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venerdì 23 ottobre 2009

Dalla fede di ragione… alla fede di adesione!

…il viaggio, che abbiamo percorso con i discepoli verso Gerusalemme nelle domeniche scorse, ci ha fatto prendere coscienza delle sconvolgenti proposte del Vangelo nel cuore delle grandi relazioni che costituiscono la nostra umanità : sessualità e fedeltà nell’amore – economia e condivisione dei beni – politica e competizione per il potere. Ma nello stesso tempo ci ha reso più consapevoli della nostra radicale incapacità di seguire Gesù (…se andò intristito!)… C’è una specie di fame e di sete di salvezza negli uomini che Gesù intercetta: chi domanda come fare nei conflitti affettivi e sessuali, chi vuol essere guidato nella divisione dei beni, chi… vuol essere il primo, a tutti i costi … Ma alla fine tutto finisce in una triste delusione, quando Gesù propone ad ognuno le sue sconvolgenti soluzioni “evangeliche”… Rimaniamo tutti abbagliati, sì! Ma per la vita quotidiana, troppa luce non serve… non ci si vede più. “. Davanti a questa luce … “essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro: «E chi può essere salvato?» (Mc 10,27).
…da una cecità all’altra! Il testo di Marco di oggi, è la conclusione della lunga istruzione di Gesù ai suoi discepoli (il 9° e 10°cap.), racchiusa tra due racconti di recupero miracoloso della vista (Mc 8,22-26 e 10,46-52). La guarigione del primo cieco (di Betsaida) fu laboriosa, come precedentemente quella del sordomuto: avviene fuori dal villaggio, sputandogli sugli occhi e imponendogli le mani: Vedi forse qualcosa? Il cieco si accorge di non percepire bene la realtà, nonostante una prima guarigione: vedo la gente, perché vedo come degli alberi che camminano. E allora gli impose di nuovo le mani... per aiutarlo a “vedere perfettamente e a distanza. La chiamata a camminare verso la verità e la luce, sintetizzata qui nel miracolo faticoso del cieco di Betsaida, è passata dunque attraverso un laborioso percorso di maturazione “cristiana”, per arrivare davvero a riconoscere il Cristo come nostra speranza e ripromettersi di seguirlo... Ma capita poi di trovarsi , oltre ogni nostra previsione, a mani vuote, nel fallimento più o meno consapevole di quelle nostre speranze, per aver scambiato o confuso il “salvatore” con tante fascinazioni umane. Fino all’esperienza del dubbio angoscioso (quando ci morde in cuore un minimo di lucidità autocritica) se lo avevamo individuato per davvero, Gesù il Cristo, al di là della ortodossia formale della nostra fede – e quindi chi abbiamo seguito! È un’avventura davvero difficile la seconda guarigione della cecità dei discepoli, pur già conquistati alla sua sequela. Ma è proprio il mistero della croce che irrompe nella sua (e nostra) vita, a farci scoprire la seconda cecità. Ecco il significato delle due guarigioni che aprono e chiudono la lunga istruzione di Gesù ai suoi discepoli, sul senso del sua preannunciata passione, morte e risurrezione. Solo passando da una iniziale vocazione, che insegnandoti a distinguere correttamente le persone e le situazioni, ti inoltra un poco nel cammino della fede “vitale”, tra consensi e fallimentri, rifiuti e fraintendimenti, scopri il senso totalizzante della croce di Cristo e le sue conseguenze per la vita di chi vuole seguirlo. Infatti solo alla fine di questo “insegnamento” che comprende tre annunci della passione, morte e risurrezione di Gesù, e tre tentativi drammatici di convincere i suoi discepoli a entrare decisamente in questa ottica, si può arrivare alla guarigione totale e luminosa, del cuore e della mente, del secondo cieco, Bartimeo. Il quale in qualche modo doveva appunto essersi “riaccecato”, nel cammino della vita, se adesso è cieco… e alla fine “vide di nuovo” e riprende a seguirlo lungo la strada. Si era ormai ridotto, infatti, a passare la sua vita seduto ai bordi della strada (tanto, non vede dove andare), senza poter intervenire nel frastuono della vita degli uomini che passano, sperando soltanto in qualche briciola di elemosina per sopravvivere. Un mendicante cieco. Mendicante perché cieco, e nessuno può farci niente. Cosa c’è di più inutile alla vita e alla storia della gente di Gerico di uno che non vede cosa succede e non sa cosa fare, se non mendicare? Ma tanti di noi, quando scopriamo davvero chi siamo davvero – dentro! – andremmo a sederci volentieri vicino a lui, falliti come lui, ne avessimo il coraggio!
Un giorno, proprio da quella strada, passa Gesù… La folla e i discepoli (e noi!) da tempo stanno intorno al Signore, ma solo il cieco sussulta, “al sentire che passava Gesù Nazareno”. Anzi, gli altri, a cominciare dai discepoli, si inquietano quando si mette a gridare invocandolo, e lo zittiscono, non certo per malevolenza, ma stizziti per l’inutile disturbo. Cosa si può fare a un cieco? Questo incontro casuale diventa così la parabola del tipico “incontro con Gesù”, per tutti quelli a cui la propria cecità comincia a pesare tanto da sbloccare l’orgoglio o la vergogna o la tristezza rassegnata… per lasciar emergere il gemito che ognuno ha dentro: figlio di Davide, GESÙ, abbi pietà di me! I discepoli ci impiegheranno una vita per capire, per confrontarsi tra loro, cercare nelle Scritture … chi era davvero questo amico maestro, di cui avevano sperimentato il mistero di fragilità umana e potenza divina, mescolate insieme. È “figlio di Davide”! – dunque il vero erede spirituale delle promesse “eterne”, fatte alla casa di Giacobbe; la mèta delle speranze nutrite per secoli nell’esilio… finché sarebbe venuto il Signore “a salvare il suo popolo”, anche se divenuto nel frattempo, lungo il cammino, “un resto” di popolo… zoppo, cieco… I discepoli di allora (come noi adesso) non capiscono il senso del viaggio, il segreto delle parole e dei gesti di Gesù dentro la nostra storia, dentro la nostra umanità (sono ciechi, appunto!). E vorrebbero che stesse zitto proprio l’unico che ha capito! Fortuna che il suo intuito è più forte e nessuna autorità lo può smentire! “Figlio di Davide, GESÙ, abbi pietà di me!” Gesù invece, in mezzo alla folla, si sente chiamare per nome , si gira e si rivolge proprio a lui! E dice loro Chiamatelo”… e finalmente chiamarono il cieco dicendogli: “Coraggio! Alzati, ti chiama”.
Quasi a malincuore e con fatica (ancora oggi), i “ministri cristiani” che sono attorno a Gesù, vedono qui “raccontato” il loro ministero pastorale; forse ritenendosi degradati da “sacerdoti” a cartelli indicatori… I discepoli infatti han dovuto prender atto che il cieco “sente” il Signore più di loro – “i vedenti” – i quali sono invitati da Gesù, invece che a zittirlo, a darsi da fare per condurlo non a sé, ma a Lui – alla Parola e all’Eucaristia – per poi stare lì a vedere come il Signore, guarendo il cieco, guarisce o ri/illumina anche i ministri stessi! Ai primi cristiani giudei dovette sembrare alquanto difficile identificare Gesù come il vero sommo sacerdote, perché non proveniva dalla tribù di Levi. Anzi arrivarono a capire che “se Gesù fosse sulla terra, egli non sarebbe neppure sacerdote” (Eb 8,4). Per questo non prendono come modello il sacerdozio di Aronne, ma piuttosto quello di Melkisedech : un sacerdozio laico, misterioso, che offre a tutta l’umanità di vedere e raggiungere la salvezza attraverso la ricerca e la vista del volto di Gesù…
Infatti, cosa succede, quando il cieco è lì, chiamato? (è lui il vero “chiamato”: tre volte!). “Gettò via il mantello, balzò in piedi, venne da Gesù”. C’è una serie di reazioni simboliche di una totale disponibilità all’incontro. Questo disabile è sicuro di essere finalmente di fronte alla sua salvezza – un volto! Ecco perché avviene l’inversione della domanda, lo scambio dei desideri “religiosi” – che legano cioè Dio e l’uomo! I discepoli, desiderosi del primo posto, avevano domandato poco prima a Gesù : noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo! senza neanche accorgersi del loro infantilismo evangelico. Qui è Gesù che, vista la disposizione “evangelica” del cieco, offre la sua completa disponibilità: Che vuoi che io ti faccia?. Teresa d’Avila diceva alle sue monache: Dio non può donarsi del tutto se non a chi si dona del tutto a lui. Non è più un legame di “bisogno reciproco” : sta diventando piuttosto la totale consegna di uno all’altro… Salvato e Salvatore (un volto di fronte a un volto) sono coinvolti in una situazione nuova, che è nata da un bisogno di salvezza, ma sta diventando gratitudine, affetto e amicizia – consegna della propria vita! È stupendo che la prima cosa che questo cieco vede, riacquistata la vista, è ciò che invocava, cioè il volto di Gesù (= Dio salva : il cieco è l’unico nel vangelo di Marco che chiama Gesù per nome – a parte i demòni)! Non se ne va a casa, pieno di gioia, come altri guariti. Riceve infatti, da Gesù, non semplicemente la vista, come ha richiesto esplicitamente, ma anche quello che aveva perso “di vista” : la garanzia che la sua fede è quella giusta, quella che giustifica tutto l’uomo: Và, la tua fede ti ha salvato. Ma lui non se ne va affatto, perché la fede che gli si è disgelata dentro si manifesta proprio in questo: prese a seguirlo nel cammino.
La fede “seconda” è dunque una liberazione che rompe le barriere della cecità, scioglie i lacci dell’immobilità, butta via le coperture della paura, spingendo verso il coinvolgimento nell’annuncio del Vangelo, al seguito di Gesù, in compagnia dei suoi discepoli. Non è una fede spiritualizzata, ma un coinvolgimento totale: orecchi che ascoltano, bocca e voce che gridano, mani che buttano il mantello, piedi e muscoli che scattano per accorrere da Gesù, occhi nuovi per vederlo… e tutta la persona reintegrata per seguirlo. Il discepolo “nuovo” è stato rigenerato dalla invocazione del nome di Gesù. Una tradizione antichissima e diffusa in oriente, come più recentemente in occidente, ne ha fatto la preghiera litanica forse più conosciuta, combinandola con l’invocazione del pubblicano: “Signore Gesù, abbi pietà di me peccatore”, perché nel suo nome il Padre ci concede tutto e non ci nega nulla (Rom 8,32; Gv 14,13).

venerdì 2 ottobre 2009

Fedeli… da morire! (sessualità e amore)

La Bibbia ha un modo strano, semplice e insieme sconvolgente, di raccontare i problemi fondamentali dell’uomo d’oggi. L’uomo – dice – prima che iniziasse la storia, era un “solitario” abbastanza capace di sbrigarsela con tutti gli esseri viventi, di dargli il nome o addomesticarli, volonteroso studioso e manipolatore della terra e di tutte le cose… ma del tutto sprovveduto con la donna. In questo rapporto fondamentale della sua vita, proprio non c’era! Perché? Perché, qui, soprattutto, proprio in questo frangente determinante della mia vita e della mia avventura umana, cioè della mia identità, come direbbe s. Agostino “quaestio mihi factus sum”, divento un problema per me stesso! Non ci sono, devo ancora diventare me stesso! La sessualità (la separazione di genere) è una ferita insanabile, ma bisogna assolutamente guarirla: non è bene che l’adamo sia solo! Quindi proprio per questo è costitutiva dell’uomo. Quest’avventura che determina l’uomo in modo indelebile, data la cultura in qualche modo maschiocentrica del tempo, è raccontata dalla Bibbia, come se il problema fosse dell’uomo, ma ben consapevoli, invece, che l’uomo senza la donna,( e viceversa), non è lui (non è bene!). Dunque è una questione interna all’uomo (uomo / donna): fa parte del suo mistero “umano”. La finalità procreativa di conservazione della specie ne è solo la piattaforma propulsiva. Il mistero è il percorso dinamico di “identità uni-duale” (Papa Raztinger) che si apre per chi vuol diventare “umano!” – davvero compiuto – in questo percorso vitale, che l’uomo/donna deve fare, per costruire se stesso. A partire, dunque, dalle prime cellule già determinate nel loro struttura dialogica maschile / femminile, fino alla compiutezza mai saziata, questo scambio fecondo di alterità e dono, di assenza e di possesso, di finitezza e di eternità... rimanda invincibilmente al divino: a immagine di Dio lo creò[l’uomo], maschio e femmina li creò (Gn 2,27). Per cui la separazione di genere diventa appunto nell’uomo la premessa basilare della mistica, un percorso di vera compiutezza umana. Come può diventare anche il tormento di un cammino doloroso, colmo di ferite e delusioni.
È ovvio che ogni piccolo d’uomo (donna compresa!) nasce dalla donna e dalla cultura (nato da donna – nato sotto la legge – dice S. Paolo di Gesù stesso, per dire che era un vero uomo). Meno ovvio l’altro dato biblico altrettanto fondamentale che ogni donna nasce dalla ferita del cuore dell’uomo. E se l’uomo non la genera in lungo e difficile travaglio, ambedue non crescono, si bloccano nel proprio egocentrismo narcisistico infantile, non imparano che la crescita vuol dire uscire da sé per donarsi all’ “altro”- fare carne dell’altro, come misteriosamente suggerisce il racconto biblico! Senza questo scambio, infatti, lui stesso non esce dalla immatura solitudine adamitica. Non ha mai il sussulto di gioia del “compimento” – non personifica l’uscita da sé, dando un volto alla separazione sessuale – che rischia così di rimanere immaginaria, desiderata magari allo spasimo, ma senza trovarne il motore dinamico di conversione nella “sua storia”. E lei, la donna, non trova a sua volta “l’aiuto simile a sé”, dal quale, come lui, deve rinascere (biblicamente: “è nata!”). L’uomo, infatti, con una differenza abissale rispetto a qualsiasi relazione con un’altra cosa o valore del mondo, la “definisce” come un pezzo di sé, finalmente “parlato” e amato. E così la umanizza e ne viene umanizzato – perché solo insieme si parla, si ama, si costruisce l’uomo umano. Amare è far crescere l’altro con il proprio “bene” – senza il quale l’altro non può divenire umanamente compiuto! Il sussulto di gioia è la scintilla del successo, magari solo un piccolo passo, ma è si è avverato! E, come nel parto di cui parla Gesù, si dimentica ogni dolore, perché è nato (abbiamo messo al mondo) qualcosa di assolutamente nuovo.
Allora diventa possibile l’avventura umana del compimento – in un dialogo di infinite modulazioni reciproche: fisiche – psichiche – affettive – spirituali – secondo le diverse storie e condizioni di ognuno. Dove il rapporto uomo /donna è chiamato a entrare nel mistero del progetto divino, che è la dinamica dell’amore trinitario o il codice del dono – che attutisce, poi purifica e trasforma le pulsioni egocentriche e aggressive (gli istinti di paura della morte: che generano la reazione di “vergogna” della nudità inerme – e di violenza per l’imprendibilità radicale del partner). Biblicamente la ferita “costituzionale / strutturale” (originaria) dell’uomo ha intaccato l’armonia della creazione, innestata nell’uomo di terra dal briciolo di codice genetico “divino”, che è l’alito in/spirato nell’uomo. Storicamente (evolutivamente) è l’inverso. Il progetto paradisiaco di Dio si compirà alla fine (primus in intentione, ultimus in executione, dicevano gli scolasticiper dire che il progetto lo si vede solo alla fine del lavoro – della storia umana!). La nostra storia, infatti, (personale e comunitaria) è il Regno del difficile travaglio, il luogo della “durezza di cuore” dell’uomo. E i legislatori (Mosè compreso)… hanno cercato di razionalizzare progressivamente questa durezza, con costi incalcolabili ed irreversibili sulla pelle della donna e dei piccoli. Fino a scordare il progetto d’inizio.
Il Vangelo è la proposta di inversione di tendenza più esplosiva … e propulsiva verso il progetto originario del Padre, che è mai stata proposta alla libertà dell’uomo (all’amore maschile femminile): una fedeltà assoluta, seminata come lievito o germoglio nella pasta dell’umanità. Ma è un progetto profetico, sempre preceduto dall’evangelico “se vuoi”, che segna lo spartiacque tra “l’impossibile” agli uomini, e ciò che diventa “possibile”, se affidato ad un cammino di fede, di compagnia fraterna e di collaborazione divina che noi chiamiamo sacramento. Non si entrerà mai nella dinamica del dono per legge o contratto, che saranno sempre soltanto necessari sussidi o rimedi ai pasticci e alle tragedie che l’uomo provoca nel suo cammino. La “prova” è facile! Non soltanto i farisei, o i discepoli, che sono “uomini di mondo”, ma qualunque uomo/donna “sperimentato” (ognuno di noi!) mette “alla prova negativa” questa “profezia impossibile” di Gesù sull’amara e tormentata sorte storica dell’amore umano. Ma Gesù ribadisce, con convinzione imperterrita: “Chiunque non rimane fedele al suo amore (costi quel che costi) lo adultera” – lo corrompe e inceppa la possibilità di accesso all’amore maturo, fino a deperire di emorragia d’amore (sfigura un volto / un progetto – di sé e dell’altro). Dal conflitto sessuale si esce, infatti, solo per fedeltà… (o, comunque, per faticosa riconquista della perduta fedeltà), non certo per costrizione o ipoteche legislative, che sono solo i presidi del fallimento. È, infatti, anzitutto un problema di amore, cioè di apprendimento e avviamento alla consegna di sé – avvio di esodo o di estasi… da sé.
S. Paolo scoprirà che c’è un legame indissolubile quanto tacito, tra l’avventura Cristo /Chiesa e Uomo/Donna: un coinvolgimento reciproco misterioso che fa parte della salvezza della storia. La circolarità dell’amore è la caratteristica cristiana trinitaria: il codice del dono, la consegna totale assoluta, “oltre e dentro tutto”, vita e morte comprese: Cristo ha dato tutto se stesso- la sua carne e il suo sangue – per la Chiesa! Perché? Perché i due “soggetti dimidiati” (Cristo nuovo adamo solitario, senza... uomini – uomini persi... senza Cristo) stanno costruendo attraverso un travaglio storico di gioia e sofferenza, di attrazione e di renitenza, un solo soggetto plurimo: chi ama la propria moglie ama se stesso,… nutre e cura la propria carne, come fa Cristo con la Chiesa.(Ef 5,29). C’è dunque nel mistero dell’incarnazione, cioè nel profondo della dinamica della salvezza, una sacramentalità reciproca (radicale e insostituibile, perché eucaristica!) nel rapporto uomo-donna / Cristo-umanità. È questo il mistero grande, ove i due “amanti” sono sacerdoti solo insieme, in base all’iniziale loro identità costitutiva:“questa è carne della mia carne”ribadita da Gesù: l’uomo non separi ciò che Dio ha unito. Questo è lo slogan che l’adamo inventa e suggerisce a Dio, che lo farà suo in Cristo, partendo dal consenso di Maria. Lo ripeteranno i sacerdoti e tutti cristiani in sua memoria (questo è il mio corpo!) lo ripeteranno tutte le donne che fanno un bambino (questo è il mio corpo); ma anche tutti gli uomini che fanno una donna (questo è il mio corpo – carne della mia carne)... come il nuovo unico culto spirituale : ecco un corpo – il piccolo pezzo di terra che ho a disposizione. É mio, diventa tuo e ti fa crescere con me! Per costruire l’“umanità gloriosa, senza macchia né ruga, o alcunché di simile, ma santa e immacolata…” Dunque, è sul modulo dialogico esistenziale del rapporto uomo / donna che Gesù ha innestato il suo rapporto di dedizione totale all’umanità: i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa. Nella dinamica della salvezza diventa centrale la potenza salvifica della passività, il non potersi compiere da sé, perchè la crescita dell’uomo, passa attraverso la consegna di sé, che si lascia modellare con affidamento totale all’altro da sé . Ecco perché – forse – una pagina così profonda e impegnativa del vangelo finisce ... nei bambini!
Chissà cosa avranno pensato i discepoli, già infastiditi dal loro chiasso di mocciosi attorno al Maestro, a vedere non soltanto la tenerezza affettuosa di Gesù verso di loro, ma a sentirsi rimbeccare con la dichiarazione sconvolgente sui diritti d’entrata nel Regno: chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso! Siamo noi grandi, semmai, che disturbiamo il Regno, che siamo incapaci di un’accoglienza così spontanea ed affidata di Gesù, delle sue parole, dei suoi sentimenti e dei suoi gesti. E vogliamo introdurre i bimbi nel nostro ordine serioso e cultuale, sterilizzando i germogli della diversità, della spensieratezza fiduciosa e della spontaneità. Dopo tanti sforzi per acquisire una maturità “cristiana”, ci tocca riprendere le misure del Regno sull’affidamento e la fiducia smisurata di un bambino!… Gesù (che ha vissuto come nessun altro la condizione filiale : il piccolo del Padre, che ha fatto tutto ciò che il Padre desiderava da lui) – dopo i poveri, le prostitute, i peccatori, i malati, le donne… si trova in sintonia con i bambini – più che con i discepoli! I bimbi accolgono l’abbraccio del Signore e, anche se sporchi e non bene in ordine, sono “benedetti” da lui. Alla fine di tutto il laborioso e contraddittorio nostro percorso umano, è in quelle braccia che ci sta la salvezza!

giovedì 20 dicembre 2007

La forma dell'attesa: senza paura d'amare, ma con fedeltà e coinvolgimento

Ed eccoci giunti all’ultima domenica prima di Natale… Ormai ci siamo… il mistero tanto atteso inizia ad essere intravisto, tant’è che il brano del Vangelo di Matteo che la Chiesa ci propone incomincia con la dichiarazione esplicita di che cos’è ciò che stavamo aspettando: «la nascita di Gesù Cristo». Ma ci vien detto di più… infatti non solo è detto il fatto, ma il desiderio di volercelo narrare: «Ecco come avvenne la nascita di Gesù Cristo».
È un incipit davvero promettente… anche liturgicamente parlando: dopo queste settimane di attesa (di Avvento – appunto –), finalmente siamo arrivati a leggere e celebrare la Parola che delinea chiaramente cosa c’era da aspettare…
E dunque? Ormai è chiaro che quanto dovevamo aspettare era una nascita…
Ma… leggendo fino in fondo il testo proposto dalla liturgia di questa IV domenica di Avvento ci rendiamo conto con un sorriso che non è raccontata proprio nessuna nascita… Essa infatti nel Vangelo di Matteo è sì al cap. 1, ma al versetto 25… mentre il testo proclamato in chiesa si ferma al v. 24… Curioso, no?
No… il fatto è che siamo vicini… ma non ci siamo ancora… è ancora tempo di attesa (di Avvento – appunto –)… un’attesa che però si fa sempre più carica di aspettativa perché ormai le fila principali del discorso iniziano a snodarsi… ed oggi ci è dato di fare non un passettino qualunque verso il mistero che celebreremo martedì, ma quello decisivo… l’ultimo: ben sapendo che “quando si fanno 10 passi verso qualcuno, 9 sono solo la metà”…
Ma allora di cosa è fatto quest’ultimo avvicinamento a Natale? Se non c’è la nascita di Gesù, come ci avevano detto (cfr Mt 1,18a), di che cosa parla sto Vangelo?!?
Beh… parla di un uomo a cui è successa una cosa strana… una cosa che potremmo delineare con queste parole: a quest’uomo, che si chiamava Giuseppe, è successo di passare dal rannicchiamento sui suoi pensieri agli orizzonti ampi apertigli da un incontro speciale…
Si sa, Matteo racconta i fatti dell’infanzia di Gesù dal punto di vista di Giuseppe… a quest’ultimo era stata data in sposa Maria. La procedura matrimoniale ebraica prevedeva 2 fasi: lo scambio del consenso e il trasferimento della sposa nella casa del marito… Ecco… Maria e Giuseppe nel momento che l’evangelista sta descrivendo erano promessi, ma non abitavano ancora insieme.
La sorpresa è che Maria si ritrova incinta… letteralmente «si trovò avente in ventre»…
Forse a noi questo ventre riempito, che si ritrova con dentro qualcosa non fa più tanto problema… noi sappiamo già tutto il proseguimento della storia e la sua spiegazione: sappiamo che lì dentro c’è Gesù, che è il Figlio di Dio, che Maria l’ha concepito verginalmente, che c’ha pensato lo Spirito santo… è vero sappiamo tutto… ma – ipotizziamo – se un ragazzino dei miei arrivasse e mi chiedesse “Tu che queste cose le sai già tutte, dimmi allora chi è Gesù, cosa vuol dire che è il Figlio di Dio, che Maria l’ha concepito verginalmente, che c’ha pensato lo Spirito santo…?”… ecco, se arrivasse, non so voi, ma io sbiancherei e con un bel giro di parole lo intorterei su per evitare il discorso…
E allora, forse… anche a noi, a me, che sappiamo già tutto e sappiamo già come va a finire la storia, fa bene metterci un po’ nei panni dei protagonisti e lasciarci istruire da come loro hanno vissuto le cose… o almeno da come ce le racconta Matteo…
Insomma… sto Giuseppe si ritrova con sto ventre riempito… e il problema c’è… tant’è che sa che Maria potrebbe incorrere nel «pubblico ludibrio», potrebbe essere additata con una donna scandalosa, come una di quelle che ha concepito un figlio fuori dal matrimonio…
[…che peccato che i cristiani non abbiano imparato da Giuseppe…]
Il versetto 19 e la prima parte del 20 ci descrivono quest’uomo contorto nei suoi pensieri, nella preoccupazione sul da farsi, nei giramenti di viscere tra incredulità di fronte all’accaduto, rabbia per un tradimento subito, amore per la sua Maria a cui comunque non vuol far del male: «Giuseppe poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto», «mentre stava considerando queste cose».
Potremmo immaginarlo seduto, con la testa fra le mani, incapace di star fermo, col cervello che gli fuma e il cuore che gli sanguina… a me vengo subito in mente io… quante volte mi ritrovo, ci ritroviamo così… raggomitolati su noi stessi alla ricerca di una via che non troviamo… con quella sensazione di impotenza, incapacità, sfiducia che ci ridona la consapevolezza di essere caduti, ancora una volta, nel circolo vizioso del gatto che si morde la coda…
E Giuseppe, proprio come noi, alla fine di tutto il ragionare, partorisce la sua risoluzione… una risoluzione che non può che essere il male minore, il meno peggio… come ogni uomo, nei contorcimenti della vita, non può che trovare espedienti, escogitare risposte in seconda battuta, tamponare la falla…
Eppure gli rimane, come rimane a noi d’altra parte, la terribile sensazione che era altro quello che dovevamo fare, che la vita aveva promesso altro a noi e a chi ci sta intorno… ma d'altronde che potevamo fare d’altro? Che poteva fare Giuseppe d’altro?
«Però, mentre stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. […] Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa».
È avvenuto qualcosa… Giuseppe arriva all’unica risoluzione che dà gioia, all’unica che aveva sempre sperato di poter realizzare, ma che nel giro di un momento gli era morta in mano: prender con sé la sua sposa!
È successo qualcosa in quest’uomo che avevamo lasciato poco fa incurvato sotto il peso dei suoi pensieri e che ritroviamo qua determinato e quasi felice (il testo non lo dice, ma l’incalzare dei verbi indica che lo scenario – anche interiore – è mutato: c’è dell’aria fresca da respirare ora…).
È successo che mentre sognava gli si è fatto vicino Dio (“un angelo del Signore” nella Bibbia è l’espressione per dire la presenza di Dio) e gli ha sciolto il groppo che aveva in gola «non temere di prendere con te Maria, tua sposa». Gli ha detto di non avere paura a prendere in casa una ragazza madre, gli ha ricordato un’appartenenza promessa e da mantenere (quella ragazza madre è «Maria, tua sposa»), lo ha coinvolto nella vicenda di sua moglie, del figlio di lei, del figlio di Dio… l’ha coinvolto nella vicenda di Dio… che mai infatti – ci insegnerà lo stesso Gesù – si svolge senza l’uomo («ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù »).
E questo incontro speciale ha trasformato Giuseppe…
Troppo spesso lo immaginiamo come lo sfigato – passatemi il termine – della situazione: non fa niente, gli tocca tenere e crescere un figlio non suo, con sta storia dello Spirito santo che fa sorridere i malpensanti, non può stare con sua moglie (che per la Chiesa è vergine prima durante e dopo), a un certo punto della storia sparisce pure, senza che si sappia più niente di lui… insomma…
E invece no! Invece Giuseppe è uno di quegli «amati da Dio e santi per chiamata» di cui parla Paolo nella sua lettera ai Romani: è uno di quelli che attraverso il richiamo a non avere paura (di amare), la fedeltà ad una storia (d’amore) e il coinvolgimento da parte di Dio in una Storia (d’Amore) esce trasformato, convertito, trasfigurato…
Giuseppe fa l’esperienza di passare, nell’incontro con Dio, dalla vita mortifera alla Vita vitale. E il suo sollevarsi dal raggomitolamento all’azione («Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore e prese con sé la sua sposa») è rivelazione che quel Dio lì che ha incontrato è il Dio della Vita… Giuseppe è testimone, nella sua carne, che con Gesù si ha a che fare con il Dio che dà vita, che fa fare esperienza di vita…
È interessante che la Chiesa ci metta proprio questo testo l’ultima domenica prima di Natale: che ci voglia dire che la disposizione per accogliere questa nascita è il non avere paura di amare, essere fedeli alla storia e lasciarci coinvolgere nella dinamica vitale di Dio? Di quel Dio-con-noi che curiosamente è detto a noi, ma non a Giuseppe…?
Matteo infatti mette la citazione di Isaia come suo commento al discorso dell’angelo… le parole «Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che era stato detto dal Signore per mezzo del profeta: “Ecco, la vergine concepirà e darà alla luce un figlio: a lui sarà dato il nome di Emmanuele, che significa Dio con noi”» non fanno parte del discorso che l’angelo fa a Giuseppe… Giuseppe sa che il figlio che ha in pancia Maria «viene dallo Spirito Santo» e che «egli salverà il suo popolo dai suoi peccati», ma non sa che è l’Emmanuele, cioè non sa che è un Dio che sta dalla parte dell’uomo…
Ma secondo me a lui non l’hanno detto, perché non c’era bisogno: l’aveva già scoperto nella sua carne…
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