Pagine

ATTENZIONE!


Ci è stato segnalato che alcuni link audio e/o video sono, come si dice in gergo, “morti”. Se insomma cliccate su un file e trovate che non sia più disponibile, vi preghiamo di segnalarcelo nei commenti al post interessato. Capite bene che ripassare tutto il blog per verificarlo, richiederebbe quel (troppo) tempo che non abbiamo… Se ci tenete quindi a riaverli: collaborate! Da parte nostra cercheremo di renderli di nuovo disponibili al più presto. Promesso! Grazie.

Visualizzazione post con etichetta servizio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta servizio. Mostra tutti i post

sabato 17 ottobre 2009

Io sto in mezzo a voi come colui che serve! la politica di Gesù

Non sta a me concedere i primi posti …
I tre testimoni privilegiati dei momenti più intensi della manifestazione di Gesù – Pietro, Giovanni e Giacomo, che vedono la resurrezione della figlia di Giairo, la trasfigurazione, l’agonia nell’orto – non ne capiscono nulla, totalmente impregnati come sono della logica di “potenza e competizione” del mondo – come tutti. Marco ci racconta tre tentativi di Gesù di spiegare con sempre maggior trepidazione ed angoscia, almeno agli amici più cari, il vero mistero della sua vita, che si stava ormai concludendo. Dopo il primo tentativo, c’è lo scontro con Pietro. Dopo il secondo, c’è la totale incomprensione dei discepoli, che blocca in loro ogni voglia di domande e spiegazioni. Dopo il terzo, ecco l’esito: una specie di complotto dei due fratelli per essere primi di tutti gli altri, vicini al suo trono. Questa volta Gesù reagisce dolcemente, forse ormai convinto e consegnato al suo destino di totale solitudine, incomprensibile davvero non solo alla logica del mondo, ma anche ai suoi poveri amici, incapaci, adesso, di fargli compagnia – se questo vuol dire mangiare lo stesso pane, bere lo stesso calice, avere lo stesso battesimo. Capiranno dopo … È un Dio troppo diverso (dal loro!) quel Padre che l’ha mandato nel mondo. Un Padre nel quale, appunto, Gesù è rimasto l’unico a credere. Un Dio troppo diverso dal dio che ci hanno insegnato e che elaboriamo continuamente dentro di noi … anche dopo il Vangelo, a costo di manipolare e stropicciare continuamente la sua esperienza e le sue parole.
La maturazione della esperienza umana di Gesù, avvolta nel mistero della sua preghiera e del suo dialogo vitalendi totale dedizione e di libera adesione al Padre, dentro la storia che viveva, vicenda dopo vicenda, arriva al suo culmine, con una consapevolezza ormai compiuta del significato e della destinazione della sua vita, nel confronto con le profezie delle Scritture, che “parlavano di lui” – scrivendogli nel cuore, con tracce di gioia e di dolore, di adesione e di angoscia, la sua identità – la drammatica “gloria” che il Padre gli ha preparato. Con quanto struggimento Gesù si sarà specchiato nell’eletto – il servo del Signore – venuto per salvare (giustificare) i fratelli, diventato reietto e disprezzato, uomo dei dolori che ben conosce il patire… Lo Spirito, che l’aveva “spinto” (Mc 1,12) nel deserto, gli fa vedere ora come cresce una radice in terra arida, lungo un percorso umano sconvolgente anche per lui. Il cammino verso Gerusalemme, gli farà soffrire nella storia degli uomini, l’irrepetibile esplosiva intrecciata identità dei tre interlocutori del dramma della nostra salvezza (Lui, il Padre e lo Spirito). Un cammino di eventi, di delusioni, di intuizioni, di spiegazioni infruttuose… illuminato però dalla preghiera e dalla sua comprensione sempre più viva e drammatica del “compimento” delle Scritture. Sarà proprio questa l’esperienza centrale della sua vita: un’esperienza drammatica che gli fa comprendere e accogliere il compimento dell’Alleanza annunciato dai profeti. Questa esperienza vorrà poi insegnare ai suoi discepoli perché la possano vivere e ripetere anche loro, per sapere e capire chi è lui – e chi sono loro – e, quindi, come seguirlo: “Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni” (Lc 24,44ss).
Ma perché era (ed è!) impossibile capire Dio? Perché Gesù stesso l’ha capito “con forti grida e lacrime…”, “essendo stato lui stesso provato in ogni cosa”? Perché Dio non si può capire: c’è un solo modo per “capirlo”: affidarsi totalmente a lui. Questa è l’esperienza di Gesù – del suo cammino verso Gerusalemme, della sua agonia nel Getsemani, del suo corpo appeso alla croce. Invece noi abbiamo dentro – incancellabile e irreprimibile – una diversa domanda a Dio. É la domanda di Giovanni e Giacomo – qualunque nome abbia dio nelle varie culture: noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo! Un Dio che esaudisca finalmente i miei desideri é “il nostro Dio”! Lo scontro decisivo tra il desiderio dell’uomo e il desiderio di Dio si fa improcrastinabile di fronte alla croce del Signore. L’uomo, infatti, non è! Deve ancora diventare ciò che vuol essere – e vuol essere il primo. Non è una colpa: è la sua natura di bisogno, anche se questa fame lo fa diventare competitivo e spesso aggressivo e oppressore. Gli è congeniale un Dio dell’Onnipotenza, che giustifichi e protegga il suo progetto di primato su tutti, e questa è la sua religione. Questa religione si è lacerata sulla croce! Si è scontrata con un Dio che gli rovescia l’altare e la teologia – e finisce reietto e disprezzato sul legno maledetto. A questo punto non può che dirgli, con la parola dei teologi sotto la croce: scendi di lì, se no, non sei più il mio dio! Pietro, Giacomo, Giovanni … ogni uomo reagisce così, in modo più o meno mascherato. Fin dalle radici della “nostra storia, infatti, “rifiutiamo questo Dio, che non risponde alle nostre attese.
 Adamo ed Eva hanno creduto al serpente e si sono affidati all’immagine suggerita da lui: non alla Parola, che dice loro cosa mangiare, cioè come essere uomini – come soddisfare il desiderio insaziabile che li fa uomini! E subito la competizione conflittuale originaria ha avvelenato le grandi relazioni: uomo-donna, uomo-mondo, uomo-fratello…
 Il corpo di Cristo inchiodato alla croce è … il luogo dove va a finire Dio nella storia. È l’idea che ha Dio di sé nella storia (dare la sua vita in riscatto per molti!). È l’arresto dell’immagine di onnipotenza propria dell’uomo. Ogni altra nostra idea di Dio che non si rimodula alla luce della croce è fuorviante, o menzognera – o fuga, comunque, dalla Parola che si rivolge al nostro desiderio. É questo il trono di “gloria”, di fianco al quale ogni discepolo è chiamato a sedersi, a destra o a sinistra, più o meno vicino, secondo il disegno del Padre.
 Se l’immagine che l’uomo ha di Dio non si spezza contro questa manifestazione del Dio/Parola, non accederemo mai all’idea vera di “uomo” – come invece prevede la profezia di Gesù: “Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti».”.

Il servizio – esser schiavo di tutti – è l’asse centrale della fede di Gesù, e quindi di chi vuole ascoltarlo e seguirlo. É l’unico modo per conoscere il Padre, il Dio di cui Gesù ci ha rivelato i segreti. “Per affrontarli seriamente dobbiamo porci un problema preliminare. La vera conoscenza dei misteri di Dio passa attraverso la via dell’umiltà, cioè attraverso la partecipazione alla tribolazione degli umili, attraverso il rifiuto della via degli «intelligenti» e degli «onesti». Per poter entrare nella conoscenza del mistero di Dio vale più una reale, pratica partecipazione alla tribolazione degli esclusi che non anni di studio teologico. Se voi passate un’ora sola ad addossarvi la disperazione di un disperato, voi siete già entrati nel mistero di Dio, la cui conoscenza non è di tipo concettuale, ma vitale. I veri preamboli della fede non sono di tipo intellettuale, come insegnavano a me. I preamboli erano questi: che Dio esiste, che l’uomo è libero (c’è il libero arbitrio) e che l’anima è immortale. Partendo da essi si arriva a dimostrare che Cristo è Dio. È una via intellettualistica maliziosa, perché evidentemente vi sono uomini semplici che non possono sapere che cos’è l’induzione e la deduzione. Chi possiede questi strumenti logici si accaparra perfino la conoscenza di Dio. Non è questa la via evangelica. La via evangelica è quella della partecipazione alla sofferenza degli umili. Il passare del tempo con la gente tribolata è conoscenza di Dio. Capire che in questo mondo le persone più delicate, più pure, sono le più perseguitate, le più reiette, e i mascalzoni hanno successo, è un primo passo, il primo preambolo per conoscere Dio (E.BALDUCCI, l’uomo planetario).
C’è dunque un primato, una competizione evangelica (una politica del Vangelo) a cui Gesù esorta i suoi amici, e nella quale ci ha preceduti come capocordata (Eb 2,10), perché è storicamente l’unica forma di amore gratuito: infatti chi è più grande, chi sta a tavola o chi serve? Non è forse colui che sta a tavola? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve (Lc 22,27). “Il figlio dell’uomo è venuto non per essere servito, ma per servire e dare la vita in riscatto per molti”. Cosa vuol dire “in riscatto per molti”?
«Tu hai fatto del male? Io pagherò al posto tuo»
diceva Gandhi… Così ci ripete Gesù Cristo da duemila anni (...) chissà perché noi uomini siamo così sordi (...) Certo la sua voce è spesso piccola e silenziosa (...) ma poi Lui è nella celletta della nostra anima e non dovrebbe essere così difficile scendere laggiù ed abitare con Lui. Parole? No. Verità. Realtà.
L’uomo non buono, l’uomo incapace di perdono, l’uomo che ama ferire, l’uomo che vuole la vendetta, l’uomo falso non sono uomini cattivi, incapaci di perdono, falsi necessariamente. Lo sono perché non hanno incontrato sul loro cammino una creatura capace di comprenderli, di amarli, di farsi carico delle loro colpe...
[Annalena Tonelli]


SU SPIRITUALITA’ E POLITICA
(da un incontro con don Giuseppe Dossetti : un cristiano in politica)
Non si può sostenere una compatibilità di principio tra esperienza di fede e politica, nè una incompatibilità assoluta; ci può essere invece un servizio episodico, più o meno lungo, ma sempre limitato nell’arco dell’esistenza. La realtà dei politici di professione, che sono tali da trenta o quarantanni, credo che non la si possa ammettere. Non si tratta di una ragione moralistica, ma di un princi¬pio. […]
La vita politica è una vita molto dispersiva. Ho fatto una grande fatica per tenermi in mano. Sono episodi personali, ma che parlano, proprio per questo, da sè. La vita politica è un servizio totale, globale, estenuante, con orari impossibili; anche se si disciplina seriamente, richiede una disponibilità ad lavoro che è logorante, logorante lo spirito. Accadeva, faccio un esempio, che il buon Gonella fissasse la direzione del partito alle dieci di sera; si cominciava e si andava avanti sfiniti, fino alla quattro del mattino […]. Ero estenuato anche dal merito dei problemi trattati. Al mattino andavo a messa, l’unica cosa che potevo fare era di piantarmi lì, nel banco, e ascoltare. Magari ascoltavo anche due o tre messe, ma proprio come un somaro, come il giumento del salmo. Pur tenendomi in mano così, non potevo resistere per molto tempo; a meno di non prendere tutto con una superficialità suprema. Allora si può vivere anche degli anni in politica, ma non si fa più politica.
Il pensiero, la responsabilità, il tormento, il ritorno continuo sui problemi supremi, tutto ciò si incrocia, si accavalla. Il Signore si può servire per un momento di noi. Dobbiamo appunto pensare che Lui fa come con i limoni spremuti, ci butta poi nel cestino. A questo dobbiamo essere prontissimi. La politica, per contro, educa a un bisogno di fare, a una necessità di comandare, ad una mentalità che sancisce il primato dell’azione e della gestione, che è contraddittoria con una vita spirituale comunque concepita. Però nonostante tutto dico: non c’è incompatibilità di principio tra fede e politica, può accadere che a volte siamo chiamati a fare politica, in una circostanza, in un determinato momento, per un certo breve periodo, episodicamente. È un servizio che in un certo momento può esserci chiesto, purché noi siamo ben convinti che il servizio deve poi durare poco. Ci sono amici in parlamento, che hanno pensato il loro servizio, anche per confidenze che ho avuto, come un servizio quarantennale.
Rispetto alla grande battaglia che si combatteva in quegli anni, io ho perduto. Non è questo che conta. Io ritengo che, per certi aspetti, anche politici, quello che è stato fatto, abbia avuto una certa efficacia in un certo momento. Non è stata la delusione per l’insuccesso personale a convincermi che dovevo andarmene. Questo l’ho detto più volte, e lo confermo oggi più a ragion veduta. A convincermi che dovevo andarmene sono stati dei giudizi storici su una certa situazione della politica in Italia. Essi non riguardavano soltanto l’inefficacia della politica che si stava facendo e alla quale non credevo di poter consentire. Vedevo già allora con chiarezza dove si poteva andare a finire, perché certi pericoli, che adesso sono diventati delle catastrofi, li avevo visti nettissimamente nel 1946.
Quando ho lasciato l’attività politica nel 1951 ero convinto che non si poteva operare diversamente in quelle condizioni del nostro Paese e del mondo cattolico italiano . L’ostacolo maggiore stava in una certa cattolicità che c’era in Italia; i motivi dell’insuccesso fatale venivano da lì.
Anche nella Chiesa non mi facevo illusioni. Per la mia professione di canonista sapevo cosa era la Chiesa e cosa poteva essere in determinate situazioni. Non c’è stata delusione, neanche lì, neanche nella Chiesa. Ne prendevo atto con semplicità, e non mi stupivo di niente. Di fatto non mi sono mai lamentato con nessuno. La decisione di smettere ogni attività politica è venuta dalla convinzione che bisognasse operare più profondamente, a monte, in una cultura del tutto nuova e in una vita cristiana coerente. Poi il passaggio è stato radicalizzato; è passata anche la cultura e rimasta solo la vita cristiana.
Spesso questo rapporto tra fede e politica diventa lacerante. Capisco come da una parte si senta una responsabilità immediata che non si può lasciare, dall’altra ci sia l’urgenza di una scelta diversa. Anche io, quando sono stato membro della commissione della Costituente, ho sentito questo bisogno. Fatta la Costituzione me ne volevo andare, però ho ricevuto l’imposizione di proseguire, di rinnovare il mandato, che non ho tuttavia portato a termine.
Viviamo in una crisi epocale. Io credo che non siamo ancora al fondo, neppure alla metà di questa crisi. Sempre più ci sto pensando. Sono convinto che lo scenario culturale, intellettuale, politico non ha ancora esplicitato tutte le sue potenzialità. Noi dobbiamo considerarci sempre di più alla fine della terza guerra mondiale; una guerra che non è stata combattuta con spargimento di sangue nell’insieme, ma che pure c’è stata in questi decenni.[…] Il rimescolio dei popoli, delle culture, delle situazioni è molto più complesso di quello che non fosse nel 1918. È un rimescolio totale. In più c’è la grande incognita dell’Islam, una incognita in qualche modo imprevedibile. [… ] Siamo dinnanzi all’esaurimento delle culture. Non vedo nascere un pensiero nuovo né da parte laica, né da parte cristiana. Siamo tutti immobili, fissi su un presente, che si cerca di rabberciare in qualche maniera, ma non con il senso della profondità dei mutamenti. Non è catastrofica questa visione, è reale; non è pessimista, perché io so che le sorti di tutti sono nelle mani di Dio. La speranza non vien meno, la speranza che attraverso vie nuove e imprevedibili si faccia strada l’apertura a un mondo diverso, un pochino più vivibile, certamente non di potere. Questa speranza, globale in un certo senso, è speranza per tutto il mondo, perché la grazia di Dio c’è, perché Cristo c’è , e non la localizza in niente, tanto meno in noi.
L’unico grido che vorrei fare sentire oggi è il grido di chi dice: aspettatevi delle sorprese ancora più grosse e più globali e dei rimescolii più totali, attrezzatevi per tale situazione. Convocate delle giovani menti che siano predisposte per questo e che abbiano, oltre che l’intelligenza, il cuore, cioè lo spirito cristiano. Non cercate nella nostra generazione una risposta , noi siamo veramente solo dei sopravvissuti.
(Brani di un’intervista che si trova ora in BAILAMME n. 18-1

mercoledì 7 gennaio 2009

Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, Figlio di Davide



Dal 1 di novembre 2008 don Franco è nostro vicino di casa, condividiamo quanto ci dona nelle sue omelie.


Quando poco fa il salmo ci faceva pregare restituendo una risposta alla pagina del Cantico (Ct1, 1; 3,6-11), “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, Figlio di Davide”, davvero orientava, e bene, la nostra preghiera, perché di Lui si parla, è Lui lo Sposo che viene, è Lui il nuovo Re della Gloria: Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, Signore Gesù. E questa espressione di fede, carica di affetto, come la sentiamo estremamente sincera, in giorni così, segnati dalla Luce e dalla Grazia del Natale, perché, davvero, per mille ragioni e soprattutto, in ragione del perché sei venuto tra noi, nella forma in tutto simile alla nostra, noi ti riconosciamo come il più bello tra i figli dell’uomo, Figlio di Davide. E’ la nostra preghiera di questa mattina che s’accomuna a ogni sguardo che sa contemplare il Dono di Grazia del Signore.
E anche la pagina di Luca (12, 34-44) ci incoraggia in una direzione così: perché mai dovremmo tenere le vesti strette ai fianchi e le lampade accese e rimanere a vegliare? Perché Colui che viene e che verrà merita il meglio dell’attesa, merita un cuore che veglia, merita il desiderio di un incontro. E’ il Signore, farà ritorno dalle nozze! E, in verità vi dico – aggiunge il testo di Luca – si stringerà le vesti ai fianchi, vi farà mettere a tavola, passerà a servirvi. Mai avremmo immaginato così il volto del Maestro, così famigliare, così accogliente, così vicino, addirittura ci mette a tavola e passa a servirci, di questo rendiamo grazie.

don Franco Brovelli, omelia al Carmelo di Concenedo, 7 gen. 09

martedì 6 gennaio 2009

BENEDETTO XVI - La luce e le stelle


Dall’Epifania un messaggio per la vita

La Luce dell’Epifania dal piccolo Bambino si scinde in tre luminosi fasci che colpiscono tre momenti della vita di Gesù Cristo nella storia: i Magi che aprono la strada alla rivelazione del Dio d’Israele ai pagani, aspetto tanto privilegiato dalla sensibilità della tradizione latina; il Battesimo del Signore nelle acque del Giordano, cui guarda con stupore la tradizione orientale; le nozze di Cana in cui Egli si manifestò, compì cioè la sua “epifania”, e i discepoli al mutare dell’acqua in vino credettero in Lui.
Sono solo tre momenti, tre punti, nella storia della salvezza fissati nella cornice di un evento? Sarebbero in questo caso tre punti di luce ma di luce morta, oppure sculture di luce effimera. La misericordia di Dio nel venire incontro all’uomo e alla donna ha donato invece una Luce sempre viva, sempre presente che, irraggiando, stupisce chi vive nella fede. Papa Benedetto, sapientemente, lo rileva: «…che dovremmo dire noi, cari fratelli, specialmente noi sacerdoti della nuova Alleanza, che ogni giorno siamo testimoni e ministri dell’"epifania" di Gesù Cristo nella santa Eucaristia?».
Proprio da questo mistero sacramentale si diparte quella Luce che non abbandona mai, che riesce a penetrare le tenebre di questi giorni insanguinati e burrascosi, in cui ragioni politiche e militari si affrontano con la violenza e non con la diplomazia, con il terrore e non con la chiarezza che possa dirimere le questioni umane. Da questa Luce scaturisce la Luce di ogni giorno, di ogni momento, da cui nessuno, se lo vuole, è escluso: Egli, la Luce, sempre presente nel Sacramento.
Il Padre questa Luce ce la dona, in modo simbolico, nella stella che guida i Magi. Fiumi di inchiostro sono stati spesi per trovarne il nesso scientifico, ricostruirne i percorsi, individuarne la traiettoria. Papa Benedetto tutto questo scavo ben lo conosce, anche perché fede e ragione, fede e scienza, sono in lui dei pungoli, intellettuali e spirituali, che lo sollecitano ad un confronto senza soste, sia nel passo da tenere sia nella profondità delle conoscenze. «Il pensiero cristiano paragona il cosmo ad un "libro" – così diceva anche lo stesso Galileo –, considerandolo come l’opera di un Autore che si esprime mediante la "sinfonia" del creato». Questo “libro” si srotola dinanzi a noi ed è stupendo, suscita una meraviglia sempre nuova, le sue lettere vibrano di Luce e la trasmettono; sembra però che noi, creature umane, tutto si faccia e si tenti di fare per oscurarLa, per cancellare e lettere e pagine.
I disastri ecologici, l’inquinamento, le guerre, i disboscamenti (si potrebbe continuare con un elenco sterminato) costituiscono grandi ombre che coprono o mascherano la Luce. Filtri opachi, vie sabbiose. Eppure la Luce li trapassa, innesta il grande processo alchemico dell’amore, misterioso ma reale, affidato a quella «stella dell’evangelizzazione» che è Maria. Donna che brillò, ma non di luce propria e quindi non gettò fili propri nella storia, ma seppe accogliere la Luce e porgerla, donarla. Il fascio luminoso si diparte da qui, da un grembo che accolse e generò il tutto Luce, il Figlio di Dio che irruppe nelle tenebre e le convertì.
La rivoluzione cosmologica, cui accenna Papa Benedetto dandoci così la chiave di lettura dell’episodio evangelico, scuote le fondamenta del mondo e della storia, impone con la sua Luce la signoria del Servo, che diviene Uomo in carne ed ossa, ma rimane il Dio che governa con armoniosa sapienza il cosmo e lo mette nelle nostre mani: «Non c’è ombra, per quanto tenebrosa, che possa oscurare la luce di Cristo». Allora noi, semplici creature, capaci di gettare ombra, possiamo creare luce, diventare artefici, creatori, se esposti ai raggi luminosi: accogliamo la Luce e tutto da noi sarà trapassato di speranza, di incandescenza che contagia.
Benedetto ci dona anche quell’aspetto simbolico che a tutti è offerto e a cui nessuno può sottrarsi, una volta che il fascio di Luce abbia fatto irruzione nella sua coscienza: «Cari amici, in questo anno paolino, la festa dell’Epifania invita la Chiesa e, in essa, ogni comunità ed ogni singolo fedele, ad imitare, come fece l’Apostolo delle genti, il servizio che la stella rese ai Magi d’Oriente guidandoli fino a Gesù. Che cos’è stata la vita di Paolo, dopo la sua conversione, se non una "corsa" per portare ai popoli la luce di Cristo e, viceversa, condurre i popoli a Cristo? La grazia di Dio ha fatto di Paolo una "stella" per le genti».
Questa Luce ci fa stella, se lo desideriamo. Ogni giorno.

di Cristiana Dobner, in SIR, martedì 06 gennaio 2009

giovedì 2 ottobre 2008

Non solo idraulica!!!


E' di oggi questo articolo pubblicato su Avvenire, ci sembra una bella alternativa ai corsi di idraulica che alcune auspicano per la formazione permanente, pur senza precludere una simile preziosa manualità!!!

Le monache benedettine dell’Adorazione perpetua che tengono la Scuola di cultura monastica: «La clausura non è fuga dal mondo, ma servizio»
Lezioni di ebraico biblico in monastero DI ANNALISA GUGLIELMINO
Le finestre del monastero di via Bellotti non sono solo « aperte sul cielo». Fuori dalla clausura, c’è un mondo al servizio del quale si apre la chiesa delle benedettine dell’Adorazione perpetua: il corso elementare di ebraico biblico è l’ennesimo segno di questo servizio.
La «Scuola di cultura» per i laici è un’iniziativa che negli ultimi dieci anni, sotto il patrocinio del Pontificio ateneo Sant’Anselmo di Roma e dell’Istituto superiore di scienze religiose della Lombardia, ha offerto corsi di storia del monachesimo e delle Regole, d’iconografia, di arte delle miniature. Quest’anno il tema proposto è « Il monachesimo e il mondo » , che svilupperà l’ipotesi delle radici ebraiche del monachesimo cristiano (inizio: 20 ottobre). E per la prima volta, spiega la Priora del monastero, madre Maria Geltrude Arioli, « per ampliare le conoscenze del mondo ebraico e per fornire strumenti per lo studio approfondito della Parola di Dio, comincerà anche il corso di ebraico biblico » ( inizio: 23 ottobre). Ancora per alcuni giorni è possibile l’iscrizione.
«Una volta quando si parlava di monasteri, si evocava sempre l’immagine della “fuga dal mondo” – sorride madre Geltrude –. Ma questa definizione è assai parziale». La religiosa ricorda il recente intervento di Papa Benedetto XVI a Parigi, sulla funzione svolta dai monasteri benedettini nella edificazione della civiltà europea. «Anche oggi – aggiunge – questi elementi essenziali della vita benedettina sono attuali e vivi nelle realtà monastiche » . Come in via Bellotti, dove sorge il monastero delle benedettine del Santissimo Sacramento: proprio nel centro cittadino, le monache offrono la possibilità di frequentare la chiesa, sempre aperta, partecipando all’adorazione eucaristica, alla celebrazione della Messa cantata in gregoriano e delle ore liturgiche che ritmano il tempo delle giornate con il canto e la contemplazione della Parola di Dio. La sera che precede le più grandi solennità è poi possibile partecipare a veglie liturgiche secondo il rito latino o bizantino, animate dal canto di salmi o di inni orientali. Le stesse monache, inoltre, scrivono le icone sacre che adornano il monastero. «Tutto questo – conclude la priora – conferma che la clausura monastica è un modo per “aprirsi” di più, in modo solidale ed essenziale ai bisogni più veri delle persone ».

giovedì 4 ottobre 2007

Lectio XXVII domenica del tempo ordinario (anno C)

«Fino a quando Signore, implorerò e non ascolti, a te alzerò il grido: “Violenza!” e non soccorri? Perché mi fai vedere l’iniquità e resti spettatore dell’oppressione?».

La liturgia di questa domenica parte con uno dei gridi fondamentali dell’uomo… Uno di quelli che, quasi anche fisicamente, arrivano dalle tortuose profondità e tenebre del nostro cuore: “Perché Signore non hai ritratto la mia mano, quando si è alzata contro mio fratello? Perché non hai ritratto la mano di chiunque l’alzasse contro l’altro?”… Insomma: “Signore, perché non intervieni in questo nostro mondo?”…
Oggi forse la teologia (o chi per lei…) risponderebbe che la domanda è posta male… che il problema non è “Che fine ha fatto Dio?”, ma “Che fine ha fatto l’uomo?”… e per certi versi questa riflessione indirizza bene la questione…
Ma la radicalità del grido di Abacuc non può comunque essere eluso… Ogni risposta che si può tentare di dare, ogni riflessione che giustamente va fatta, deve però prima farsi esistenzialmente scarnificare dalla tragedia del dolore (in particolare di quello innocente), del male che l’uomo fa all’uomo, del terrore che questo grido rimbalzi inascoltato nello spazio infinito per sempre e che mai nessuno si farà carico (per dirla alla Sequeri) della ferita di un bimbo violato in qualche parte del mondo…
Non eludere, ma attraversare questa drammaticità della vita, della storia, del cuore dell’uomo, non vuol dire però diventare sordi all’eco di risposta che giunge alle orecchie del profeta: «È una visione che attesta un termine, parla di una scadenza e non mentisce; se indugia, attendila, perché certo verrà e non tarderà».
In effetti la scadenza attesa è arrivata…
Per la Chiesa Gesù è il termine del “silenzio di Dio”… è la sua risposta…
A prima vista una risposta che lascia un po’ sbigottiti… sembra una risposta che fa tutto tranne che rispondere: la questione del male resta non spiegata, tant’è che dopo duemila anni siamo ancora qui, con lo stesso grido che qualche secolo prima di Cristo aveva Abacuc nel cuore e sulle labbra…
Questo però non smentisce il fatto che Gesù sia la Parola di Dio, la rottura del suo silenzio, la sua Rivelazione… anzi… proprio perché parola di Dio, è così scostante rispetto alle parole degli uomini…
Gesù (o meglio il Padre, in Gesù) risponde al grido dell’uomo!
Ma risponde a modo suo
(“da Dio” qualcuno commenterebbe) non spiegando il perché o l’origine del male, ma assumendolo, attraversandolo: dopo quel crocifisso nessuno può più dubitare che “la ferita di un bimbo violato in qualche parte del mondo…” risuoni inascoltata per l’infinità vuota dell’universo.
Proprio questa “strana” risposta, costruita sulla logica della com-passione, del farsi uomo tra gli uomini di Gesù, tanto solidale da avere anche lui il suo grido “Dio mio perché mi hai abbandonato?”, diventa l’urlo soffocato di Dio all’uomo…
Solo ora, attraversata la tragicità dell’uomo e la tragicità di Dio, la risposta cui accennavamo prima diventa significativa: “Che ne è dell’uomo? Che ne è, in particolare dell’uomo in Cristo (= cristiano)?”…

Ed ecco l’ammonizione di Paolo: «Carissimo, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio che è in te […]. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di amore e di saggezza. […] Custodisci il buon deposito con l’aiuto dello Spirito santo che abita in noi».
All’urlo di Dio che trasuda la logica del com-patire, l’uomo può rispondere intrecciandosi con lo Spirito di Cristo… L’uomo diventa capace di rispondere all’urlo di Dio, che coincide con l’urlo di chiunque sia toccato dal male (cioè, ogni uomo), divenendo cristico, cioè inventando la sua vita assumendo la logica, la sostanza, il sangue, la carne, lo spirito, l’ essenza… di Cristo.

Questa è la fede che gli apostoli nel Vangelo chiedono a Gesù… Un rapporto talmente intenso che uno vive nell’altro (cfr. Paolo: «Non sono io che vivo, ma è Cristo che vive in me»).

In tutto questo che senso hanno le parole di Gesù…? Perché parla di servi, doveri, inutilità? Non sono questi termini che hanno una connotazione opposta ad ogni rapporto d’amore?
La lettura classica (non necessariamente quella “bigotta” che han fatto i preti, ma semplicemente quella immediata che ci giunge alla mente, forse per il dio-idolo-despota che abbiamo nel cuore) ci riporta a pensarci come servi (schiavi) di un dio onnipotente a cui per forza io dovrò qualcosa… e certo questo qualcosa sarà sempre inutile, insufficiente…
Cosa ci permette di scartare questa lettura? Il fatto che l’idea di dio (padrone) e di uomo (soggiogato a doveri e alla continua frustrazione per la sua inutilità davanti alla divinità) non corrispondono né all’idea di Dio né all’idea dell’uomo che ha Gesù.
Mi fa sorridere in proposito ripensare al fatto che prima di ragionarci su in questi giorni, questo brano di Luca mi stava proprio antipatico: infatti, alcuni ragazzi dell’oratorio che frequentavo da ragazza lo avevano appeso in una sala e continuamente rinfacciavano agli altri tutti i servizi che loro facevano dicendo ad alta voce proprio questa frase “Eh… cosa vuoi… tanto poi alla fine siamo servi inutili…”. E non si accorgevano che ribaltavano il senso di quell’espressione...
Io credo infatti che il “dovere” di cui qui si parla («quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato») sia riferibile solo al dovere che nasce dall’amore, dalla com-passione… dal fatto che davvero non posso non fare il bene di mio fratello (perché è questo quello che ci è stato ordinato…), devo farlo: dovevo aiutare Ale a preparare il bac, dovevo accogliere in casa un’amica affaticata che mi ha riversato addosso 500.000 parole a volume impressionante, dovevo...
Ma è davvero il dovere degli innamorati… che davvero per l’amata/o farebbero qualsiasi cosa… sentono che devono e non lo leggono proprio come una costrizione frustrante!!
È il bene che vuoi all’altro che ti obbliga.
E in quest’ottica anche l’essere “servi” e l’essere “inutili” trovano un’altra risonanza…
Volere bene è sempre “mettersi a servizio”, esserci per l’altro e non per sé.
E questo è inutile di sicuro… non mi fa guadagnare (anzi nella logica del “do ut des” concretamente ci perdo di sicuro)… non mi fa guadagnare neanche “punti paradiso”… ma perché?
Perché non c’è niente da guadagnare… infatti “fare quello che dobbiamo fare” è proprio solo entrare nel Regno, vivere da innamorati con tutti, metterci al servizio, com-patendo con tutti i figli che, come dice De Andrè: “se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”!
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

I più letti in assoluto

Relax con Bubble Shooter

Altri? qui

Countries

Flag Counter