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sabato 25 luglio 2009

La condivisione moltiplica, non diminuisce il dono!

Condivisione
La liturgia della chiesa sospende la lettura del vangelo di Marco e per le prossime cinque domeniche sposta la nostra attenzione sul VI capitolo del vangelo di Giovanni. Un lungo e vivace dibattito animato da diversi personaggi: la folla, i giudei, il gruppo dei discepoli e i dodici. Al centro, protagonista, Gesù, il pane della vita! Come prima, con Nicodemo, il “nascere di nuovo” e poi, con la Samaritana, “l’acqua zampillante”, Gesù gioca sul fraintendimento tra l’uso normale della parola e l’uso simbolico, che rimanda ad un altro significato vitale di cui il primo è segno... e che, alla fine, è il rapporto di salvezza con Lui stesso, Gesù! Dunque la stessa domanda centrale del Vangelo di Marco: chi è Gesù? Ripresa però quando già tutti i vangeli erano stati scritti, la comunità di Gesù aveva ormai fatto un lungo cammino tra successi e difficoltà, conflitti e persecuzione, con una comprensione del mistero del Signore risorto molto più approfondita e completa. Ma come è avvenuta questa ulteriore comprensione della verità, che Gesù aveva preannunciato, donandoci il suo stesso Spirito come accompagnatore? Attraverso la riscoperta delle Scritture provocata dagli eventi complessi e contraddittori della storia, alla luce di quanto Gesù stesso aveva detto e fatto, perché “di Lui le Scritture antiche parlavano”, di lui parlano anche tutti gli eventi e tutte le cose, sia quelle naturali che quelle elaborate dal fervore creativo dell’uomo, perché ”tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste”.
Eliseo profeta: la condivisione moltiplica, non diminuisce il dono
L’episodio parte da un gesto di generosità che intende onorare il profeta con un dono: venti pani, frutto del nuovo raccolto:, un gesto di riconoscenza a Dio e all’uomo di Dio, insieme! Ricevendo il dono, Eliseo ordina al servitore di condividerlo con tutta la comunità (forse il gruppo dei profeti suoi discepoli), suscitando la sua meraviglia, poiché i pani sono vistosamente insufficienti per tanti commensali. Ed ecco la solenne proclamazione della Parola del Signore: «ne mangeranno e ne lasceranno». La “Parola” si avvera e diviene fatto. Tutti ne mangiano e ne lasciano ancora in avanzo. La Parola di Dio si manifesta nella sua pienezza: non è parola vuota, e nemmeno semplice riconoscimento e comunicazione, ma produce quanto proclama, è parola efficace! Parola ed evento si legano misteriosamente, per cui la parola diviene fatto e il fatto parola. Questa esperienza è vissuta e tramandata come viva indicazione della strada della salvezza: il Dio d’Israele, attraverso la sua Parola, apre la strada di salvezza efficace per il popolo di Israele, se gli sarà fedele. Cioè se, appunto, crederà alla forza invincibile della sua Parola e la seguirà con amore senza riserva.
tanti secoli dopo...
...i discepoli di Gesù si trovano in un simile frangente, in proporzioni ancora più grandi. E non sanno come affrontare la responsabilità di tutta quella folla affamata. La sfida è oltre ogni misura: cosa sono, infatti cinque pani d’orzo e due pesci, dinanzi a quella moltitudine di affamati. Il racconto di cosa succede (l’unico tra i miracoli di Gesù che è narrato da tutti gli evangelisti – e per sei volte), in Giovanni, ancor più che negli altri vangeli, mette al centro Gesù. È Lui che vede il bisogno della folla, che attira l’attenzione dei discepoli e che poi – addirittura! –distribuisce il pranzo. Tutto è orientato verso Cristo; non solo per sfamare la folla senza risorse e senza denaro, ma per imbandire un vero banchetto. Alla gente viene ordinato di sedersi e il verbo usato è, appunto, quello dell’accomodarsi a mensa: ma si tratta ben più che di soddisfare la fame di un momento, come si può vedere da ... i tre passi con i quali si avvia ormai al mistero eucaristico: Ma tutto è preceduto dalla domanda tragica, incessantemente ripetuta da quando l’uomo è sulla faccia della terra – fatta propria da Gesù stesso: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» e poi dalla successiva riflessione della voce fuori campo, che è la voce per noi, per tutti i tempi: diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere e infine la fuga solitaria sul monte!.
1. ... per metterlo alla prova
È questo il problema della storia ... o del senso della fede nella storia. Cioè della fede nel mezzo delle vicende della vita, dei legami affettivi, economici, politici in cui siamo avvolti e coinvolti... che ci interpellano, ci provocano, “mettono alla prova”l’autenticità del nostro rapporto con Dio, “mettono alla prova” la fede stessa di Gesù, che è il prototipo della nostra. Gesù conosceva le Scritture, conosceva l’esperienza dei profeti nel tentare di capire il senso della storia e la Parola di Dio che la illumina. Aveva provato sulla sua pelle le tentazioni del deserto! Conosceva l’esperienza del profeta Eliseo, in questo caso di particolare somiglianza, nella provocazione ad affidarsi alla parola, la quale afferma che distribuire il poco che abbiamo è moltiplicare – contro ogni logica aritmetica. E Gesù assume questo antico “vangelo” profetico, che sfida le misure entro le quali l’uomo è imprigionato dalla paura e rinnova l’efficacia della parola: distribuisci i pochi pani che hai alla moltitudine e ne avanzeranno! Si accende un circolo luminoso tra la provocazione della storia, che ripropone in forme sempre nuove la fame ancestrale dell’uomo e lo sbilanciamento verso l’antica Parola già risultata efficace per la fede dei nostri Padri. E avviene il miracolo definitivo in Gesù! Cioè il “segno” su cui fondare la nostra fede, per farci ripartire, nelle vicende della nostra vita, con lo sbilanciamento verso la Parola nonostante l’angustia e la paura che l’insufficienza dei mezzi a disposizione induce nel cuore. L’andamento del racconto è paradigmatico: la moltiplicazione avviene solo dopo la divisione e la con/divisione del pane avviene solo dopo che un «piccolo» mette a disposizione di tutti le sue minuscole risorse. Quei poveri, piccoli pani si moltiplicano man mano che si dividono! Finché ne vollero... furono saziati È l’abbondanza promessa dai profeti per il tempo della compiutezza di ogni attesa – il banchetto escatologico di tutte le genti. Quindi mai compiuto storicamente, verso cui dobbiamo con fatica camminare, un banchetto di incessante fede operativa. Senza illusioni miracolistiche o derive populiste di un nuovo potere che domini la gente, sfruttandone la fame!
2. ma ... egli sapeva quello che stava per fare...
...non solo sapeva il segno che avrebbe illuminato per un poco la folla, ma come subito la folla ne sarebbe ammaliata. Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo. Il circolo della fede si è appena acceso e già la tentazione del potere lo insidia e vuole requisirlo. Infinite volte nella storia della nostra fede di chiesa e di singoli discepoli del Signore scatta questa trappola. È qui il punto più delicato di tutto il discorso di fede, nella stessa vicenda umana di Gesù, tra la fame che “mette alla prova” la nostra fede e ci fa dubitare di Dio e la tentazione di sfuggire il problema proiettandolo alla fine, dopo la storia. “Questa folla che vuole fare re” l’uomo del miracolo è dominata dall’istinto di potenza: avere un capo che assicura il pane miracolosamente sembra la soluzione del problema, ma priva l’uomo della sua libertà responsabile. Gesù si ritira, fugge. Non vuole servi, ma amici. Fugge dalla storia? perché la storia, nel concreto suo divenire, è una lotta per raggiungere il pane, per raggiungere la giustizia economica. Gesù in questo momento è isolato, non c’è! Egli va ad occupare e preoccuparsi, per così dire, dell’orizzonte ultimo e sembra essere assente dalle tappe del cammino storico. Non accende, forse, così facendo, luci ambigue sugli obiettivi estremi della storia, lasciando però al buio il presente? Proprio per rispondere a questi interrogativi non possiamo non tener conto dell’evoluzione culturale avvenuta all’interno della coscienza dell’umanità. Gli eventi degli ultimi secoli hanno mutato la comprensione che l’uomo ha di sé. Sono emerse possibilità nuove culturali e tecnologiche che investono con imprevedibili provocazioni (mettono alla prova!) la fede cristiana e la sua natura profetica. Il messaggio profetico è tale proprio perché, pur espresso in formulazioni di una data cultura, le supera e man mano che la storia illumina possibilità nuove, domanda nuove sintesi, apre nuove strade. E ripropone al discepolo la forza e il fermento della fede di Gesù e del suo amore... Chi pensava nel mondo antico ai poveri, cercava di alleviare la loro miseria e li assisteva con amore, senza mettere in discussione l’assetto socioeconomico stesso della società che produceva quei poveri – ritenuto sostanzialmente “naturale”, immutabile, pur con tanti limiti provocati dall’egoismo. Oggi è impensabile! e da un secolo ormai la chiesa cerca la strada per combinare la profezia evangelica, schierata coi poveri e la struttura socioeconomica che è la vera causa della povertà.... Fino alla recente enciclica: Caritas in veritate, che è un’articolata analisi storica proprio di questo sforzo del Magistero di capire e illuminare il dramma tragico della società moderna che ha a portata di mano un’opzione unica nella storia : la possibilità “tecnica” di saziare la fame di pane dell’umanità, senza trovare la volontà politica di attuarla.
3. “il profeta”... senza il potere che la gente vuole, sarà mangiato come pane!
La folla non si sbaglia su di lui, quando pensa che Gesù «è davvero il profeta che deve venire nel mondo», che inaugura i tempi messianici imbandendo un banchetto gratuito e abbondante, come promesso dai profeti antichi. Ma cade subito nell’ambiguità della tentazione del potere miracolistico – che deturpa l rapporto tra Dio e l’uomo. Giovanni ripensa e centra il punto nevralgico dell’avventura umana del Cristo: l’ora in cui l’umiliazione di Dio coincide con la manifestazione della sua gloria “paterna”, cioè il paradosso della salvezza divina nell’impotenza umana – l’ulteriorità seminata nella morte della carne, la quale diventa, da cuore fragile della logica mondana, luogo segno e mezzo di resurrezione e vita eterna (chi mangia la mia carne…). Di certo si intravede già il cuore del mistero eucaristico che insieme travolge Gesù e salva il mondo, ma con questa drammatica premessa pregiudiziale: non ci si può avvicinare autenticamente ad esso, se non passando prima attraverso il problema della fame “fisica e storica” dell’umanità abbandonata nel mondo, che rende ambigua e avvelenata ogni offerta eucaristica sull’altare.

mercoledì 7 gennaio 2009

Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, Figlio di Davide



Dal 1 di novembre 2008 don Franco è nostro vicino di casa, condividiamo quanto ci dona nelle sue omelie.


Quando poco fa il salmo ci faceva pregare restituendo una risposta alla pagina del Cantico (Ct1, 1; 3,6-11), “Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, Figlio di Davide”, davvero orientava, e bene, la nostra preghiera, perché di Lui si parla, è Lui lo Sposo che viene, è Lui il nuovo Re della Gloria: Tu sei il più bello tra i figli dell’uomo, Signore Gesù. E questa espressione di fede, carica di affetto, come la sentiamo estremamente sincera, in giorni così, segnati dalla Luce e dalla Grazia del Natale, perché, davvero, per mille ragioni e soprattutto, in ragione del perché sei venuto tra noi, nella forma in tutto simile alla nostra, noi ti riconosciamo come il più bello tra i figli dell’uomo, Figlio di Davide. E’ la nostra preghiera di questa mattina che s’accomuna a ogni sguardo che sa contemplare il Dono di Grazia del Signore.
E anche la pagina di Luca (12, 34-44) ci incoraggia in una direzione così: perché mai dovremmo tenere le vesti strette ai fianchi e le lampade accese e rimanere a vegliare? Perché Colui che viene e che verrà merita il meglio dell’attesa, merita un cuore che veglia, merita il desiderio di un incontro. E’ il Signore, farà ritorno dalle nozze! E, in verità vi dico – aggiunge il testo di Luca – si stringerà le vesti ai fianchi, vi farà mettere a tavola, passerà a servirvi. Mai avremmo immaginato così il volto del Maestro, così famigliare, così accogliente, così vicino, addirittura ci mette a tavola e passa a servirci, di questo rendiamo grazie.

don Franco Brovelli, omelia al Carmelo di Concenedo, 7 gen. 09

sabato 1 novembre 2008

Il tempo e l'eternità

Dall’«avere e spendere» al «donare e spendersi»

Il fascino della giovinezza che non ha mai fine è il grande imbroglio, occulto o palese, che viene teso a tutti noi dalla moda corrente e dai trend che infestano il nostro quotidiano. Per poco che ci si guardi in giro e si osservi, la corsa all’apparire, al coprire le rughe e allo scoprire i corpi, è frenetica e travolgente. Oggi un mercato fiorente è proprio quello del fitness, del lifting, del silicone, del botulino, di una medicina che non garantisce all’individuo di diventare persona sana e vigorosa ma che gli crea l’illusione di un traguardo inesistente e che si sposta sempre più in là. Comunque che gli anni «si tengano»!
Si rimuove, prima di tutto, la realtà. Quindi la mistificazione concerne l’umano in sé.
Cresce così il degrado sotto tutti i profili, perché la vita come dono di incontro con Dio e fra i fratelli non è più considerata come essere insieme pellegrini, viandanti che, tenendo fisso lo sguardo sul Fratello Gesù, corrono incontro al Padre.
Tutto viene scardinato e inizia la grande corsa che poggia su due piedi con due nomi differenti: Avere e Spendere. L’accumulo, allora, diventa il grande scopo e la meta di ogni desiderio, si accumula tutto e di tutto, così che la casa (e le case) sembrano botteghe di cianfrusaglie e conservano, in bella mostra, tutti gli oggetti e dispositivi del proprio «status symbol». Case esibite, non vissute e che si riducono a dormitori.
Avere e Spendere tengono il passo, lo accelerano e vincono primati... fasulli... Conti in banca opulenti che gli eredi consumeranno come neve al sole, irridendo magari alla fatica sottesa. Residenze geniali ed avanguardiste: vuote di figli, di amici, vuote di calore umano. Crociere da nababbi che stordiscono e consentono di pavoneggiare l’abilità del proprio medico estetista.
Quando ci si stende a letto, posto che Morfeo non giunga subito attirato da qualche pillolletta all’uopo ingurgitata, la coscienza (o quel che ne resta) non ha mai un sobbalzo? Se così avvenisse il cumulo non sarebbe ancora diventato spam!
Il guaio reale è che si corre il contagio: spam genera spam!
Eppure tutti muoiono, cioè abbandonano misteriosamente il loro corpo, anche se reso perfetto dal botulino e dai muscoli sodi e lucidi. Se qualcuno sparge le ceneri dei trapassati con intento religioso e mistico, volendoli unire alla creazione, al suo divenire e al suo ritornare al Creatore, quanti le spargono per non avere più un punto di riferimento, cioè la tomba, che diventa terrificante perché ineludibile?
L’amicizia con Dio, avere sperimentato la Sua Presenza, dentro di noi e nella creazione, genera per Avere e Spendere una nuova identità, trasparente e chiara: Donare e Spendersi .
Donare e Spendersi sa guardare ai fratelli e alle sorelle in simultanea con se stesso, le proprie necessità. I propri desideri allora si aprono, comprendono e accettano quelli degli altri. Come non condividere il pane? La libertà della coscienza e della propria religione? Come non desiderare vantaggiosa per tutti una vita ecologica e pacifica? Donare e Spendersi non conosce l’esibizione, la vanagloria, il tornaconto e non apre la carta di credito. Donare e Spendersi si consuma e sa bene che, solo così facendo, apre il tempo all’eternità, a quella vita in cui tutti ci ritroveremo, deposte le nostre spoglie per ritrovarle trasfigurate.
L’alchimia è certa, scatenata da Donare e Spendersi ora, in tutti i momenti dell’esistenza, per costruire quella città celeste, Gerusalemme, costruita da pietre vive: ciascuno di noi nella sua realtà non mistificata.
Allora il morto, morto non è, risulta vivente nel Vivente, il Cristo dinanzi al Padre.
I nostri trapassati, mancati, estinti, con tutti i sinonimi che si possono inventare, indicano persone che furono insieme a noi ma che già stanno creando il noi eterno, in nostra attesa. Morti e, quindi, santi, non in senso canonico ma ormai come persone che poste dinanzi all’ultima decisione del loro esistere hanno riconosciuto in Dio il Volto del Dio dell’Agape.
Donare e Spendersi non camminano soli, dimenticati, gettati nel tempo e nella storia, camminano con tutti i viventi, sempre in lieto e continuo raccordo, una realtà istantanea che batte e precede Skype. A costo zero perché non esiste moneta, non esiste scambio, esiste solo il gioioso condividere.
Il passo Donare e Spendersi, allora, si fa alacre e ogni ruga diventa geografia di vita sulla crisalide che sembra avvizzita ma invece si sta aprendo alla sua maturità, in piena fioritura. Non in solitudine ma già da ora insieme e pur nell’attesa di poter far parte di quel grande cerchio che loda e canta «l’amore che move il sole e l’altre stelle».
di Cristiana Dobner in Sir, 29 ottobre 2008

venerdì 13 giugno 2008

L’obbedienza della libertà… (se ti chiama un volto che ti ama!)

“…gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date!” …è il filo d’oro che collega i brani della Scrittura che ci sono proposti. È il seme che solo l’Amore preventivo poteva seminare nel cuore della materia inerte (la polvere biblica) perché divenisse nel corso dei tempi infiniti un cuore che pensa e che impara ad amare. È il fermento, che perduto nella nostra radice carnale, ci ha spinto al vertice del nostro essere: l’intera storia umana è un segno privilegiato di questo passaggio continuo, mai interrotto e mai compiuto, dalla condizione necessitata, oppressa e servile, a un regime di libertà. La miscela misteriosa tra pensiero, libertà e amore, tra desiderio dell’altro, voglia di dargli la vita per farlo crescere e rispetto profondo della sua alterità, è “il di più” che ci fa umani! Più un anelito che una conquista, ma qui si gioca il futuro dell’umanità, singolo uomo e famiglia umana. È in questo “più” che Gesù ha giocato la sua “chiamata” a portare a compimento la misteriosa strategia di amore del Padre (l’economia della salvezza raccontata nelle Scritture), promettendo e donando ai suoi discepoli, come definitivo Messia liberatore, un animatore e consolatore in questo difficile cammino…
I cristiani sono un popolo messianico non perché ascoltano prediche rituali, non perché pregano: cose importanti queste, ma non distintive dei cristiani… il cristiano ha il suo segno distintivo nel liberarsi costantemente dai faraoni che gli occupano l’anima e il corpo. Questo è il suo segno distintivo. Con questo in più, che per il cristiano, la libertà totale non si consuma dentro il confine della storia, nell’arco carnale dell’esistenza: esso riguarda la totalità assoluta… Questa è la prima legge del popolo messianico! è una legge dura, che ci coinvolge ogni giorno… Di più, essa ci richiede di liberarci “dentro”, innanzi tutto, nell’intimo della nostra coscienza, dove si connettono le catene più invincibili” (Balducci)

vi ho sollevato su ali di aquila… fino a me
…c’è un’obbedienza a Dio che solleva l’uomo dalle catene che lo legano alla sua condizione servile (asservita!) per portarlo alla libertà. C’è dunque un legame a Dio (più una fede che una religione) che lo slega da ogni altra oppressione, perché ogni nido in cui pure siamo cresciuti, espletata la sua funzione, diventa presto un luogo di costrizione. Da quando Israele ha visto e sperimentato questo passaggio dalla schiavitù alla libertà… nell’esodo dall’Egitto, ha riscoperto fin nelle proprie radici questa caratteristica “pasquale” del Dio degli “eletti”, il Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe…, nomadi e pellegrini in ogni terra, il Dio dei giudici, dei re, dei profeti; il Dio dei poveri e degli schiavi, dei prigionieri e degli oppressi, delle vedove e degli orfani. Finché Gesù, apertamente, con le sue parole e i suoi gesti, rivela che il Regno di Dio, che fa irruzione nella storia, vuol dire il passaggio degli uomini che lo accolgono dalla sudditanza, dalla schiavitù, dall’oppressione delle forze del male di ogni tipo, alla libertà di figli! Perché “eletti”, vuol dire esistenzialmente chiamati a partecipare della caratteristica qualificante della presenza di Dio nella storia: la libertà dell’amore! O… l’amore che libera, e apre sempre ulteriori strade di vita!
… mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi
Non poteva che essere così, il primo passo! … e S. Paolo l’ha sperimentato sulla sua pelle: se non comincia il Signore ad amarci (donandoci la capacità di amarlo, che è la liberazione dalle catene della “necessità” del peccato personale e strutturale, che ci chiudono in noi stessi) come potremmo noi cominciare, mentre siamo ancora incatenati? Chi è ammalato o affamato o schiavo o violentato… non è libero, se non trova qualcuno che lo aiuta a entrare nelle condizioni minime di respiro umano, almeno acquisendo quel minimo di libertà e di coscienza che permette di guardare a sé e all’altro con amore. E l’amore è la voglia di bene per l’altro, una voglia che rigenera non solo chi riceve, ma altrettanto chi dona un po’ della propria attenzione, del proprio affetto, del proprio accudimento… insomma un poco della propria vita! La storia, o (detto alla luce dell’amore di Dio per l’uomo, manifestato nelle Scritture) “l’economia della salvezza” è il racconto del passaggio continuo, tormentato e colmo di contraddizioni e sofferenze, da un regime di necessità e oppressione della condizione umana ad una capacità di apprendere e conquistare… un’umanità più libera e dignitosa!
vedendo le folle ne sentì “compassione”, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore… …è una compassione per la sofferenza di una deturpazione o diminuzione della vita degli uomini, come si vede dal racconto di tutta la sua vita nei vangeli, e dai “poteri” conferiti ai suoi discepoli. Infatti il vocabolo greco fa riferimento all’amore materno, al grembo ove nasce e cresce la vita. Gesù prima di ogni valutazione morale o religiosa è preoccupato della vita. Aiutare la vita umana a crescere e dilatarsi è un compito universale e indivisibile: è la redenzione!. Questo è il fuoco interiore che farà saltare tutte le barriere culturali, religiose, razziali, che sono il tributo inevitabile dell’incarnazione di questa voglia di bene in un momento umano della storia … E quindi queste barriere culturali interiorizzate erano ancor presenti nel tempo di Gesù e persistenti anche quando l’universalità della missione dei suoi discepoli apparirà manifesta… Recinzioni appesantite da tentazioni esclusive non inclusive, stabili invece che provvisorie, sacralizzate piuttosto che umili difese di amori ancora immaturi… Steccati che ci affaticano e frenano ancor oggi, perché inquinano la “riconoscenza”, che è l’esperienza originaria di amore gratuito. Quella, appunto, della “chiamata”, che, “mentre siamo ancora divisi”, quando ancor contrapponiamo giusti e ingiusti, salvati e peccatori, ortodossi ed eretici… abbiamo però già tra di noi l’antidoto a questi veleni… e umilmente “ci gloriamo pure in Dio, per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo, dal quale ora abbiamo ottenuto la riconciliazione
Chiamati a sé i dodici discepoli, diede loro il potere di scacciare gli spiriti immondi e di guarire ogni sorta di malattie e d'infermità.
Un mandato a largo spettro. Quanto l’uomo soffre, tanto è il compito del discepolo di Gesù di aiutarlo a liberarsi! All'iniziativa di Dio, attuata da Cristo, segue la mediazione degli Apostoli e la costituzione di questo gruppo messianico di “mandati” (questo vuol dire ‘apostoli’) a liberare l’umanità stanca e sfinita come pecore senza pastore… Questi dodici Gesù li inviò dopo averli così istruiti… Una scelta radicale e determinata, questa, di legarsi e legarci storicamente a questi dodici e ai loro discepoli, promettendo di essere con loro in questo compito fino alla fine del mondo (Mt 28,20). Uomini con i loro nomi e i loro volti inconfondibili, la loro qualità umana modesta e povera, fatta di cuori grandi quanto fragili, di mani callose e situazioni sociali ambigue… ma tutti “bruciati” da un’esperienza di amore che gli ha trasformata e capovolta la vita!… La trasmissione della fede è dunque legata ai nomi e ai volti, non può diventare un’operazione di massa, perché è anzitutto un’esperienza di amore liberante. Non può essere ridotta a inculturazione, che ne può essere una conseguenza sociale. Non è un indottrinamento che sostituisca nozioni sul mondo e sull’uomo con altre nozioni migliori, ma altrettanto storicizzate e precarie… ma è l’annuncio (fatto di esperienza e speranza) che il “Regno di Dio è vicino”, per cui la gente sofferente riacquista umanità. E la chiesa ne dovrebbe essere il segno levato tra le nazioni: questo segno così raro e difficile, ma essenziale, è l’esperienza del gratuito!
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