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domenica 8 marzo 2009

Come il Padre, figli oltre ogni limite…

Oltre ogni limite
Fa veramente impressione leggere le prime parole che Dio rivolge ad Abramo nel brano di oggi
Se uno non conoscesse la storia precedente e non sapesse chi fosse Abramo non riuscirebbe a coglierne la violenza… Ma noi sappiamo chi era Abramo e chi era Isacco! Noi sappiamo che Isacco era il figlio donato da Dio a dei vecchi a cui l’età aveva tolto ogni speranza di un futuro storico: la morte li avrebbe oramai riportati nell’oblio del tempo, marchiati col ferro rovente di una sterilità esistenziale…
Ma ecco che inaspettati, gratuiti, arrivano i messaggeri di Dio, che ridanno speranza, ridanno vita a delle carni avvizzite… E nasce Isacco, il figlio della promessa e la vita ritorna a sorridere (etimologia di Isacco) anche a chi non ha più denti per poterlo fare con spavalderia…
E allora quanti figli aveva Abramo? Non era necessario essere un dio per saperlo: quanti poteva averne colui che non ne aveva mai avuti? Uno! Ed è già troppo! Forse che Dio non lo sapesse? Ma no! lo sapeva benissimo glielo ha dato lui! E allora che senso ha porre in tal modo un ordine già di per sé disumano? Ma che Dio è un Dio che sembra girare il coltello nella piaga?… Peggio di un avvoltoio che gira intorno alla preda prima di infliggerle il colpo finale, peggio di un gatto che gioca col topo… Dicesse: «Prendi tuo figlio e offrilo in olocausto»!… che già così è “roba da matti”, ma no! Non gli basta e dice “prendi tuo figlio l’unigenito”… e quanti figli aveva Abramo per dover specificare “l’unigenito”? Non contento aggiunge “che ami”… Roba da «padrone» più che da «padre»! A questo punto esplode con tutta la violenza dirompente come un “colpo di grazia” che uccide un nemico già ridotto a brandelli: «Isacco»! Già! ne aveva così tanti di figli Abramo che rischiava di fare confusione...
Umanamente parlando la frase per intero è di una perfidia inaudita: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Come diceva quel film? Dio… «Tu uccidi un uomo morto!»…

Perché tanto accanimento, perché tanta crudeltà? se non fosse Dio a parlare sembrerebbero parole dell’antico serpente… Il serpente già… questo ci rimanda a quello che meditavamo domenica scorsa sulla tentazione… sullo Spirito che butta Gesù nel deserto, tra le braccia di Satana… Come un padre che volendo insegnare al figlio a nuotare lo butta in acqua: o annega o impara a nuotare… o lotta o soccombe! Ek-ballei, dicevamo, è il termine usato per indicare l’azione dello Spirito… “gettare oltre, al di là” del limite… parola imparentata con syn-ballo (simbolo, sacramentum) e con dia-ballo (diavolo)… Simbolo che unisce, diavolo che separa, Satana che accusa, Spirito che ci difende ma “gettandoci oltre”… oltre sé, oltre il proprio limite, oltre i propri spazi, oltre la propria cultura, oltre il proprio corpo, oltre la propria vita, oltre la propria ragione, oltre i propri affetti, oltre i propri difetti… Come il Logos eterno che in Gv 1,1 si getta oltre sé (pròs…), tra le braccia del Padre (…tòn theón)… Lo Spirito “spinge fuori”, come una madre che deve “spingere” per espellere il figlio se vuole farlo nascere, separandolo da sé, separandoci da lei… C’è qualcosa di più violento e di più “cinico” di un parto? Per la madre e per il figlio? Solo la morte gli è paragonabile, infatti è un altro parto…

Ecco come si fa un figlio… devi “gettarlo fuori”, dopo averlo “conservato dentro”… Ecco perché Gesù dice che chi non odia suo padre e sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle i suoi figli e le sue figlie, i suoi averi e persino la propria vita… non può essere suo discepolo (cf Lc 14,26): perché altrimenti non può nascere, nascere come figlio, figlio come lui…

La speranza è il cammino dell’amore! La speranza è ciò che ci consente di camminare nella storia, superandoci continuamente… il rischio per noi uomini è quello di confondere la speranza con il suo “segno”, la promessa col dono, l’alleato con l’alleanza!
Tentati di non essere figli, tentati di non essere padri per rinchiuderci nel dono… tentati di non vivere e di ritornare alle sicurezze di un ventre materno, caldo e accogliente, senza neanche la fatica di doverci procurare il cibo… ma moriremmo avvizziti dentro la pancia di chi ci ha generati! Chissà, forse in realtà il “paradiso terrestre” descritto nella bibbia è la teatralizzazione (le acque, il cibo…) di come ci si trova(va) nella pancia di nostra madre… e da cui siamo stati forzati a uscire, “sentendoci” cacciati! E col divieto di rientrarci!
E allora Dio, per salvarci da morte certa, ci “forza a nascere” (letteralmente è l’espressione usata da Paolo in 1Cor 15,8 per parlare della propria conversione: ek-trómati): ci “spinge” fuori! Sempre, continuamente, oltre.

Proclamiamo nel “Credo” che il Figlio, il Verbo eterno del Padre, è “generato e non creato”… un bel concetto dinamico questo “generato”… chissà allora cosa ci ha portato a concepire la creazione come qualcosa di statico… Noi siamo creati da Dio, ma non per questo siamo stati creati “ieri”… Dio ci crea e ricrea continuamente… come? gettandoci oltre… La vita è un parto continuo (sempre Paolo in Rm 8,22)… Dio non mi ha creato, Dio mi sta creando… L’uomo si fa nella storia e si fa gettandosi oltre, lasciandosi gettare oltre… Questo è il movimento della speranza… Che tanto ottiene da Dio quanto in lui si abbandona (cf San Giovanni della Croce, “…tanto alcanza de él cuanto ella de él espera.”, NO II,21,8)…

Nascere è Esodo, Passaggio continuo. È lasciare quello che si conosce, per andare verso quello che non si conosce, che è come dire che si cresce lasciando la luce per andare verso l’oscurità… E del buio si ha sempre più paura… ecco allora la Parola, come luce e lampada ai nostri passi (cf Gv 1,9; Sal 119(118),105 e luce)… passi che conducono nei cammini bui della storia, per strade e sentieri stretti che non si conoscono perché del Padre!… come Gesù che se da un lato è l’unico che conosce il Padre (Mt 11,27), dall’altro sembra che gli manchi ancora qualcosa da conoscere (Mt 24,36)… E qualcosa gli resterà sempre… Per questo la speranza come l’amore è eterna, non solo perché l’amore tutto spera (1Cor 13,7), ma perché il Figlio sia tale e non si sostituisca al Padre è necessario che si “attenda” dal Padre: per questo lo Spirito intercede, geme, langue, invoca, ama e spera (cf Rm 8,26ss)… Ecco perché ci è nascosta anche l’ora della morte... ci ucciderebbe come figli il saperlo!

In fondo è la stessa esperienza degli apostoli sul monte. Dopo la luce della visione… il giorno sarà apparso più buio… ma fermarsi alla visione — «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne» (Mc 9,5) — vorrebbe dire uccidere la vita… E “costruire capanne” è il movimento contrario all’Esodo: ma perché la vita viva, deve andare oltre, attraversare il Mar Rosso, incontrare il buio della croce. Dell’assurda, ingiusta, stolta, disumana, diabolica, croce… per ritrovare in pienezza la ragionevole, giusta, saggia, umana, divina, vita! Così l’uomo si crea!

Ecco perché il Padre «non ha risparmiato il proprio Figlio» (Rm 8,32) e non ne risparmia mai nessuno! Diversamente dalle nostre madri così iperprotettive da uccidere il figlio e uccidersi come donne. Ma questo e solo questo è amare veramente, e rivela il nuovo volto dell’Amore! E il nuovo modo di dirsi padri, madri, figli, mogli, mariti, fratelli e sorelle!



«Ma intanto ora Dio tentava Abrahamo, e gli dice: Prendi il tuo figlio carissimo, che ami (Gen 22,1-2); non gli era bastato aver detto figlio, ma aggiunge anche carissimo; sia pure, ma perché aggiunge ancora: che ami? Considera la gravità della tentazione: mediante questi dolci e cari nomi, di nuovo e più volte ripetuti, sono eccitati i sentimenti del padre, affinché, essendo ben desta la memoria dell’amore, la destra del padre sia trattenuta nell'immolare il figlio, e tutta la milizia della carne faccia lotta contro la fede dell’anima. Prendi, dice dunque, il tuo figlio carissimo, che ami, Isacco; sia pure, Signore, che tu ricordi il figlio al padre; aggiungi anche carissimo di colui che comandi di uccidere; basti questo al supplizio del padre; di nuovo aggiungi anche che ami; pure in questo siano triplicati i supplizi del padre; ma che bisogno c'è ancora che tu ricordi anche Isacco? Forse che Abrahamo non sapeva che quel suo figlio carissimo, colui che egli amava, si chiamava Isacco? Ma perché si aggiunge ciò a questo punto? Perché Abrahamo si ricordasse che gli avevi detto: In Isacco si chiamerà per te la discendenza, e in Isacco saranno per te le promesse. Viene anche ricordato il nome, affinché subentri la disperazione nei confronti delle promesse che erano state fatte in questo nome» (Origene, Omelie sulla Genesi, VIII,2)

venerdì 6 marzo 2009

La fede sconfinata: al di là della fede?

…i brani prescelti per la II domenica di quaresima (anno B) toccano i nodi fondamentali dell’avventura del credente, a partire dal Patriarca stesso della fede nodi, che sono anche le Trasfigurazione - Beato Angelicodomande di senso dell’uomo sulla terra. Credente o non credente, la cultura occidentale, in qualche modo globalmente invasiva di tutte le culture, è segnata indelebilmente dal dramma della fede, o della fuga al di là della fede… E la ragione critica, illusa per una breve stagione, di aver avuto “ragione” di ogni fede, ci ha riportati tragicamente, dalle follie del 20° secolo, a pensare che forse ‘solo un dio ci può salvare’. Ogni tentativo dei nuovi strumenti di antropologia culturale di comprendere e contestualizzare il cuore della religione, che è il sacrificio, come fatale tributo che lega l’uomo all’Assoluto, non fa che riportarci dentro il dramma eterno di Abramo, straziato dal volere divino, che gli fa uccidere il figlio, proprio il frutto della sua fede! Il male del mondo (la sofferenza e la morte) genera nell’uomo il bisogno di una fede che ne renda accettabile l’assurdità, come volere insindacabile di Dio. Ma così si sposta soltanto l’assurdo (il male) all’interno di Dio…
Insuperabile Kierkegaard
(vedi sotto), a riprodurre idealmente questo dramma, come ne è contagiato l’Abramo moderno, consapevole o meno..



Un cibo più forte, appunto! Per essere svezzati dalla tentazione religiosa di proiettare il nostro problema in Dio oppure sprofondare nel vuoto del mondo, ma imparare invece a camminare sul crinale vertiginoso tracciato da Gesù per i suoi discepoli, di essere nel mondo senza essere del mondo! Per questo… Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. E fu trasfigurato di fronte a loro. Sono portati fuori dal cantiere culturale, sugli alti monti, anche loro, in qualche modo più esposti… a Dio. Lì convergono i due vertici del tentativo unico di vivere storicamente la fede, che è la lunga vicenda di Israele: c’è Mosè, il promotore della liberazione e organizzazione istituzionale del popolo, dall’Egitto al Sinai, che non vedrà mai il suo traguardo, la Terra Promessa, sempre lontana e irraggiungibile. E c’è Elia, il profeta indomito sempre sulla breccia, contro ogni oppressione idolatrica, ridotto ormai solo, deluso e disperato, a preferire la morte di inedia nel deserto, ma spinto invece a ritroso sull’Oreb, a riscoprire un’altra presenza di Dio, silenziosa, “sottile” o svuotata, disomogenea ad ogni potenza cosmologica o antropologica… Gesù assume queste esperienze, si confronta con loro, matura la sua decisione di incamminarsi definitivamente verso il suo “esodo”, la passione che lo aspettava a Gerusalemme. Perché questa è la chiave d’interpretazione del senso della sua vita e di tutta la Scrittura. Questa è la risposta alla domanda di fondo del vangelo : chi è Gesù? Pietro aveva intuito qualcosa del mistero “divino” del suo Maestro, ma ancora dentro la logica del potere mondano. Un unico modo c’è per capire davvero chi è Gesù, seguirlo! Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Gesù non propone un nuovo insegnamento morale che prepara una nuova religione: la buona notizia è la sua vita, il suo lucido destino di amore, di dono di sé, e lo spiega: … cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’uomo doveva soffrire molto ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso. Perciò si scontra con Pietro, che ragiona “umanante” e non vuole il cibo più forte! (8,31ss).
L’esperienza di fede di Gesù è il ribaltamento della concezione religiosa connaturale all’uomo. Abramo è provocato a superare l’idea di un Dio geloso, divoratore dell’uomo e dei suoi beni (specchio della violenza sacrificale che sta nelle fondamenta insanguinate della società!). E scopre un Dio benefico, che non vuole il sacrificio dell’uomo ma che viva felice sulla terra, affinché la sua benevolenza si estenda in lui a tutte le genti. Ma poi, sceso dal monte, le tensioni e i conflitti, la competizione per i pascoli e le guerre per l’acqua … sono come prima… In questo dilemma senza uscita Gesù si immerge. E vive nella sua carne l’avventura del passaggio sconvolgente da un dio che, siccome è più grande di te e tu sei piccolo, esige che gli sacrifichi tutto, (compreso Isacco, cioè il tuo futuro), ad un Dio che proprio perché sei troppo piccolo di fronte a lui, viene lui a farsi piccolo come te, per servirti come fratello e come amico: il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (10,45)Questo è il nuovo sacrificio che sostituirà per sempre ogni altro! Ove la novità assoluta è appunto questa: la vittima non è un altro da sacrificare per far piacere a Dio, ma il dono di sé stessi per amore: Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà (8,34)
La trasfigurazione ha uno scopo ben preciso nel racconto dei tre vangeli che la considerano così importante: imprimere nella memoria dei discepoli disorientati il senso profondo e nascosto di questo drammatico scontro con il male del mondo di cui Gesù sarà protagonista. Solo dopo la risurrezione (dopo il misterioso ritrovare, lui per primo, la vita “persa”, quando farà loro toccare con mano le sue piaghe gloriose) solo dopo, i discepoli ricordano, capiscono e riescono a parlare di questo paradossale evento sull’alto monte, in cui convergono dolore e gioia, splendore e umiliazione, la voce appassionata del Padre sul figlio amato e il silenzio dell’abbandono disperato sulla croce… Adesso stanno solo cominciando a capire che Gesù è il Messia. Ma sentendolo dire che la sua strada conduce alla croce, vanno in confusione. Il lievito dei farisei e di Erode è ancora dentro di loro, per cui non possono capire che solo la croce nasconde la gloria. Ogni altra vittoria è satanica, perché comporta la violenza. Per questo hanno bisogno di un’esperienza anticipatrice, seppure fugace e provvisoria: hanno bisogno che il velo si sollevi un istante, per contemplare la gloria del Figlio. Purtroppo nessuna emozione contemplativa, di sua natura un po’ fascinosa e trasognata, serve a dare la forza della fedeltà, ma è necessaria lo stesso, per ritrovare poi l’umiltà, dopo che si è tradito o rinnegato nel ricordo dell’amore che ci si era donato. Al momento è meglio non parlarne neanche, finché non si hanno sulla pelle i segni del nostro personale coinvolgimento nella sua passione. La Trasfigurazione non è il segno – né per Gesù né per i discepoli – che la via della croce è terminata. È lo svelamento del suo significato nascosto,
La trasfigurazione è necessaria per accettare la sfida della storia, ma la aggancia alla manifestazione del mistero di Dio rivelato in Gesù, contro ogni previsione umana. Non esime dai problemi della vita di tutti, dentro la condizione comune degli uomini, ma segna piuttosto il rifiuto di Gesù delle tende privilegiate o riservate che i discepoli riprendono sempre a ricostruirsi, spingendoli invece a discendere dal monte e rituffarsi nella nebbia della terra. Questo sprofondarsi della fede nella condizione umana è la caratteristica del vangelo… a costo di lasciarci, come gli apostoli allora, senza parole, perché non abbiamo soluzioni più degli altri. A costo di non riuscire neanche a capire, da quaggiù, cosa significhi la gloria futura. Ma non è importante, anzi è pericoloso il cristiano che crede di saperne di più! importante è continuare a credere che il modo di rivelarsi di Dio nella storia è questo: scesi dal monte non videro nessun altro, fuorché Gesù solo, in cammino verso l’avventura ignominiosa che lo aspetta: rifiutato, deriso, abbandonato, crocifisso tra due delinquenti. Questa ‘sfigurazione’ è la vera manifestazione dell’impotenza di Dio nel mondo, la cui autenticità è garantita proprio nella trasfigurazione: ascoltatelo! Dio nella storia è Gesù appeso alla croce, per amore! Gli altri “assoluti” nascondono un idolo vorace… Bisogna pulirsi gli occhi per vederlo, per ritrovare il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe… Bisogna ripulirsi il cuore da ogni altra immagine di Dio, e non vedere più nessuno, se non Gesù solo. E se ci prende lo smarrimento, l’esperienza di Paolo ci conforta: Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?





Non c’è “al di là” della fede!


[… variazioni della parabola abramitica]

“Dio tentò Abramo e gli disse: Prendi Isacco, il tuo unico figlio che tu ami, e va alla terra di Moria e sacrificalo ivi in olocausto sul monte che io ti mostrerò! (Caravaggio, Sacrificio di IsaccoGn 22,1ss).
Era di prima mattina, Abramo si alzò per tempo, fece sellare gli asini, lasciò la sua tenda e prese Isacco con sé; dalla finestra Sara li seguì con lo sguardo, che si inoltravano nella valle, finché non li perdette di vista. Camminarono tre giorni senz’aprire bocca , la mattina del quarto giorno Abramo non disse parola, ma alzando gli occhi vide in lontananza il monte Moira. Rimandò indietro i servi, e solo, tenendo Isacco per mano, salì il monte: Ma Abramo diceva a se stesso: “Non posso nascondere a Isacco dove porta questo cammino” Si fermò, pose la sua mano sul capo di Isacco in segno di benedizione e Isacco si inchinò per riceverla. Il volto di Abramo era soffuso di paternità, il suo viso mite, il suo discorso incoraggiante. Ma Isacco non riuscì a capirlo. La sua anima non poteva elevarsi; egli abbracciò le ginocchia di Abramo, si gettò ai suoi piedi, supplicò per la sua giovane vita, per le sue belle speranze, ricordò la gioia della casa di Abramo, ricordò la tristezza e la solitudine. Allora Abramo rialzò il ragazzo, e prendendolo per mano si rimise in cammino, le sue parole riboccavano di consolazione e di esortazione. Abramo salì il Moria, ma Isacco non lo comprese. Abramo voltò da lui per un momento lo sguardo, ma quando Isacco rivide il volto di Abramo, esso era mutato: il suo sguardo era selvaggio, la sua figura un orrore. Prese Isacco per lo stomaco, lo gettò a terra dicendogli: “Schiocchino, credi tu che io sia tuo Padre? Io sono un idolatra: Credi tu che questo sia un ordine di Dio? No, è un mio capriccio”. Isacco trasalì e gridava nella sua angoscia: “Dio del cielo, abbi pietà di me; ma se io non ho un padre sulla terra, sii tu mio padre!”. E Abramo diceva, parlottando con se stesso: “Signore del cielo, è meglio che egli mi creda un mostro, piuttosto che perda la fede in te”

Quando il bambino deve essere svezzato, la madre tinge di nero il seno, perché sarebbe riprovevole che esso apparisse ancora delizioso quando il bambino non lo deve avere. Così il bambino crede che il seno è mutato, ma la madre è la medesima, e il suo sguardo è amoroso e tenero come sempre: beata colei che non ha bisogno di mezzi più terribili per svezzare il bambino.

(…) tutto l’orrore della lotta si era concentrato in un momento: E Dio tentò Abramo dicendogli: Prendi Isacco il tuo unico figlio che tu ami, va nella terra di Moira… e offrilo…” Ecco che così tutto è perduto, in un modo più orribile che se Abramo non avesse avuto il figlio. Così il Signore non faceva che prendersi gioco di Abramo: Con un miracolo aveva realizzato l’assurdo; e ora voleva vederlo annientato. Era una pazzia. (…) eppure Abramo era l’eletto di Dio ed era il Signore che disponeva la prova. Tutto ora stava per essere perduto! Il ricordo magnifico della posterità, la promessa nel seme di Abramo, tutto questo non era stato che un capriccio, un pensiero fuggevole che Iddio aveva avuto e che ora Abramo doveva cancellare…
No! Nessuno che sia stato grande nel mondo sarà dimenticato; ma ognuno è stato grande a suo modo, ed Egli amò ciascuno secondo la sua grandezza. . Poiché colui che ha amato se stesso, è divenuto grande con sé stesso. E colui che ha amato gli altri uomini è diventato grande con la sua dedizione: Ma colui che ha amato Dio è diventato più grande di tutti. Ognuno deve essere ricordato, ma ciascuno è diventato grande in rapporto alla sua attesa. Uno è diventato grande con l’attendere il possibile; un altro con l’attendere l’eterno; ma colui che attese l’impossibile divenne più grande di tutti (…). Così si è combattuto sulla terra: c’era chi ha vinto tutti con la sua forza e c’era chi ha vinto Dio con la sua impotenza: c’era chi faceva affidamento su se stesso e ottenne tutto e c’era chi, sicuro della sua forza, ha sacrificato tutto. Ma chi ha creduto in Dio, è stato il più grande di tutti. C’è stato chi era grande con la sua forza, e chi era grande con la sua sapienza, e chi era grande con la sua speranza e chi era grande con il suo amore, ma Abramo era il più grande di tutti, grande con la sua forza, la cui potenza è impotenza (1Cor 3,19), grande per la sua saggezza, il cui segreto è stoltezza; grande per la sua speranza, la cui forma è la pazzia; grande per il suo amore che è odio di se stesso.

(…) Abramo tuttavia credette e credette per questa vita. Certo, se la sua fede fosse stata soltanto per una realtà futura, allora sarebbe stato facile per lui sbarazzarsi di tutto, per affrettarsi a uscire da questo mondo al quale non apparteneva: Ma tale non era la fede di Abramo, se mai esiste una fede simile; poiché in fondo ciò non è fede, ma la possibilità più remota della fede che presentisce il suo oggetto agli estremi confini dell’orizzonte, separata però da una profondità abissale dentro la quale la disperazione fa il suo gioco. Ma Abramo credette proprio per questa vita, che sarebbe invecchiato in quella terra, onorato dal popolo, benedetto nella sua posterità, indimenticabile in Isacco, la cosa più cara della sua vita… Abramo credette e non dubitò, egli credette l’assurdo: Se Abramo avesse dubitato allora avrebbe fatto qualcosa d’altro, qualcosa di grande e di splendido…
Venerabile padre Abramo! secondo Padre dell’umano genere! Tu che per primo conoscesti quella sublime passione, la sacra pura e umile passione per la follia divina, che fosti ammirato dai pagani – perdona colui che ha voluto parlare in tua lode, anche se non l’ha fatto come conveniva… ma egli non dimenticherà mai che per te dovettero passare cent’anni prima di ottenere un figlio di vecchiaia, contro ogni aspettativa, che tu dovesti estrarre il tuo coltello prima che tu conservassi Isacco. Non dimenticherà mai che in 130 anni di vita non sei andato oltre la fede!

KIERKEGAARD SÖREN, Timore e tremore, Opere, Sansoni ed, p. 43ss

Il figlio dell'uomo è risparmiato... Quello di Dio no

La cosa che immediatamente colpisce di queste letture che la Chiesa ci offre per la liturgia di questa seconda domenica di Quaresima, è che tutte abbiano come protagonista o co-protagonista un figlio.
Nella prima lettura questo è fin troppo evidente: anche se il personaggio principale resta Abramo, figura altrettanto fondamentale è quella di Isacco, il figlio da sacrificare. Nel vangelo è addirittura la voce dal cielo – come era stato al Battesimo – a nominare il Figlio, l’amato. Infine nella lettera ai Romani è Paolo a parlare del Figlio di Dio – per il quale proclama l’impossibilità della contrarietà di Dio all’uomo: Egli infatti è il Figlio non risparmiato.
Interessante che da sacrificare era il figlio dell’uomo, ma non risparmiato alla fine è stato il Figlio di Dio. Un Figlio non qualunque, ma ben connotato: il Figlio amato!
Questa constatazione forse permette di guardare con occhi diversi soprattutto la prima lettura: essa infatti abitualmente e istintivamente suscita un non so che di riluttante: non va bene che Dio chieda all’uomo di sacrificare un figlio; non va bene che lo chieda ad Abramo, lui che aveva solo Isacco e che aveva fatto così fatica ad averlo; non va bene che Dio sembri smentire se stesso e giocare con la vita degli uomini, chiedendo proprio il figlio della (sua) promessa; non va bene soprattutto che Abramo acconsenta…
Mia mamma – se gliel’avessero chiesto – non avrebbe mai detto di sì! A costo di dire no a Dio, a costo di andare all’inferno.
Il fatto che però alla fine il figlio dell’uomo sia risparmiato e quello di Dio no, cambia le carte in tavola. Cambia soprattutto l’accento da porre sulle fasi del racconto: Dio non è più tanto colui che chiede il sacrificio di Isacco, ma colui che lo risparmia, colui che rifiuta il sangue del figlio dell’uomo. Non a caso questo brano è anche visto da molti studiosi come il passo evolutivo del genere umano nella storia delle religioni: esso infatti è il suggello della fine dei sacrifici umani. Dio è colui che non vuole dissetarsi o placarsi col sangue dell’uomo!
Se questo è vero, però, il problema rimane. Infatti, seppure si pone l’accento sul mancato sacrificio di Isacco e non sull’assurda richiesta di Dio, se si pone cioè l’accento sul fatto che alla fine Dio risparmia Isacco, rimane ancora da chiarire il perché Dio decide di mettere alla prova Abramo in questo modo. La sua richiesta, anche se poi non perseguita fino in fondo, continua a suscitare riluttanza…
Ma qui bisogna stare attenti: anche se siamo ormai al capitolo 22 di Genesi, per cui fuori dai primi 11 capitoli costruiti come eziologie metastoriche, non si può parlare di racconti storiografici in senso moderno. Non si può cioè pensare a una ricostruzione cronologica dei fatti. Anzi, molto peso va dato all’elaborazione narrativa e al suo intento. Cioè bisogna porsi di fronte al testo, chiedendosi a quale problematica sta rispondendo, quali questioni sta affrontando, quali insegnamenti vuole dare, che aspetti della vita vuole sottolineare, ecc…
Nel nostro caso è evidente che al centro non c’è né la figura di Dio, né la figura di Isacco: la messa a fuoco è su Abramo, in particolare sulla sua fede, sulla sua risposta ad una richiesta paradossale. Chi scrive perciò non è molto preoccupato della domanda di Dio, ma della risposta di Abramo!
Mettersi nella giusta prospettiva per comprendere il testo, vuol dire allora seguire la sua intelligenza: lasciare quasi sullo sfondo la richiesta di Dio (e le reazioni riluttanti che ci vengono all’idea di un Dio così) e concentrarsi sulla risposta di Abramo. Infatti, anche chi è Dio emergerà dal comportamento di Abramo. La richiesta di Dio è dunque quasi da considerarsi una finzione letteraria, un’introduzione inevitabile, ma appunto solo per tenere in piedi quanto segue, che è il vero centro: la reazione di Abramo.
Torniamo allora al patriarca. Perché tanto ci sconvolgeva la richiesta di Dio, tanto risulta assurdo il suo acconsentirvi: perché Abramo accondiscende a questa perversa roulette russa?
Prima accennavo al fatto che mia madre (e anche mio padre ovviamente) non mi avrebbe mai sacrificato. Nessuna madre e nessun padre lo avrebbe fatto. Nemmeno io stenderei la mano per togliere la vita a qualcuno in sacrificio a Dio. Perché Abramo sì?
Noi non lo faremmo mai soprattutto per un doppio ordine di motivi: innanzitutto perché non saremmo mai davvero certi che a porci questa richiesta sia stato Dio. Immediatamente penseremmo che il Dio di Gesù Cristo non può chiedere una cosa del genere, che forse ciò che abbiamo avvertito come comando di Dio in realtà era solo un condizionamento sociale o religioso o psicologico o storico o personale… Ad ogni modo, anche se fosse davvero Dio, una tal richiesta lo rende un Dio non più degno dell’uomo, dunque un Dio di cui essere atei.
Perché Abramo tutto questo non l’ha pensato? Egli non mette mai in discussione che chi gli pone una simile richiesta sia davvero Dio. Nella narrazione infatti questo è un dato certo della storia. Non mette in discussione neanche che sia un comando lecito: non cerca spiegazioni, non tenta di contrattare, non si offe nemmeno in cambio del figlio… Non dubita cioè – nonostante la paradossalità della richiesta – che il volere di Dio sia per il bene: egli infatti prende il coltello!
Io credo che il punto di svolta stia proprio qui; cioè: cos’è che fa sì che Abramo non abbia questi nostri dubbi? O è uno stupido, uno scriteriato, un uomo incapace di senso critico, un padre snaturato… (ma Abramo non è tutto questo)… o ci deve essere un’altra risposta…
Quest’altra risposta è la chiave di lettura del brano: Abramo ha fede!
Non nel senso divulgativo trasmessoci dalla pietà popolare (per cui Abramo sarebbe colui che si fida ciecamente – che vuol dire stupidamente! – di Dio, anche se gli chiede il figlio), ma nel senso forte per cui Abramo è colui che ha un tale rapporto di intimità col Signore che innanzitutto sa riconoscerlo (sa quando è Lui e non altro) e poi sa che è uno di cui ci si può fidare, sempre, anche se – paradossalmente – ti chiede in sacrificio il figlio: tant’è che poi impedisce l’immolazione!
Per questo Abramo è detto padre nella fede: perché testimonia fino a esiti paradossali il vero volto del Padre, la sua incontestabile affidabilità, la mancanza totale e definitiva di un volta faccia contrario all’uomo. Neanche di fronte a una richiesta del genere la scelta di Abramo di fronte all’assoluto cambia: per lui Dio resta l’affidabile, il salvatore dell’uomo, colui cioè che è per la Vita dell’uomo. E infatti Isacco non muore.
Per spiegarmi meglio provo a fare riferimento ai rapporti intra-umani: è come se tra Abramo e Dio fosse nato un rapporto simile a quello che nasce tra due persone che sia amano davvero (esistenzialmente più ancora che sentimentalmente), due persone che si fidano a tal punto una dell’altra che – paradossalmente – da lui/lei si farebbero ammazzare… Abramo si fida a tal punto di Dio come quel qualcuno del cui amore per un altro ti fidi a tal punto che se ti chiedesse – paradossalmente – di ammazzarlo, lo faresti.
È solo perché si fida così di Dio che anche Gesù accetta di morire sulla croce: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). E si fida così tanto perché lui è colui che lo conosce davvero, senza ombra di dubbio (con Abramo potevamo forse avere ancora qualche remora…): «nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Mt 11,27). Ecco perché è lui quello da ascoltare – «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!» – perché rivela un Dio così, uno di cui ci si può fidare fino a esiti paradossali: non a caso è cantato come «Dio fedele», anche quando cieli e terra passeranno, quando cioè non ci sarà niente di stabile per l’uomo!
Una tale fiducia però non può essere preventiva: essa nasce dal giocarsi in un rapporto, dal determinarsi, scegliendo di entrarci, dal dare credito al Dio che ha risparmiato il figlio dell’uomo, ma non se stesso per amore dell’uomo… Solo sbilanciandosi, si entra in quella relazione, che poi diventa riconoscimento indubitabile (come per Abramo) e affidamento anche paradossale (anche quando ciò che ci verrà chiesta sarà la vita).
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