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martedì 25 marzo 2014

IV Domenica di Quaresima


Dal primo libro di Samuele (1Sam 16,1.4.6-7.10-13)

In quei giorni, il Signore disse a Samuele: «Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuele fece quello che il Signore gli aveva comandato. Quando fu entrato, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuele: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Iesse fece passare davanti a Samuele i suoi sette figli e Samuele ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuele chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuele disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!». Samuele prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni (Ef 5,8-14)

Fratelli, un tempo eravate tenebra, ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità. Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non partecipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene fatto in segreto da [coloro che disobbediscono a Dio] è vergognoso perfino parlare, mentre tutte le cose apertamente condannate sono rivelate dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce. Per questo è detto: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà».

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 9,1-41)

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane».

 

Il lungo vangelo che la Chiesa ci propone per questa quarta domenica di Quaresima è molto lungo.

Mi limito dunque a mettere in luce un unico profilo di questo testo, tra i tanti che offre: quello dell’identità di Gesù. Infatti, raramente nel vangelo, si trovano brani così densi di “titoli” (positivi e negativi) che gli vengono attribuiti o che egli stesso si attribuisce, come quello di questa domenica. Potremmo infatti quasi dire che, tra le molte tematiche che questo brano intercetta, di certo, su tutte, spicca quella cristologica: esso sembra infatti costruito per rispondere alla domanda “Chi è Gesù?”. Una domanda, tra l’altro, che per come è costruito il discorso, non si propone in termini filosofico-metafisici – dunque riservati agli specialisti del mestiere – ma piuttosto in una trama coinvolgente, che trascina nel suo andirivieni concentrico (ma un concentrico “a spirale”, che cioè va sempre più in profondità) il lettore stesso. È lui che – dentro alla complessa dinamica in cui è raccontato lo scontro teologico sull’identità di Gesù (che sarà ciò che lo porterà a morire) – dovrà dare la sua risposta.

Veniamo dunque al testo…

Esso si apre con una domanda che i discepoli – vedendo «un uomo cieco dalla nascita» – pongono a Gesù: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?».

Rabbì è dunque il primo modo in cui nel testo viene nominato Gesù: maestro.

Un titolo a cui se ne affianca però subito un altro, contenuto nelle stesse parole di risposta di Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo».

Sono la luce del mondo è quindi ciò che Gesù dice di sé, il modo in cui, in questa prima parte del testo, si autodefinisce. Mentre quindi Gesù, rispondendo ai suoi, corregge la loro teologia (cioè il loro modo di pensare al male del cieco nato come legato ad un peccato suo o dei suoi genitori di cui la cecità sarebbe appunto la punizione… e lo fa mettendo immediatamente in relazione il cieco a Dio e non al peccato!), coglie anche l’occasione per dare un orientamento sulla sua identità: certo è un maestro, un rabbì… ma un maestro diverso da tutti gli altri: egli è infatti la luce del mondo, mandata da Dio.

Ma il brano prosegue, perché dopo la guarigione del cieco inizia la diatriba vera e propria sull’identità di Gesù. Perché il cieco, interrogato su come gli fossero «stati aperti gli occhi», risponde anche lui dando un “titolo” a Gesù. Lo nomina infatti: «l’uomo che si chiama Gesù». Il cieco parte quindi dall’evidenza immediata. È stato un uomo a guarirlo, un uomo di nome Gesù.

Ma i farisei lo incalzano, scettici sui fatti e sulla loro interpretazione. Anch’essi infatti dicono la loro sull’identità di Gesù: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Per loro dunque Gesù è un uomo che non viene da Dio.

Ma non son tutti d’accordo. Qualcuno infatti commenta: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». Per questi altri cioè Gesù non può essere un peccatore… deve in qualche modo “venire da Dio” per compiere segni di quel tipo.

«C’era [dunque] dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: “Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?”. Egli rispose: “È un profeta!”». Il nostro cieco ha fatto un passettino ulteriore… la domanda è sempre la stessa (la scena gira infatti continuamente intorno ad essa e la ripropone in continuazione), ma stavolta rispetto alla prima risposta, si va più in profondità: non è riportata solo l’evidenza immediata (l’uomo che si chiama Gesù), ma a partire da essa si fa un passettino ulteriore: mi ha aperto gli occhi, non può che essere un profeta, cioè uno che ha Dio dalla sua parte, non un peccatore!

Ma è proprio su questa interpretazione che i farisei “sbottano”: non può essere un uomo di Dio e tradire il riposo del sabato (vorrebbe dire che per Dio l’osservanza del sabato, cioè della legge non è il riferimento ultimo… quello su cui loro – farisei – hanno impostato tutta la loro vita…). E perciò urlano al cieco: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». In mancanza di ragioni convincenti, ecco che scatta la violenza: è un peccatore, «Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia».

Ma qui il cieco si fa raffinato, convinto ormai dalla reazione aggressiva degli altri, di averli messi in scacco: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Per il cieco dunque Gesù non solo è l’uomo che gli ha aperto gli occhi, non solo è un profeta, ma diventa uno che onora Dio e fa la sua volontà, uno che viene da Dio.

Tutto il problema legato all’identità di Gesù sembra così in qualche modo legato alla sua provenienza: viene da Dio o no?

Ma il brano non è ancora finito, perché nel finale presenta un’altra scena rivelativa. Gesù e il cieco si rincontrano dopo che quest’ultimo è stato cacciato dalla sinagoga (scomunicato) e nel dialogo che intraprendono, emergono altri due titoli: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!».

Dunque Figlio dell’uomo e Signore, titoli, entrambi molto forti (anche figlio dell’uomo, che a differenza di quanto si può pensare non indica un’audesignazione umile da parte di Gesù, ma fa riferimento a tutto un mondo anticotestamentario e ad un’appropriazione personale che rimandano all’eletto/inviato da Dio): è il riconoscimento finale del fatto che alla domanda “Da dove viene Gesù?”, il cieco (e Gesù stesso) dice “Da Dio”. È il riconoscimento finale sull’identità di Gesù. Come se l’evangelista nell’avvicinarsi della sua narrazione alla Pasqua, sentisse il bisogno di dire: stiamo parlando di questo, del Messia che viene da Dio!

Ecco perché a metà Quaresima, nella cosiddetta domenica laetare (quella che fa pendant con la domenica gaudere dell’Avvento – un tempo accomunata all’altra dal fatto di essere le uniche due domeniche in cui i paramenti liturgici erano rosa), quella che in qualche modo vuole porre una “pausa” nei toni concentrati della Quaresima per dare un po’ di lietezza ai fedeli, la Chiesa ci invita a fare una “pausa” per ricordarci che tutti gli sforzi di preparazione a questa Pasqua non sono fini a se stessi o marginali alla vita: il centro, ciò che c’è in questione, ciò su cui bisogna che ci concentriamo in questo tempo speciale è Gesù, il Figlio dell’uomo, cioè il Signore mandato da Dio.

Allora sarebbe bello fare anche noi una pausa e dare la nostra risposta alla domanda “Da dove viene Gesù?”, cioè “Chi è?”, provando a farlo anche noi come il cieco: non nei termini metafisici-filosofici degli addetti ai lavori, ma a partire da quella che è l’esperienza del nostro incontro con lui, della nostra storia con lui. E da lì ripensare noi stessi e la nostra vita, perché: «la conoscenza di sé e quindi la conoscenza di Dio sono speculari dentro di noi, e solo nella purificazione e ricostruzione della propria immagine di sé s’illumina l’immagine di Dio, e viceversa» [Giuliano].

venerdì 18 giugno 2010

Ma voi, chi dite che io sia?

Il brano di vangelo che la Chiesa ci propone per questa dodicesima domenica del tempo ordinario è un brano molto noto, anche perché presente in tutti e tre i sinottici. In tutti, in qualche modo, è presentato come un momento fondamentale (un momento di svolta) nella vita di Gesù: in essi è infatti raccontata – resa narrazione – la problematica di Gesù rispetto al suo impatto sugli altri (sulla gente, prima; sui suoi, poi). Dopo cioè che ha iniziato la sua vita pubblica (battesimo nel Giordano, 40 giorni nel deserto), dopo che ha iniziato a predicare il Regno di Dio (con parabole e con i segni della liberazione dal male), dopo che ha iniziato a raccogliere intorno a sé diversa gente (discepoli e folle), dopo che ha iniziato a suscitare le prime resistenze nel potere costituito, ora è il momento del fermarsi un attimo a guardare… cosa la gente ha capito di lui… cosa pensa… cosa vede…

E al di là della risposta, talmente conosciuta da poter essere citata a memoria da molti («Giovanni il Battista; altri dicono Elìa; altri uno degli antichi profeti che è risorto»), e sulla quale potremmo fare anche varie considerazioni (per esempio quella di Bruno Maggioni nel suo Il racconto di Luca: «L’errore della gente è di pretendere di capire Gesù confrontandolo con le figure del passato già conosciute. È questa una strada inadeguata. La strada giusta è sforzarsi di capire Gesù partendo da lui stesso, da quanto dice e fa. I confronti si potranno fare, ma solo dopo. E si capirà che Gesù non rinnega il passato, ma è oltre»), ciò che veramente merita attenzione – o per lo meno ha suscitato la mia – è il fatto che Gesù senta come il bisogno di “misurare” la comprensione che gli altri hanno di lui. A dire che allora forse una visione un po’ troppo frettolosa e riduttiva di un Gesù che non vive un’autentica drammatica umana (perché tanto sapeva già tutto, perché tanto era Dio, perché tanto muore ma sa che poi risorge, ecc…) non è certo in consonanza col testo evangelico… Dal quale piuttosto emerge come sia vero ciò che diciamo ogni domenica nel Credo: «Si è fatto uomo», che non si riferisce solo al momento puntuale dell’incarnazione (di cui per altro il Credo ha già parlato: «Si è incarnato e si è fatto uomo»), ma anche al lento percorso che l’ha portato a prendere consapevolezza della sua identità e a decidersi per essa (come due film, per altri versi criticabili, mostrano invece molto bene: I giardini dell’Eden di D’Alatri e L’ultima tentazione di Cristo di Scorsese). E in questo senso quanto sia contato anche il confronto con la vita altrui (emblematico in questo senso il brano della donna siro-feinicia, Mt 15,26 e paralleli: la donna che ha fatto cambiare idea al Figlio di Dio!). Come a dire che nemmeno Gesù si è tirato fuori da quella dinamica che, molto più laicamente, Povia ha descritto nella sua canzone I bambini fanno oh, quando dice che «senza qualcuno nessuno può diventare un uomo».
E i “qualcuno” con cui Gesù è diventato un uomo, in questo brano (e nei versetti seguenti) sono come chiamati a raccolta: la gente (che di lui dice: “è un profeta”), il discepolo (“è il messia”), il Padre (“il Figlio del Padre”)… E dentro a questo gioco di rimandi e rispecchiamenti, la sua parola su di sé: «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».

La “voce” che “manca” – oggi – è quella del lettore, è la nostra, è la mia. Dove l’importanza di dire una parola su chi sia Gesù per noi – se è vero quanto detto finora – non va solo nel senso di rispondere noi – per noi – a questa domanda (nell’unico senso cioè per cui dire chi è lui, è importante perché ci fa contemporaneamente anche dire chi siamo noi), ma anche in quello di far sì che lui possa essere sé; esattamente come un padre è padre, quando ha un figlio che lo riconosce tale; un marito è marito, quando ha una moglie, ecc… Quasi che non solo ci sia chiesto di cogliere l’importanza di Dio nella nostra vita, ma anche l’importanza nostra nella sua.
Perché se è vero che l’amore è amore anche quando non è corrisposto (e cioè che Dio resta Dio anche quando non è riconosciuto, così come un padre resta padre anche quando il figlio lo rifiuta, e un innamorato resta innamorato anche quando non è corrisposto e comunque il suo amore è sensato perché umanizza lui per primo) è altrettanto vero che la pienezza della relazione si ha in una reciprocità e corrispondenza, con tutte le gradualità e fragilità che essa può avere.
Ecco perché allora è importante, di fronte ad un vangelo come questo, fermarci un attimo anche noi – dopo che abbiamo già vissuto un pezzo della nostra vita e della nostra relazione col Signore – a chiederci “Chi dico che lui sia?”, “Chi dico che lui sia se mi fermo un attimo a rifletterci / pregarci su?”, “Chi dico che lui sia con la vita che conduco?” e infine: “Cosa / Chi lo sto facendo essere?”.
E inevitabilmente la risposta non può essere totalmente avulsa da quanto lui dice di se stesso… o meglio: può esserlo, ma con l’onestà di fondo di “parlare per aria”, senza alcun criterio orientativo. Mentre, per quanto resti il problema di una non fruibilità immediata della persona di Gesù, delle vie di accesso percorribili a lui ci sono e sono quelle che il NT stesso e poi la tradizione della Chiesa presentano ai cristiani di tutti i tempi: la Parola di Dio (e in particolare i vangeli, come ricorda DV 18: «A nessuno sfugge che tra tutte le Scritture, anche quelle del Nuovo Testamento, i Vangeli possiedono una superiorità meritata, in quanto costituiscono la principale testimonianza relativa alla vita del Verbo incarnato»), i sacramenti (e in particolare l’eucaristia, come ci ricorda LG 11, per cui il «sacrificio eucaristico [è] fonte e apice di tutta la vita cristiana»), i volti degli altri (in particolare i poveri, come dice Paolo, che mentre fa il resoconto del suo incontro con gli apostoli, si premura di annotare: «Ci pregarono soltanto di ricordarci dei poveri, ed è quello che mi sono preoccupato di fare», Gal 2,10).
È allora dentro a queste vie d’accesso (insostituibili e non aggirabili) valide per tutti che deve trovare fondamento la risposta di ciascuno, che sarà comunque – appunto – “per ciascuno la sua” e non invece una posizione omologabile; perché appunto dentro ci (si) gioca la libertà singolarissima di ogni individuo, che agli occhi di Dio, benché non sia l’unico è però sempre unico!

martedì 16 settembre 2008

Per non essere ipocriti

Leggo, condivido, pubblico:

È ipocrisia litigare per un accenno a Dio nella costituzione europea o per conservare il crocifisso nelle aule scolastiche, se poi si chiude la porta in faccia a chi è nel bisogno. Del tutto insoddisfacenti le soluzioni finora adottate.
Che una carretta del mare sbarchi dei clandestini sulle coste della Sicilia, che un’altra sia stata avvistata al largo delle coste, che un’altra abbia fatto naufragio prima di entrare nelle acque italiane al largo della Tunisia, dobbiamo ammetterlo, non fa più notizia, anche se ogni volta sono diecine e diecine di persone che rischiano la vita.
È quasi inevitabile fare il callo a queste notizie nel mare dell’informazione. Così non diamo più peso alle reazioni del mondo politico che vanno da sparate indegne di persone civili («li rigetteremo in mare con i cannoni della marina militare») fino alla difesa, diplomatica e prudente, del sistema da parte dei responsabili della sicurezza delle frontiere. D’altronde ci assicurano che il flusso migratorio è diminuito, dopo le convenzioni stipulate con i governi limitrofi. Ci possiamo dedicare perciò a problemi più immediati che affannano il paese: la tenuta della maggioranza, l’inerzia dell’opposizione, la riforma delle pensioni, l’inflazione crescente, i prezzi del mercato ortofrutticolo, la crisi del calcio e le esponsabilità per il black out di fine settembre ecc., mentre Lazzaro sta sulla soglia, mendicando attenzione e un tozzo di pane nell’indifferenza generale. Tanto ci sono le leggi!
Certo, la legge c’è, la n. 189, una legge di modifica alla normativa in materia di immigrazione e asilo, detta «Fini-Bossi», dal nome di coloro che l’hanno proposta. Ma in questo primo anno dalla sua entrata in vigore essa si è dimostrata iniqua e inefficace, come ha denunciato Caritas italiana che di questi problemi è ben più esperta del governo e dei legislatori. Ma perfino il ministro degli Interni ha dovuto riconoscerne “i limiti” (Avvenire del 26 ottobre 2003).

È insensato parlare dell’immigrazione come di un’emergenza. Il fenomeno migrazioni non è estemporaneo, ma epocale. Dura ormai da anni e durerà ancora, anche se sentiamo parlarne solo quando ci scappano dei morti. La mobilità è un dato strutturale della società globalizzata. Da una parte abbiamo bisogno di questa manodopera, dall’altra queste persone, affamate e senza lavoro, sbarcano in Italia attratte dall’immagine, falsa e deformata, del nostro modo di vivere, un’immagine quotidianamente proposta dalla televisione italiana che si vede a casa loro.
Rifiutare pregiudizialmente gli immigranti non è la strada giusta, non è ragionevole né civile.
Davanti a chi bussa alla nostra porta dobbiamo, quanto meno, domandarci perché viene. Ci sono rifugiati e rifugiati, poveri che fuggono dalla guerra o dalla persecuzione politica. Essi possono essere una potenzialità per il nostro paese che, come altri, ha bisogno di manodopera per quei lavori che gli italiani non vogliono più fare. È altrettanto certo che sarebbe sbagliata anche una politica che aprisse indiscriminatamente le porte a tutti e non sarebbe rispettosa degli altri.
Quello che non dobbiamo fare è assistere inerti a questo esodo. Accoglierli solo perché ne abbiamo bisogno, o perché ci sono lavori che nessuno vuol più fare …è troppo poco. In mezzo ai due estremi c’è la strada della giustizia che sa che la terra è di tutti e che sulla proprietà privata c’è una ipoteca sociale, come ricorda il papa in Laborem exercens, perché tutti gli uomini hanno diritto alla vita e al lavoro. La soluzione verrà dalla ricerca comune, dalla coscienza che alla radice ci sono situazioni di inimmaginabile povertà e ingiustizia, frutto di una politica non solo locale, ma anche mondiale della quale siamo responsabili in solido tutti. Finché il mondo ricco non si accollerà seriamente e concretamente i problemi del mondo povero e farà vedere, attraverso i mass media, anch’essi ormai globalizzati, una tavola imbandita, chi sente i morsi della fame, accorrerà per avere almeno le briciole.

fonte: http://www.sdtm.it/
Ps: cosa c'entra il cane con l'articolo? provate a rifletterci! Un indizio? provate a leggervi questo articolo del Corriere!

martedì 13 novembre 2007

La laicità tra verità e carità

Mi è parso interessante questo intervento, molto più ampio e di cui vi propongo una parte, che Gustavo Zagrebelsky ha fatto in un convegno ad Assisi. Lo ritengo adatto ad essere declinato anche come analisi di dialettiche comunitarie molto più ridotte di quelle che possono invece riguardare una intera comunità, nazionale od internazionale. Certo il relatore chiama in causa e analizza il macrosistema “politica”, non ci deve però sfuggire come la citazione finale, di questa sezione del discorso, sia la “A Diogneto” che per sua natura è indirizzata al cammino di ognuno di noi uomini, anzi, anche se per pura esigenza letteraria, è costruita “ad Hoc” come risposta a delle questioni sollevate proprio da un uomo interrogato dalla storia che viveva.

Religione della verità o religione della carità

L’utilità o la pericolosità della religione come rimedio contro le tendenze sociali autodisgregatrici dipende forse anche dalla sua autocomprensione, cioè come concepiamo la religione, come gli uomini di fede concepiscono il vivere la fede. E qui il dilemma è tra religione come religione della verità, e religione come religione della carità. Il dilemma è particolarmente vivo per il cristianesimo, nato originariamente nelle prime piccole comunità come religione della carità: il discorso evangelico della montagna, e i primi due comandamenti. Il Cristo interrogato su quali fossero i comandamenti basilari non afferma una dottrina, dice “amerai il Signore Dio tuo con tutta la tua forza, con tutto il tuo cuore e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso”. E in origine la Verità – io sono la via, la verità, la vita – era non un complesso di proposizioni teologiche, e tantomeno teologico-politiche, e ancor meno verità sociali o scientifiche. La verità del Cristo era la confessione del Cristo figlio di Dio. La confessione di Gesù il Cristo. Questa era tutta la verità nelle prime comunità cristiane (...). Progressivamente però il cristianesimo è venuto istituzionalizzandosi come religione della verità, capace, attraverso l’uni-formità di un apparato dogmatico, teorico e organizzativo sempre più complesso, di tenere insieme vaste comunità di credenti, in rapporti di vario tipo – conflittuale o di cooperazione – con il potere politico. (...). Le due concezioni del legame comunitario, carità-verità, coesistono dialetticamente e la loro tensione rappresenta uno dei fili conduttori della storia della Chiesa nei secoli. Ora, la questione che mi sembra da porre è se questa distinzione verità-carità sia rilevante nella discussione circa il valore della religione, in particolare di quella cristiana, come tessuto connettivo della vita sociale. L’ipotesi da considerare è se non sia propriamente l’odierna insistenza sulla verità l’elemento che nelle società pluraliste attuali crea divisioni e conflitti. Mentre le cose andrebbero all’opposto se l’accento cadesse sulla carità, capace - essa sì - di creare solidarietà, legami e convergenze non solo tra cristiani, ma anche tra cristiani e non cristiani. È scritto nella Lettera a Diogneto: “La scienza gonfia, la carità, invece, edifica. Chi crede di sapere qualche cosa, senza la vera scienza testimoniata dalla vita, non sa nulla: viene ingannato dal serpente, non avendo amato la vita”. In breve c’è qui in nuce la contrapposizione tra l’arroganza della verità e l’umiltà della carità. La prima, a dispetto di tutte le proclamazioni in contrario, cerca la potenza, il potere; la seconda, la carità, ne rifugge. Ed essendo il potere essenzialmente conflitto, competizione, e qualche volta perfino sopraffazione, si comprende facilmente come ogni religione della verità corra il rischio di alimentare tutto questo.
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