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sabato 5 febbraio 2011

V Domenica del Tempo Ordinario: Insaporiremo e illumineremo la storia con l'amore che sapremo far circolare

In questa quinta domenica del Tempo Ordinario (e nelle prossime tre) torniamo a guardare parole evangeliche che da tanto tempo non sentivamo… tre anni fa, infatti, in questo stesso periodo dell’anno, eravamo già in Quaresima e i brani di questo mese di febbraio erano sostituiti con i testi specifici di quel periodo – cosiddetto – “forte”.


Quest’anno invece, con una Pasqua così lontana, facciamo in tempo ad ascoltarci gran parte del “Discorso della montagna” (Mt 5,1-7,29) – e per fortuna (!) perché è una delle sezioni più significative del vangelo – cosicché dopo le beatitudini di settimana scorsa, ci ritroviamo oggi fra le mani il proseguimento di quel medesimo discorso che Gesù fa alle folle e in particolare ai suoi. Sono loro quel “voi” a cui fa appello al termine dell’elenco delle beatitudini: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Se è vero – come dicevamo settimana scorsa – che l’idea di felicità che emerge dall’elenco dei beati che Gesù fa, è quella di chi nella vita si dà come unico e assoluto scopo quello di alzare il tasso d’amore nel mondo, anche l’essere “sale” e l’essere “luce” non può che andare in questo senso. Per Gesù il sapore da dare a questa nostra storia umana (personale e universale) e la luce sotto cui metterla è quella del bene dell’altro…

E questo per rendere «gloria al Padre vostro che è nei cieli».

È su questo punto che vorrei soffermarmi oggi… Su questa curiosa espressione “rendere gloria a Dio” (che Gesù chiama sempre Padre). Perché mi chiedevo… Cosa vorrà dire questo “rendere gloria”? Istintivamente mi saltano alla mente le teofanie dell’Antico Testamento, o gli incensi dei nostri riti religiosi, o momenti di particolare devozione…

Eppure le parole “stroncanti” di Gesù nel vangelo di Giovanni («Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. […] Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità», Gv 4,22-23) giungono come un monito a frenare questo sviluppo semantico della locuzione “rendere gloria a Dio”.

Allora, forse, è meglio scendere un po’ più “terra terra” e provare a dire con parole nostre cosa potrebbe significare questa espressione… che a me, per esempio, diviene chiara se provo a sostituirla con quest’altra: “far contento il Padre”… che è molto diverso dall’accontentarlo!

So che forse letteralmente non è proprio la stessa cosa e che gli studiosi del greco biblico e della filologia avrebbero qualcosa (di più preciso) da dire… Però, mi pare che tradurre “rendere gloria a Dio” con “farlo contento” renda bene l’idea di quello che voleva dire Gesù…

Soprattutto perché, se stiamo a vedere, ciò che invera questo invito sono – curiosamente – le «vostre opere buone» sulla terra! Esse fanno contento il Padre «che è nei cieli».

E in cosa consistano queste “opere buone” sulla terra, è lì a ricordarcelo in maniera inequivocabile la prima lettura, tratta dal libro del profeta Isaia: «Non consiste forse [il digiuno che voglio] nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”. Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio».

Dove la cosa curiosa è lo strano modo che il Padre ha di chiedere una corrispondenza al suo amore: “Io ti amo” – dice il Padre (e questo è indubbio, è la buona notizia del vangelo per tutti, anche per i più peccatoracci di tutti! È ciò che è ‘fuori discussione’ per Gesù, che ha speso tutta la sua vita solo per dirci questo, senza arretrare mai di un passettino, neanche quando lo scontro s’è fatto duro e per testimoniare fino alla fine solo l’amore, ha deciso di farsi male solo lui – nessun altro si fa male durante la sua passione, perché anche il servo a cui viene tagliato l’orecchio, lui lo guarisce! Nessuno viene nemmeno maledetto: Gesù muore perdonando i suoi carnefici: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno», Lc 23,34… Solo lui muore della morte dei maledetti: «l’appeso è una maledizione di Dio», Dt 21,23. È la vittoria dell’inappellabilità del suo amore: non lo ha smentito mai, nemmeno quando – umanamente parlando – avrebbe avuto il diritto di dire “adesso basta”… e invece no… il basta non arriva mai…). “Io ti amo – dice dunque il Padre – se vuoi accogliere il mio bene e ricambiarlo, beh, fallo ricircolare su un altro, ama tuo fratello, il tuo prossimo, chi ti si pone sul cammino…”.

Ecco l’inedito! Come se io avessi un moroso e gli dicessi: “Sì però ricambia il mio bene amando un’altra…”… Ma come!!?!? È un po’ strano… Ma è così perché per Lui ogni “altro”, ogni “altra” è suo/sua! Cosa che a noi, invece, risulta una logica inconcepibile, o perlomeno molto difficile da accettare e incarnare… per questo ci facciamo continuamente la guerra (e non solo quella con le armi… ma quella dell’affermazione dell’io…).

Invece Lui che è nei cieli, ma è molto più “terra terra” di noi, ci invita a sostenere lo sguardo di fronte a questo inaudito modo di stare al mondo, perché è quello vero, è quello che porta alla beatitudine di cui parlavamo domenica scorsa… È l’invito a non perderci in tante parole e cerimonie, incensi e devozioni, ma a far vedere che accogliamo e ricambiamo il suo amore, amando i nostri fratelli, suoi figli: «Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20). Non a caso, quando Gesù invia i suoi ad annunciare il vangelo (cioè la buona notizia che Dio è un Padre che ama i suoi figli), li manda a due a due, convinto com’è che renderanno testimonianza non per le grandi parole che diranno o per le grandi opere che faranno, ma per l’amore con cui si ameranno: questo persuaderà le genti: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

Ma è evidente che per fare tutto questo è necessaria una conversione… perché noi ancora non siamo persuasi che Dio sia sempre e solo un Padre da cui viene sempre e solo il bene per l’uomo (anche peccatore, come me!). È per questo che Gesù vi insiste tanto e non fa nient’altro – praticamente – nella vita che ribadire, nelle parole e nei gesti, nelle scelte e nelle reazioni, nelle relazioni e nei modi di porsi, che il Dio vero è il Papà (l’Abbà) degli uomini, Colui che li abilita a vivere e dal quale non hanno niente da temere. Vi insiste tanto, soprattutto coi suoi, perché sa che «Si è immagine per gli altri solo di quel Dio che si ha dentro» [Giuliano] e se si vuole arrivare fino ai confini del mondo col vangelo, è per dare l’annuncio lieto di un Dio così, non di un altro, fatto a nostra immagine…

Uno che indubbiamente c’è riuscito è san Francesco, che non a caso, in una lettera ad un superiore, scrive:

«In questo modo intendo conoscere se tu ami il Signore e me servo suo e tuo, se farai questo, cioè che non vi sia alcun frate nel mondo, che avrà peccato quanto poté peccare, che dopo aver visto i tuoi occhi, non si allontani senza aver avuto il tuo perdono, se chiede il tuo perdono. E se non chiede perdono, chiedigli tu se vuole essere perdonato. E se poi peccasse migliaia di volte davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo, per trarlo al Signore; e abbi sempre misericordia di questi frati…».

martedì 6 gennaio 2009

BENEDETTO XVI - La luce e le stelle


Dall’Epifania un messaggio per la vita

La Luce dell’Epifania dal piccolo Bambino si scinde in tre luminosi fasci che colpiscono tre momenti della vita di Gesù Cristo nella storia: i Magi che aprono la strada alla rivelazione del Dio d’Israele ai pagani, aspetto tanto privilegiato dalla sensibilità della tradizione latina; il Battesimo del Signore nelle acque del Giordano, cui guarda con stupore la tradizione orientale; le nozze di Cana in cui Egli si manifestò, compì cioè la sua “epifania”, e i discepoli al mutare dell’acqua in vino credettero in Lui.
Sono solo tre momenti, tre punti, nella storia della salvezza fissati nella cornice di un evento? Sarebbero in questo caso tre punti di luce ma di luce morta, oppure sculture di luce effimera. La misericordia di Dio nel venire incontro all’uomo e alla donna ha donato invece una Luce sempre viva, sempre presente che, irraggiando, stupisce chi vive nella fede. Papa Benedetto, sapientemente, lo rileva: «…che dovremmo dire noi, cari fratelli, specialmente noi sacerdoti della nuova Alleanza, che ogni giorno siamo testimoni e ministri dell’"epifania" di Gesù Cristo nella santa Eucaristia?».
Proprio da questo mistero sacramentale si diparte quella Luce che non abbandona mai, che riesce a penetrare le tenebre di questi giorni insanguinati e burrascosi, in cui ragioni politiche e militari si affrontano con la violenza e non con la diplomazia, con il terrore e non con la chiarezza che possa dirimere le questioni umane. Da questa Luce scaturisce la Luce di ogni giorno, di ogni momento, da cui nessuno, se lo vuole, è escluso: Egli, la Luce, sempre presente nel Sacramento.
Il Padre questa Luce ce la dona, in modo simbolico, nella stella che guida i Magi. Fiumi di inchiostro sono stati spesi per trovarne il nesso scientifico, ricostruirne i percorsi, individuarne la traiettoria. Papa Benedetto tutto questo scavo ben lo conosce, anche perché fede e ragione, fede e scienza, sono in lui dei pungoli, intellettuali e spirituali, che lo sollecitano ad un confronto senza soste, sia nel passo da tenere sia nella profondità delle conoscenze. «Il pensiero cristiano paragona il cosmo ad un "libro" – così diceva anche lo stesso Galileo –, considerandolo come l’opera di un Autore che si esprime mediante la "sinfonia" del creato». Questo “libro” si srotola dinanzi a noi ed è stupendo, suscita una meraviglia sempre nuova, le sue lettere vibrano di Luce e la trasmettono; sembra però che noi, creature umane, tutto si faccia e si tenti di fare per oscurarLa, per cancellare e lettere e pagine.
I disastri ecologici, l’inquinamento, le guerre, i disboscamenti (si potrebbe continuare con un elenco sterminato) costituiscono grandi ombre che coprono o mascherano la Luce. Filtri opachi, vie sabbiose. Eppure la Luce li trapassa, innesta il grande processo alchemico dell’amore, misterioso ma reale, affidato a quella «stella dell’evangelizzazione» che è Maria. Donna che brillò, ma non di luce propria e quindi non gettò fili propri nella storia, ma seppe accogliere la Luce e porgerla, donarla. Il fascio luminoso si diparte da qui, da un grembo che accolse e generò il tutto Luce, il Figlio di Dio che irruppe nelle tenebre e le convertì.
La rivoluzione cosmologica, cui accenna Papa Benedetto dandoci così la chiave di lettura dell’episodio evangelico, scuote le fondamenta del mondo e della storia, impone con la sua Luce la signoria del Servo, che diviene Uomo in carne ed ossa, ma rimane il Dio che governa con armoniosa sapienza il cosmo e lo mette nelle nostre mani: «Non c’è ombra, per quanto tenebrosa, che possa oscurare la luce di Cristo». Allora noi, semplici creature, capaci di gettare ombra, possiamo creare luce, diventare artefici, creatori, se esposti ai raggi luminosi: accogliamo la Luce e tutto da noi sarà trapassato di speranza, di incandescenza che contagia.
Benedetto ci dona anche quell’aspetto simbolico che a tutti è offerto e a cui nessuno può sottrarsi, una volta che il fascio di Luce abbia fatto irruzione nella sua coscienza: «Cari amici, in questo anno paolino, la festa dell’Epifania invita la Chiesa e, in essa, ogni comunità ed ogni singolo fedele, ad imitare, come fece l’Apostolo delle genti, il servizio che la stella rese ai Magi d’Oriente guidandoli fino a Gesù. Che cos’è stata la vita di Paolo, dopo la sua conversione, se non una "corsa" per portare ai popoli la luce di Cristo e, viceversa, condurre i popoli a Cristo? La grazia di Dio ha fatto di Paolo una "stella" per le genti».
Questa Luce ci fa stella, se lo desideriamo. Ogni giorno.

di Cristiana Dobner, in SIR, martedì 06 gennaio 2009

giovedì 28 febbraio 2008

Colui che parla con te... è proprio lui!

io sono la luce del mondo!
difficile dire se questo brioso racconto della guarigione del cieco nato sia stato, nelle prime comunità cristiane, una delle ispirazioni determinanti per capire il sacramento del battesimo e disegnarne il rito, o sia stata la comprensione sempre più profonda del mistero battesimale che ha fatto riscoprire la forza educativa di questo “segno” di Gesù, come un eccezionale percorso paradigmatico di scoperta e maturazione della fede in lui! Il resoconto di questa vicenda, come è adesso nel vangelo, è comunque una delle descrizioni più appassionate di come Gesù compie l’ “opera” di colui che lo ha mandato per salvare il mondo ‑ come “luce” del mondo! Dunque, per l’uomo sembrerebbe una questione di vista, difettosa dalla nascita, per cui non riesce a vedere bene le cose, né se stesso, né Dio. Ma di fatto, l’intervento di Gesù è descritto come una “creazione nuova”, dai simboli forti e sorprendenti. La vista è ricreata dalla polvere della terra, impastata come fango con lo sputo (l’ “alito” umido della bocca di Gesù). Con questo sembra imbrattare e oscurare ancor più gli occhi. Ma il cieco si fida e va alla fonte dove Gesù l’aveva inviato, e di fatto, una volta lavati gli occhi, “ tornò che ci vedeva”! Se fosse stata solo una questione di vista, il miracolo è finito qui – un generoso gesto di misericordia.
... ma c’è una premessa: il primato dell’amore sul peccato.
una premessa discriminante, che va chiarita fin dall’inizio, per non trascinare un’ambiguità di fondo che avvelena poi tutta la vita ( e la nostra teologia!). Alla domanda antica quanto l’uomo: chi ha peccato? Gesù risponde decisamente: la causa del male radicale dell’uomo (la cecità dalla nascita!) non è colpa dell’uomo, né come singolo, né come famiglia umana... Anche se la voglia di accusare (è colpa tua!) resta invincibilmente radicata nel cuore dell’uomo, al punto che ha poi bisogno di un capro espiatorio e tutta la storia delle religioni è insanguinata dai sacrifici delle vittime su cui si è tragicamente proiettato questo inspiegabile male che ci soffoca la vita, prima ancora che ne siamo colpevoli. Tanto più che l’accusa viene contemporaneamente tanto introiettata dentro di noi, soprattutto nei più deboli (è colpa mia!) – fino da uccidere in loro il gusto della vita e la possibilità di ritrovare speranza (che è la luce della vita!). Gesù non da spiegazioni ulteriori, ma annuncia e rende vera una notizia lieta (un vangelo): le situazioni più dolorose ed oppressive nelle quali l’uomo si trova invischiato, qualunque ne sia la causa, non sono mai un castigo di Dio, sono piuttosto il luogo della manifestazione delle “opere di Dio” ‑ prima c’è sempre l’amore - la salvezza dell’uomo! ... Di qui comincia il cammino di speranza di chi accoglie la luce.
la costruzione della nuova identità
Infatti vedere la luce è solo l’inizio – perché da qui in avanti “credere” diventa soprattutto una questione di cuore, al quale la Parola di Gesù, che ha guarito la vista, apre orizzonti impensati – addirittura di rovesciamento e ricostruzione totale della “identità umana”, trasformandola progressivamente in identità “cristiana”, propria del discepolo di Gesù. La Parola, infatti, manifesta al discepolo verità nuove, che i sapienti e gli intelligenti di questo mondo non capiscono o ritengono follia o stoltezza: le beatitudini, il perdono, anzi l’amore dei nemici, la misericordia come essenza di Dio e chiave per capirlo... e infine seguire Cristo nel portare il male del mondo fino a consegnare la propria vita per testimoniare che solo l’amore è efficace a costruire di qua l’al di là!
Ecco i tratti vivacissimo di questo cammino esemplare di maturazione della fede:
1. il discepolo neofita non sembra più lui. L’identità è un processo complesso, un intreccio di relazioni che costituiscono l’io, intessendo la sua autobiografia vivente. Ma i nuovi occhi, spalmati dal contatto così “terrestre” con l’umanità di Gesù, riplasmati dalla sua Parola (vai, lavati!) vedono irrompere nella nuova consapevolezza di sé orizzonti, criteri, schieramenti completamente nuovi e disomogenei. Attorno a lui, i più vicini, stupiti, se ne accorgono subito, proprio a lui, pongono il dubbio sulla sua identità. E lui, che davvero è cambiato, ribadisce con una decisione che non vuole dare spazio a ripensamenti: sono proprio io! Ma cosa ti è successo? Come mai ci vedi?... Nasce la sua prima vera testimonianza “cristiana”: è stato quell’uomo, chiamato Gesù! Infatti, Gesù, riconosciuto Signore, l’ha fatto signore... e re, cioè libero dalla pressione sviante della gente, ma dipendente solo dalla Parola, che l’ha unificato e identificato!
2. l’impatto incombente con l’ordine costituito! un prodigio così impressionante come risanare dalla cecità, vuol dire trasformare un uomo. Non può non avere un impatto sociale eversivo. I maestri e detentori del potere, colti quanto interessati, si dividono sull’interpretazione del fatto, sbalorditi dall’evento, ma ancor più preoccupati dalla violazione della legge del sabato... I Farisei di ogni tempo sanno la teologia e la morale ma non sono più appassionati alla vita, puri esecutori d’ogni piccola regola che impongo indiscriminatamente, perché non si commuovono mai. Scrutano i codici e non vedono più la faccia della gente! Il credente vede la differenza con l’esperienza di luce, di vita e di libertà che ha ricevuto. La provocazione gli fa fare un passo importante: capisce che chi gli ha aperto questi orizzonti non può che essere un profeta, qualunque cosa si dica di lui!
3. il distacco dalla tribù del sangue. Ma nessuno è profeta in patria sua. Vedere le cose dal punto di vista della Parola di Dio, vuol dire partecipare della sorte del profeta ... Chi ti era vicino fino a ieri, adesso ha paura. I vincoli di prossimità del sangue non tengono, se non sono convertiti in quelli della fede e della speranza. I ricatti del potere, il terrore di perderne la protezione e il consenso, genera distacchi, misconoscimenti e perfino tradimenti... La solitudine mette a dura prova la fede nella Parola... Ma bisogna insieme rimanere fedeli ed insieme aver compassione di questi poveri spaventati e smarriti.
4. la reazione immunitaria. Il problema dell’autorità non è il prodigio che un cieco adesso ci veda, che un ignorante gioisca della verità che lo rende uomo, che il deserto di solitudine del suo cuore fiorisca di speranza... Costoro si preoccupano soltanto se tutto è fatto secondo le loro tradizioni e sotto il loro controllo... Hanno una sapienza mortifera che si basa sul passato. Non vedono più i germogli che premono alla vita. Sanno già tutto. Il nuovo non è previsto, dunque non esiste – o comunque va soppresso. Il loro potere cresce solo sulla paralisi dell’amore e della compassione. E se vogliono mantenere questo monopolio del potere, hanno ragione, perché un briciolo di verità della più mite e semplice dialettica lo fa crollare: questo è strano, che voi non sapete da dov’è, ...ma se non fosse da Dio non avrebbe potuto far nulla! E lo espulsero fuori, anticipando in lui il sacrificio sacerdotale del suo maestro (Eb 13,12s). Infatti, rimasti senza argomenti efficaci, non rimane che tornare al primato del peccato sull’amore liberante, per mettere zitta la verità dei fatti (sei tutto concepito nel peccato, e tu insegni a noi?)
5. solitudine e compagnia del cristiano. Ormai senza famiglia, senza sinagoga, senza elemosina (perché ormai ci vede)... è un emarginato totale! Allora Gesù lo cerca e lo incontra: credi tu nel figlio dell’uomo? Non è un incontro “spirituale” autoprodotto dalla tensione interiore... Sono maturate le condizioni storiche, interiori ed esteriori, di uno sradicamento doloroso e violento da ogni acquiescenza alla logica pervasiva della competizione del sapere e del potere – e così avviene uno sbilanciamento totale, interiore ed esteriore, verso la Parola ascoltata e perseguita. Ma chi è Signore, perché io creda in lui? Gesù risponde: lo vedi! colui che parla con te, è lui stesso! Configurato a lui attraverso le tappe sconcertanti e quasi trascinato sulla strada stretta ... dietro la Parola che lo ha risanato – la Parola stessa si manifesta come “persona”, come amore, compagnia e accudimento ... sperimentato (lo vedi!). E gli avvenimenti e le Scritture non trasmettono più soltanto la Sua voce, ma lui stesso “fa” l’identità del cristiano (...colui che parla con te, è lui stesso!).

approfondimenti sul percorso...
“...per avvicinarsi al tema dell’esperienza di Gesù dobbiamo distinguere tra identificazione e identità. Molti cristiani si appagano dell’identificazione di Gesù: un uomo, figlio di Maria, che è vissuto a Nazaret, è morto su una croce sotto Ponzio Pilato, è risorto... e tutti gli altri dati che la tradizione ci ha tramandato per identificarlo. In questo modo sappiamo di cosa parliamo – ma non necessariamente conosciamo chi sia. L’identificazione di Gesù di Nazaret, che ci dà la possibilità di non confonderlo con nessun altro personaggio, non è la stessa cosa che la sua identità, che ci dà la possibilità di conoscerlo.
Per conoscere l’identità di una persona ci vuole amore, ci vuole fede, occorre che uno la scopra personalmente, si apra ad essa. È in questo incontro faccia a faccia, da persona a persona, da tu a tu, da amante ad amante, che l’altro viene conosciuto nella sua personalità e che il conosciuto trasforma il conoscente e il conoscitore il conosciuto. Questo è il mistero dell’identità della persona. La madre conosce l’identità del figlio, mentre i dati anagrafici servono solo per la sua identificazione.
Per conoscere l’identità di Gesù di Nazaret è necessario incontrare la sua persona. La storia ci descrive solo i personaggi. Ma non possiamo incontrare una persona nel passato. Del passato si può avere un ricordo, un’anamnesis, una credenza ‑ e una credenza fragile, certamente, perché fragili sono i suoi paradigmi storici. Possiamo credere negli avvenimenti di Betlemme o credere in altri fatti della vita di Gesù, ma non possiamo dire che abbiamo l’esperienza di Betlemme, dell’Incarnazione e della tomba vuota, perché non eravamo là e non abbiamo veduto. L’esperienza non è un ricordo, l’esperienza è un fatto che ci accade e ci trasforma, anche se può trovare il suo fondamento in una memoria attualizzata, nel qual caso è una memoria ritrasmessa dalle generazioni precedenti.
Se Cristo è solamente un personaggio storico, l’esperienza del cristiano si riduce all’esperienza esistenziale prodotta dal ricordo della sua vita, ritrasmessa mediante la memoria che di lui si è conservata. In questo caso gli esperti hanno la massima autorità e il cristianesimo si riduce ad una religione del Libro!
Ma per il cristiano, l’esperienza di Gesù è l’esperienza di Gesù Risorto, vale a dire del Cristo vivente, hic et nunc, oggi e sempre, per dirla con S. Paolo. Non è un’esperienza storica ma metastorica, personale e intrasferibile. Avviene nel tempo, ma non è storica, questo è ciò che rende tale esperienza così potente e allo stesso tempo così difficile da comunicare. È l’atto di fede che attualizza questa esperienza dell’ineffabile, che per i cristiani si realizza “in e attraverso Cristo”. Chi non ha avuto l’esperienza di essere risuscitato da Cristo ‑ anche se si definisce cristiano e si ritiene ortodosso (identificando doxa con dottrina) ‑ non potrà dire come i samaritani. “...non è più sulla tua parola che noi crediamo ...noi stessi abbiamo udito e sappiamo...” Non potrà capire l’incipit ‘sensuale’ della prima lettera di Giovanni, né la maggior parte dei testi delle Scritture – e anche della tradizione ‑ cristiane. Il Cristianesimo non è una religione del Libro, ma una religione della Parola – della Parola viva udita e colta nella sua forza trasformante, da coloro che hanno orecchie per udire...”
[R. Panikkar, L’esperienza di Dio, Queriniana 1998, p. 71]

martedì 9 ottobre 2007

Dio... ridi!



“Risplenda su di noi, Signore,
la luce del tuo volto
Salmo 4,7
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