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martedì 18 marzo 2014
III Domenica di Quaresima
venerdì 25 marzo 2011
III Domenica di Quaresima: Il Signore è in mezzo a noi sì o no?
«Il Signore è in mezzo a noi sì o no?»… è la domanda di Israele nel deserto, ma non è certo una domanda che noi possiamo permetterci di guardare con sufficienza o superiorità: quante volte infatti è salita in gola anche a noi? Soprattutto proprio in quei momenti in cui, come si dice del popolo, si «soffriva la sete per mancanza di acqua»?
Per ognuno certamente l’esperienza del deserto e della sete assume contorni e sfumature personalissime, l’acqua che manca è per ciascuno connotata in modo singolarissimo, ma – mantenendo il paragone – non si può negare che quello della mancanza di acqua sia proprio un tratto caratteristico di questa nostra vita umana, di tutti e di ciascuno. «il credente fa fatica a scoprire il presente di Dio. E quindi va in crisi ad ogni sofferenza e si ribella: il Signore è in mezzo a noi o no? Rischia di regredire nella religione come schiavitù o di fuggir nel futuro apocalittico. Ma il Signore non vuole servi. Si offre come amico, che è presente adesso: io ci sono! è sempre la sua risposta» [Giuliano].
Ma non solo: comune a tutti e a ciascuno pare anche, almeno tendenzialmente, la reazione a questa carenza di acqua, di vita. Essa si connota infatti umanamente con l’inquisire Dio: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». È lui il primo imputato del nostro male di vivere, dei nostri stenti, delle nostre infelicità e solitudini, delle nostre povertà e miserie, dei nostri lutti… della nostra sete di Vita: Dov’era Dio? Interessante a questo proposito è notare come la domanda «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?» sia come urlata ad un cielo vuoto: non è rivolta a Mosè, né a nessun altro membro del popolo; e non è rivolta nemmeno a Dio stesso; Egli vi è infatti citato alla terza persona… Ed è interessante perché rimanda ad un’altra domanda – urlata da una croce – che interrogherà il cielo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Anch’essa è la domanda di uno che ha sete (sete di vita), di uno che dispera, di uno che muore… ma – a differenza di quell’altra – è una domanda che, anche nel grido dello strazio, tiene aperto il dialogo con il Padre. È infatti la domanda di uno che continua comunque a dargli del Tu, a interpellarlo in prima persona.
È proprio questa la novità cristica, la sua risposta al nostro umanissimo istinto di mettere in discussione Dio: o Dio lo incontri nel dramma della libertà storica di Gesù, o, se rimane un’impalcatura religiosa, un insieme di pratiche e devozioni, non ti disseta, non ti salva, non ti dà Vita; resta sempre un idolo in terza persona… cioè uno sconosciuto.
In questo senso è significativo che il liturgista abbia posto in connessione alla sete di Israele nel deserto, il dialogo che Gesù intrattiene con la Samaritana sull’acqua viva che zampilla per la vita eterna.
Questo incontro tra la libertà storica di questo uomo – che possiede in sé la fonte della Vita – e questa donna – che invece ha in sé la fonte della sete – è così coinvolgente perché non rappresenta un esempio edificante, un modello stereotipo del rivolgersi al Signore. Esso è piuttosto raccontato nel suo snodarsi, nel suo svolgersi reale; e in questo senso noi lettori siamo come catturati dentro alla scena, dove «il prototipo della fede... è la donna di tanti mariti! ... presso un antico pozzo biblico, a mezzogiorno, fuori orario per andare ad un pozzo, arriva infatti una donna mai vista prima, razza e religione diverse e conflittuali... Gesù, seduto lì, spossato dal viaggio, inizia un approccio sorprendente per lei (e anche per i discepoli, dopo). Un dialogo... come si impara una lingua ignota in terra straniera. Partendo dall’esperienza comune delle cose semplici e concrete, evidenti a tutte due, provoca l’intuizione di un significato nuovo, per successive ambiguità e spiegazioni, equivoci e chiarimenti. Smonta dolcemente un’impalcatura interiore di paure e pregiudizi, bisogni e desideri, legami e rimorsi... e le fa intravedere e le induce nel cuore una costellazione di orizzonti nuovi... e infine un totale sconvolgimento della vita. Attraverso il sentiero difficile dei fraintendimenti: l’acqua e la sete, l’amore e i mariti, Dio e la sua casa, il messia e il suo vangelo, il pane e la fame, il missionario e il salvatore... sono i passi di questa privilegiata catecumena, alla quale un catechista d’eccezione insegna il cammino per diventare... discepola e apostola, come lui la sogna. Un arduo viaggio interiore, per portarla a disseppellire una sorgente d’acqua viva per la sua sete, non chissà dove, ma nel proprio intimo, scavando nei sedimenti induriti che le impediscono la conoscenza di sé e quindi la conoscenza di Dio. Le due immagini infatti sono speculari dentro di noi, e solo nella purificazione e ricostruzione della propria immagine di sé s’illumina l’immagine di Dio, e viceversa. Il racconto vivace dei desideri e delle resistenze, dello stupore e delle riluttanze di questa donna, segna in filigrana i passi critici della fede» [Giuliano].
Così al seguito di questa donna anche noi abbiamo, ancora una volta, la possibilità di accedere al mistero dell’identità di Gesù vedendolo in azione, dal di dentro della sua vita: Egli è accessibile anche ai peccatori! In queste pagine infatti si rivela qualcosa di eccezionale: Dio è quel Gesù che camminando per le strade della Samaria si incontra (e qui il verbo va preso nel senso forte di “si mischia l’anima”) con una donna («Giunge una donna»), una donna considerata eretica («una donna samaritana»), un’eretica peccatrice («Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero») e proprio a lei si rende accessibile come fonte della Vita: «Sono io, che parlo con te». Ecco perché è possibile anche per noi metterci nella nuova prospettiva (convertirci) che «viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. [...] Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».
Non è più questione di appartenenza etnica, religiosa, di genere, di casta, di santità... L’incontro col Signore è questione di spirito e di verità, o, se volete, di verità di spirito: cioè è questione di lasciarsi incontrare nella trasparenza del proprio essere, di quel centro vitale in cui noi siamo proprio noi... O Dio lo si incontra lì nel nucleo vitale della nostra singolarità, o non è Dio, di certo non è il Signore della mia vita, non può essere la fonte che mi dà Vita. È questa la nuova via aperta da Gesù nell’incontro col Padre: «noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo [...] perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato». E non tengono più neanche le remore etiche che ci facciamo o che ci mettono addosso: «Infatti, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». Non c’è scusa per non avventurar la vita sulle strade di questa amicizia... neanche il male commesso fa più da ostacolo... nel poter lasciarsi zampillare l’anima.
Infatti: «L’amore non funziona perché non si apre all’altro, ma cerca se stesso, cioè la propria immagine e il proprio soddisfacimento. Non incontrando nessuno che lo ami, la sete insaziata moltiplica i tentativi di dissetarsi e la conseguente frustrazione... Anziché patire una grande sete, sembra più comodo inseguirne molte, piccole e inappaganti. Gesù non rimprovera la donna per i cinque mariti, le fa osservare la sua situazione senza aggressione moralistica... Sa che non ha imparato ad amare, perché nessuno l’ha mai amata gratuitamente, in perdita – per amore! È apprendimento più difficile e più importante della vita. Si impara ad amare per contagio, per esser venuti in contatto con chi ti fa sperimentare che amare vuol dire consegnarsi alla sete dell’altro. Questo amore accende una nuova dinamica interiore, che ha il suo senso e la sua garanzia in se stessa. Lo sappia o no, si è incendiata ad un Amore che genera e nutre ogni amore, senza fine» [Giuliano].
venerdì 22 febbraio 2008
Il Signore è in mezzo a noi sì o no?
Cerco di spiegarmi…
E lo faccio a partire dall’esperienza del popolo di Israele nel deserto: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». Ecco la domanda inquisitoria nei confronti di Dio, il ribaltamento delle posizioni in campo: da terra di prova per la fede dell’uomo, il deserto diventa luogo dove in discussione vi è Dio in persona.
Non è questa certo una domanda che noi possiamo permetterci di guardare con aria di sufficienza, o superiorità da benpensanti: quante volte infatti è salita in gola anche a noi? Soprattutto proprio in quei momenti in cui come si dice del popolo si «soffriva la sete per mancanza di acqua»?
Per ognuno certamente l’esperienza del deserto e della sete assume contorni e sfumature personalissime, l’acqua che manca è per ciascuno connotata in modo singolarissimo, ma – mantenendo il paragone – non si può negare che quello della mancanza di acqua sia proprio un tratto caratteristico di questa nostra vita umana, di tutti e di ciascuno dunque.
Ma non solo: comune a tutti e a ciascuno pare anche, almeno tendenzialmente, la reazione a questa carenza di acqua, di vita. Essa si connota infatti umanamente con l’inquisire Dio: «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?». È lui il primo imputato del nostro male di vivere, dei nostri stenti, delle nostre infelicità e solitudini, delle nostre povertà e miserie… della nostra sete di Vita: Dov’era Dio?
Interessante a questo proposito è che la domanda «Il Signore è in mezzo a noi sì o no?» è come urlata ad un cielo vuoto: non è rivolta a Mosè, né a nessun altro membro del popolo; e non è rivolta nemmeno a Dio stesso; Egli vi è infatti citato alla III persona…
Quanto è diverso questo modo di interrogare il cielo rispetto ad un’altra domanda che verrà urlata da una croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Essa è sempre la domanda di uno che ha sete (sete di vita), di uno che dispera, di uno che muore… eppure, anche nel grido dello strazio, è la domanda di uno che tiene aperto il dialogo con il Padre suo, dandogli comunque del Tu, interpellandolo in prima persona.
È proprio questa la novità cristica (di Cristo), la sua risposta all’umanissimo istinto di messa in discussione di Dio che l’uomo ha dentro di sé: o Dio lo incontri nel dramma della libertà storica di Gesù, o, se rimane un’impalcatura religiosa, un insieme di pratiche e devozioni, non ti disseta, non ti salva, non ti dà Vita.
E in questo senso è significativo che il liturgista abbia posto in connessione alla sete di Israele nel deserto, il dialogo che Gesù intrattiene con la Samaritana sull’acqua viva che zampilla per la vita eterna: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna».
Questo incontro tra la libertà storica di questo uomo – che possiede in sé la fonte della Vita – e questa donna – che invece ha in sé la fonte della sete – è così coinvolgente perché non rappresenta un esempio edificante, un modello stereotipo di un rivolgersi al Signore. No: esso è raccontato nel suo snodarsi, nel suo svolgersi reale; e in questo senso noi lettori siamo come catturati dentro alla scena. Ancora una volta abbiamo la possibilità di accedere al mistero dell’identità di Gesù vedendolo in azione, dal di dentro della sua vita.
E dentro a questo suo relazionarsi concretissimo a questa persona rivela di sé (e del Padre suo) un tratto strepitoso: Egli è accessibile anche alle donne! Egli è accessibile anche ai peccatori!
Perché in effetti, mentre prima cercavo di dire che Dio lo si può tirar via dal banco degli imputati solo accettando la sfida di averlo come un interlocutore affidabile nella nostra vita (attimo per attimo), mi veniva anche in mente una possibile facile obiezione: io posso anche dare del Tu a Dio... posso pure vincere le mie paure, le mie resistenze, le mie recriminazioni nei suoi confronti... ma Lui che ha a spartire con una come me?
Dio è sempre stato il Dio dei buoni, dei santi, dei giusti, dei bravi, dei forti, dei maschi, dei grandi... Non è mai stato accessibile alle donne, ai bambini, ai poveri, ai peccatori, agli stranieri (tutta gente che infatti stava fuori dal Tempio – o comunque in zone riservate e “lontane” dal Santo dei Santi).
In queste pagine invece si rivela qualcosa di eccezionale: Dio è quel Gesù che camminando per le strade della Samaria si incontra (e qui il verbo va preso nel senso forte di “si mischia l’anima”) con una donna («Giunge una donna»), una donna considerata eretica («una donna samaritana»), un’eretica peccatrice («Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero») e proprio a lei si rende accessibile come fonte della Vita: «Sono io, che parlo con te».
Ecco perché è possibile anche per noi metterci nella nuova prospettiva (convertirci) che «viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. [...] Ma viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità».
Non è più questione di appartenenza etnica, religiosa, di genere, di casta, di santità... L’incontro col Signore è questione di spirito e di verità, o, se volete, di verità di spirito: cioè è questione di lasciarsi incontrare nella trasparenza del proprio essere, di quel centro vitale in cui noi siamo proprio noi...
O Dio lo si incontra lì nel nucleo vitale della nostra singolarità, o non è Dio, di certo non è il Signore della mia vita, non può essere la fonte che mi dà Vita.
È questa la nuova via aperta da Gesù nell’incontro col Padre: «noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo [...] perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato».
E non tengono più neanche le remore etiche che ci facciamo o che ci mettono addosso: «Infatti, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». Non c’è scusa per non avventurar la vita sulle strade di questa amicizia... neanche il male commesso fa più da ostacolo... nel poter lasciarsi zampillare l’anima.
giovedì 21 febbraio 2008
Il Signore è in mezzo a noi, sì o no? - Sono io! che ti parlo
il prototipo della fede... la donna di tanti mariti! ...presso un antico pozzo biblico, a mezzogiorno, fuori orario per andare ad un pozzo, arriva una donna mai vista prima, razza e religione diverse e conflittuali... Gesù, seduto lì, spossato dal viaggio, inizia un approccio sorprendente per lei (e anche per i discepoli, dopo). Un dialogo, ...come si impara una lingua ignota in terra straniera. Partendo dall’esperienza comune delle cose semplici e concrete, evidenti a tutte due, provoca l’intuizione di un significato nuovo, per successive ambiguità e spiegazioni, equivoci e chiarimenti. Smonta dolcemente un’impalcatura interiore di paure e pregiudizi, bisogni e desideri, legami e rimorsi... e le fa intravedere e le induce nel cuore una costellazione di orizzonti nuovi... e infine un totale sconvolgimento della vita.
il sentiero difficile dei fraintendimenti: l’acqua e la sete, l’amore e i mariti, Dio e la sua casa, il messia e il suo vangelo, il pane e la fame, il missionario e il salvatore... sono i passi di questa privilegiata catecumena, alla quale un catechista d’eccezione insegna il cammino per diventare... discepola e apostola, come lui la sogna. Un arduo viaggio interiore, per portarla a disseppellire una sorgente d’acqua viva per la sua sete, non chissà dove, ma nel proprio intimo, scavando nei sedimenti induriti che le impediscono la conoscenza di sé e quindi la conoscenza di Dio. Le due immagini infatti sono speculari dentro di noi, e solo nella purificazione e ricostruzione della propria immagine di sé s’illumina l’immagine di Dio, e viceversa. Il racconto vivace dei desideri e delle resistenze, dello stupore e delle riluttanze di questa donna, segna in filigrana i passi critici della fede.
l’umiltà di Dio e la sua voglia di amore...: dammi da bere! dice lui - Io a te?! domanda incredulo il credente. Ma da questo rovesciamento dell’istanza religiosa, nella scoperta di un Dio che umilmente ci domanda udienza, comincia il risveglio. Se tu conoscessi il dono di Dio. Le nostre domande sviano il dialogo con lui! Prima di essere risposta, Dio è proposta. Prima di parlare bisogna ascoltarlo, se no sta zitto, e aspetta. È timido e umile. È Dio che ha sete di noi! è il dono che ci rovescia in cuore non è la risposta immediata ai nostri bisogni. L’uomo dialoga con lui affermandosi, Dio offrendosi! Infatti lo cerca, non per esserne servito, ma per fargli scoprire l’amore! Se il credente non lascia perdere ogni schema passato (sei tu più grande del nostro padre Giacobbe?...) per accoglierne invece la sfida di provare adesso a “bere l’acqua che io gli darò”, rimarrà sempre impigliato in un oppressivo ingabbiamento culturale, che non farà mai sgorgare dentro di lui lo zampillo che disseta e porta gioia.
il narcisismo egocentrico. È un circolo vizioso. L’amore non funziona perché non si apre all’altro, ma cerca se stesso, cioè la propria immagine e il proprio soddisfacimento. Non incontrando nessuno che lo ami, la sete insaziata moltiplica i tentativi di dissetarsi e la conseguente frustrazione... Anziché patire una grande sete , sembra più comodo inseguirne molte, piccoli e inappaganti. Gesù non rimprovera la donna per i cinque mariti, le fa osservare la sua situazione senza aggressione moralistica... Sa che non ha imparato ad amare, perché nessuno l’ha mai amata gratuitamente, in perdita – per amore! È l’apprendimento più difficile e più importante della vita. Si impara ad amare per contagio, per esser venuti in contatto con chi ti fa sperimentare che amare vuol dire consegnarsi alla sete dell’altro. Questo amore accende una nuova dinamica interiore, che ha il suo senso e la sua garanzia in se stessa. Lo sappia o no, si è incendiata ad un Amore che genera e nutre ogni amore, senza fine.
necessità e rischio della religione, la religione può diventare una gabbia per la fede. Ci sono valori e priorità, insegnamenti e sacramenti, di cui bisogna tenere conto (la salvezza viene dai giudei!). Ma sono genuini e autentici se e indicano la strada e accompagnano e aiutano per arrivare allo scopo...ma non sono lo scopo. Lo scopo è credere e accogliere in Spirito e verità che “Dio è Padre”. Dio non abita sui monti o nei templi, nei catechismi o nei dogmi, e nessuno può sostituirti nel tuo cuore per ascoltarlo e parlare con colui. La garanzia di questa scoperta, che Dio ci sta cercando da ogni parte e in ogni modo - proprio ora! ‑ è lo Spirito di amore che ci è donato nel figlio, quello che insegna al nostro cuore il gemito dell’attesa, che invoca: abbà, Padre! questa è la verità che salva!
“Io sono, che ti parlo!”... Attaccato acriticamente ai Padri antichi, alle tradizioni del passato, non più vitali per lui, il credente fa fatica a scoprire il presente di Dio. E quindi va in crisi ad ogni sofferenza e si ribella: il Signore è in mezzo a noi o no? Rischia di regredire nella religione come schiavitù o di fuggir nel futuro apocalittico. Ma il Signore non vuole servi. Si offre come amico, che è presente adesso: io ci sono! è sempre la sua risposta. Ma poiché non sembra soddisfare i nostri bisogni, assecondare i nostri pensieri, percorrere le nostre strade, Dio non c’è! Mentre il Signore indica chiaramente i luoghi dove dice: “sono io!” la Parola, l’eucaristia, i poveri, il prossimo della vita quotidiana... È qui, in loro, che Gesù ci prega: dammi da bere, da mangiare, consolazione, perdono...
il pane, Gesù non ha soltanto un’altra acqua per la nostra sete, ha anche un altro pane per la nostra fame. Come la samaritana si domandava di che acqua mai parlasse per avere questo potere di dissetare per l’eternità, così i discepoli domandano di che pane parli... Gesù lo indica nella volontà del Padre, che lo ha mandato perché semini nel mondo il seme della salvezza – che poi i discepoli mieteranno – come frutto per la vita eterna! La semina sta compiendosi con la predicazione del Vangelo... fino nei campi lontani, pronti per la mietitura – quando la salvezza sarà offerta a tutto il mondo, perché questa è la volontà del Padre, che tutti siano salvi!
la prima missionaria... La donna ha capito bene che la salvezza è questo nesso tra il presente (l’acqua e il pane) ... e la vita eterna! e questo segreto gli esplode in cuore. Tutto il paese ne è contagiato... e accorre a Gesù, per conoscerlo personalmente. Con la diffusione dell’amore si compie in lei la parabola salvifica della fede cristiana.
“la fede contiene una speranza che appaga – non un vago presentimento del futuro – perché essa al di là di tutti gi stadi intermedi, afferra il proprio compimento, non è semplicemente afferrata da esso... non ha alcuna ragione di fuggir un presente che si pretende incompiuto per un futuro più perfetto. Essa perderebbe in tal caso insieme al presente, lasciato perdere come di poco valore, anche l’eternità che vi dimora. La fede si riempie di questa eternità, soltanto adempiendo la missione, che da questa eternità viene per ogni tempo: solo nell’oggi coincidono tempo ed eternità: Ma la missione che si sta adempiendo è una cosa sola con la preghiera: Venga il tuo Regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra! Con l’adempimento della missione, l’eternità viene nel tempo, sulla via del futuro. Quindi anche il tempo cammino sulla via dell’eterno; e nell’eterno sta già, come risorto, il tempo passato. ... Questo cammino, ricco di tensione, del credente attraverso il tempo, verso il Risorto, è il vero progresso del mondo!” [ H.Urs von Balthassar, Il tutto nel frammento, Jaka Book,1990, p.289]).
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