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martedì 20 dicembre 2011

Natale 2011

Ho sempre cercato di “scampare” il dovere di fare la lectio a Natale (la lectio più difficile dell’anno!), con la scusa che il mio impegno era di fare la lectio della domenica e non quella delle altre festività… Ma quest’anno non ho scuse… perché Natale cade proprio di domenica… e quindi… mi tocca…

Però – ci tenevo a dirvelo – è con tanta trepidazione che mi metto a scrivere… perché davvero il rischio di dire cose banali o cose anche belle, ma che volano 3 metri sopra la nostra testa, è grande… soprattutto in questa occasione…

Cerco allora di andare con ordine.

Sapete che a Natale ci sono tante messe (quella della notte, quella dell’aurora, quella del giorno) e ognuna ha le sue letture. Io mi sono “imposta” quelle del giorno, perché sono quelle che la Chiesa ha scelto per la maggior parte dei fedeli che – s’immagina – vadano a messa di giorno!

Se avessi seguito altri criteri, penso che avrei volentieri deviato soprattutto dal Prologo di Giovanni, bellissimo, ma… impegnativissimo…

E invece, eccoci qui, tutti di fronte a questi testi…



Dal libro del profeta Isaìa (Is 52,7-10)

Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: «Regna il tuo Dio». Una voce! Le tue sentinelle alzano la voce, insieme esultano, poiché vedono con gli occhi il ritorno del Signore a Sion. Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme. Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutte le nazioni; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio.



Il primo testo che la Chiesa sceglie per questo Natale è tratto dal libro del profeta Isaia.

È un testo che dà subito la tonalità alla celebrazione che viviamo: c’è infatti una buona notizia, un messaggio di pace, un annuncio di salvezza, che consiste nel ritorno del Signore, nella consolazione che Egli porta al suo popolo.

È un brano che Israele scrive pensando ai tempi messianici…

La Chiesa lo sceglie per raccontare della nascita di Gesù…

È quindi un brano scritto per il ritorno di Dio, per l’instaurarsi del suo Regno… che però viene attribuito ad un bambino, ad un piccolo d’uomo, fatto di carne, latte, strilli sdentati, cordone ombelicale e pannoloni (o chi per essi)… E se non fosse per l’abitudine, già questo dovrebbe farci sobbalzare… In Gesù, Dio è un bambino!



Dalla lettera agli Ebrei (E 1,1-6)

Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante il quale ha fatto anche il mondo. Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola potente. Dopo aver compiuto la purificazione dei peccati, sedette alla destra della maestà nell’alto dei cieli, divenuto tanto superiore agli angeli quanto più eccellente del loro è il nome che ha ereditato. Infatti, a quale degli angeli Dio ha mai detto: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato»? e ancora: «Io sarò per lui padre ed egli sarà per me figlio»? Quando invece introduce il primogenito nel mondo, dice: «Lo adorino tutti gli angeli di Dio».



È facendosi bambino che – ultimamente, cioè nell’ultimo momento, nel momento finale, decisivo – Dio «ha parlato a noi».

Un bambino che certo diventerà grande, farà tante cose, ne dirà molte altre, vivrà e morirà in un certo modo, risorgerà… Una parola dunque che non si ferma a quel bambino e che tuttavia inizia a pronunciarsi dentro ad un corpicino in fasce.

Se ci pensiamo, noi conosciamo gli altri, li capiamo, cogliamo chi sono, da ciò che fanno, da ciò che dicono, dalle posizioni che prendono (o non prendono), da come si muovono nella storia…

Beh, anche con Dio “funziona” così: lo possiamo conoscere, lo possiamo capire, possiamo capire chi e come Egli sia, guardando a ciò che dice, a ciò che fa, a come si muove nella storia…

Ebbene, sarebbe interessante chiederci cosa dice di Lui il fatto di dirsi in un bambino, che non può parlare!

Ricordo una mia amica – specializzanda in pediatria – che doveva far tirocinio nel reparto di neonatologia e mi diceva: “Ci vado volentieri per questi sei mesi, ma nella vita non voglio certo fare la neonatologa; io voglio avere a che fare con bambini con cui potermi relazionare, che parlino!”.

Ecco – quando Dio si dice – si dice in un bambino che non può neanche parlare. Per Lui, parla la decisione (muta) di presentarsi così.

Non è immediatamente la sua parola vocale a entrare nella storia, ma il suo linguaggio non verbale.

In Gesù, Dio è un bambino che non sa ancora parlare.



Eppure, proprio Lui è il Verbo, la Parola di Dio!



Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv1,1-18)

In principio era il Verbo,

e il Verbo era presso Dio

e il Verbo era Dio.

Egli era, in principio, presso Dio:

tutto è stato fatto per mezzo di lui

e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.

In lui era la vita

e la vita era la luce degli uomini;

la luce splende nelle tenebre

e le tenebre non l’hanno vinta.

Venne un uomo mandato da Dio:

il suo nome era Giovanni.

Egli venne come testimone

per dare testimonianza alla luce,

perché tutti credessero per mezzo di lui.

Non era lui la luce,

ma doveva dare testimonianza alla luce.

Veniva nel mondo la luce vera,

quella che illumina ogni uomo.

Era nel mondo

e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;

eppure il mondo non lo ha riconosciuto.

Venne fra i suoi,

e i suoi non lo hanno accolto.

A quanti però lo hanno accolto

ha dato potere di diventare figli di Dio:

a quelli che credono nel suo nome,

i quali, non da sangue

né da volere di carne

né da volere di uomo,

ma da Dio sono stati generati.

E il Verbo si fece carne

e venne ad abitare in mezzo a noi;

e noi abbiamo contemplato la sua gloria,

gloria come del Figlio unigenito

che viene dal Padre,

pieno di grazia e di verità.

Giovanni gli dà testimonianza e proclama:

«Era di lui che io dissi:

Colui che viene dopo di me

è avanti a me,

perché era prima di me».

Dalla sua pienezza

noi tutti abbiamo ricevuto:

grazia su grazia.

Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,

la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Dio, nessuno lo ha mai visto:

il Figlio unigenito, che è Dio

ed è nel seno del Padre,

è lui che lo ha rivelato.



È lui che lo ha rivelato, è lui che ci ha raccontato Dio!



A tutti e a ciascuno auguro la passione per il linguaggio verbale e non verbale di questo bambino,

Figlio dell’uomo e Figlio di Dio.


Chiara

mercoledì 30 dicembre 2009

Buon anno!

In questa seconda domenica di Natale (prima, del nuovo anno civile) la Chiesa ci invita a soffermarci sul Prologo di Giovanni. Esso è talmente ricco che provare a dirne qualcosa risulta davvero arduo: lì infatti si concentra come in un nucleo incandescente, la sintesi cristologica più alta che la tradizione scritturistica ci tramanda, come se tutto ciò che si può, si deve, si vuole sapere di Cristo sia lì condensato in maniera insuperata ed insuperabile.
L’accostamento delle letture tratte dal libro del Siracide e dalla lettera di Paolo apostolo agli Efesini, può però instradare verso alcune sottolineature; in particolare tre: innanzitutto la prospettiva che approccia il mistero del Figlio nella sua preesistenza rispetto all’esperienza storica di Gesù; preesistenza segnata tradizionalmente dall’accostamento alla figura della “sapienza”, rintracciabile soprattutto nel brano del Siracide, ma anche nelle espressioni paoline «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo», e certamente anche nella qualificazione cristologica di “Verbo”, parola, contenuta nel Prologo stesso, con tutte le affermazioni ad essa connesse, «il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste».
Questa prima sottolineatura, mette in luce quella che tecnicamente viene denominata “cristologia dall’alto”, il tentativo cioè – sempre a partire dall’esperienza storica di Gesù – di dire la sua personale differenza qualitativa rispetto a tutti gli altri uomini (Egli è Dio, è il Salvatore del mondo) e la differenza qualitativa della sua relazione col Padre (Egli è il Figlio, l’unigenito, della stessa sostanza…)!
Queste puntualizzazioni – forse un po’ scontate – risultano invece tanto più urgenti, quanto più ci si accorge che non siamo più abituati ad averle presenti. La loro eccessiva sottolineatura nel passato ha infatti come creato un “effetto pendolo” per cui oggi ciò che risulta strenuamente ed appassionatamente (e giustamente) sottolineata è soprattutto l’umanità di Gesù; la sua vicinanza a noi, più che la sua distanza; la sua consanguineità con la nostra carne, più che la sua preesistenza divina. Di questo figlio meticcio (razza umana – Maria – mescolata alla razza divina – Spirito santo) oggi si sottolinea pressoché univocamente quello che De Andrè in Laudate hominem Lyrics, magistralmente cantava: «Non voglio pensarti Figlio di Dio, ma figlio dell’uomo, fratello anche mio».

Ma come in tutti gli “effetti pendolo” il rischio è quello di buttar via, con l’acqua sporca, anche il bambino; in altre parole cioè, la giusta correzione della prospettiva cristologica, univocamente rivolta alla divinità, soprannaturalità, miracolosità di Gesù, non deve farci dimenticare che essa – prima di scadere in unilaterali incastri apologetici – in realtà stava lì a ricordare come l’uomo Gesù su cui si fonda la fede dei cristiani è realmente Colui che può salvare la vita, dunque Colui nel quale la suddetta fede è davvero ben riposta!
In questo senso i testi evangelici sono molto più trasparenti e limpidi rispetto alle tortuosità e fangosità della storia della loro comprensione. Non a caso la seconda evidenza che emerge dai testi proposti dalla liturgia è che questo “Verbo” viene a dimorare tra gli uomini.
Infatti, contro ogni possibile deviazione che la sottolineatura della sua divinità poteva lasciar profilare, il vangelo è immediatamente lì a specificare di quale inaudita divinità si tratti, di quale inaudita salvezza, di quale inaudito Dio!
Il “Verbo sapiente” che è il Figlio amato, è un Dio che prende casa, che prende carne: «Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine, colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele, affonda le tue radici tra i miei eletti” . Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creato, per tutta l’eternità non verrò meno. Nella tenda santa davanti a lui ho officiato e così mi sono stabilita in Sion. Nella città che egli ama mi ha fatto abitare e in Gerusalemme è il mio potere. Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità, nell’assemblea dei santi ho preso dimora». Prospettiva culminante – evidentemente – nelle sbalordenti affermazioni di Giovanni: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità».
Un Dio dunque, affidabile davvero in quanto alla nostra salvezza, ma un Dio che sceglie di farsi uomo, di salvarci così, di essere così. È il mistero del Natale, che ancora celebriamo. È ciò su cui in questi giorni abbiamo sentito tante parole, abbiamo fatto tante considerazione… è ciò che quotidianamente cerchiamo di “fare nostro”…
Oggi perciò una sottolineatura diversa, l’ultima che proprio i testi di domenica suggeriscono: il modo di salvarci di questo Dio fatto uomo è quello di farci figli: «Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso, nella porzione del Signore è la mia eredità», «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità, predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo», «A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio».
Molti sono i modi in cui potremmo arrivare ad immaginare la salvezza che un dio può portare agli uomini e molti sono i modi in cui i cristiani stessi la pensano… ciascuno di essi rispecchia l’immagine del dio che abbiamo in testa… Allo stesso modo, la scelta di salvarci, rendendoci figli, dice molto su chi sia Colui che questa salvezza l’ha pensata (e attuata!).
Purtroppo molto spesso l’uomo tra tutte le cose che pensa di dio, non arriva ad immaginarlo come Padre (molto più frequentate sono infatti le figure del “padrone”, del “dominatore”, del “soggiogatore”, in versioni più o meno evidenti); ma purtroppo molto spesso persino i cristiani, che dovrebbero fondare la loro fede sul vangelo, che non fa altro che ripetere precisamente la buona notizia che Dio è Padre, se la scordano e reintroducano le stesse figure pagane di un dio che semplicemente è altro da quello rivelato da Gesù.
Ma più radicalmente ancora, il problema sembra essere quello per cui anche chi incontra davvero questa buona notizia, fatica a convertirsi ad essa… a mantenerla salda in cuore… a tornare sempre a farci affidamento… La paura di un’orfanità in cui spesso ci sentiamo abbandonati e il gelo che essa fa scorrere per la spina dorsale sembra spesso prevalere… tornando a farci “vivere” da schiavi… imbruttiti dal timore della morte e dalla paura dell’altro che me la può dare…
In questo tetro scenario sentir risuonare la parola del Prologo di Giovanni, «A quanti lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio», diventa come un caldo balsamo che penetra i nostri terrori e apre scenari nuovi, riallarga gli orizzonti, dona ossigeno all’anima: un mondo fatto di figli… fratelli…
Chissà se riusciremo a dargli credito… per quest’anno… è il mio augurio più caro.

domenica 27 dicembre 2009

Il Figlio di Dio un dodicenne impertinente?

In questa prima domenica dopo il Natale, la Chiesa ci invita a soffermarci sulla Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe; e lo fa presentandoci come brano del vangelo il testo di Luca che parla di Gesù dodicenne.
Il testo – molto curioso nella sua composizione – può essere avvicinato da due punti di vista, che però non vanno mai separati: da un lato, infatti, è necessario ricordare come questo brano faccia ancora parte dei cosiddetti “vangeli dell’infanzia” e dunque vada letto precisamente come testo teologico, non cronologico-descrittivo: siamo infatti di fronte ad un testo epifanico, che attraverso la narrazione di una vicenda vuole rivelare chi sia il bambino di cui si parla; dall’altro non ci si può esimere dal lasciarsi coinvolgere dalla narrazione in quanto tale, dall’episodio inusuale che vede come protagonista Gesù e dalle situazioni, emozioni, reazioni che l’Autore mette in campo: da questo punto di vista ciò che cattura maggiormente l’attenzione è l’ordinarietà più disarmante delle dinamiche familiari descritte.
Il testo epifanico, che, attraverso il gioco di parole «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» / «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» sottolinea la straordinarietà di questo bambino, addirittura la sua divinità, il suo essere figlio del Padre, contemporaneamente lo presenta come il “classico dodicenne che si sente grande e con le sue scelte un po’ in-coscienti fa disperare (angosciare) i genitori”…
Due profili, apparentemente contrapposti e contraddittori, eppure inscindibili: Gesù, il Figlio di Dio, è questo ragazzino dispettoso e anche un po’ impertinente!


Questa constatazione rimanda ad una problematica di uno spessore assolutamente rilevante, e cioè: in che modo il Figlio di Dio ha incarnato l’essere Figlio di Dio? Con che consapevolezza, con che modalità di presa di coscienza, con quale prassi attuativa?
La domanda è interessante, perché non si tratta solo di un filosofare su tematiche che possono apparirci significative (si sta pur sempre parlando del Figlio di Dio…), ma perché precisamente il modo di farsi uomo del Figlio di Dio, può diventare paradigmatico per il nostro tentativo – spesso così mortificante e mortificato – di farci uomini.
Luca dà subito un’indicazione: «Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini»: vanno dunque sbaragliate immediatamente quelle risposte alla nostra domanda che vanno nel senso di annullare l’umanità di Gesù, per salvaguardarne la divinità (Gesù sapeva già tutto… faceva finta di essere bambino… per far contento Giuseppe, fingeva di non saper lavorare il legno, così lui glielo insegnava… ecc, ecc, ecc) – vie che la storia della Chiesa ha visto presentarsi al suo orizzonte ma che ha presto rifiutato come “eresie”.
Rimane però il problema… Pur ammettendo che Gesù non facesse finta di essere bambino, ma che lo fosse veramente, come si coniuga il fatto che lui fosse anche il Figlio di Dio?
Un felice orientamento lo dà il classico confronto con la nostra esperienza umana: noi quale consapevolezza abbiamo di essere i figli di nostra madre? E la consapevolezza che avevamo a 3 mesi, 3 anni, 12 anni, è la medesima che abbiamo ora? È giusto dire che rispetto a questa consapevolezza ci sia stata una crescita? Non lo sapevamo forse già da subito che nostra madre era nostra madre?
L’esempio può aiutare… Infatti, se è vero che da sempre noi abbiamo la consapevolezza che nostra madre sia nostra madre, è altrettanto vero che l’esplicitazione e la capacità di elaborazione di questa medesima consapevolezza non è uguale nelle diverse fasi della vita: a tre mesi, mamma vuol dire un seno che mi allatta; a tre anni, la sicurezza che mi fa vivere; a 20, 30, 50 la mamma è simbolo della problematizzazione dell’origine, della cura, della custodia, della vita, del senso della vita…
Si potrebbe dire che da sempre si ha una consapevolezza sintetica di chi sia mia madre e di chi sia per me, ma il suo sviluppo analitico, lo scioglimento in una storia, la presa di coscienza narrativa, avviene appunto percorrendo la temporalità, crescendo, agendo una vicenda.
La stessa cosa si potrebbe applicare all’esperienza di Gesù: questo bambino ha la consapevolezza sintetica di essere Figlio di Dio («Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?»), ma – proprio perché veramente uomo – deve agire una vicenda, vivere una storia, far trascorrere una temporalità, per vivere da uomo (e non da bambino) quella medesima consapevolezza: ha bisogno di crescere «in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini».
Il brano di vangelo dice tutto questo in maniera molto meno teorica, semplicemente raccontando un episodio, in cui colui che pronuncia una frase così altisonante come «Devo occuparmi delle cose del Padre mio» è, sulla scena, un ragazzino che, perso nella sua curiosità di scoprire il mondo, non si era ricordato l’orario di partenza della sua carovana ed era rimasto, affascinato dai sapienti della città santa, ad ascoltarli e interrogarli, senza accorgersi del tempo che passava, della preoccupazione della mamma, dei pericoli in cui poteva incorrere: né più né meno come i nostri dodicenni, bambini che si sentono grandi e ci fanno sorridere ed angosciare…
A noi forse sembra inconsueto, addirittura scandaloso, in ogni caso da non dire, che questo impertinente fanciullo, impavido e sfrontato, eppure con i lineamenti ancora da bimbo piccolo tranne qualche baffetto ribelle che spunta qua e là, sia il Figlio di Dio. Per noi il Figlio di Dio o è il bimbo che nasce a Betlemme, divino per il candore che emana in quanto neonato, o il predicatore di Galilea, il grande sapiente taumaturgo che il potere politico-economico-religioso del suo tempo ha fatto crocifiggere: quello è il Figlio di Dio.
Questo ragazzino no…
E invece quell’uomo che tutto il mondo allora conosciuto, arriverà a proclamare Figlio di Dio è precisamente questo dodicenne smemorato di Gerusalemme: perché fino in fondo il Figlio ha accettato la dinamica dell’incarnazione, fino in fondo si è fatto uomo, fino in fondo si è intessuto delle fibre dell’umanità, della crescita, dell’evoluzione del fisico, del necessario costruirsi temporale delle categorie mentali, della fatica della maturità affettiva… passando per l’attonito stupore dei piccoli, gli sfrontati tentativi di crescita dei ragazzi, gli struggenti turbamenti degli adolescenti...
Così il Figlio di Dio è diventato uomo: patendo i tempi lunghi di una vicenda umana che pian piano lo ha costruito come uomo (e come Figlio di Dio – in modo “analitico”), patendo l’oscurità di alcuni frangenti, il non senso di altri… insegnandoci in questo modo che per essere uomini o – detto altrimenti – per essere graditi a Dio, per avere una vita buona/bella/felice/piena, non servono strappi (“Da oggi in avanti sarò più…”), non servono volontarismi, rinunce, estraneazioni dalla storia, dalla nostra storia, prese di distanze da noi, da ciò che siamo stati, abbiamo fatto, ci hanno fatto…
Per diventare uomini (e Figli di Dio, in senso “analitico”) è necessario piuttosto stare dentro alla storia, starne “sottomessi” («Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso»), cioè lasciarla agire, agirla, viverla, imparandone pian piano l’intelligenza, perché se alle verità che intuiamo non facciamo seguire con fatica, e pazientando tutto il tempo che ci vuole, anche le nostre viscere, le fibre della nostra umanità, quelle verità – pur vere – non sono reali: e ci ritroveremmo come dei dodicenni che “fanno i grandi” al Tempio, dimentichi per un attimo della mamma, di cui però abbiamo ancora vitalmente bisogno…

venerdì 25 dicembre 2009

Il Natale: la “marginalità” al centro della Storia!

“Clandestini”: una nuova “marginalità” al centro della Storia
Chi ci ha seguito con pazienza nel cammino che la chiesa ci ha proposto in queste settimane in preparazione dell’avvento del Natale, si sarà reso conto come il Signore Gesù capovolge la nostra prospettiva religiosa, il nostro modo di pensare, vedere e rappresentarci, il rapporto con Dio, con i fratelli e sorelle, con il creato, con le cose…
Abbiamo spesso sottolineato come la prima conversione che il Signore ci chiede è proprio quella di lasciarci sconvolgere in profondità, nella nostra mentalità e cultura, dalla Sua prospettiva. Per renderci consapevoli che anche se apparteniamo a una cultura cristiana, essa non è mai così cristiana da non potersi ritenere bisognosa di ulteriore conversione, perché non si è mai cristiani abbastanza, neanche culturalmente…

Questa conversione che il vangelo chiama specificatamente metanoia, cioè cambio di mentalità, non esige da parte nostra uno sforzo particolare… La conversione che il vangelo “esige” da noi, è provocata in noi dal vangelo stesso… dalla buona, bella, gioiosa, inaudita, stupefacente notizia che ci viene continuamente donata, come possibilità veramente nuova, completamente “altra”, della nostra vita, a tutti i livelli. Solo a partire da qui, da questa “gioiosa notizia”, può nascere una conversione morale cristiana, perché solo un comportamento che nasce come risposta a un dono; solo una morale che nasce dalla riconoscenza, è gioiosa e quindi liberante. Altrimenti essa viene “giustamente” percepita come imposizione esterna, fatica tanto titanica quanto sterile e vana, perché non apportatrice della gioia liberante del vangelo, ma mortificazione della grazia, sterile “ingabbiamento” dell’io…
Infatti – per usare un’immagine che Gesù oramai adulto ci proporrà spesso –: che sforzo devo fare per sedermi alla tavola imbandita dal Padre?… nessuno! Devo solo, paradossalmente, ascoltare il mio limite (la fame!) e lasciarmi “ingolosire” dalla tavola imbandita… “Impossibile non convertirsi” a tutto questo “ben di Dio”!
E allora, ascoltando il profeta Isaia, cosa dobbiamo fare noi che camminiamo «nelle tenebre» per vedere «una grande luce»? semplicemente… aprire gli occhi: niente di più! E lasciarci contagiare dalla gioia del Signore e gioire davanti al mondo «come si gioisce quando si miete e come si esulta quando si divide la preda»; cioè, come si gioisce quando gioiamo del risultato delle nostre fatiche… E allora, già qui, «è un bel faticare!».
Ma il Vangelo ci spinge ad andare oltre e ad aprici ad una prospettiva nuova, alla visione del Dono di questo Bambino!
E allora ci chiediamo: Come è possibile che un bambino, questo Bambino, sia il nostro Salvatore, il nostro definitivo Liberatore? Come è possibile che questo bambino insomma, per usare le parole di Paolo, sia «la grazia stessa di Dio che porta salvezza a tutti gli uomini»? Come è possibile che egli sia colui, sempre secondo Isaia, che «spezza il giogo», toglie «la sbarra sulle nostre spalle», e disarma «il bastone del nostro aguzzino»?… quando se ci guardiamo intorno, non sembra che da duemila anni le cose siano granché cambiate…

A ben guardare, ci sono due modi per “toglierci un peso”. Uno è quello che potremmo definire “nostro”, secondo la nostra mentalità e cultura e che si presenta immediatamente ai nostri occhi come l’unica soluzione possibile: quello di scrollarci di dosso il “peso che ci opprime”. Questo modo, ci fa credere che, per essere veramente liberi, occorra eliminare l’ostacolo, eliminare il nemico, scendere dalla croce che ci schiaccia, “risolvere il problema” che ci soffoca, nella ricerca illusoria della soluzione definitiva di ogni problema… Ora, questa soluzione a mio parere è peggiore del male perché, tra le altre cose, esige la nostra uscita dalla storia, in definitiva la nostra morte (altro che quella del nemico!)… Infatti se uno non vuol morire non dovrebbe nascere… se uno non vuole problemi, dovrebbe vietarsi di vivere… Ma non trovo convincente nemmeno il discorso di coloro che vorrebbero rimandare la liberazione definitiva alla fine dei tempi, come se le Beatitudini – per fare solo un esempio drammatico – fossero un discorso che si realizza solo nell’«altro mondo». Quello della «fine del mondo» o comunque della fine di questo mondo…

Occorre allora lasciarci istruire da questo Natale per trovare una soluzione che non butti via il bambino insieme all’acqua sporca… che cioè non butti via la nostra vita insieme ai nostri problemi…E la risposta la troviamo nel Vangelo di questa santa notte. Seguiamo allora i pastori, mischiamoci in mezzo a loro, per nutrirci dei fatti che hanno vissuto…
Ad un certo punto nella notte un angelo appare ed annuncia «una grande gioia», perché, oggi, ora, adesso è nato il Cristo Signore, Salvatore-Liberatore per tutti, ma proprio tutti. E l’angelo indica un segno, quale? «un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E che cosa fanno i pastori? vanno subito a vedere il «segno»! E che cosa trovano? «Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia». Tutto qui! Tutto qui? E – ci dirà il seguito del vangelo – se ne tornano alle loro occupazioni «glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto». Tutto qui!
Ma insomma, dove sta il segno? Da dove scaturisce quella «grande gioia» che sembra esplodere dentro i loro cuori e sconvolge loro – attenti! – non il loro vivere: «tornano infatti sui loro passi!»; ma il loro modo di vivere: infatti «glorificano e lodando Dio!», ci dice Luca…
In verità quello che i pastori hanno visto nella loro quotidianità (notturna!) è un liberatore, un inviato dal Signore che finalmente “era uno di loro”, uno come loro: reietto dalla storia, “cacciato” dal convito umano, e che – oramai adulto – sarà anche “maledetto” dalla religione ufficiale… Insomma non hanno visto un liberatore come avremmo potuto aspettarci: un cavaliere «figlio di papà», un «principe azzurro» vestito con abiti firmati e abitante in una reggia con parco e piscina… ma uno che vive la loro stessa drammatica esistenza…

Mi capita spesso di sentir dire: «Gesù era Figlio di Dio, anzi Dio stesso, per lui era più facile che per noi»… ora, così dicendo, noi censuriamo che veramente in Gesù, Dio si è «spogliato completamente della propria divinità, diventando in tutto simile a noi», assumendo in tutto i nostri problemi, il nostro giogo, la nostra croce, i nostri drammi… ma senza il peccato, cioè vivendoli in modo diverso, dicendo “sì” alla storia che incontrava e non come fuga da essa (e quindi da Dio Padre: vi ricordate come Adamo ed Eva fuggono nascondendosi?).

Quello che i pastori hanno visto e compreso, è che questo Bambino-Messia e Signore, ha voluto fin da subito, sedere all’ultimo posto alla tavola della vita: reietto, “impuro” tra gli “impuri” come loro stessi. Hanno visto il Liberatore, il Signore, condividere in tutto i loro disagi umani, il loro essere considerati dagli uomini dei “maledetti da Dio”… In questo Natale possiamo capire meglio che Gesù – che si rivelerà più chiaramente ai discepoli, come l’Alfa e l’Omega, la “A” e la “Zeta” della storia – sarà compreso come “Colui che è fin dal Principio”, proprio perché ha scelto, entrando nella storia, di essere l’ultimo, di viverla “dal” fondo: perché ha scelto di essere l’ultima lettera dell’alfabeto umano! Nella grande carovana umana che vaga nel deserto della storia, Gesù è nostra guida perché ha scelto da subito di essere uomo per davvero, stando in fondo alla carovana, ma così in fondo che nessuno può essere più disperato, più “maledetto”, più abbandonato, più disprezzato, più ultimo di lui… E – anche questa è una novità – lo fa da figlio (cioè da fratello che è l’unico modo per essere nella storia «Figlio/figli del Padre»)! Non brontolando contro una vita ostile (e quindi contro il Padre e contro i fratelli), ma aprendosi ad essa, consegnandosi in un rapporto, in una prossimità, che diventa la Via per una vita rinnovata anche per coloro che non sono in grado di cambiarla, come in fondo, Gesù non ha cambiato la sua!…Gesù insomma scegliendo l’ultimo posto nella storia, si offre come possibile soluzione per chiunque, anche per l’ultimo (anzi oramai “penultimo”), dei disperati, perché anch’egli possa – nel vivere in pienezza la propria comunione (questo è lo Spirito Santo) col Padre – trovare la propria dignità di figlio nella propria umanità sfigurata…

Se c’è una soluzione possibile ai nostri problemi essa non può che partire da qui, da questa comunione già data, altrimenti non sarà altro che un tentativo violento di esigerla da altri: la pace che scaturisce da questa comunione, insomma non è data dalla soluzione del problema, ma è la pace stessa (così intesa e così radicalmente vissuta) che diventa sorgente di soluzione. Soluzione che oramai non è più strettamente necessaria alla pace-comunione, ma ne è “semplice” “epifania”, al limite “verificazione” storica, “segno” di ciò che la precede, della pace-comunione che c’è già! Pace che resta anche davanti al fallimento immediato di ogni soluzione storica, anzi che cresce proprio nel suo lasciarsi gettare nel fondo della storia…

Ecco allora svelarsi in pienezza la vera liberazione, la luce che illumina questa notte, presente qui, ora, adesso, senza bisogno di attendere oltre, senza fuggire in un mondo ideale sia esso passato, presente o futuro… In questo Messia bambino, avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia viene svuotato dal di dentro il peso di ogni oppressione, viene resa “ogni croce leggera”, in modo che non solo non possa più nuocerci spaventandoci, ma anzi diventi occasione di una comunione-pace ancora più grande… perché solo la sofferenza che costruisce un rapporto può essere vissuta senza che uccida la vita e perché solo la comunione vissuta fino a questa profondità – fino a questo abisso sprofondata – dà senso a una vita che non teme più nessuna morte.
Questo è il miracolo di questa notte, questo è quanto ci viene riofferto ogni giorno dell’anno dal Natale del Signore.
Questa è la Grazia che domandiamo per coloro che ancora oggi si “sentono” ai margini della vita, affinché si scoprano al centro della Comunione, al centro della Pace!

giovedì 24 dicembre 2009

Natale: oltre la fiaba

Natale con gli occhi di un bambino (Niki)
Solo alcuni spunti dalle letture bibliche di questo tempo di Natale…
Sono i testi lasciati dai profeti o dai “testimoni” più vicini e più interessati ai fatti narrati, ma anche per loro si tratta di eventi già ricevuti dai testimoni diretti e celebrati da una comunità credente ed orante che vi ha scoperto e vissuto un incontro vivificante, e l’ha tramandato fino a noi. Natività, Epifania, Risurrezione, sono dei fatti (o la condensazione simbolica di vari eventi) che sono collocati in un determinato luogo e in un tempo preciso, come momenti intensi della Rivelazione. Ma il loro senso è questo: annunciano e propongono al credente un legame indissolubile tra l’umano e il divino, tra il mondo della storia e quello del mistero, e non possono essere accostati se non da una mente e da un cuore che ne accolga questo loro segreto storico e metastorico, terreno e celeste, legato al tempo e allo spazio, ma insieme trascendente queste due dimensioni. La prima di queste – la banale vita quotidiana – ci è facile e naturale, ma talora pesante e insoddisfacente. L’altra, tormenta l’uomo da quando ha memoria della sua presenza sulla terra. Per fargli superare questo limite e penetrare territori che ci sembrano più sperati che sperimentati, nell’ostinata sfida all’impossibile: vedere, sentire, toccare, capire cosa c’è al di là … dei nostri limiti e delle nostre misure.
Allora la Bibbia ci appare come il racconto di tanti testimoni che hanno visto questo raccordo tra la loro storia e l’impossibile, che hanno ascoltato e intrasentito la mano di un “dio” che li accompagnava sul crinale dell’ulteriorità incredibile e inaccessibile. La creazione, la promessa nel paradiso fallito, la malvagità umana autodistruttiva e l’arcobaleno di Noè, la fecondità del vecchio Abramo, la lotta di Giacobbe con Dio, la liberazione dell’uomo dalla schiavitù del Faraone, la trasformazione del cuore di pietra in cuore di carne … sono i passi impossibili a cui l’uomo è stato chiamato da colui che “
dà la vita ai morti e chiama all’esistenza le cose che ancora non esistono” (Rom 4,17). Allora, nel Natale, così diversamente raccontato dai vari testimoni, sta comunque il cuore della storia, cui tutta la creazione anelava. Natale vuol dire che la meta e, insieme, il centro propulsore di questo inarrestabile flusso dell’amore creativo di Dio è adesso il seno, anzi prima il cuore, di Maria. E anche lei sa, come racconta il vangelo di Luca, che è impossibile ciò che le è annunciato – eppure si consegna, perché nulla è impossibile a Dio! A Natale, la Parola non è solo la metafora per indicare il legame di benevolenza gratuita del Padre con tutto ciò che lui fa esistere. Non è solo la sua sorprendente decisione, libera e amorevole (cioè non prodotta da necessità fisica o psichica o morale) di cercare il consenso e la gioia dell’umanità: rallegrati, Maria! La Parola stessa, nella sua passione di incontro con l’uomo, si fa seme e diventa bimbo d’uomo nell’inimmaginabile assunzione o impregnazione divina di un germoglio di carne umana. “Il verbo si è fatto carne!”. E la verginità è il timbro della suprema libertà di Dio da ogni legge di necessità. Nella catena dei miliardi di natali umani, un Natale impossibile, incredibile… che tacitamente sconvolge tutto. Tanto impossibile che, per non esserne accecati, i cristiani ne hanno fatto una favola, ormai così innocua, che viene anestetizzata nei tanti festeggiamenti natalizi commerciali, coloriti di simboli o fantasie le più disparate.
La fede che questi testi rivelano e domandano è tutt’altro: spinge il discepolo di Gesù a riscoprire sempre daccapo il rapporto faticoso tra libertà e necessità, invitandolo ad entrare nella dinamica assiale della storia della salvezza: possiamo svincolarci dalle catene delle necessità istintuali? liberarci dall’io, che ci fa fare quello che non vogliamo? della cultura dominante e dalla sua logica di competizione e sopraffazione? è possibile o è impossibile convertirsi all’amore, come nuovo motore potente ed insieme inerme della vita? Noi sappiamo per adesione umile all’obbedienza della fede, che è un regalo capirlo e tanto più riuscire a praticarlo. Che dunque è presunzione pensare di imporre questa fede, di esigerla e tanto meno di condannare coloro che si ritraggono … nella esperienza dolorosa dell’impossibilità! Luca premette al suo Vangelo l’esempio dei semplici e degli umili, direttamente coinvolti dalla disponibilità della loro adesione: Maria, Elisabetta e i loro due bimbi, il sacerdote ammutolito, i parenti e i vicini, i pastori… umili e ignari testimoni del mistero fondamentale della fede cristiana: il Natale! Il primo atto cristiano (continuamente primo – a cui cioè bisogna tornare per ricominciare, senza stancarsi mai!) è quest’adesione del cuore alla fede. Nell’affidamento di sé alla “parola”, il Natale ripropone la sua scansione di salvezza: non temere, il Signore è venuto e viene! in questo bimbo ti riempirà di vita, e coinvolgerà gli altri attorno a te! La nostra speranza è una Vergine gravida dell’impossibile, ultimo (o primo) anello di una successione infinita di uomini e donne, che hanno creduto e si sono affidate. E camminano nella esperienza della fatica e della gioia di seguire la luce in un mondo ottenebrato.
L’obiettivo di ogni annuncio, di ogni manifestazione della Parola è la proposta di amore e di vita che c’è dentro, certo, ma è raggiungibile solo attraverso l’obbedienza della fede: questo è il dinamismo di fuoco a cui siamo chiamati – questo è la consegna di sé … al presepio. Ogni altro aspetto di culto o di ascesi, di dottrina o di sacramento, di magistero o di sacerdozio è strumento e mezzo per riconoscere, entrare in contatto, accogliere questa “grazia”, cioè il regalo del Natale di Gesù! l’inaspettato accesso all’impossibile che ci mette allo sbaraglio, ci provoca allo sbilanciamento di fronte agli accadimenti che non sono adeguati alle forze dell’uomo. Ecco perché lo annunciano gli angeli! E annunciano che non siamo più servi, ma amici e figli di Dio. Annunciano che adesso è possibile “il divino in noi”… il perdono (nessuno può perdonare i peccati se non Dio solo); il corpo e sangue di Dio in materia cosmica per nutrire il credente (come può costui darci la sua carne da mangiare?); l’amore ai nemici (fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico), il coinvolgimento coi poveri (di essi è il Regno dei cieli – sono “in società” con Dio!); la “necessità salvifica” della chiesa, pur fatta più di peccatori che di santi (su di te fonderò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno su di essa!)…
… è questa la dinamica evangelica che dice cosa succede a noi la notte di Natale – ogni notte di Natale. In proporzione alla nostra libera trepida adesione, il mistero diventa di un’attualità assoluta nell’intimo dei noi stessi e nella chiesa, che è il segno levato tra le genti… un segno difficile a dirsi a noi stessi, cui si può solo consegnarsi. Ed immediatamente avviene che questo mistero ci spinge fuori da noi stessi per trasformarci progressivamente, per ottenere maggiore coinvolgimento delle nostre facoltà, della nostra conoscenza e delle nostre opere (con quanta resistenza e fatica e rifiuti… lo registra la segreta biografia spirituale di ognuno)
… quello che conta è il momento di fede che avremo vissuto nella nostra vita e la capacità di accumulare, di condensare atti di fede, magari piccolissimi, uno dopo l’altro, giorno per giorno, che rendono sempre più attuale e sconcertante la proposta di questo misterioso “incontro” che abbiamo in cuore … Sbilanciamenti di fede che ci fanno di nuovo ripartire come i pastori, in base a quel poco di luce nelle tenebre. Ci fanno vedere la verità del segno (un bimbo nella mangiatoia …). La luce poi non c’è più, o è intermittente, ma c’è la consapevolezza che… era vero, una consapevolezza presto sola, sostenuta soltanto dalla conferma umile che scaturisce dall’ascolto docile della Parola. Allora noi che abbiamo creduto al Natale dovremmo risplendere … anche nelle nostre opere. E invece possiamo trascorrere tutta la nostra vita in una posizione scomoda, tra la fede che illumina nella mente la venuta del Signore e la sua proposta evangelica, e le nostre opere che non splendono affatto. Non si deve per questo scoraggiarsi e consegnare le armi. L’incontro di fede che ci ha cambiati dentro rimane ed è irreversibile. La fatica di questa fedeltà incompiuta, perseguita in modo onesto e leale, per quanto poco fecondo… forse non dipende del tutto da noi. È partecipazione misteriosa alla renitenza delle tenebre ad accogliere la luce, è accompagnamento al doloroso cammino dell’umanità ad accogliere un Dio che nessuno ha mai veduto, ma del cui amore il suo figlio unico “ci ha raccontato”! E ci ha irrimediabilmente contagiato.

venerdì 26 dicembre 2008

Fractio panis...

A Berna, un'anziana signora ultra-ottantenne, essendo rimasta sola e non avendo voglia di cucinare solo per se stessa, si reca tutti i giorni a pranzare alla Migros, una catena di ristoranti self-service. Quel giorno decide di mangiare un bel minestrone di verdura. Prende un vassoio, riempie il piatto di minestrone, va alla cassa a pagare e prende posto ad un tavolo vuoto. Si siede, ma al momento di mangiare si accorge di non aver preso un cucchiaio per mangiare il minestrone.

Si alza, va alla cassa dove ci sono le posate, prende un cucchiaio e ritorna al suo tavolo, ma... lì seduto c'è un ragazzo africano che sta mangiando il suo minestrone! Sul momento la signora s’indigna e vorrebbe andare dal ragazzo a dirgli di tutto, ma poi pensa che, certamente, quell'emigrato l'ha fatto per fame e, passata la rabbia, decide di sedersi davanti al ragazzo e, senza dirgli nulla, incomincia a mangiare anche lei il minestrone. Il ragazzo africano la guarda stupito, ma lei gli sorride, lui le sorride e continuano a mangiare il minestrone: un cucchiaio lei, un cucchiaio lui… Finito il minestrone il ragazzo si alza, va al banco dei primi piatti, prende un piatto di fettuccine alla bolognese, prende due forchette e torna al tavolo.

Dà una forchetta alla vecchia signora, si siede davanti a lei e incominciano a mangiare le fettuccine, sorridendo: una forchettata lei, una forchettata lui... Terminate le fettuccine il ragazzo africano si alza, fa un sorriso alla signora e se ne va. La signora, contenta per aver fatto un’opera buona, si gira sorridendo, per salutarlo e.... ad un tavolo vicino, dietro di lei, vede un vassoio con sopra un piatto di minestrone... Il suo piatto!
fonte: Paolo Farinella: Lettera da Erika

giovedì 25 dicembre 2008

Frammenti di Natale

Dal 1 di novembre 2008 don Franco è nostro vicino di casa, condividiamo quanto ci dona nelle sue omelie.

Il Segno, in fondo era proprio piccolo, assomigliava a tanti eventi, gioiosi, ma che accadono nelle case, nelle famiglie comuni, appunto il nascere di un bimbo e a Betlemme: questo era accaduto. Eppure questo Segno, piccolo, era preparato da un sogno e da un Sogno di Dio, non nostro, che stava nel cuore di Dio. Penso che tutti abbiamo ascoltato con un animo così quella splendida pagina del Profeta che poco fa ci ha fatto udire che potrebbero accadere anche gli abbinamenti più inconciliabili, le sintesi più impossibili, le vicinanze del tutto improbabili. Man mano che scorrevano le immagini del Profeta, questo lo sentivamo come qualcosa di assolutamente profondo: "spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci, una nazione non alzerà più la spada contro un'altra nazione, non impareranno più l'arte della guerra", fino a concludere con quel augurio che mi piace questa sera condividere come l'augurio più bello del Natale cristiano: "casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore". Ma proprio per questo siamo invitati ad entrare nel Mistero di Grazia del Natale, quella Luce che squarcia il buio della notte e irrompe dilagante; come la luce, appunto, non riesci mai a contenerla la luce, se c'è, entra, ed entra ovunque.
Paolo sembra volerci aiutare questa sera a riconoscere che qs non è un mito che dopo viene caricato di retorica, no, questo è un avvenimento accaduto per il volere di Dio, qualcosa che è entrato nella carne della storia degli uomini, nella terra degli uomini, nello scorrere del tempo degli uomini, lì è entrato, dove tutti noi ci muoviamo, dandoci un'immagine - Paolo lo fa così - che sorprende per tanti aspetti, un'espressione che probabilmente scorre via quando la ascoltiamo - quella che sta all'inizio del brano ai Galati che abbiamo ascoltato -, "Fratelli, quando venne la pienezza del tempo". Che significa? Ma il tempo non è una successione di giorni, uno dopo l'altro, di mesi, uno dopo l'altro, di anni, uno dopo l'altro, di decenni, di secoli? Quindi cosa vuol dire "la pienezza del tempo"? Sembra volerci proprio augurare questo, Paolo - penso di tradurlo fedelmente comunicandolo così -: "Non è vero che tutto è uguale nel tempo che scorre. Ogni giorno ha una durata uguale ad un altro giorno, ogni anno ha una durata uguale ad un altro anno, certo, ma non tutto quello che accade nel tempo ha un'importanza identica. C'è qualcosa che scorre via, già l'abbiamo dimenticato; c'è qualcosa che affascina al momento, ma dopo la vita conduce oltre; c'è qualcosa che rimane! Che quando lo avvicini, questo che rimane, ti accorgi che ha la solidità di una Roccia, è il Segno di una Verità incrollabile". Paolo vuole dirci: "Guarda che nell'apparire di infiniti bimbi che nascono, questo, questo, di Betlemme porta il Sigillo di una Promessa antica, di un sogno grande di Dio, questa è la pienezza del tempo, questo è il cuore del tempo. E il prima e il dopo girano attorno a questo cuore del tempo". E' un'immagine fortissima per dire: "Riconosci che quello che è accaduto nel Mistero di Gesù di Nazareth è qualcosa di assolutamente eccezionale, anche se ha, e con una intenzionalità vera di Dio, assunto da sempre il volto feriale, umile, discreto, tenero, di un bimbo che nasce nel cuore di una famiglia povera. Questo è l'invito ad aprire il cuore alla Grazia del Vangelo, questa è la Luce che irrompe. E le tenebre, per andarsene hanno bisogno di una Luce vera altrimenti rimangono implacabili nella vita e nella storia. Ma la Luce vera ha fatto breccia, è entrata: "Venne la pienezza del tempo!". Quindi non lo metto accanto a tanti altri episodi questo, lo racconto in modo semplice, certo, come in modo semplice Dio ce lo ha regalato, però è una cosa enorme, enorme! E' l'ingresso di Dio nella storia degli uomini, nel tempo degli uomini, nella carne degli uomini. E Dio è Dio! Dio non lo allineo alle cose banali: è Dio! Questo squarcia il buio della notte, questo. questa sera la nostra preghiera è attraversata da questa Luce. Infine, l'ultimo augurio ce lo regala Giovanni in quella pagina altrettanto splendida: l'inizio del suo Vangelo. Ma qui solo un frammento raccolgo, quello che ci è anche più caro, quell'espressione che sta nella parte finale: "E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi". L'immagine, tratta dal testo originale di Giovanni, è quella della Tenda. "Ha messo una tenda tra noi", fatta di carne, come ognuno di noi, si è messo accanto. E' un gesto che parla da sé, dice il massimo della solidarietà possibile: "Io non intendo rimanere lassù, tra i cieli - sembra dirci Dio - Io metto la mia Tenda, è fatta di carne, come la vostra carne, dentro il vostro campeggio, dentro le infinite tende di uomini e di donne della storia di ieri, di oggi e di domani. Un'identica tenda simile alle vostre, e mi riconoscerete come il Dio vicino, il Dio con voi, come l'Emmanuele, il Dio con noi".
Sono frammenti del Natale quelli che ora ho raccolto e ho detto a voce alta unicamente per aiutare la preghiera di tutti, ma bastano dei frammenti a farci intravvedere la bellezza di un dono, dono per il quale stasera siamo qui insieme a pregare e a rendere lode al Signore.

don Franco Brovelli, Omelia nella Notte del Natale del Santo 2008

mercoledì 24 dicembre 2008

Se Dio, per farsi Dio, si fa uomo...

Buon Natale a tutti, Buon Natale a voi che siete presenti e siete venuti qui a cercare un po' di pace vera, un po' di tenerezza pura, un po' di gioia nuova, un po' di festa che duri anche quando questa è finita…

E portate anche il Buon Natale di Dio a chi non ha potuto venire, perché forse qualcosa o qualcuno glielo ha impedito, o forse perché oramai alla pace non ci crede proprio più.

Ma anche per loro e per noi tutti oggi, stanotte, è pace: pace sulla terra tutta agli uomini che egli ama, non: agli uomini di buona volontà, perché di uomini di buona volontà ce ne sono forse sempre meno (ricordate la domanda? Quando il figlio dell'uomo verrà sulla terra, troverà ancora la fede-la speranza?), ma gli uomini che Dio ama, crescono ogni volta che sentiamo un nuovo vagito.

Pace quindi agli uomini tutti, perché tutti egli ama: questa è la Gloria di Dio nel più alto dei cieli e nel più profondo degli abissi della terra. Ma una pace vera, una pace nuova, una pace viva, una pace non come la dà il mondo, ma come la sa dare solo Dio. Non quella pace che sappiamo darci anche noi, ma una pace umanamente impossibile e che col trascorrere degli anni forse neanche noi riusciamo più a desiderare. Quale è questa pace? È la pace tra ladro e derubato, pace tra assassino e ammazzato, pace tra tradito e traditore, pace tra la preda e il predatore, pace tra ricco e povero, pace tra eterosessuale e omosessuale, pace con chi non riesce a nascere, pace con chi non riesce a morire… Pace tra destra e sinistra, pace tra il credente e l'eretico, pace tra il vivente e il morente…

Pace tra Dio (sempre più diverso da come lo vogliamo) e l'uomo (sempre più diverso da come lo vuole Dio)… Pace nel cuore di ciascuno. Ciascuno se lo dica: pace tra me e me, pace tra ciò che io sono realmente e cioè che io sogno di essere e non riesco ad essere…

Come trovare questa pace, come trovare la luce in queste tenebre? Non ci sono soluzioni magiche… Dobbiamo fare come i pastori, obbedire all'annuncio che l'angelo anche a noi stasera rivolge: «troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».
Troverete: Trovare è il verbo in cui trova riposo la fatica del verbo cercare. Solo alla fine del cercare si trova il riposare. Forse abbiamo smesso di cercare, e abbiamo certo le nostre più che buone ragioni per aver smesso. Ma in tutta la Storia sacra risuona un ordine, proprio quando noi ormai non ne abbiamo più voglia: alzati e cammina, alzati e cerca, alzati e trova… Non è il momento di riposare, riposeremo! Ora alzati e cerca!

Cercare cosa? Cercare, non qualcosa di strano o di raro o di prezioso o di fenomenale o di miracoloso, ma cercare quanto di più quotidiano: un uomo e una donna obbligati dalla prepotenza umana e dalla sua mania di grandezza, a un viaggio che non volevano fare; cacciati da un alloggio umano e costretti a rifugiarsi in un ricovero dove trovavano riparo le bestie: le pecore e capre, in italiano si chiama ovile; ma se fossero maiali in italiano si direbbe porcile: cambiano le parole ma il risultato non cambia… Sembra di vederli quei viaggiatori forzati di clandestini stipati come bestie, sembra di vederli quegli uomini e quelle donne anche italiani, forse anche in parrocchia, a cui la vita, la storia, non ha dato la possibilità di vivere da uomini…

E se cominciassimo ad andarli a trovare? e se cominciassimo ad accoglierli in mezzo a noi?

E là in mezzo un bambino, avvolto in fasce e in una mangiatoia… Sappiamo che questa espressione è già un'allusione dell'evangelista Luca sul destino di questo bambino, morirà come nasce, avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia, e continua a donarsi nella mangiatoia dell'altare…

Un bambino appena nato, una donna e un uomo appena scacciati… Ecco cosa c'è da vedere, ma non con gli occhi superficiali della nostra avidità! Infatti quale miracolo? Nessuno! Quale segno? Apparentemente nessuno… proprio come la nostra vita, senza miracoli, senza niente di speciale, a volte persino banale… Ma se crediamo ai pastori che hanno creduto all'angelo… avremo anche noi modo di vedere, quello che nessun altro ha saputo vedere… In questa famiglia di Betlemme, nella nostra famiglia, in ogni famiglia, in noi, negli altri, in Dio: nel puzzo della nostra vita… come scintilla che si fa sempre più grande una gioia diversa illuminerà la nostra vita.

E allora scopriremmo le tante assurdità che si siamo lasciati mettere in testa…

Se Dio, nel farsi una casa, prende una stalla, scomoda e puzzolente, chi ci ha convinti che per essere uomini dobbiamo avere una reggia con tutti i comfort e i migliori profumi?

Se Dio, per farsi Dio, si fa uomo… perché noi uomini per farci uomini dobbiamo farci dio? Ecco la liberazione di questa notte: non dobbiamo fuggire quello che siamo per essere come Dio! Perché Dio non è lontano da noi, dalla nostra sete, dalla nostra miseria…

Mi direte, che appartiene al pensiero della tradizione cristiana, l'espressione che Dio si è fatto uomo per farci Dio. (Sant'Atanasio di Alessandria, De Incarnatione, 54, 3: SC 199, 458 (PG 25, 192) citato anche dal n° 460 del Catechismo della Chiesa Cattolica).

Già, ma quale Dio? Se l'uomo vuole lasciarsi fare Dio da Dio, deve lasciarsi fare Dio come Dio si fa Dio. Non è uno scioglilingua è qualcosa che scioglie il cuore in una gioia che non ha mai fine. Perché Dio, nella storia, si fa Dio così: si lascia avvolgere in fasce, adagiare in una mangiatoia, in una stalla per animali. La nostra storia e quella di Dio, da stanotte, cominciano a coincidere!


Il Verbo si è fatto carne – e ci ha raccontato Dio

Vangelo secondo Giovanni, 1, 1-18



In principio era il LOGOS

e il LOGOS era presso Dio

ed era DIO IL LOGOS.

Questi era in principio presso Dio.

Tutto fu per mezzo di lui

e senza di lui nulla fu.

E la luce brilla nella tenebra

e la tenebra non l'ha arrestata.

Ci fu un uomo

mandato da presso Dio:

il suo nome era Giovanni.

Questi venne per la testimonianza:

per rendere testimonianza alla luce

affinché per mezzo di lui tutti credano.

Costui non era luce

ma per rendere testimonianza alla luce.

Era la luce vera

che, venendo nel mondo,

illumina ogni uomo.

Era nel mondo

e il mondo fu per mezzo di lui

e il mondo non lo conobbe.

Venne nella sua proprietà

e i suoi non l'accolsero.

Ma a tutti coloro che l'accolsero

diede loro di poter divenire figli di dio,

a coloro che credono nel suo nome,

i quali non da sangue

né da volere di carne

né da volere di uomo,

ma da Dio furono generati.

E il LOGOS DIVENNE CARNE

e dimorò tra noi

e noi abbiamo veduto la sua gloria,

gloria di Figlio unico (mandato) da presso il Padre,

riempito della grazia della verità.

Giovanni gli rende testimonianza

e grida:

«Era costui del quale ho detto:

"Colui che viene dopo di me,

è al di sopra di me

perché era prima di me"».

Sì, dalla sua pienezza tutti noi abbiamo ricevuto:

grazia per grazia,

poiché la Legge fu data per mezzo di Mosè,

la grazia della verità

fu per mezzo di GESÙ CRISTO.

Dio, nessuno l'ha mai veduto,

il Figlio unico, Dio, che è verso il seno del Padre,

egli lo ha raccontato



Le generazioni passate e la nostra, di adesso…

La lettera agli Ebrei è una rimeditazione originale e profonda della funzione di Cristo tra antico e nuovo testamento: i primi due capitoli sono straordinari e contengono tante parole mai usate, come se l'autore cercasse di esprimere categorie nuove senza passato… È evidente nei primi versetti la contrapposizioni tra i tre elementi:

Ø nei tempi antichi – ai padri – per mezzo dei profeti

Ø in questi giorni – a noi – per mezzo del figlio

… "i padri" sono tutte le generazioni precedenti Gesù: Dio infatti "nelle generazioni passate, ha lasciato che ogni popolo seguisse la sua strada" (At 14,16) … Questa ultima è l'unica generazione cui Dio ha parlato per mezzo di Gesù, il Verbo stesso di Dio. Da allora, tutto è compiuto e tutto è definitivo, per cui non c'è più teologicamente successione di generazioni, alle quali si possano aggiungere novità sostanziali del contenuto della salvezza. Tutte ormai sono unificate, perché non c'è più novità possibile, ma solo progressiva ulteriore comprensione della stessa verità di salvezza, il Verbo fatto carne! La differenza dunque di questa ultima generazione (che anche la nosra) con le altre precedenti è questa: "… ora che la fede è fondata in Cristo e la legge evangelica è promulgata in quest'era di grazia, non c'è più motivo d'interrogare Dio come prima, perché parli o risponda come faceva allora. Avendoci, infatti, donato suo Figlio, che è l'unica sua Parola, egli non ha altra parola da darci. Ci ha detto tutto in una volta e una volta per sempre in questa sola Parola, e non ha altro da aggiungere (Eb 1,1-2)… non ha altro da dire, perché ciò che aveva detto in parte mediante i profeti, l'ha ora rivelato completamente nel suo Figlio… come fratello, compagno, maestro, caparra e premio" , scrive Giovanni della Croce, che cita appunto la lettera agli Ebrei.

Il prologo di Giovanni: adorare un uomo, perché?

Il vangelo presenta la luce sfolgorante dell'arrivo di un "neonato"e gli angeli che lo dicono e i pastori che li ascoltano, e Maria pensosa a maturare in cuore misteri umanamente contradditori… Sin dall'inizio del cristianesimo ci è sempre stato rimproverato di adorare un uomo. Il prologo ci dice perché! Colui che i pastori e i magi ci chiamano ad adorare come uomo, "era in principio", prima che il mondo fosse! Era in Dio ( 'presso' Dio), in comunione dinamica con lui, e lui, era Dio, creatore come Iddio, dunque non creatura! Siamo messi con le spalle al muro! O credere queste assurdità (dicevano giustamente i primi filosofi antichi, che vennero a contatto con i cristiani) o consegnarsi con la fiducia di un bambino… in ginocchio di fronte ad un bambino, che giace nella mangiatoia di una stalla, a recitare con il cuore il Prologo di Giovanni.

Come può una persona ragionevole non rifiutarne l'assurdità, senza entrare in una contraddizione? È veramente motivata e istintiva l'eresia più insidiosa del cristianesimo, che in varie forme suggerisce che questa incarnazione divina (il verbo si è fatto carne!) è apparente, non reale, o comunque è una forma potente di mito consolatorio per la frustrazione inconsolabile dell'uomo, che vorrebbe essere Dio, ma non riesce. I cristiani adesso che le eresie teoriche si dissolvono nella globalizzazione delle culture e delle religioni, rischiano di non affermare né negare, ma evitare l'impatto con il Natale: Gesù, il bimbo nella mangiatoia è Dio, è figlio dell'uomo e figlio di Dio! Come può essere? Se Dio c'è, per definizione non può essere un uomo! Tantomeno un bambino, che non può neanche dirci perché è lì!

E chi debbo adorare? In lui era la vita

Nel presepio Gesù è in braccio a Maria, la madre divenuta, da serva, tanto amica di Dio da diventare il suo seno di gestazione umana. Luca ci porta fino alla mangiatoia, guidati dai pastori: dove nasce la domanda di Giovanni: Come faccio a vederlo?" Eppure Giovanni ci dice che è proprio da lì dal seno del Padre che il Verbo è venuto a" raccontarci" come lì si vive – chi è il Dio, che nessuno ha mai visto. Il paradosso della sua venuta sta proprio in questo: in tutto ciò che fu fatto nei miliardi di anni dell'universo Egli era la vita e questa vita era la luce degli uomini. … qualche maestro o profeta può dire in modo relativo: sono via e verità… In nessun nodo potrà dire: sono la vita! – Ma proprio questo è il discoso (la parola) centrale del Vangelo! Questo testo non è solo celebrazione, ma una proposta di comunione di vita: ci tocca nelle sorgenti dell'intimo di noi stessi, ove la verità e la luce realizzano con pienezza una creazione (generazione ) nuova:

a tutti coloro che l'accolsero diede di poter divenire figli di Dio!

A Natale ci è domandato di confermare o rinnovare e ravvivare la nostra scelta di fronte a lui: Io sono la via, la verità e la vita…! Su lui giochiamo noi stessi, tutta la nostra vita, pensieri, affetti, sentimenti – qui bruciano tutti i problemi ermeneutici, alla luce di un'altra domanda, la domanda di senso e di vita. La nostra adorazione comincia con questa consegna sbilanciata oltre ogni ragionamento o paura. Quando arriviamo a questo punto cominciamo ad adorarlo con immensa riconoscenza… siamo o diveniamo il dono (di vita) che lui ci fa. Allora la vita è avviarsi o spegnersi nell'adorazione trepida e inferma (malferma) che lascia spazio al Verbo venuto nella carne.. Ed io, povero aspirante discepolo di Gesù, sono la testimonianza fragile, il lucignolo fumigante, che traspare da me… di adorazione di lui!

I nostri giorni sulla terra

non sono altro che questo: il procedere incessante, malgrado la nostra ottusità e la nostra resistenza, e lasciarsi portare a quel momento compiuto in cui l'incontro tacito e inconsapevole con lui, nel battesimo, si attualizza per ciascuno nell'eucaristia natalizia! Perché dal Natale parte questa commistione salvifica di Dio nella nostra carne, nella quale ognuno di noi coglie, a quel grado che il Padre ha predestinato…la forma del Verbo di Dio nel seno del Padre… E così mangiando e nutrendoci di questo pane che è carne umano/divina, diventiamo anche noi figli per questa connaturalità a cui lo chiama l'unigenito… Questa e l'adorazione vera del Padre, che Gesù è venuta a insegnarci come Parola e comunicarci con la memoria sacramentale della sua passione. Ma questa ( e ripassare i contenuti potenti e dirompenti della nostra fede ci stupisce sempre… increduli e affascinati!) è anche la nuova creazione di noi stessi ‑ con noi di tutto l'universo che ci aspetta nelle doglie del parto.


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