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giovedì 7 febbraio 2008

Qual Dio alla luce del male?

In questa prima domenica di Quaresima, la scansione ordinaria del tempo liturgico è bruscamente interrotta dall’irrompere di letture che improvvisamente riportano la nostra attenzione su quello che forse è uno dei temi più scottanti e difficili per l’uomo (in particolare per l’uomo credente): il mistero del male.
Della realtà del male non c’è bisogno di convincere nessuno e tanto meno della sua complessità: essa possiede infatti articolazioni tali da arrivare a coprire tutto il campo umano (male fisico, male psichico, male morale… male subito, male inflitto… dolore colpevole, dolore innocente…).
Alla luce di questa evidenza fenomenologica, ciò che mi pare importante, è il tentare di istituire la questione in modo significativo, senza cadere in forme di nichilismo o sfiducia nel pensiero. E credo che il modo migliore per farlo sia proprio lasciarci istruire dal testo biblico stesso.
In questo senso, mi pare siano tre fondamentalmente le piste di indagine che emergono dalle letture:
1- Quando si parla di male, si parla di male radicale, ontologico. Non è in questione un errore, uno sbaglio, un’imperfezione, un limite; tutte cose che presuppongono una perfettibilità e quindi una risoluzione già umanamente possibile del problema. No! Il male di cui si parla nella Bibbia è quello che mette in discussione la realtà stessa del mondo, dell’uomo, di Dio, della mia interiorità;
2- Proprio per quanto appena detto, la questione del male mette immediatamente in campo la domanda su Dio: chi è Dio alla luce del male, di questo male? Con le tre proposizioni di epicurea memoria da far collimare:
- Dio è buono;
- Dio è onnipotente;
- il male esiste.
Con le varie combinazioni possibili: se Dio è buono e onnipotente, unde malum?; se Dio è onnipotente e il male esiste, Dio vuole il male? Non è buono?; e infine, se Dio è buono eppure il male esiste, forse che non sia onnipotente? Forse che il male sia più forte di Dio?
Tutte conclusioni evidentemente inaccettabile per la fede cristiana. Ma allora?
3- Beh… allora, il suggerimento delle letture è che la risposta alla domanda “quale Dio?” sia rintracciabile solo nell’attraversamento della drammatica umana di Gesù.

Riprendiamo con calma queste piste di indagine, cercando, a partire dal testo biblico e da qualche interlocutore privilegiato, di sondarne un po’ la profondità.
1- La radicalità del male: «dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti» (Gn 2,17). Già, nell’avvertimento del Signore si mostrava chiaramente che la portata del male non era accidentale, ma radicale. È quello che magistralmente Dostoevskij mostra in un passo de I fratelli Karamazov a proposito del dolore innocente, il paradigma più emblematico della radicalità del male:
«C'era una bambina di cinque anni, venuta in odio al padre e alla madre, persone rispettabilissime, di ottimo ceto sociale, ben educate e istruite. […] Quella povera bambina di cinque anni fu sottoposta a sevizie di ogni genere da parte dei colti genitori. La picchiavano, la frustavano, la prendevano a calci, senza motivo, sino a ridurle il corpo a un ammasso di lividi; alla fine, si spinsero a livelli di maggiore ricercatezza: la chiudevano per tutta la notte al freddo, al gelo di una latrina e, per punirla del fatto che lei non chiamava in tempo per fare i suoi bisogni, le insudiciavano la faccia con le sue feci e la costringevano a mangiare quelle feci, ed era la madre, la madre a costringerla! E quella madre era capace di continuare a dormire, quando di notte si udivano i lamenti della povera bambina, chiusa a chiave in quel lurido postaccio! Lo capisci questo, quando un piccolo esserino che non è ancora in grado di capire che cosa gli stanno facendo, si colpisce il petto straziato con il suo pugno piccino, al freddo e al gelo di quel lurido postaccio, e piange lacrimucce insanguinate, dolci, prive di risentimento al "buon Dio", perché lo difenda? La capisci questa assurdità, amico mio, fratello mio, pio e umile novizio di Dio, tu lo capisci a che scopo è stata creata questa assurdità, a che cosa serve? Senza di essa, dicono, l'uomo non avrebbe potuto esistere sulla terra, giacché non avrebbe conosciuto il bene e il male. Ma a che serve conoscere questo maledetto bene e male, se il prezzo da pagare è così alto? Infatti, tutto un mondo di conoscenza non vale le lacrime di quella bambina al suo "buon Dio"».
Queste parole atroci che attraversano l’anima di qualunque buon pensante, mettono in gioco proprio il peso ontologico del male: esso tocca le fondamenta stesse della vita, della possibilità della vita, della possibilità della mia vita. Qualsiasi riflessione sul male (e su Dio) deve allora rendere conto delle lacrime di quella bambina, che non possono rimanere un grido inascoltato che viaggia nell’universo.
2- E allora, alla luce del male, di questo male: chi è Dio? Chi è Dio di fronte a quelle lacrime? Di fronte a quella radicalità? Non possono certo essere accettati quei tentativi di risposta che evitano la posta in gioco, il peso ontologico della questione, la domanda su Dio! Vanno rifiutati approcci quali: il male come pedagogia di dio, il male come punizione di dio, il male come conto da pagare a una felicità postuma, il male come appagamento che dio chiede per la giustizia... Non c’è margine di compromesso su queste impostazioni. Esse mettono in campo un volto di dio che non è quello di Gesù.
E non ha senso l’apportare come giustificazione per conservarle il fatto che esse abitano la tradizione cristiana. Certo, le ritroviamo lungo tanta parte dell’arco del pensiero cristiano, ma esse vanno intese semplicemente come i tentativi storici di trovare ragionevolezza nel dramma della sofferenza umana e non possono essere elevate a verità!
3- L’unica via percorribile per affrontare a viso aperto la questione "qual Dio alla luce del male radicale?" è allora quella di seguire Gesù, il Figlio di Dio, nel suo lasciarsi scontrare dal male stesso, prendendolo sulla sua carne. È il tema del Vangelo di Matteo, che parla di questo inaspettato incontro del Cristo, con le tentazioni. Anche qui, mi pare, Dostoevskij abbia qualcosa da insegnarci sulla tragicità del dramma umano di Gesù, che lui tratteggia nel discorso del grande inquisitore:
«Lo spirito intelligente e terribile, lo spirito dell’autodistruzione e del non essere, il grande spirito, Ti parlò nel deserto, e nei libri ci è riferito come egli Ti avesse “tentato”. Ma si poteva mai dire qualcosa di piú vero di quanto egli Ti rivelò nelle tre domande che Tu respingesti e che nei libri sono dette “tentazioni”? […] In quelle tre domande infatti è come compendiata e predetta tutta la storia ulteriore dell’umanità, sono dati i tre archetipi in cui si concreteranno tutte le insolubili, contraddizioni storiche dell’umana natura su tutta la terra. […] “Decidi Tu stesso chi avesse ragione, se Tu o colui che allora T’interrogava. Ricordati la prima domanda: se non la lettera il senso era questo: “Tu vuoi andare e vai al mondo con le mani vuote, con non so quale promessa di una libertà! Vedi Tu invece queste pietre in questo nudo e infocato deserto? Mutale in pani e l’umanità sorgerà dietro a Te come un riconoscente e docile gregge, con l’eterna paura di vederti ritirare la Tua mano, e di rimanere senza i Tuoi pani”. Ma Tu non volesti privar l’uomo della libertà e respingesti l’invito, perché, cosí ragionasti, che libertà può mai esserci, se la ubbidienza è comprata coi pani? […] Acconsentendo al miracolo dei pani, Tu avresti dato una risposta all’universale ed eterna ansia umana, dell’uomo singolo come dell’intera umanità: “Davanti a chi inchinarsi?”. […] Tu conoscevi, Tu non potevi non conoscere questo fondamentale segreto della natura umana, ma Tu rifiutasti l’unica irrefragabile bandiera che Ti si offrisse per indurre tutti a inchinarsi senza discussione dinanzi a Te; la bandiera del pane terreno, e la rifiutasti in nome della libertà e del pane celeste. […] In questo Tu avevi ragione. Il segreto dell’esistenza umana infatti non sta soltanto nel vivere, ma in ciò per cui si vive. Senza un concetto sicuro del fine per cui deve vivere, l’uomo non acconsentirà a vivere e si sopprimerà piuttosto che restare sulla terra, anche se intorno a lui non ci fossero che pani. Questo è giusto, ma che cosa è avvenuto? Invece di impadronirti della libertà degli uomini. Tu l’hai ancora accresciuta! […] Ci sono sulla terra tre forze, tre sole forze capaci di vincere e conquistare per sempre la coscienza di questi deboli ribelli, per la felicità loro; queste forze sono: il miracolo, il mistero e l’autorità. Tu respingesti la prima, la seconda e la terza e desti cosí l’esempio. Lo spirito sapiente e terribile. Ti aveva posto sul culmine del tempio e Ti aveva detto: “Se vuoi sapere se Tu sei Figlio di Dio, gettati in basso, poiché di Lui è detto che gli angeli Lo sosterranno e Lo porteranno, ed Egli non cadrà e non si farà alcun male, e saprai allora se Tu sei il Figlio di Dio e proverai allora quale sia la Tua fede nel Padre Tuo”; ma Tu, udito ciò, respingesti l’offerta, non Ti lasciasti convincere e non Ti gettasti giú. […] Tu non scendesti dalla croce quando Ti si gridava, deridendoti e schernendoti: “Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu”. Tu non scendesti, perché una volta di piú non volesti asservire l’uomo col miracolo, e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio. Avevi sete di un amore libero, e non dei servili entusiasmi dello schiavo davanti alla potenza che l’ha per sempre riempito di terrore. […] Tu però già allora avresti potuto accettare la spada di Cesare. Perché ricusasti quest’ultimo dono? Accogliendo questo terzo consiglio dello spirito possente, Tu avresti compiuto tutto ciò che l’uomo cerca sulla terra, e cioè: a chi inchinarsi, a chi affidare la propria coscienza e in qual modo, infine, unirsi tutti in un formicaio indiscutibilmente comune e concorde, giacché il bisogno di unione universale è il terzo e l’ultimo tormento degli uomini».
Ma Gesù non accettò neanche l’ultimo dono del maligno… sintetizzando in questi suoi rifiuti la scelta di tutta una vita, sul suo modo di stare al mondo: affidandosi al Padre.
Notate bene: affidandosi al Padre non ad un dio impersonale. È dentro a questa relazione, reale e concretissima («Dopo aver congedato la folla, si ritirò in disparte sul monte a pregare. E, venuta la sera, se ne stava lassù tutto solo» Mt 14,23), in cui il Padre resta sempre un Tu, anche quando è invocato o bestemmiato nella disperazione («E, verso l'ora nona, Gesù gridò a gran voce: “Elì, Elì, lamà sabactàni?” cioè: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”» Mt 27,46), che Gesù si fida.
Forse il nostro problema più grande nell’affrontare il tema del male, del mondo come il nostro, è che presupponiamo sempre dio (impersonale e cosmico), il male (l’altra grande forza in campo) e noi (spettatori – vittime di una battaglia che talvolta ci investe). È lo stesso scenario che si presenta nel mito dei primogenitori, che parlano di dio sempre in terza persona, come il grande assente (dai loro cuori), fin quando sarà proprio lui –usando la II persona – a dire: «Adamo (= uomo) dove sei?» (Gn 3,9).
È questa domanda «dove sei?», che deve collocarci nel posto giusto per parlare di Dio e anche di Dio alla luce del male: è a partire dal mio rapporto con lui che quanto dirò smetterà di suonare come apologetico, falso, non sentito…
Quella a cui conformarsi allora è la collocazione di Cristo: che non ha evitato il male, non ha difeso dio, ma nella sua libertà, nel luogo cioè del suo esser-ci, del suo dire io, della sua presenza a se stesso ha incontrato il male, lasciandosene ferire fin dentro alle giunture più intime della carne e dello spirito, mantenendo però vivo quell’abbandono a quel Tu intimo e innamorato che conosceva come affidabile: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46).
È dal di dentro di questo rapporto, dal parlare con Dio più che dal parlare di Dio (come diceva santa Teresina) che si può affrontare il discorso sul male: solo lì infatti lo scacco che il male pone al mio esser-ci, alla mia libertà, alla mia umanità, è confrontato e vinto dalla fonte della Vita, del mio esser-ci, della mia libertà e della mia umanità.

venerdì 16 novembre 2007

VOGLIO SOLO ESSERE QUELLA CHE IN ME CHIEDE DI SVILUPPARSI PIENAMENTE

Le letture di questa domenica hanno tutte come punto di riferimento il giorno del Signore, con la sua valenza escatologica: il libro del profeta Malachia ci parla del «giorno rovente come un forno» che sta per venire, Paolo ai Tessalonicesi se la prende con coloro che a causa di questo atteso ritorno «vivono disordinatamente, senza far nulla e in continua agitazione» e Gesù stesso nel Vangelo di Luca riferisce di una «fine».
Essa immediatamente fa risuonare in noi note arcaiche, di paura e grandiosità, di terrore e fragore... Ma se proviamo a lasciare il rimando emotivo immediato, sedimentato dai secoli di storia religioso-affettiva da cui proveniamo, e guardiamo da vicino i testi, scopriamo che l’accento cade su tutt’altri toni.
Malachia infatti, tentando una descrizione di «quel giorno», sottolinea come esso svelerà la realtà di ciascuno:
- da un lato l’inconsistenza di «tutti i superbi e [di] tutti coloro che commettono ingiustizia», raffigurata dall’immagine della paglia incendiata;
- dall’altro il rilucere della consistenza di chi ha costruito la vita come «cultore» del nome del Signore, di chi, in altre parole, l’ha riconosciuto Signore della sua vita.
Mi pare che la prospettiva non sia quella, così automatica in noi, ma tanto riduttiva, di una divisione tra buoni e cattivi, giusti e ingiusti. Qui si parla della consistenza della vita, del fondamento su cui la si è posta, della realizzazione di quello che dovevamo essere (figli)... in gioco non ci sono aspetti secondari, sovrastrutture della nostra vita, ma la Vita stessa, accolta («per voi invece cultori nel mio nome, sorgerà con raggi benefici il sole di giustizia») o rifiutata per vivere di se stessi («superbi») sopraffacendo gli altri («coloro che commettono ingiustizia»).
È dunque sull’orizzonte di senso della nostra vita che la liturgia di oggi ci richiama l’attenzione. Anche le parole di Gesù secondo Luca hanno questa valenza: non si sta facendo una previsione sulla distruzione del tempio di Gerusalemme, sul ritorno di Cristo risorto, sulla fine del mondo. Il punto prospettico lo si trova alla fine: «con la vostra perseveranza salverete le vostre ψυχας». La CEI traduce quest’ultima parola con anime, ma noi preferiamo lasciare il termine greco che è meno compromesso. Esso infatti compare circa 800 volte nella Bibbia e spesso è tradotto con vita, persona. È inteso come ciò che indica la sede delle passioni, dei sentimenti, delle emozioni: ψυχη, allora ha uno spettro semantico molto più ampio di quello che la parola anima ha ormai assunto nel gergo comune, ed indica la personalità di ognuno.
La prospettiva di Gesù è dunque anch’essa decisiva, sta parlando della salvezza della singolarità di ciascuno, che Etty Hillesum descriverebbe così: «voglio solo cercare di essere quella che in me chiede di svilupparsi pienamente».
Per far questo, per salvare le nostre ψυχας, per cercare di essere quello che in noi chiede di svilupparsi pienamente, Gesù indica decisamente la via dell’“impastarsi” nella storia, anzi, meglio, nella drammatica della storia: «di tutto quello che ammirate, non resterà pietra su pietra che non venga distrutta», «sentirete parlare di guerre e di rivoluzioni», «si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno, e vi saranno di luogo in luogo terremoti, carestie e pestilenze; vi saranno anche fatti terrificanti e segni grandi dal cielo». È una drammatica che appunto non resta – e non deve restare – tangente rispetto al discepolo, ma lo incrocia e tocca nell’intimo: «metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno, consegnandovi alle sinagoghe e alle prigioni, trascinandovi davanti a re e a governatori», «sarete traditi perfino dai genitori, dai fratelli, dai parenti e dagli amici, e metteranno a morte alcuni di voi; sarete odiati da tutti per causa del mio nome».
Per abitare la tragicità di questa storia – unico luogo per la salvezza delle nostre anime, per la costruzione della consistenza delle nostre ψυχας – il Signore dà pochi ma sostanziali punti di riferimento:
1. «Guardate di non lasciarvi ingannare. Molti verranno sotto il mio nome dicendo: "Sono io" e: "Il tempo è prossimo"; non seguiteli». Non c’è un’altra via di salvezza che non sia quella cristica, la sua! La durezza della storia, la sua difficile intelligibilità, il frastornamento che ci provoca, il non senso che spesso ci rimanda, non devono arrivare a inquinare il nostro dar credito al Dio di Gesù. Ogni altra strada, che non sia la sua, è inevitabilmente illusoria perché parte dall’uomo, anzi, peggio, dalla sua paura di morire. E infatti la seconda parola che Gesù in questo brano pone sulla drammatica della storia è:
2. «non vi terrorizzate», non lasciate cioè che a determinare la vostra vita, le vostre scelte, il vostro impegnarvi o meno, il vostro amare o meno, le vostre ψυχας, sia il terrore. Esso è solo mortifero: blocca gli zampilli di vita, chiude gli spiragli di luce, immobilizza il desiderio di appassionarsi, indurisce il cuore, spegne il sorriso…
Ma sulla base di che cosa possiamo Vivere e non morire nel terrore? Perché, dice Gesù:
3. «nemmeno un capello del vostro capo perirà». Ciò che fonda la possibilità della Vita è l’assicurazione di una cura, di una presenza, di una vicinanza, di un intreccio con la libertà di Dio!
È quanto anche Paolo ribadisce nella sua esortazione finale: «a questi tali ordiniamo, esortandoli nel Signore Gesù Cristo, di mangiare il proprio pane lavorando in pace». Nel Signore Gesù Cristo è possibile vivere nella pace del cuore, costruendo dentro a questa storia la nostra evangelica singolarità!
In questo senso mi piace terminare queste riflessioni con un pezzetto del diario di Etty Hillesum, capitatomi tra le mani per caso, che però mi pare una bella risposta da dare a queste letture:

«Mio Dio, prendimi per mano, ti seguirò da brava, non farò troppa resistenza. Non mi sottrarrò a nessuna delle cose che mi verranno addosso in questa vita, cercherò di accettare tutto e nel modo migliore. Ma concedimi di tanto in tanto un breve momento di pace. Non penserò più, nella mia ingenuità, che un simile momento debba durare in eterno, saprò anche accettare l’irrequietezza e la lotta. Il calore e la sicurezza mi piacciono, ma non mi ribellerò se mi toccherà stare un po’ al freddo, purché tu mi tenga per mano. Andrò dappertutto allora, e cercherò di non aver paura. E dovunque mi troverò, io cercherò d’irraggiare un po’ di quell’amore, di quel vero amore per gli uomini che mi porto dentro. Ma non devo neppure vantarmi di questo “amore”. Non so se lo possiedo. Non voglio essere niente di così speciale, voglio solo cercare di essere quella che in me chiede di svilupparsi pienamente. A volte credo di desiderare l’isolamento di un chiostro. Ma dovrò realizzarmi tra gli uomini, e in questo mondo. E lo farò, malgrado la stanchezza e il senso di ribellione che ogni tanto mi prendono. Prometto di vivere questa vita sino in fondo».
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