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martedì 25 novembre 2008

L’Amore è più forte di ogni interrogativo

Ho esitato molto a scrivere di questa mia esperienza familiare. Quando si vive in una casa divenuta chiesa, accanto a un letto divenuto altare, le parole si svuotano fino a scomparire. È il silenzio che parla. Poi pensi che, se abiti in una vera chiesa, anche se domestica, devi lasciare le porte spalancate, devi permettere che la vita entri ed esca per accogliere ed essere accolta.
Sono passati tre anni da quando un ictus ha interrotto la vita di mio marito e capovolto la nostra, più niente è stato come prima. Dopo dieci mesi d’ospedale ci siamo trovati di fronte a una difficile scelta: affidare il nostro caro a una clinica, in una lunga degenza, o riportarlo a casa. Separarci da lui nella quotidianità del vivere o iniziare con lui una nuova vita, un’avventura al buio.
Ha scelto lui per noi, per quello che era stato, discreta e affettuosa presenza di marito e di padre, testimonianza silenziosa di altruismo e di etica quotidiana. Lui che la sindrome Locked-In ha lasciato ai confini fra la vita e la morte, la corteccia cerebrale vigile, inerte il corpo in un’immobilità che ha tolto la parola, la deglutizione, anche il più piccolo movimento. Nutrito attraverso la macchinetta della Peg collegata con un tubo nello stomaco, la tracheotomia per respirare.
Un’invalidità rara, forse settecento casi in tutta Italia, una malattia poco conosciuta dagli stessi medici, che tiene prigionieri dietro un simbolico cancelletto di cui si è persa per sempre la chiave: senti tutto, ma non puoi rispondere né manifestarti in alcun modo. Agli inizi un filo tenue di comunicazione con il battito delle ciglia che rispondevano alle nostre domande, come nel film La farfalla e lo scafandro, tratto dall’autobiografia del giornalista francese Jean-Dominique Beauby che la dettò comunicando con un occhio solo. Nel trascorrere dei mesi quel filo si è interrotto. Il nostro caro è andato ad abitare in una landa sconosciuta, sigillato in un silenzio dentro il quale soltanto le pupille si muovono, senza riuscire a esprimere che cosa accade nella parte del cervello rimasta intatta. Nessuno riesce a dirci in quale misura.
Anche noi abbiamo scelto di andare ad abitare con lui in quel deserto dei sensi, illuminato dagli occhi che ogni tanto si spalancano sul mondo e ci guardano. Uno sguardo che arriva da lontano, da un universo non praticabile che possiamo soltanto amare, senza cercare risposte. È stato l’amore, soltanto l’amore, ricevuto e dato per anni, a guidarci nella sfida intrapresa, nel viaggio verso l’ignoto, nelle giornate fatte di azioni sempre uguali, in un presente che non ha futuro perché ogni previsione clinica e umana è stata cancellata.
Con questo amore abbiamo arredato la stanza della sua nuova vita, al centro della casa, la più luminosa, lasciandogli attorno tutti gli oggetti che hanno accompagnato la sua esistenza ricca di interessi, a cominciare da quei libri che erano la sua passione, la sua fame di sapere e di esplorare. Lo abbiamo avvolto durante la giornata, e parte della notte, con la sua musica sinfonica, con quei classici che erano stati i grandi amici del cuore e della mente, il suo colloquio permanente con l’Assoluto e l’Invisibile. La vita familiare ha ripreso a pulsare attorno a lui nei ritmi di sempre.
«Anche se non parla, il nonno c’è»
Come se fosse seduto nella poltrona dove sprofondava per sognare i suoi quartetti e le sue sinfonie, nello studio dove accudiva ai suoi libri rari, nella cucina dove si divertiva a inventare quei risotti fatti "con residuati bellici", trovati nel frigorifero, che oggi ci mancano. Figli, nipoti, amici, infermieri gli raccontano, ricordano, lo interpellano, lo accarezzano, lo baciano, lo vegliano nella neonata esistenza. L’amico prete celebra la Messa sull’altare del suo letto dove "si salda la terra con il cielo".
«Anche se non parla, il nonno c’è», ha detto un giorno la nipotina di otto anni, accarezzandolo, e noi ci siamo riconosciuti nelle sue parole. Nessun accanimento terapeutico, ma cure e attenzioni per una persona rimasta viva, nella sua intrinseca dignità di essere umano con le sue funzioni vitali, con il suo corpo, anche se collegato a macchine che i progressi della scienza medica oggi offrono. Tutto questo meno di dieci anni fa non sarebbe stato possibile. Un bene o un male? Staccare la spina per porre fine a una vita all’apparenza innaturale? Aiutarlo ad addormentarsi per sempre nella irreversibilità della sua malattia? Che senso ha un’esistenza ridotta a una sopravvivenza vegetativa?
Sono domande umanamente comprensibili, angosciose, ma l’amore è più forte di ogni interrogativo perché "lui c’è". Esiste, noi lo amiamo nel mistero di una condizione che non ci è dato di capire. E se ami, fai di tutto, veramente tutto quanto è possibile, perché la persona amata non soffra, accetti che pratichi percorsi che tu non conosci, che la stessa medicina non riesce a esplorare. Anche se continui a interrogarti: quale dimensione ha assunto e in questa nuova esistenza che cosa vorrebbe? Potremmo interromperla perché non corrisponde più ai ragionamenti di persone abituate ad accettare soltanto ciò che toccano? Leggiamo nel Siracide che molte di più sono le cose nascoste di quelle che vediamo: «Non sforzarti in ciò che trascende le tue capacità, poiché ti è stato mostrato più di quanto comprende un’intelligenza umana. Molti si sono smarriti per la loro presunzione» (3,23-24).
Ma se non possiamo capire, possiamo scegliere di vivere nell’amore. Una scelta che sfida le logiche del mondo e quel Dio inconoscibile che ci chiede di fidarci di lui. "Mistero della fede", ho recitato per anni nella Messa. Ora ho capito che questo mistero deve inciderti nella carne, deve passare attraverso l’impotenza totale e la spogliazione di te stesso, per svelarti il suo profondo significato rivoluzionario che sovverte le esistenze. Già l’amore. Per incontrarlo, quello vero, autentico, occorre silenzio, umile ascolto, condivisione, uscire da sé stessi per vivere la vita degli altri, rimanere nudi nel tempo e nello spazio, vestiti soltanto del sentimento che ha dato vita al creato. L’amore allora diventa sapienza, non quella dei libri e dei trattati, ma sapienza del cuore, che è intelligenza profonda e profetica delle cose.
Ce ne siamo resi conto attorno al letto del nostro caro. Il suo silenzio ha iniziato a parlarci. A farci capire ciò che vale e ciò che non vale, ci ha folgorati sulla precarietà e sulla vanità di tutto quanto prima pareva importante: denaro, successo, potere, prestigio, salute stessa, per unirci alle fatiche degli abitanti del mondo, per spalancare le finestre e le porte della nostra casa in una comunione nuova con tutti coloro, vicini e lontani, che camminano nel mistero della vita. Con coloro che "non hanno voce" e che stanno fuori dal coro. Dimenticati, senza diritto di cittadinanza. Ci ha parlato dell’essenza dell’uomo che non è legata alle apparenze e allo status sociale, alla provenienza e a quanto possiede o non ha, ma al suo solo esistere.
Ci ha confermato quanto ha scritto il cardinale Carlo Maria Martini in un intervento sulla vita, dal concepimento all’accanimento terapeutico: «II volto non può essere usato o sfruttato per nessun motivo, deve essere soltanto riconosciuto, rispettato, amato. "II volto" dell’altro ci parla per sé stesso senza bisogno di altri argomenti, anche se la cosa non è più così evidente quando non si vede direttamente il volto, ma solo alcune manifestazioni biologiche di un esserino ancora informe o prossimo al totale degrado». Il volto, anche se velato dalla malattia, è sempre il Volto.
Spiragli di luce nel buio del dolore
Sono le dilatazioni dell’amore, dato in modo totalmente disinteressato. Sono i "miracoli" che provoca: una conversione umana e interiore che rimette a nuovo le persone, apre spiragli di luce nel buio della sofferenza e "ti fa sentire bene", nonostante la fatica dell’usura quotidiana, i momenti di disperazione, le frequenti tentazioni di fuga e di resa. Ti permette di alzarti ogni mattina con il coraggio di una battaglia che non fai solo per te, ma per tutti, credenti e non credenti, indifferenti e partecipi, per accendere quella speranza che soltanto l’amore sa inventare e che dà colori, suoni, profumi all’esistere. Ti dice che la vita vale la pena comunque di essere vissuta.
Etty Hillesum, la ragazza ebrea di ventinove anni, scomparsa ad Auschwitz, il cui Diario dopo essere rimasto quarant’anni in un cassetto, si sta diffondendo in modo profetico e così attuale, mentre infuriava l’apocalisse nazista, continuava a ripetere che «la vita è bella e ricca di significato», nonostante la sua assurdità. Aveva percepito dietro all’orrore dei lager e dopo «essere morta mille volte in mille campi di concentramento», quel barlume di eternità che filtra nelle piccole azioni e percezioni quotidiane. Un barlume che le aveva fatto incontrare Dio e reso l’esistenza amica se «vi si fa posto per tutto e se la si sente come un’unità indivisibile... Così, in un modo o nell’altro, la vita diventa un insieme compiuto».
Accettare di convivere con la farfalla nello scafandro, ti fa scoprire che la vita e la morte sono significativamente legate fra di loro, appartengono l’una all’altra, si completano. Ma allora che cos’è la vita , che cos’è la morte? Le risposte che per anni ti poni e che cerchi nelle pagine del mondo, le certezze con le quali ti sei difeso, le maschere che hai indossato per nasconderti, cadono. Le parole, scritte e dette, perdono forza. Tacciono.
Di fronte soltanto il suo e il tuo corpo, nudi e spogli, senza difese nell’impotenza di comunicare e di capire. Ma ci sono e si avvertono. E imparano un linguaggio nuovo, quello che non ha bisogno di suoni, arriva direttamente dai sensi. Quelli che stanno sotto la pelle e che per anni hai usato con la fretta e la superficialità che li ha svuotati della loro ricchezza, limitandoli e spesso castrandoli nei rapporti con gli altri, nei rapporti familiari, in quelli fra uomo e donna, con gli amici, con la vita. Sono stati spesso strumento di sopraffazione, di possesso, di rabbia, di stordimento, di perdita di te stesso. Adesso, nel silenzio in cui si manifestano, nella gratuità in cui si esprimono, ricuperano la propria sacralità. Diventano di nuovo capaci, come all’origine dei tempi e nell’infanzia, di gustare la semplicità del vivere, la bellezza della luce e del buio, dell’alba e della notte, l’armonia dei colori, il profumo della pioggia e quello del sole, l’odore dell’umanità che ti circonda o che incroci. Ti rivelano la "vera vita" che è l’amicizia con Dio in cui trova compimento la vita terrena, diventando un anticipo di quella eterna.
È una sensualità che riempie tutti i pori e trasforma il corpo, spezzato dalla malattia, in una presenza fisica che ti avvolge con il suo calore, con le vibrazione di una dimensione nuova, sconosciuta, ma tangibile. È la dimensione dell’amore nella sua libertà di dono che celebra la vita: il bacio, la carezza, l’abbraccio, il sorriso, la cura delle membra piagate. E che non si ferma in quella stanza, attorno a quel letto, ma si dilata fuori, nell’esistenza quotidiana, dove i gesti dell’amore diventano più importanti delle parole e ti permettono di comunicare come non eri più capace di fare. Ti fanno entrare nel corpo dell’altro, per abitarlo e lasciarti abitare in un’Eucaristia permanente.
La farfalla esce dallo scafandro, vola nello spazio e nel tempo, riempie l’aria di suoni e di echi che sciolgono la violenza di giornate vissute troppo in fretta, senza soste, senza silenzio, senza ascolto.
E chi entra con tremore nel cerchio di questo volo, nella stanza affacciata sulla piazza, piccola chiesa con altare, ne esce diverso, trasformato nell’intimità dei propri sentimenti, rasserenato e riconciliato con sé stesso. Stupito e commosso che da tanto dolore possa scaturire la conoscenza di un mondo altro, di un mondo nuovo. Che da tanta spogliazione possa esplodere tanto vigore. «Dio non ci salva in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù dell’impotenza che ha vissuto in Cristo, fattosi uomo uguale a noi», ha ricordato di recente monsignor Gianfranco Ravasi, citando Dietrich Bonhoeffer. In quel letto, in quella stanza ogni giorno accade qualcosa di grande e di imperscrutabile. Cristo si è fermato lì. L’impotenza è diventata luce e speranza.
Mariapia Bonanate in Famiglia Cristiana n. 47 del 23 nov. ‘08

domenica 21 ottobre 2007

L'eutanasia della ragione della fede...

È un po' che volevo scrivere sul tema ma non osavo, visto però che il dado è stato tratto... eccomi qui! E siccome non è più rintracciabile in rete e per chiarezza, riporto qui l’articolo dell’Osservatore Romano (il grassetto e le lettere tra parentesi quadre sono miei):
"La Cassazione ha deciso ieri di consentire un nuovo processo innanzi alla Corte d'Appello di Milano sul distacco del sondino nasogastrico ad Eluana Englaro, una ragazza in stato vegetativo dal 1992 a seguito di un incidente stradale. Il padre della ragazza chiede infatti di interrompere l'alimentazione artificiale che tiene in vita sua figlia. Le motivazioni della sentenza della Cassazione sono essenzialmente due: il diritto all'autodeterminazione terapeutica del paziente[a], secondo la suprema corte, non incontra alcun "limite"[d] anche nel caso in cui ne consegua "il sacrificio del bene della vita"[b], poiché lo Stato italiano riconosce il pluralismo dei valori[c]. La volontà della ragazza è presumibile[e] da alcune dichiarazioni fatte dalla stessa, quando era in piena salute. In una circostanza[f] la giovane avrebbe dichiarato la sua contrarietà a "vivere una vita artificiale". La seconda motivazione è lo stato di irreversibilità della sua condizione, "secondo standard scientifici internazionalmente riconosciuti"[g].
Premesse che appaiono evidentemente confutabili. Nessun esperto potrebbe, allo stato attuale, dichiarare l'irreversibilità[h] della condizione di stato vegetativo, se non in base ad una scelta puramente soggettiva. Sulla volontà di Eluana, poi, l'arbitrarietà appare palese. La dichiarazione di un momento[f] non può evidentemente essere presa a parametro per presumere la volontà di una persona riguardo a scelte come quelle che riguardano la contrarietà o meno ad un trattamento che fra l'altro si pone al limite fra terapia e nutrizione[i].
Il segretario generale della Cei, il Vescovo Giuseppe Betori, pur non entrando nel merito della vicenda, ha ricordato che la "vita va difesa sempre". In ogni suo momento, si può aggiungere, poiché sulla vita stessa, e sulla sua interruzione, nessun uomo ha alcuna signoría. Nel caso specifico della sentenza della Cassazione, dunque, è inaccettabile il relativismo dei valori, soprattutto se questi riguardano la conservazione o meno della vita. Accettare, pure nel vuoto legislativo, una tale posizione, significa orientare fatalmente il legislatore verso l'eutanasia. Di più: introdurre il concetto di pluralismo dei valori significa aprire una zona vuota dai confini non più tracciabili. Significherebbe attribuire appunto ad ognuno una potestà indeterminata sulla propria esistenza dalle conseguenze facilmente immaginabili, anche solo ragionando dal punto di vista etico". (Ma.Be.)
(©L'Osservatore Romano - 18 Ottobre 2007)
Fin qui l’Osservatore. Ma è proprio corretta l’informazione che l’OR trasmette sulla sentenza della Cassazione? L’OR da’ una sua informazione che non sembra corrispondere né al testo né al suo contesto. Facciamo un confronto, mettendo ordine tra quanto riportato dall’OR e ciò che effettivamente afferma la sentenza della Cassazione:

L’Osservatore Romano:
  1. La Cassazione afferma “il diritto all’autodeterminazione terapeutica del paziente”
  2. Anche nel caso in cui ne consegue “il sacrificio della vita”
  3. poiché lo Stato italiano riconosce il pluralismo dei valori
  4. questa autodeterminazione, “non incontra alcun “limite”
  5. la volontà della ragazza è presumibile da alcune dichiarazioni… quando era in piena salute
  6. in una circostanza la giovane avrebbe dichiarato la sua contrarietà a “vivere una vita artificiale”// la dichiarazione di un momento
  7. secondo standard scientifici internazionalmente riconosciuti
  8. nessun esperto potrebbe, allo stato attuale, dichiarare l’irreversibilità della condizione di stato vegetativo
  9. trattamento che fra l'altro si pone al limite fra terapia e nutrizione
La Cassazione nella Sentenza n° 21748 del 16/10/2007 dichiara:
    1. Il diritto all’autodeterminazione terapeutica del paziente
    2. Anche nel caso in cui ne consegue “il sacrificio della vita” (§6.1)
    3. Poiché lo Stato italiano riconosce il pluralismo dei valori
    4. Questa autodeterminazione incontra un’eccezione e a due condizioni che devono sussistere entrambe: perché “ove l'uno o l'altro presupposto non sussista, il giudice deve negare l'autorizzazione”
    5. Quando la volontà del paziente “sia realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo”
    6. E questo si deve evincere “dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità, dal suo stile di vita e dai suoi convincimenti”…
    7. quando la condizione di stato vegetativo sia in base ad un rigoroso apprezzamento clinico, irreversibile”
    8. e questo esclude “la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno a una percezione del mondo esterno”.
    9. «non v'è dubbio che l'idratazione e l'alimentazione artificiali con sondino nasogastrico costituiscono un trattamento sanitario». Ma «Diversamente da quanto mostrano di ritenere i ricorrenti, al giudice non può essere richiesto di ordinare il distacco del sondino”
Solo i primi tre punti sono sostanzialmente corretti, gli altri sono praticamente inventati! All'autore dell'articolo però, sembra che siano bastati per non continuare a leggere la sentenza! Puramente arbitrario poi appare il punto h.: non si capisce in base a quale presupposto venga formulato! Capisco che siamo davanti a un articolo di giornale, anche se dell’OR, ma se pretende di avere autorevolezza, dovrebbe dare più oggettività alle proprie affermazioni. Se i Papi parlano spesso, penso giustamente, di correttezza dell’informazione, ancor più questo dovrebbe valere per i “suoi” servizi informativi. Solo all’interno di una informazione corretta ed esaustiva si può aprire rettamente il dibattito, anche etico, sull’opportunità di una tale sentenza e sul suo contenuto, ecc., ecc.: ma partendo da ciò che effettivamente è scritto e non da ciò che è temuto. Resta da fare una osservazione, e non da poco, sulla “pluralità dei valori” che l’OR sembra temere e rifiutare! La pongo sotto forma di domanda: la libertà religiosa, così solennemente ribadita dal Vaticano II e riaffermata con forza dai Papi, compreso l’attuale, non costituisce forse l’affermazione di una legittima pluralità di valori? E l’etica, non è una concretizzazione del “credo (o non-credo) religioso”? Insomma, posso credere al "mio Dio" ma non posso viverne l'espressione (tra cui la morale), che ne consegue? Questa separazione tra la fede e la vita, non è, per non dire altro... poco cattolica? (Provate ora a pensare alla nosta posizione con l'islam e vedrete come lo schema si ripete...)
Stiamo attenti al fatto che, nell’intento polemico di contestare certe affermazioni, rischiamo di contraddire non solo la storia (e non solo recente!), della Chiesa, ma di sposare in qualche modo la posizione di stampo lefreviano che proprio a questa pluralità di valori si oppone e che quindi senza accorgersene ha una visione protestante, perché disincarnata, del cristianesimo. Il pericolo, non tanto ipotetico, è ricalcare i tempi bui della “guerra di religione”, magari sotto la nuova forma di una “guerra sull’etica”: e così per non “ammazzare” un malato terminale, si “ammazzeranno” i sani! Il che sarebbe uno strano modo di voler "evangelizzare le genti"[*].
Il problema è serio e non di facile soluzione (né applicabile forse, in ogni situazione e a tutti), ma deve essere affrontato con quella serietà che il dramma delle persone in gioco ci domandano. Ci sarà bisogno, leggendo attentamente la sentenza, di ben altro che un articoletto, foss’anche dell’OR, per contestare quello che sembra una posizione altamente meditata e qualificata, fondata persino su valori e impostazioni che sono capisaldi filosofici e teologici della dottrina cattolica sul rispetto e sulla dignità della persona umana: altro che "vuoto di valori"! A meno che, non si prendano per "valori vuoti" anche quelli cristiani! Un esempio? Se non avete tempo di leggervi tutta la sentenza, almeno meditatene questo frammento:

Il consenso informato ha come correlato la facoltà non solo di scegliere tra le diverse possibilità di trattamento medico, ma anche di eventualmente rifiutare la terapia e di decidere consapevolmente di interromperla, in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale.
Ciò è conforme al principio personalistico che anima la nostra Costituzione, la quale vede nella persona umana un valore etico in sé, vieta ogni strumentalizzazione della medesima per alcun fine eteronomo ed assorbente, concepisce l’intervento solidaristico e sociale in funzione della persona e del suo sviluppo e non viceversa, e guarda al limite del «rispetto della persona umana» in riferimento al singolo individuo, in qualsiasi momento della sua vita e nell’integralità della sua persona, in considerazione del fascio di convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche che orientano le sue determinazioni volitive.
Ed è altresì coerente con la nuova dimensione che ha assunto la salute, non più intesa come semplice assenza di malattia, ma come stato di completo benessere fisico e psichico, e quindi coinvolgente, in relazione alla percezione che ciascuno ha di sé, anche gli aspetti interiori della vita come avvertiti e vissuti dal soggetto nella sua esperienza.
Deve escludersi che il diritto alla autodeterminazione terapeutica del paziente incontri un limite allorché da esso consegua il sacrificio del bene della vita.
Benché sia stato talora prospettato un obbligo per l’individuo di attivarsi a vantaggio della propria salute o un divieto di rifiutare trattamenti o di omettere comportamenti ritenuti vantaggiosi o addirittura necessari per il mantenimento o il ristabilimento di essa, il Collegio ritiene che la salute dell’individuo non possa essere oggetto di imposizione autoritativo-coattiva. Di fronte al rifiuto della cura da parte del diretto interessato, c’è spazio – nel quadro
dell’“alleanza terapeutica” che tiene uniti il malato ed il medico nella ricerca, insieme, di ciò che è bene rispettando i percorsi culturali di ciascuno – per una strategia della persuasione, perché il compito dell’ordinamento è anche quello di offrire il supporto della massima solidarietà concreta nelle situazioni di debolezza e di sofferenza; e c’è, prima ancora, il dovere di verificare che quel rifiuto sia informato, autentico ed attuale. Ma allorché il rifiuto abbia tali connotati non c’è possibilità di disattenderlo in nome di un dovere di curarsi come principio di ordine pubblico.

Mi sembrano affermazioni sufficienti a far sbiancare ogni nostra presunta, arrogante, dogmaticistica, certezza!
__________________________
[*] A questo proposito, si veda come noi cristiani ci comportiamo con le altre religioni che convivono in Occidente, e capiremmo come questa mentalità protestante stia dilagando nel sentire comune della società occidentale: "Che preghino nei loro templi e moschee, e sinagoghe, ma tra di noi, nella nostra società dalle salde radici cristiane, devono comportarsi secondo i parametri nella nostra fede!". Mi sembra che questa posizione, non sia semplicemente un problema "politico" ma esso contraddica, separando fede e vita, il fondamento stesso della fede cristiana a cominciare dall'Evento dell'Incarnazione, che fa della Storia il dirsi della Fede. Occorre inaugurare un ecumenismo autentico che coinvolga tutti gli ambiti della fede-vita e non solo i suoi aspetti dottrinali. Un cantiere che nessun soggetto sociale sembra, allo stato attuale delle cose, neanche lontanamente immaginarsi di dover affrontare!

Una nota halachica del Rav Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma

Qualcuna di noi conosce personalmente Eluana. Seguiamo così "più da vicino" il suo cammino.
Recentemente la Corte di Cassazione ha accolto l'ultimo degli otto ricorsi legali del padre e della madre di Eluana Englaro e ha ammesso, per la prima volta in Italia, la possibilità di lasciar morire i pazienti nelle sue stesse condizioni .
Ci sembra importante sentire anche la voce di chi "fa e ascolta" ciò che dice il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Riportiamo un intervento del Rav Riccardo Di Segni pubblicato sul sito: http://www.torah.it/

In relazione alla recente decisione della magistratura italiana e alle relative discussioni, si ritiene opportuno fornire questo chiarimento halakhico e legislativo.

"Tutti i decisori hanno stabilito che è proibito interrompere la somministrazione di cibo e liquidi a pazienti gravi allo scopo di affrettarne il decesso, e questo anche se si tratta solo di astenersi da atti (come non rinnovare infusioni ecc, ndt). Il motivo è che l'alimentazione è considerata una cosa naturale necessaria a tutti gli esseri umani e agli esseri viventi e chi toglie il cibo alle persone è considerato omicida; secondo i Maestri la morte per fame è la peggiore. Se il paziente rifiuta di mangiare, bisogna convincerlo e spiegargli l'importanza del cibo. Se ciò malgrado insiste nel rifiuto, c'è chi ha scritto che non bisogna costringerlo, se è adulto e cosciente; e c'è chi ha scritto che bisogna nutrirlo anche contro la sua volontà. In ogni caso a un malato che secondo la valutazione dei medici non ha speranza di vita e soffre si può interrompere il nutrimento per via endovenosa e nutrirlo per mezzo di un sondino nasogastrico o anche limitarsi a somministrare acqua e zuccheri endovena.

Pertanto è chiaro che bisogna dare da mangiare e bere al malato nei modi, nella misura e nella qualità tale che non si verifichino fenomeni negativi o danni a causa dell'alimentzione carente"

A. Steinberg, Entziklopedia hilkhatiti refuit, voce notè lamut

In una decisione del 5755 firmata dai Rabbini Eliaishiv, Auerbach, Wozner e Karelitz è stabilito che

"Non bisogna assolutamente affrettare la fine di un malato terminale, allo scopo di diminuirne le sofferenze, togliendogli nutrimento o terapie. Bisogna nutrire il malato terminale, quando necessario anche con sonda nasogastrica o gastrostomia"

Può essere interessante sapere che secondo la recente legge israeliana (2039 del 15.12.2005; si noti bene che è una legge laica, votata dal parlamento, non religiosa), un paziente cosciente può rifiutare i trattamenti, ma bisogna cercare di convincerlo ad accettarli; un paziente incosciente e sofferente di cui può esere dimostrata la volontà precedentemente espressa di rifiuto di trattamenti non va trattato ma deve essere comunque alimentato, a meno che la somministrazione di liquidi non provochi ulteriori sofferenze (cap.4, siman 3, art. 15-17).

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