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lunedì 24 agosto 2015

XXII Domenica del Tempo ordinario


Dal libro del Deuteronomio (Dt 4,1-2.6-8)

Mosè parlò al popolo dicendo: «Ora, Israele, ascolta le leggi e le norme che io vi insegno, affinché le mettiate in pratica, perché viviate ed entriate in possesso della terra che il Signore, Dio dei vostri padri, sta per darvi. Non aggiungerete nulla a ciò che io vi comando e non ne toglierete nulla; ma osserverete i comandi del Signore, vostro Dio, che io vi prescrivo. Le osserverete dunque, e le metterete in pratica, perché quella sarà la vostra saggezza e la vostra intelligenza agli occhi dei popoli, i quali, udendo parlare di tutte queste leggi, diranno: “Questa grande nazione è il solo popolo saggio e intelligente”. Infatti quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E quale grande nazione ha leggi e norme giuste come è tutta questa legislazione che io oggi vi dò?».

 

Dalla lettera di san Giacomo apostolo (Gc 1,17-18.21-22.27)

Fratelli miei carissimi, ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento. Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature. Accogliete con docilità la Parola che è stata piantata in voi e può portarvi alla salvezza. Siate di quelli che mettono in pratica la Parola, e non ascoltatori soltanto, illudendo voi stessi. Religione pura e senza macchia davanti a Dio Padre è questa: visitare gli orfani e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo.

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 7,1-8.14-15.21-23)

In quel tempo, si riunirono attorno a Gesù i farisei e alcuni degli scribi, venuti da Gerusalemme. Avendo visto che alcuni dei suoi discepoli prendevano cibo con mani impure, cioè non lavate – i farisei infatti e tutti i Giudei non mangiano se non si sono lavati accuratamente le mani, attenendosi alla tradizione degli antichi e, tornando dal mercato, non mangiano senza aver fatto le abluzioni, e osservano molte altre cose per tradizione, come lavature di bicchieri, di stoviglie, di oggetti di rame e di letti –, quei farisei e scribi lo interrogarono: «Perché i tuoi discepoli non si comportano secondo la tradizione degli antichi, ma prendono cibo con mani impure?». Ed egli rispose loro: «Bene ha profetato Isaìa di voi, ipocriti, come sta scritto: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”. Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini». Chiamata di nuovo la folla, diceva loro: «Ascoltatemi tutti e comprendete bene! Non c’è nulla fuori dell’uomo che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose che escono dall’uomo a renderlo impuro». E diceva [ai suoi discepoli]: «Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo».

 

Dopo la lunga “pausa” estiva, caratterizzata dalla lettura del capitolo 6 di Giovanni, la liturgia riparte con la lettura corsiva del vangelo di Marco. Siamo al capitolo 7, quello che segue la moltiplicazione dei pani nella versione di questo evangelista e le guarigioni di Gesù nella regione di Genezaret. Quel brano si concludeva con un’atmosfera assai positiva: «Là dove giungeva, in villaggi o città o campagne, deponevano i malati nelle piazze e lo supplicavano di poter toccare almeno il lembo del suo mantello; e quanti lo toccavano venivano salvati», Mc 6,56, che è il versetto immediatamente precedente all’incipit del brano odierno. Quest’ultimo si apre invece bruscamente su una scena di controversia con i farisei e gli scribi, che richiama da vicino l’atmosfera dura che aveva tratteggiato il vangelo di Giovanni di domenica scorsa.

L’occasione della discussione in questo caso è la critica che viene mossa a Gesù perché i suoi discepoli «non si comportano secondo la tradizione degli antichi», nella fattispecie «prendono cibo con mani impure, cioè non lavate», come spiega il testo stesso.

Gesù viene cioè accusato dagli uomini religiosi del suo tempo di essere un trasgressore della tradizione, di non essere cioè un tradizionalista. Come abbiamo poi rivissuto anche in epoca cristiana, quest’accusa non è solo la bonaria critica dell’uomo religioso meticoloso rivolta a quello che vive un po’ meno scrupolosamente le pratiche religiose, ma è un’accusa più grave; è come se si dicesse: dato che non sei un osservatore minuzioso delle pratiche religiose, non sei un buon ebreo, non sei un buon cristiano. Con il tuo comportamento “dissacrante” dimostri di non essere un vero fedele del Dio di Israele o del Padre. In qualche modo sei un eretico.

Questa è l’accusa di tutti i tradizionalisti di tutte le religioni nei confronti degli altri (chiamati, lungo la storia, in vari modi: progressisti, innovatori, riformatori, ecc…).

È l’accusa che si è preso anche Gesù ed è l’accusa che lo porterà in croce: e questo ci fa capire quanto il nocciolo duro del vangelo, quello su cui si giocano i più grossi conflitti, fino allo scontro finale della croce, è religioso. Il vangelo di Gesù ha di mira la messa in discussione della religiosità dell’uomo (tutto il resto arriva dopo): cioè il problema di Gesù, quello che vuole ficcarci nella testa, non è un programma politico, un programma economico, un iter morale, delle norme sessuali, ecc… ma è il volto di Dio, chi è davvero Dio.

martedì 6 dicembre 2011

Le lacrime e le parole


di Barbara Spinelli su Repubblica.it

Tendiamo a dimenticare che in tutti i monoteismi, il cuore non è la sede di passioni o sentimenti sconnessi dalla ragione. Nelle tre Scritture, compresa la musulmana, il cuore è l’organo dove alloggiano la mente, la conoscenza, il distinguo.

Se il cuore di una persona trema, se quello del buon Samaritano addirittura si spacca alla vista del dolore altrui, vuol dire che alla radice delle emozioni forti, vere, c’è un sapere tecnico del mondo. Per questo il pianto del ministro Fornero, domenica quando Monti ha presentato alla stampa la manovra, ha qualcosa che scuote nel profondo.

Perché dietro le lacrime e il non riuscire più a sillabare, c’è una persona che sa quello di cui parla: in pochi attimi, abbiamo visto come il tecnico abbia più cuore (sempre in senso biblico) di tanti politici che oggi faticano a rinnovarsi. Pascal avrebbe detto probabilmente: il ministro non ha solo lo spirito geometrico, che analizza scientificamente, ma anche lo spirito di finezza, che valuta le conseguenze esistenziali di calcoli razionalmente esatti. Balbettavano anche i profeti, per esprit de finesse.

È significativo che il ministro si sia bloccato, domenica, su una precisa parola: sacrificio. La diciamo spesso, la pronunciano tanti politici, quasi non accorgendosi che il vocabolo non ha nulla di anodino ma è colmo di gravità, possiede una forza atavica e terribile, è il fondamento stesso delle civiltà: l’atto sacrificale può esser sanguinoso, nei miti o nelle tragedie greche, oppure quando la comunità s’incivilisce è il piccolo sacrificio di sé cui ciascuno consente per ottenere una convivenza solidale tra diversi.

Non saper proferire il verbo senza che il cuore ti si spacchi è come una rinascita, dopo un persistente disordine dei vocabolari. È come se il verbo si riprendesse lo spazio che era suo. Nella quarta sura del Corano è un peccato, “alterare le parole dai loro luoghi”. Credo che l’incessante alterazione di concetti come sacrificio, riforma, bene comune, etica pubblica, abbia impedito al ministro del Lavoro – un segno dei tempi, quasi – di compitare una locuzione sistematicamente banalizzata, ridivenuta d’un colpo pietra incandescente. Riformare le pensioni e colpire privilegi travestiti da diritti è giusto, ma fa soffrire pur sempre.

Di qui forse la paralisi momentanea del verbo: al solo balenare della sacra parola, risorge la dimensione mitica del sacrificio, il terrore di vittimizzare qualcuno, la tragedia di dover – per salvare la pòlis – sgozzare il capro espiatorio, l’innocente.

Medicare le parole presuppone che si dica la verità ai cittadini, e anche questo sembra la missione che Monti dà a sé e ai partiti. Riportare nel loro luogo le parole significa molto più che usare correttamente i dizionari: significa rimettere al centro concetti come il tempo lungo, il bene comune, il patto fra generazioni.

Significa, non per ultimo: rendere evidente il doppio spazio – nazionale, europeo – che è oggi nostra cosmo-poli e più vasta res publica. Il presidente del Consiglio lo sa e con cura schiva il lessico localistico, pigro, in cui la politica s’è accomodata come in poltrona. Stupefacente è stato quando ha detto, il 17 novembre al Senato: “Se dovete fare una scelta – mi permetto di rivolgermi a tutti – ascoltate! non applaudite!”.

L’applauso, il peana ipnotico (meno male che Silvio c’è), le grida da linciaggio: da decenni ci inondavano. Era la lingua delle tv commerciali, del mondo liscio che esse pubblicizzavano, confondendo réclame e realtà: illudendo la povera gente, rassicurando la fortunata o ricca. Erano grida di linciaggio perché anch’esse hanno come dispositivo centrale il sacrificio: ma sacrificio tribale, che esige il capro espiatorio su cui vien trasferita la colpa della collettività.

Erano capri gli immigrati, i fuggitivi che giungevano o morivano sui barconi. E anche, se si va più in profondità: erano i malati terminali che reclamano una morte senza interferenze dello Stato e di lobby religiose. La nostra scena pubblica è stata dominata, per decenni, dalla logica del sacrificio: solo che esso non coinvolgeva tutti, proprio perché nel lessico del potere svaniva l’idea di un bene disponibile per diversi interessi, credenze. Solo contava il diritto del più forte, che soppiantava la forza del diritto.

Ascoltare quello che effettivamente vien detto e fatto non ci apparteneva più. Anche il ministro Giarda si è presentato domenica come medico delle parole: “Son qui solo per correggere errori”. Non ha esitato a correggere i colleghi, e ha avuto l’umiltà di dire: “Se avessimo più tempo, certo la nostra manovra sarebbe migliore”.

Monti ha fatto capire che questa, “anche se siamo tecnici”, è però politica piena: “L’esperienza è nuova per il sistema politico italiano. A noi piace esser cavie da questo punto di vista”. Singolare frase, in un Paese dove a far da cavie sono di solito i cittadini. Ma frase coerente alla politica alta: dotata di una veduta lunga, indifferente alla popolarità breve.

Pensare i sacrifici non è semplice, perché gli italiani e gli europei da tempo si sacrificano, e tuttavia constatano disuguaglianze scandalose. Perché sacrificandosi deprimono oltre l’economia. Lo stesso Sarkozy, che campeggiò come Presidente che poteva abbassare le tasse ai ricchi visto che le cose andavano così bene, è oggi costretto ad ammettere che i francesi “stringono la cinghia da trent’anni”.

Quel che è mancato, nel sacrificio cui i popoli hanno già consentito, è l’equità, l’abolizione della miseria, delle disuguaglianze. Forse – l’emozione dei potenti resta misteriosa – Elsa Fornero ha pianto perché le misure sono dure per chi ha pensioni grame. Se solo le pensioni sotto 936 euro saranno indicizzate all’inflazione, tante pensioni basse rattrappiranno come pelle di zigrino.

Si poteva fare diversamente forse, e non tutte le misure sono ardite. La lotta all’evasione fiscale iniziata dall’ultimo governo Prodi ricomincia, ma più blanda. La cruciale tracciabilità introdotta da Vincenzo Visco (1000 euro come soglia, da far scendere in due anni a 100) è fissata durevolmente a 1000. Oltre tale cifra è vietato accettare pagamenti in contanti, che sfuggono al fisco: una draconiana stretta anti-evasione è evitata. Né si può dire che tutto sia equo, e la crescita veramente garantita.

Il fatto è che si parla di decreto salva-Italia, ma si manca di chiarire come il decreto sia anche salva-Europa. Non è un’omissione irrilevante, perché il doppio compito spiega certe durezze del piano. Speriamo sia superata. Ogni azione italiana, infatti, è urgentissimo accompagnarla simultaneamente ad azioni in Europa: per smuovere anche lì incrostazioni, privilegi, dogmi.

Per dire che non si fa prima “ordine in casa” e poi l’Europa, come nella dottrina tedesca, ma che le due cose o le fai insieme, con un nuovo Trattato europeo più solidale e democratico, o ambedue naufragheranno.

venerdì 27 marzo 2009

Verso la Pasqua: dall’età della pietra… all’età del cuore!

Cuore di pietra
“Gesù è il centro di gravitazione universale!” …è la scoperta sconvolgente e incredibile dei discepoli: proprio Gesù, l’amico e il maestro, “… quello che noi abbiamo udito, quello che abbiamo veduto con i nostri occhi, quello che contemplammo e che le nostre mani toccarono” (1Gv 1,1)!- Lui l’aveva detto: “Io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me”. Questo hanno capito, una volta che l’hanno rivisto risorto e hanno cominciato a ripensare tutto quanto aveva annunciato e fatto. La liturgia, come preparazione più ravvicinata alla Pasqua, ci riposta oggi a questo mistero originario della fede cristiana. Mistero… perché non è una gravitazione “di necessità”, come una legge fisica o psichica, ma è una gravitazione di amore. Perché passa attraverso il dramma insondabile della libertà umana, in una natura ferità, lacerata tra il fascino di questa attrazione salvatrice e la nostra appartenenza inscindibile ad una struttura interiore e tribale arcaica, dura come la pietra, abbarbicata alla propria salvezza, refrattaria al dono rischioso della propria vita… L’età della pietra e l’età del cuore, sono separate da quest’abisso insuperabile alle nostre forze. Eppure le due contrastanti dinamiche di vita sono compresenti nell’intimo di ogni uomo. La grazia del passaggio da una dinamica di vita all’altra, è, appunto, la “pasqua” a cui ci prepariamo… per rinnovare in noi quello che è avvenuto in Cristo. Un passaggio, fatto tante volte, rimesso altrettante volte in discussione e oscurato (o regredito o tradito) ogni volta che l’istinto di sopravvivenza ad ogni costo, si tramuta in paura — e, in fin dei conti, in rifiuto di rinnegare il proprio io… per lasciarci strappare “dolcemente” un pezzetto della nostra vita — e donarlo a chi ne ha fame.
La prima alleanza non è finita, ma si trasforma nella seconda! Ha raggiunto il suo compito, ma non è sparita storicamente, nel senso che non sia più presente nel cuore dell’umanità. Anzi è fenomenologicamente dominante, con tutte le sue tragedie sanguinanti senza fine. Il cammino del popolo d’Israele, simbolo dell’umanità tutta, prosegue anche dopo il dono della Legge sul Sinai, tra serpenti velenosi. Fino ad oggi, ancora la storia è un deserto disseminato di poche oasi e tanta sabbia. Perché la Legge, pur segno irrinunciabile di civiltà, è impotente a cambiare il cuore dell’uomo, e non può che difendersi con la sanzione, la punizione, la forza coattiva (violenta!), per far osservare ciò che gli uomini altrimenti violerebbero metodicamente. Non solo la legge e le istituzioni civili hanno bisogno della violenza coattiva, ma la legge religiosa e la Chiesa stessa sono impotenti, radicalmente inadeguate al loro stesso scopo fondamentale, che è la salvezza “per amore”, ricevuta e donata in Cristo! Per cui sono purtroppo ancora necessarie le sanzioni, le minacce, le scomuniche… L’età dell’Alleanza di amore, profetizzata da Geremia e dai suoi amici, profeti dell’esilio, è ancora di là da venire. O meglio, è già definitivamente stipulata ed efficace in Gesù, nostro salvatore. Il quale però, ha soltanto aperto le iscrizioni, perché l’adesione è e rimane libera e mai automatica, come fosse data una volta per sempre! La seconda Alleanza, infatti, è preceduta da una condizione sempre messa ben in chiaro da Gesù stesso: “se vuoi”!... L’aver dimenticato o messo in ombra questa premessa fondamentale dell’esser cristiano provoca le incomprensioni, i fraintendimenti, le pretese… e le delusioni, che spesso feriscono il singolo discepolo di Gesù e la chiesa! La quale non può fare a meno di usare dei mezzi ambigui di questo mondo in cui vive, ma dovrebbe essere conscia della radicale inidoneità di ogni mezzo “umano” alla logica evangelica, che può fiorire solo nell’adesione di una coscienza libera! Pagando sempre salato i costi di questa libertà… fino ai nostri giorni, quando ci tocca leggere l’amaro e patetico ritorno del lamento di Paolo: «Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!" Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo “mordere e divorare” esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l’uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l’amore?» [Benedetto XVI. Lett. ai Vescovi, 10.03.’09]. Non è ancora, dunque, come sperava Geremia, il tempo in cui non ci saranno più leggi e sanzioni , emarginazioni e scomuniche, il tempo in cui i credenti “non dovranno più istruirsi l’un l’altro, dicendo: «Conoscete il Signore»… Ma appunto “sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l’amore!”: Ma questo non avviene senza riappropriarsi ancora una volta della Pasqua!
Il passaggio… “la Pasqua”, è avvenuta in Gesù!
La condizione storica dell’uomo è vivere sul crinale tra la legge scritta sulla pietra, e la legge iscritta nel cuore (noi diremmo nella coscienza che ama…). Il passaggio dall’una all’altra è il dramma appassionato descritto dalla lettera agli Ebrei: Cristo, nei giorni della sua vita terrena, offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. La sua “carne terrena” era dello stesso impasto della nostra, rifiutava istintivamente, con grida e lacrime, lo stritolamento del meccanismo perverso del potere che lo voleva eliminare. Anche lui, come ogni uomo schiacciato dalla prepotenza del male (proprio e altrui!), si rivolge al Dio può liberarlo… Ma il Dio dell’onnipotenza è un idolo costruito dal “bisogno dell’uomo”, è la personalizzazione del gemito della creatura oppressa! La quale, invece, — l’abbiamo visto troppe volte! — si sente proprio abbandonata… alla sua sorte sulla terra! Anche Gesù, “pur essendo figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì”! Ha dovuto sperimentare l’abbandono del Padre, che non l’ha ascoltato nella sua implorazione di evitargli la morte. Pur pregando e sperando, con disperata speranza, come noi, ha dovuto “passare attraverso” il non senso della totale solitudine, del rifiuto, del dolore e della morte, senza che nessuno intervenisse, ad alleviarlo e curarsi di lui! Se non ci fosse passato dentro (cioè senza la passione della pasqua!) non l’avrebbe imparato — osa dire la lettera agli Ebrei! Perché l’adesione umana alla volontà del Padre è storica non virtuale, cioè si avvera e si rinnova nelle drammatiche vicende della vita! Il nuovo testo che dice: fu esaudito” per il pieno abbandono” al Padre, spiega bene, rispetto alla traduzione precedente cui eravamo abituati: per la sua pietà! Ma letteralmente si potrebbe dire: per aver “preso bene” ( dolcemente) la sua dolorosa vicenda — come volontà del Padre! Ovviamente non era la volontà del Padre che Gesù fosse ucciso dalla malvagità, vigliaccheria e gelosia dei rappresentanti del potere del tempo! Anche se da questi mali non l’ha liberato. Dio non ha mai avuto bisogno di questi sacrifici di sofferenza per soddisfare o compensare l’offesa della malvagità degli uomini. Sarebbe bestemmia pensarlo! Ma Gesù “fu esaudito”, per il fatto che, perseguitato dalla coalizione del male contro di lui, innocente e inerme, rimase fermo nella sua totale dedizione all’amore, alla verità, alla fedeltà… su cui si fonda la nuova Alleanza (il legame di amore indistruttibile con Dio e con gli uomini, anche suoi uccisori). A questo suo amore totale va il “compiacimento” di cui il Padre ha detto al battesimo e alla trasfigurazione e che qui rinnova. Per questo l’ha mandato nel mondo, a portare a compimento, con il suo sangue, l’antica Alleanza!
Se il chicco di grano… L’aveva detto e ripetuto ai discepoli, ma adesso è venuta l’ora di proclamarlo a tutte le genti, rappresentate da questo gruppetto di “greci” che vogliono vedere Gesù. Sta per iniziare il racconto dell’ultima cena e della successiva passione e morte, perché ormai è giunta l’ora di svelare “la sua gloria”: che letteralmente si potrebbe tradurre “il suo peso” — di baricentro gravitazionale dell’universo. Loro chiedevano di poterlo vedere! Ecco, guardate e ascoltate: questa è la sua identità più intima. È lui il seme che deve marcire sotterra per poter dare frutto… È lui che è costretto dalla morsa entro la quale lo schiacciano, a odiare la propria vita, cioè preferire d’esser torturato e ucciso, piuttosto che tradire o rinnegare l’amore, come invece faranno i suoi deboli discepoli, terrorizzati dalla paura di finire allo stesso modo! Questa totale fedeltà all’amore e alla verità (al Padre suo e ai suoi fratelli!) è l’alleanza nuova. Non è un nuovo patto con nuovi comandamenti: è il principio che da sempre muove la sua vita, la dinamica interiore o la forza propulsiva e pervasiva di tutto il suo cuore, di tutta la sua anima, di tutte le sue forze… Un mistero interiore così scarnificante (l’anima mia è angosciata), ma pure così determinato (per questo sono giunto a quest’ora!) che l’esito non può essere che l’implorazione e la consegna al Padre, “perché sia glorificato il suo nome”, come ha insegnato anche a noi, a pregare! E infatti scoppia — incompressibile a chi non crede! — la risposta dall’alto della vera gloria di Gesù, che è l’unione indissolubile tra la croce insanguinata e la resurrezione gloriosa che essa contiene. Oramai per il principe di questo mondo (il promotore della competizione e dell’odio tra gli uomini) la fine è segnata!

domenica 15 febbraio 2009

Vedere dentro, Vedere il cuore!

“Vedi questa donna?” Questa domanda che Gesù rivolge a Simone sta proprio al centro del racconto bellissimo di Luca (7,36-50) che stamattina sta guidando la nostra preghiera, perché c’è modo e modo di vedere. C’è chi vede e prende nota, descrive, e c’è chi vede e scopre il cuore dei gesti che avvengono, il perché, questa è la differenza. I gesti di quella donna a tutti i benpensanti che erano nella casa di Simone il fariseo apparivano assolutamente inopportuni, anzi, francamente scandalosi anche perché fatti così, abusivamente, era entrata senza essere invitata nella casa e poi quella prossimità cercata con Gesù, con la persona di Gesù, bagnando di lacrime i piedi e asciugarli poi con i capelli, sono gesti che dicono una intensità di affetto e di vicinanza e “questa era una peccatrice, lo sapevano tutti”, pensa tra sé e sé Simone. Solo che Gesù ha visto dentro, non ha visto solo i gesti fuori, ha visto il cuore. Simone era fiero di aver invitato Gesù e che Gesù avesse accolto l’invito a venire in casa, a pranzo, ed era probabilmente un fariseo osservante, scrupoloso, conosce i dettagli della legge tant’é che non riesce assolutamente a sopportare che Gesù dia un credito così ad una donna che tutti conoscevano dalla vita sbagliata. Ma non legge dentro, neanche dentro di sé. Non riesce a leggere sé, sta ai codici della legge che conosce, e quindi non ce la fa a riconoscere la diversità profonda di Gesù. Quella donna invece aveva il peso di una vita sbagliata, se lo portava, quasi schiacciandola, ma aveva anche una voglia enorme di rinascere e allora, e allora bisognava esprimerlo e i linguaggi di una persona povera, che sa di essere con la vita sbagliata, i linguaggi sono quelli dei gesti, sono quelli dell’affetto, sono quelli dell’amore e Gesù ha visto questo, ampiamente. La parola bellissima che dice “lei ha molto amato, ha molto amato”, l’orizzonte con cui Gesù scruta e valuta è questo, è qui che tocchiamo con mano la buona notizia del Vangelo, che è la parola di grazia che il Signore ci fa, perché ognuno di noi dopo impari e scelga di amare il Signore e di amare molto il Signore, come “ha molto amato” questa dona peccatrice. E allora questa pagina guadagna un’intensità e una bellezza ancora maggiore di quanto percepisci ascoltandola, è davvero una pagina che dopo ti impegna la preghiera, che ti fa sgorgare dentro un senso profondo di gratitudine, quando evocavo all’inizio il titolo che è stato dato a questa domenica, “La domenica della divina clemenza” il titolo, bello, però è astratto, ma adesso la vediamo esercitata la divina clemenza e questo è infinitamente più bello, è commovente. La divina clemenza che si esprime in questi gesti ospitali che Gesù rivolge nei confronti di una donna dalla vita sbagliata. “Hai molto amato, và, la tua fede ti ha salvato, sei rinata”. E quando un’esperienza così entra nel cuore può cambiare davvero molto nella vita, del resto Paolo è il testimone più convincente di come la vita possa cambiare quando una condizione così entra nel cuore. Rileggo soltanto una frase del testo ai Galati (2, 19-3,7) che abbiamo ascoltato poco fa: “Sono stato crocifisso con Cristo e non vivo più io, ma Cristo vive in me” e aggiunge “e questa vita che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato e ha consegnato sé stesso per me”. “ Mi ha amato”, questa è la mia nobiltà, questa è la mia grandezza e allora la vocazione della vita è evidente che diventa quella del restituire un amore, restituire, perché il suo è stato, ed è, sovrabbondante, immeritato, glielo restituiamo l’amore. Eppure, ed è l’ultimo accenno che faccio riprendendo il testo di Osea (6, 1-6), probabilmente è una pagina che guidava quella che noi oggi chiameremmo una liturgia penitenziale; da una parte dice la coscienza che il popolo ha della propria vita fatta di lontananza e di errori, ma “Lui ci farà rialzare”, “la sua venuta è sicura come aurora”, c’è dentro una speranza profonda perché sta toccando con mano, questo popolo in cammino, l’amore di Dio; e la risposta di Dio nella seconda parte del testo è bellissima: “Io vedo che voi promettete ma poi la vostra promessa dura il soffio di un mattino, ma io non abbandono, però, voglio l’amore e non i sacrifici”. “Voglio l’amore”: eccola qua la parola chiave che poi riecheggia nel Vangelo di Luca, “Voglio l’amore”. Questa è la parola forte il Signore stamattina ha preparato per noi, per questa eucaristia domenicale. “Voglio l’amore”, “ha molto amato questa donna”, l’ amore genuino al Signore, umile, fatto nella coscienza che siamo poveri e spesso diventiamo lontani da Lui, che non facciamo, non riusciamo a mantenere promesse espresse, la vita è spesso intrisa di fragilità, di sbagli, ma questo mai porterà via la possibilità gioiosa di amare. “Tu ci stai a cuore, Signore, Tu sei grande con me, Tu sei il Signore!”. Ecco, questa è la preghiera di oggi.

don Franco Brovelli, omelia al Carmelo di Concenedo, 15 feb ’09, penultima domenica dopo l’Epifania

giovedì 4 ottobre 2007

"Il Vangelo non è questione di lingua ma di cuore"

Il Vangelo non è questione di lingua ma di cuore perché voi siete tutti fratelli”. (dall’omelia di mons. Coletti sabato 25 agosto presso l’Eremo del Carmelo)

Mons. Diego Coletti, vescovo della nostra diocesi di Como, ha desiderato trascorrere due giorni di fraternità con i “diaconi permanenti” della diocesi e i relativi familiari, e lo ha fatto presso il nostro Eremo del Carmelo. Due giorni di riflessione intensa sul significato della “diaconia” oggi e del perché, uomini, insieme alle loro spose e ai loro figli, hanno scelto di mettersi al servizio della Chiesa, della Parola di Dio, del loro Vescovo e della Comunità che Egli guida. Ma anche momenti di gioiosa condivisione fraterna che si è manifestata, per esempio, con la passeggiata fino alla chiesetta di san Giuseppe, o durante i giochi organizzati dai figli dei diaconi, alla sera, dopo cena (anche questo un felice momento in cui si è potuto sperimentare l’umanità e la familiarità che il nostro vescovo ha saputo manifestare e condividere con tutti egregiamente, mettendo così a proprio agio chiunque avesse a che fare con lui).

Più che fare una cronaca minuto per minuto di ciò che è successo durante la presenza del vescovo, mi preme sottolineare, brevemente, alcune sue considerazioni manifestate ai “diaconi permanenti”, ma che, come lui stesso suggerisce, valgono per tutti i cristiani.

Innanzitutto che «il Vangelo non è una questione di lingua ma di cuore perché noi siamo tutti fratelli». Un vangelo, quindi, che si presenta quale “buona notizia” rivolta e donata all’uomo per liberarlo dal male e dalla schiavitù di se stesso. Perché questo accada, però, è necessario un costante e perseverante cammino di conversione che ci insegni a passare dalla religione alla fede. La fede, infatti, implica un rapporto di fiducia, cioè di relazione con il solo Dio che per primo ci ha amati. Un Dio il cui contenuto della sua volontà si esprime alla luce di Cristo Gesù, ieri, oggi e sempre! Riporre al centro la figura di Gesù Cristo è la condizione essenziale per cercare di comprendere di quale Dio stiamo parlando.

Un altro aspetto sottolineato da mons. Diego, come problema principale che riguarda ancora una volta la vita di tutti: laici, preti, religiosi e vescovi, è la salvaguardia degli equilibri che significa riuscire, in una vita sovraffollata di mille impegni, a mettere le cose giuste al posto giusto: nel nostro caso si tratta di considerare come questione primaria il riconoscere il valore della “vita interiore”, luogo in cui è possibile trovare Dio e il senso della nostra esistenza: «cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta» (Mt 6,33). Si tratta, cioè di imparare, insieme, a dissotterrare dai nostri cuori il vero tesoro che non teme nulla di questo mondo, un tesoro «dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. Perché là dov’è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,20-21).

Ci auguriamo, pertanto, che questo nuovo anno pastorale ci veda tutti coinvolti in questo lavoro comune di preghiera, di condivisione, di desiderio di sane relazioni per aiutarci vicendevolmente a disseppellire dai nostri cuori ciò che realmente conta nella nostra vita!

Siamo grati, dunque, al nostro vescovo mons. Diego per averci dato la possibilità di accoglierlo e di ascoltare la sua parola, così come siamo altrettanto grati alla Comunità di Cassano V.- Ferrera - Rancio che si è prodigata al meglio per offrire ed accogliere con affetto e calore umano il suo Pastore, allo stesso modo di come un tempo le prime comunità cristiane accoglievano e ascoltavano la parola degli apostoli che annunciavano la “buona novella” di Gesù.

Buon cammino a tutti!

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