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mercoledì 27 aprile 2016
VI Domenica di Pasqua
venerdì 27 maggio 2011
VI Domenica di Pasqua: Si inizia a parlare di Spririto
Non che Egli fosse assente prima, anzi era l’anima (lo spirito!) di tutta la storia della salvezza, ma ora – dopo che nella forma umana Gesù si rende assente ai suoi – la Sua presenza viene come ribadita e sottolineata.
È lui infatti il protagonista della prima lettura… che è molto curiosa, perché in essa si parla di una città della Samaria in cui un apostolo predica il Cristo; una città in cui – peraltro – tale annuncio viene accolto con gioia… una città, i cui abitanti sono anche già stati battezzati nel nome del Signore Gesù… eppure – nonostante la predicazione già avvenuta e già accolta, nonostante il battesimo – è una città nella quale gli altri apostoli sentono la necessità di inviare Pietro e Giovanni perché impongano le mani ai nuovi cristiani e gli permettano così di ricevere lo Spirito Santo…
Qui sta la curiosità… Com’è possibile aver ascoltato e accolto la Parola di Dio, essere addirittura stati battezzati nel nome del Signore Gesù e… non aver ancora ricevuto lo Spirito Santo?
Ma la lettura è tanto più curiosa, perché Luca – scrivendo gli Atti degli apostoli da cui questo brano è tratto – non sente la necessità di spiegare questa prassi…
E tanto meno sente la necessità di spiegare come questo testo stia in relazione a quell’altro – sempre tratto dagli Atti degli apostoli – in cui Pietro vive l’esperienza opposta, quella cioè per cui si ritrova ad avere a che fare con persone – per di più pagane – che ricevono lo Spirito Santo indipendentemente dai suoi gesti rituali: «Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio. Allora Pietro disse: “Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?”. E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Quindi lo pregarono di fermarsi alcuni giorni», At 10,44-48.
Ma a noi il problema rimane… Come era vissuta la prassi sacramentale di accesso alla fede nella prima comunità cristiana?
È così importante saperlo perché è ad essa che noi ci rifacciamo come esperienza sorgiva, matrice per la Chiesa di sempre… e soprattutto perché quando diciamo “accesso alla fede”, non facciamo solamente riferimento all’ingresso istituzionale in una comunità ecclesiale (anche questo, ovviamente), ma più radicalmente facciamo riferimento all’accesso alla vita di Gesù, per mezzo dello Spirito santo nel suo corpo che è la Chiesa… In gioco quindi vi è la possibilità di entrare in relazione col Signore!
Dunque: Come è avvenuto questo accesso nella prima comunità cristiana? Cosa si è ritenuto “normativo” in proposito?
È difficile ricostruire oggi l’effettivo snodarsi storico degli eventi per capire quale prassi “sacramentale” sia stata effettivamente seguita… Di certo entrambi i testi mostrano come – nella prima comunità cristiana – l’evento straripasse rispetto all’istituzione e come tra essi ci fosse il corretto rapporto: l’istituzione è a servizio dell’evento; è lei a modellarsi – dunque anche a variare di situazione in situazione – sull’evento… rapporto questo che peraltro la Chiesa – pur nei periodi più faticosi della sua storia – non ha mai del tutto abbandonato e che, forse, anche su certe questioni contemporanee potrebbe maggiormente mettere in campo per provare a guardare le cose da punti di vista diversi…
Comunque, al di là di queste digressioni, un’altra evidenza da mettere in campo è che ciascuno di questi testi aveva la sua finalità teologica: il secondo voleva mostrare come – in una Chiesa in cui ancora c’erano tensioni tra cristiani provenienti dal mondo ebraico e cristiani provenienti dal mondo pagano – la forza dello Spirito eccedesse rispetto ai confini posti dagli uomini; il primo invece (quello di questa domenica, importante tra l’altro anche perché è alla base della pratica sacramentale odierna, con la confermazione “staccata” temporalmente dal battesimo) voleva sottolineare la necessità di una “ratifica” ecclesiale, universale (cattolica!), apostolica dell’accesso alla fede; non in senso negativo (come una volontà di mettere il “bollino di qualità” sui “nostri”), ma in senso positivo, quello cioè per cui la Chiesa di Gerusalemme (la Roma di allora), nelle sue figure più rappresentative (gli apostoli e tra essi Pietro e Giovanni), si facesse garante del riconoscimento di questi (che tutti consideravano eretici) come fratelli a tutti gli effetti!
Eppure, nonostante la curiosità della prima lettura, l’apparente inconciliabilità con At 10,44-48 e la diversa finalità teologica di ciascuno, ciò che emerge con chiarezza da questi brani è il fatto che entrambi pongano come centrali, i medesimi elementi: la Parola, lo Spirito santo (mediato o ratificato dai gesti del battesimo con acqua e dell’imposizione delle mani), la prossimità fraterna…
Cioè, la via – che Gesù settimana scorsa diceva di essere –, ora che Egli non è più presente in carne ed ossa, è fatta con un asfalto che ha mescolati insieme inestricabilmente questi tre elementi: la Parola, lo Spirito, i fratelli!
Noi li distinguiamo, per tentare di capirci qualcosa… Ma – come abbiam visto prima con i due testi di Atti – ogni volta che si tenta di snodare questi fili, si va in tilt e si capisce ancora meno…
È infatti non solo inspiegabile, ma addirittura inconcepibile pensare la Parola di Dio senza la prossimità fraterna (qualcuno che l’ha scritta, l’ha imparata, l’ha raccontata, l’ha riscritta, l’ha tradotta, l’ha ritradotta, l’ha stampata, ce l’ha fatta conoscere…) e senza lo Spirito che s’è messo a parlare con lo spirito di ciascuno di questi nostri fratelli…
E così è impossibile pensare lo Spirito senza una carne in cui prendere dimora e Parola…
Infine, è impossibile anche solo pensare un rapporto di prossimità fraterna che non si riferisca ad una paternità condivisa, una non orfanità che coincide esattamente con la promessa di Gesù nel dono dello Spirito: «Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi. Non vi lascerò orfani».
Solo questa creduta non orfanità apre il cuore dell’uomo alla prossimità fraterna che coincide con l’osservare i comandamenti di Gesù: «Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20).
Scriveva in proposito Giuliano: «Senza lo Spirito il cristiano è orfano, secondo Gesù! E il cristianesimo diventa solo una religione del culto e del Libro, la dottrina di un Maestro che ha insegnato eccelse quanto irraggiungibili proposte morali, ma non ha trasmesso la “spinta” dinamica vitale che sorregga la miseria umana nell’usura del tempo e dell’evolversi della cultura. Per cui quando scordiamo lo Spirito diventiamo una setta di orfani smarriti o aggressivi. Mentre Gesù, ritornando al Padre, non ci ha abbandonati a noi stessi. La sera di Pasqua "alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito santo" (Gv 20,22). E Luca aggiunge il saluto finale: "Io manderò su di voi quello che il Padre mio ha promesso” (Lc 24,49). A Pentecoste riascolteremo la grande effusione dello Spirito che darà coraggio e forza a tutta la Chiesa, proiettandola nella sua missione nel mondo, ma custodita e protetta: "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre". Nello Spirito, l’apertura del cuore ai comandamenti di Gesù non è una sottomissione ad una legge, ma conseguenza di un innamoramento: la “passione” di Dio è venuta ad abitare dentro di noi come una forza propulsiva, un flusso vitale… ravvivando un intreccio di relazioni che nutrono la vita… Se mi amate osserverete i miei comandamenti... Dunque la realizzazione della proposta di Gesù è esperienza di accoglienza dell’amore in persona: lo Spirito! Non può essere diverso: "Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch'io lo amerò e mi manifesterò a lui". Questo appassionato coinvolgimento ci apre ad una intimità misteriosa e coinvolgente con la Trinità stessa: "In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me e io in voi". L'opera forte e mite dello Spirito santo è condizionata dalla nostra corresponsabilità accogliente e docile, perché è lui la fonte dell’amore che ci smuove, in una dinamica dove i due amori (il piccolo e fragile amore di cui siamo capaci noi – e il suo braciere eterno) sono fusi insieme nel gemito che ci fa dire “abbà Padre”… gemito che ci risuona in cuore, se impariamo ad ascoltarlo, in ogni passo della vita quotidiana, fino a sperimentare e gustare qualche barlume della sua promessa: Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi... perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre e voi in me ed io in voi».
sabato 16 ottobre 2010
XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO: LA PREGHIERA, LA PAROLA E LA CHIESA… L’ALVEO CHE CUSTODISCE LA FEDE PER QUANDO IL FIGLIO DELL’UOMO VERRÀ
Innanzitutto Mosè… è l’uomo nelle cui mani sta la sorte dei suoi… mani fragili, mani di uomo, mani di un uomo solo… che prima o poi iniziano a pesare.
Anche noi spesso ci sentiamo così – a torto o a ragione – con il peso dei “nostri”, con il peso degli altri, con il peso delle situazioni, tutto sulle nostre spalle… spalle fragili, spalle di uomini e donne… spesso soli…
La Parola ci intercetta qui… nella pesantezza di una condizione che – ci pare – non siamo in grado di sos-tenere…
E ci intercetta con tre grandi sottolineature, che riescono forse a ridarci la forza che lungo i giorni si è logorata… o, se non altro, a ridarci la lucidità con cui guardare alla vita:
1- Innanzitutto la sottolineatura del libro dell’Esodo… Non è vero che siamo soli! Nella comunità di chi ha passione per l’annuncio evangelico c’è sempre un Aronne e un Cur che può sostenere le nostre mani… qualcuno che ci dà una pietra su cui sederci e che “tiene su” con noi le sorti altrui…
Che è stata anche la scoperta del presuntuoso Elia, quando alle sue parole «Io sono rimasto solo, come profeta del Signore, mentre i profeti di Baal sono quattrocentocinquanta», il Signore stesso aveva risposto dicendo, piuttosto ironicamente: «Io, poi, ho riservato per me in Israele settemila persone»… (1 Re 18).
2- La seconda sottolineatura è la parola di Paolo a Timoteo… La parola della saldezza, della fondatezza e della giustezza del nostro essere lì a tener su, per tutti, le mani… una fondatezza (e una giustezza) che, quando le mani iniziano a pesare, è la prima ad andare in crisi… Perché siamo qui? Per chi? Con la smaniosa voglia di lasciar perdere, abbassare le mani e lasciare che tutto vada allo scatafascio, con l’autogiustificazione ingannatrice che “ci stavano chiedendo troppo” e dunque che “era proprio inevitabile lasciar stare e pensare un po’ a noi stessi (alla nostra sopravvivenza)”… E invece Paolo ci riporta (ci butta – forse – un po’ in faccia) il modo giusto con cui guardare la realtà: «Figlio mio, tu rimani saldo in quello che hai imparato e che credi fermamente. Conosci coloro da cui lo hai appreso e conosci le sacre Scritture fin dall’infanzia»!
Come a dire: “Figlio/a, tu sai perché sei lì a tener su le mani per tutti! Tu sai che sono degni di fede coloro che lì – attraverso questa storia di uomini (e donne) – ti hanno posto. Tu sai che ha una fondatezza ciò in cui hai creduto e che ora ti è andato in crisi… Una fondatezza che, ancora (e sempre), è rintracciabile, mantiene aperto il suo accesso… perché la Scrittura rimane, anche quando chi te l’ha insegnata non c’è più!”.
3- E infine la terza parola, quella del vangelo, «sulla necessità di pregare sempre»… non la preghiera per quel dio che abbiamo dentro (costruito da noi! E che dunque è un idolo!), che assomiglia così tanto al giudice «senza religione e senza pietà» del racconto lucano, ma «La preghiera capace di ottenere tutto da Dio», «quella che ci insegna Gesù: che ha cambiato il volto di Dio in “Padre nostro” – e prima si preoccupa anzitutto di lui, del suo nome, del suo regno della sua volontà… perché questa è la nostra salvezza, affidarsi a Lui» [Giuliano] a cui diamo del “tu”.
Ecco dunque tratteggiato, brevemente, il percorso che le letture ci invitano a fare questa domenica… perché i Mosè a cui pesano le mani, la vedova abbandonata senza più l’appoggio di nessuno, siamo noi!
Siamo noi quelli sostenuti – finora – da un’ostinazione invincibile che adesso invece pare aver perso la sua imbattibilità, per lasciarci nel «l’abbandono della partita, per ateismo o agnosticismo»…
Siamo noi quelli a cui – con il Salmo 41,5 – vien da dire: «Questo io ricordo, e il mio cuore si strugge: attraverso la folla avanzavo tra i primi fino alla casa di Dio, in mezzo ai canti di gioia di una moltitudine in festa». Ma ora…
Siamo noi quelli tentati di fare come «l’Ivan di Dostojevski e restituire dignitosamente a dio il biglietto da visita» dicendo «non mi interessa più, non voglio aver più niente a che fare con lui!»…
Siamo noi quelli che Gesù ha voluto portare con sé, «a questa barriera estrema oltre la quale inoltrarsi, per continuare a pregare…» [Giuliano].
Siamo noi quelli immersi in una situazione che biblicamente si chiama la “prova” e che è radicale proprio perché mette in discussione Dio, il suo volto, il nostro modo di pensare la storia, il giusto e l’ingiusto, il buono e il cattivo, la sensatezza e l’insensatezza… e che il Signore chiama a ri-decidersi per Lui e a non fare come Israele, che ogni volta che ha sperimentato qualcosa che mandava in crisi l’idea che si era fatto di Dio, passava a qualcun altro, costruendosi vitelli d’oro…
Ecco perché le sottolineature così pressanti sulla necessità della preghiera, della Parola e della Chiesa, come alveo da cui non sottrarsi quando il germe della sfiducia, della stanchezza e dell’insensatezza si insinua nei nostri interstizi e inizia a rodere le fondamenta del nostro essere… Perché la prova in cui la vita mette l’uomo, non si trasformi nella prova in cui l’uomo mette Dio, che – non a caso – in queste situazioni viene identificato immediatamente con il giudice sordo della parabola, o con colui che ci lascia soli a tener su le mani per tutti… comunque quello della cui parola si inizia a diffidare…
«… a meno di prendere l’altra strada, suggerita da Gesù : cambiare il volto di Dio!» [Giuliano], anzi ri-accedere a quello autentico, tornare a sbilanciarsi con fiducia verso il volto di Dio a cui la Parola dà una fondatezza e al quale – come dice un bellissimo canto liturgico - «A te fratello chiedo di credere con me…».
domenica 9 maggio 2010
Ridisegnare la Storia col soffio dello Spirito
Il contesto del Vangelo di oggi è quello dell’ultima cena secondo il racconto del Vangelo di Giovanni. E fa parte di quella sezione che gli studiosi chiamano per convenzione (e impropriamente in quanto come lui stesso dice, non se ne va: l’andare al Padre non vuol dire che si “assenta” dalla nostra storia…) “discorsi di addio”.
Qui siamo nel primo di questi discorsi che inizia in Gv 13,31. Bisognerebbe ricollocarsi esistenzialmente in quel contesto per cogliere in tutta la sua profondità ciò che Giovanni ci vuole trasmettere in ciò che dice e fa Gesù…
Il brano riportato nella liturgia è propriamente parlando una risposta di Gesù alla domanda di un discepolo (Giuda, non l’Iscariota che è già “uscito”). La domanda era: «Signore come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». La risposta di Gesù nel dare un senso nuovo alla domanda, dà la chiave di lettura di come sarà possibile il suo “manifestarsi al mondo”…
Se uno mi ama, osserverà la mia parola
Gesù mostra che la fede non nasce da una evidenza, da una cogenza alla quale non ci si può non consegnare: nemmeno la resurrezione lo è! Non esiste un miracolo capace di “costringere” alla conversione. La fede – questo è il bello della fede – è un atto di amore, un atto della libertà che si apre all’incontro-conoscenza con l’altro generando comunione. Non è un “aderire a un’idea” o peggio a “una dottrina” e men che meno una “costrizione”. La fede è un fidarsi-affidarsi che nasce dall’amore che si fa storia comune. In questa risposta Gesù unisce fede-speranza-carità come dimensione profonde della relazione tra l’uomo e Gesù (e, a partire del suo amore per noi che precede e rende possibile il nostro, tra i discepoli cfr 13,34ss).
Il punto di partenza quindi è l’appropriazione personale della sua parola: questo è l’Amore secondo Giovanni. Amare Gesù è vivere della sua Parola al punto da non poterne più fare a meno, se non un sentirsi “morire dentro”. Osservare i comandamenti (v. 15) e osservare la sua parola non hanno niente a che fare per Gesù (e Giovanni!) con “l’osservanza materiale di precetti” ma indicano un rapporto vitale con la parola (logos-dabar) che produce comunione, condivisioni di vite e sequela…
Il manifestarsi di Gesù è un manifestarsi possibile solo a coloro che “gli si fanno suoi”, che accettano di farsi suoi… per questo chi non lo ama, “non può” vivere della sua parola e quindi “non lo può” conoscere (il binomio “conoscere-amare” e “non conoscere-odiare” è fondamentale in tutto il Vangelo di Gv fin dalle sue prime battute nel Prologo cfr anche oltre ai capitoli 13-17 ad esempio il c. 10 sul rapporto d’amore – conoscenza reciproca – tra le pecore e il pastore)…
L’amore per il logos di Gesù è l’amore per Gesù, Logos del Padre, e quindi è nello stesso tempo amore per il Padre… Amore che è dono dello Spirito d’amore tra il Padre e il Figlio e i figli.
Per questo, questo amore, questo vivere della sua parola, è comunione col Padre e col Figlio che si fa presenza concreta, dimora reciproca, reciproco dimorare l’uno nell’altro, reciproca inabitazione, con-vivenza sponsale (cfr il segno-simbolo – sacramentum – del matrimonio) di reciproca conoscenza…
E questo è lo Spirito, Amore tra il Padre e il Figlio e i figli, che alimenta e si alimenta del nostro reciproco vivere l’uno dell’altro, degli uni negli altri, degli uni per gli altri… per questo lo Spirito ricorda e insegna l’amore-parola di Gesù che è Gesù stesso perché Gesù è la sua parola in quanto è tutto in tutto quello che fa e che dice… Il ricordare dello Spirito allora non può essere nel senso biblicistico di riportare a memoria qualcosa che si è dimenticato (es una citazione biblica) o di rivivere la nostalgia di un tempo passato (es il periodo storico di Gesù o di un’epoca “d’oro” della Chiesa), ma un riportare a reciproca presenza, un ripresentare l’uno all’altro il volto dell’uno e dell’altro, per rivitalizzare, vivificare, mantenere in vita l’amore dell’uno per l’altro, il vivere dell’uno con l’altro. Questo “ricordare” dello Spirito, fa dello Spirito il paraclito per l’uomo, cioè consolatore (testimone alla coscienza credente della promessa del Padre che si attua nella storia, e per questo dà forza e coraggio, esorta e spinge all’azione nella storia) e in Dio è colui che intercede per noi con gemiti inesprimibili. Questo significa il ricordare la parola di Gesù: rivivere alla presenza nostra e del Padre l’azione liberante del Cristo…
Tempio di Dio
Questo è il dono più grande, che fa del discepolo il luogo della comunione con Dio, il luogo della presenza di Dio vivente, tempio vivente del Dio vivente.
Per questo il discepolo non può che rallegrarsi del fatto che il Signore vada al Padre, perché solo così la sua presenza diventa definitiva. Perché il suo ritornare col Padre diventi presenza tangibile nel dono dello Spirito per la vita di ogni uomo di ogni luogo e di ogni tempo, senza più i limiti sensibili della dimensione spazio-temporale.
Questa presenza, questa inabitazione reciproca di Dio nell’uomo e dell’uomo in Dio, attuata dall’amore alla sua parola, fa dell’uomo un creatura nuova, autentico «sacramento di Cristo» (M. Magrassi, Vivere la chiesa, 113).
Ciò che Gesù afferma nel Vangelo è descritto con un linguaggio profetico, apocalittico nella seconda lettura. Qui dobbiamo uscire da un equivoco… Se è vero che il libro dell’Apocalisse dà una chiave di lettura della storia in prospettiva escatologica (a partire dal suo fine), questo non vuol dire che ciò che è descritto come “compimento” non sia già una realtà vissuta e sperimentata dal cristiano fin da ora… Anzi il compimento è possibile, proprio perché ciò che deve compiersi alla fine della storia è già pienamente presente nella storia: nulla le manca per poter giungere al proprio compimento!
Per capirci possiamo fare una analogia con la persona di Gesù: il suo “tutto è compiuto” sulla croce, non vuol dire che egli non fosse pienamente figlio anche prima! Anzi il suo vivere pienamente da figlio prima della croce rende possibile fare la volontà del Padre fino al suo compimento!
Altrimenti il libro dell’Apocalisse sarebbe l’unico libro della Bibbia che propone una visione “alienante” della storia presente: una fuga dai problemi dell’oggi nell’attesa di una promessa “oltre la storia”…
La “Gerusalemme celeste” (con tutto quello che nella simbolica dell’Antico e Nuovo Testamento rappresenta), lungi dall’essere allora una realtà da contrapporre alla “Gerusalemme terrestre” è quella dimensione già ora presente nella storia in coloro che vivono della parola dell’Agnello… e diventano comunione e tempio della presenza di Dio in mezzo a noi. Siamo ben lontani dalla contrapposizione agostiniana.
E come domenica scorsa ci ricordava il Vangelo (Gv 13,35: Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri), il discepolo non è colui che appartiene a questa o quella istituzione ecclesiale o religiosa, ma è colui che vive di questo amore lasciandosi abitare dall’amore di Cristo, che è, ci ricorda il Vangelo di oggi, amore alla sua parola, al suo logos, al suo dabar. Perché la sua parola ha in sé la capacità di rendersi “amabile” in quanto ci rivela (ricorda) il volto del Padre nel volto del Figlio per l’azione dello Spirito.
L’azione dello Spirito nella storia: l’incarnazione della Parola nella vita dei discepoli
I discepoli allora costituiscono una comunità, come una città che «non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna» perché «la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello». La Parola abita il discepolo perché il discepolo la abita, vive della Parola e nella parola, per questo non c’è tempio: «il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio». Tempio del discepolo è la Parola vivificata dallo Spirito.
Ora tutto questo prima di essere una promessa futura, è già una realtà vissuta dal cristiano-discepolo… che si attua storicamente e giunge fino a noi anche nella testimonianza della vita della comunità credente, fin dai suoi albori: Come ci è descritto anche dalla prima lettura di oggi, tratta dagli Atti degli Apostoli, dove gli Apostoli mostrano un coraggio inaudito!
Di quale coraggio si tratta?… Il brano ci parla di un concreto problema: cosa devono fare i pagani per convertirsi al Cristianesimo? Devono o non devono aderire in toto agli insegnamenti della Torah? Che si noti bene: data da Dio stesso!
Inoltre, Gesù non era forse ebreo? Certo che sì e osservava tutti i precetti della Torah ed era circonciso! E disse che neanche uno iota della Torah passerà… Dunque pare evidente che se un pagano vuole farsi cristiano deve fare come Gesù e quindi convertirsi nello stesso tempo all’ebraismo!
Gli apostoli stessi erano ebrei, circoncisi e praticanti: ancora negli Atti si vede che per la preghiera, come ogni pio israelita si recavano al tempio e alla sinagoga…
Quindi sembrava logico, che chiunque venisse da un’altra cultura, da un’altra religione, da un’altra etnia, dovesse prima di tutto inserirsi, nella religione, nella cultura e nell’etnia giudaica… Non è forse lo stesso ragionamento di molti cristiani che trovano ovvio pretendere ad altri la propria “superiore cultura cristiana”?…
Aperti alla storia di ogni uomo
Invece gli apostoli facendo un salto culturale senza precedenti, manifestano un coraggio inaudito che li rende capaci, lasciandosi guidare dallo Spirito di Cristo, di “staccarsi”, di andare oltre, persino al Cristo secondo la storia… per entrare nella prospettiva del Cristo secondo la gloria.
Ecco in che cosa consiste, concretamente, il lasciarsi guidare, illuminare, soltanto dallo Spirito di Cristo che fa rivivere in noi la sua parola: avere il coraggio di andare oltre persino alla propria storia, al proprio cammino storico-culturale di fede, per saper dare risposte nuove a domande nuove, che i problemi nuovi dell’incontro con l’altro propone alla nostra storia quotidiana…
Non esistono risposte che vanno bene per tutte le domande, per tutti i periodi storici, per ogni uomo e donna, per ogni situazione… Il dono dello Spirito che rivitalizza la parola-azione di Cristo nella storia della comunità credente, rende capace l’uomo di una libertà inaudita persino rispetto alle proprie più sacre tradizioni…
Sulle ali dello Spirito…
Il cammino fatto fin qui di comprensione della “parola” che la Chiesa ci propone nella liturgia odierna, ci dice quanto il nostro vissuto ecclesiale debba maturare per vivere questa realtà e questo coraggio che nascono dall’amore alla Parola… In nome della Tradizione, spesso si è voluto giustificare il nostro tradimento all’amore per la Parola di Gesù.
Quante volte diciamo che una cosa non si può fare perché nella Tradizione non è mai stata fatta… quante volte abbiamo detto di non sentirci autorizzati a cambiare quello che hanno deciso gli Apostoli… Gli Apostoli stessi invece ci mostrano, in quello che è il Vangelo della Chiesa, che non solo si può, ma – perché la salvezza di Cristo raggiunga ogni uomo nell’oggi della storia – addirittura si deve! Questo è il “comandamento” dell’amore! Che diffonde nel mondo il “rallegrarsi” dei discepoli e non “intristisce lo Spirito” liberandone la forza creativa.
Ma anche nel nostro vissuto familiare, spesso noi adulti, abbiamo rifiutato l’incontro con i nostri figli e nipoti (per parlare di persone che pretendiamo amare), semplicemente perché andare incontro a loro, capire veramente le domande del loro cuore e concordare con ciascuno di loro percorsi educativi per una ricerca comune di una risposta adeguata, avrebbe richiesto l’uscire dai nostri schemi, dalle nostre certezze, dai nostri innegoziabili principi… maschere delle nostre paure, frutto della nostra mancanza di fede e di amore verso la Parola ri-creatrice!
Ciò che l’amore alla Parola di Gesù ci propone invece è di rivivere l’esperienza di Gesù che si aperto all’incontro con l’altro anche a costo di diventare un “maledetto da Dio” (e maledetto dalla sua comunità credente!) avendo come solo conforto (paraklesis) la testimonianza del nostro amore per la sua Parola attestato nella nostra vita dallo Spirito Paraclito donatoci dal Padre… e da noi “riconsegnato” al Padre e al mondo.
venerdì 2 gennaio 2009
E la Parola che era da sempre Dio presso Dio… divenne carne!
… una sapienza che viene da lontano
La sapienza è un'attitudine di certi anziani retti che si sono lasciati istruire dalla esperienza della vita. Hanno assaporato sofferenze e gioie, conquiste e fallimenti. La loro è sapienza che viene da dentro, quella che elaboriamo noi, che viene dopo di noi. La Sapienza di cui parla la Bibbia è quella che viene prima di noi, che ci è regalata, perché è da sempre prima di noi. È la capacità di progettazione creante di Dio, che assapora e gusta quello che fa, e gli vien voglia di comunicarlo. È uscita dalla bocca dell'Altissimo… che le ha fatto posare la tenda in mezzo agli uomini… Giovanni, al culmine della maturazione lunghissima di tutta la storia della salvezza,
Non abbiamo altre metafore per dire il desiderio d'amore comunicativo che è in Dio e che è Dio. A qualche giorno dal Natale siamo invitati a rimetterci di fronte al presepio di cui parla Luca, un ricovero di animali, ove due giovani coniugi disagiati, in mancanza di meglio, han messo il figlio neonato nella mangiatoia. E qui riascoltare, più nel cuore che nella memoria, le letture di oggi: dalla "sapienza" primordiale che dagli abissi, alle nubi, sulle onde del mare… è arrivata a piantare la sua tenda in Israele e diviene carne… ed è deposta in una mangiatoia! Dio ricomincia da Betlemme. La sapienza però non è più il suo desiderio creativo che modella l'universo: è questo bimbo, cui porranno nome Gesù, Salvatore! Lo sguardo umano, anche il più ben disposto, è trasecolato. Per questo l'Apostolo prega che il Padre della gloria "vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una più profonda conoscenza di lui. Possa egli davvero illuminare gli occhi della vostra mente …
L'immagine di Dio: la struttura dinamica di tutto ciò che esiste
"Ogni profondo rinnovamento religioso – se non vogliamo rimanere alla periferia della religione ‑ consiste nel ri-scoprire, nel ri-trovare la purezza dell'immagine di Dio, perché questa possa generare ogni vita spirituale… Dio è il logos. Logos è una parola intraducibile, che io intendo come "immagine pura della pura essenza di Dio", qual'é il Figlio. Il Vangelo di Giovanni dice: Tutte le cose furono fatte per mezzo del Logos, dell'immagine di Dio che è il Figlio, e nulla senza di lui è stato fatto. Ciascuno di noi porta in sé questa immagine di Dio, come dice S. Giovanni nella prima lettera, "Un germe divino è dentro di noi", germe seminato nella zolla oscura del nostro essere, che emerge dal nulla e dall'oscurità originaria… Per opera dello Spirito, il Logos, cioè l'immagine di Dio, si fa carne - come la carne, analogamente, per opera dello Spirito, diventa Logos, si spiritualizza, diventa trasparenza, sacramento dello Spirito, del volto di Dio. Il Logos che si fa carne, la carne che si fa Logos, questa è la legge fondamentale, applicata a tutta la vita del cristiano, compresa
un frammento di Logos in ogni carne…
Da allora c'è qualcosa di Dio in ogni uomo. C'è santità, almeno incipiente, e luce in ogni vita. Dio accade ancora nella carne della vita,
"… Ecco, io sono l'uomo dei dubbi, ma non esorcizzo i dubbi: li tengo e cerco faticosamente e lentamente di chiarirli, di lasciare che emerga un po' di luce. Ho tanti dubbi, ma una sicurezza: se devo affidarmi ad una zattera, in questa traversata, questa è la zattera dell'Evangelo. Sento con una sicurezza assoluta che l'immagine che Gesù ci ha dato di Dio, dell'uomo e del destino dell'uomo, chiamato a diventare uno con Dio e in Dio, è la più alta, la più nobile, la più affascinante avventura che si possa immaginare : È l'unica immagine meritevole di essere vera. Amici, datemi un'immagine più alta, più meritevole di essere vera, più degna del mio dono totale, di questa che Gesù ci ha portato. Questa per me è la zattera su cui tenermi saldo: è la mia scelta evangelica. Che cosa significa dunque credere, che cosa significa fede? Vuol dire avere il coraggio di salire sulla zattera di questa divina, altissima rivelazione che Gesù ci ha portato. Più in alto l'intelligenza dell'uomo non può spingersi, nè il cuore dell'uomo può anelare. Per questo sono cristiano! (p. 136)
è Cristo la chiave ermeneutica totale
…in Dio era il Logos: tutto è stato fatto per mezzo di lui … e tutto il resto, noi, le cose, il cosmo intero, il tempo e ogni spazio, non ci saremmo se non ci avesse fatti… e non continuasse a farci, in lui! … perché al di fuori di Cristo non c'è nulla. Dio ha dato consistenza, al di fuori di sé, a una cosa sola, solo al Cristo, al "Verbo fatto carne!" Tutto il resto dipende da lui, altrimenti non avrebbe sussistenza autonoma. L'uomo è una meteora che appare e sparisce nel degrado generale dell'universo che l'ha prodotto. Ma è stato agganciato alla zattera unica che congiunge tempo ed eternità, che ha reso fertile di eternità il tempo presente, nel Natale del figlio dell'uomo e figlio di Dio. Nel naufragio (o entropia) dell'esistente, della materia e di tutto ciò che ne deriva, uno è arrivato a riva eterna, ha sconfitto l'ultimo nemico che è la morte … e trascina con sé chi a lui si aggrappa.
I nostri giorni sulla terra
… non sono altro che questo: il procedere incessante, malgrado la nostra ottusità e la nostra resistenza, e lasciarsi portare a quel momento compiuto in cui l'incontro tacito e inconsapevole con lui, nel battesimo, si attualizza per ciascuno nell'eucaristia natalizia! Perché dal Natale parte questa commistione salvifica di Dio nella nostra carne, nella quale ognuno di noi incontra misteriosamente… il desiderio che di lui ha il Verbo di Dio nel seno del Padre… E così mangiando e nutrendoci di questo pane / amico, che è carne umano/divina, in dialogo con lui, diventiamo anche noi figli per questa connaturalità a cui ci chiama l'unigenito… .Entrare in questo mistero è il culto spirituale, l'adorazione vera di ciò che il Figlio ha visto nel senso del Padre, e che è venuto a "raccontarci!
"In principio era il Verbo": la parola che Dio da sempre ha detto sulla storia
Il rischio per noi contemporanei è quello di guardare a queste formulazioni con le lenti di ingrandimento deformanti della mentalità filosofica greca da cui siamo plasmati e del modello di pensiero scientifico-tecnicistico ereditato dal moderno. Concretamente, cioè, leggendo questi rimandi “temporali”, corriamo il pericolo di pensare immediatamente ad una spiegazione cronologica di ciò che c’era e di come era prima dell’inizio della storia.In realtà, biblicamente intesi, essi né tentano di ripercorrere la storia all’indietro fino ad arrivare a scioglierne il mistero originante, né tanto meno pretendono di “ficcare il naso” nelle cose di Dio o di chi per lui. Piuttosto questo rimandare ad un tempo altro è il tentativo di rendere ragione del presente; o meglio, di rendere ragione dell’oggi e del suo senso allargando lo sguardo ad un orizzonte ampio, fondante.
In questo senso è interessante notare ciò che le tre letture collocano in questo speciale tempo senza tempo: il Libro del Siracide parla della Sapienza, alla quale fa dire «Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato»; il Prologo del Vangelo di Giovanni, del Verbo, «In principio era il Verbo»; e Paolo, nella Lettera agli Efesini, addirittura di “noi”, «In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo».
Come già detto, non sono frasi, queste, da leggere in senso letterale o cronachistico, come se descrivessero la situazione prima dell’inizio della storia. È mitologico quindi immaginarsi un cielo o uno spazio in cui collocare una figura che in qualche modo rappresenti la Sapienza, un’altra (o la stessa) che rappresenti il Verbo e intorno, tutte le nostre animelle – dalla configurazione ectoplasmatica – pronte a essere spedite sulla terra...
Chiunque sarebbe pronto infatti a definire ridicola questa prospettiva; e prova ne è il fatto che ogni volta che si tenta di addentrarsi in tali ragionamenti, per esempio di spiegare queste cose ai bambini, questo tipo di teologare risulta insostenibile: Cosa faceva prima dei secoli la Sapienza, e il Verbo in principio? Perché, se facevano, allora era già iniziata la creazione... E noi come facevamo a essere scelti prima di essere creati?
E di domanda in domanda, le nostre risposte preconfezionate (“Si parla di un tempo senza tempo”, “Eravamo già scelti perché pensati nel pensiero di Dio”, ecc...) e dunque apparentemente sicure, si fanno sempre più incerte, fino a concludersi nelle classiche formule di circostanza che evitano il problema: “In fin dei conti è un mistero”, “Insomma Dio è Dio e noi non possiamo capire”...
L’infecondità di questi ragionamenti e il loro incastrarsi in trappole logiche da cui non si esce non è cosa nuova nella vita della Chiesa. Tanta teologia si è arenata su queste secche, fino a crollare, come un castello matematicamente perfetto (in cui ogni domanda aveva la sua risposta – si pensi al dottrinalismo e alla sua versione pro populo che è il Catechismo di Pio X) eppure senza fondamenta (non a caso sono tutte elucubrazioni mentali che si staccano dalla Parola di Dio e dalla storia, per poi dimenticarle).
Come uscire dunque da questi vicoli ciechi e ritornare a lasciar parlare queste formulazioni che sentiamo così strane, così lontane, così vuote da lasciarci addirittura sordi?
Il discorso sarebbe molto ampio, perché implicherebbe un discorrere su quale ragione, ovvero quale pensiero, quale sguardo è quello adeguato per ragionare, pensare e guardare Dio, l’uomo, la storia. Ma – data l’impossibilità di affrontare qui un così vasto discorso – basti un’annotazione di metodo, decisiva però per il non fraintendimento delle letture odierne: non si possono mischiare e confondere linguaggi diversi!
Un esempio classico – per capire – è quello dell’inferno. Non appena giunge alle nostre orecchio il suono di questa parola immediatamente i rimandi della nostra immaginazione sono di dantesca memoria. E ci vengono in mente le fiammelle, il colore rosso, i supplizi fisici... Prima e dopo Dante infatti la Chiesa ha usato tali immagini per far comprendere ai cristiani (quindi in funzione pedagogica) una realtà teologica, e cioè la possibilità di fallire l’unica destinazione umana pensata per lui da Dio: «essere suoi figli adottivi mediante Gesù Cristo». Il pericolo (ampiamente percorso) è stato però quello di confondere piani e linguaggi, per cui nessuno (o pochi) sentendo la parola inferno pensano alla lontananza ontologica (e non sentimentale) da Dio, ma alle fiammelle e al diavolo con forcone... E per converso – che è anche peggio – nessuno (o pochi) hanno potuto cogliere che il parlare dell’inferno è solo per far risaltare la pienezza e la bellezza della vita! Abitualmente invece si pensa che – dato che dicono che c’è l’inferno – è meglio contenersi un po’ e rinunciare a qualcosa di intrigantemente malvagio, per un bene superiore... mis-comprendendo in questo modo il messaggio evangelico, che al contrario di noi non pensa che il male sia più bello, ma per guadagnare il paradiso è meglio farne un uso modesto... bensì che il bene, l’amore, l’umanizzazione dell’uomo è la pienezza della Vita. Il male va evitato perché fa male a noi (oltre che agli altri) e per nessun altro motivo!
Ma tant’è... E in proposito non si può nascondere il fatto che la Tradizione della Chiesa forse sia un po’ colpevole nel non aver saputo sempre mantenere con chiarezza la distinzione dei linguaggi e aver alimentato queste errate visioni.
Tornando a noi... Quanto detto sulla confusione dei linguaggi e sulla funzione pedagogica di alcuni di essi, non vuol dire che i testi biblici dicano una cosa e ne intendano un’altra, che noi dobbiamo scoprire: non siamo certo sostenitori dell’interpretazione allegorica! Solo che tutte le espressioni bibliche che da secoli la Chiesa tenta di far cogliere con un linguaggio mitologico, immaginifico, descrittivo (cfr l’esempio dell’inferno), rischiano di confondersi poi con le immagini stesse: perciò dire «prima dei secoli», immediatamente ci rimanda a considerare la storia come un blocco prima del quale c’era qualcosa, lì, un po’ fluttuante nei cieli (che è un’altra immagine perché non erano ancora stati creati!), e questo qualcosa era la Sapienza, che abitualmente ha le sembianze di una donna (ma le donne – e neanche gli uomini c’erano) e poi il Verbo (“che chissà cosa c’entra con Gesù?!? – ci vien da pensare – Non s’è mai ben capito”) e poi noi (ma nel pensiero di Dio...).
In realtà lo sforzo deve essere quello di far parlare i testi, di farli parlare a partire dal loro contesto culturale, dalla filosofia – o detto più semplicemente – dall’orizzonte di senso, dalla forma mentis di chi scriveva, perché come dice Dei Verbum 12 “Parola di Dio” non è quello che ci colpisce, quello che capiamo noi, o le immagini che usiamo per far capire gli altri, ma l’intenzione dell’autore («Poiché Dio nella sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana, l'interprete della sacra Scrittura, per capir bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano veramente voluto dire e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole»).
Veniamo dunque alle nostre tre letture: il tentativo – come anticipato prima – è di rendere ragione dell’oggi, non di spiegare l’altro ieri. Le formule «Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato», «In principio era il Verbo», «In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo» non sono dunque indicatori cronologici, bensì esistenziali: indicano lo sguardo che Dio da sempre getta sui secoli, sulla storia, sulla creazione.
Far dire perciò alla Sapienza «Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato», indica che il mondo e ultimamente noi (l’unico mondo di cui ci interessa veramente) non è frutto del caso, né tanto meno di un genio maligno, ma di un piano sapiente, di un pensiero amante di Dio, di cui Paolo dice bene il senso «essere santi e immacolati di fronte a lui nell’amore»! Non «essere santi e immacolati», dunque senza peccati (come li intendiamo noi), pii e aridi come spesso pensiamo i santi (che in realtà sono stati sempre uomini dalle grandi passioni!). Bensì «santi e immacolati nell’amore»! E nessuno può pensare una vita più bella di questa... Solo che noi abbiamo smesso di crederci, sull’onda delle tenebre che avvolgono il nostro cuore, delle sofferenze che devastano l’umanità, dei dolori che rendono tragico questo nostro vivere...
Ma il Prologo di Giovanni invece è lì proprio a ribadire, anzi a dire definitivamente e senza possibilità di fare passi indietro, che la Parola (il Verbo) di Dio sulla storia da sempre – paradossalmente da prima che la storia fosse storia – è vita e luce che splende nelle tenebre! E tutto è stato fatto così; addirittura: niente di tutto ciò che esiste è senza questa luce e questa vita! E a quanti accolgono questa verità della storia è dato di accorgersi che non c’è vita più bella che rimanere «santi e immacolati nell’amore» anche dentro le tenebre!
Ecco la Parola definitiva di Dio, tanto da essere detta «in principio», «prima dei secoli», «prima della creazione del mondo»: che l’uomo è veramente Uomo quando ama, quando guarda all’altro come a un fratello, quando se ne prende cura, quando continuamente crea spazio dentro di sé per farci stare l’altro, e poi l’altro, e poi l’altro... Tutto il resto è illusione, che non nutre, ma svuota... Il segreto è crederci... nonostante faccia paura, perché amare è sempre rendersi feribili, mangiabili, violabili. Ma il male del mondo si cura solo così: assumendo il male su di sé, senza rigettarlo sugli altri. Chi crede questo è figlio di Dio, è nella sua logica, pensa il mondo come da sempre l’ha pensato Dio: non a caso così è stata la vita di Gesù!
venerdì 26 settembre 2008
Fallire o centrare la propria destinazione umana
Per non rischiare di fare identificazioni campate per aria, fondamentale è riferirsi al contesto prossimo di questo brano: il capitolo 21 di Matteo (quello di questo brano) inizia narrando l’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme; dopo l’accoglienza osannante della folla, che lo dichiara profeta, Gesù si dirige subito verso il tempio dove scaccia tutti i venditori e i cambiavalute; qui ha un primo confronto duro con i sommi sacerdoti e gli scribi, che si sdegnano nel sentirlo chiamare figlio di Davide dai bambini, confronto che si riaccende la mattina seguente quando «i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo gli dissero: “Con quale autorità fai questo?”»; Gesù allora contro-risponde con la domanda riguardo al Battista «Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?», domanda a cui i capi religiosi ebrei non rispondono per timore della folla; Gesù conclude allora «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio questo».
È chiaro che il tono è ormai quello del battibecco, di chi non spera più di usare le parole per farsi comprendere, ma semplicemente le affila per mettere in difficoltà l’altro. E infatti è proprio a questo punto che Gesù, rendendosi conto dell’andamento che ha preso il discorso, cambia registro e tenta di coinvolgere i suoi interlocutori (sommi sacerdoti, scribi e anziani del popolo) con una parabola (le parole «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli...» seguono infatti immediatamente le ultime citate: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio questo»).
L’intento di Gesù è infatti quello di portare i suoi interlocutori a sbilanciarsi in un parere, in modo da stanarli dai loro apparati concettuali preconfezionati e poter così far breccia nella loro logica di pensiero: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?».
Quando essi «risposero: “Il primo”», la trappola è ormai scattata e a Gesù il gioco riesce facile; ribalta infatti contro di essi il giudizio da loro stessi formulato: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto».
Incredibilmente, il primo figlio viene così a rappresentare i pubblicani e le prostitute, cioè il così vasto gruppo di uomini e donne per antonomasia lontani dalla religione, (e dunque – direbbero i sommi sacerdoti) da Dio; il secondo invece, la minuta schiera di intransigenti uomini religiosi, che tutto il vangelo dipinge come sepolcri imbiancati, ipocriti, osservanti delle regole e dimentichi dell’uomo (Patch Adams direbbe «ghiaccioli dal cuore in giù»)!
L’identificazione, anche a questo punto (dopo cioè la fatica dell’analisi del contesto prossimo), risulta però in prima battuta paradossale: delinquenti e prostitute passerebbero davanti, nel regno di Dio, ai pii e devoti uomini religiosi? Ma schiere di nonne e catechiste non ci avevano forse insegnato il contrario!?!
Bisogna che andiamo più a fondo!
Cos’è infatti che fa dire a Gesù una frase tanto forte («In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio»)? Che cosa ha visto, nella sua vita di uomo, nei volti e nelle storie di questi personaggi che abitualmente i benpensanti condannano? E che cosa non ha trovato invece in quelli che rappresentavano, per la mentalità comune (di allora e di oggi), il mondo della sacralità, dell’osservanza, della inappuntabilità?
Stando alla narrazione dell’intero vangelo ha trovato in questi ultimi la durezza di cuore (di loro dice infatti: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli», Mt 5,20; oppure rivolgendosi direttamente ad essi: «Se aveste compreso che cosa significa: “Misericordia io voglio e non sacrificio”, non avreste condannato individui senza colpa», Mt 12,7; inoltre vengono tratteggiati come pedanti osservatori delle regole, ma dimentichi dell’uomo, tanto che visto Gesù guarire un uomo in giorno di sabato «usciti, tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo», Mt 12,14; o addirittura, vedendo Gesù risanare un indemoniato, «presero a dire: “Costui scaccia i demoni in nome di Beelzebul, principe dei demoni», Mt 12,24; sono sempre i farisei insieme agli scribi poi che «vennero da Gesù e gli dissero: “Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poiché non si lavano le mani quando prendono cibo!”. Egli rispose loro: […] avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia dicendo: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”», Mt 15,1-9; di essi dice infine: «Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi», Mt 15,14); mentre nei primi (pubblicani e prostitute) trova invece sempre una disponibilità a farsi incontrare, quasi un anelito della loro interiorità che sa accogliere da lui una parola nuova (per fare solo due esempi tra i tanti: Zaccheo – Lc 18,1-10 – e la peccatrice perdonata – Lc 7,36-50). Sono proprio questi ultimi infatti che, forse perché privi di un apparato concettuale che gli fa da maschera, ma anzi denudati e svergognati davanti a tutti, hanno la possibilità/capacità di porsi di fronte a Gesù in trasparenza e verità, al di là delle condizioni che vivono. È il come si dispongono di fronte a Gesù che fa la differenza...
È quello che mostra chiaramente anche un’altra donna (anch’essa di dubbia moralità, stando ai nostri criteri), che pure, al di là delle condizioni in cui viveva (il campo di smistamento di Westerbork), ha fatto la medesima esperienza di incontro veritativo e liberante col Signore: “Mio Dio, viviamo tempi di terrore. Questa notte, per la prima volta, sono rimasta sveglia nel buio, con gli occhi brucianti, e immagini di sofferenza umana si snodavano davanti a me, senza sosta. Ti voglio promettere una cosa, mio Dio, una piccola cosa: […] Ti aiuterò, mio Dio, a non spegnerti dentro di me, ma non posso garantirti niente in anticipo. [...] È tutto quello che ci è possibile salvare in quest'epoca, ed è anche la sola cosa che conta: un po’ di te in noi, mio Dio. Forse potremo anche contribuire a riportarti alla luce nei cuori devastati degli altri. Dietro la casa, la pioggia e la grandine dei giorni scorsi hanno devastato il gelsomino. Più in basso i suoi fiori bianchi galleggiano sparpagliati nelle pozzanghere nere, che ristagnano sul tetto del garage. Ma da qualche parte, dentro di me, questo gelsomino continua a fiorire, esuberante e tenero come in passato. Ed espande i suoi effluvi intorno alla tua dimora, mio Dio. Vedi come mi prendo cura di te! Non ti offro solo le mie lacrime e i miei tristi presentimenti. In questa domenica ventosa e grigiastra, ti porto anche un gelsomino profumato!”.
È questo “miracolino” di esser-ci in verità di fronte a Dio e a se stessi (qualsiasi cosa accada) che segna la differenza tra i due figli della parabola, tra la maschera della religione e il porsi in trasparenza, tra gli uomini del potere religioso e i pubblicani e le prostitute...
Non è un codice etico dunque quello che fa la differenza, una moralità inappuntabile, un’osservanza stretta... Tutto questo al massimo può essere un aiuto per favorire l’incontro col Signore (in verità il vangelo dice che è un ostacolo, ma concediamolo pure...), ma non è mai il discrimine per dire la riuscita o il fallimento di una vita, la qualità dell’interiorità di una persona, la consistenza umana che ha in sé! Ecco perché la bestemmia di un povero può essere una preghiera ben più apprezzata da Dio del vuoto devozionalismo di un uomo dalla maschera religiosa.
È quello che mette in luce anche la prima lettura, dal profeta Ezechiele: è l’uomo il responsabile di se stesso, non c’è nient’altro che può sostituirsi a lui nella verità di sé (né un consolante apparato religioso, né i soldi di una vita; nemmeno la persona che ci ama di più); niente e nessuno può vivere al nostro posto l’avventura del porsi in trasparenza di fronte a sé e di fronte a Dio («Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso»).
È qui che fallisco o centro la mia destinazione umana: se mi smaschero da ogni rassicurante rifugio, che mi impedisce l’accesso in verità a me... perché è solo lì, nel mettermi di fronte a me in verità, che altrettanto in verità posso incontrare «gli stessi sentimenti di Cristo», gli unici che salvano dal non senso della vita… perché dicono all’uomo che egli non si riduce mai a quel che fa o a quel che ha… ma all’amore (ricevuto e ridonato) che fa circolare nella sua vita.
giovedì 10 luglio 2008
«Perchè parli con loro in parabole?»
Innanzitutto emerge come evidente e preliminare a qualsiasi altro discorso, la problematica riguardante la parola di Dio, in particolare la sua potenza.
Il libro di Isaia infatti ne dà una presentazione vigorosa, ricca di termini incalzanti, energici, entusiasti, tutti tesi a mostrarne l’assoluta efficacia: «Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata»...
Eppure nel Vangelo sembra comparire proprio un contraltare a questa certezza nella potenza della parola:
- In primo luogo il motivo stesso che occasiona la parabola; a detta degli studiosi infatti questo testo sarebbe il tentativo di rispondere all’angoscioso interrogativo dei discepoli (e della chiesa primitiva) sulla scarsa efficacia della predicazione di Gesù (prima) e degli apostoli (poi). La domanda che sottostà alla parabola suonerebbe infatti più o meno così: “Come mai la parola – che è di Dio – è rifiutata, poco forte ed efficace?”.
- Ed inoltre: perché Gesù stesso parlando coi suoi discepoli utilizza parole così dure nei confronti dei suoi interlocutori, tanto che arriva a dire che parla loro in parabole «perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono»?
Ma non ci avevano insegnato che Gesù non vuole fondare una setta esoterica, ma un gruppo di credenti dalla chiara impronta universalistica? E non c’avevano forse detto che usava le parabole, con il loro linguaggio semplice e quotidiano, proprio per farsi capire da tutti?
Come mai allora in questo brano Gesù ai discepoli che gli si avvicinano e gli chiedono «Perché a loro parli con parabole?», risponde sorprendentemente: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato»?
Forse qui, come domenica scorsa si aveva la sensazione che i misteri del regno dei cieli fossero solo per i piccoli e non per i sapienti e gli intelligenti, c’è un riferimento all’esclusività di alcuni nella comprensione del Regno? Esclusività sorprendente già di suo e tanto più in questo caso, se si pensa che quei loro a cui non è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, qui non sono né avversari, né nemici di Gesù, ma semplicemente, le folle; le stesse per cui Gesù spessissimo – ci dice Matteo – sente compassione...
La questione non è un semplice sfizio dell’intellettualismo accademico, ma è radicale: non si tratta di risolvere la problematica contingente riguardo al fatto che mentre Gesù raccontava una parabola qualcuno non capiva... Ma di andare a sviscerare il marchingegno (che è vero sempre, e dunque anche per noi) con cui “funziona” la parola di Dio o con cui “non funziona”... Compito fondamentale perché quella parola, come con veemenza ci ha riproposto il Vaticano II dopo decenni di oscurità, non è un insieme di dottrine o di verità (al plurale) su Dio, Gesù, gli angeli, la chiesa, ecc... per cui fallirne la comprensione non sarebbe così significativo per la nostra vita. Ma è l’autocomunicazione stessa di Dio, della sua interiorità, di se stesso (e per cui fallirne la comprensione, vuol dire fallire Dio!). Come ci ricorda il Concilio infatti: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare Se stesso e manifestare il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura. Con questa rivelazione infatti Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi, per invitarli e ammetterli alla comunione con sé [Dei Verbum 2].
Ecco perché la questione non è banale: perché nel rapporto fondamentale e fondante la nostra vita, quello con Dio (perché è a partire dall’idea di Dio che uno ha in testa, che forma il suo orizzonte di senso, e quindi l’idea di uomo, di altro, di amore, di morte, di senso...), l’incontro (la comunione) avviene – come tra amici – nell’accedere l’uno all’altro, nello scoprirsi reciproco (rivelarsi), nella conoscenza, nell’amore.
Ma se è così importante accedere a questo reciproco comprendersi, perché Gesù in Mt 13,10-15 appare così duro: «a loro non è dato», «perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono. Così si compie per loro la profezia di Isaìa che dice: “Udrete, sì, ma non comprenderete, guarderete, sì, ma non vedrete. Perché il cuore di questo popolo è diventato insensibile, sono diventati duri di orecchi e hanno chiuso gli occhi, perché non vedano con gli occhi, non ascoltino con gli orecchi e non comprendano con il cuore e non si convertano e io li guarisca!”».
Forse una chiave di lettura la si può trovare in quei verbi che Gesù riprende dalla citazione di Isaia, ma a cui cambia il modo verbale (dal congiuntivo all’indicativo): Gesù non dice «perché guardando non vedAno... non ascoltIno... non comprendAno», bensì «non vedOno, non ascoltAno, non comprendOno».
Perché questo cambio? Perché così la prospettiva muta radicalmente: mentre un congiuntivo lascia intendere che sia volontà di Dio la non comprensione, l’indicativo sposta l’accento sulla responsabilità umana.
Ecco allora la risposta alla problematica angosciata dei discepoli “Come mai la parola – che è di Dio – è rifiutata, poco forte ed efficace?”: perché essa, essendo parola di Dio, “funziona” come “funziona” Dio, e cioè acconsentendo a lasciarsi pervadere dalla logica della debolezza, del rispetto e della libertà. Essa non vuole/può (perché è di Dio e Dio è fatto così) imporsi, farsi accettare per forza, ma ha sempre i tratti del “se vuoi”, a costo di essere incompresa, disprezzata e addirittura inefficace! Isaia ha ragione, per chi l’accoglie, la Parola è come la pioggia e la neve, che scende dal cielo e non vi ritorna senza irrigare, fecondare e far germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia... Ma appunto: per chi la accoglie, per chi si decide per avventurar la vita nel rapporto col Signore.
Un avventurarsi per niente lineare o facilone, ma anzi che ha i toni “dell’impresa”, non adatta agli smidollati! E questo vale ogni volta che ci si confronta col Vangelo, sia esistenzialmente, che intellettualmente (che poi non sono approcci così lontani, come ci viene immediatamente da pensare... tant’è che chi pensa, non solo pensa l’esistenza, ma nell’esistenza). In questo senso va sfatato anche il mito della parabola come storiellina per i semplici, fatta di parole facili, con una morale chiara, affinché tutti possano comprendere. No! Il linguaggio parabolico non è per niente immediato; il nostro testo lo dice esplicitamente: le folle non capiscono la parabola!
Essa infatti, come la Parola tutta, come Dio stesso, richiede, per avere accesso ad essa, un acconsentire a lasciarsi coinvolgere. O ci lasciamo tirar dentro a una relazione o non capiremo nulla. È sbilanciandosi che si conosce (proprio come tra amici). E se si attua questo lasciarsi prendere, la parabola col suo meccanismo ci conduce in un percorso, dove è richiesta testa, passione, decisione: essa parte sempre da un aspetto quotidiano («il seminatore uscì a seminare»), introducendo però qualcosa di paradossale, strano, esagerato (questo seminatore è uno sprecone!); qualcosa che attira l’attenzione dell’ascoltatore/lettore e gli attiva la testa, che senza accorgersi inizia a porsi una carrellata di domande (Chi è questo seminatore? Perché agisce così? E il seme? E i terreni? E il frutto?), fino ad arrivare al disvelamento, che va ben oltre la storiella di un contadino strano, e che parla della sovrabbondanza indiscriminata (senza discriminazioni!!!) con cui il Signore getta la sua parola, anche dove un’analisi previa lascerebbe scarse possibilità (per non dire nulle) di raccogliere frutti; e la promessa che seppur andasse male, una, due, tre... volte, laddove si facesse anche solo una piccola breccia nel cuore dell’uomo, lì il frutto sarebbe sovrabbondante!
Ecco perché forse, la spiegazione seguente non va tanto intesa come una sorta di divisione dell’umanità in varie tipologie di terreni, in cui naturalmente i cristiani (anzi i cattolici) sarebbero identificati col “terreno buono”; piuttosto è il cuore di ogni uomo ad essere abitato da zone sassose, interstizi aridi, ombre spinose... eppure, pare dire Gesù spiegandosi, bisogna andare a cercare, quella piccola porzione di interiorità, dove uno, può ascoltare e comprendere la parola, può cioè riuscire ad acconsentire a lasciarsi tirar dentro ad una dinamica di liberazione interiore, che è irreversibile perché straripante.
A volte capitano questi miracolini nella gente: e allora vedi che l’ingrugnimento si scioglie in sorriso, il raggomitolamento in spensieratezza, l’essere bloccato dentro in libertà, la paura in affidamento, la durezza in coccole, il pianto in serenità...
Ma per molti invece il tempo è ancora quello che Paolo descrive con la semantica del gemere: «le sofferenze del tempo presente», «la caducità», «la schiavitù della corruzione», il gemere «interiormente»... è ad essi (che poi, in qualche modo siamo tutti) che il Signore getta sovrabbondantemente la sua parola, che è poi Lui stesso... perché tra tanti sassi, spine e terreni aridi, le zollette buone del nostro cuore possano dare il 30, il 60, il 100 per uno!
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