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venerdì 4 luglio 2014

XIV Domenica del Tempo ordinario: "C'è qualcosa di nuovo sotto il sole"


Dal libro del profeta Zaccaria (9,9-10)
«Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile, cavalca un asino, un puledro figlio d'asina. Farà sparire i carri da Efraim e i cavalli da Gerusalemme, l'arco di guerra sarà spezzato, annunzierà la pace alle genti, il suo dominio sarà da mare a mare e dal fiume ai confini della terra».

 Dalla Lettera ai Romani (8, 9. 11-13)
Fratelli, voi non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. E se lo Spirito di colui che ha risuscitato Gesù dai morti abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi. Così dunque fratelli, noi siamo debitori, ma non verso la carne per vivere secondo la carne; poiché se vivete secondo la carne, voi morirete; se invece con l'aiuto dello Spirito voi fate morire le opere del corpo, vivrete.

Dal Vangelo secondo Matteo (11, 25-30)
In quel tempo Gesù disse: «Ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero».

 Il vangelo di questa quattordicesima domenica del tempo ordinario esordisce con una frase che io credo vada spiegata, perché così com’è presentata anche nella nuova traduzione Cei del 2008 rischia di travisare il senso del testo originario, che suona così:

«Ti benedico, Padre, signore del cielo e della terra, che hai tenute nascoste queste cose ai sapienti e ai saggi (= quelli che hanno esperienza di vita) e le hai rivelate ai bambini (= infanti)».

In verità anche su quel “ti benedico” iniziale la traduzione potrebbe essere meglio precisata, ma in generale “ti benedico” rende il senso dell’originale greco. È invece il resto della frase che si discosta notevolmente da come solitamente viene tradotta. Perché: un conto è porre il binomio intelligenti/semplici, un conto è porre quella saggi (per l’età)/infanti.

venerdì 21 settembre 2012

XXV Domenica del Tempo Ordinario

Dal libro della Sapienza (Sap 2,12.17-20)

[Dissero gli empi:] «Tendiamo insidie al giusto, che per noi è d’incomodo e si oppone alle nostre azioni; ci rimprovera le colpe contro la legge e ci rinfaccia le trasgressioni contro l’educazione ricevuta. Vediamo se le sue parole sono vere, consideriamo ciò che gli accadrà alla fine. Se infatti il giusto è figlio di Dio, egli verrà in suo aiuto e lo libererà dalle mani dei suoi avversari. Mettiamolo alla prova con violenze e tormenti, per conoscere la sua mitezza e saggiare il suo spirito di sopportazione. Condanniamolo a una morte infamante, perché secondo le sue parole, il soccorso gli verrà».

 

Dalla lettera di san Giacomo apostolo (Gc 3,16-4,3)

Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera. Per coloro che fanno opera di pace viene seminato nella pace un frutto di giustizia. Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Siete pieni di desideri e non riuscite a possedere; uccidete, siete invidiosi e non riuscite ad ottenere; combattete e fate guerra! Non avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché chiedete male, per soddisfare cioè le vostre passioni.

 

Dal vangelo secondo Marco (Mc 9,30-37)

In quel tempo, Gesù e i suoi discepoli attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: «Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti». E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

 

Dopo la prima settimana di scuola, quando noi maestre abbiamo già tutti i capelli dritti per la disperazione, il vangelo di questa Venticinquesima Domenica del Tempo Ordinario cade proprio a fagiolo… «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato»…

 

A parte il facile umorismo, questa introduzione mi serviva per dire che questa settimana mi piacerebbe concentrarmi su quest’ultima frase del vangelo. La prima parte infatti, rispecchia in qualche modo la scena di settimana scorsa: siamo di fronte al secondo annuncio della passione che Gesù fa in Galilea, con la consueta incomprensione dei discepoli e una sua parola sulla sequela (tutti gli annunci di passione sono infatti costruiti con questo schema ternario: annuncio; incomprensione; insegnamento di Gesù sul discepolato).

Ciò che, innanzitutto, vorrei guardare di quell’ultima frase che il brano di vangelo riporta, è il suo secondo stico («Chi accoglie me [= Gesù], non accoglie me, ma colui che mi ha mandato [= il Padre]»), perché qua dentro è contenuta la verità più grande del fatto cristiano, troppe volte dimenticata… E cioè che per un cristiano il volto di Dio non è ignoto, ma coincide con la storia di Gesù (cfr. anche Gv 12,45: «Chi vede me, vede colui che mi ha mandato»).

Questo è il novum che il Cristianesimo porta nella storia dell’umanità, ponendosi in scia con l’Ebraismo e portandolo a compimento. Infatti, mentre per millenni l’uomo ha continuato ad immaginarsi (che vuol poi dire “inventarsi”!) dio o gli dei a partire da sé (dalla paura che il fulmine che vedeva cadere gli ingenerava, dal bisogno che il suo campo producesse frutti o che le sue bestie partorissero piccoli sani, ecc…), con il Dio biblico – per la prima volta – è Dio che “si dice”, dice qualcosa di sé (ecco la grande storia del popolo ebraico!): non è più un dio inventato dall’uomo, cercato dall’uomo, prodotto dai suoi bisogni… Ma è un Dio che cerca l’uomo, che gli si fa presente, che gli si manifesta: un Dio che decide di farsi conoscere.

Il culmine di questo percorso, di questa “rivelazione”, per i cristiani, avviene in Gesù, che non è più solo uno dei grandi profeti del passato, non è più solo uno dei grandi uomini di Dio che si sono succeduti nella storia, ma è colui, vedendo il quale, si vede che faccia c’ha Dio!

Ecco il passettino in più che i cristiani fanno, che è ciò che li distingue anche dai musulmani. Infatti, mentre per ebrei ed islamici il volto di Dio resta sempre in qualche modo celato, velato e dunque, per certi aspetti passibile di ambiguità (Egli mantiene una certa misteriosità, dentro alla quale l’uomo può sempre temere che si nasconda un volto duro di Dio), per i cristiani il volto di Dio è inequivoco, perché ri-velato, incontrabile, “accoglibile”… nella storia di Gesù!

Questo è lo strepitoso del fatto cristiano: che Dio sia conoscibile nella storia dell’uomo Gesù; e lo sia “senza ombra di dubbio”, senza cioè possibilità di una doppiezza nascosta dentro alla sua misteriosità! Dio Padre è quella “cosa” lì che si è vista in Gesù: e solo quella!

Ecco perché Gesù può dire: «Chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato».

Ma forse – si trattasse anche solo di questo – non faremmo poi così fatica a cogliere e accogliere lo “scaravoltamento” che si attua con queste parole di Gesù… Il punto è che la famosa frase aveva anche un primo stico… ancora più difficile da digerire per le nostre inconvertibili mentalità religiose, e cioè: «Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me».

Proseguendo infatti con la nostra lettura al contrario del versetto 37, se ne deduce questa logica: accoglie Dio, chi accoglie Gesù; e accoglie Gesù, chi accoglie i bambini… Entra cioè in relazione con Dio (che è il grande progetto dell’uomo da che è uomo!), chi si fa intrecciare la vita con quella di Gesù, con quella sua storia attestata da quelle parole che sono il vangelo...

E per fare tutto ciò… bisogna avere a che fare coi piccoli, bisogna accoglierli, non lasciarli ai margini della nostra società “dei grandi”…

Chi l’avrebbe mai detto!?!? Secoli e secoli di tentativi di saltare lassù dove pensavamo fosse Dio, per poi scoprire (parola sua!) che bisognava chinarsi quaggiù sulla terra: chinarsi perché i bambini sono un po’ cortini e se li vuoi guardare in faccia ti devi fare bassetto anche tu…

Come per tutti i piccoli della storia, bambini o non bambini… li raggiungi, li guardi in faccia, ti fai guardare in faccia, solo se ti approssimi – almeno un po’ – a dove sono loro, al punto di vista da cui guardano il mondo, proprio come i bimbi che ci immaginano come dei giganti solo perché ci guardano dal basso!

Che sia proprio così… lo si vede poi dal fatto che quanto il Signore andava annunciando, l’ha poi realizzato davvero… Lui per primo si è messo a guardare la storia dal punto di vista dei piccoli, degli ultimi, dei maledetti… Per quello che in Lui non c’è stata poi più maledizione, punizione, vendetta… Questo timore, che sempre ci ritorna (come ha mirabilmente tratteggiato l’autore biblico, quando si è inventato il mito del peccato originale), che dio sia anche questa cosa qui e che dietro al volto buono che ci ha mostrato ne nasconda uno duro, intransigente, calcolatore, in Gesù è definitivamente spazzato via… Se torna (il timore) è perché non ci siamo fatti davvero impregnare dalla sua logica o perché ce la siamo momentaneamente scordata… Se fa paura, non è Lui!

Se abbiamo paura, Lui è quello che si fa bassetto, per riuscire a guardarci in faccia, noi che per paura ci siamo rimpiccioliti, e – guardando dal nostro punto di vista – ci insegna a guardare col suo sguardo.


venerdì 2 gennaio 2009

E la Parola che era da sempre Dio presso Dio… divenne carne!

una sapienza che viene da lontano

La sapienza è un'attitudine di certi anziani retti che si sono lasciati istruire dalla esperienza della vita. Hanno assaporato sofferenze e gioie, conquiste e fallimenti. La loro è sapienza che viene da dentro, quella che elaboriamo noi, che viene dopo di noi. La Sapienza di cui parla la Bibbia è quella che viene prima di noi, che ci è regalata, perché è da sempre prima di noi. È la capacità di progettazione creante di Dio, che assapora e gusta quello che fa, e gli vien voglia di comunicarlo. È uscita dalla bocca dell'Altissimo… che le ha fatto posare la tenda in mezzo agli uomini… Giovanni, al culmine della maturazione lunghissima di tutta la storia della salvezza, la chiama Logos, in latino Verbum, "la Parola" - come espressione più piena e intensa di ciò che uno è dentro!

Non abbiamo altre metafore per dire il desiderio d'amore comunicativo che è in Dio e che è Dio. A qualche giorno dal Natale siamo invitati a rimetterci di fronte al presepio di cui parla Luca, un ricovero di animali, ove due giovani coniugi disagiati, in mancanza di meglio, han messo il figlio neonato nella mangiatoia. E qui riascoltare, più nel cuore che nella memoria, le letture di oggi: dalla "sapienza" primordiale che dagli abissi, alle nubi, sulle onde del mare… è arrivata a piantare la sua tenda in Israele e diviene carne… ed è deposta in una mangiatoia! Dio ricomincia da Betlemme. La sapienza però non è più il suo desiderio creativo che modella l'universo: è questo bimbo, cui porranno nome Gesù, Salvatore! Lo sguardo umano, anche il più ben disposto, è trasecolato. Per questo l'Apostolo prega che il Padre della gloria "vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente …

L'immagine di Dio: la struttura dinamica di tutto ciò che esiste

"Ogni profondo rinnovamento religioso – se non vogliamo rimanere alla periferia della religione consiste nel ri-scoprire, nel ri-trovare la purezza dell'immagine di Dio, perché questa possa generare ogni vita spirituale… Dio è il logos. Logos è una parola intraducibile, che io intendo come "immagine pura della pura essenza di Dio", qual'é il Figlio. Il Vangelo di Giovanni dice: Tutte le cose furono fatte per mezzo del Logos, dell'immagine di Dio che è il Figlio, e nulla senza di lui è stato fatto. Ciascuno di noi porta in sé questa immagine di Dio, come dice S. Giovanni nella prima lettera, "Un germe divino è dentro di noi", germe seminato nella zolla oscura del nostro essere, che emerge dal nulla e dall'oscurità originaria… Per opera dello Spirito, il Logos, cioè l'immagine di Dio, si fa carne - come la carne, analogamente, per opera dello Spirito, diventa Logos, si spiritualizza, diventa trasparenza, sacramento dello Spirito, del volto di Dio. Il Logos che si fa carne, la carne che si fa Logos, questa è la legge fondamentale, applicata a tutta la vita del cristiano, compresa la sessualità. Non è negato nulla della corporeità, ma c'è la trasfigurazione in pienezza di tutta la realtà umana e corporale dell'uomo. La creatura nella sua interezza, infatti, è, per il Vangelo, trasfigurata nella verità e nella bellezza dello Spirito. È per questo che Gesù nell'ultima cena prega, perché i discepoli" siano anch'essi consacrati nella verità!" E lo Spirito immanente in noi, che con gemiti inenarrabili urge in noi, come dice S. Paolo, che rende possibile e che accompagna il cammino ascensionale della creatura." (pp. 170,178)

un frammento di Logos in ogni carne…

Da allora c'è qualcosa di Dio in ogni uomo. C'è santità, almeno incipiente, e luce in ogni vita. Dio accade ancora nella carne della vita, la mia. Allora so che il mio compito di cristiano non è di lasciare questo mondo (dove il Verbo è divenuto un pezzo di mondo come noi!), ma di accudire il mondo nuovo, fragile e inosservato ma inarrestabile, che Gesù è venuto a far nascere, riseminando in mezzo a noi il germe divino in questo cosmo che geme nelle doglie del parto, in attesa che noi uomini arriviamo a maturità.

"… Ecco, io sono l'uomo dei dubbi, ma non esorcizzo i dubbi: li tengo e cerco faticosamente e lentamente di chiarirli, di lasciare che emerga un po' di luce. Ho tanti dubbi, ma una sicurezza: se devo affidarmi ad una zattera, in questa traversata, questa è la zattera dell'Evangelo. Sento con una sicurezza assoluta che l'immagine che Gesù ci ha dato di Dio, dell'uomo e del destino dell'uomo, chiamato a diventare uno con Dio e in Dio, è la più alta, la più nobile, la più affascinante avventura che si possa immaginare : È l'unica immagine meritevole di essere vera. Amici, datemi un'immagine più alta, più meritevole di essere vera, più degna del mio dono totale, di questa che Gesù ci ha portato. Questa per me è la zattera su cui tenermi saldo: è la mia scelta evangelica. Che cosa significa dunque credere, che cosa significa fede? Vuol dire avere il coraggio di salire sulla zattera di questa divina, altissima rivelazione che Gesù ci ha portato. Più in alto l'intelligenza dell'uomo non può spingersi, nè il cuore dell'uomo può anelare. Per questo sono cristiano! (p. 136)

è Cristo la chiave ermeneutica totale

…in Dio era il Logos: tutto è stato fatto per mezzo di lui … e tutto il resto, noi, le cose, il cosmo intero, il tempo e ogni spazio, non ci saremmo se non ci avesse fatti… e non continuasse a farci, in lui! … perché al di fuori di Cristo non c'è nulla. Dio ha dato consistenza, al di fuori di sé, a una cosa sola, solo al Cristo, al "Verbo fatto carne!" Tutto il resto dipende da lui, altrimenti non avrebbe sussistenza autonoma. L'uomo è una meteora che appare e sparisce nel degrado generale dell'universo che l'ha prodotto. Ma è stato agganciato alla zattera unica che congiunge tempo ed eternità, che ha reso fertile di eternità il tempo presente, nel Natale del figlio dell'uomo e figlio di Dio. Nel naufragio (o entropia) dell'esistente, della materia e di tutto ciò che ne deriva, uno è arrivato a riva eterna, ha sconfitto l'ultimo nemico che è la morte … e trascina con sé chi a lui si aggrappa.

I nostri giorni sulla terra

non sono altro che questo: il procedere incessante, malgrado la nostra ottusità e la nostra resistenza, e lasciarsi portare a quel momento compiuto in cui l'incontro tacito e inconsapevole con lui, nel battesimo, si attualizza per ciascuno nell'eucaristia natalizia! Perché dal Natale parte questa commistione salvifica di Dio nella nostra carne, nella quale ognuno di noi incontra misteriosamente… il desiderio che di lui ha il Verbo di Dio nel seno del Padre… E così mangiando e nutrendoci di questo pane / amico, che è carne umano/divina, in dialogo con lui, diventiamo anche noi figli per questa connaturalità a cui ci chiama l'unigenito… .Entrare in questo mistero è il culto spirituale, l'adorazione vera di ciò che il Figlio ha visto nel senso del Padre, e che è venuto a "raccontarci!

venerdì 4 luglio 2008

I “piccoli” e la nostra salvezza

Si va manifestando sempre più l’identità vera di Gesù e quindi della sua missione tra di noi e la nostra difficoltà a capirla. Abbiamo visto Gesù che va a pranzo con i peccatori e i pubblicani …e i farisei si scandalizzano. Gesù si commuove di compassione per le folle perché erano stanche e sfinite come pecore senza pastore, e vuole che i suoi discepoli le consolino e le curino … In questo capitolo 11°, si intensificano incomprensioni e resistenze verso di lui: Giovanni Battista non ne coglie la novità, il popolo non lo comprende, i farisei lo dichiarano indemoniato, e i villaggi sul lago, dove più si è speso come amico, profeta, taumaturgo, sono refrattari al suo messaggio. Gesù ne rimane molto deluso…: ha nelle orecchie i commenti su di lui degli esperti delle Scritture: Ecco un mangione e un beone, amico dei pubblicani e dei peccatori… e soffre per l’inutilità della sua predicazione: “si mise a rimproverare le città nelle quali aveva compiuto il maggior numero di miracoli, erché non si erano convertite…
È arrivato al fondo di un vicolo cieco ‑ e proprio qui, si apre uno squarcio inaspettato di gioia… si spalancano orizzonti nuovi luminosi, entro i quali addirittura brilla il volto del Padre e in lui Gesù sussulta di riconoscenza ed esulta nello Spirito Santo (Lc 10,21), perché ritrova il senso della sua avventura in questo mondo.

Tramite “i piccoli”!

Cosa vuol dire? Cosa ha scoperto?
Ha scoperto … come è fatto suo Padre! E quindi come sarà la sua propria storia di figlio mandato da lui a salvare il mondo. Quello che nell’eternità del loro amore è vero da sempre, adesso si sta incarnando nelle vicende difficili della sua storia umana: Ha scoperto come suo Padre vede e patisce le cose del mondo diversamente da lui, come considera inevitabile il rifiuto del mondo, ma anche del suo popolo. E come invece (e a chi) “gli piace” rivelarsi e nascondersi! Quant’è diverso dalle aspettative di gloria e onnipotenza dell’uomo, il suo misterioso agire di Padre nella storia, dentro i conflitti, i rifiuti, i fallimenti, la ingenua effimera buona volontà dei “buoni”… e la refrattarietà radicale di “tutti” al suo amore!
Non se ne accorge forse nessuno, ma sotto lo sguardo stupito e smarrito dei discepoli più vicini, questo sussulto di consapevolezza “riconoscente” di Gesù verso il Padre segna un salto di qualità e di prospettiva nel cammino culturale dell’umanità intera… come è avvenuto per il suo battesimo o la morte in croce. Su questo mistero “paterno” sta o crolla la fede dei suoi discepoli lungo i millenni. Lo si vedrà poco dopo quando il fondamento stesso della sua Chiesa, Pietro, dopo aver accolto felicemente l’ispirazione del Padre sulla messianicità di Gesù, di fronte a questo discrimine della sofferenza, diviene ‘satana’! Come tutti i discepoli, che appena il loro messia diventerà “piccolo e inerme” lo abbandoneranno tutti. Su questa scelta preferenziale dei piccoli come depositari delle “cose” del Regno si gioca il prestigio “a rovescio” dei discepoli di Gesù! – che ciascuno di noi, come la chiesa intera, fa una fatica immensa ad accettare. Ma il messaggio è chiaro!
1. La rivelazione del Padre passa attraverso i “piccoli” (in/fanti – non hanno neanche la parola!). L’esperienza di Gesù con i sapienti e gli intelligenti non è stata felice e arriverà ad uno scontro mortale…. ma la sua dichiarazione non è una condanna contro di loro: è invece un’esperienza di profonda coincidenza con le scelte del Padre, come a dire: è proprio così! è vero e bello così! Sono i poveri di spirito, i malati, le folle stanche, i bambini… coloro insomma che non sanno come salvarsi, che possono aprirsi davvero alla benevolenza del Padre, che preme sul cuore di tutti… Gesù capisce che lui stesso, pur continuando per ora tutti gli sforzi, le discussioni, i segni di salvezza, sarà spinto nell’abisso dell’impotenza…
2. l’uomo Gesù, (e Gesù soltanto) è il rivelatore del Padre in terra, proprio per aver capito questo ed esserne trasformato nel nodo della sua (nostra) umanità. Al punto di riconoscere nel Padre il proprio segreto più intimo: tutto mi è stato dato dal Padre mio… Questo mistero inaudito è stato scritto lì, certamente, con parole così profonde e intense che gli esegeti dicono che sembra un testo di Giovanni. Gesù sta spalancando a noi il circuito trinitario (nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio)… per dirci che questo circuito non si può ormai più chiudere storicamente (su questa terra come in cielo) se non attraverso questo anello mancante: i piccoli! Questa è l’intima rivelazione del segreto messianico del Padre, nel quale Gesù coinvolge colui al quale lo vuole rivelare ‑ per associarlo alla sua missione di salvezza del mondo!
3. venite a me voi tutti affaticati e oppressi! …fiumi di inchiostro si sono spesi per difendere Dio dal male del mondo, per proclamare tutti (credenti di ogni fede, atei, agnostici) che i piccoli, soprattutto, non devono soffrire. Gesù accoglie invece la contraddizione e ci si sprofonda, ma non la risolve storicamente, come tutti si aspetterebbero... Propone un modo di viverla nuovo, riferito a lui e alla sua esperienza del Padre nella storia: Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e piccolo di cuore, e troverete sollievo per le vostre anime. Il mio giogo infatti è utile e il mio carico leggero. Dunque la sua croce rimane un peso smisurato sulle sue spalle, e neanche sarà leggera la croce di chi lo segue! Il segreto sembra essere nella mitezza e inermità con cui si affida alla benevolenza del Padre che in lui (loro!) sta portando avanti la salvezza del mondo. Qui c’è un abisso, un vuoto, nel quale si inoltra chi lo segue senza resistenze, chi il Padre ha chiamato, chi ne riceve il regalo terribile di sofferenza, impotenza, infermità… mantenendo in cuore la mitezza. Dal suo intimo sgorgherà lo zampillo d’acqua, il barlume di luce sufficiente a sperimentare …che il Padre ha ragione!
...via verità e vita…
Gesù dunque taglia via dalla conoscenza dei misteri del Regno (queste cose!) gli specialisti della teoria (teologi, scienziati, scribi e farisei… chierici) e gli specialisti della prassi (asceti, santi… galantuomini) coloro insomma che hanno accesso a Dio e ai grandi problemi dell’uomo e della sua storia… Saranno anche competenti e tocca a loro condurre il mondo e le chiese… ma Gesù continua imperterrito ad affermare che il Padre si è compiaciuto di “rivelare” i veri segreti del senso della storia, ai piccoli. Rivelare “queste cose” – cioè effettuarle storicamente, vuol dire… ‘Lui’, da che parte sta! da dove salva il mondo! con i piccoli!
Tutta la lotta che segna la vicenda umana, a livello personale e sociale, tra legge della carne (carri e cavalli - risorse della legge e della morale… potenza delle capacità umane) e legge dello spirito (un puledro di asina, la fatica e l’oppressione, la piccolezza e l’insignificanza) … è raccolta e simboleggiata anche da Zaccaria e a Paolo … nei piccoli del Vangelo, salvati per grazia dello Spirito: per dare vita anche ai loro corpi mortali (Inutili! noi pensiamo… censurando che la sorte del nostro corpo è, alla fine, uguale).
Nella sua avventura umana - nel suo corpo! nel loro corpo! - abitati dall’interno da una dinamica dello Spirito totalmente diversa dalla legge della carne, Gesù si propone via e forza di salvezza. Come a dire: imparate da me (come ho imparato io!) la potenza della mitezza e della piccolezza: nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a colui che poteva liberarlo dalla morte… e fu esaudito per la dolce consegna di sé . Pur essendo figlio, imparò l'obbedienza dalle cose che patì, e divenuto perfetto, divenne causa di salvezza per tutti quelli che gli obbediscono!… (Eb 5,7s).
il punto cieco - il corpo mancante della chiesa e della società …
… lo statuto dei mistici è di non raggiungere mai il dio per cui vivono, quello dei piccoli è di non raggiungere… niente! Ma di essere abitati da un Padre inerme… che li rende “il vangelo vivo” che, in ogni cultura, si fa fermento e seme di ciò che non c’è ancora, la profezia della salvezza ricercata, la denuncia della insensatezza di ogni violenza e reazione aggressiva.
Il Dio mondano, intuito dalla nostra intelligenza, ricercato dalla nostra orfanità affamata di onnipotenza,viene incessantemente e inevitabilmente ingabbiato nelle teologie e liturgie di noi intelligenti, sapienti, e clericali… E così intercetta e impedisce il contatto con il Padre, sperimentato e rivelato da Gesù. Censura, quindi il vero scandalo! Elimina l’anello storico del circuito trinitario: i piccoli, che sono in mezzo a noi, senza importanza, pietre scartate, ma sono le chiavi di volta della salvezza della storia. Perché la salvezza è indivisibile: se non si salva il più piccolo non si salva nessuno!
… i cristiani si affannano cercando come presentare meglio Dio nella società e cultura secolarizzata di oggi, correndo avanti o indietro, aggiornando (o ripristinando) abiti e linguaggi…
Dio… non so dove sia! Ma il Padre di Gesù Cristo, forse è nascosto negli accampamenti zingari, in fila con i “piccoli” rom, a farsi schedare e prendere le impronte – e chi si accorgerà che sono le impronte di Dio?!

domenica 2 marzo 2008

Godere la pace con riconoscente eucaristia

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». (Gv 9,1-41)


· Vorrei cercare di leggere il Vangelo di oggi in una prospettiva capovolta: Non tanto “leggere” quanto piuttosto cercare di “farci leggere”. Questo per far emergere quello che il testo dice e non ciò che la nostra precomprensione teologica e/o dogmatica e/o “spirituale” vuole fargli dire: perché solo la verità della Parola è salvifica.
Penso che “diventare bambini” per entrare nel “Regno del Padre” significhi anche questo: bambini nel cuore e nella testa, bambini che si reputano “ignoranti”, bisognosi di apprendere; “ciechi”, bisognosi di guida. Tornare bambini vuol dire qui anche saper mettere tra parentesi le nostre conoscenze acquisite negli anni di studio e di esperienza, provare a fare in qualche modo “tabula rasa”, per quanto possibile, per lasciarci istruire solo dal Vangelo di oggi, solo dalla prospettiva di Giovanni.
Quindi se anche noi fossimo imbevuti di verità foss’anche “angelica”, proviamo ora a lasciarci scioccare, sbigottire, da quella di Giovanni che, meno interessata a problematiche puntuali (a cui spesso le lettere di Paolo fanno riferimento) dilata lo sguardo su orizzonti nuovi della realtà umana. Neanche vogliamo qui preoccuparci ora di come “armonizzare” le varie prospettive teologiche, vogliamo soltanto ascoltare e lasciarci cambiare la mentalità da Giovanni e oggi questo ci basta. E questo è un buon metodo anche nel dialogo interpersonale.

· Il Vangelo di oggi si riferisce a un episodio concreto della vita di Gesù ma lo ri-costruisce in modo tale da fare emergere il significato profondo di ciò che il Signore Gesù Cristo compie, sta compiendo e continuamente compie, nella storia del vivere quotidiano della comunità cristiana. Ecco allora che tutto l’episodio è come ri-scritto con l’intento di mostrare il senso autentico della vita nuova a cui il cristiano è chiamato attraverso l’appartenenza alla vita di Cristo che inizia col battesimo.
Numerosi “fatti” nell’episodio in esame lo richiamano, e tutti andrebbero colti, nella loro infinita ricchezza e interconnessione tra di loro, qui ne ricordiamo solo qualcuno:
Il fango: simbolo del limite e del “peccato”, acceca il cieco rendendolo se possibile ancor più cieco; Il fango e la saliva (che come il soffio, spirito, viene dall’intimo di Cristo, e simboleggia la sua vita “interiore”): che rimanda all’atto creativo di Dio in Genesi e porta alla identificazione del cieco-battezzato col Cristo stesso. Infatti il Signore “distende” la propria “sostanza” (saliva infangata, simbolo dell’Incarnazione) ricoprendo di sé il volto del cieco (maschera: persona).
L’acqua della fontana di Siloe che rappresenta il Cristo in cui siamo immersi…
L’acqua, della cui simbologia è pervasa tutta la Bibbia, come rimando a: Esodo, purificazione, l’episodio della Samaritana, Crocifissione, qui la “saliva”, ecc.
Il cieco “reso” dal Cristo “alter Christus”. Nell’“essere” (cioè nel suo essere figlio, nella sua relazione col Padre, nel suo essere oramai definitivamente risorto). Infatti a una domanda su di sé risponde con le stesse parole, di forte rilevanza cristologica e teologica, che altrove Gesù stesso usa per se stesso: “sei tu il cieco?” parallela a “sei tu il Cristo?” e la risposta teofanica identica “sono io” (“ego eimi”: Io-Sono). A questo si aggiunga la “maschera di fango” di cui abbiamo già parlato… Nella missione, la fontana stessa il cui nome significa ‘inviato’ simboleggia il Cristo (inviato dal Padre), l’Apostolo e il cieco-cristiano-battezzato (inviati entrambi da Cristo): il battesimo ci rendi “missionari” del Padre “come” lo è il Cristo. Nel “donare la vita”: anche il cieco, come Gesù e poi i suoi discepoli, è “cacciato fuori”.

Interessante sarebbe poi far “giocare” tra di loro i vari significati a cui la stessa parola-simbolo rimanda. Portando la comprensione della profondità della elaborazione letteraria e teologica del Vangelo di Giovanni a livelli tali da “far venir le vertigini”: non stupisce che l’Apostolo sia rappresentato nell’iconografia cristiana da un’aquila.
Ad esempio, in questo modo il “fango” apparirebbe, contrariamente al nostro senso comune, in qualche modo parte costitutiva dell’essere umano, anzi di Cristo stesso, tale che chi volesse santificarci purificandoci dal fango, non farebbe di noi degli “angeli” o dei santi ma, come l’esperienza spesso dimostra, degli esseri abominevoli, aberrazioni mostruose in umanità contraddicendo la "logica" profonda della stessa Incarnazione del Figlio di Dio…

· La prospettiva che emerge da questo Vangelo quindi è quella che vede nel battesimo, come era chiamato nell’antichità cristiana, il “rito della illuminazione”: passaggio dalla cecità alla visione… Si veniva immersi nell’acqua per simboleggiare l’abisso tenebroso della nostra vita prima dell’incontro col Cristo e si veniva fatti riemergere alla superficie, alla luce, alla visione. Questo passaggio dalle tenebre (morte, peccato, uomo vecchio, cecità…) alla luce (vita, grazia, uomo nuovo, visione…) era ed è il battesimo: è la Risurrezione di Cristo che diventa “ora” anche la mia risurrezione. Il battesimo ci fa risorgere ora, non dopo la morte: infatti è considerato anche il rito della rinascita (risurrezione) dalla morte (immersione) alla vita (emersione) senza fine e di Dio (eterna) e per questo detta “nuova” (come “nuovo” è il vissuto che ne sgorga: la giustizia, pace, gioia… ).

· In effetti a ben pensarci, credere che Gesù sia Figlio di Dio, credere nella sua presenza eucaristica, io personalmente non lo trovo così “difficile” o “incredibile” o “impossibile” da credere: in fondo se Dio è Dio… Non trovo così difficile nemmeno crede che il Figlio di Dio possa risuscitare, se Dio è Dio e Gesù è Dio… “Cose” del genere, anche se ovviamente di significato ogni volta diverso, si trovano anche in altre religioni…
Quello che io invece trovo veramente inaudito, incredibile, impossibile per un uomo, persino da credere e non solo da farsi, perché al di là di ogni possibile logica e speranza umana, è che questo sia dato a me come dono nella storia. Ora! e non come semplice possibilità, “post mortem”… Questa però è la novità che il Vangelo di oggi cerca di fare emergere alla nostra consapevolezza, con il racconto del “cieco nato”: che uno come me, uno come te, possa già essere “risorto” da vivo. E non tanto che possa risorgere dopo la morte come anche il “Credo” ci dice: non stupisce che pochi oggi ci credano ancora, infatti se non si vive la risurrezione da vivi come si può credere che sia possibile da morti? Da questo punto di vista il battesimo così inteso è veramente qualcosa di inaudito: il battezzato è già ora un “illuminato”, un risorto a vita nuova, e se risorto, è già uno che vive della “visione” (la distinzione tra le varie forme di visione è estranea alla mentalità giovannea, visto che la res è la stessa: cfr beata Elisabetta della Trinità)!
Non a caso era ed è celebrato sempre in riferimento alla Pasqua e di per sé è durante la Veglia Pasquale che trova la sua collocazione liturgica naturale: cioè in stretta connessione con la Risurrezione di Cristo. E ci sarà pure un perché… e il vangelo di Giovanni di oggi ce lo dice, anche se per capirlo bisogna “scavare” un po’…

Questa dunque è la prospettiva inaudita che ci propone il Vangelo di Giovanni oggi! È certamente la prospettiva di un “mistico”, ma non certo di un sognatore, e in ogni caso, Dio attraverso Giovanni, ci chiede di farla nostra!

E infatti è così “diversa” da quanto una certa tradizione teologica e catechistica “smemorata”, ci ha trasmesso, che ce ne dimentichiamo spesso, se non come riferimento al passato e a qualcosa che il nostro presente “fangoso” ha di fatto cancellato e che il nostro futuro vede solo come ipoteticamente probabile.
E allora ecco che ci sono degli zombie che si aggirano oggi nella nostra comunità cattolica: gente che sebbene “moralmente ineccepibile” (sic!) vive nelle tenebre, e che vuole che tutti vivano nelle tenebre, perché è gente che sembra ancora in attesa di essere battezzata, illuminata, risuscitata, guarita, salvata. Gente che ci vuole “distrarre” dalla visione giovannea del dono ricevuto perché gelosa della nostra gioia. Gente che di fatto, al di là della fede professata a parole, attende ancora il Messia-Liberatore, perché dice che è venuto, ma in fondo in fondo non ci crede, perché nella loro prospettiva non è cambiato granché nella nostra vita: al massimo l’ontologia, ma non ancora la vita concreta… È gente più esperta delle cose di Satana che delle cose di Dio. Vivono della paura dell’inferno e del peccato e dell’eresia… Questi sepolcri imbiancati, buffi fuori e morti dentro, come vampiri si aggirano cercando la vita da succhiare, trasformando le loro vittime in altrettanti vampiri. Mercanti di tristezza, aspettano angosciati il “non ancora”, negandosi il godimento del “già” ricevuto… E temono di non averlo affatto questo dono. E così non l’avranno mai! Gente che vive a partire dal problema, e fa dei problemi un orientamento di vita, cercando di uccidere l’anima rinata nella gioia di una vita rinnovata, dove il problema non fa più problema perché è stato trasformato in grazia.

“I fumi di Satana sono entrati nella Chiesa” disse un giorno Paolo VI, anche in questo ha avuto ragione: lo troviamo dappertutto questo fumo: nei gangli profondi del nostro io quando cede alla paura; nelle nostre comunità religiose e cristiane, nei movimenti cristiani laicali. Alcuni hanno una radio e hanno il loro maestro che predica più sul diavolo e l’inferno che su Dio e il paradiso (evidentemente ciascuno parla di ciò che vive). Altri come appestati infestano il “web” con le loro deliranti scomuniche illudendosi di una fedeltà alla Chiesa e al Papa che invece tradiscono in radice, facendoli apparire “annunciatori di tristezza” piuttosto che “annunciatori di gioia”… Ma resta su di loro il giudizio definitivo di Cristo: non praevalebunt.

Il cristiano invece sa che “le porte degli inferi non prevalgono” perché egli è colui che ha creduto e sperimentato che nel battesimo, la luce, la risurrezione, la salvezza, la visione (e quindi l’evidenza del dono donato) e tutto ciò che è di Dio, gli è già stato dato. Definitivamente! Certo anche per lui c’è il “non ancora”, ma ha orientato la propria esistenza non sull’angoscia avida del “non-ancora” ma verso la gratitudine povera del “già”: è la speranza giovannea, parola che nel suo Vangelo è assente, perché non è attesa di qualcosa che ancora non si possiede, ma molto di più, certezza che ciò che già gli è dato, e quindi che già possiede, non potrà che accrescere e non gli verrà mai più tolto. E ne gode la pace con ri-conoscente eucaristia.

sabato 13 ottobre 2007

Un "frammento" dai nostri Esercizi Spirituali con P. Francesco Rossi de Gasperis


"…l’ultima realtà è soltanto il Signore Gesù. E questa signoria è così vera che io posso accettare tutti i superiori possibili e immaginabili, perché so che nessuno di loro è mio superiore: tutti sono segno e sacramento dell’Unico Re.

Servire Dio è regnare! Ma capire - d’altra parte -, come tutta la storia d’Israele ci insegna, che la regalità di questo Re ci chiede anche di vivere nella storia e quindi di obbedire a questi segni. (…)

Io posso sottomettermi a tutte le obbedienze in vista del Re e vivere nella Chiesa, nella famiglia di Dio, con una totale libertà perché la mia coscienza guarda LUI, non altri. Anzi – direi - che questa mia dipendenza dal Re, mi rende accogliente verso tutte le cose che incontro, verso tutte le cose più piccole e più, qualche volta, anche meschine, con il sorriso di chi sa che, oltre a tutte le apparenze, c’è LUI e che LUI non inganna nessuno.

…. Il Signore ha in mano la storia, il tempo, le cose che ci sono e quelle che ci saranno, quelle che stanno passando e quelle che passeranno.

..vivere nella gioia, nella pace, nella consegna di me a questo Re che è il Re dei re e il Signore dei signori e che mi insegna proprio che la regalità l’ha ottenuta attraverso la Croce. E dunque, non c’è nessuna croce che mi si possa presentare che non possa essere una via, una strada, per la libertà. Non c’è nessuna profondità – diciamo -, in cui io possa cadere, in cui non è già passato LUI.

Questo mi sembra – vedete -, il senso della Discesa di Gesù agli Inferi, che è un articolo della fede che forse non sempre capiamo bene che cosa vuol dire. Dire che “Gesù è disceso agli inferi”, significa che ha riempito l’abisso, che è passato dove nessuno di noi è più capace di passare perché già c’è passato LUI, che ha conosciuto la morte – soltanto Gesù, direi, è davvero morto, perché soltanto Gesù ha conosciuto una morte che nessuno ha redento per LUI; la morte di Gesù è incomprensibile per noi perché è morto di una morte non redenta e ha redento LUI la nostra morte -.

E dunque non c’è nessuna morte, nessuna croce in fondo, in cui LUI non sia già passato. E questo fa in modo che ogni croce che mi si presenta diventa un luogo di sequela di LUI che è andato avanti a me. E allora non c’è più d’aver paura della morte, non c’è più d’aver paura della croce, ma - come dicevo - anzi, ogni croce, anche la più nera può diventare la via della liberazione. Questo è tutto quello che hanno capito i martiri nella vita della Chiesa.

Sono alcuni pensieri da nutrire davanti alla Croce del Signore, sapendo che in questo modo LUI ha fatto giustizia, ma una giustizia del mondo che è anche la liberazione del mondo.

Cerchiamo, chiediamo, di vedere la concretezza di questo proprio nelle cose anche più piccole della nostra vita.

Dicevo che “Gesù resta sempre il bambino del Padre, che gioca davanti al Padre anche sulla Croce”: ci insegna anche LUI a giocare con le nostre croci.

Certe volte un modo di darci importanza è quello di dire, insomma, che stiamo soffrendo terribilmente, nella passione…relativizziamo: non c’è nessuna croce con cui non si possa giocare, proprio perché il Signore ha preso la Croce come suo trono.

E’ dunque con l’umorismo, se volete, di questo fatto, che, come dice il prefazio della Croce, colui che credeva di vincere con l’albero dall’albero è stato sconfitto – è stato sconfitto per la forza della Risurrezione che ha segnato l’ultima parola sulla morte, e quest’ultima parola è Vita, Vita che non muore più -.

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