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mercoledì 22 luglio 2015

XVII Domenica del Tempo ordinario


Dal secondo libro dei Re (2Re 4,42-44)
In quei giorni, da Baal Salisà venne un uomo, che portò pane di primizie all’uomo di Dio: venti pani d’orzo e grano novello che aveva nella bisaccia. Eliseo disse: «Dallo da mangiare alla gente». Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». Egli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”». Lo pose davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore.
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni (Ef 4,1-6)
Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,1-15)
In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.
 
Con questa Diciassettesima Domenica del Tempo Ordinario, la Liturgia lascia la narrazione di Marco per aprire un ciclo di 5 settimane in cui ci viene proposto quasi per intero il sesto capitolo del vangelo di Giovanni.
La narrazione del miracolo della moltiplicazione dei pani, diventa lo spunto per l’evangelista per intessere un lungo discorso eucaristico su Gesù pane di vita, discorso che “sostituisce” la narrazione dell’ultima cena che in Giovanni manca (al suo posto è infatti narrata la lavanda dei piedi).
Di domenica in domenica, cercheremo quindi di metterci in ascolto di questa proposta giovannea, per tentare di intercettare le numerosissime tematiche che offre.
Oggi si tratta di focalizzarsi sull’incipit e sull’occasione (il fatto!) che ingenera questo lungo discorrere dell’evangelista: la moltiplicazione dei pani (narrata ben sei volte nel Nuovo Testamento!).
Ebbene: la moltiplicazione dei pani e dei pesci… una delle pagine più raccontate e più note del NT, eppure anche, contemporaneamente, una delle più “incomprensibili” e per questo – almeno personalmente – una di quelle che ingenerano più insofferenza.
 
Tante cose sono state dette in proposito, alcune anche molto belle e profonde:
1) c’è chi parla di questo testo, presentandolo semplicemente come un miracolo, nel senso comune del termine (come spesso è rappresentato anche nei film su Gesù, con queste ceste che non si svuotano mai e continuano a sfornare panini);
2) c’è chi prova ad andare un po’ più al di là del significato letterale e – anche alla luce dei testi dell’AT (come quello della I lettura) – prova a darne un’interpretazione diversa: questo segno della moltiplicazione starebbe ad indicare un tratto del volto di Dio, cioè Colui che nutre il suo popolo;
3) c’è chi prova a sottolineare – nella nostra versione giovannea – la presenza del ragazzo coi suoi pani e i suoi pesci: Gesù moltiplicherebbe perciò non tanto il cibo, ma la disponibilità dell’uomo – di alcuni uomini – a farsi carico della fame altrui;
4) c’è chi infine sottolinea unicamente il tratto eucaristico della narrazione giovannea.
In effetti – tranne forse il primo, un po’ ingenuo - sono tutti aspetti veri e significativi del testo. Eppure a me pare che rimangano aperte alcune questioni, che non riescono a togliermi la sensazione di insofferenza cui facevo cenno prima:
1) la prima interpretazione, mi fa salire alle labbra questa obiezione: non sarebbe da superare l’idea di un Gesù-mago che estrae dal cilindro panini, invece che conigli? L’idea magica di un Gesù che con uno zac risolve i problemi degli uomini e delle donne che incontra non può essere quella corretta. Se il suo scopo fosse stato di proporsi così, non avrebbe nessun senso che tutti quelli prima di lui e dopo di lui avessero continuato ad avere fame, ad ammalarsi, a morire, ad essere esclusi, ecc…
2) la seconda interpretazione è quella che sento più conforme al mio modo di leggere e capire il vangelo. In tutto quello che Gesù dice, fa ed è, vi è in gioco la rivelazione del Padre suo e nostro; per cui indubbiamente il dar da mangiare di Gesù alla folla rimanda alla cura di Dio per il suo popolo (come è narrata nell’AT) e per tutta l’umanità. Eppure noi sperimentiamo con fin troppo evidenza, anche se siamo assai abili e veloci a dimenticarcene, che la gente ha continuato e continua a morire di fame: di tante fami, certo, si muore, ma proprio anche di quella fisica. Dire allora che la moltiplicazione dei pani sarebbe simbolo della cura di Dio per il suo popolo, rischia di diventare grottesco. Soprattutto se si arriva a dire che il dare da mangiare fisico del vangelo in realtà era un simbolo di un altro dare da mangiare di Dio all’umanità. Gesù avrebbe dato cioè da mangiare il pane, per far capire che Dio dà da mangiare la sua parola, la sua benevolenza, o simili… non il pane vero (e infatti la gente continua a morire di fame)… quello era solo un esempio…
3) la terza interpretazione è strettamente legata alla seconda e mi è, anch’essa, molto cara: proprio perché il dare da mangiare di Dio non può che essere spirituale, il dar da mangiare materiale è compito degli uomini, dei cristiani: ecco il senso del moltiplicare, non tanto il pane in sé, ma la disponibilità di ciascuno a prendersi cura della fame altrui. Essendo però “figlia” della seconda interpretazione, ne importa le problematiche…
4) l’interpretazione eucaristica, certamente giustificata come dicevamo anche all’inizio dal discorso di Gesù sul pane della vita che occupa il capitolo 6 e che sostituisce l’istituzione dell’eucaristia, non rende però troppa ragione del fatto in sé della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Come se Giovanni prendesse un testo già sedimentato nella cultura delle prime comunità cristiane – la moltiplicazione raccontata dai sinottici – e lo utilizzasse per fare al cap. 6 anziché durante l’ultima sera di vita di Gesù il discorso eucaristico.
 
Che dire dunque della moltiplicazione dei pani e dei pesci?

martedì 29 luglio 2014

XVIII Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro del profeta Isaìa (Is 55,1-3)

Così dice il Signore: «O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete. Io stabilirò per voi un’alleanza eterna, i favori assicurati a Davide».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,35.37-39)

Fratelli, chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 14,13-21)

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull’erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

 

La moltiplicazione dei pani e dei pesci è tra gli episodi della vita di Gesù uno dei più noti, dei più narrati e dei più commentati.

Difficile dunque mettersi di fronte a un testo così tante volte ascoltato e interpretato.

Mi sono perciò chiesta che cosa abbia spinto gli evangelisti a insistere su questo evento, perché abbiano trovato in esso qualcosa che meritava di essere raccontato ben 6 volte nei vangeli (2 da Matteo e Marco, 1 da Luca e 1 da Giovanni).

Perché questo miracolo ha scatenato una tale insistenza? È stato davvero un miracolo nel senso che comunemente si dà a questa parola?

venerdì 27 luglio 2012

XVII Domenica del Tempo Ordinario - Gv 6 (I)


Dal secondo libro dei Re (2Re 4,42-44)

In quei giorni, da Baal Salisà venne un uomo, che portò pane di primizie all’uomo di Dio: venti pani d’orzo e grano novello che aveva nella bisaccia. Eliseo disse: «Dallo da mangiare alla gente». Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». Egli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: “Ne mangeranno e ne faranno avanzare”». Lo pose davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore.



Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni (Ef 4,1-6)

Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti.



Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 6,1-15)

In quel tempo, Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade, e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?». Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo.



Con questa Diciassettesima Domenica del Tempo Ordinario, la Liturgia lascia la narrazione di Marco per aprire un ciclo di 5 settimane in cui ci viene proposto quasi per intero il sesto capitolo del vangelo di Giovanni.

La narrazione del miracolo della moltiplicazione dei pani, diventa lo spunto per l’evangelista per intessere un lungo discorso eucaristico su Gesù pane di vita, discorso che “sostituisce” la narrazione dell’ultima cena che in Giovanni manca (al suo posto è infatti narrata la lavanda dei piedi).

Di domenica in domenica, cercheremo quindi di metterci in ascolto di questa proposta giovannea, per tentare di intercettare le numerosissime tematiche che offre.

Oggi si tratta di focalizzarsi sull’incipit e sull’occasione (il fatto!) che ingenera questo lungo discorrere dell’evangelista: la moltiplicazione dei pani (narrata ben sei volte nel Nuovo Testamento!).


Siamo al capitolo sesto – dicevamo – e visto che ultimamente siamo stati polarizzati da Marco, val forse la pena ricordare per un momento come il Quarto Vangelo (QV) abbia organizzato il materiale che aveva a disposizione. Giovanni sostanzialmente divide il suo vangelo in due parti (Gv 1,1-12,50 e Gv 13,1-21,25): la seconda tratta degli ultimi giorni della vita di Gesù, a partire dall’ultima sera trascorsa coi suoi, fino alla narrazione della sua passione-morte-risurrezione; mentre la prima – quella che più direttamente ci interessa oggi – narra del suo ministero pubblico… anche se in una modalità inedita rispetto ai sinottici.

Il QV, infatti, dopo il famoso prologo poetico («In principio era il Verbo…»), inizia con la narrazione della cosiddetta “settimana inaugurale”; una serie, cioè, di eventi, che l’evangelista organizza nello spazio di una settimana: la presentazione della figura del Battista (Gv 1,19-28), la sua testimonianza (Gv 1,29-34), il successo della sua testimonianza con i primi discepoli che vanno a vedere dove dimora Gesù (Gv 1,35-42), il diffondersi – come un passa parola – dell’incontro con Gesù fra i nuovi discepoli (Gv 1,43-51) e – infine – il primo segno, a Cana di Galilea (Gv 2,1-12). Segue poi la prima salita di Gesù a Gerusalemme (“salite” che scandiscono l’ordito narrativo), dove accade l’episodio della cacciata dei venditori e dei cambiavalute dal Tempio, con il primo battibecco coi Giudei. Questa vicenda diventa l’occasione per un fariseo, Nicodemo, di intessere con Gesù un lungo discorso sulla necessità di rinascere dall’alto (cap. 3).

Rientrando poi in Galilea, Gesù passa dalla Samaria, e anche lì si intrattiene in uno dei dialoghi più significativi di tutto il NT, quello con la donna samaritana, sull’acqua viva che zampilla per l’eternità (cap. 4). Prima dell’inizio del quinto capitolo, è narrato un nuovo “segno” di Gesù a Cana di Galilea: la guarigione del figlio di un funzionario reale.

Infine – al capitolo 5 – viene narrata la seconda salita di Gesù a Gerusalemme, dov’egli guarisce l’infermo della piscina di Betzaetà, che diventa l’occasione per una nuova disputa con i Giudei, perché questa liberazione dal male, avviene in giorno di sabato.

È alla fine del lungo discorso che Gesù fa ai Giudei, che inizia il nostro capitolo 6, con l’annotazione geografica che ci informa come Gesù sia frattanto tornato in Galilea. È lì – sull’«altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade», che si svolge la vicenda: «Lo seguiva una grande folla»… «perché vedeva i segni che compiva sugli infermi».

C’è tanta gente, dunque, intorno a Gesù… e in qualche modo questo “tira su il morale”: in tanti lo seguono! Ma immediatamente Giovanni annota, che la motivazione del loro andargli dietro era legata ai “segni che compiva”.

Non lo dico in maniera sprezzante, tutti si incamminano dietro a lui, perché intuiscono in ciò che dice e in ciò che fa, che il personaggio è interessante: anche noi abbiamo fatto (e forse spesso ancora torniamo a fare) così!

Lo dico, per sottolineare come l’atmosfera sia quella di un grande entusiasmo, che però ha qualcosa di effimero, che lascia come un sapore amaro: non è un quadro – questo iniziale – di totale lucentezza e limpidità. E Gesù lo sa: lo sa meglio di tutti e – come vedremo settimana prossima – avrà qualcosa da dire in proposito.

Eppure, dentro a quest’atmosfera dove il chiaro e lo scuro si rincorrono, il passo che Gesù muove è quello della compassione: «Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: “Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”»… In queste parole riecheggiano infatti quelle di settimana scorsa, quando Gesù alzando gli occhi sulla folla «ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose».

È uno dei tratti più belli della personalità di Gesù (e quindi del volto del Padre), quello cioè per cui, di fronte alla mai piena lucentezza dell’uomo (noi tutti siamo quei perenni ambigui uomini opachi), Lui si china, ci nutre, si mette a insegnarci tante cose… Non si arrabbia, non chiede una preventivo livello di adeguatezza, un certificato che garantisca la nostra fedeltà… Sa che ce ne andremo tutti, prima o poi, ma – proprio come col giovane ricco – comunque ci fissa e ci ama.

Nel contesto di Giovanni 6, questo lineamento del suo essere, si esplicita nel desiderio di nutrire questa processione di sperduti (come è ogni generazione che passa su questa terra). Ma i pani sono pochi, non c’è dove comprarli… arriva un ragazzino, ha qualcosa, 5 pani d’orzo e 2 pesci… MA CHE COS’È QUESTO PER TANTA GENTE?



Il prof. Pierangelo Sequeri ha scritto un libro (che consiglio a tutti!) con questo titolo. Si tratta di un tentativo di raccontare i sacramenti cristiani. Il significativo sottotitolo recita infatti: Itinerario rieducativo al sacramento cristiano

E quando deve parlare della comunione, mette all’inizio proprio il nostro brano di vangelo, e poi scrive:

«Tu che porti nella celebrazione comune? Il Signore Gesù è in grado di far diventare cibo per un’immensa folla pochi spiccioli di pane e di pesce. Ma la bellezza del segno è che egli non moltiplica propriamente il cibo, bensìla disponibilità di alcuni a prendersi cura della fame degli altri. Della fame altrui, capisci? Qualcuno deve sporgersi oltre la propria fame, affinché tutti siano saziati. I discepoli sono quelli che celebrano, nell’eucaristia, la loro disponibilità a sporgersi, nella vita, oltre la propria fame. E questo deve apparire nella celebrazione dell’eucaristia.

[…] L’eucaristia è il buon pane che ci nutre. È il pane spezzato che ci dà la grazia di riuscire a sporgere ben oltre la nostra vita in favore della vita altrui. Ha bisogno del nostro desiderio di stare con il Signore e di mangiare la Pasqua con Lui, per imparare a vivere per Lui. E a morire per altri. Sarà sempre poco quello che noi portiamo all’eucaristia. E sempre distratti ci ritroveremo, lì, nell’ascolto della parola. Ma se desideriamo ascoltare anche per altri, la parola arriverà pure a noi. Se desideriamo che altri abbiano cibo, noi stessi verremo abbondantemente nutriti.

[…] Basterebbero un pesciolino e un pezzettino di pane che noi avessimo portato per altri, e già il rito sarebbe stato diverso e rifocillante per molti. E ne avanzerebbe. Quando noi invece diamo la sensazione di resistere eroicamente davanti al Signore, per avere il diritto di occuparci d’altro, dobbiamo domandarci: qualcuno di noi aveva portato un pesciolino?

Perché se non c’era nulla da moltiplicare per altri, anche il nostro pesciolino resiste poco. E dopo mezz’ora già puzza, e noi stessi non ne possiamo più mangiare. Così il pane spezzato rimane da solo: come la prima volta, quando il Signore va in croce da solo e i suoi discepoli se la squagliano. E si domandano, pur con affettuosa nostalgia del Signore e apprezzamento sincero di Lui, “che cosa ci è rimasto?”.

Succede anche a noi. È necessario che meditiamo con molta umiltà e con molto amore sulla desolazione dell’eucaristia che non diventa né cammino né sosta con il Signore. La placida rassegnazione che spesso contraddistingue questa liturgia non ci commuove abbastanza. La futile ilarità che la precede e la segue non promette nulla di buono per la prossima volta.

Non è neppure necessario che tuttiabbiano le sporte piene di pani e di pesci. Basterebbe qualcuno. E sarebbe necessario che qualcuno di coloro che vigilano affinché tutto rimanga esattamente così come sta (ci sono “commissioni liturgiche” che ne fanno un punto d’onore) si lasciasse riscaldare dal cuore della parola del Signore che spiega la necessità della sua morte commentando le scritture, e si lasciasse commuovere dalla tenerezza di Gesù che pensa a non lasciare senza nutrimento nessuno di coloro che ascoltano la sua parola. Basterebbe questo e, come d’incanto, tutti si troverebbero con un buon pane in mano: anche molti che vengono alla messa senza sapere bene perché. E ne uscirebbero con la sensazione di aver ricevuto, magari per la prima volta nella loro vita, non un “esorcismo” ma un buon “nutrimento”. Se non accade, è sicuro che non c’era nessuno, disposto a mettere a disposizione degli altri neppure due miserabili pesciolini».

mercoledì 27 luglio 2011

XVIII Domenica del Tempo Ordinario: «Date loro voi stessi da mangiare»

«O voi tutti assetati»...

Inizia così, attraverso le parole del profeta Isaia, la liturgia della Parola di questa diciottesima domenica del Tempo Ordinario… richiamando alla coscienza una delle condizioni più umane dell’umanità… la sete… la fame... Chi infatti non sente di essere incluso in questa chiamata? Chi non ha provato la sete? Sete di acqua (paradigma di ogni altra sete), sete di senso, sete di vita, sete di cura, sete di custodia, sete di approvazione, sete di giustizia, sete di riconoscimento, sete di leggerezza, sete di affetto, sete di sorrisi, sete di star bene, sete di coccole, sete di serietà, sete di passione, sete di libertà, sete di Dio... Chi, addirittura, non ha rabbrividito di fronte alla percezione che forse proprio questa è la natura stessa dell’uomo: un essere, sempre, dovunque e comunque, assetato/affamato? E ancora, chi non ha avvertito come tutti i tentativi “in proprio” di dissetarsi e di sfamarsi siano destinati a sfumare tra le mani?

Nonostante infatti tutte le risorse che uno può mettere in campo, il mirino pare sempre come puntato male, destinato a fallire il centro della questione, il ciò che veramente sazia: «Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia?».

La risposta della Scrittura in merito sembra essere univoca: il Dio dei vostri padri, il Dio rivelato in Gesù è Colui che sfama (non che affama!) e disseta il suo popolo. «O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. […] Ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti» – dice Isaia… e il vangelo conferma: «Tutti mangiarono a sazietà».

Eppure… il problema rimane… le parole di Isaia sembrano infatti far riferimento alla promessa del banchetto escatologico e il gesto di Gesù di moltiplicare i pani e i pesci pare un gesto contingente, simbolico… E infatti il mondo (e noi, che siamo il nostro mondo) continua ad avere fame e sete… Anzi a morire nella fame e nella sete…


Che dire dunque rispetto a questi testi che ci parlano, sì, di un’inequivoca paternità di Dio (Dio è il Padre che nutre i suoi figli, non il patrigno che li sfrutta o li punisce togliendo loro il cibo! E questo è fuori da ogni dubbio – evangelicamente parlando –, tanto che è impensabile attribuire alla Sua volontà o indifferenza la nostra sete inappagata), ma che ci pongono anche innanzi a un Dio che non risolve – con interventi miracolosi e definitivi – la drammatica storica della nostra condizione di assetati/affamati?

Da questo punto di vista credo sia istruttivo anzitutto il vangelo…

Esso è collocato nel capitolo 14,13 di Matteo (è la prima delle due moltiplicazioni dei pani che questo evangelista narra, l’altra è in Mt 15,32-39); cioè nel capitolo immediatamente successivo a quello che abbiamo letto nelle scorse settimane e che conteneva il cosiddetto “discorso parabolico”. Tra quello e l’episodio odierno c’è però un duplice racconto di rifiuto / persecuzione che non si può non riportare alla mente: Mt 13,53-14,12 narra infatti della scoraggiante visita di Gesù a Nazareth («Non è costui il figlio del falegname?», Mt 13,55) e soprattutto dell’uccisione di Giovanni Battista per mano di Erode, in occasione di quell’infausto banchetto di compleanno in cui Erodìade, attraverso la figlia, chiese la testa del profeta.

È con i sentimenti provocati da queste vicende che Gesù «si ritirò in un luogo deserto, in disparte»… anche lui con la gola riarsa e assetata per lo strazio della morte assurda del suo amico e cugino Giovanni… per la sfacciataggine del potere, che si sente libero di decretare la morte dell’uomo sull’uomo… per la tragicità di vedere il regno del male che sempre sembra avanzare e spravanzare…

Forse proprio per questo, cioè proprio perché il suo cuore in questo momento è così umano da essere abitato dalla fame e dalla sete di tutti quelli che soffrono (cioè di tutti, prima o poi), di fronte alle folle che vengono a rompere il suo isolamento non prova fastidio, anzi, sembra quasi che in esse si riconosca: «Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro»!

E la prima cosa che fa, è guarire «i loro malati»… cioè far retrocedere il regno del male e far avanzare il Regno di Dio! Quasi che – ancora abitato dall’angoscia per la morte di Giovanni – volesse affrettarsi a dire e a dirsi che è la vita che vince sempre…

Che è esattamente la convinzione di cui abbiamo più sete quando ci muore qualcuno che amiamo.

Ma la narrazione procede… Giunge la sera e la folla in cui Gesù si è riconosciuto e per la quale ha guarito molti è sprovvista di cibo. I suoi discepoli gli suggeriscono di congedarla cosicché essa possa provvedere “in proprio” alla sua fame… Ma Gesù – che sa, come tutti, che questo è impossibile – risponde: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare»!

E in questa frase avviene il cambiamento della storia…

Infatti qui diventa chiaro come «il peccato originario (strutturale) della “emersione” umana nella storia dell’universo assume un nuovo volto, il suo vero volto: l’uomo per vivere e affermarsi ha bisogno di mangiare! Se nella dinamica biologica dell’universo questo cannibalismo dei viventi non fa problema, quando emerge la coscienza/ volontà/ libertà… e quindi la percezione della irrepetibilità, irrevocabilità della persona, l’uomo va in crisi, perché dovrebbe smettere di mangiare. Sussultano le strutture antropologiche costitutive, e si rivelano come tragedie, come raccontano i miti ancestrali: il bimbo mangia la madre, il figlio uccide il padre, il fratello dissangua il fratello, l’uomo opprime la donna, la tribù più forte schiavizza la debole, la legge è la gabbia dell’uomo che deve liberarsi… Dio mangia le sue creature…: Ognuno, insomma, sta mangiando un frutto che non doveva mangiare: con reazioni inumane: schifo, vomito, anoressia, bulimia… indigestioni e carestie… granai stipati di alimentari che vanno a male e popoli affamati.

Dentro il pellegrinaggio biblico iniziato quando Dio ha ascoltato il grido di fame del suo popolo, tra tante peripezie ed equivoci, si ripete il ritornello profetico sul senso di ogni pane: dallo da mangiare alla gente! Perché, quando la realtà storica non è la competizione, ne mangeranno e ne avanzerà anche! Questo è il paradosso economico / eucaristico: distribuire è moltiplicare» [Giuliano].

Ecco perché il Dio che ci è Padre e ci nutre, non fa qualche intervento miracolistico-risolutivo per la nostra fame e per la fame del mondo… perché il vero “miracolo” che ha cambiato la storia, l’ha già fatto… quando suo Figlio ha compiuto la sua missione: «cioè convincere il mondo (far toccare con mano sulla sua pelle) l’inversione della dinamica carnale avvenuta nella “sua carne crocifissa” – prefigurata nell’ultima cena, nella quale si è dato da mangiare e bere ai discepoli. Il livello “spirituale” a cui ci comanda di passare (esodo) non è un livello non carnale: è la carne “offerta” da mangiare e distribuita – cioè misteriosamente divenuta in lui capace di oblatività (il contrario di sé). E così realizza in modo impensato l’antico anelito profetico: del “senso” del pane: datelo da mangiare alla gente! Questo adesso è il senso del corpo umano…» [Giuliano].

Da allora «la dialettica di fondo dell’umanità non è più economica (come produrre beni per sfamare tutti?) politica (a quale “re” fare gestire la convivenza di affamati?…) affettiva (quale prodotto sazia la fame di amore?…) filosofica (quale l’origine e il senso di questa fame insaziabile, nel cuore dell’universo?)… ma evangelica.

Ecco! – la salvezza è entrata in “questo” mondo: il rapporto dialettico tra vita e morte, costitutivo dell’universo, ai suoi vari livelli di esistenza – tragico nell’uomo cosciente – diventa la dialettica tra morte (peccato) ed eucaristia, intesi come salvezza propria o altrui, salvare la propria vita o perderla, mangiare l’altro o offrirsi da mangiare… per rinnovare e continuare in sua memoria la salvezza nostra e del mondo! Trasformare il sanguinario rapporto con il dio sacrificale… in un convito fraterno ove offrirsi a vicenda…» [Giuliano].

È a questo livello che il Signore ha cambiato la storia… Con buona pace di chi dice che era meglio un miracolone definitivo… che però – appunto – se era definitivo, doveva eliminare la storia… dunque la nostra libertà… dunque noi… Il Dio di Gesù, invece, essendo amore, è Colui che mai si impone, mai fa un passo, senza il consenso altrui, mai “per un bene superiore” (la famosa “ragion di stato” di Caifa) sacrifica qualcuno o qualcosa di qualcuno… Altrimenti non sarebbe più se stesso, cioè non sarebbe più amore, ma qualcos’altro… Perché Lui sì che ha preso sul serio la logica evangelica del mai mangiare l’altro e sempre offrirsi da mangiare ed è su questo che continuamente si propone a noi.

E allora concludo con questa preghiera:

Sarebbe forse più facile accettare, o Signore, un’opera definita, dai contorni precisi; sarebbe più facile marciare inquadrati e con precise consegne; sarebbe più facile, Dio mio, obbedire specialmente a coloro che hanno già pensato e pesato tutto in vece nostra. Ma non è questo che tu o Signore vuoi da noi. Oggi, tu o Signore, vuoi che ci immischiamo con tutte le folle. Vuoi che ci immergiamo nel mondo che va lontano dal retto cammino e dopo d’aver constatato noi stessi l’immensa angoscia dei tuoi figli sperduti, possiamo allargare i nostri cuori in proporzione alla loro miseria. O Dio fatto uomo, fa che i nostri cuori siano abbastanza umani affinché i nostri fratelli vi si trovino a loro agio quando vi sono accolti.



[mons. Benson]

venerdì 31 luglio 2009

Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!

Jésus MAFA: Moltiplicazione dei pani
...Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato e vi siete saziati.. Guai a voi che siete sazi! – così ci rimprovera Gesù, perché noi, appena sfamati, non cerchiamo più, accechiamo i segni, perdendone il significato. Ma i segni hanno senso solo perché rimandano ad un significato ulteriore, di cui appunto sono il segno. L’uomo è unico al mondo capace di interpretare i segni, domandandosi continuamente il perchè delle cose e di se stesso – ansioso di scavare dentro ogni cosa il suo significato. Capace, di fronte al mistero che le cose nascondono, di provare le più diverse reazioni: di piccolezza, di paura, di adorazione, di meraviglia, di dolore, di possesso, di competizione. Gesù afferma qui, ripetutamente, di essere “il pane” per questa fame (il pane della vita – il pane disceso dal cielo – il pane vivente disceso dal cielo...), come più avanti, nel vangelo di Giovanni, continuerà: “io sono”... la luce, la porta, il buon pastore, la vite, la via, la verità, la vita. Si tratta ovviamente di metafore. La metafora è un modo visivo e immediato di trasferire il significato di una parola ad un’altra, per attribuirle intuitivamente la densità di messaggio che si vuol comunicare. Se Gesù è per gli uomini tutte queste cose... o ha una presunzione pazzesca o ha un’empatia infinita con i bisogni della gente. Ecco qui la sua proposta di salvezza drammaticamente consapevole che, se l’uomo non apre una relazione con lui su “qualcosa” di tutti questi significati... muore di svuotamento e di inedia. Questa è infatti la testimonianza dei suoi primi amici: Dio ci ha donato la vita eterna e questa vita è nel suo Figlio. Chi ha il Figlio, ha la vita; chi non ha il Figlio di Dio, non ha la vita (1Gv 5,11s).
... al tramonto mangerete carne e al mattino vi sazierete di pane!
Gli Israeliti, presi dalla fame nel deserto, «mormorano»! È un brontolare privo di fede, triste e regressivo, fino a reinterpretare il progetto di liberazione e di vita nuova, che li aveva entusiasmati, come un progetto di morte... Hanno in mente solo il bisogno di saziarsi, fosse pure la sazietà dello schiavo! Di fronte a una simile desolante incredulità, Dio esaudisce le richieste del popolo, riconoscendone l’elemento di verità. Nella loro difficoltà a fidarsi, il Signore li educa: sa che l’uomo è alle prese con due grandi insidie. La prima è l’idolo della sazietà fine a se stessa, l’invincibile animalità dell’uomo di carne – biblicamente, la sua “dimensione psichica”! vendermi a chi mi dà il pane e il resto non interessa. La seconda, strettamente collegata, è la bramosia dell’accumulo. Non mi basta saziarmi, ho bisogno di sentire che questa sazietà mi è garantita, che ne ho il controllo. È l’«ansia della vita» (Lc 21,34 etc.), della quale si è inevitabilmente preda quando non ci si affida a Dio, ma, in vari modi, a mammona, il dio della quantità. E allora tutto è disperatamente insufficiente a garantirci dalla paura di morire... Dio sa della nostra invincibile animalità: «mangerete carne e vi sazierete di pane, e saprete che io sono il Signore» (12). Nel misterioso pane croccante, sul suolo del deserto, che viene raccolto come cosa ignota (cos’è ? = manna!) Dio dà un segno, subito usufruibile, ma il cui senso diverrà comprensibile solo molti secoli dopo. Ancora una volta il miracolo veterotestamentario carne e pane, pane che è carne e carne che è pane! – è solo un immagine previa di ciò che Dio darà al mondo in Gesù: gli uomini continuano a morire di fame nei deserti del mondo, fino ad oggi. L’estrema intenzione di Dio non era dunque di conservare o prolungare la vita, ma di dare un segno che aprisse il cuore alla speranza di una risposta alla fame di vita ulteriore, insaziabile con pane terreno.
Gesù non era più là!...
Gesù ha ripreso questo “segno antico”, ma ancora una volta, nel rispondere alla fame dell’uomo, è frainteso: o, almeno, é capito solo nella dimensione fisica, peraltro necessaria. Poi, la miracolosa moltiplicazione dei pane è passata. Ora gli uomini rincorrono il taumaturgo per essere nutriti ancora da lui. Esattamente come la samaritana al pozzo: dammi quest’acqua, perché non abbia più sete e non debba venire fin qui ad attingere acqua... Gesù ci invita a lavorare per qualcos’altro, ad acquistare il cibo per la vita eterna, il che sarà ovviamente un agire di Dio. Perché, appunto, il pane e l’acqua della terra non possono colmare la fame e saziare la sete del cuore umano! Tutte le Scritture convergono su questo. E, d’altra parte, può la parola del cielo saziare il nostro umanissimo bisogno fisico di vita? La risposta alle due domande ci viene da Gesù in persona, lui, la Parola diversa, l’unica, che è “spirito e vita”, che diventa per noi presenza e dono, per sempre: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”. Questo fu l’oracolo del Signore a Mosè e fu pure la risposta del Messia, appena battezzato da Giovanni, al Tentatore nel deserto (Dt 8,3; Mt 4,4). E questa è la risposta di Gesù alla folla: datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane. Gesù non deprezza il bisogno materiale di pane (che ha appena moltiplicato!). È rattristato dall’incomprensione del segno che ha dato, è ferito dal rifiuto della gente di passare dal bisogno animale al bisogno spirituale: “Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati” (Gv 6,26). Soffre perché la folla si taglia fuori da una qualità di vita (la vita eterna) che dà pienezza e compiutezza infinitamente superiore alla sazietà fisica. Per “vita eterna” non si deve intendere l’aldilà. Gesù sta parlando a gente immersa nei problemi dell’al di qua. E dentro costoro, dentro la loro vita piena di problemi quotidiani, vorrebbe seminare la fame di un’esistenza condotta in comunione con Dio. Non un’altra vita in futuro, ma una vita ‘altra’ adesso!
questa è l’opera di Dio: “credere”... in lui, mandato da Dio!
Scatta allora la domanda: “Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?”. Non si accorgono di esprimere in tal modo una contraddizione senza uscita, un’aporia: le opere di Dio l’uomo non le può compiere... Dunque l’uomo ha una fame e una sete che non può soddisfare, perché le risorse a sua portata gli sono necessarie per non morire fisicamente, ma sono inefficaci su questa fame/sete più profonda e costitutiva che è la radice della sua umanità. Allora Gesù insiste sulla contraddizione e anche sul suo superamento. “Opera di Dio” è che l’uomo creda, invece di operare. Si doni cioè, a colui che è stato mandato da Dio proprio per salvarlo. Ma loro vogliono un segno, per poter credere: si immaginano sempre la fede come un’opera da fare, ma “dopo” che li avrà convinti con un segno come la manna antica. Ora Gesù si contrappone alla manna come il “vero pane” dal cielo e non un alimento, pur portentoso, che si raccoglie da terra.. La fame “spirituale” (forse bisognerebbe dire ‘antropologica’!), ci spinge oltre l’umano. Non verrà mai saziata da nient’altro che dall’accoglimento di Gesù nella fede, del Gesù che Dio invia nel mondo come vero pane “dal cielo”... Anche il credente dovrà operare, ma unicamente dalla fede, non per credere... perché la fede è accoglienza e dedizione perfetta a Dio che opera, non operazione umana (Balthasar). Ecco il passaggio dalle opere da compiere all’opera di Dio, proposto dal Maestro. La questione, secondo Gesù, non è tanto di fare delle cose per Dio, quasi per meritarsi la fede: osservare norme e precetti, rispettare tradizioni e consuetudini, praticare riti e frequentare funzioni religiose, ma di “affidarsi all’Inviato di Dio”. Questa è l’opera di Dio: la fede, il dono di aprirsi senza riserve e senza pregiudizi alla rivelazione di Gesù, accogliere la sua missione come l’opera di salvezza mandata da Dio stesso nella nostra storia.
io sono il pane disceso dal cielo
... messo alle strette, spinto in competizione addirittura con Mosè, il supremo mediatore della rivelazione divina, Gesù comincia dunque a svelare il mistero della sua identità, che lo porterà alla fine (tu, che sei uomo, ti fai Dio! : sarà il motivo “vero” della condanna!). Gesù esige dai suoi uditori che passino dalla memoria della manna nel deserto all’attesa del “pane del cielo” – che è lui, in persona come dono del Padre: il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo. A questo punto la gente non ci sta, se non, forse, quelli che già a lui si stanno affidando esistenzialmente e affettivamente, perché già di lui vivono, come gli apostoli, le donne che lo seguono, i più poveri e semplici guariti e “salvati” da lui!. Ma per noi, gente normale e non sprovveduta, con qualche risorsa in proprio da difendere... la posta in gioco è troppo alta. Ci vuole ben altro per credere, e glielo rinfacciamo, continuamente: “Quale segno ci fai vedere” per farci smuovere verso di te? ...Questo è il freno che continuamente siamo tentati di mettere in atto nel cammino della nostra fede. Irrimediabilmente in difesa , alla ricerca di motivi razionali e sperimentali , per moderare le esigenze del vangelo, e riportarci e rinchiuderci sempre più nel cerchio del nostro piccolo io, che pure soffriamo come prigionia senza speranza! E toccar con mano che la vera fede è opera di Dio!
nutrito del pane vero... un “uomo nuovo”
... dopo tanto resistere nella sua “religiosa” cocciutaggine, che ci rappresenta tutti, Paolo s’è affidato totalmente a questo Gesù che prima rifiutava orgogliosamente come insignificante ed eretico rispetto alla grande tradizione dei Padri. Scopre finalmente anzi è scoperto... da chi cercava da sempre, colui che risponde alla fame profonda dell’uomo, non con il digiuno o i divieti, ma con “il pane di Dio”. Colui che non deprezza le passioni umane, ma le trasforma e le converge in una relazione totalizzante e rigenerante con lui... Il pane della vita congeda l’uomo vecchio che muore, affannato dietro passioni ingannatrici di pani malfermentati, angosciato per “accumulare” ... credendosi derubato di ogni cosa – finché non si affida a lui, rinnovato nello spirito della mente, per rivestire l’uomo nuovo creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità.

giovedì 30 luglio 2009

La fame dell'uomo è saziabile solo vivendo di Lui

In questa diciottesima domenica del tempo ordinario continua il discorso sul pane del cielo, che l’evangelista Giovanni aveva iniziato al primo versetto del sesto capitolo e che costituiva il vangelo di domenica scorsa (Gv 6,1-15). Come dicevamo, siamo infatti all’interno di un ciclo di 5 domeniche che si concentrano proprio su questo argomento, di cui oggi ci è proposta la seconda “tappa”.
In verità non è mai raccomandabile smembrare un testo concepito come unitario, sarebbe decisamente più opportuno presentarlo nella sua interezza, ma le esigenze pastorali costringono a questo spezzettamento: da questa necessaria soluzione metodologica cercheremo allora di prendere il vantaggio di poterci concentrare su alcuni elementi specifici (settimana scorsa – per esempio – il rapporto tra la folla e Gesù), tentando per altro verso di evitare il rischio di perdere di vista l’insieme.
Il brano odierno riprende dal versetto 24. Ci sono 8 versetti di “stacco” rispetto alla conclusione del testo di domenica scorsa (v. 15) e sono quelli in cui è narrato lo “spostamento” di Gesù all’altra riva del lago e la presa di coscienza della folla della sua assenza.
Dopo l’incomprensione di questa rispetto al senso del gesto di Gesù della distribuzione dei pani e dei pesci, la relazione è riproposta al di là dal mare. Stavolta il confronto diviene diretto, la folla e Gesù interloquiscono direttamente, ma anche in questo caso l’esito sarà incerto e il fraintendimento chiaro.
Il problema che la folla pone è infatti quello che riguarda il sottrarsi di Gesù rispetto al loro desiderio di acclamarlo addirittura re: dietro alla domanda «Rabbì, quando sei venuto qua?» sta infatti tutta la delusione dell’incomprensione appena consumata. Mentre il vangelo di domenica scorsa focalizzava maggiormente l’attenzione sulla reazione di Gesù al sentirsi frainteso, questa domanda pone il medesimo problema dal punto di vista della folla: perché Gesù se ne è andato? Perché se ne è andato senza dire niente? Perché non vuole continuare a sfamarci? A essere il re che dà da mangiare al suo popolo?
Come già si diceva la scorsa settimana, il problema dell’incomprensione verte tutto sul senso del pane che Gesù vuole dare e che la folla vuole ricevere. Quella cercava qualcosa che riempiva la pancia, Egli proponeva invece qualcosa che riempiva la Vita.


Il brano odierno è infatti la precisazione di questa incomprensione, o meglio, l’inizio della sua esplicitazione. Gesù infatti alla folla che sostanzialmente gli chiede conto del suo essersi sottratto e dunque di aver rivelato un’incomprensione, risponde chiarendo in che senso si è sentito frainteso: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Il problema del misunderstanding è allora sulla qualità del pane, o, detto fuor di metafora, sulla consistenza esistenziale da perseguire: non il cibo che non dura è il correlato dell’uomo, la risposta adeguata alla sua domanda sul senso, la risoluzione della sua vita, bensì il cibo che rimane per la vita eterna.
Ma cosa si nasconde dietro a questi paragoni: cosa è il cibo che non dura e cosa (chi) è il cibo che rimane per la vita eterna? Un primo livello di risposta è facile, per i cattolici quasi automatico: cibo che non dura è il pane inteso in senso letterale, quello fatto di acqua e farina che Gesù aveva distribuito il giorno prima, cibo che appunto si limita a saziare e riempire la pancia; e cibo che rimane per la vita eterna è Gesù.
Questa seconda risposta, che a prima vista potrebbe sembrare la più difficile (cosa è il pane che rimane per la vita eterna?), è invece tanto più facile se si nota che è il testo stesso a suggerirla: in chiusura di questo brano arriva infatti quell’identificazione esplicita tra Gesù e il pane («Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!») che tanti smottamenti provocherà in seguito nella folla e fra i discepoli stessi…
Al di là dell’automatismo di questo primo livello della risposta, il problema vero diventa però capirne il senso: al di là della lettera, quali sono quelle dimensioni o esperienze o orizzonti umani fatti di pane che non dura? Cos’è che nella vita non è degno di un darsi da fare, data la sua inconsistenza nel tempo? E – sull’altro versante – in che senso Gesù è il pane che rimane per la vita eterna? In che senso è il pane della vita? Evidentemente come si diceva settimana scorsa e come sarà ripreso la prossima, un’accentuazione in chiave eucaristica è ineludibile. Ma anche lì… non si può trattare di una prospettiva estrinseca, per cui mangiare il pane del cielo equivarrebbe a fare la comunione tutte le domeniche e così considerarsi “apposto” per la vita eterna. Anche lì il problema è di senso. Cosa vuol dire allora la proposta di Gesù a darsi da fare per il pane che rimane per la vita eterna? In altre parole, cosa vuol dire che Gesù è il senso della vita dell’uomo? È la pienezza di cui invece – per altre vie – egli torna sempre ad aver fame?
Innanzitutto va chiarita la fame. Quale fame Gesù vuole saziare? Non quella della pancia, evidentemente, ma allora quale? In gioco non pare esserci meramente la fame del sapere cosa fare (un itinerario morale o spirituale o prassistico); la fame della risoluzione di qualche problema; la fame di un trascorrere solamente una vita tranquilla. In gioco c’è il problema dell’uomo, anzi più radicalmente in problema uomo: il problema del senso dell’esserci, il problema del dover morire, il problema del vivere e di come farlo, di come sia giusto e degno farlo, non in senso relativo, ma assoluto… di che cosa ci stiamo a fare qui, di che senso hanno le tombe in cui necessariamente finiamo, di qual felicità è percorribile e se davvero essa sia una proposta percorribile, per me, per gli alti, per tutti… di dover cercare, scavare, in cosa impegnarsi: nello studio, nell’interiorità, nel lavoro, nella disponibilità agli altri, nella straordinarietà, nella quotidianità, nello svago, nel vantaggio… quante proposte intra ed extra ecclesiali… tutte con la loro plausibilità e convinzione e argomentazione… ma a chi dar retta in questo vociare continuo? Quali criteri usare per decidere di sé e degli altri, come sapere cosa è giusto e cosa è bene nelle situazioni?
Tutto questo e molto altro è ciò che Gesù vuol saziare. Sempre nel vangelo di Giovanni ciò è sintetizzato magistralmente nella giustamente celebre frase: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15,11). La pienezza della gioia… ecco cosa vuol saziare Gesù… ecco perché la sua pretesa apparirà sempre – già al suo tempo come oggi – “esagerata”, appunto troppo pretenziosa, troppo ardita, illusoria, incredibile… Perché – diciamo noi aridi vecchi uomini di ogni età – è impossibile per l’uomo tale gioia.
La sua proposta “funziona” invece all’incontrario… lui chiede di essere creduto: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato»; a fronte della (comprensibile) incredulità umana, sfiancata dalla tragicità della vita – che si rivela tanto più drammatica nel tentativo dello società odierna di relegarla nell’oblio, tanto essa è insostenibile – Gesù chiede che gli venga dato credito: che si abbia la fede – diremmo, se tale termine non fosse così consumato e logoro, da rimandare meramente a un’adesione formale a verità incomprensibili e di cui sinceramente – per onestà intellettuale – l’uomo di oggi fa volentieri a meno.
Un credito che non ha il sapore dell’iniezione di fiducia della psicologia fai da te che continuamente ci ripropone l’ottimismo, come soluzione delle crisi. Egli non chiede che si creda in qualcosa, che ingenuamente si continui a dire che poi comunque le cose andranno per il verso giusto (al massimo nell’aldilà): Egli chiede che si creda a Lui. E anche lì non solo alle cose che dice, non solo alle cose che fa, ma all’uomo e al Dio che è (che ovviamente comprende ciò che dice e che fa). L’adesione cioè non è intellettualistica o moralistica, ma personale.
Che Gesù è il pane di vita, vuol dire che la fame dell’uomo è saziabile solo vivendo di Lui, acconsentendo nel segreto a dar credito che l’umanità che ha attuato lui è l’umanità dalla gioia piena, che non ha più fame né sete e che lo è in assoluto, perché “certificata” da Dio in persona. Acconsentendo e ribadendo tale paradigma in ogni interstizio della propria interiorità: così che ogni decidere di sé e degli altri, ogni pensare e pensarsi, ogni porsi e ritrarsi, abbia come logica la signoria del Signore.
Non in senso mimetico: non è banalmente un’imitazione quella che viene chiesta, non è una ripetizione di gesti e parole, nemmeno di sentimenti e intenzioni; ma è un’assunzione, nella personalità irripetibile di ciascuno di ciò che Egli è. Ecco perché il cristianesimo non può essere mai ridotto a un insieme di dottrine o di precetti – e quando la chiesa lo ha fatto ha espresso il peggio di sé ad intra e ad extra – perché l’assunzione singolare della forma Christi può avvenire solo in una relazione tra due libertà, tra due persone, tra due volti, due cuori, due carni, che si mischiano, si ridistanziano, si fraintendono, si rispiegano, si ricomprendono, si entusiasmano, si deludono, si amano, si temono, si riaffidano, in una circolarità incandescente che si autoalimenta.
Ma – ammesso questo vortice identificativo – come può essere credibile come pane che dona la pienezza della gioia, uno che è morto crocifisso? Uno che «non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere» (Is 53,2)? Perché credere e seguire uno che va a morire? Questo è ancora di più l’inaccettabile – ieri come oggi, con l’uomo sempre alla ricerca del bene “per sé”. Ma la forma Christi è proprio questa: la pienezza della gioia è l’amore, l’essere per gli altri, perché gli altri siano, fino alla morte – fino a morirne: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15 11-13).

venerdì 1 agosto 2008

La sfida della moltiplicazione…

…due cene, due paradossali conviti, sono proposti alla fame insaziabile dell’uomo, nel capitolo 14° del Vangelo di Matteo. Noi abbiamo ascoltato solo questa prima moltiplicazione dei pani. Ma questa è avvenuta in conseguenza del ritiro di Gesù nel deserto, dopo che Erode durante il pranzo tragico del suo compleanno ha fatto assassinare Giovanni Battista. E dietro a Gesù che si allontana in barca da questa convivialità assassina verso il deserto, vanno le folle, a piedi, lungo la riva… come fuggissero anche loro, rincorrendo nel deserto una parola di vita e di speranza.

la cena omicida di Erode
Quello di Erode è il convito per la festa del compleanno – invitati i grandi del potere (una grandezza tanto sanguinaria e presuntuosa quanto meschina e illusoria). Con cibi avvelenati di oppressione, odio, schiavitù… Le perversioni del cuore di ognuno si intrecciano e si assommano e il turpe omicidio che ne consegue non era previsto dal re, impaniato stupidamente in una ragnatela mortale. Ma la connivenza mortifera dei suoi pari, la stolta paura di perdere la faccia, rende progressivamente irreversibile il disegno di morte. Il male è sempre più di quanto ognuno da solo è capace di fare – e si “moltiplica” irrefrenabile nella sua logica perversa. Il giorno di festa della propria vita, diventa il giorno tragico dell’uccisione dell’unico innocente.
la cena messianica di Gesù
…le folle, in questo contesto appaiono ancora più smarrite, non solo pecore senza pastore, ma adesso anche lontane dalle loro povere case, senza mangiare e stanche del viaggio… in un luogo deserto, inospitale. Sono mosse, più meno coscientemente, dalla ricerca ostinata (ormai quasi disperata) della salvezza “messianica”, che ha tenuto vivo quel popolo per millenni di delusioni e di speranze… Ora sentono e rincorrono una salvezza “vera” venuta tra di noi. Non in futuro, ma adesso, anche se ha il suo compimento nel futuro. Una salvezza storica, cioè attuale e concreta. Universale, dalla quale nessuno è escluso, perché tutti vi hanno diritto, anche se poveri, impuri e peccatori, donne o bambini. Una salvezza abbondante, esorbitante, sconfinata. E sono addirittura custoditi gli avanzi per chi non è ancora arrivato, o arriverà in ritardo... Un convito dove nessuno è padrone di nessuno, ma chi più capisce più è chiamato a servire alla distribuzione ordinata per la gente sdraiata sull’erba fresca…
Finalmente… è stato ascoltato il desiderio dei popoli, si è avverato il sogno dei poveri di sempre? O voi tutti assetati venite all'acqua, chi non ha denaro venga ugualmente; comprate e mangiate senza denaro e, senza spesa, vino e latte… mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti…
Non… chissà dove e chissà quando, ma nella piccola, fragile e difficile realtà della storia di oggi! … non abbiamo se non cinque pani e due pesci… Gesù ribadisce imperterrito: …date loro voi stessi da mangiare… benedisse, spezzò, diede ai discepoli e i discepoli alla folla… Tutti mangiarono e furono saziati.
la compassione di Dio
Le rivelazioni di Dio in Cristo sono collegate ai bisogni dell’umanità! Così era iniziata la storia della salvezza, che sta arrivando al suo compimento (Es 3,7: “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sorveglianti; conosco infatti le sue sofferenze!”).
…c’è lo sguardo di Dio sul bisogno degli uomini: e ciò che vede, smuove le sue viscere a compassione per le folle con i malati… Gesù lancia il suo messaggio storico e simbolico insieme: la sfida della moltiplicazione smisurata delle poche striminzite risorse umane! è questa la premessa che porta alla salvezza!
…l’attenzione – la compassione – il coinvolgimento – la convivialità: sono i passi delle nuove relazioni liberatorie che il “messia” insegna agli uomini, come caratteristiche inconfondibili e inderogabili del suo discepolo “cristiano” – colui che è del tutto compromesso ormai nel convito dell’abbondanza gratuita: date voi stessi loro da mangiare.
tra la cena mortifera e la cena messianica … le nostre povere cene
I discepoli sono ormai storicamente lacerati da questa sfida, inerente all’avventura stessa della loro fede, nell’incertezza tra la cena mondana in cui sono coinvolti come uomini inseriti nel mondo in cui vivono, ma di cui conoscono come nessun altro la potenza coinvolgente e velenosa e la nuova cena messianica, nella quale il maestro si è consegnato per tutti, e che ha invitati a ripetere in sua memoria… Sanno anche che il pane non piove dal cielo e neanche i pesci, e neanche il petrolio o le macchine o i servizi e gli incontrollabili apparati di questa società. Tutto viene da un mercato inflessibile… fondato sul denaro e il potere, a cui i discepoli non devono rassegnarsi, collusi o tonti o colpevolizzati. Ma ancora oggi sono tentati di lavarsene le mani, lasciando le folle alla loro sorte: mandali nei villaggi, a procurarsi del cibo, con il denaro… gli uomini vengono richiusi nel loro bisogno, che pure sono incapaci di risolvere. E le necessità della storia quotidiana che si impongono senza pietà, rischiano di renderli schizofrenici, perché sono il contrario dell’utopia profetica: date voi loro stessi da mangiare!
la “moltiplicazione” - garanzia storica dell’eucaristia
… e qui esplode la “moltiplicazione”: un gratuito, piccolo, insignificante, persino contaminato dalla necessità antropologica del manipolare la natura fino ad inquinarla, fino ad uccidere per mangiare… Questo misero “piccolo” nostro bene, se condiviso, diventa bello, smisurato, incontenibile, libero dal danaro e dalla schiavitù della necessità… come l’acqua della samaritana, il vino di Cana, il pane sovrabbondante, venuto dalle poche pagnotte tenute nel nostro zainetto, aperto alla gente… Un impatto incancellabile per la chiesa primitiva queste moltiplicazioni, che lasciano scritte per sei volte, più che per l’istituzione stessa di ciò che prefigurano, l’eucaristia!
C’è dunque un insegnamento troppo importante, profetizzato da millenni nella fede dei patriarchi, dei profeti e dei poveri di Israele: è la caratteristica del Regno, il dito di Dio nella storia, indicato con tanti simboli e figure. Un “dito” con cui il discepolo può toccare la storia (la sua piccola storia) e farne scaturire, come disseppellendola, la segreta potenza di bene che ha dentro, oppressa e come ostruita dalle pesanti catene della paura, della competizione, dell’omertà vischiosa. Una potenza di bene seminata nel cuore della materia, ma soprattutto nelle vicende degli uomini, della loro fame disperata o intontita… Una potenza di bene, che il discepolo di Gesù è chiamato a “scoprire”, per vederla diffondersi e moltiplicarsi… in questa dinamica dal “piccolo insignificante” che diventa “gratuito sovrabbondante e incontenibile”: tutti mangiarono e furono saziati!
Giustamente la lettura che la stessa comunità primitiva ha fatta delle “moltiplicazioni” è modellata sul mistero eucaristico, perché questo è il nucleo ardente che il Padre ha inserito nel cuore dell’universo, assumendone e incarnandone in Gesù il gemito di salvezza… Ma guai a spegnere nella sola celebrazione liturgica la sua forza propulsiva di fermento storico! La gente è spaventata dalla eucarestia, quando ne intuisce il coinvolgimento mortale che comporta, e si domanda come sia possibile… Noi non possiamo che consentire, e ammettere che agli uomini il dono totale di sé è impossibile, e che la grazia eucaristica è proprio il cibo che rende digeribile al nostro stomaco questo destino indigesto. Soltanto che non capiranno se non li coinvolgiamo nelle “moltiplicazioni” – nelle esperienze piccole di dilatazioni umane grandi, ove illuminati e affascinati dalla Parola tentiamo di attingere alla consolazione dello Spirito, partecipando alla faticosa storia degli uomini con cui viviamo, facendo sì che ognuno trovi, passo passo, la sua missione personale, l’identità liberante che ha scritta da sempre nel suo cuore affamato…

O voi tutti assetati...

«O voi tutti assetati»...
E chi non sente di essere incluso in questa chiamata? Chi non ha provato la sete? Sete di acqua (paradigma di ogni altra sete), sete di senso, sete di vita, sete di cura, sete di custodia, sete di approvazione, sete di giustizia, sete di riconoscimento, sete di leggerezza, sete di affetto, sete di sorrisi, sete di star bene, sete di coccole, sete di serietà, sete di passione, sete di libertà, sete di Dio...
Chi, addirittura, non ha rabbrividito di fronte alla percezione di questa come la natura stessa dell’uomo? Un essere, sempre, dovunque e comunque, assetato?
E ancora, chi non ha avvertito che tutti i tentativi in proprio di dissetarsi sono destinati a sfumare tra le mani? Che, pur con tutte le risorse che uno può mettere in campo, il mirino è sempre come puntato male, destinato a fallire il centro della questione, il ciò che veramente sazia? «Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro patrimonio per ciò che non sazia?».
E siccome sono domande, la cui profondità (quasi fisica) è tale da poter inficiare il tutto di noi, perché “per cosa – o per chi – viviamo” dà senso (o lo toglie) a ogni nostro agire, dire, pensare, sognare, esser-ci... siccome sono domande di tale portata, non ci si può porre di fronte ad esse con la risposta pronta, foss’anche quella più ortodossa. Farlo – come troppo spesso si è preteso di fare – vuol dire non aver accettato di farsi toccare dalla portata di ciò che c’è in gioco, non aver colto quale livello della coscienza è chiamato in causa.
Non si può dire immediatamente “Dio sazia la nostra sete” e pensare che questo chiuda il problema. La Chiesa per troppo tempo si è accontentata di queste risposte pre-confezionate, che acquietavano momentaneamente le coscienze, facilmente placabili da questo punto di vista anche per l’enorme dispendio di energie che richiedeva un'altra sete, quella della sopravvivenza, e che però non fondavano nessuna consistenza di un senso per cui valeva la pena...
Risposte pre-confezionate (si pensi al Catechismo di Pio X: «Chi è Dio?», «Dio è l’essere perfettissimo...») che falliscono il bersaglio perché impediscono di chiamare in causa la vita, la storicità del “prendere coscienza”, gli strati dell’interiorità che non siano il mettere in fila un soggetto e un predicato.
Che fare dunque «o voi tutti assetati»?
«Ascoltatemi. [...] Porgete l'orecchio e venite a me, ascoltate e voi vivrete».
Bisogna porsi come chi ascolta... come chi ascolta Dio... senza che questo però voglia dire ricadere nel nominalismo delle risposte pre-confezionate... “ascoltare Dio” non è certo sentire una vocina, né fuori di noi, né in noi; ma non è neanche semplicemente “assolvere a tutti i doveri cristiani”... “ascoltare Dio” è avventurare la vita, incarnarsi nella storia, scandagliare le viscere dell’umano... perché lì dentro – visibile solo dal di dentro – è l’accesso alla verità di sé, che è poi l’accesso al possibile ascolto/incontro con Dio.
È lì dentro che, smascherati dalla vita, disincantati da ciò che non sazia, affiora l’autenticità dell’identità umana e insieme della propria personalissima: unico luogo in cui percorrere con veracità l’ascolto della Vita, che è ascolto di Dio.
È in questo stare nella vita in modo nuovo, come chi ascolta e non come chi dà risposte, come chi si fa trovare e non come chi cerca, come chi si affida e non come chi pretende di auto-salvarsi, che la sete degli assetati trova pace, fino alla persuasione di Paolo, «che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore». Alla persuasione cioè che c’è qualcosa, anzi Qualcuno, di affidabile su cui fondare la vita...
E fa sorridere scoprire – ancora una volta dentro alla storia e non in una serie di definizioni asettiche – che questo Qualcuno, un giorno alla notizia della morte del suo cugino e amico Giovanni e sentito il bisogno di ritirarsi in disparte, si fa però muovere le viscere dalla gente («vide una grande folla e sentì compassione per loro»), ne cura le ferite («guarì i loro malati») e soprattutto fa una cosa razionalmente inspiegabile: «Sul far della sera», invitato dai discepoli a congedare le folle, perché potessero cercare cibo... lui non le congeda.
Perché non le congeda?
Razionalmente si potrebbero addurre tante ragioni contro la sua scelta: gli aveva già dato retta, nonostante l’originario desiderio di star solo; aveva già guarito i loro malati; se ha fatto dei discorsi (nel vangelo non ce n’è traccia) a quell’ora doveva già averli finiti; non si può certo pensare che volesse tenerli per “far vedere” un miracolo; in questa versione di Matteo, tra l’altro, non è neanche un “miracolo necessario”, i discepoli stessi infatti suggeriscono una soluzione, alternativa al miracolo, percorribile per risolvere il problema della cena: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare»...
Non c’è un motivo dunque per tenerli lì: né espresso nel vangelo, né a cui potremmo arrivare noi con le nostre ipotesi... Ma allora perché li tiene?
Quale ragione guida il suo agire? Cosa ha in mente? Cosa ha in cuore? Come pensa (nel senso forte di “che orizzonte di senso ha”), per far questa scelta?
Io credo – stando a quanto detto prima – che sia necessario stare a macerarsi sopra a queste domande, per farci passar dentro la vita, l’umano, noi stessi... e solo così provare non tanto a dire, quanto a sentire la sua risposta, che ormai è più un vissuto empaticamente trasmissibile che una risposta...
Con un solo accorgimento: per com-prendere il vissuto non si può procedere con lo strumento della ragionevolezza, del rigoroso intelletto che viaggia sui binari della non-contraddizione e dell’unità sistematica; anzi il ridurre la com-prensione dell’uomo a questa prospettiva, vuol dire tradire l’uomo, sminuirne l’incommensurabilità... è un’altra la “ragione” da mettere in gioco, altri gli “organi di comprensione”, altri i percorsi dell’interiorità. Un alterità non escludente, bensì inclusiva i modi normali del conoscere e del sentire, eppure altra.
È un altro ordine di pensieri, un altro livello... tutta un’altra storia...
Non qualcosa di straordinario, ma umanissimo, che già attiviamo, forse non sempre consapevolmente, in tanti momenti della vita: in quelli fondamentali, quelli dove la vita fa esplodere l’ordinario e mascherato modo di essere: l’amore, l’odio, la nascita, la morte...
Perché solo imparando ad attivare questo modo altro di sentire e sentirsi, di com-prendere e com-prendersi, si può smettere di cercare il perché e il per come Gesù abbia fatto così o cosà; di pensare cosa avrà voluto dirci nel far questo o quello; cosa allora dobbiamo fare noi – mica che sbagliamo e poi andiamo all’inferno, ecc, ecc, ecc...
Solo così infatti, possiamo stare di fronte a un uomo – che è la rivelazione della faccia di Dio – che non aveva nessun motivo per non congedare la folla, come neanche nessuno determinante per congedarla, e ha scelto di star lì a mangiare con lei...
Che non voleva insegnarci nulla con questa sua scelta, né tanto meno indurci a far qualcosa...
Solo c’è stato. E questo dice chi è Dio.

Sarebbe forse più facile accettare, o Signore, un’opera definita, dai contorni precisi; sarebbe più facile marciare inquadrati e con precise consegne; sarebbe più facile, Dio mio, obbedire specialmente a coloro che hanno già pensato e pesato tutto in vece nostra. Ma non è questo che tu o Signore vuoi da noi. Oggi, tu o Signore, vuoi che ci immischiamo con tutte le folle. Vuoi che ci immergiamo nel mondo che va lontano dal retto cammino e dopo d’aver constatato noi stessi l’immensa angoscia dei tuoi figli sperduti, possiamo allargare i nostri cuori in proporzione alla loro miseria. O Dio fatto uomo, fa che i nostri cuori siano abbastanza umani affinché i nostri fratelli vi si trovino a loro agio quando vi sono accolti.
[mons. Benson]
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