Pagine

ATTENZIONE!


Ci è stato segnalato che alcuni link audio e/o video sono, come si dice in gergo, “morti”. Se insomma cliccate su un file e trovate che non sia più disponibile, vi preghiamo di segnalarcelo nei commenti al post interessato. Capite bene che ripassare tutto il blog per verificarlo, richiederebbe quel (troppo) tempo che non abbiamo… Se ci tenete quindi a riaverli: collaborate! Da parte nostra cercheremo di renderli di nuovo disponibili al più presto. Promesso! Grazie.

Visualizzazione post con etichetta Epifania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Epifania. Mostra tutti i post

lunedì 7 gennaio 2013

La verità è in cammino: seguila!


Ecco un brano evangelico (Mt 2,1-12) che mette a nudo la mia ignoranza della cultura ebraica… non parlo tanto di quella biblica che già è notevole, ma proprio della cultura ebraica in quanto tale soprattutto dei tempi in cui gli apostoli scrivono.

Intanto dalle letture che la liturgia ci offre, si evince quel grande capovolgimento di mentalità che appare nel Nuovo Testamento. In Isaia (prima lettura: Is 60,1-6), che parla agli ebrei esiliati in Babilonia, viene fatto rivivere il “sogno” della Gerusalemme lontana… una Gerusalemme che rinasce dalle sue ceneri e che accogliendo i deportati dalla cattività babilonese diventa il luogo dove tutta l’umanità trova il suo centro… Paolo (seconda lettura: Ef 3,2-3a.5-6) rivela che questo centro, questa Gerusalemme non è un luogo geografico, anzi non è proprio un luogo, ma un cuore, una carne, un volto, insomma una persona concreta: Gesù Cristo immagine trasparente di Dio Padre. Lui è la vera Gerusalemme ove ogni popolo senza sentirsi umiliato, senza dover rinunciare alla propria specificità (ri)scoprirà se stesso come “luogo” abitato da Dio perché da sempre da lui amato.

Ma cosa c’entra allora la stella? E i maghi (e non pudicamente magi e che comunque non hanno niente a che vedere coi ciarlatani di oggi)? È qui che si rivela la vergogna di non conoscere come si dovrebbe la cultura in cui sono immersi gli apostoli e quindi gli scritti del Nuovo Testamento…
Tutto inizia – come sempre per un pio giudeo – da uno scritto biblico… Ebbene nel libro dei Numeri ad un certo punto Balak re di Moab nemico di Israele fa chiamare il “mago” Balaam e gli chiede di maledire Israele… E questi non solo non lo maledice ma lo benedice con queste parole (Nm 24,15ss):

«Oracolo di Balaam, figlio di Beor,
oracolo dell’uomo dall’occhio penetrante,
oracolo di chi ode le parole di Dio
e conosce la scienza dell’Altissimo,
di chi vede la visione dell’Onnipotente,
cade e gli è tolto il velo dagli occhi.
Io lo vedo, ma non ora,
io lo contemplo, ma non da vicino:
una stella spunta da Giacobbe
e uno scettro sorge da Israele
…»
 
È proprio a partire da qui che tutto Israele si è messo a cercare “la stella che spunta da Giacobbe (un altro modo di chiamare Israele: cfr Gen 32,28) e che regnerà e dominerà (scettro) su tutti i popoli… Da qui l’idea di un Messia condottiero, politico e militare… Idea che come sappiamo Gesù cercherà di scardinare senza riuscirci (lo faranno fuori anche per questo!)… Ed ecco spiegata anche la domanda dei Maghi e la motivazione della condanna di Gesù posta sulla croce: «Dov’è colui che è nato, “re di Giudei”?».

Ogni tanto quindi nel corso della storia, anche ai tempi degli apostoli, c’era un rabbino che indicava in questo o quel personaggio il “condottiero”, la “stella da seguire”, il Messia liberatore tanto atteso… Puntualmente le aspettative andavano deluse e il sogno si rivelava un incubo invaso dalla repressione militare…
Immaginate ora lo sconcerto, non solo dei giudei ma anche dei cristiani che provenivano da quella fede, di una Gerusalemme rasa al suolo col suo tempio (circa 50 d.C.): Chi dobbiamo attendere? Sorgerà mai una stella che ci porterà luce liberandoci dalle tenebre delle legioni (e fedi) pagane?

Ed ecco che a questo livello si inserisce il brano del Vangelo di oggi, che lungi da essere una fiaba per bambini (cosa di per sé legittima se vogliamo parlare a bambini col linguaggio che i bambini possano accogliere, lo è molto meno quando lo usiamo per parlare agli adulti), è un racconto fortemente polemico e a tratti persino implacabile nel suo giudizio tranciante e iperbolico (cfr lo sproporzionato “tutta Gerusalemme”)…
Che ci sta dicendo Matteo? Ora che abbiamo in parte ricostruito il suo background culturale possiamo provare a darne una spiegazione più plausibile e aderente al testo senza quelle infiorettature romantiche che il folclore vi ha sedimentato…
Matteo era un ebreo convertito al cristianesimo dal giudaismo… parla (scrivendo) a cristiani come lui convertiti dal giudaismo, cresciuti nel “sogno” della Gerusalemme come luogo di ritrovo di popoli e culture definitivamente convertite al Dio dell’ebraismo… e scioccati dal crollo del sogno con la distruzione definitiva del tempio e quindi della possibilità di un “risorgimento” gerosolimitano…
Matteo non ripropone l’antico sogno come farebbe qualunque tradizionalista, non ritorna ad un passato idealizzato, Matteo – in sintonia con gli altri apostoli – mostra che ben altra è la Gerusalemme che Dio ha costruito per tutti i popoli!
Anzi polemizza con “tutta” la Gerusalemme storica (e quindi indirettamente anche con la tradizione profetica anteriore!), che pur conoscendola ha rifiutato (Gv 1,9-11) “la luce che sorge dall’alto” (Lc 1,78) e che illuminerà le genti (Lc 2,32) e i semplici che vorranno accoglierla (Lc 2,9ss)!

Ed è proprio questo che fa emergere tra le righe una fondamentale attualizzazione per noi occidentali malati di esistenzialismo: la verità non è frutto della mia/tua/nostra ricerca… la verità, la luce, la stella, è “data” e ci “precede”. Io devo solo aprirmi ad accoglierla nel nuovo che arriva. E accoglierla vuol dire – come fanno i Maghi – lasciarmi mettere in moto da lei prendendo lei come guida e in suo nome accettare di percorrere strade inesplorate, lasciandomi scomodare verso l’incognito. L’ignoto fisico, spaziale, temporale, ma anche culturale e religioso e politico… Chi non si apre all’ignoto, si chiude in una tomba! L’avevano capito persino i greci e decantato Omero.

Questa è la fede! Che non è un insieme di verità da imparare a memoria, ma una storia da vivere, un terreno continuamente da esplorare che si rivela ogni volta nuovo e mai definitivamente acquisito (e i dogmi non sono tanto dei “punti fermi”, quanto piuttosto linee dinamiche, verità da esplorare). E non nel senso che posso perdere la fede, questo banalmente va da sé, ma qui si vuole sottolineare che la fede è cammino di fede in fede. E ogni volta è “altra” (è così che resta se stessa!) perché l’oggetto della fede, del cammino è q/Qualcuno che è sempre A/altro (da me/noi, dal mio/nostro pensare e amare, dalla mia/nostra storia di fede passata). E infatti anche in questo Matteo sottolinea polemicamente che Erode e la sua Coorte non si muovono!… pur conoscendo le Scritture, pur sapendo che la stella da cercare non andava cercata in cielo ma nella storia concreta di Israele, restano turbati e cominciano a tramare… L’incredulità è sempre figlia della paura della novità, perché il nuovo rompe sempre gli schemi, anche teologici e seguire il nuovo domanda sempre di perdere qualcosa (cfr Mt 19,16-22 e paralleli) (e pur di non perderci, ci si perde in ridicole e fuorvianti ricerche astronomiche che fondino l’attendibilità storica del racconto!).

Anzi Matteo calca veramente la mano quando fa capire che proprio in Gerusalemme (sede del tempio e di ogni istituzione sacra e civile in Israele), i Maghi perdono di vista “la stella” (e infatti devono chiedere, come cercando a tastoni – cfr Atti 17,27 – rischiando di finire tra le grinfie dei nemici della Luce)! E la “ritroveranno” solo quando usciranno da Gerusalemme, “sopra il luogo dove si trovava il bambino” perché la stella “li precedeva”. E solo fuori Gerusalemme provarono “una gioia grandissima” nel ritrovarla.

Non so se noi oggi riusciamo a percepire la violenza “blasfema” che questo scritto evocava nelle orecchie, nelle menti e nei cuori dei suoi interlocutori! E il suo linguaggio poetico mi sembra ne accentui ancora ulteriormente l’impatto. Quasi che il contrasto tra la pacata dolcezza quasi fiabesca del racconto (un bambino-Re) accentui ancor di più l’assurdo agitarsi tenebroso di “tutta Gerusalemme” che lo ripudia.
E infatti la drammaticità del racconto che si coglie tra le righe del linguaggio “infantile”, sfocerà nella tragedia della strage degli innocenti…

Il nostro vero peccato a ben pensare sta tutto qui: nell’avere depotenziato il Vangelo al punto da averne svuotato la portata di stravolgimento culturale e religioso! L’abbiamo reso “politicamente corretto” e forse è per questo che non riesce più a smuoverci dal nostro torpore…

Un’ultima osservazione la dedico solo ai doni dei Maghi, riportandola nel contesto all’intenzionalità dell’autore.
Tutta la bibbia rappresenta Israele secondo tre coordinate fondamentali:
1) A Israele tutto, prima che ai suoi re, spetta la dignità regale; 2) Israele tutto è un popolo di sacerdoti; e 3) Israele nel suo insieme è la sposa del Signore.

Se per l’oro e l’incenso il riferimento è immediato, più difficile è coglierlo nella mirra. Ebbene la mirra è proprio il profumo dell’amore, della sposa che lo celebra l’amore dell’amato in quel bellissimo poema dell’amore umano (e quindi divino) che è il Cantico dei Cantici (la mirra è citata 14 volte in tutto l’AT e ben 8 volte qui in: 1,13; 3,6; 4,6; 4,14; 5,1; 5,5; 5,13).

Con questi tre doni offerti dai Maghi, ancora polemicamente, Matteo – giudeo convertito e quindi ancor più autorevole – vuole mostrare come queste prerogative non sono più del solo Israele ma ora appartengono ad ogni popolo, ad ogni uomo e donna che si lascia guidare dalla luce di questa stella che è il Cristo.

Adesso tutti costoro appartengono al regno del Signore. Tutti costoro costituiscono un popolo sacerdotale e tutti costoro profumano del profumo d’amore dello Sposo.
Adesso, in questo bambino “invisibile” agli intrighi e all’agitarsi del potere politico, religioso, economico, militare… e della folla (“tutta Gerusalemme”!), l’umanità intera può scoprirsi sposa amata dal Signore.
Ecco perché al rivedere la stella, al vedere il bambino, furono i Maghi, siamo noi, invasi da una immensa incommensurabile pe
rmanente gioia…

martedì 6 gennaio 2009

BENEDETTO XVI - La luce e le stelle


Dall’Epifania un messaggio per la vita

La Luce dell’Epifania dal piccolo Bambino si scinde in tre luminosi fasci che colpiscono tre momenti della vita di Gesù Cristo nella storia: i Magi che aprono la strada alla rivelazione del Dio d’Israele ai pagani, aspetto tanto privilegiato dalla sensibilità della tradizione latina; il Battesimo del Signore nelle acque del Giordano, cui guarda con stupore la tradizione orientale; le nozze di Cana in cui Egli si manifestò, compì cioè la sua “epifania”, e i discepoli al mutare dell’acqua in vino credettero in Lui.
Sono solo tre momenti, tre punti, nella storia della salvezza fissati nella cornice di un evento? Sarebbero in questo caso tre punti di luce ma di luce morta, oppure sculture di luce effimera. La misericordia di Dio nel venire incontro all’uomo e alla donna ha donato invece una Luce sempre viva, sempre presente che, irraggiando, stupisce chi vive nella fede. Papa Benedetto, sapientemente, lo rileva: «…che dovremmo dire noi, cari fratelli, specialmente noi sacerdoti della nuova Alleanza, che ogni giorno siamo testimoni e ministri dell’"epifania" di Gesù Cristo nella santa Eucaristia?».
Proprio da questo mistero sacramentale si diparte quella Luce che non abbandona mai, che riesce a penetrare le tenebre di questi giorni insanguinati e burrascosi, in cui ragioni politiche e militari si affrontano con la violenza e non con la diplomazia, con il terrore e non con la chiarezza che possa dirimere le questioni umane. Da questa Luce scaturisce la Luce di ogni giorno, di ogni momento, da cui nessuno, se lo vuole, è escluso: Egli, la Luce, sempre presente nel Sacramento.
Il Padre questa Luce ce la dona, in modo simbolico, nella stella che guida i Magi. Fiumi di inchiostro sono stati spesi per trovarne il nesso scientifico, ricostruirne i percorsi, individuarne la traiettoria. Papa Benedetto tutto questo scavo ben lo conosce, anche perché fede e ragione, fede e scienza, sono in lui dei pungoli, intellettuali e spirituali, che lo sollecitano ad un confronto senza soste, sia nel passo da tenere sia nella profondità delle conoscenze. «Il pensiero cristiano paragona il cosmo ad un "libro" – così diceva anche lo stesso Galileo –, considerandolo come l’opera di un Autore che si esprime mediante la "sinfonia" del creato». Questo “libro” si srotola dinanzi a noi ed è stupendo, suscita una meraviglia sempre nuova, le sue lettere vibrano di Luce e la trasmettono; sembra però che noi, creature umane, tutto si faccia e si tenti di fare per oscurarLa, per cancellare e lettere e pagine.
I disastri ecologici, l’inquinamento, le guerre, i disboscamenti (si potrebbe continuare con un elenco sterminato) costituiscono grandi ombre che coprono o mascherano la Luce. Filtri opachi, vie sabbiose. Eppure la Luce li trapassa, innesta il grande processo alchemico dell’amore, misterioso ma reale, affidato a quella «stella dell’evangelizzazione» che è Maria. Donna che brillò, ma non di luce propria e quindi non gettò fili propri nella storia, ma seppe accogliere la Luce e porgerla, donarla. Il fascio luminoso si diparte da qui, da un grembo che accolse e generò il tutto Luce, il Figlio di Dio che irruppe nelle tenebre e le convertì.
La rivoluzione cosmologica, cui accenna Papa Benedetto dandoci così la chiave di lettura dell’episodio evangelico, scuote le fondamenta del mondo e della storia, impone con la sua Luce la signoria del Servo, che diviene Uomo in carne ed ossa, ma rimane il Dio che governa con armoniosa sapienza il cosmo e lo mette nelle nostre mani: «Non c’è ombra, per quanto tenebrosa, che possa oscurare la luce di Cristo». Allora noi, semplici creature, capaci di gettare ombra, possiamo creare luce, diventare artefici, creatori, se esposti ai raggi luminosi: accogliamo la Luce e tutto da noi sarà trapassato di speranza, di incandescenza che contagia.
Benedetto ci dona anche quell’aspetto simbolico che a tutti è offerto e a cui nessuno può sottrarsi, una volta che il fascio di Luce abbia fatto irruzione nella sua coscienza: «Cari amici, in questo anno paolino, la festa dell’Epifania invita la Chiesa e, in essa, ogni comunità ed ogni singolo fedele, ad imitare, come fece l’Apostolo delle genti, il servizio che la stella rese ai Magi d’Oriente guidandoli fino a Gesù. Che cos’è stata la vita di Paolo, dopo la sua conversione, se non una "corsa" per portare ai popoli la luce di Cristo e, viceversa, condurre i popoli a Cristo? La grazia di Dio ha fatto di Paolo una "stella" per le genti».
Questa Luce ci fa stella, se lo desideriamo. Ogni giorno.

di Cristiana Dobner, in SIR, martedì 06 gennaio 2009

lunedì 5 gennaio 2009

Videro il bambino con Maria sua madre… e lo adorarono

La gloria del Signore brillerà su di te!

Epifania vuol dire manifestazione (di Dio) agli uomini. La liturgia risuona ancora dei diversi temi che fin dagli inizi di questa festa ricordano le prime grandi manifestazioni di Dio in Gesù, come conclusione delle celebrazioni della sua venuta nella storia, che è il Natale: l'adorazione dei Re Magi, cosiddetti, il battesimo di Gesù al Giordano e il primo miracolo o segno che suscitò la fede dei discepoli, durante un pranzo di noze a cui erano invitati con Maria, a Cana di Galilea.

Il primo brano proposto è un testo classico della terza parte del libro di Isaia che profetizza per Gerusalemme un grande evento: sarà rivestita di una luce che brillerà nelle tenebre della terra, una luce non sua, che è immersa nel buio come tutto il mondo, ma la luce della "gloria del Signore", cioè il Signore stesso che cerca di comunicare il suo amore "che le tenebre non riescono ad arrestare". Questa contrapposizione delle tenebre della storia alla luce che esplode in esse sarà un'immagine dominate della manifestazione del Signore: i popoli cammineranno alla tua luce, i re allo splendore che emana da te… Una profezia così inaspettata che il profeta ci insiste ripetutamente, esortando Gerusalemme ad alzare gli occhi e convincersi che è proprio così: gira i tuoi occhi e guarda: Gerusalemme è invasa dalle genti, che vengono con processioni di doni…. Allora il tuo cuore palpiterà e si dilaterà… Arrivano figli e figlie, che Gerusalemme non si sognava di avere, doni e ricchezze che non pensava di aver mai meritato… Solo dopo secoli, alla luce della vita, morte e risurrezione di Gesù, questi testi si illuminano per i suoi discepoli, dilatano il loro cuore e danno senso al loro cammino fino ai confini del mondo, fino alla fine dei secoli, sostengono e addirittura offrono man mano strutture nuove di comprensione alla loro fede, alla luce della evoluzione delle condizioni storiche e culturali.

… allora il tuo cuore palpiterà e si dilaterà

Quale dilatazione e trepidazione di cuore… si vede bene dal testo di Paolo. Il mistero che dice di aver 'brevemente' descritto è questo. "…ricordatevi che un tempo voi, pagani per nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi perché tali sono nella carne per mano di uomo… ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo. Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate i lontani siete diventati i vicini grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l'inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, distruggendo in se stesso l'inimicizia. Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. (Ef 2,11ss)

La strategia di Dio (l'economia di salvezza) si rivela chiaramente centrata su un mistero fondante, non congiunturale ma strutturale al suo intervento nella storia, che intride, illumina e dilata il cuore dell'umanità, ma lo fa stridere e alla fine scoppiare ripetutamente, per la sua congenita impossibilità di tenere insieme pace con tutti e compiutezza di espansione personale, universalità di comunione e particolarità inconfondibile di ogni volto storico di persona e di popolo. Gerusalemme esplode, se davvero deve convivere con altri popoli… (ne abbiamo sanguinosa e tragica esperienza in questi giorni!). Ma persino la chiesa nascente, colma dello Spirito di Gesù, va in crisi d'identità mortale, se tutte "le genti" la invadono ed esigono gli stessi diritti del popolo prediletto, preparato da millenni a ricevere il Messia. Ancor oggi i vertici della chiesa tremano "giustamente" per la sopravvivenza della fede "cristiana", di fronte alla pressione dell'interculturalità e alla evidenza storica della possibilità di salvezza per tutti gli uomini di buona volontà, pur immersi nelle loro culture e religioni… Ed è tentata, invece che di dilatare, di restringere il cuore e far regredire la mente a modelli che un tempo avevano dato rifugio e sicurezza.

C'è sempre una strozzatura nell'intervento di Dio nella storia, e il racconto biblico è lì a testimoniarlo. Dio entra e si fa sentire nella concretezza spazio-temporale, inevitabilmente piccola e limitata, assolutamente inadeguata (sembra a noi!) a contenere ed esprimere questa epifania, se non profeticamente ‑ appunto ‑ per annunciare una dilatazione per ora impossibile e incomprensibile, ma che già cova nei piccoli passi da fare, se le siamo coraggiosamente fedeli.

… i passi della comprensione nella chiesa nascente…

Ecco perché, nei segni evangelici riportati dalla liturgia di oggi, non solo l'umanità, ma tutta la natura sussulta … La stella cambia il suo corso e avvisa i sapienti dell'oriente; l'acqua del battesimo, a contatto del corpo di Gesù si carica di una potenza redentrice, e i cieli si squarciano e vibrano alla voce eterna dell'amore del Padre che ci affida il Figlio prediletto. E ancora l'acqua, alle nozze di Cana, si tramuta in vino inebriante. Adesso i discepoli di Gesù capiscono di quale Gerusalemme parla il profeta: della nuova umanità universale, implosa in Gesù Cristo, 'alla luce del quale tutti i popoli camminerannoi tuoi figli vengono da lontano. S. Paolo ha capito e spiega e proietta nel futuro verso di noi la sua esperienza del mistero nascosto alle generazioni precedenti: per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. (Ef 2,6s),e inventa nuove parole per dare spazio al mistero inaudito ai linguaggi delle generazioni passate: parole di unità plurale, di coinvolgimento strettissimo, ma liberante che ci sta sconvolgendo e che solo adesso è stato rivelato, e cioè che tutti gli uomini sono chiamati"a essere co-eredi, con-corporati, com-partecipanti della promessa in Cristo Gesù, per mezzo del vangelo" (3,5). La chiesa, nei primi difficili passi della sua comprensione di Gesù, come chiave universale della salvezza e della comprensione della storia, aveva già recepito e raccontato dei più lontani e impuri, ma interni ad Israele, i pastori e i poveri di Yahvè, che credono e si affidano, di fronte al nuovo segno della manifestazione storica di Dio (l'incredibile strettoia o strozzatura spaziotemporale): la donna con il bambino adagiato in una mangiatoia, o stretta in braccio mentre lo porta nel tempio… Matteo però allarga ancora gli orizzonti del futuro, rilegge le profezie antiche e ci racconta dei sapienti pagani che son venuti da lontano, dalle genti pagane, e anche loro "videro il bambino con sua madre e prostratisi lo adorarono! (addirittura).

La missione rovesciata.

Mentre la chiesa geograficamente stava dilatandosi in tutto il mondo allora conosciuto e affrontava il dramma tragico (la nuova strozzatura culturale) dell'unità plurale, della comunione dei diversi, della con/chiamata nell'amore di Cristo di lontani e vicini, amici e inimici a fare un corpo solo… e i missionari erano lanciati su ogni strada e solcavano i mari per dare questo esplosivo annuncio alle genti… questi "magi", con iniziativa autonoma, interna alla loro ricerca… vengono loro a cercare Gesù. Rischiando addirittura (e Matteo ci insiste) di perdersi nel labirinto delle beghe esegetiche e competizioni di potere dei depositari delle scritture e del meschino re del momento… Una profezia lanciata fino a noi! Gesù salvatore del mondo … non è nostro! Lo Spirito tiene aperte sempre "altre strade", di cui noi non siamo la polizia stradale, che li fanno arrivare a casa loro, nei loro paesi, nella loro cultura, nelle loro religioni … Ma lo stesso conservano il segreto di "adoratori" del vero segno: "la donna e il bambino"… che li rende capaci dei regali profetici convenienti al figlio dell'uomo - Figlio di Dio, l'oro della sua regalità suprema, l'incenso del suo sacerdozio unico e irrepetibile, la mirra per il lenimento della sua umanità dolorosamente destinata alla morte redentrice.

... allora, forse, noi, discepoli dei discepoli del Signore, siamo chiamati, sì, a testimoniare con tutta la nostra povera adesione di fede il Cristo, il suo vangelo e la comunione nel suo corpo storico che è la comunità dei credenti, ma ancor più, in questo nostro villaggio globale, a testimoniare con la vita (e rendere ragione con dolcezza a chiunque ce lo chiede) che noi sappiamo chi è il Re, il Signore… che non è nostro ma di tutti, perché sta salvando già adesso quelli che non lo sanno ma lo cercano per altre strade.

domenica 6 gennaio 2008

Epifania del Signore

I passi della manifestazione di Dio
All’inizio la comunità dei credenti celebrava inglobato nella risurrezione il mistero del Natale del Signore. Poi è arrivata tanta gente da paesi lontani, i missionari hanno cominciato a camminare su strade sconosciute e Gerusalemme e la sua storia son diventate piccole, a contatto con situazioni e culture, tradizioni e religioni molto diverse… con domande nuove e sfide impreviste. Le millenarie istituzioni religiose che hanno costituito il popolo eletto sono ancora valide? La legge, il sabato, la circoncisone, il tempio, il sacerdozio, il casato di Davide e la città della pace, centro di salvezza del mondo… sono ancora i passi necessari della salvezza? Si va a indagare con occhi nuovi negli scritti degli antichi profeti, proprio quelli che, con ostinata speranza, mentre il popolo in esilio viveva l’angoscia e lo smarrimento nella “nebbia fitta che avvolge le nazioni”… continuarono a sperare. Allora il mistero del Natale del Signore si è sempre più illuminato nei suoi vari aspetti… e non si riesce più a contenerlo in un giorno solo, ma richiede un “tempo di Natale del Signore”, dopo varie settimane di preparazione, e poi di contemplazione del Messia atteso, dal giorno della nascita al giorno della sua più piena epifania (manifestazione). La quale, come festa, diventa una miniatura sintetica che apre il libro grande (il messale) all’approfondimento e assimilazione dei misteri della salvezza, verso tutto l’anno liturgico.
Rimane ancora, infatti, nella liturgia dell’Epifania, il ricordo di quando, in origine, questa festa era una sorta di presentazione ufficiale di Gesù : “Tre prodigi celebriamo in questo giorno santo: oggi la stella guida i magi al presepe, oggi l'acqua è mutata in vino alle nozze di Cana, oggi Cristo è battezzato da Giovanni nel Giordano per la nostra salvezza”. Dunque il Natale che arriva fino alle più impreviste popolazioni lontane con i Magi; ai vicini ebrei, con il miracolo di Cana per trasformare il giogo della legge nella gioia del vino nuovo dell’amore; ai discepoli, per fare loro scoprire la vera identità del Figlio prediletto… che sarà con loro fino alla fine dei secoli.
I passi della comprensione nella chiesa nascente
Ecco perché, nei segni evangelici riportati dalla liturgia di oggi, non solo l’umanità, ma tutta la natura sussulta… La stella cambia il suo corso e avvisa i sapienti dell’oriente; l’acqua a contatto del corpo di Gesù si carica di una potenza redentrice e alla sua parola si tramuta in vino inebriante; i cieli si squarciano e lasciano udire la voce eterna dell’amore del Padre che ci affida il Figlio prediletto… Adesso i discepoli di Gesù capiscono di quale Gerusalemme parla il profeta: della nuova umanità universale, implosa in Gesù Cristo, “alla luce del quale tutti i popoli cammineranno… i tuoi figli vengono da lontano”. Anche S. Paolo spiega e proietta nel futuro verso di noi la sua esperienza del mistero nascosto alle generazioni precedenti: per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. (Ef 2,6s) perché attraverso di lui il Padre tutti chiama “a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo, e ad essere partecipi della promessa per mezzo del vangelo”. Matteo con un diverso linguaggio narrativo, comprensibile anche ai più semplici, racconta la stessa esperienza di grazia dei cercatori di Dio, i saggi di sapienze “lontane”, inspiegabilmente guidati verso il Signore, mai rasseganti alle difficoltà delle strade e alle reticenze malintenzionate degli uomini del potere, rianimati invece dal conforto della gioia – aperti alla sorpresa imprevedibile indicata dalla stella, che alla fine individua il “re dei giudei”, tanto ricercato, in un bimbo in braccio a sua madre, in una qualsiasi casa. di non si sa che paese.
I passi della nostra conversione
La prima generazione “cristiana” ha accettato la sfida sconvolgente del mondo e del tempo in cui viveva. Ne sono visibili le contaminazioni, i conflitti e le ferite sanguinanti nel Nuovo Testamento. Ma ha capito che bisognava spalancare il cuore e la testa!- e ha obbedito al Signore. E così ha riscoperto e annunciato la novità assoluta della nuova alleanza, che pur realizzando la profezia dell’antica; ha accolto a pieno titolo l’allargamento della salvezza a tutti gli uomini di ogni tribù, lingua, religione, sesso, cultura. Ha salvato il legame essenziale alla radice ebraica, ma ha difeso anche strenuamente la libertà di un nuovo futuro imprevedibile, da inventare con lo Spirito, toccando con mano quanto diceva Gesù: lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future.(Gv 16,13). Fedeltà e creatività sono le direttive che faticosamente scoprono e applicano!
… mai, nella storia della Chiesa, il mondo le è cambiato sotto gli occhi, con tanta radicalità e rapidità. Il progresso scientifico e tecnologico ha sconvolto le fondamenta, non solo le modalità dell’esser uomo come era fino a qualche decennio fa, e non sappiamo cosa il futuro ci riserva. Per questo, ancora più, è importante ed urgente riscoprire insieme, nella “parola”, ove sono scritte la loro testimonianza e le loro scoperte, qualche segno, almeno, delle epifanie di Gesù Cristo al nostro mondo, per illuminare i passi della nostra conversione a lui.
Il segno delle stelle
È curioso che gli interrogativi più inquietanti e disarmanti, forse, anche oggi vengono dagli scienziati delle stelle, che ci raccontano di miliardi di anni di esplosione e autocostruzione ‘scientificamente autonoma’ degli elementi del nostro mondo, dove l’infinitamente grande rispecchia gli spazi immensi dell’infinitamente piccolo, e le domande su Dio creatore, sul senso dell’universo, l’origine della vita, sulla minuscola vicenda della nostra storia umana… non posso avere più le stesse risposte.
Sono tornati i magi!… non da paesi lontani, ma da laboriosi centri di ricerca di tutto il mondo, dove non solo la geofisica o la fisica atomica, ma la biotecnologia e tutte le scienze con cui l’uomo modifica se stesso… ci interrogano: dov’è il vostro Re? E noi, dove li mandiamo a cercare? occorre una conversione intellettuale, che è la maturazione di ‘una certa forza interiore dell’intelletto criticamente maturo’ (Card. Martini), cioè una decisione della coscienza libera e aperta del credente e della sua comunità di non rifiutare mai nessuna domanda, né deprezzare i loro doni, di non chiuderci nelle nostre ideologie, sovente tautologiche o autoritative, ma dedicarci con loro alla ricerca onesta del vero… dove l’obiettivo irrinunciabile sia custodire l’uomo e il mondo, che è la sua casa! A cominciare dal più povero.
Il segno del villaggio globale
Se l’allargamento al mondo greco romano del bacino del Mediterraneo ha prodotto tali sconvolgimenti nel vangelo della prima generazione cristiana, cosa dovremo fare noi, che viviamo una mondializzazione senza più confini? dove tutti ormai sono contigui (prossimi!) a tutti? Come tradurre oggi la profezia di Paolo che tutti gli uomini, “ancora oggi”, sono chiamati, in Cristo Gesù, a partecipare alla stessa eredità, a formare lo stesso corpo? La Chiesa ha giustamente paura che il relativismo inarrestabile in un confronto così ravvicinato e indiscriminato di ogni credo e di ogni più diversa cultura e ideologia, corroda le fondamenta della fede. E quindi continua ad armeggiare intorno alle roccaforti dei princìpi che non sono contrattabili… Ma forse noi, i discepoli di Gesù, non siamo chiamati a cribbiare coi nostri filtri le religioni e le culture degli uomini, ma solo a testimoniare con la vita (e rendere ragione con dolcezza a chiunque ce lo chiede) che noi sappiamo chi è il re, il Signore…: è Cristo Gesù! un ‘crocifisso’, che, come tale, non impone nessuna discriminazione se non quella tra il potente e l’oppresso, l’egoismo e l’amore… Non con la forza dei ragionamenti, dell’economia o delle armi, ma assumendoci anche noi il male e la sofferenza degli uomini sulle sue spalle, perché il vangelo sia sempre anzitutto ‘buona notizia’ ai poveri!
Il segno della grazia
Questa impresa ci riuscirà sempre più “impossibile”, se fondata sulla pretesa di insegnare, organizzare, convertire… gli uomini del mondo, perché siamo convinti di saperne più di loro! A noi tocca invece aiutarli a scoprire dov’è il Signore: il segreto nascosto alle generazioni precedenti. È nel cuore di ogni uomo, dove lo Spirito geme “abbà Padre!”… perché ormai “è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità”. Allora scopriremo, a nostra volta, la garanzia segreta dell’annunciatore evangelico: che è la gioia per la salvezza dell’altro! “Il mondo è mondo per me, solo se può essere mondo per noi. Il senso è senso per me, solo se può essere senso per noi. La vita per poter essere vita per me, deve poter essere vita anche per l'altro. La felicità per potere essere felicità per me, deve poter essere felicità anche per l'altro ...” (Margaritti). Questo, comunque avvenga, noi sappiamo che è Epifania del Signore!

giovedì 3 gennaio 2008

Le genti sono chiamate a condividere la stessa eredità

In questa prima domenica del 2008, che coincide con la festa dell’Epifania, mi pare che la liturgia della Parola presenti nella prima (Is 60,1-6) e seconda lettura (Ef 3,2-3a.5-6) la medesima struttura riflessiva: entrambe infatti partono col descrivere una situazione di negatività, tenebre, peccato e arrivano all’annuncio del suo superamento grazie ad un evento nuovo.
Per quanto riguarda Isaia infatti, se facciamo un passo indietro rispetto al brano propostoci dalla liturgia, per esempio al capitolo 59,3-4, scopriamo parole di questo tipo: «Le vostre palme sono macchiate di sangue e le vostre dita di iniquità; le vostre labbra proferiscono menzogne, la vostra lingua sussurra perversità. Nessuno muove causa con giustizia, nessuno la discute con lealtà. Si confida nel nulla e si dice il falso, si concepisce la malizia e si genera l'iniquità». E, allo stesso modo, Paolo in Ef 2,11-12, dipinge così la situazione passata delle persone a cui sta scrivendo: «Perciò ricordatevi che un tempo voi, pagani per nascita, chiamati incirconcisi da quelli che si dicono circoncisi perché tali sono nella carne per mano di uomo, ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d'Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo».
Sembra di sentir riecheggiare la storia dell’uomo di sempre: mani macchiate di sangue, iniquità, menzogne, ingiustizia, malizia... è la vita di tutti e di ciascuno, sempre in qualche modo avvelenata dal male fatto e subito, senza Dio e senza speranza... è la vita anche dell’uomo religioso che sempre divide gli altri in circoncisi e incirconcisi, giusti e ingiusti, puri e impuri, buoni e cattivi...
È la storia di sempre, eppure i testi biblici a proposito di queste situazioni annunciano un superamento: c’è come una svolta, qualcosa di tanto determinante che fa sì che le cose non siano più come prima; eventi nuovi cambiano il destino dell’umanità:
- per quanto riguarda Isaia la svolta è narrata al cap. 59,16: «Egli [il Signore] ha visto che non c'era alcuno, si è meravigliato perché nessuno intercedeva. Ma lo ha soccorso il suo braccio, la sua giustizia lo ha sostenuto».
- per quanto riguarda Paolo, la troviamo nelle parole scritte agli Efesini (cristiani che non avevano radici ebraiche ma pagane) al capitolo 2,4-5: «Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo».
Entrambi sembrano invitarci a fare questo percorso: l’uomo se si riferisce solo a se stesso non sa scrivere che una storia di sangue, di selezione, di competizione e prevaricazione... nessun prodotto meramente umano, neanche quello più religioso o eticamente corretto, può tirarsi fuori da questa spirale di morte. Senza qualcuno che lo salva, l’uomo è perduto: è destinato alla tomba! E la consapevolezza preriflessa di questo gli ingenera un istinto di sopravvivenza omicida: per scampare il più possibile è costretto a macinare tutto quanto ha intorno... è la vecchia solita logica del Mors tua, vita mea...
L’annuncio nuovo posto invece dalle Scritture è che per l’uomo c’è una possibilità diversa: quella di un riferimento Altro, di una promessa di Vita che gli risparmi la fatica di salvarsi la pelle a scapito della pelle degli altri, aprendo l’orizzonte di un guardarsi in faccia, per amarsi, per condividere la vita al punto da essere disposti a dire Mors mea, vita tua.
E questa nuova possibilità di Vivere la vita, che Isaia descrive con i toni della luminosità («la tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli; ma su di te risplende il Signore, la sua gloria appare su di te»), Paolo la chiama per nome: è Cristo Gesù! In lui «le genti sono chiamate a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo».
Con Gesù l’uomo, ciascun uomo, è abilitato ad una storia nuova: quella dell’amore inclusivo! Con la buona notizia della salvezza, cade ogni paura della morte, cade ogni necessità di calcolo, di accaparramento, anche del bene! Cade la logica dell’esclusività, del fatto che il bene fatto ad un altro è in qualche modo un bene tolto a me... Cade la mentalità ‘religioide’ dei salvati e dei dannati, identificati nei modi più diversi nella storia dell’umanità credente.
Ecco perché nella rilettura teologica dell’infanzia di Gesù, fatta quando Gesù è già vissuto, morto e risorto, e fatta appunto a partire dalla sua vita, morte e risurrezione, sono degli stranieri, dei magi che vengono dall’oriente, quelli che lo riconoscono... sono i lontani, quelli per definizione fuori: fuori dalla salvezza, fuori dall’amore e dalla custodia di Dio, fuori anche dalla speranza: «Voi, pagani per nascita, [...] eravate [...] esclusi dalla cittadinanza d'Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio in questo mondo».
Con la narrazione di una breve storia è invece presentato il ribaltamento della mentalità dell’esclusione! È una logica nuova quella che è messa in campo: quella dell’amore, che, se è vero, agisce per contagio e non ha paura dell’ultimo nuovo arrivato, del diverso, del lontano. Esso non fa più paura, perché è immediatamente inserito in una dinamica di benevolenza, in un itinerario di liberazione, in una familiarità che dilata il cuore, suo e di chi lo accoglie...
È solo in questa prospettiva che Paolo stesso in Gal 3,28-29 può affermare che ogni barriera è tolta: «Non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù. E se appartenete a Cristo, allora siete discendenza di Abramo, eredi secondo la promessa».
Ma tutte queste parole hanno bisogno di incarnarsi, di prendere corpo con la fantasia dello Spirito nella storia degli uomini, nella storia dei cristiani. Forse noi siamo troppo abituati a sentirle e non riusciamo più a farci suscitare un 'giramento di viscere'... Sarebbe stato interessante avere una foto delle facce degli ebrei che le sentivano per la prima volta...
Ma forse basta provare a ritradurle con parole che riecheggiano situazioni più attuali per capirne la portata: Gesù ha rivelato il volto di un Dio che sta tutto dalla parte di quelli che noi a vario titolo lasciamo fuori. E fuori dalle nostre società (e dalle nostre chiese!!!) ci stanno gli stranieri, ci stanno i poveri, ci stanno i peccatori, ci stanno le donne, ci stanno i vecchi, ci stanno quelli che non la pensano come noi... e chissà quanti altri...
È un continuo bisogno di tracciare confini, di delimitare le appartenenze, di segnare il territorio...
Se solo tornassimo a quelle parole di salvezza e ci aprissimo a quell’incontro d’Amore che libera, ci accorgeremmo di come tutti i morti che lasciamo sulla nostra strada (come singoli, come società, come Chiesa), sono solo le vittime della nostra paura... mascherata dietro a ragionamenti molto politicamente corretti, ovviamente...E così continuiamo a star dentro... mentre Dio per mezzo di Gesù Cristo, nello Spirito santo... è lì fuori con loro... in una capanna.
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

I più letti in assoluto

Relax con Bubble Shooter

Altri? qui

Countries

Flag Counter