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venerdì 5 giugno 2009

La sorgente dell’amore!

«Andate, consegnate e fate ripetere le mie parole a tutte le genti. Immergetele nel Nome del Padre, Colui che crea parlando; del Figlio, la Parola creatrice che il Padre pronuncia sempre nella materia vivente; dello Spirito, l’energia divina vivente che guida il creato verso la sua trasfigurazione»
Il segno e le parole del “Dio cristiano”
…ci sono voluti solo pochi anni dalla morte e resurrezione di Gesù perché già si battezzasse e si celebrasse l’eucaristia nel segno e nel nome di questo Dio “Padre e Figlio e Spirito Santo”.
…ci vorranno più di tre secoli perché concili ecumenici, vescovi e teologi, con grande fatica e conflitti, affinino la loro comprensione del mistero trinitario, il mistero centrale della fede cristiana, fino ad elaborare un “simbolo della fede” che esprima senza devianze né censure il cuore dell’intimità di Dio stesso, fin da quando ha tanto amato il mondo da mandare il figlio suo unigenito per salvarci… e in lui, Gesù, abbiamo intravvisto colui dal quale veniva e verso il quale tutti, con il suo Spirito, camminiamo.
… ci sono voluti millenni, anche se stava scritto subito da principio che “Dio è amore”, perché il lungo percorso socioculturale dei cristiani riuscisse a integrare (e siamo solo all’inizio!) ciò che nel lungo peregrinare dell’umanità era faticosamente emerso in Cristo; ciò che “i profeti di ogni popolo e nazione ” hanno sempre intuito e testimoniato… al di là di tutte le amare e talora sanguinose smentite storiche: che l’arma più efficace di trasformazione del mondo è l’Amore, perché è l’essenza stessa di Dio. E dunque, in Dio c’è movimento del cuore, c’è relazione plurale… ci sono volti che si amano… un Io, un Tu, un noi . Come dire che “amare”, in Dio, non è solo ciò “che si fa”, ma “ciò che si è”! Credere in lui vuol dire aprirsi, lasciarsi avvolgere e impregnare, seppure nelle dosi minuscole a noi accessibili, dal suo “intimo infinito circuito di benevolenza divina” nella storia… Questo doveva essere la missione della chiesa, portatrice del mistero cristiano: andate… fate discepoli tutti i popoli… battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Cosa abbiam capito del mistero di Gesù nella storia
Oggi la chiesa celebra, a sintesi del ciclo pasquale, la festa della Trinità: un Dio che è, dunque, comunione, relazione, famiglia… Padre, Figlio e Amore che spira tra loro, per usare le parole umane che richiamano la nostra esperienza originaria di amore vitale. Non la solitudine di un motore immobile, ma una realtà dinamica, interpersonale, viva e relazionale. Dire …“Famiglia” o comunità, non vuol dire un’entità monolitica, statica: ma vuol dire tutto un insieme di desideri, di dinamiche, di rapporti, di situazioni… che abbiamo provato, per disporci ad accogliere infinitamente di più, come a noi si è rivelato in Gesù e nel dono del suo Spirito. Dio si è rivelato, così com’era… “nella sua economia”, direbbero i padri greci, cioè nella sua misteriosa e talora incomprensibile strategia di salvezza, come si è incarnata dentro la nostra storia – dove, con instancabile pazienza e ostinazione, ha combattuto contro le maschere che la paura e la volontà di potenza dell’uomo gli attribuivano. Un Dio sempre diverso, imprevedibile e incontenibile negli schemi umani, un Dio sperimentato e trasmesso come comunione di molteplici interventi e presenze, fraintendimenti e ricomprensioni. Un Dio, alla fine, annunciabile solo… nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo… Con queste parole cariche di senso i discepoli di Gesù hanno cercato di esprimere l’esperienza della fede a cui Gesù li aveva educati. Il mistero della Trinità è il germe segreto e potente che sta impregnando lo spessore storico della loro avventura umana sulla terra. La fede è il dono della consapevolezza e della partecipazione all’amore del Padre verso il mondo, realizzato in Cristo e in corso di elaborazione nello Spirito. Ma la comunità dei credenti, depositaria privilegiata di questo segreto, fa una fatica improba a convincersene e impegnarvi la vita, perché l’esperienza che chiameranno poi trinitaria sconvolge ogni barriera, ogni schema, ogni prudenza… come si vede negli “atti” degli apostoli e nelle varie lettere pastorali… dell’età sorgiva della Chiesa.
Missione trinitaria, missione universale
“Fermiamoci a considerare le parole che sono il centro della liturgia di questa domenica:
«Andate, consegnate e fate ripetere le mie parole a tutte le genti. Immergetele nel Nome del Padre, Colui che crea parlando; del Figlio, la Parola creatrice che il Padre pronuncia sempre nella materia vivente; dello Spirito, l’energia divina vivente che guida il creato verso la sua trasfigurazione» (cfr. Mt 28, 19). Traduzione un po’ lunga, ma necessaria per la liberazione dell’immagine trinitaria dagli algebrismi che sopra vi abbiamo costruito. Ho parafrasato le parole: «ammaestrate» con «consegnate e fate ripetere le mie parole»; Gesù non conosceva altro modo di ammaestramento che quello proprio della sua gente. Ancor oggi presso i popoli semiti, ebrei e arabi, l’insegnamento della Rivelazione è basato sulla ripetizione ritmica delle parole dei testi sacri; ripetizione che fa scendere le parole in tutto l’essere del recitante e lo predispone all’ascoltazione di Colui che le ha pronunciate e che, con voce percepibile dall’orecchio interiore, continua a pronunciare… «Battezzandole», dice la traduzione; essa limita la parola di Cristo al battesimo sacramentale; il verbo «immergetele», invece, comprende il primo ma anche molto di più: inondate il mondo con l’onda del Nome. Del Nome dal quale derivano tutti gli altri nomi, anche quelli del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. I nomi delle cose visibili e invisibili discendono dal primo ineffabile Nome; fermarsi a uno di essi è distaccarlo dalla sua sorgente, compiere atto d’idolatria, alterare l’armonia dei mondi. I credenti hanno la missione di immergersi e di immergere nell’onda trinitaria tutto il creato. Di vivere cioè la certezza di fede che il creato non è la risultante di un cieco impulso di cellule mosse dal caso o dalla necessità, ma lo straripamento di una Coscienza infinita che su tutti gli esseri amorosamente vigila: questa è la immersione nel Padre (Giovanni Vannucci, «La fioritura della vita», in Verso la luce, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Festa della Santissima Trinità - Anno B; Pag. 97-100).
Evangelizzare – cioè educare ad amare…
La missione della chiesa – che inizia con questi primi discepoli di Gesù è dunque di annunciare l’amore che li ha chiamati, trasformati nel cuore e nella mente, e spediti nel mondo a “immergere” l’umanità… nel nome di questo Dio Padre e Figlio e Spirito santo. Tutto il resto è secondario e dipende da qui. “La carità (l’agape) è davvero il « cuore « della Chiesa, come aveva ben intuito santa Teresa di Lisieux, che ho voluto proclamare Dottore della Chiesa proprio come esperta della scientia amoris: «Capii che la Chiesa aveva un Cuore e che questo Cuore era acceso d’Amore. Capii che solo l’Amore faceva agire le membra della Chiesa [...] Capii che l’Amore racchiudeva tutte le Vocazioni, che l’Amore era tutto»… Che cosa significa questo in concreto? … Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità. Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico, dunque, come « uno che mi appartiene «, per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni , per offrirgli una vera e profonda amicizia. (Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte, §42s)
…alcuni però dubitavano.
È consolante che l’atteggiamento dell’animo dei discepoli, in questo momento solenne in cui “tutto” è affidato al cuore e alla responsabilità di Cristo, che se ne sta tornando al Padre, sia lacerato tra adorazione, cioè affidamento totale a lui, e dubbio… Dubitavano non tanto di Dio (allora era impensabile!) ma dubitavano se bisognasse proprio “passare” da un fede monolitica, unitaria, discriminante… ad una fede dinamica, evolutiva, trinitaria, macerata nella storia, e sempre daccapo da ricondurre al Padre, al Figlio e al loro Amore. E se bisognava lasciarsi recuperare sempre là dove la sorgente sembrava sparire, nelle discariche, vicino agli uomini scartati, come il fondatore della nostra fede, perché disomogenei alle architetture e dogmatiche dei progetti umani.
“Non possiamo fermarci al Nome del Padre, ma vivere la realtà del Figlio. La realtà del Figlio è nel sentire che la terra, la carne, la materia sono il frutto della parola pronunciata da Colui che parla e crea, la sua corporificazione: la Parola si è fatta carne. Dal Figlio nasce l’amore per la terra, il coraggio di credere al suo destino, di amarlo, di anelare alla sua luminosa realizzazione. Amore che non è fine a se stesso, ma è chiamato ad andare sempre oltre, finché tutto non approderà nell’infinita coscienza, nell’infinito amore, nell’infinita libertà dei figli di Dio, immergendo in tal modo il creato nello Spirito” (Giovanni Vannucci, idem).

domenica 2 marzo 2008

Godere la pace con riconoscente eucaristia

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». (Gv 9,1-41)


· Vorrei cercare di leggere il Vangelo di oggi in una prospettiva capovolta: Non tanto “leggere” quanto piuttosto cercare di “farci leggere”. Questo per far emergere quello che il testo dice e non ciò che la nostra precomprensione teologica e/o dogmatica e/o “spirituale” vuole fargli dire: perché solo la verità della Parola è salvifica.
Penso che “diventare bambini” per entrare nel “Regno del Padre” significhi anche questo: bambini nel cuore e nella testa, bambini che si reputano “ignoranti”, bisognosi di apprendere; “ciechi”, bisognosi di guida. Tornare bambini vuol dire qui anche saper mettere tra parentesi le nostre conoscenze acquisite negli anni di studio e di esperienza, provare a fare in qualche modo “tabula rasa”, per quanto possibile, per lasciarci istruire solo dal Vangelo di oggi, solo dalla prospettiva di Giovanni.
Quindi se anche noi fossimo imbevuti di verità foss’anche “angelica”, proviamo ora a lasciarci scioccare, sbigottire, da quella di Giovanni che, meno interessata a problematiche puntuali (a cui spesso le lettere di Paolo fanno riferimento) dilata lo sguardo su orizzonti nuovi della realtà umana. Neanche vogliamo qui preoccuparci ora di come “armonizzare” le varie prospettive teologiche, vogliamo soltanto ascoltare e lasciarci cambiare la mentalità da Giovanni e oggi questo ci basta. E questo è un buon metodo anche nel dialogo interpersonale.

· Il Vangelo di oggi si riferisce a un episodio concreto della vita di Gesù ma lo ri-costruisce in modo tale da fare emergere il significato profondo di ciò che il Signore Gesù Cristo compie, sta compiendo e continuamente compie, nella storia del vivere quotidiano della comunità cristiana. Ecco allora che tutto l’episodio è come ri-scritto con l’intento di mostrare il senso autentico della vita nuova a cui il cristiano è chiamato attraverso l’appartenenza alla vita di Cristo che inizia col battesimo.
Numerosi “fatti” nell’episodio in esame lo richiamano, e tutti andrebbero colti, nella loro infinita ricchezza e interconnessione tra di loro, qui ne ricordiamo solo qualcuno:
Il fango: simbolo del limite e del “peccato”, acceca il cieco rendendolo se possibile ancor più cieco; Il fango e la saliva (che come il soffio, spirito, viene dall’intimo di Cristo, e simboleggia la sua vita “interiore”): che rimanda all’atto creativo di Dio in Genesi e porta alla identificazione del cieco-battezzato col Cristo stesso. Infatti il Signore “distende” la propria “sostanza” (saliva infangata, simbolo dell’Incarnazione) ricoprendo di sé il volto del cieco (maschera: persona).
L’acqua della fontana di Siloe che rappresenta il Cristo in cui siamo immersi…
L’acqua, della cui simbologia è pervasa tutta la Bibbia, come rimando a: Esodo, purificazione, l’episodio della Samaritana, Crocifissione, qui la “saliva”, ecc.
Il cieco “reso” dal Cristo “alter Christus”. Nell’“essere” (cioè nel suo essere figlio, nella sua relazione col Padre, nel suo essere oramai definitivamente risorto). Infatti a una domanda su di sé risponde con le stesse parole, di forte rilevanza cristologica e teologica, che altrove Gesù stesso usa per se stesso: “sei tu il cieco?” parallela a “sei tu il Cristo?” e la risposta teofanica identica “sono io” (“ego eimi”: Io-Sono). A questo si aggiunga la “maschera di fango” di cui abbiamo già parlato… Nella missione, la fontana stessa il cui nome significa ‘inviato’ simboleggia il Cristo (inviato dal Padre), l’Apostolo e il cieco-cristiano-battezzato (inviati entrambi da Cristo): il battesimo ci rendi “missionari” del Padre “come” lo è il Cristo. Nel “donare la vita”: anche il cieco, come Gesù e poi i suoi discepoli, è “cacciato fuori”.

Interessante sarebbe poi far “giocare” tra di loro i vari significati a cui la stessa parola-simbolo rimanda. Portando la comprensione della profondità della elaborazione letteraria e teologica del Vangelo di Giovanni a livelli tali da “far venir le vertigini”: non stupisce che l’Apostolo sia rappresentato nell’iconografia cristiana da un’aquila.
Ad esempio, in questo modo il “fango” apparirebbe, contrariamente al nostro senso comune, in qualche modo parte costitutiva dell’essere umano, anzi di Cristo stesso, tale che chi volesse santificarci purificandoci dal fango, non farebbe di noi degli “angeli” o dei santi ma, come l’esperienza spesso dimostra, degli esseri abominevoli, aberrazioni mostruose in umanità contraddicendo la "logica" profonda della stessa Incarnazione del Figlio di Dio…

· La prospettiva che emerge da questo Vangelo quindi è quella che vede nel battesimo, come era chiamato nell’antichità cristiana, il “rito della illuminazione”: passaggio dalla cecità alla visione… Si veniva immersi nell’acqua per simboleggiare l’abisso tenebroso della nostra vita prima dell’incontro col Cristo e si veniva fatti riemergere alla superficie, alla luce, alla visione. Questo passaggio dalle tenebre (morte, peccato, uomo vecchio, cecità…) alla luce (vita, grazia, uomo nuovo, visione…) era ed è il battesimo: è la Risurrezione di Cristo che diventa “ora” anche la mia risurrezione. Il battesimo ci fa risorgere ora, non dopo la morte: infatti è considerato anche il rito della rinascita (risurrezione) dalla morte (immersione) alla vita (emersione) senza fine e di Dio (eterna) e per questo detta “nuova” (come “nuovo” è il vissuto che ne sgorga: la giustizia, pace, gioia… ).

· In effetti a ben pensarci, credere che Gesù sia Figlio di Dio, credere nella sua presenza eucaristica, io personalmente non lo trovo così “difficile” o “incredibile” o “impossibile” da credere: in fondo se Dio è Dio… Non trovo così difficile nemmeno crede che il Figlio di Dio possa risuscitare, se Dio è Dio e Gesù è Dio… “Cose” del genere, anche se ovviamente di significato ogni volta diverso, si trovano anche in altre religioni…
Quello che io invece trovo veramente inaudito, incredibile, impossibile per un uomo, persino da credere e non solo da farsi, perché al di là di ogni possibile logica e speranza umana, è che questo sia dato a me come dono nella storia. Ora! e non come semplice possibilità, “post mortem”… Questa però è la novità che il Vangelo di oggi cerca di fare emergere alla nostra consapevolezza, con il racconto del “cieco nato”: che uno come me, uno come te, possa già essere “risorto” da vivo. E non tanto che possa risorgere dopo la morte come anche il “Credo” ci dice: non stupisce che pochi oggi ci credano ancora, infatti se non si vive la risurrezione da vivi come si può credere che sia possibile da morti? Da questo punto di vista il battesimo così inteso è veramente qualcosa di inaudito: il battezzato è già ora un “illuminato”, un risorto a vita nuova, e se risorto, è già uno che vive della “visione” (la distinzione tra le varie forme di visione è estranea alla mentalità giovannea, visto che la res è la stessa: cfr beata Elisabetta della Trinità)!
Non a caso era ed è celebrato sempre in riferimento alla Pasqua e di per sé è durante la Veglia Pasquale che trova la sua collocazione liturgica naturale: cioè in stretta connessione con la Risurrezione di Cristo. E ci sarà pure un perché… e il vangelo di Giovanni di oggi ce lo dice, anche se per capirlo bisogna “scavare” un po’…

Questa dunque è la prospettiva inaudita che ci propone il Vangelo di Giovanni oggi! È certamente la prospettiva di un “mistico”, ma non certo di un sognatore, e in ogni caso, Dio attraverso Giovanni, ci chiede di farla nostra!

E infatti è così “diversa” da quanto una certa tradizione teologica e catechistica “smemorata”, ci ha trasmesso, che ce ne dimentichiamo spesso, se non come riferimento al passato e a qualcosa che il nostro presente “fangoso” ha di fatto cancellato e che il nostro futuro vede solo come ipoteticamente probabile.
E allora ecco che ci sono degli zombie che si aggirano oggi nella nostra comunità cattolica: gente che sebbene “moralmente ineccepibile” (sic!) vive nelle tenebre, e che vuole che tutti vivano nelle tenebre, perché è gente che sembra ancora in attesa di essere battezzata, illuminata, risuscitata, guarita, salvata. Gente che ci vuole “distrarre” dalla visione giovannea del dono ricevuto perché gelosa della nostra gioia. Gente che di fatto, al di là della fede professata a parole, attende ancora il Messia-Liberatore, perché dice che è venuto, ma in fondo in fondo non ci crede, perché nella loro prospettiva non è cambiato granché nella nostra vita: al massimo l’ontologia, ma non ancora la vita concreta… È gente più esperta delle cose di Satana che delle cose di Dio. Vivono della paura dell’inferno e del peccato e dell’eresia… Questi sepolcri imbiancati, buffi fuori e morti dentro, come vampiri si aggirano cercando la vita da succhiare, trasformando le loro vittime in altrettanti vampiri. Mercanti di tristezza, aspettano angosciati il “non ancora”, negandosi il godimento del “già” ricevuto… E temono di non averlo affatto questo dono. E così non l’avranno mai! Gente che vive a partire dal problema, e fa dei problemi un orientamento di vita, cercando di uccidere l’anima rinata nella gioia di una vita rinnovata, dove il problema non fa più problema perché è stato trasformato in grazia.

“I fumi di Satana sono entrati nella Chiesa” disse un giorno Paolo VI, anche in questo ha avuto ragione: lo troviamo dappertutto questo fumo: nei gangli profondi del nostro io quando cede alla paura; nelle nostre comunità religiose e cristiane, nei movimenti cristiani laicali. Alcuni hanno una radio e hanno il loro maestro che predica più sul diavolo e l’inferno che su Dio e il paradiso (evidentemente ciascuno parla di ciò che vive). Altri come appestati infestano il “web” con le loro deliranti scomuniche illudendosi di una fedeltà alla Chiesa e al Papa che invece tradiscono in radice, facendoli apparire “annunciatori di tristezza” piuttosto che “annunciatori di gioia”… Ma resta su di loro il giudizio definitivo di Cristo: non praevalebunt.

Il cristiano invece sa che “le porte degli inferi non prevalgono” perché egli è colui che ha creduto e sperimentato che nel battesimo, la luce, la risurrezione, la salvezza, la visione (e quindi l’evidenza del dono donato) e tutto ciò che è di Dio, gli è già stato dato. Definitivamente! Certo anche per lui c’è il “non ancora”, ma ha orientato la propria esistenza non sull’angoscia avida del “non-ancora” ma verso la gratitudine povera del “già”: è la speranza giovannea, parola che nel suo Vangelo è assente, perché non è attesa di qualcosa che ancora non si possiede, ma molto di più, certezza che ciò che già gli è dato, e quindi che già possiede, non potrà che accrescere e non gli verrà mai più tolto. E ne gode la pace con ri-conoscente eucaristia.

giovedì 28 febbraio 2008

Colui che parla con te... è proprio lui!

io sono la luce del mondo!
difficile dire se questo brioso racconto della guarigione del cieco nato sia stato, nelle prime comunità cristiane, una delle ispirazioni determinanti per capire il sacramento del battesimo e disegnarne il rito, o sia stata la comprensione sempre più profonda del mistero battesimale che ha fatto riscoprire la forza educativa di questo “segno” di Gesù, come un eccezionale percorso paradigmatico di scoperta e maturazione della fede in lui! Il resoconto di questa vicenda, come è adesso nel vangelo, è comunque una delle descrizioni più appassionate di come Gesù compie l’ “opera” di colui che lo ha mandato per salvare il mondo ‑ come “luce” del mondo! Dunque, per l’uomo sembrerebbe una questione di vista, difettosa dalla nascita, per cui non riesce a vedere bene le cose, né se stesso, né Dio. Ma di fatto, l’intervento di Gesù è descritto come una “creazione nuova”, dai simboli forti e sorprendenti. La vista è ricreata dalla polvere della terra, impastata come fango con lo sputo (l’ “alito” umido della bocca di Gesù). Con questo sembra imbrattare e oscurare ancor più gli occhi. Ma il cieco si fida e va alla fonte dove Gesù l’aveva inviato, e di fatto, una volta lavati gli occhi, “ tornò che ci vedeva”! Se fosse stata solo una questione di vista, il miracolo è finito qui – un generoso gesto di misericordia.
... ma c’è una premessa: il primato dell’amore sul peccato.
una premessa discriminante, che va chiarita fin dall’inizio, per non trascinare un’ambiguità di fondo che avvelena poi tutta la vita ( e la nostra teologia!). Alla domanda antica quanto l’uomo: chi ha peccato? Gesù risponde decisamente: la causa del male radicale dell’uomo (la cecità dalla nascita!) non è colpa dell’uomo, né come singolo, né come famiglia umana... Anche se la voglia di accusare (è colpa tua!) resta invincibilmente radicata nel cuore dell’uomo, al punto che ha poi bisogno di un capro espiatorio e tutta la storia delle religioni è insanguinata dai sacrifici delle vittime su cui si è tragicamente proiettato questo inspiegabile male che ci soffoca la vita, prima ancora che ne siamo colpevoli. Tanto più che l’accusa viene contemporaneamente tanto introiettata dentro di noi, soprattutto nei più deboli (è colpa mia!) – fino da uccidere in loro il gusto della vita e la possibilità di ritrovare speranza (che è la luce della vita!). Gesù non da spiegazioni ulteriori, ma annuncia e rende vera una notizia lieta (un vangelo): le situazioni più dolorose ed oppressive nelle quali l’uomo si trova invischiato, qualunque ne sia la causa, non sono mai un castigo di Dio, sono piuttosto il luogo della manifestazione delle “opere di Dio” ‑ prima c’è sempre l’amore - la salvezza dell’uomo! ... Di qui comincia il cammino di speranza di chi accoglie la luce.
la costruzione della nuova identità
Infatti vedere la luce è solo l’inizio – perché da qui in avanti “credere” diventa soprattutto una questione di cuore, al quale la Parola di Gesù, che ha guarito la vista, apre orizzonti impensati – addirittura di rovesciamento e ricostruzione totale della “identità umana”, trasformandola progressivamente in identità “cristiana”, propria del discepolo di Gesù. La Parola, infatti, manifesta al discepolo verità nuove, che i sapienti e gli intelligenti di questo mondo non capiscono o ritengono follia o stoltezza: le beatitudini, il perdono, anzi l’amore dei nemici, la misericordia come essenza di Dio e chiave per capirlo... e infine seguire Cristo nel portare il male del mondo fino a consegnare la propria vita per testimoniare che solo l’amore è efficace a costruire di qua l’al di là!
Ecco i tratti vivacissimo di questo cammino esemplare di maturazione della fede:
1. il discepolo neofita non sembra più lui. L’identità è un processo complesso, un intreccio di relazioni che costituiscono l’io, intessendo la sua autobiografia vivente. Ma i nuovi occhi, spalmati dal contatto così “terrestre” con l’umanità di Gesù, riplasmati dalla sua Parola (vai, lavati!) vedono irrompere nella nuova consapevolezza di sé orizzonti, criteri, schieramenti completamente nuovi e disomogenei. Attorno a lui, i più vicini, stupiti, se ne accorgono subito, proprio a lui, pongono il dubbio sulla sua identità. E lui, che davvero è cambiato, ribadisce con una decisione che non vuole dare spazio a ripensamenti: sono proprio io! Ma cosa ti è successo? Come mai ci vedi?... Nasce la sua prima vera testimonianza “cristiana”: è stato quell’uomo, chiamato Gesù! Infatti, Gesù, riconosciuto Signore, l’ha fatto signore... e re, cioè libero dalla pressione sviante della gente, ma dipendente solo dalla Parola, che l’ha unificato e identificato!
2. l’impatto incombente con l’ordine costituito! un prodigio così impressionante come risanare dalla cecità, vuol dire trasformare un uomo. Non può non avere un impatto sociale eversivo. I maestri e detentori del potere, colti quanto interessati, si dividono sull’interpretazione del fatto, sbalorditi dall’evento, ma ancor più preoccupati dalla violazione della legge del sabato... I Farisei di ogni tempo sanno la teologia e la morale ma non sono più appassionati alla vita, puri esecutori d’ogni piccola regola che impongo indiscriminatamente, perché non si commuovono mai. Scrutano i codici e non vedono più la faccia della gente! Il credente vede la differenza con l’esperienza di luce, di vita e di libertà che ha ricevuto. La provocazione gli fa fare un passo importante: capisce che chi gli ha aperto questi orizzonti non può che essere un profeta, qualunque cosa si dica di lui!
3. il distacco dalla tribù del sangue. Ma nessuno è profeta in patria sua. Vedere le cose dal punto di vista della Parola di Dio, vuol dire partecipare della sorte del profeta ... Chi ti era vicino fino a ieri, adesso ha paura. I vincoli di prossimità del sangue non tengono, se non sono convertiti in quelli della fede e della speranza. I ricatti del potere, il terrore di perderne la protezione e il consenso, genera distacchi, misconoscimenti e perfino tradimenti... La solitudine mette a dura prova la fede nella Parola... Ma bisogna insieme rimanere fedeli ed insieme aver compassione di questi poveri spaventati e smarriti.
4. la reazione immunitaria. Il problema dell’autorità non è il prodigio che un cieco adesso ci veda, che un ignorante gioisca della verità che lo rende uomo, che il deserto di solitudine del suo cuore fiorisca di speranza... Costoro si preoccupano soltanto se tutto è fatto secondo le loro tradizioni e sotto il loro controllo... Hanno una sapienza mortifera che si basa sul passato. Non vedono più i germogli che premono alla vita. Sanno già tutto. Il nuovo non è previsto, dunque non esiste – o comunque va soppresso. Il loro potere cresce solo sulla paralisi dell’amore e della compassione. E se vogliono mantenere questo monopolio del potere, hanno ragione, perché un briciolo di verità della più mite e semplice dialettica lo fa crollare: questo è strano, che voi non sapete da dov’è, ...ma se non fosse da Dio non avrebbe potuto far nulla! E lo espulsero fuori, anticipando in lui il sacrificio sacerdotale del suo maestro (Eb 13,12s). Infatti, rimasti senza argomenti efficaci, non rimane che tornare al primato del peccato sull’amore liberante, per mettere zitta la verità dei fatti (sei tutto concepito nel peccato, e tu insegni a noi?)
5. solitudine e compagnia del cristiano. Ormai senza famiglia, senza sinagoga, senza elemosina (perché ormai ci vede)... è un emarginato totale! Allora Gesù lo cerca e lo incontra: credi tu nel figlio dell’uomo? Non è un incontro “spirituale” autoprodotto dalla tensione interiore... Sono maturate le condizioni storiche, interiori ed esteriori, di uno sradicamento doloroso e violento da ogni acquiescenza alla logica pervasiva della competizione del sapere e del potere – e così avviene uno sbilanciamento totale, interiore ed esteriore, verso la Parola ascoltata e perseguita. Ma chi è Signore, perché io creda in lui? Gesù risponde: lo vedi! colui che parla con te, è lui stesso! Configurato a lui attraverso le tappe sconcertanti e quasi trascinato sulla strada stretta ... dietro la Parola che lo ha risanato – la Parola stessa si manifesta come “persona”, come amore, compagnia e accudimento ... sperimentato (lo vedi!). E gli avvenimenti e le Scritture non trasmettono più soltanto la Sua voce, ma lui stesso “fa” l’identità del cristiano (...colui che parla con te, è lui stesso!).

approfondimenti sul percorso...
“...per avvicinarsi al tema dell’esperienza di Gesù dobbiamo distinguere tra identificazione e identità. Molti cristiani si appagano dell’identificazione di Gesù: un uomo, figlio di Maria, che è vissuto a Nazaret, è morto su una croce sotto Ponzio Pilato, è risorto... e tutti gli altri dati che la tradizione ci ha tramandato per identificarlo. In questo modo sappiamo di cosa parliamo – ma non necessariamente conosciamo chi sia. L’identificazione di Gesù di Nazaret, che ci dà la possibilità di non confonderlo con nessun altro personaggio, non è la stessa cosa che la sua identità, che ci dà la possibilità di conoscerlo.
Per conoscere l’identità di una persona ci vuole amore, ci vuole fede, occorre che uno la scopra personalmente, si apra ad essa. È in questo incontro faccia a faccia, da persona a persona, da tu a tu, da amante ad amante, che l’altro viene conosciuto nella sua personalità e che il conosciuto trasforma il conoscente e il conoscitore il conosciuto. Questo è il mistero dell’identità della persona. La madre conosce l’identità del figlio, mentre i dati anagrafici servono solo per la sua identificazione.
Per conoscere l’identità di Gesù di Nazaret è necessario incontrare la sua persona. La storia ci descrive solo i personaggi. Ma non possiamo incontrare una persona nel passato. Del passato si può avere un ricordo, un’anamnesis, una credenza ‑ e una credenza fragile, certamente, perché fragili sono i suoi paradigmi storici. Possiamo credere negli avvenimenti di Betlemme o credere in altri fatti della vita di Gesù, ma non possiamo dire che abbiamo l’esperienza di Betlemme, dell’Incarnazione e della tomba vuota, perché non eravamo là e non abbiamo veduto. L’esperienza non è un ricordo, l’esperienza è un fatto che ci accade e ci trasforma, anche se può trovare il suo fondamento in una memoria attualizzata, nel qual caso è una memoria ritrasmessa dalle generazioni precedenti.
Se Cristo è solamente un personaggio storico, l’esperienza del cristiano si riduce all’esperienza esistenziale prodotta dal ricordo della sua vita, ritrasmessa mediante la memoria che di lui si è conservata. In questo caso gli esperti hanno la massima autorità e il cristianesimo si riduce ad una religione del Libro!
Ma per il cristiano, l’esperienza di Gesù è l’esperienza di Gesù Risorto, vale a dire del Cristo vivente, hic et nunc, oggi e sempre, per dirla con S. Paolo. Non è un’esperienza storica ma metastorica, personale e intrasferibile. Avviene nel tempo, ma non è storica, questo è ciò che rende tale esperienza così potente e allo stesso tempo così difficile da comunicare. È l’atto di fede che attualizza questa esperienza dell’ineffabile, che per i cristiani si realizza “in e attraverso Cristo”. Chi non ha avuto l’esperienza di essere risuscitato da Cristo ‑ anche se si definisce cristiano e si ritiene ortodosso (identificando doxa con dottrina) ‑ non potrà dire come i samaritani. “...non è più sulla tua parola che noi crediamo ...noi stessi abbiamo udito e sappiamo...” Non potrà capire l’incipit ‘sensuale’ della prima lettera di Giovanni, né la maggior parte dei testi delle Scritture – e anche della tradizione ‑ cristiane. Il Cristianesimo non è una religione del Libro, ma una religione della Parola – della Parola viva udita e colta nella sua forza trasformante, da coloro che hanno orecchie per udire...”
[R. Panikkar, L’esperienza di Dio, Queriniana 1998, p. 71]

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