno che la Vita, non varrebbe la pena pazientare, essere costanti, attendere, perdere tempo, energie, investimenti affettivi… Ma forse, se non ci fosse annunciata la Vita, non varrebbe la pena neanche di vivere…
E invece la venuta annunciata non è una qualunque, non è quella di uno dei tanti ciarlatani, falsi profeti, finti dei che attraversano tutta la storia umana: quella vicina è «la venuta del Signore»! È l’arrivo della Vita!
La “V” maiuscola non deve trarre in inganno: non si tratta immediatamente della vita eterna, come se il discorso fosse “anche se qui siamo schiacciati in un’esistenza invivibile, poi però c’è il paradiso”… No! La Vita è l’abilitazione a Vivere nell’aldiqua, è l’attestazione di Dio che la promessa iscritta nei nostri cuori dal momento che nasciamo non è illusoria, è la sua vittoria sulla nostra morte, che oltre alla morte fisica, indica tutto ciò che ci incatena l’anima, ci indurisce il cuore, ci fa abbassare gli sguardi, ci spegne i sorrisi, ci separa dagli altri. Tutto questo è vinto. Allora sì che la vita è vivibile!
E appunto: vivibile è la nostra vita qui e ora… E di fatti i segni di riconoscimento del Cristo, che Gesù stesso indica come le testimonianze da portare a Giovanni Battista, sono tutte cose che investono l’aldiqua: «I ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi sono purificati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunciato il Vangelo».
A Giovanni che in carcere si chiede se Gesù è effettivamente «colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?», Gesù risponde con il rendere vivibile la vita degli uomini.
E infatti: chi è Dio se non colui che fa vivere l’uomo?
«E beato è colui che non trova in me motivo di scandalo!». Beato, dice Gesù, colui che non inciampa vedendomi così, solo perché non rispetto i canoni umani e religiosi dell’attesa del Messia. Beato chi non si scandalizza della predilezione per gli scarti dell’umanità (gli scarti fisici – malati –, morali – peccatori –, economici – poveri –, sociali – donne), chi non si scandalizza della concretezza e laicità dell’azione di Dio (che sta nelle strade e nelle case, non nei templi e nelle comunità osservanti), chi non si scandalizza che la potenza di Dio sia riscritta da una morte in croce…
E in effetti... visto che stiamo attendendo il Natale, è da notare che Gesù arriva neonato (scarto fisico), figlio di non sposati (scarto morale), povero (scarto economico), in una mangiatoia (scarto sociale), circondato da animali e pastori, indifeso…

martedì 30 ottobre 2007

i santi poveri

una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua.

… chi sono costoro? sono i “beati”! non già quelli ufficiali, che non erano scritti sul calendario, ma quelli di tutti i tempi, e di tutte le chiese e le razze e le lingue - dei quali, secondo Gesù, il Padre si compiace, come a rinnovare nella storia dei millenni, quella specie di benedizione gioiosa, che ripeteva nei vari passi della creazione: E Dio vide che era cosa buona! . Perché Dio, dalla sua postazione, vede la pienezza dello sviluppo futuro già dentro nell’istante minuscolo e transitorio del presente. Per questo, forse, le beatitudini hanno all’inizio, un titolo, per così dire: “beati i poveri!”. Perché in questa “mancanza di bene dovuto”, che è la povertà, in questa incompiutezza di umanità che aspetta, sta la caratteristica comune a tutti coloro che sono detti “beati” da Gesù.

Per cui sono anzitutto i poveri che ci danno, già adesso, in questo mondo, la chiave di lettura del Regno di Dio. Perché anche lui, qui, è povero, nascosto e impercettibile, ma presente… Beati i poveri, dunque, perché di essi è il regno dei cieli. A tutti gli uomini, quindi, anche a quelli incoscienti del mistero di salvezza in cui sono avvolti,… è annunciato (evangelizzato) che la loro povertà, la loro miseria e incompiutezza umana, non è una maledizione, ma è già impregnata dalla benedizione e dalla benevolenza del Padre, che appunto vede il futuro nel mistero di povertà del presente, e ci assicura che ha un progetto (un regno da costruire) con i poveri - che sono loro anzi, il suo progetto, cioè il suo Regno.

… Gesù, che vede la storia con il cuore del Padre, indica (al futuro!) per le varie specie di poveri il finale nel Regno… come andrà a finire! Non è come il premio che ci sarà dato solo dopo il traguardo, faticosamente raggiunto. La benedizione di compiacimento del Padre, è come un seme, già depositato nel cuore dell’umanità, un fermento gia impastato dentro il cuore degli uomini. Già adesso lievita la storia e dà senso e sostegno e consolazione al cammino del credente.

C’è grande solennità per questa rivelazione del segreto del Padre sulla storia degli uomini: salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava… La proclamazione che le sofferenze abbandonate, i desideri inascoltati, gli sforzi incompresi e sempre ricominciati, di bontà e di mitezza nella costruzione della pace e della giustizia, la misericordia che perdona sempre e comunque, la trasparenza del cuore e degli occhi … tutte queste situazioni di incompiutezza, di attesa operosa, di persecuzione gratuita… non sono l’ultima parola. Hanno già adesso, dentro di sé, un futuro di consolazione, di esaudimento, di beatitudine, appunto… fino a conquistare ed impregnare di mitezza e tenerezza e misericordia tutta la terra.

siamo già adesso, figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato

… un Padre così grande, immensamente buono, onnisciente e potente… ha dei figli così poveri? C’è qualcosa che non funziona nella nostra concezione… o di Dio o della nostra storia! Qualcosa che ci fa velo e non ci lascia vedere, secondo Gesù, la verità della “benevolenza compiacente” di Dio sulla nostra vita. Eppure, il Vangelo – la buona notizia! ‑ è questa : che noi stiamo andando verso un futuro in cui la nostra vera identità inedita, implosa, sarà pubblicata, si farà palese. Adesso non la conosciamo ancora! Ci sono però nel Vangelo le indicazioni profetiche di come saremo…i prodromi, i germogli, la preparazione tacita di ciò che esploderà in noi.

...sono le “beatitudini”, cioè il parere profetico di Dio sulla nostra storia! i poveri, gli afflitti, i miti, gli operatori di pace e di giustizia, quelli che seminano sempre misericordia, quelli che con la sopportazione dell’aggressività e delle prepotenze persecutorie sveleniscono le tensione e i conflitti … sono i rappresentanti di ciò che saremo. Sono la preparazione qui in terra di come sarà questo mondo nel mondo li là! Sono questi i “poveri santi” evangelici… non inquadrabili in modelli culturali stereotipati o consacrati, come quelli scritti nel calendario per la nostra edificazione. Quelli evangelici non è che siano da imitare, sono già in mezzo a noi, e noi non ce ne accorgiamo, se non di rado, ma sono “in condizione di santità”, pur sembrando solo… poveretti, come noi! Sono tutti gli sconfitti anonimi, umiliati dai prepotenti della terra, e non sono incattiviti. Hanno ceduto quanto gli spettava, per non litigare con i fratelli. Hanno taciuto, perché nessuno sarebbe stato ad ascoltarli. Le innumerevoli donne che nelle case, nei grattaceli o nelle capanne, hanno distribuito accudimento e tenerezza senza riceverne il contraccambio, i bambini che piangevano o ridevano, anche se nessuno li guardava… gli schiavi sfruttati da tutti, senza considerarli uomini… e lo stesso hanno dato mani, sudore e sangue… Il Signore dice che sono “beati”…

noi stessi siamo chiamati a vedere con questa luce la nostra vita.

C’è una parte di noi stessi che simpatizza già adesso per questa benevolenza del Signore che annuncia il nostro futuro, come vivessimo due livelli di vita diversi. Quella al futuro, seminata in noi dalla sua Parola e dai sacramenti della sua Chiesa… e quella della vita del mondo in ci viviamo, quando la logica della sopravvivenza e della competizione ci riprendono il cuore e riteniamo istintivamente beati quelli che sono “riusciti”, che si sono imposti nella competizione della vita… a costo di opprimere e lasciar per strada tante sofferenze… E ci è riproposta la domanda: vuoi essere uomo dell’attimo transitorio, che comunque è troppo corto per i desideri infiniti del cuore, e svanisce come l’erba del campo?! O invece vuoi essere uomo di eternità!? che si lascia segnare con il sigillo delle beatitudine sulla fronte, e lava le sue incerte e ambigue speranze nel sangue dell’Agnello, cioè nella parola, nella vita e nella morte e resurrezione di Gesù. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro.

Non perché i cristiani siano dei pessimisti,

che vedono nel mondo solo la caducità e non sanno fare altro che rassegnarsi. Certo, non fanno del mondo e della cultura la ragione unica della loro vita, perché è troppo poco, e la promessa che è stata rivelata per loro e per tutti gli uomini è troppo più lunga di questo mondo. Ma sono ottimisti nei confronti del divino che è presente nel mondo (Bonhoeffer). Per cui sono sereni anche nella sofferenza dell’attesa, ma di una serenità che è pur sempre venata di malinconia, per l’incompiutezza attuale che fa soffrire tanta gente, e di nostalgia del futuro che ci è promesso. Convinti però che il mondo e solo il mondo è il luogo del loro lavoro, il campo di azione del Regno di Dio.

…tra questi santi ci sono i nostri morti,

gli innumerevoli anelli della catena della vita che è arrivata fino a noi, che ci hanno accudito, hanno camminato con noi … con le loro debolezze e fatiche, il loro affetto e il loro mistero “inedito”. Perché è proprio questo l’anelito o il gemito fondamentale di tutto il creato, che la morte ci sembra soffocare: il legame di relazione e di coinvolgimento incancellabile tra fratelli sorelle, piccoli e grandi, tutti affamati di amore e comunione. A loro ci lega indissolubilmente questa comunione che adesso, dalla loro parte, pensiamo già entrata nella luce. Hanno già sciolto il velo che copriva, sul loro volto, il disegno della misericordia del Padre, che ha asciugato le loro lacrime… Allora risplenderà la luce di questa promessa che ogni sofferenza per mancanza di amore in questo mondo, ogni povertà e miseria, è già accolta dal Padre nella sua misericordia. Vedranno faccia a faccia, che il segreto nascosto sotto la scorza dura della vita era già una beatitudine divina.

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