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sabato 11 aprile 2009

In cammino verso la Pasqua 2009


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mercoledì 11 febbraio 2009

Chiesa 2.0


Aggiungo qui, per riconoscenza, una parte dell'email ricevuta, che mi ha stimolato a una risposta (che qui integro ulteriormente), che credo mi abbia aiutato e possa aiutarci a fare ulteriormente chiarezza del senso e del significato di quello che stiamo facendo con la decisione di aprire e di tenere aperto questo Blog, fin che servirà allo scopo.

Onestamente, l’idea di un «obbligo» di commento non mi entusiasma: possono essere presentati argomenti che non si sente propri, si può non entrare nel sito per un po’ di tempo, però condivido l’idea di animare il blog, di renderlo più compartecipato. Personalmente, ho sempre vissuto in modo molto positivo la presenza di commenti nel mio di blog, ma ho anche sempre accettato il fatto di non sapere se un determinato post fosse apprezzato o meno, o addirittura ignorato.
Ad ogni modo... cercherò di impegnarmi ;). Un caro saluto a tutta la comunità e grazie per questo spazio ***.

Strettamente parlando non credo che si possa parlare di un «obbligo al commento», l’obbligo, se c’è, si può formulare in questi termini: «Se volete che io butti un pezzo della mia vita a fare un Blog, dovete mostrarmi che serve allo scopo per cui è stato creato! E cioè il consolidamento di un dialogo e di un’amicizia tra di noi: Altrimenti a me non interessa più e lo chiudo!».

Naturalmente delle osservazioni espresse nell’email sopra riportata sono ovviamente cosciente, tanto sono sensate!
Ma il problema qui è un altro e molto più ricco ed è proprio ciò che mi ha spinto a crearlo e a scrivere ulteriormente questo post...

Proviamo a spiegarlo più ampiamente, allargando gli orizzonti...

Prendo sempre più coscienza del fatto che il Magistero nella chiesa, seppur necessario, può generare una malattia «professionale» tipicamente clericale e particolarmente diffusa tra noi religiosi e sacerdoti e anche tra i vescovi e persino tra i laici (pare che Giovanni Paolo II si lamentasse del «clericalismo dei laici italiani»)... Questa «malattia» ci porta, tra l’altro, ad avere solo un atteggiamento «magisteriale».

Constato sempre di più che la chiesa parla e sa parlare soltanto ex cathedra, dall’alto, a questi (ironizzo): «poveri laici tenuti nell’ignoranza – ma conniventi perché fa comodo anche ai laici in quanto deresponsabilizza – e che bisogna continuamente condurre»... Constato anche che sempre troppi laici passano la vita a lamentarsi che la chiesa non li ascolta e quando si offre loro l’opportunità di farlo, sono troppo prigionieri della mentalità che afferma che «su certe cose i laici devono solo obbedire (e al limite confessarsi e pentirsi della loro disobbedienza)»... Già H. De Lubac, al Conilio Vat II ironizzava sulla posizione del laico nella chiesa: «Seduto, in piedi e in ginocchio!»

Credo che sia da tempo giunto il momento di tornare concretamente, in ogni ambito e spazio, a un rapporto più fraterno che come dice il termine, esige che sia paritario, perché riconoscendoci tutti figli «naturali» dello stesso Padre ci riconosciamo tutti in ascolto reciproco.

Questo implica che nessuno ha il monopolio dello Spirito Santo, nemmeno il Papa! E come la storia dimostra, nemmeno la chiesa: il diritti dell’uomo e della donna, l’ecologia, il rifiuto della guerra, la libertà religiosa, sono solo alcuni dei temi che ci hanno visto, come chiesa, rincorrere a fatica, ansimando e sbuffando e zoppicando, la storia «secolare e laica» che ci anticipava e anticipa sempre, segno che lo Spirito è presente non solo nei laici cristiani ma anche in quelli non cristiani!...

Il Web della seconda generazione (Web 2.0) permette proprio questa «orizzontalità» percorrendo e attraversando le distanze di età, spazio, tempo e cultura e sesso... Ecco qui dunque la grande occasione per farlo...

Constato che una certa chiesa (che si riempie la bocca di dialogo per svuotarsene il cuore e liberarsene la coscienza) non lo fa, e non lo farà mai perché vorrebbe dire cedere parte del potere. Quella chiesa sogna piuttosto un ritorno al linguaggio ermetico e settario su cui si struttura necessariamente una «verticalità» nella relazione… Emblematico a questo proposito è il ritorno della «messa in latino» in cui la posizione del celebrante dà le spalle all’assemblea (!) in quanto non solo esprime il rifiuto di parlare il linguaggio del proprio tempo (troppo «democratico»!?) ma nasconde, dietro la conclamata sollecitazione unitaria e pacificatrice, una subdola volontà di imperio verticistica: non è un caso che sia stata introdotta contro il parere della stragrande maggioranza dell’episcopato mondiale!

Allora, stante così le cose, io dico e propongo: per quel che ci compete, cominciamo noi!
Io da tempo concretamente condivido questo atteggiamento con i mie confratelli… Questa è la pro-vocazione di fondo, del modo con cui nell’Eremo di Cassano vogliamo vivere concretamente il nostro rapporto con i laici prima di tutto e poi anche con i non-laici (!)... Per questo personalmente cerco di evitare, se non per ragioni di reale necessità e di «mediazione storica», di fare quell’apostolato tradizionale che tanto ha contribuito a formare quella mentalità di cui parlavo sopra. E se proprio «devo» farlo lo faccio cercando di mettermi in posizione di ascolto e non di insegnamento soltanto (anche se la deformazione mentale clericale a volte crea brutti scherzi anche a me).

Insomma lo schema di fondo dovrebbe essere questo: «Io do a te quello che io ho vissuto e conosciuto, tu dai a me quello che hai vissuto e conosciuto e insieme facciamo discernimento e camminiamo in questa storia» e spesso è più quello che si ap-prende di quello che si dona...

Vivere il Vangelo, cioè dare al Vangelo la possibilità di essere vissuto, comincia prima di tutto da questo atteggiamento di fondo, da questa modalità: cfr i dialoghi di Gesù e come spesso cambi idea sollecitato dal suo interlocutore (spesso interlocutrice! e pure pagana!) e come Gesù stesso, nell’uso delle parabole, abbia «inventato» una nuova forma, per quel tempo, di comunicazione (guardacaso dialogica e quindi «bidirezionale»)...

A «Roma» non lo vogliono capire… ma non esiste evangelizzazione senza dialogo! E il dialogo si realizza solo in una comunicazione «bidirezionale»: e il sito del Vaticano, il Papa su You-Tube, la TV Sat2000, ecc., fanno ancora parte strutturalmente e mentalmente di una forma di comunicazione «unidirezionale»!

È impressionante notare come non esista una email pubblica per il Papa o per i Cardinali, mentre un qualunque Capo di Stato occidentale ne ha una, così come ogni senatore e deputato italiano ed europeo (ovviamente con una segreteria che filtra, accorpa e poi consegna e risponde, ma che non esclude il «contatto diretto»).
Di inviare una email al Papa (vivo!), invece neanche se ne parla. In questo modo però il «vertice» perde realmente il diretto contatto con la «base» (sempre che al «vertice» interessi!)...
Ma di questa mancanza di comunicazione «bidirezionale» prima o poi ne risente tutto «il corpo», «vertice» compreso (ma è l’ultimo ad accorgersene, mentre la «base» se ne è accorta da tempo perché la «patisce» sulla propria «pelle»).
Questo è valido a maggior ragione per la chiesa. La chiesa si è compresa fin dall’inizio come «un corpo»: il corpo di Cristo. Ma un corpo le cui «parti» non comunicano tra di loro muore! Non basta che le «membra» comunichino con «la testa» (Cristo, nell’immagine paolina: cfr Colossesi 1,18; 1,24), è altrettanto necessario perché non vadano in necrosi che comunichino tra di loro (cfr Corinzi 12,12ss)... Anzi questa è la condizione perché comunichino con «la testa»: se vanno in necrosi infatti come possono comunicare con «la testa»?

Di questo si era reso conto già Giovanni XXIII che pare sia uscito qualche volta dal Vaticano in incognito e in «borghese» per vedere «che aria si respira nel mondo».

Ovviamente una email, un Blog, un Forum, non sono «il mondo» (nemmeno il «mio mondo»), né possono sostituire il contatto «dei corpi» in una vita vissuta insieme... ma almeno è un segno che può preludere ad un cambiamento di mentalità...

Certo questo esige anche dai laici un salto di qualità che li spinga ad uscire dal terreno tranquillo della «riserva indiana» in cui pastoralmente sono stati confinati e in cui si crogiolano nell’illusione di meritarsi «le verdi praterie di Manitù», per cominciare a comunicare andando oltre i «segnali di fumo»… (Si può imparare anche da Tex Willer!)...

Insomma vorremmo far fare un salto di qualità alla chiesa (attraverso il nostro frammento di chiesa) sia nel vissuto comunitario di Cassano, sia nel vissuto comunitario di quella realtà (Sì, realtà! Perché esiste e fa parte della nostra realtà!) comunicativa che sempre Giovanni Paolo II chiamava il «Sesto Continente»...

È solo una piccola goccia nel mare infinito della storia... ma ogni mare per quanto grande sia è sempre fatto di gocce.

Almeno noi ci proviamo…

La proposta allora è questa: «Vogliamo provarci insieme?».


giovedì 2 ottobre 2008

la Liturgia di Lessoloela Condivisione di Cassano


il concreto amore per i poveri è liturgia


Lo ha ricordato il Papa durante l'udienza generale di mercoledì 1 ottobre, in piazza San Pietro. I "papisti" invidiosi saranno contenti! Ora lo dice anche il Papa (quello vero, non quello che si immaginano)... Noi cattolici lo dicevamo da tempo... Eccovi il testo da meditare, per chi si vuole convertire...

Cari fratelli e sorelle, il rispetto e la venerazione che Paolo ha sempre coltivato nei confronti dei Dodici non vengono meno quando egli con franchezza difende la verità del Vangelo, che non è altro se non Gesù Cristo, il Signore. Vogliamo oggi soffermarci su due episodi che dimostrano la venerazione e, nello stesso tempo, la libertà con cui l’Apostolo si rivolge a Cefa e agli altri Apostoli: il cosiddetto «Concilio» di Gerusalemme e l’incidente di Antiochia di Siria, riportati nella Lettera ai Galati (cfr. 2,1-10; 2,11-14). Ogni Concilio e Sinodo della Chiesa è «evento dello Spirito» e reca nel suo compiersi le istanze di tutto il popolo di Dio: lo hanno sperimentato in prima persona quanti hanno avuto il dono di partecipare al Concilio Vaticano II. Per questo san Luca, informandoci sul primo Concilio della Chiesa, svoltosi a Gerusalemme, così introduce la lettera che gli Apostoli inviarono in quella circostanza alle comunità cristiane della diaspora: «Abbiamo deciso lo Spirito Santo e noi...» (At 15,28). Lo Spirito, che opera in tutta la Chiesa, conduce per mano gli Apostoli nell’intraprendere strade nuove per realizzare i suoi progetti: è Lui l’artefice principale dell’edificazione della Chiesa. Eppure l’assemblea di Gerusalemme si svolse in un momento di non piccola tensione all’interno della Comunità delle origini. Si trattava di rispondere al quesito se occorresse richiedere ai pagani che stavano aderendo a Gesù Cristo, il Signore, la circoncisione o se fosse lecito lasciarli liberi dalla Legge mosaica, cioè dall’osservanza delle norme necessarie per essere uomini giusti, ottemperanti alla Legge, e soprattutto liberi dalle norme riguardanti le purificazioni cultuali, i cibi puri e impuri e il sabato. Dell’assemblea di Gerusalemme riferisce anche san Paolo in Gal 2,1-10: dopo quattordici anni dall’incontro con il Risorto a Damasco - siamo nella seconda metà degli anni 40 d.C. - Paolo parte con Barnaba da Antiochia di Siria e si fa accompagnare da Tito, il suo fedele collaboratore che, pur essendo di origine greca, non era stato costretto a farsi circoncidere per entrare nella Chiesa. In questa occasione Paolo espone ai Dodici, definiti come le persone più ragguardevoli, il suo vangelo della libertà dalla Legge (cfr. Gal 2,6). Alla luce dell’incontro con Cristo risorto, egli aveva capito che nel momento del passaggio al Vangelo di Gesù Cristo, ai pagani non erano più necessarie la circoncisione, le regole sul cibo, sul sabato come contrassegni della giustizia: Cristo è la nostra giustizia e «giusto» è tutto ciò che è a Lui conforme. Non sono necessari altri contrassegni per essere giusti. Nella Lettera ai Galati riferisce, con poche battute, lo svolgimento dell’assemblea: con entusiasmo ricorda che il vangelo della libertà dalla Legge fu approvato da Giacomo, Cefa e Giovanni, «le colonne», che offrirono a lui e a Barnaba la destra della comunione ecclesiale in Cristo (cfr. Gal 2,9). Se, come abbiamo notato, per Luca il Concilio di Gerusalemme esprime l’azione dello Spirito Santo, per Paolo rappresenta il decisivo riconoscimento della libertà condivisa fra tutti coloro che vi parteciparono: una libertà dalle obbligazioni provenienti dalla circoncisione e dalla Legge; quella libertà per la quale «Cristo ci ha liberati, perché restassimo liberi» e non ci lasciassimo più imporre il giogo della schiavitù (cfr. Gal 5,1). Le due modalità con cui Paolo e Luca descrivono l’assemblea di Gerusalemme sono accomunate dall’azione liberante dello Spirito, poiché «dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà», dirà nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr. 3,17). Tuttavia, come appare con grande chiarezza nelle Lettere di san Paolo, la libertà cristiana non s’identifica mai con il libertinaggio o con l’arbitrio di fare ciò che si vuole; essa si attua nella conformità a Cristo e perciò nell’autentico servizio per i fratelli, soprattutto, per i più bisognosi. Per questo, il resoconto di Paolo sull’assemblea si chiude con il ricordo della raccomandazione che gli rivolsero gli Apostoli: «Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare» (Gal 2,10). Ogni Concilio nasce dalla Chiesa e alla Chiesa torna: in quell’occasione vi ritorna con l’attenzione per i poveri che, dalle diverse annotazioni di Paolo nelle sue Lettere, sono anzitutto quelli della Chiesa di Gerusalemme. Nella preoccupazione per i poveri, attestata, in particolare, nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr. 8-9) e nella parte conclusiva della Lettera ai Romani (cfr. Rm 15), Paolo dimostra la sua fedeltà alle decisioni maturate durante l’assemblea. Forse non siamo più in grado di comprendere appieno il significato che Paolo e le sue comunità attribuirono alla colletta per i poveri di Gerusalemme. Si trattò di un’iniziativa del tutto nuova nel panorama delle attività religiose: non fu obbligatoria, ma libera e spontanea; vi presero parte tutte le Chiese fondate da Paolo verso l’Occidente. La colletta esprimeva il debito delle sue comunità per la Chiesa madre della Palestina, da cui avevano ricevuto il dono inenarrabile del Vangelo. Tanto grande è il valore che Paolo attribuisce a questo gesto di condivisione che raramente egli la chiama semplicemente «colletta»: per lui essa è piuttosto «servizio», «benedizione», «amore», «grazia», anzi «liturgia» (2 Cor 9). Sorprende, in modo particolare, quest’ultimo termine, che conferisce alla raccolta in denaro un valore anche cultuale: da una parte essa è gesto liturgico o «servizio», offerto da ogni comunità a Dio, dall’altra è azione di amore compiuta a favore del popolo. Amore per i poveri e liturgia divina vanno insieme, l’amore per i poveri è liturgia. I due orizzonti sono presenti in ogni liturgia celebrata e vissuta nella Chiesa, che per sua natura si oppone alla separazione tra il culto e la vita, tra la fede e le opere, tra la preghiera e la carità per i fratelli. Così il Concilio di Gerusalemme nasce per dirimere la questione sul come comportarsi con i pagani che giungevano alla fede, scegliendo per la libertà dalla circoncisione e dalle osservanze imposte dalla Legge, e si risolve nell’istanza ecclesiale e pastorale che pone al centro la fede in Cristo Gesù e l’amore per i poveri di Gerusalemme e di tutta la Chiesa. Il secondo episodio è il noto incidente di Antiochia, in Siria, che attesta la libertà interiore di cui Paolo godeva: come comportarsi in occasione della comunione di mensa tra credenti di origine giudaica e quelli di matrice gentile? Emerge qui l’altro epicentro dell’osservanza mosaica: la distinzione tra cibi puri e impuri, che divideva profondamente gli ebrei osservanti dai pagani. Inizialmente Cefa, Pietro condivideva la mensa con gli uni e con gli altri; ma con l’arrivo di alcuni cristiani legati a Giacomo, «il fratello del Signore» (Gal 1,19), Pietro aveva cominciato a evitare i contatti a tavola con i pagani, per non scandalizzare coloro che continuavano ad osservare le leggi di purità alimentare; e la scelta era stata condivisa da Barnaba. Tale scelta divideva profondamente i cristiani venuti dalla circoncisione e i cristiani venuti dal paganesimo. Questo comportamento, che minacciava realmente l’unità e la libertà della Chiesa, suscitò le accese reazioni di Paolo, che giunse ad accusare Pietro e gli altri d’ipocrisia: «Se tu che sei giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei giudei?» (Gal 2,14). In realtà, erano diverse le preoccupazioni di Paolo, da una parte, e di Pietro e Barnaba, dall’altra: per questi ultimi la separazione dai pagani rappresentava una modalità per tutelare e per non scandalizzare i credenti provenienti dal giudaismo; per Paolo costituiva, invece, un pericolo di fraintendimento dell’universale salvezza in Cristo offerta sia ai pagani che ai giudei. Se la giustificazione si realizza soltanto in virtù della fede in Cristo, della conformità con Lui, senza alcuna opera della Legge, che senso ha osservare ancora le purità alimentari in occasione della condivisione della mensa? Molto probabilmente erano diverse le prospettive di Pietro e di Paolo: per il primo non perdere i giudei che avevano aderito al Vangelo, per il secondo non sminuire il valore salvifico della morte di Cristo per tutti i credenti. Strano a dirsi, ma scrivendo ai cristiani di Roma, alcuni anni dopo (intorno alla metà degli anni 50 d.C.), Paolo stesso si troverà di fronte ad una situazione analoga e chiederà ai forti di non mangiare cibo impuro per non perdere o per non scandalizzare i deboli: «Perciò è bene non mangiare carne, né bere vino, né altra cosa per la quale il tuo fratello possa scandalizzarsi» (Rm 14,21). L’incidente di Antiochia si rivelò così una lezione tanto per Pietro quanto per Paolo. Solo il dialogo sincero, aperto alla verità del Vangelo, poté orientare il cammino della Chiesa: «Il regno di Dio, infatti, non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17). È una lezione che dobbiamo imparare anche noi: con i carismi diversi affidati a Pietro e a Paolo, lasciamoci tutti guidare dallo Spirito, cercando di vivere nella libertà che trova il suo orientamento nella fede in Cristo e si concretizza nel servizio ai fratelli. Essenziale è essere sempre più conformi a Cristo. È così che si diventa realmente liberi, così si esprime in noi il nucleo più profondo della Legge: l’amore per Dio e per il prossimo. Preghiamo il Signore che ci insegni a condividere i suoi sentimenti, per imparare da Lui la vera libertà e l’amore evangelico che abbraccia ogni essere umano. (Vaticano, 1 ottobre 2008)
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