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venerdì 15 maggio 2009

Non possiamo più dirci cristiani perché non siamo disposti a dare la nostra vita

Perché ci sia uno scatto nella natura e nella portata della nostra fede trinitaria e cristologica, è necessario mettere mano alle forbici e operare una netta semplificazione della nostra vita. Ma dove cercare questa sintesi semplificante? Dice l’apostolo Giovanni: colui che non è nell’amore non conosce Dio. Quindi, se vogliamo fare una revisione della nostra fede battesimale e cristiana, dobbiamo parlare del nostro amore: la sintesi semplificante e fortificante non la possiamo trovare altro che in una considerazione nuova del nostro amore e della nostra carità.

Seguendo l’invito di Dossetti, parliamo allora del nostro amore: è infatti questa, la via per quello scatto della nostra fede che in questi tempi duri sentiamo il bisogno di fare (per la declinazione specifica di questi tempi duri rimando al post di Mario “Perché non possiamo più dirci cristiani –1-”).
Le tenebre infatti (individuali, sociali, ecclesiali) si vincono solo sopportando la tensione degli opposti dentro di sé – come diceva Jung nel 1954 durante un dibattito al Club psicologico di Zurigo a proposito di una domanda sul pericolo di una guerra atomica: «Ritengo che dipenda da quanti sono in grado di sopportare la tensione degli opposti dentro di sé. Se quelli in grado di farlo sono in numero sufficiente, penso che la situazione non presenterà fratture e che saremo in grado di evitare innumerevoli pericoli» [in N. NERI, Un’estrema compassione, Mondadori, Milano 1999, 46]. Che è poi la stessa consapevolezza della Hillesum quando scriveva: «L’unica cosa che si può fare è offrirsi umilmente come campo di battaglia. Quei problemi devono pur trovare ospitalità da qualche parte, trovare un luogo in cui possano combattere e placarsi, e noi, poveri piccoli uomini, noi dobbiamo aprir loro il nostro spazio interiore, senza sfuggire»; o ancora: «Quel che conta in definitiva è come si porta, sopporta, e risolve il dolore, e se si riesce a mantenere intatto un pezzetto della propria anima».
Ebbene anche oggi il compito per gli uomini e le donne – a maggior ragione per i cristiani e le cristiane – è quello di custodire la qualità alta della propria caratura umana, all’interno di un mondo che invece sempre più propone la dis-umanizzazione.
Dossetti diceva: è questione di fede; e si chiedeva “Quale fede?”. Per rispondere non poteva che indicare la necessità di parlare dell’amore: è dalla qualità del nostro amore che dipende la qualità della nostra fede (essa infatti non è altro che una relazione) e dunque la qualità della nostra vita.
I testi che la liturgia ci propone per questa sesta domenica di Pasqua sembrano venire esattamente incontro al nostro bisogno di soffermarci su questa tematica. È per questo che ci concentreremo in particolare sul ragionamento portato avanti nel vangelo di Giovanni...
Innanzitutto il Signore, nel lungo discorso fatto durante l’ultima cena, chiarisce bene i termini della relazione di fede: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi». Lo sbilanciamento è dunque suo: è lui che per primo ci ha amati. E questo – molto più che una bella frasetta o uno slogan che volta per volta i vari raduni cattolici ci propinano – ha una portata scaravoltante l’intero impianto su cui spesso è fondata la nostra religiosità: «Il livello assoluto è il solo livello assimilabile per l’uomo, egli è libero ovvero l’uomo è l’unico ente in grado d’arrischiarsi in maniera assoluta. Ma ciò accade poiché (comunque per primo) Dio si esprime in maniera assoluta, la sola misura favorevole per l’uomo. Donandosi fino all’abbandono Dio è chi consegna chiara dis-misura al reale, qualsiasi atteggiamento l’uomo ponga in campo non giunge dunque a misurarlo. […] Rispetto al libero dono divino, l’uomo ne diviene l’erede, egli non può restituirlo, lo traffica, non ne fa alcuna economia, lo dona a sua volta» [S. UBBIALI, Il sacramento cristiano, Cittadella Editrice, Assisi 2008, 69-70].
In questa relazione originata primariamente da Dio, il Signore invita però a rimanere: «Rimanete nel mio amore». E immediatamente dice come: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore». L’estrema logicità del procedimento (la fede-relazione è un dono, in esso bisogna rimanere, per rimanerci bisogna osservare i comandamenti) rischia però di far perdere la qualità vera di quanto Gesù – nelle parole dell’evangelista Giovanni – sta proponendo ai suoi: il pericolo – purtroppo effettivamente percorso dalla pratica ecclesiale – è infatti quello di perdere il contesto autentico di questo ragionamento e di farlo transitare – a mo’ di “copia e incolla” – in un altro ordine di problemi.
La riduzione a cui è andata incontro la proposta di Gesù è infatti quella di essere stata considerata come un comodo libretto di istruzioni per andare in paradiso: le indicazioni di Gesù sono infatti state sottratte dal loro contesto d’origine, dalla portata con cui e per cui lui le diceva, e sono state adottate come risposta a problemi diversi, a problemi altri dai suoi, a problemi originatisi molto più tardi nella storia della chiesa. La nuova e ristretta prospettiva era infatti quella dell’ansia di salvarsi l’anima, non quella della relazione attuale e vivificante col Signore; una necessità di salvarsi l’anima data dall’eccessiva accentuazione della malvagità dell’uomo: rimanere nell’amore di Dio, voleva infatti dire tentare con le opere buone di ingraziarsi quel Dio giustamente adirato con noi per la nostra pochezza, scordando il primato incondizionato del suo amore per noi e la qualità alta dei gesti dell’amore, che non possono mai essere ridotti a strumenti per salvare sé, se no non sono più gesti d’amore… Questi ultimi infatti hanno la peculiarità di essere per gli altri: tra l’altro non nel senso estrinseco di fare qualcosa per qualcuno, ma nel senso pregnante dell’essere implicati in quello che si fa, dunque di un mettere in gioco sé in quello che si fa, impegnandosi dunque in una relazione, in uno sbilanciamento, in un’implicazione, in un legame, in un essere per l’altro più che in un dare qualcosa all’altro… E ovviamente – come noto – i comandamenti da osservare per rimanere in quell’amore funzionale a salvarsi l’anima erano tutto un elenco di precetti morali, cultuali, folkloristici, perfino superstiziosi…
Ma che i “comandamenti da osservare” non fossero quelli è abbastanza evidente dai versetti successivi:
- Innanzitutto il riferimento alla pienezza della gioia («Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena»), pressoché sconosciuta ai cattolici pre-conciliari e di cui invece Dossetti scriveva: «Il Cristo risorto ci appare talvolta da un punto di vista umano, per una piega non ben chiarita del nostro animo, del nostro intelletto, come un essere evanescente che non ha più i sentimenti. […] Il Signore risorto – invece –, sì, è glorioso, è potente, è libero, è sovrano, è dominatore del mondo, delle anime e della storia, è il giudice che viene, ma è soprattutto un essere infinitamente felice. […] E questa gioia ce la vuole comunicare, questa gioia paradisiaca che sta nella compenetrazione piena, nella corrispondenza totale dell’amore del Padre e del Figlio e che si esprime finalmente in un amore completamente efficace per i suoi. […] Il Cristo, che è alla destra del Padre e che è completamente nella visione beatifica, del Padre, vuole, per amore, che noi raggiungiamo la pienezza di questa gioia: questo è il Risorto! » [G. DOSSETTI, Omelie del tempo di Pasqua, Paoline, Milano 2007, 242-243].
- In secondo luogo la precisazione: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi». Il discrimine cioè non è posto sull’adempimento di qualche norma o sull’assolvimento di qualche dovere, ma molto più radicalmente su un orizzonte di senso che investe la vita, il modo di stare al mondo, il modo di guardare a sé, agli altri, alle scelte…
È su questo che va valutata la qualità del nostro amore, e dunque della nostra fede, e dunque della nostra capacità di sopportare in noi la tensione degli opposti, e dunque di offrirci come campo di battaglia in cui i problemi possano trovare ospitalità, combattere e placarsi… È su questo che va valutata la nostra capacità di non sfuggire, di portare, sopportare e risolvere il dolore, mantenendo intatto un pezzetto della nostra anima.
È dalla nostra qualità amante che dipende la caratura umana della nostra identità (non a caso è sull’amore che verremo giudicati…). E l’indicazione di Gesù è chiara… La qualità amante è cristica, è nella sua prospettiva quando sa dare la vita: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici».
Un cristiano dovrebbe cioè alzarsi la mattina e avere come unica preoccupazione quella di disporsi in modo tale da essere uno che ama le persone che in quella giornata gli sarà dato di incontrare… che si tratti del marito, dei figli, dei fratelli, del panettiere, del capufficio, ecc… Tutto il resto è coreografia… Non a caso il brano di vangelo perentoriamente si conclude così: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».
Saremo allora persone con una qualità umana significativa se guarderemo a tutto quanto ci accade intorno con uno sguardo amante – che sa dare la vita.

È per questo che – rischiando di non essere politically correct e di far dispiacere qualcuno – non possiamo non cogliere questa occasione e questa sede per esplicitare il nostro dissenso sui recenti provvedimenti previsti dal “pacchetto sicurezza” del governo italiano, che essendosi nascosto diverse volte – quando gli faceva comodo – dietro la bandiera cattolica, dimostra, ancora una volta – se ce n’era bisogno – di tener conto, nelle sue scelte, di tutto, tranne che del vangelo… dimenticando forse che il cattolicesimo o è evangelico o non è…



P.S.: Vorrei allegarvi l'ultima vignetta che ieri sera Vauro ha mostrato alla trasmissione Annozero, perchè al di là della fede politica, contingentemente mi sembra davvero pregnante... Qui sotto si mostrano gli ultimi 5 min della trasmissione, quelli dedicati, appunto, alle vignette,.. a mio parere, merita: fa ridere, ma anche riflettere!

venerdì 22 agosto 2008

In me la Vita è possibile per te

Il testo del vangelo che la liturgia ci propone per questa XXI domenica del tempo ordinario (Mt 16,13-20) è uno di quelli che la storia della Chiesa ha maggiormente caricato di precomprensioni e pregiudizi (anche confessionali). Involontariamente, ma inevitabilmente, infatti anche noi, leggendolo, lo associamo alla fondazione del ministero petrino e del sacramento della confessione, così che l’espressione di Gesù «tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa» starebbe ad indicare l’istituzione del primato papale e quella «A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» l’istituzione del sacramento della confessione come è oggi, quindi col sacerdote come ministro, la stola viola, ecc...
Questa immediatezza con cui la nostra testa legge una cosa e ne pensa un’altra, è frutto di quella sedimentazione culturale che l’umanità, e in essa anche la chiesa, porta avanti generazione dopo generazione e che noi introiettiamo semplicemente perché ne siamo impregnati fin da subito, è la cultura in cui nasciamo: “la succhiamo dal seno di nostra madre” direbbe mons. Brambilla.
Eppure oggi, alla luce del rinnovamento degli studi biblici e teologici del secolo scorso culminati nel Concilio Vaticano II con la sua Costituzione dogmatica sulla Divina Rivelazione (Dei Verbum) – per i cui risultati la Chiesa tutta deve ringraziare decine di uomini che (sebbene spesso osteggiati, frenati e perseguitati dal Magistero stesso) hanno speso la vita a studiare, approfondire, capire –, non possiamo più accettare di accostarci ad un testo della Sacra Scrittura con queste precomprensioni. Dobbiamo toglierci le lenti distorte con cui guardiamo al testo e tornare a farlo parlare. Il Concilio dice: «Poiché Dio nella sacra Scrittura ha parlato per mezzo di uomini alla maniera umana, l'interprete della sacra Scrittura, per capir bene ciò che egli ha voluto comunicarci, deve ricercare con attenzione che cosa gli agiografi abbiano veramente voluto dire e a Dio è piaciuto manifestare con le loro parole» (DV 12).
Anche perché se solo ci fermassimo un attimo a riflettere, già da soli capiremmo l’assurdità di quanto immediatamente ci verrebbe da pensare: davvero Gesù, in quel momento a Cesarea di Filippo, rivolgendosi a Pietro, ha in testa la storia dei papi? Davvero dicendogli «tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli», Gesù pensava ai nostri confessionali intarsiati e alle loro lucine verdi e rosse perché il fedele sappia se sono liberi o occupati?
Non voglio esagerare nella demitizzazione, e ovviamente è giusto che, chi oggi si occupa teologicamente o magisterialmente del primato petrino e del sacramento della riconciliazione, faccia riferimento a questi brani; ma, concesso questo, a noi rimane il dovere di evitare di distorcere il testo, ricollocandolo nel suo contesto e non riferendolo immediatamente ai problemi ecclesiali odierni.
Il contesto proprio del brano dunque è quello in cui Gesù, «giunto nella regione di Cesarèa di Filippo», dopo 16 capitoli in cui Matteo ha tentato di delineare il suo volto, pone la domanda su cosa la gente e poi i discepoli stessi hanno percepito della sua identità: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?», «Voi, chi dite che io sia?».
La vita pubblica di Gesù è ormai ben avviata, a questo punto del vangelo: egli infatti ha già detto molte cose (Matteo nei capitoli precedenti ha infatti già riportato il discorso della montagna, il discorso missionario, il discorso in parabole), ne ha anche già fatte molte (a partire dai racconti sulla sua infanzia, l’inizio della sua vita pubblica, fino ai miracoli e alle controversie coi farisei) ed è come se volesse fermare un attimo il flusso degli eventi e fare il punto della situazione: cosa ha capito di me la gente? Cosa han capito di me i miei?
Ed ecco che arriva la risposta di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»; risposta che fa sussultare le viscere di Gesù, al quale addirittura scappa detto «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli: tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
Tenendo sempre presente quanto detto sulla necessità di liberarci dai pregiudizi nella lettura e interpretazione del testo, proviamo a guardare semplicemente alla dinamica che si sviluppa tra Gesù e Pietro.
Gesù sta tastando il terreno, vuole capire in che misura ciò che dice e fa, mostri effettivamente alla coscienza della gente chi lui sia. Questa è la sua preoccupazione fondamentale: che la sua vita, il dipanarsi della sua singolarità, la sua libertà storica, sia incontrata nella sua verità dai singoli uomini e donne che incontra.
Perché è così importante per Gesù che l’uomo non fallisca l’idea su di lui? Perché nello svolgersi della storia di quest’uomo, si rivela Dio. E Gesù sa bene che dall’idea di Dio che uno ha in testa dipende tutto l’orizzonte di senso in cui imposta la sua vita, la sua idea di uomo, di amore, di relazioni, di morte...
L’interrogazione di Gesù dunque non è un pour parler; mostra anzi il costruirsi storico della rivelazione di Dio: Gesù infatti non è solo l’occasione del rivelarsi di Dio, non è il portatore di una serie di norme o definizioni, piuttosto «Questi è Dio», cioè quella libertà storica (di Gesù) nel suo decidersi in nome del Padre!
Ecco perché è così importante anche la risposta di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»; perché è il riconoscimento! Pietro ha capito che in quell’uomo lì si dà qualcosa che non è contenibile nella categorie solite della religiosità ebraica: Gesù non è Giovanni Battista redivivo o Elia o Geremia; la sua persona non è esauribile dalla categoria di profeta. Egli – dice Pietro – è il Messia, colui che deve venire a salvare gli uomini, e il Figlio di Dio, qualcuno che ha a che vedere direttamente con Dio (la Chiesa poi dirà Dio lui stesso, che per l’ambiente ebraico – da cui provenivano Pietro e tutti i primi cristiani – è una delle bestemmie peggiori, perché infrange in primo – e più importante – comandamento, fondante lo stretto monoteismo ebraico: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese di Egitto, dalla condizione servile. Non avere altri dei di fronte a me» - Dt 5,6-7). Ecco perché a Gesù nasce come un guizzo di gioia interiore «Beato sei tu, Simone»! E ancora: «tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa»; «A te darò le chiavi del regno dei cieli»!
Ma cosa vogliono dire queste frasi?
Anche qui, prima di lasciar scorrere il flusso dei pensieri, è bene fare una piccola pausa: perché associare – come ci verrebbe immediatamente da fare – la pietra su cui si edifica la chiesa, con la cattedrale di san Pietro o le chiavi del regno dei cieli, con l’accesso, permesso o vietato, al paradiso è, non solo banale, ma sbagliato!
Discorso molto più serio è piuttosto quello di soffermarsi sulle dinamiche che qui sono in gioco, su ciò che qui Gesù sta facendo: di fronte alla professione di fede di Pietro, cioè di fronte alla dichiarazione di Pietro di fidarsi di Gesù e, in lui, di Dio, Gesù risponde con la sua professione di fede nell’uomo: il Dio di Gesù Cristo è il Dio che si fida dell’uomo: «tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa»; «A te darò le chiavi del regno dei cieli»!
Se è sconvolgente per la mentalità del tempo che Pietro dica di Gesù «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (dato che – al contrario di oggi – il problema dei cristiani di allora era evidenziare la divinità di Gesù più che la sua umanità, che vedevano tutti; sconvolgente poi per il fatto che Gesù non ha propriamente i tratti del Messia atteso da Israele...) ancora più sconvolgente è che Gesù dica a Pietro «A te darò le chiavi del regno dei cieli»! Che Dio, nel suo Figlio e attraverso il suo Spirito si fidi dell’uomo per la realizzazione del suo regno, cioè – per citare mons. Bettazzi – per la realizzazione del mondo come Dio lo vuole!
Ecco dunque la dinamica seria che c’è in questo testo: che la vita dell’uomo non è costituita solo da una fiducia anonima e infantile in un dio che sta nell’alto dei suoi cieli, ma che la vita dell’uomo è Vita proprio perché consiste nel dare credito che essa è possibile perché fondata su un Altro, che ha il volto di Gesù Cristo; e che – reciprocamente – la vita dell’uomo è Vita perché Dio a sua volta si fida di me, dà credito alla mia buona riuscita.
Tanto che recentemente un teologo della Facoltà Teologica di Milano – don Sergio Ubbiali –ha affermato che il male / il peccato per l’uomo è dire: “è impossibile per me la Vita” (con la “V” maiuscola); che indica la vita buona in tutte le sue forme (per cui male sarebbe ogni dis-umanizzazione della vita, cioè ogni scelta o non scelta che priva la vita della sua qualità umana, in senso forte)!Male è perciò rinunciare alla “Vita” quando la scopro impossibile per le mie forze... E invece questo vangelo ci mostra come la parola di Dio sull’uomo sia: “In me questo è possibile per te”.
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