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venerdì 7 agosto 2009

Io sono il pane della vita, perché chi ne mangia non muoia

Solo la Bellezza attrae
Gesù rispose: ...non mormorate tra voi
...quanti brontolamenti in questi racconti di fame e di pane, di carne e di manna, di cibo terreno e di cibo celeste, di sazietà e disperazione! Nel popolo, che si sente tradito, ma anche nel più grande profeta che Israele abbia mai avuto, Elia. Gli si è bloccato lo stomaco e la voglia di vivere. Anoressia e inedia spirituale. Perché la delusione è andata così in profondo che gli ha seccato le radici dell’anima: Non sono migliore dei miei padri! Se l’obiettivo delle sue violente lotte profetiche era di purificare la società ed i suoi capi da tutto ciò che è male, ambiguo e contrario alla crescita dell’uomo e ai diritti di Dio, se ha dovuto eliminare i cattivi maestri per costruire una società che i suoi padri hanno solo intravisto da lontano... allora, ritrovarsi rinchiuso nelle prigioni di prima, vedere che non si esce dal stesso cerchio che incatenava i nostri padri alle loro possibilità meschine, ristrette e precarie, lo ha ammalato di una amarezza letale. Come ogni giovane di grandi energie e presunzioni, era cresciuto dicendo: io arriverò più in là! Tetragono a chiunque tutt’intorno gli replicava aggressivamente (quasi sempre) o suggeriva dolcemente (qualcuno!): chi credi di essere? – finirai come tutti noi! Infatti l’Elia in formato più o meno ridotto, che vive dentro ciascuno di noi, se la presunzione non lo acceca del tutto, appena inoltrato nell’esperienza concreta degli anni, s’accorge che per affermare la propria visione della verità e della vita, ha mangiato e consumato quella di altri. Perché anche il più schivo di noi ha lasciato qualche ferito o sconfitto, abbandonato lungo il cammino.
provenienza e qualità...
...hanno ragione in fondo, i giudei! Qui, come in genere nel vangelo di Giovanni, si dice ‘giudei’, anche se siamo in Galilea, per indicare chi, sicuro della “provenienza genuina” della sua verità, si oppone teologicamente (ideologicamente) a qualsiasi proposta o novità non abbia lo stesso sigillo di garanzia – il suo! Di lui conosciamo padre e madre, come può dire: “sono disceso dal cielo”?! Perciò il dissidio si rivela insanabile. Li scandalizza l’affermazione di Gesù: io sono il pane disceso dal cielo. Effettivamente la “provenienza” di tipo terreno è documentabile facilmente entro la logica del mondo fisico, biologico, psichico, secondo le leggi di necessità che governano questi mondi, a portata delle misure dell’uomo. La “provenienza” spirituale è un rapporto di amore divino (dove c’è amore c’è Dio!) insondabile. È credibile, è affidabile, può esser più certo dell’esistenza di me e di te, ma non è dimostrabile con mezzi tecnici, né manipolabili da noi. Addirittura bisogna cambiare totalmente livello di esperienza e di conoscenza, per entrare in sintonia con questa lunghezza d’onda. Uno, infatti non può entrare in questo tipo di rapporto se non lo “attira”, come una calamita vivente, il Padre che mi ha inviato. Qualche barlume di ciò avviene anche nelle nostre minuscole esperienze di amore. Dunque c’è un mistero di predilezione che avvolge libertà e necessità interiore, e ottiene un consenso che trasforma la vita. È irripetibile e gratuito, non acquisibile col proprio sforzo, ma non è esclusivo di nessuno. Anzi, secondo Gesù, c’è una scuola misteriosa, di predilezione, ma aperta a tutti, profetizzata fin dai tempi dell’esilio, nella quale si “ascolta” e si “impara”, nei tempi e nei modi più diversi e personali, ad essere ammaestrati direttamente dal Padre. Naturalmente noi possiamo esserne solo segno indicatore: nessuno è abilitato ad insegnarvi, se non chi conosce di persona il Padre. Perché è lui l’oggetto e il soggetto dell’insegnamento. Attraversi colui che soltanto lui! viene da Dio e quindi ha visto il Padre. Il ragionamento, nel caratteristico stile circolare di Giovanni, sembra scorrere intercettando i vari simboli e i vari soggetti, coinvolti in questa spirale per attirarvi i “giudei” (noi!), liberarli nella mente e nel cuore dai loro fraintendimenti... e aprirli alla verità vitale di un cibo nuovo, offerto a loro e al mondo, annunciato proprio dai loro profeti, nelle scritture! Chi ci salva è solo il Padre che ha mandato il figlio suo come il maestro, perchè ha imparato dal Padre la sola “dottrina” da insegnare: che è l’intimità del Padre stesso da cui proviene – che ha un solo cibo capace di saziare finalmente la nostra fame congenita, questo : lui stesso, figlio suo, che proprio come pane per la nostra fame, è rivelazione piena del suo amore di misericordia.
provenienza e attrazione
Elia è troppo sfinito e disperato per farsi domande da dove provengano focaccia e orciolo d’acqua, quando viene svegliato e indotto a mangiare a forza... Di sicuro è roba che proviene da fuori. Ma bevendo e mangiando ritrova la voglia di vivere e camminare... Credere (mangiare, accogliere, affidarsi... a qualcosa/qualcuno che ti chiama) e rimettersi sul cammino della vita sono strettamente legati. Questo sussulto che ci fa riaccendere la spinta vitale, con un soffio che proviene da un misterioso amore di attrazione, è strettamente legato alla risurrezione, come un primo germoglio appena nato, che già quaggiù ne prefigura la forza e la qualità. Inutile e insensato (fuori sintonia) ogni scetticismo: Non mormorate tra voi. Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Credere in lui, sotto la spinta libera, impercettibile e irresistibile del Padre, e quindi andare verso di lui, ascoltare lui, mangiare di lui, sono tutte manifestazioni convergenti dell’azione del Padre nel mondo, attraverso Gesù. Tutte seminano “adesso” dentro di noi il germe della vita eterna. Dirà infatti allo stesso modo: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno (54). Questa attrazione così intima che diventa segno e causa efficace di vita divina in noi e quindi fermento di risurrezione, trova il suo simbolo reale (sacramento), nella fame e nella nutrizione, nell’assimilazione e nella digestione. Diventa il luogo umano (la nostra carne fatta di spazio e di tempo e di energia) dove è innestato il fermento dinamico che trasforma una vita terrena mortale (destinata a consumarsi senza residui) in una vita mortale rigenerata e capace di risurrezione (eterna), cioè abilitata a passare attraverso la morte senza esserne svuotata, senza annichilirsi! L’attrazione ‘celeste’ di amore Paterno seminata in lei dallo Spirito del Figlio l’assorbe in sé!
pane vivo e pane morto
...io sono il pane della vita! proclama apertamente Gesù, incurante, ormai, delle ambiguità e dei fraintendimenti scandalizzati che ne seguiranno. Adesso vuole soltanto che si capisca chiaramente la verità sconvolgente della sua presenza. È nettissima la contrapposizione ad ogni altro cibo, magari necessario e utile per la vita terrena che stiamo conducendo, ma incapace di sostenerla nella sua caducità. Come si vede dall’esempio che riprende proprio dal discorso dei giudei... la manna! Prodigiosa senz’altro, ma i padri che l’hanno mangiata, sono tutti morti. Il suo pane (lui, come pane) è di tutt’altra qualità: questo è il pane disceso dal cielo, perché chi lo mangia non muoia. Questo pane infatti dà la vita, perché è vivo, è una persona vivificante. È un volto che si mette in comunione intima con te, fino a lasciarsi assimilare nello specchio dell’anima! e così attira a sé colui che entra in questa relazione con lui. Una relazione costitutiva e rigenerante tutta la persona. Il pane che viene dal cielo induce nell’amico che lo accoglie, questa qualità “celeste”. Rende capaci di cielo, cioè di eternità, chi lo “mangia”, proprio perché questa è la qualità del suo sigillo di provenienza, trasmessa in un rapporto di totale dedizione e intimità. Questa vita eterna che viene infusa in un incontro terreno tanto intimo da essere significato in un’assimilazione biologica nutritiva, vuol dire rendere capaci della stessa relazione intima col Padre, da cui viene questo “cibo inviato a noi”: ci fa diventare dunque capaci di eternità, dove amore e vita, desiderio e verità, orfanità e figliolanza si intrecciano e si compenetrano in una promessa radicata però alla terra, alla nostra e sua carne: Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo.
...fatevi imitatori di Dio
questa dinamica di immersione nella materia di carne per attrarci nell’unico modo “terreno” (carnale) a noi accessibile, nella sua vita divina, diventa, secondo Paolo, il motore della nostra vita. Ci fa imitatori di questa vita intima di Dio, in un coinvolgimento tanto personale da “rattristare”, se non corrisposto, lo Spirito Santo di Dio, con il quale foste segnati per il giorno della redenzione. Non si diventa dolci e misericordiosi per virtù, e se è vero che comunque bisogna sforzarsi per essere tali... ognuno può costatare, passando gli anni, i magri risultati raggiunti, anche dopo qualche decennio di frequentazione cristiana. Era già un problema della chiesa nascente. Asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità... segnano solo la sfiducia profonda che ci morde e dispera nel profondo ed emerge anche nelle persone più ‘a modo’ come un’accusa più o meno inconscia (e reciproca!): nel momento della mia debolezza mi abbandonerai, per salvare te stesso! Agire diversamente, cioè amare l’altro più di sé e piuttosto lasciarsi mangiare da lui che abbandonarlo, è amore di un altro mondo! Si diventa virtuosi per nutrizione! E Paolo lo sa bene: Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore. Dio stesso, infatti, in lui si è fatto cibo e nutrimento perché nessuno venga meno e nessuno si lasci morire. Ma, a sua volta ognuno si faccia pane... Amare non vorrà dire, allora, andare alla ricerca (non apposta, lo fanno già le varie traversie della vita che ci è data!) di qualcuno che ci faccia diventare pane, come Gesù; ci dia il coraggio di diventare dono, come lui, di diventare gli uni per gli altri pane e sostegno, compagnia nel cammino?

giovedì 6 agosto 2009

La volontà di Dio di dare la vita all'uomo e il desiderio dell'uomo di darsi la morte

In questa diciottesima domenica del tempo ordinario, la liturgia ci propone la prosecuzione del discorso di Giovanni 6 sul pane del cielo.
Rispetto a domenica scorsa c’è un salto di 5 versetti (Gv 6,36-40), quelli che completavano l’affermazione di Gesù, in cui Egli si identificava col pane della vita. Il brano odierno infatti riparte con le reazioni che tale identificazione aveva suscitato nei Giudei: «I Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”».
Vale comunque la pena di andare a rileggere i versetti che il liturgista omette, perché in particolare verso la fine, essi forniscono una possibile chiave di lettura per quanto segue: «Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete. Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me: colui che viene a me, io non lo caccerò fuori, perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. E questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
Sono versetti strategici perché mettono in luce la dinamica del discorso seguente, in particolare nella contrapposizione tra punto di vista dell’uomo e punto di vista di Dio.

Innanzitutto in questi versetti è esplicitata la “volontà di Dio”. Quest’ultima è una categoria iper usata, tanto da risultare abusata e addirittura travisata. Di fronte a tale locuzione infatti immediatamente in noi sorge il timore di non riuscire a comprenderla (Cosa vuole Dio da me?) e dunque a compierla (Cosa devo fare per adempiere tale volontà?), con l’esito di vivere sempre nell’incertezza sulla volubilità del giudizio di Dio (L’avrò accontentato? Mi sarò guadagnato il paradiso? Oppure no?). Questa infantile e un po’ forzata – ma molto reale – ricostruzione della nostra idea immediata di “volontà di Dio”, contrasta però in maniera inconciliabile con quella che Gesù ritiene essere tale volontà: «questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno».
La prospettiva di Gesù, che – a suo dire – coincide con quella del Padre, ha infatti un’impostazione positiva: è riaffermato inequivocabilmente il desiderio di vita che Dio ha per l’uomo. Nessuna ambiguità, nessuna doppia faccia, solo il desiderio che i suoi figli abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza (Gv 10,10).
A fronte cioè dell’insanabile sospetto dell’uomo – che l’immagine biblica dice introdotto dal serpente – che la volontà di Dio «invece che il simbolo della [sua] solidarietà, sia il segno di un’oscura prevaricazione», che «dietro un volto apparentemente buono e promettente» Dio «ne celi forse uno inquietante e minaccioso», Gesù ribadisce con indiscutibile univocità che «nella concretezza del rapporto instaurato con Dio non v’è alcuno spazio per l’ipotesi formulata dal serpente». E questo prende evidenza pratica soprattutto nell’atto del dare vita, dove «risplende sempre immediatamente il fondamento: nel generare e nel nutrire, nel far vedere cose belle e nel far ascoltare notizie buone, nella cura e nella guarigione, nella risurrezione e nel perdono», lì prende corpo la certezza della differenza tra il fondamento come dominio (quello dell’uomo e che egli attribuisce a Dio) e il fondamento come dedizione (Dio).
Il Dio di Gesù è dunque incontrovertibilmente il Dio della Vita. Lo dice l’intelligenza delle scritture evangeliche, lo ribadiscono i versetti omessi dal liturgista, lo confermano quelli del brano odierno: «In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna. Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo»
Al di là della domanda di profilo storico sul come abbiamo fatto in duemila anni a oscurare tale evidenza, tanto da aver re-introdotto pressoché tutte le ambiguità pre-cristiane sul volto di Dio, resta comunque aperto il quesito se tale “travisamento” sia dovuto solo a processi storici, scelte sbagliate di alcuni, desiderio di potere di altri (ecc…), o se – più radicalmente – dentro a tutto questo e senza venir meno ad una seria presa di responsabilità in proposito – non ci sia una strutturale fatica umana a dar credito a tale paternità. Che l’indagine debba andare in questa direzione, lo suggerisce soprattutto il continuo ritornare delle parole di Gesù sulla necessità di credere: «Vi ho detto però che voi mi avete visto, eppure non credete», «In verità, in verità io vi dico: chi crede ha la vita eterna».
È come se il contrasto letterario tra prospettiva dell’uomo e prospettiva di Dio fosse tutta in questi due poli: la fatica dell’uomo a credere nella vita, con il suo conseguente desiderio di morte, e la volontà di Dio di dare Vita all’uomo, con il conseguente desiderio di nutrirlo. Ma perché l’uomo desidera morire? E in che senso?
Lo mettono in luce bene sia la prima lettura con la presentazione di Elia, che «desideroso di morire», disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri», sia le mormorazioni raccontate nel vangelo, sia l’asprezza, lo sdegno, l’ira, le grida, le maldicenze e le malignità di cui racconta Paolo.
Dietro tutti questi atteggiamenti sta infatti lo stesso percorso interiore: l’interruzione del credito dato alla vita.
Perché Elia vuole morire? Non perché ritenga la morte più auspicabile della vita, ma perché ritiene quest’ultima non più degna di credito, che è il “ragionamento” di ogni aspirante suicida, come attestava già De Andrè nella sua Preghiera in Gennaio: «Signori benpensanti spero non vi dispiaccia se in cielo in mezzo ai santi Dio fra le sue braccia, soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte che all’odio e all’ignoranza preferirono la morte». Si preferisce dunque la morte perché la vita non è più Vita.
Questo percorso interiore della sfiducia nella vita, lo si capisce ancor meglio se si va a vedere perché Elia voglia lasciarsi morire: egli ha appena saputo che la regina Gezabele vuole ucciderlo. Sembra un paradosso, eppure è proprio così: Elia decide di lasciarsi morire perché qualcuno lo vuole uccidere. Che è come dire che la vita diventa non più degna di credito quando ci si rivela che essa può essere smentita, non custodita, spazzata via; quando qualcuno o qualcosa possono metterla in questione a tal punto da annientarla.
Questo è il problema di Elia: che senso ha una vita in cui un altro può togliermela? Ma a ben guardare è il problema medesimo che soggiace alle mormorazioni, o alle maldicenze, all’asprezza, allo sdegno, ecc…: questi atteggiamenti interiori infatti rivelano solo un mettersi sulla difensiva a fronte di una vita che si è rivelata ostile, che letteralmente vuol dire nemica.
Chi infatti mormora? Chi teme di essere ingannato: «I Giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal cielo”. E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: ‘Sono disceso dal cielo’?”».
Chi si veste di maldicenze, malignità, ira, ecc…? Chi non è amato e non ama (due cose che van sempre insieme) al modo di Gesù: «Scompaiano da voi ogni asprezza, sdegno, ira, grida e maldicenze con ogni sorta di malignità. Siate invece benevoli gli uni verso gli altri, misericordiosi, perdonandovi a vicenda come Dio ha perdonato a voi in Cristo. Fatevi dunque imitatori di Dio, quali figli carissimi, e camminate nella carità, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi, offrendosi a Dio in sacrificio di soave odore». Chi dunque non riconosce più la qualità sensata della vita.
Mi pare che questi esempi che la Scrittura traccia per mettere in luce questo contrasto tra desiderio di dare vita di Dio e desiderio di darsi la morte dell’uomo, siano ancora oggi molto attuali e rispondenti in qualche modo a quello che anche noi ci troviamo a vivere.
Anche a noi vien da dire “Ora basta! Desidero morire”: e non solo e non tanto in senso fisico stretto (suicidio), ma in quelle piccole morti della speranza, dell’amore, della fiducia, che ogni giorno attuiamo e che pian piano ci conducono dentro a un circolo vizioso per cui non sappiamo neanche più riconoscere le conferme della promessa che la vita ha in sé iscritta. È come se ci dessimo tante piccole morti “per protesta” contro una vita (e i suoi abitanti e i suoi meccanismi) che pare non mantenere le sue promesse, quindi in qualche modo per tentare in un ultimo disperato tentativo di far sentire la nostra disperazione, che qualcuno la veda, se ne faccia carico… in modo che qualcosa cambi, che è il senso di ogni protesta; ma poi incartati dentro alla mortifica-azione della chiusura alla vita (i piccoli/grandi baratri in cui ci richiudiamo) non sappiamo più neanche rinvenire ciò che invece dà in qualche modo ragione alla protesta e riconferma la speranza di vita: «Elia s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri”. Si coricò e si addormentò sotto la ginestra. Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: “Àlzati, mangia!”. Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò».
Solo che se da questo circuito non si esce, si rischia di rimanervi imbrigliati per la vita, con le conseguenze che Paolo lucidamente mette in chiaro: «asprezza, sdegno, ira, grida, maldicenze, malignità», ritrovandoci senza accorgercene inaciditi, gretti, tristi…
Eppure sia dal testo biblico che dall’esperienza quotidiana è fin troppo evidente che dalla mortificazione della fiducia nella vita, non si esce da soli: non si tratta (solo) di consolidare la propria identità, non si tratta (solo) di uno sforzo volontaristico, non si tratta (solo) di piccoli passettini di miglioramenti graduali… C’è dell’altro che deve avvenire… o meglio: è un Altro che deve venire… per Elia è l’angelo che «per la seconda volta» lo invita a mangiare (cioè a tornare a vivere), per Paolo è il preveniente amore di Cristo che sana dall’acidità, per i Giudei è Gesù che si fa cibo… è cioè l’amore sovrabbondante, gratuito e dedito incondizionatamente («il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo») che può creare quel miracolino interiore, quella svolta, per cui uno non si vota più al desiderio di morire perché la sua vita ha parlato di morte, ma si ridona alla fiducia nella vita.
Di fronte a un mondo che sempre più si popola di persone che per paura di essere “uccise” si “uccidono” – un mondo che ben lungi dall’essere fuori è ben radicato dentro alle nostre stesse case – la provocazione della Scrittura diventa duplice: È perché ci amiamo troppo poco che non siamo più in grado di far scattare questi miracolini nei cuori della gente? E per altro verso: È perché ci poniamo come irraggiungibili dall’amore che ci ritroviamo ripiegati su noi stessi?

venerdì 8 agosto 2008

Il possibile incontro con Dio nell'inevitabile storicità dell'uomo

La prima lettura e il Vangelo di questa diciannovesima domenica del tempo ordinario, per essere ben compresi, invitano ad allargare lo sguardo su una porzione un po’ più ampia, rispetto a quella proposta dalla liturgia, della vicenda dei loro protagonisti: da un lato Elia, dall’altro Gesù e i discepoli (in particolare Pietro).
Questo ampliamento d’orizzonte consente infatti di collocare gli episodi qui narrati nell’evoluzione storica che li ha preceduti e seguiti, con due vantaggi: quello più immediato di permettere una visione non parziale e deformata dei personaggi; e quello più strutturale di farci cogliere come unico modo corretto di pensare l’uomo, sia quello di pensarlo come essere storico.
Come anticipato, questo è visibilissimo in Elia. L’episodio che la prima lettura ci presenta infatti rischia di rimanere un po’ incomprensibile o, peggio, di essere frainteso se non si conosce ciò che lo precede e ciò che lo segue. Ecco perché è doveroso, almeno velocemente, ripercorrere la storia di questo profeta così come ci è presentata nel I e nel II libro dei Re (1Re 17,1 – 2Re 2,18).
Siamo nel IX sec. a.C. nel Regno di Israele, che ha al suo vertice il re Acab. In questo contesto inizia la storia di Elia profeta; a dire il vero in modo un po’ anomalo: egli compare infatti sulla scena rivolgendo al re una parola che è sua e non di Dio: «Elia il Tisbita, uno degli abitanti di Galaad, disse ad Acab: “Per la vita del Signore, Dio di Israele, alla cui presenza io sto, in questi anni non ci sarà né rugiada né pioggia, se non quando lo dirò io» (1Re 17,1).
Davvero uno strano profeta quello che parla a nome suo e non a nome di Dio...
Ma proprio questo è l’aspetto interessante del ciclo di Elia: il fatto che questo profeta non è presentato in modo agiografico, come un eccellente uomo di Dio, ma come un uomo, dal “carattere difficile”, che dovrà fare un lungo percorso per convertire l’idea di Dio che ha in testa.
Tant’è che il testo, con un tono decisamente ironico, ci presenta immediatamente come Elia stesso sia vittima della sua profezia: infatti, dopo che su invito di Dio si era rifugiato presso il torrente Cherit, per sfuggire alle insidie della casa regnante che lo voleva morto, avvenne che «il torrente si seccò perché non pioveva sulla regione» (1Re 17,7). Simpatico questo Dio che fa propria la parola del profeta, anche se non era sua, e decide di attuarla proprio ora...
Il Signore allora – dopo questo primo smacco che Elia si auto-procura – decide di inviare il suo profeta a Sarepta di Sidone, dove egli si stabilisce, in casa di una vedova. Ma anche lì Elia prosegue con il suo strano stile: di fronte alla donna che, alla sua richiesta di nutrimento gli risponde «Per la vita del Signore tuo Dio, non ho nulla di cotto, ma solo un pugno di farina nella giara e un po’ di olio nell’orcio; ora raccolgo due pezzi di legna, dopo andrò a cuocerla per me e per mio figlio: la mangeremo e poi moriremo», egli ribatte, con egoismo (?): «Non temere; su fa’ come hai detto, ma prepara prima una piccola focaccia per me e portamela; [...] poiché dice il Signore: La farina della giara non si esaurirà e l’orcio dell’olio non si svuoterà finché il Signore non farà piovere sulla terra» (1Re17,12-14). Peccato che anche stavolta questa è parola di Elia e non parola del Signore... Ad ogni modo anche stavolta quest’ultimo sceglie di assecondare il suo strano profeta, così che «La farina della giara non venne meno e l’orcio dell’olio non diminuì» (1Re 17,16).
Ma «In seguito il figlio della padrona di casa si ammalò» (1Re 17,17). E interessante è in quest’occasione, cogliere la reazione della madre, che chiaramente rivela che opinione essa abbia di Elia: «Che c’è fra me e te, o uomo di Dio? Sei venuto da me per rinnovare il ricordo della mia iniquità e per uccidermi il figlio?» (1Re 17,18). Opinione certamente poco consueta di un profeta...
Eppure, con questa sua frase pungente e carica di dolore, questa donna riesce – per prima – a fare breccia in Elia, che sentendosi in colpa – dato il suo atteggiamento con Dio e con gli altri – si rivolge al Signore con queste parole: «Signore mio Dio, forse farai del male anche a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio?» (1Re 17,20).
E ancora una volta «Dio ascoltò il grido di Elia; l’anima del bambino tornò nel suo corpo e quegli riprese a vivere» (1Re 17,22).
Eppure Elia, che sembrava essersi un po’ smosso interiormente, nel capitolo immediatamente successivo dimostra ancora di non aver ben capito la lezione... Il Signore infatti gli disse: «Su mostrati ad Acab; io concederò la pioggia alla terra» (1Re 18,1). Questo dunque doveva dire: che stava per finire la siccità... Eppure pochi versetti dopo lo ritroviamo di fronte al re a riferirgli: «Io non rovino Israele, ma piuttosto tu con la tua famiglia, perché avete abbandonato i comandi del Signore e tu hai seguito i Baal. Su, con un ordine raduna tutto Israele presso di me sul monte Carmelo insieme con i quattrocentocinquanta profeti di Baal e con i quattrocento profeti di Asera, che mangiano alla tavola di Gezabele [la regina]» (1Re 18,18-19).
Con queste pesantissime parole Elia – che doveva solo annunciare la fine della siccità – lancia invece una sfida ai falsi profeti che adoravano gli idoli... sfida che vincerà, ma che per sua volontà si concluderà in un bagno di sangue: «Elia disse: “Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi uno!”. Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li scannò» (1Re 18,40). Ancora una volta – nel silenzio della parola di Dio – Elia fa di testa sua.
Ma la ritorsione della regina si preannuncia pesante ed Elia, «si alzò e se ne andò per salvarsi» (1Re 19,3). Ciò che lo muove però non è solo la paura, ma più che altro la crisi col suo Dio. Elia né lo capisce né tanto meno si sente capito: sceglie perciò di provocarlo. Infatti «si inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto un ginepro. Desideroso di morire, disse: “Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». È un ricatto affettivo: vuole spingere Dio a intervenire in suo soccorso per ottenere in questo modo la sua approvazione. E il Signore – molto diversamente da come istintivamente avremmo pensato noi – ancora una volta, si fa vicino al profeta e lo nutre. Ma egli insiste e ostinato, pur mangiando e bevendo, non si alza. E il Signore nuovamente fa un passo verso di lui: «Venne di nuovo il messaggero del Signore, lo toccò e gli disse: “Su, mangia, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Finalmente Elia «Si alzò, mangiò e bevve. Con la forza datagli da quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb» (1Re 19, 4.7-8).
È a questo punto che si inserisce il brano riportato nella prima lettura, che forse ora, dopo aver raccontato questa storia, possiamo guardare con occhi diversi, perché ormai il protagonista lo conosciamo...
E siamo alle solite: alla domanda del Signore «Che cerchi qui Elia?» - ed è da ricordare che qui non è un posto qualsiasi, ma significativamente la caverna dove Mosè aveva ricevuto la rivelazione del nome di Dio (Es 3,1 ss.) – Elia si rivela ancora sempre lo stesso: «Sono pieno di zelo per il Signore degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita».
Ma ora è l’ora di Dio, infatti a questo grido di Elia, carico ancora di tutta la sua tracotanza, di tutta la sua rabbia, di tutta la sua paura, di tutto il suo desiderio di vendetta e rivalsa, il Signore semplicemente risponde: «“Esci e fermati sul monte alla presenza del Signore”. Ecco, il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso... un terremoto... un fuoco... ma il Signore non era nel vento, nel terremoto, nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu voce di un silenzio svuotato. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello».
Alla chiassosa e violenta esistenza di Elia, il Signore risponde in una voce di un silenzio svuotato... un doppio ossimoro che – oltre a Elia – lascia a bocca aperta anche noi.
Eppure questa è la chiave di volta della vita del profeta: è l’incontro in verità col Signore, che è anche incontro in verità con se stesso. Questo, anche per noi, è il livello da guadagnare, perché è l’unico che trasforma davvero la nostra interiorità, la rende libera e dunque abilitata alla Vita. Infatti anche Elia – su cui forse noi ormai avevamo poche speranze – cambia, come attesta il proseguo della narrazione.
A questo proposito è interessante notare come, seppure anche prima dell’Oreb Elia avesse spesso giurato a nome di Dio («Per la vita del Signore»), creduto di averlo incontrato, addirittura preteso di parlare e agire a suo nome, è solo ora che c’è un discrimen qualitativo altro.
È la stessa vicenda dei discepoli... anch’essi immersi nella storicità dell’uomo... con le sue andate e i suoi ritorni, le sue parzialità e zone d’ombra, i suoi entusiasmi (c’è appena stata la moltiplicazione dei pani e dei pesci) e le sue paure («È un fantasma!»), con i suoi slanci («Davvero tu sei Figlio di Dio!») e le sue ritrattazioni («Non conosco quell’uomo»)...
Eppure dentro a questa storicità dell’uomo, e quindi anche alla storicità del suo incontro con Dio, è iscritta la possibilità di un incontro vero con lui, la possibilità di dire chi è Dio e dunque dire chi sono io (dire infatti chi sono io è possibile solo dicendo chi sono io di fronte a lui).
Un incontro che non risolve i dubbi, che non preserva dagli errori, dalle ritrattazioni, dalle paure, dalle infedeltà, dalle parzialità, dalla storia: dalla fatica di impegnare tutta la vita nel rapporto col Signore. Eppure, a incontro autentico avvenuto, tutto questo non ha più la potenzialità di falsificare l’identità sua e nostra. Tutto, pur nella sua realtà e nella sua drammaticità, è come “tenuto” da questa identità sua e nostra a cui si è avuto accesso e alla quale, per ciò, si può sempre ritornare! Come per Elia, come per Pietro... che ci somigliano tanto...
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