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martedì 16 febbraio 2016

II Domenica di Quaresima


Dal libro della Genesi (Gn 15,5-12.17-18)
In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo». Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono. Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io dò questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate».
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (Fil 3,17-4,1)
Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose. Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!
 
Dal vangelo secondo Luca (Lc 9,28-36)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.
 
In questa Seconda Domenica di Quaresima, la Chiesa – come di consueto – ci invita a riflettere sul brano della Trasfigurazione.
È un evento della vita di Gesù particolarmente ostico per noi lettori, o almeno per me. È difficile, dietro al linguaggio degli evangelisti, ricomprendere cosa sia accaduto e quale sia il senso di questa esperienza che Gesù, per primo, e poi i suoi tre discepoli, vivono.
Anche perché le espressioni “il suo volto cambiò d’aspetto”, “la sua veste divenne candida e sfolgorante” possono essere interpretate sia con un senso letterale, sia con un senso figurato.
Nel primo caso la nostra mente si immagina uno (spaventevole) cambiamento dei tratti del volto di Gesù (spaventevole, non perché assuma tratti mostruosi, ma perché il solo fatto di assistere alla modificazione dei connotati del volto è un po’ spaventoso); nel secondo, ci vengono forse più in mente alcune esperienze che anche noi abbiamo fatto di incontrare persone raggianti, per qualsiasi motivo. Davvero, anche in questo caso si potrebbe dire “il suo volto cambiò d’aspetto”.
Io credo che il rischio di interpretare la trasfigurazione nel primo senso (quasi catalogandola insieme all’immaginario di tutti quei cartoni animati o film in cui ci sono questi effetti speciali di trasformazione dei volti) sia forte e apportatore di molti fraintendimenti: ci viene infatti un misto di reazioni disgustate, timorose, sarcastiche.
Lo stesso si può dire dell’incontro con Mosè ed Elia: come va interpretato quell’“apparsi nella gloria”?
Come sempre il problema è il background culturale a cui il linguaggio e le immagini attingono. Bisognerebbe chiedersi se coloro che hanno scritto hanno i nostri medesimi riferimenti, per esempio quando parlano di “gloria”.
Quello che voglio suggerire è che un’interpretazione troppo legata alla lettera, alla plasticità della scena descritta, rischia di farci perdere il senso di questo evento.
L’arte, da questo punto di vista, non ci ha aiutato nel corso dei secoli, sottolineando eccessivamente la extra-ordinarietà dell’episodio.
Forse dovremmo riuscire a non fermarci alla coreografia scenica, per andare al messaggio della rappresentazione che gli evangelisti tratteggiano.

martedì 24 febbraio 2015

II Domenica di Quaresima


Dal libro della Genesi (Gn 22,1-2.9.10-13.15-18)
In quei giorni Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Abramo si mise in viaggio. Essi arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. Poi stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito». Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. Poi l’angelo del Signore chiamo dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,31-34)
Fratelli, che diremo? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!
 
Dal vangelo secondo Marco (Mc 9,2-10)
In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.
 
Come anticipavamo settimana scorsa, il percorso quaresimale ci fa incontrare oggi l’episodio della trasfigurazione, secondo l’evangelista Marco.
Siamo al capitolo 9 del suo vangelo e – rispetto a quanto letto settimana scorsa e nelle settimane precedenti (quando eravamo nel Tempo ordinario) – il salto è notevole. Per diverse settimane infatti la liturgia si era concentrata sul primo capitolo del vangelo di Marco, mentre oggi saltiamo fino al nono.
Necessario dunque dire almeno una parolina su ciò che sta in mezzo: dal capitolo 2 al capitolo 8 è narrata la vita pubblica di Gesù in Galilea, cioè ciò che ha detto, ciò che ha fatto, dunque, chi è stato e quale volto di Dio abbia rivelato. Il capitolo 8 fa poi da spartiacque, con il famoso episodio di Cesarea di Filippo dove Gesù chiede «La gente, chi dice che io sia?» e «Voi, chi dite che io sia?».
Da lì in avanti Gesù inizia ad annunciare la sua passione e morte e ad avvicinare il suo cammino a Gerusalemme. Inizia dunque qui la seconda parte del vangelo di Marco che si concluderà appunto con la morte di Gesù a Gerusalemme e l’incontro delle donne col risorto.
Il nostro capitolo 9 è dunque pienamente collocato in questa seconda sezione e – come per gli altri evangelisti sinottici – inizia con una notazione temporale precisa. Dice infatti Marco: «Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli».
Come accennato, anche Matteo e Luca pongono l’episodio della trasfigurazione immediatamente dopo a quello del primo annuncio della passione e morte di Gesù. Matteo, come Marco, parla di 6 giorni dopo, mentre Luca di 8 giorni dopo. Secondo gli studiosi questo dipende dal fatto che mentre i primi due facevano riferimento all’entrata di Mosè nella nube sul Sinai nel settimo giorno, Luca si discosta da questa tradizione e dà una collocazione temporale che aveva il significato di “dopo una settimana”. Non sarebbe dunque una differenza troppo significativa.
Altre differenze, invece, paiono più rilevanti. E per guardarle syn optis (a colpo d’occhio), da cui “sinottici”, proviamo a mettere i 3 testi su 3 colonne vicine.
 
 
 

martedì 11 marzo 2014

La Trasfigurazione


Dal libro della Gènesi(Gen 12,1-4)

In quei giorni, il Signore disse ad Abram: «Vàttene dalla tua terra, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra». Allora Abram partì, come gli aveva ordinato il Signore.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (2Tm 1,8b-10)

Figlio mio, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo. Egli infatti ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto e la sua grazia. Questa ci è stata data in Cristo Gesù fin dall’eternità, ma è stata rivelata ora, con la manifestazione del salvatore nostro Cristo Gesù. Egli ha vinto la morte e ha fatto risplendere la vita e l’incorruttibilità per mezzo del Vangelo.

Dal vangelo secondo Matteo (Mt 17,1-9)

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo. Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

In questa seconda domenica di Quaresima, la Chiesa attraverso il Vangelo di Matteo (17,1-9) ci invita ad addentrarci in uno degli eventi più enigmatici dell’esperienza terrena di Gesù, che è appunto la sua trasfigurazione.

Già solo la parola – trasfigurazione – pare creare in noi un certo qual senso di inadeguatezza, un alone di mistero… quasi forse un sentimento di inquietudine: ci sentiamo messi di fronte a uno di quegli episodi della vita di Gesù che, per come ce li hanno raccontati fin da piccoli, si discostano troppo dalla nostra capacità di comprensione, perché li sentiamo al di là della nostra umanissima esperienza. E chissà come, dalle profondità ataviche del Cristianesimo succhiato al seno di nostra madre, sentiamo improvvisamente che l’umanissimo Gesù che siamo abituati a trovare nel Vangelo, ora ci pare così lontano… ci incute quasi timore.

Eppure, se guardiamo bene al testo, non ci sarebbero poi così tanti elementi a sostegno di questa sensazione istintiva che ci nasce in cuore: tutta la vicenda è infatti raccontata nel giro di pochi versetti, manca di qualsiasi presentazione dal sapore enfatico, è priva di ogni euforico senso del miracoloso e addirittura si conclude con un deciso invito a non sponsorizzare l’accaduto.

Si potrebbe quasi anzi dire che il modo di raccontare questo fatto da parte di Matteo (come anche di Luca e Marco) sia il più demitizzato possibile: avrebbe potuto caricarlo di prodigiosità, avrebbe potuto sfruttarlo per convincere alla fede i suoi lettori, avrebbe potuto anche forzare un po’ la mano e sottolinearlo tanto da farlo diventare il momento clou del suo vangelo. E invece no: invece, appunto, gli dedica pochi versetti e tiene un profilo narrativo basso.

Questo è un indizio significativo di quale sia l’intento dell’evangelista: egli non sta pubblicizzando Gesù, come una delle tante proposte di salvezza presentate all’umanità, ma dentro all’evoluzione della narrazione evangelica («il racconto della trasfigurazione, nel vangelo di Matteo, è strettamente legato alla passione, preannunciata da Gesù appena prima e ribadita subito dopo» [Giuliano]), con la quale questo brano sta in continuità, vuole portare pian piano il discepolo all’incontro con l’identità del suo Maestro e Signore.

È in questa prospettiva che va letta anche la trasfigurazione: essa, da un lato, è uno dei momenti della vicenda della libertà di Gesù (è un’esperienza che fa Gesù); dall’altro, è il coinvolgimento in questa vicenda da parte dei suoi discepoli, i quali non la apprendono su un libro o per sentito dire, ma lasciandosene implicare e compromettendosi in prima persona.

Questo modo, che è l’unico vero, di conoscere qualcuno, non è stato possibile solo allora e a noi precluso per un’immensa e incolmabile distanza spazio-temporale dal fatto storico: anzi, tutto il NT trasuda la certezza di un’accessibilità reale per il discepolo di qualunque tempo alla drammatica storica della vita di Gesù. Essa è percorribile proprio nella stessa dinamica di implicazione e compromissione, che era propria dei discepoli della prima ora.

Ecco perché credo utile provare a ripercorrere il senso del brano evangelico che la liturgia ci propone, puntualizzando proprio questa dimensione: il coinvolgimento con la sua identità che il Signore ha inteso proporre ai tre discepoli, in questo episodio della trasfigurazione.

Dicevo prima infatti che questa è: 1) sia un’esperienza di Gesù; 2) sia un coinvolgimento dei discepoli (e di noi in quanto discepoli) in questa stessa vicenda.

Perché sottolineo questo? Perché – leggendo – mi è sorta questa domanda: “Ma Gesù quando ha chiamato «in disparte su un alto monte Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello», sapeva che sarebbe stato trasfigurato «davanti a loro»?”.

Certo, so che sono quelle domande che non ci si dovrebbe mai porre, perché – come insegnano gli studiosi – i brani biblici non andrebbero mai interrogati con domande eterogenee al testo così come esso si dà… però mi pare che questa possa comunque essere una domanda “ammessa”, se non altro perché credo possa aiutarci a inquadrare un po’ meglio la situazione. Infatti, leggendo il resto del brano, sembra che Gesù viva con molta naturalezza questa esperienza: di lui non è raccontata nessuna reazione, nessuna parola, se non sul finale quando appunto «Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”». Forse questo può farci dire che non è stata un’esperienza così inaspettata per Gesù; forse possiamo addirittura arrivare a dire che il suo comportamento, per come ce lo dipingono i sinottici, in quell’occasione è stato quello di chi vive qualcosa di conosciuto, quasi di usuale: Gesù non si è spaventato come gli altri.

In questa prospettiva, riprendendo la nostra impertinente domanda, potremmo allora dire che, sì, in qualche modo, Gesù ha scelto consapevolmente di portare con sé i tre discepoli (quelli delle occasioni importanti) per coinvolgerli in uno dei momenti essenziali della sua vita: la sua relazione col Padre e in Lui, con la Legge (Mosè) e i profeti (Elia).

Di questa esperienza, ciò che emerge dai versetti matteani, è sicuramente l’insieme dei tratti caratteristici (classici) della teofania (la luminosità, l’apparizione, la voce dalla nube…) – che stanno lì a dire che appunto in gioco c’è il relazionarsi a Dio –, ma soprattutto la messa in campo di una dialogicità: «Mosè ed Elia, che conversavano con lui», «una voce dalla nube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”».

È in questa sua esperienza di relazione dialogica con Dio e con la storia della salvezza che Gesù vuole coinvolgere i suoi tre discepoli, quasi a tirarli dentro nel più intimo della sua intimità (il suo rapporto col Padre). In questo senso questa è davvero un’esperienza rivelativa, un momento cioè in cui Gesù dice davvero di sé; ma appunto lo fa non con un bel discorso, ma tirando dentro alla sua vicenda (intanto che la vive!) anche altri, che così possono capire «che dal suo cuore, emanava come un’esplosione di luce, il mistero intimo del Messia, che nella sua vita storica, tiene insieme cose inconciliabili: la potenza divina e la debolezza umana, la sofferenza fino all’angoscia e la gioia di vedere realizzato il disegno di amore del Padre, lo svuotamento di ogni bene e la fecondità della salvezza...» [Giuliano].

Ma tutto questo – gli altri (i suoi, noi…) – lo capiranno solo dopo la sua risurrezione… Qui, tanto per cambiare, fanno ancora una volta la figura di quelli che capiscono poco…

Infatti, la prima cosa che si dice di loro, di Pietro in particolare (gli altri sono addirittura ammutoliti), è che prende la parola, ma, come Marco e Luca addirittura esplicitano, non sa che dire: «Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento» (Mc 9,6), «Egli non sapeva quel che diceva» (Lc 9,33). Matteo esprime questo suo dire inopportuno, attraverso l’escamotage letterario di non farlo nemmeno finir di parlare: «Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce…».

Inoltre Matteo aggiunge un’ulteriore notazione dell’“inebetimento” dei discepoli: «All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore».

Pare quindi che il tentato coinvolgimento nell’intimità di Gesù che egli attua a favore dei suoi, non sia andato a buon fine: i tre discepoli non capiscono, non sanno che dire e anzi si spaventano, tanto da ritrovarsi a terra tremanti e quasi tramortiti…

Ma non è il caso di essere troppo duri con loro, anche perché forse non sono così lontani da noi e da quell’immagine che tutti noi abbiamo misteriosamente impressa nella mente di un dio spauracchio dell’uomo, di un dio rivale all’uomo, di un dio che fa paura! In quest’ottica è più che comprensibile la reazione dei tre; senza contare che stiamo parlando di Ebrei, per i quali udire la voce di Dio può comportare addirittura la morte (in proposito il libro del Deuteronomio – 4,32-33 – dice: «Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?»).

Eppure la voce di Dio («voce di tuono», secondo Es 19,19) stavolta aveva un messaggio di speranza: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».

Ma neanche questo basta!

È qualcos’altro che fa da chiave di volta nell’emotività dei discepoli. Perché effettivamente un cambiamento in loro c’è; li ritroviamo infatti un versetto dopo (v. 10) tutti tranquilli che intraprendono un discorso teologico con lo stesso Gesù: «Allora i discepoli gli domandarono: “Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?”».

Cosa gli ha fatto dunque ritrovare il riordinamento della sensibilità poc’anzi così sconvolta?

Io credo sia stato il tocco di Gesù, unito alle sue parole: «Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”».

È proprio questo modo nuovo di essere Dio in Gesù che permette all’uomo di non stare più prostrato pieno di paura, ma, toccato, di rialzarsi e coinvolgersi, in un ritorno al dialogo con Gesù, il Figlio che rivela un Dio che ama («Questi è il Figlio mio, l’amato»), che promette affidabilmente benedizione («Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra»). E questa è la buona notizia (Vangelo) per cui val la pena anche soffrire («soffri con me per il Vangelo»): che Dio è questo qua!

In questo brano infatti, di fronte ai nostri occhi: «si sono manifestate simbolicamente le tre tende della presenza di Dio , quasi tre successive abitazioni del Signore nella storia del suo popolo: la legge, la profezia... e il corpo di carne di Gesù», di cui la voce dal cielo dice: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo! «Dunque questa ultima “tenda” è di tutt’altra natura. Non è solo la nuova legge che conduce a Dio, né la profezia che intravede nelle vicende storiche i barlumi di amore di Dio. È il figlio stesso, prediletto, di Dio, in cui, il Padre trova la sua gioia, perché lui salverà il mondo che il Padre “tanto ama”, attraverso la scadenza finale del dramma, quando gli stessi tre testimoni privilegiati, ma non più acuti degli altri, vedranno la sua disperazione e la sua debolezza estrema... ma fedele, fino alla morte. Fino a quando un ignaro centurione romano, dalla nube laica della sua rusticità militare, ribadirà la voce divina: “Costui era veramente figlio di Dio”! [Così] Tutto quello che Gesù ha fatto e detto è l’esegesi, la spiegazione, l’incarnazione dell’amore del Padre. Che così è divenuto percepibile a noi, al nostro linguaggio, al nostro coinvolgimento mentale e affettivo... Il suo amore di infinita benevolenza diventa umano... Questa è la gioia che lo fa rallegrare di compiacenza» [Giuliano].

martedì 19 febbraio 2013

II Domenica di Quaresima


Dal libro della Genesi (Gn 15,5-12.17-18)
In quei giorni, Dio condusse fuori Abram e gli disse: «Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle»; e soggiunse: «Tale sarà la tua discendenza». Egli credette al Signore, che glielo accreditò come giustizia. E gli disse: «Io sono il Signore, che ti ho fatto uscire da Ur dei Caldei per darti in possesso questa terra». Rispose: «Signore Dio, come potrò sapere che ne avrò il possesso?». Gli disse: «Prendimi una giovenca di tre anni, una capra di tre anni, un ariete di tre anni, una tortora e un colombo». Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra; non divise però gli uccelli. Gli uccelli rapaci calarono su quei cadaveri, ma Abram li scacciò. Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono.Quando, tramontato il sole, si era fatto buio fitto, ecco un braciere fumante e una fiaccola ardente passare in mezzo agli animali divisi. In quel giorno il Signore concluse quest’alleanza con Abram: «Alla tua discendenza io dò questa terra, dal fiume d’Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate».

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippesi (Fil 3,17-4,1)
Fratelli, fatevi insieme miei imitatori e guardate quelli che si comportano secondo l’esempio che avete in noi. Perché molti – ve l’ho già detto più volte e ora, con le lacrime agli occhi, ve lo ripeto – si comportano da nemici della croce di Cristo. La loro sorte finale sarà la perdizione, il ventre è il loro dio. Si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra. La nostra cittadinanza infatti è nei cieli e di là aspettiamo come salvatore il Signore Gesù Cristo, il quale trasfigurerà il nostro misero corpo per conformarlo al suo corpo glorioso, in virtù del potere che egli ha di sottomettere a sé tutte le cose. Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!

Dal vangelo secondo Luca (Lc 9,28-36)
In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante. Ed ecco, due uomini conversavano con lui: erano Mosè ed Elia, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo, che stava per compiersi a Gerusalemme. Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno; ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui. Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli non sapeva quello che diceva. Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura. E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». Appena la voce cessò, restò Gesù solo. Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto.

 

In questa Seconda Domenica di Quaresima, la Chiesa – come di consueto – ci invita a riflettere sul brano della Trasfigurazione; quest’anno secondo l’evangelista Luca.

«Nel vangelo di Luca (come pure in quello di Matteo e Marco) il racconto della trasfigurazione è inquadrato in un contesto preciso e significativo. Non soltanto, è preceduto dalla confessione di Pietro, dal primo annuncio della passione e dalle istruzioni di Gesù sulla via Crucis del discepolo stesso, ma è anche seguito dalla guarigione del fanciullo epilettico e dal secondo annuncio di passione. Dunque, la trasfigurazione è raccontata in un contesto dominato dal tema della Croce.

I tratti del racconto (vocabolario, immagini, riferimenti alle Scritture) dicono chiaramente che esso appartiene al genere “epifanico-apocalittico”: vuole cioè essere una rivelazione rivolta ai discepoli, rivelazione che ha come oggetto il significato profondo e nascosto della persona di Gesù e della sua opera. Questo significato profondo e nascosto della persona e dell’opera di Cristo ci viene comunicato, da una parte, mediante riferimenti all’Antico Testamento (Mosè ed Elia e – più impliciti ma ugualmente presenti – i riferimenti al Figlio dell’uomo di Daniele e al Servo di JWHW di Isaia) e, dall’altra, mediante riferimenti a due episodi della vita di Gesù: il battesimo (con il quale il nostro racconto ha indubbiamente diverse analogie) e i racconti pasquali (con i quali ha pure una innegabile parentela di vocabolario e di immagini).

I due rilievi fatti sono comuni a tutta la tradizione sinottica. Ma su questa tradizione comune Luca ha introdotto due importanti modifiche: l’accenno alla preghiera di Gesù (“Salì sulla montagna a pregare. E mentre pregava…”); e l’esplicitazione del contenuto del colloquio che si svolge fra Mosè, Elia e Gesù: “Parlavano del trapasso (esodo) che egli doveva compiere a Gerusalemme”».

[B.Maggioni, il racconto di Luca, Cittadella Editrice, Assisi 2000, 186-187]

Siamo dunque di fronte ad una scena di rivelazione: una scena per molti aspetti simile a quella descritta dalla prima lettura (Gn 15,5-12.17-18), quando Abram è testimone del patto che il Signore stipula con lui «quando, tramontato il sole» passò «un braciere fumante e una fiaccola ardente in mezzo agli animali divisi».

Ciò che immediatamente fa da rimando tra le due letture, è l’atteggiamento, da un lato di Abram e dall’altro di Pietro, Giacomo e Giovanni. Del primo si dice infatti che «mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono»; degli altri, similmente, che «Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno» e che «all’entrare nella nube, ebbero paura».

Dunque il sonno e la paura come sentimenti ricorrenti dell’uomo di fronte al Signore che si rivela, che si mostra, che si fa conoscere.

Se da un lato questa reazione umana ci sembra istintivamente normale (quella che probabilmente anche noi avremmo/abbiamo o che immagineremmo/immaginiamo), perché di fronte a Dio è ovvio “non reggere il confronto” (sia fisicamente: sonno; che emotivamente: paura); dall’altro però, tale reazione, non può non risultare un po’ eterogenea rispetto a ciò che di fatto è il contenuto di quella rivelazione: di fronte a Gesù (che con Mosè ed Elia durante la trasfigurazione parla della sua croce!), al Dio Padre di tutti che Egli ha rivelato, è ancora così normale avere paura?

“Ovviamente no”, la risposta dovrebbe essere questa… eppure essa risuona così anaffettiva, privata della sua drammaticità, quasi stoicamente falsa, se detta un po’ troppo in fretta, se arriva subito a sciogliere l’impasse, se non fa la fatica di stare a bagnomaria nelle angosce ataviche o ingenerate che abitano il cuore dell’uomo.

A me pare che il rapporto fiducia/paura, affidamento/angoscia, sia spesso sciolto – da alcuni – un po’ troppo celermente in grandi proclami della fede: “Il cristiano è colui che non ha paura, perché ha riposto la sua fiducia nel Signore!”, “Bisogna avere paura di quelli che hanno paura”, “Chi teme non crede!”, ecc… ecc… ecc…

Perché:

- se è vero – e molte volte noi stessi l’abbiamo ribadito (cfr. la riproposizione che segue delle citazioni di Sequeri, da Il timore di Dio) – che va scardinato senza esitazioni dal nostro cuore il dubbio diabolico (divisorio) del serpente che proponeva un volto di Dio contraffatto (un dio ambiguo, geloso dell’uomo; dal quale l’uomo può aspettarsi tanto il bene quanto il male, ecc…), un dio di cui avere paura perché apre «lo spazio dell’incredulità: [...] il sospetto cioè che il comandamento invece che il simbolo della solidarietà di Dio, sia il segno di un’oscura prevaricazione»;

- se è vero che questa paura dell’arbitrio di Dio, per la quale si teme che «dietro un volto apparentemente buono e promettente, Egli ne celi forse uno inquietante e minaccioso», va scardinata precisamente in nome di Gesù, che per tutta la vita non ha fatto altro che «attivare un processo di interno confronto fra l’immagine dell’abbà e la rappresentazione faraonica di Dio coltivata nel fondo della nostra coscienza» ribadendo incontrovertibilmente come «prima di tutto e nonostante tutto, l’essenza della volontà di Dio è la cura per l’essere umano»;

- se è vero che l’esercizio della fede di una vita consiste nel «togliere ogni ombra di dominio e di assoggettamento alla relazione che caratterizza Dio», per cui «neppure a fin di bene Dio esercita la propria potenza», e nel realizzare che «nella concretezza del rapporto instaurato con Dio non v’è alcuno spazio per l’ipotesi formulata dal serpente» e che «lo spazio dell’incredulità, sin dall’inizio, si apre [solo] nell’immaginazione [e mai] nell’esperienza»;

- è altrettanto vero che tutto questo non può mai diventare puro oggetto di insegnamento intellettuale, preteso auto o etero convincimento volontaristico, nominalistico discrimine tra “chi è dei nostri e chi non lo è”.

Tutte queste riduzioni della drammatica del vivere umano portano un cattivissimo servizio alla costruzione del Regno di Dio, perché saltano precisamente ciò che Gesù aveva posto a fondamento di tutto il suo essere e agire e parlare e vivere e morire: l’in-carnazione, lo strettissimo tenersi alla carne, la sua insuperabilità.

In questo senso la paura di morire, che è l’altra faccia della medaglia della paura di vivere, della paura di Dio, della paura di essere se stessi (ecc… ecc… ecc…) e che radicalmente racchiude non un dubbio intellettualistico su cosa ci sarà dopo la morte, sulla reale esistenza di Dio e di un Dio così, sulla sensatezza del faticare quotidiano (ecc… ecc… ecc…), ma le più tremende e penose angosce in cui ci dibattiamo nei nostri letti, sotto i nostri tavoli, negli angoli delle nostre pareti, sul ciglio delle strade, o sull’orlo dei precipizi, non si può “sanare” nell’estrinsecismo del sistema-scuola, nell’illusoria organizzazione dei tempi familiari, nell’asettica proposta catechetica delle nostre parrocchie, nell’interrogatorio moralistico di certi confessionali, nel fasullo mondo della trasgressione (comunque intesa), ma solo nella coraggiosa e solidale (bisogna essere almeno in due: «fatevi insieme miei imitatori») discesa nei nostri inferi, senza paura di aver paura, perché l’avremo. Ma solo passando di lì, dentro a quella paura lì, dentro a quella angoscia lì, non saltata, ma incarnata, smetteremo di fronte ai nostri drammi e a quelli degli uomini del nostro tempo, di fare la figura di Pietro che «non sapeva quello che diceva». Non a caso infatti Gesù, diversamente, sa sempre cosa dire e cosa dice: lui infatti nella fornace ardente della trasfigurazione, ha guardato in faccia il suo inferno, il suo esodo. E l’ha fatto non da solo! Perché la paura è questione di pancia non di testa e si cura solo con la tenerezza, non coi discorsi: «Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!».

 

martedì 28 febbraio 2012

II Domenica di Quaresima

Dedicata al mio papà,
che mi ha fatto amare le montagne.


Campanile basso, Via delle Bocchette, Dolomiti di Brenta.


Due figli – due padri – due monti… Chissà cos’è successo davvero lassù?
A noi è giunta l’eco di un testo scritto, memoria del racconto di chi c’era, narrato chissà quante volte prima di trovare la formulazione che conosciamo…
Ecco il mistero della Parola di Dio… l’attestazione scritta di una storia, di cui si perdono i confini precisi, quelli così cari alla nostra contemporanea mentalità occidentale e che invece lì si sfumano e si perdono, per concentrarsi altrove.
Quanti silenzi che vorremmo riempire (Cos’ha pensato Abramo? Cos’ha pensato Isacco? Cosa vuol dire “trasfigurarsi”?) e che invece restano tali e chiedono di non essere riempiti.
Ma allora “Cos’è successo davvero su questi monti?” non è forse la domanda più corretta da porsi… Perché la storia è lì, è narrata, è quella, non c’è da aggiungere o togliere niente. Non c’è molto da capire – nella sua linearità: Dio chiede ad Abramo di sacrificare il figlio della (sua) promessa, Isacco; Abramo obbedisce, si appresta al sacrificio, ma viene fermato da Dio; Gesù sale su un monte alto con Pietro, Giacomo e Giovanni; viene trasfigurato; ad un certo punto appaiono Elia e Mosè che conversano con lui, i discepoli si spaventano; Pietro dice la faccenda delle tende perché non sa cosa dire, poi viene una nube e una voce dalla nube «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!»; poi, improvvisamente, non si vede più nessuno, se non Gesù solo coi tre discepoli.
Le storie sono queste – e al di là di qualche particolare che magari ogni tanto ci sfugge – le conosciamo da sempre. Chi le ha scritte ha pensato che questo fosse il modo migliore per tramandarle alle generazioni future, perché comprendessero. E non è stata un’operazione arraffazzonata, sbrigativamente condotta da chi andava di fretta: c’hanno messo 1000 anni a scrivere la Bibbia!
Eppure, la linearità di queste storie non ci lascia in pace. Ad ogni passo, sorgono in noi interrogativi, riluttanze, perplessità.
Cosa vogliono dirci, cosa possono dirci queste storie, su Dio, sull’uomo, sulla nostra vita?
Innanzitutto una cosa – banale forse, ma indicativa: che le cose importanti avvengono sempre sui monti!
Tutte le cose più importanti della Storia della Salvezza infatti succedono in montagna (Ararat, Sinai, Tabor, Calvario… per citare solo i più importanti)…
E anche nelle nostre due storie di questa II Domenica di Quaresima è così…
E forse anche nelle storie della nostra vita: i nostri “monti”, quelle vette (della terra o del cuore) dove ci siamo trovati qualche volta, soli con qualcuno a scavarci reciprocamente l’anima, a segnare svolte senza ritorno, a determinare il nostro essere…
A volte anche con Qualcuno o alla Sua presenza.
E però – contemporaneamente – questi sono tutti monti dai quali bisogna sempre scendere.
Mai il monte è la meta ultima.
Ciò che succede sul monte, qualunque cosa sia (vedere il volto trasfigurato del tuo Amico o la mano di tuo padre che si alza contro di te), diventa vero a valle; altrimenti è un’illusione, una magia, un gesto di autoerotismo spirituale.
Ma è vero anche il contrario… è ciò che succede a valle che ti porta sul monte; è ciò che succede a valle che prepara ciò che sarà sul monte.
Abramo e Isacco sul monte fanno esperienza di una nuova relazione tra loro e con Dio; addirittura l’esperienza di un nuovo volto di Dio. Escono cambiati, come figli, come padri, come uomini, da questa esperienza… Scendono cambiati da questo monte!
E però – contemporaneamente – è per tutto quello che era successo a valle (per tutto quello che era successo prima e per come si erano determinati prima, cioè per come avevano deciso di sé prima) che arrivano fin su quel monte che cambia la loro vita; che fa sì che la loro vita non sia più quella di prima, che loro non siano più quelli di prima! Senza ritorno, ma non senza futuro.
Nella vita infatti ogni nuovo monte ci modifica senza ritorno, ma non chiude mai i giochi sulla costruzione della nostra identità.
Così è per Gesù, che sale sul monte non innanzitutto e primariamente per mostrarsi ai suoi… Cioè non per far vivere ad altri un’esperienza. Ma innanzitutto e primariamente per viverla lui. È lui per primo che vive la trasfigurazione, che fa/patisce quell’esperienza, conversando con i profeti e la Legge (caratteristica inversione marciana: Matteo e Luca dicono: “Mosè e Elia”; Marco: “Elia e Mosè”) e ascoltando la voce di suo Padre che di lui dice «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!».
È lui per primo che scende “cambiato” dal monte, segnato senza ritorno dallo stare a scavarsi l’anima con Dio, la sua Parola, i suoi fratelli.
Ma anche per lui vale il contrario: arriva lassù e vive quell’esperienza lì, solo perché essa si è intessuta nella quotidianità della valle. Ed è vera, solo perché poi scenderà dal quel monte e tornerà a valle “tra le gente che cerca e dispera”…

Il monte è così…
è come un parto…
che ha tutta una storia che lo precede…
una storia recente, fatta di scelte, attese, travagli del corpo e dello spirito…
e una storia remota, che affonda le radici in quella bimba, ragazza, donna, che lei è stata prima di essere mia madre… e in quel bimbo, ragazzo, uomo, che lui è stato prima di essere mio padre…
            e che ha un futuro…
un futuro recente, fatto di novità, gioia, preoccupazioni per il piccolo nuovo che abbiamo in mano…
                        e un futuro remoto, che chissà cosa sarà di lui, da ragazzo, da uomo, da padre...

E così nella circolarità tra monti e valli, tra parti e travagli pre e post partum, si scrive la nostra vita, come si è scritta quella di Abramo, come si è scritta quella di Gesù.
La domanda vera, allora, di fronte a queste loro storie è “Chi sono stati?” e “Chi vogliamo essere noi?”.



lunedì 21 marzo 2011

II Domenica di Quaresima: La Trasfigurazione

In questa seconda domenica di Quaresima, la Chiesa attraverso il Vangelo di Matteo (17,1-9) ci invita ad addentrarci in uno degli eventi più enigmatici dell’esperienza terrena di Gesù, che è appunto la sua trasfigurazione.


Già solo la parola – trasfigurazione – pare creare in noi un certo qual senso di inadeguatezza, un alone di mistero… quasi forse un sentimento di inquietudine: ci sentiamo messi di fronte a uno di quegli episodi della vita di Gesù che, per come ce li hanno raccontati fin da piccoli, si discostano troppo dalla nostra capacità di comprensione, perché li sentiamo al di là della nostra umanissima esperienza. E chissà come, dalle profondità ataviche del Cristianesimo succhiato al seno di nostra madre, sentiamo improvvisamente che l’umanissimo Gesù che siamo abituati a trovare nel Vangelo, ora ci pare così lontano… ci incute quasi timore.

Eppure, se guardiamo bene al testo, non ci sarebbero poi così tanti elementi a sostegno di questa sensazione istintiva che ci nasce in cuore: tutta la vicenda è infatti raccontata nel giro di pochi versetti, manca di qualsiasi presentazione dal sapore enfatico, è priva di ogni euforico senso del miracoloso e addirittura si conclude con un deciso invito a non sponsorizzare l’accaduto.

Si potrebbe quasi anzi dire che il modo di raccontare questo fatto da parte di Matteo (come anche di Luca e Marco) sia il più demitizzato possibile: avrebbe potuto caricarlo di prodigiosità, avrebbe potuto sfruttarlo per convincere alla fede i suoi lettori, avrebbe potuto anche forzare un po’ la mano e sottolinearlo tanto da farlo diventare il momento clou del suo vangelo. E invece no: invece, appunto, gli dedica pochi versetti e tiene un profilo narrativo basso.

Questo è un indizio significativo di quale sia l’intento dell’evangelista: egli non sta pubblicizzando Gesù, come una delle tante proposte di salvezza presentate all’umanità, ma dentro all’evoluzione della narrazione evangelica («il racconto della trasfigurazione, nel vangelo di Matteo, è strettamente legato alla passione, preannunciata da Gesù appena prima e ribadita subito dopo» [Giuliano]), con la quale questo brano sta in continuità, vuole portare pian piano il discepolo all’incontro con l’identità del suo Maestro e Signore.

È in questa prospettiva che va letta anche la trasfigurazione: essa, da un lato, è uno dei momenti della vicenda della libertà di Gesù (è un’esperienza che fa Gesù); dall’altro, è il coinvolgimento in questa vicenda da parte dei suoi discepoli, i quali non la apprendono su un libro o per sentito dire, ma lasciandosene implicare e compromettendosi in prima persona.

Questo modo, che è l’unico vero, di conoscere qualcuno, non è stato possibile solo allora e a noi precluso per un’immensa e incolmabile distanza spazio-temporale dal fatto storico: anzi, tutto il NT trasuda la certezza di un’accessibilità reale per il discepolo di qualunque tempo alla drammatica storica della vita di Gesù. Essa è percorribile proprio nella stessa dinamica di implicazione e compromissione, che era propria dei discepoli della prima ora.

Ecco perché credo utile provare a ripercorrere il senso del brano evangelico che la liturgia ci propone, puntualizzando proprio questa dimensione: il coinvolgimento con la sua identità che il Signore ha inteso proporre ai tre discepoli, in questo episodio della trasfigurazione.

Dicevo prima infatti che questa è: 1) sia un’esperienza di Gesù; 2) sia un coinvolgimento dei discepoli (e di noi in quanto discepoli) in questa stessa vicenda.

Perché sottolineo questo? Perché – leggendo – mi è sorta questa domanda: “Ma Gesù quando ha chiamato «in disparte su un alto monte Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello», sapeva che sarebbe stato trasfigurato «davanti a loro»?”.

Certo, so che sono quelle domande che non ci si dovrebbe mai porre, perché – come insegnano gli studiosi – i brani biblici non andrebbero mai interrogati con domande eterogenee al testo così come esso si dà… però mi pare che questa possa comunque essere una domanda “ammessa”, se non altro perché credo possa aiutarci a inquadrare un po’ meglio la situazione. Infatti, leggendo il resto del brano, sembra che Gesù viva con molta naturalezza questa esperienza: di lui non è raccontata nessuna reazione, nessuna parola, se non sul finale quando appunto «Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”». Forse questo può farci dire che non è stata un’esperienza così inaspettata per Gesù; forse possiamo addirittura arrivare a dire che il suo comportamento, per come ce lo dipingono i sinottici, in quell’occasione è stato quello di chi vive qualcosa di conosciuto, quasi di usuale: Gesù non si è spaventato come gli altri.

In questa prospettiva, riprendendo la nostra impertinente domanda, potremmo allora dire che, sì, in qualche modo, Gesù ha scelto consapevolmente di portare con sé i tre discepoli (quelli delle occasioni importanti) per coinvolgerli in uno dei momenti essenziali della sua vita: la sua relazione col Padre e in Lui, con la Legge (Mosè) e i profeti (Elia).

Di questa esperienza, ciò che emerge dai versetti matteani, è sicuramente l’insieme dei tratti caratteristici (classici) della teofania (la luminosità, l’apparizione, la voce dalla nube…) – che stanno lì a dire che appunto in gioco c’è il relazionarsi a Dio –, ma soprattutto la messa in campo di una dialogicità: «Mosè ed Elia, che conversavano con lui», «una voce dalla nube che diceva: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”».

È in questa sua esperienza di relazione dialogica con Dio e con la storia della salvezza che Gesù vuole coinvolgere i suoi tre discepoli, quasi a tirarli dentro nel più intimo della sua intimità (il suo rapporto col Padre). In questo senso questa è davvero un’esperienza rivelativa, un momento cioè in cui Gesù dice davvero di sé; ma appunto lo fa non con un bel discorso, ma tirando dentro alla sua vicenda (intanto che la vive!) anche altri, che così possono capire «che dal suo cuore, emanava come un’esplosione di luce, il mistero intimo del Messia, che nella sua vita storica, tiene insieme cose inconciliabili: la potenza divina e la debolezza umana, la sofferenza fino all’angoscia e la gioia di vedere realizzato il disegno di amore del Padre, lo svuotamento di ogni bene e la fecondità della salvezza...» [Giuliano].

Ma tutto questo – gli altri (i suoi, noi…) – lo capiranno solo dopo la sua risurrezione… Qui, tanto per cambiare, fanno ancora una volta la figura di quelli che capiscono poco…

Infatti, la prima cosa che si dice di loro, di Pietro in particolare (gli altri sono addirittura ammutoliti), è che prende la parola, ma, come Marco e Luca addirittura esplicitano, non sa che dire: «Non sapeva infatti che cosa dire, poiché erano stati presi dallo spavento» (Mc 9,6), «Egli non sapeva quel che diceva» (Lc 9,33). Matteo esprime questo suo dire inopportuno, attraverso l’escamotage letterario di non farlo nemmeno finir di parlare: «Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce…».

Inoltre Matteo aggiunge un’ulteriore notazione dell’“inebetimento” dei discepoli: «All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore».

Pare quindi che il tentato coinvolgimento nell’intimità di Gesù che egli attua a favore dei suoi, non sia andato a buon fine: i tre discepoli non capiscono, non sanno che dire e anzi si spaventano, tanto da ritrovarsi a terra tremanti e quasi tramortiti…

Ma non è il caso di essere troppo duri con loro, anche perché forse non sono così lontani da noi e da quell’immagine che tutti noi abbiamo misteriosamente impressa nella mente di un dio spauracchio dell’uomo, di un dio rivale all’uomo, di un dio che fa paura! In quest’ottica è più che comprensibile la reazione dei tre; senza contare che stiamo parlando di Ebrei, per i quali udire la voce di Dio può comportare addirittura la morte (in proposito il libro del Deuteronomio – 4,32-33 – dice: «Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità dei cieli all’altra, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo?»).

Eppure la voce di Dio («voce di tuono», secondo Es 19,19) stavolta aveva un messaggio di speranza: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».

Ma neanche questo basta!

È qualcos’altro che fa da chiave di volta nell’emotività dei discepoli. Perché effettivamente un cambiamento in loro c’è; li ritroviamo infatti un versetto dopo (v. 10) tutti tranquilli che intraprendono un discorso teologico con lo stesso Gesù: «Allora i discepoli gli domandarono: “Perché dunque gli scribi dicono che prima deve venire Elia?”».

Cosa gli ha fatto dunque ritrovare il riordinamento della sensibilità poc’anzi così sconvolta?

Io credo sia stato il tocco di Gesù, unito alle sue parole: «Gesù si avvicinò, li toccò e disse: “Alzatevi e non temete”».

È proprio questo modo nuovo di essere Dio in Gesù che permette all’uomo di non stare più prostrato pieno di paura, ma, toccato, di rialzarsi e coinvolgersi, in un ritorno al dialogo con Gesù, il Figlio che rivela un Dio che ama («Questi è il Figlio mio, l’amato»), che promette affidabilmente benedizione («Farò di te una grande nazione e ti benedirò, renderò grande il tuo nome e possa tu essere una benedizione. Benedirò coloro che ti benediranno e coloro che ti malediranno maledirò, e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra»). E questa è la buona notizia (Vangelo) per cui val la pena anche soffrire («soffri con me per il Vangelo»): che Dio è questo qua!

In questo brano infatti, di fronte ai nostri occhi: «si sono manifestate simbolicamente le tre tende della presenza di Dio , quasi tre successive abitazioni del Signore nella storia del suo popolo: la legge, la profezia... e il corpo di carne di Gesù», di cui la voce dal cielo dice: Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo! «Dunque questa ultima “tenda” è di tutt’altra natura. Non è solo la nuova legge che conduce a Dio, né la profezia che intravede nelle vicende storiche i barlumi di amore di Dio. È il figlio stesso, prediletto, di Dio, in cui, il Padre trova la sua gioia, perché lui salverà il mondo che il Padre “tanto ama”, attraverso la scadenza finale del dramma, quando gli stessi tre testimoni privilegiati, ma non più acuti degli altri, vedranno la sua disperazione e la sua debolezza estrema... ma fedele, fino alla morte. Fino a quando un ignaro centurione romano, dalla nube laica della sua rusticità militare, ribadirà la voce divina: “Costui era veramente figlio di Dio”! [Così] Tutto quello che Gesù ha fatto e detto è l’esegesi, la spiegazione, l’incarnazione dell’amore del Padre. Che così è divenuto percepibile a noi, al nostro linguaggio, al nostro coinvolgimento mentale e affettivo... Il suo amore di infinita benevolenza diventa umano... Questa è la gioia che lo fa rallegrare di compiacenza» [Giuliano].

domenica 28 febbraio 2010

The Cross, or not the Cross: that is the question...



Quando ci appare qualcosa di completamente nuovo noi lo rileggiamo a partire dal “vecchio” che abbiamo vissuto: questo è normale. Però in questo modo il nostro sguardo verso il futuro rischia continuamente di essere una ripetizione degli schemi del passato. Anche Gesù era troppo “nuovo” perché noi riuscissimo a comprenderlo e chi lo incontrava non poteva che ricomprenderlo a partire dal proprio vissuto.

Chi sono io per la gente e per voi, chiede Gesù solo qualche riga prima di questo Vangelo. E la risposta è catastrofica: Un profeta come ne abbiamo già avuto, il più grande forse, ma comunque una riedizione rinnovata del vecchio sistema… È quasi un insulto: Non credere di essere chissà chi! «Chi ti credi di essere?» lo usiamo spesso anche noi per ridurre l’altro alla nostra misura…

Lo sconcerto di Gesù non è nemmeno diminuito davanti alla sorprendente dichiarazione di Pietro che evidentemente ha proprio l’abitudine di dire cose che non capisce: tu sei il figlio di Dio… Qui mi sembra di vederlo Gesù: bocca aperta, occhi sgranati di stupore e gridare di gioia: Finalmente qualcuno che mi capisce!… ma l’illusione dura poco, giusto il tempo di spiegare il senso del suo essere figlio di cotanto Padre… che il Dio di Pietro non si rivela più quello di Gesù e quindi neanche Gesù non è più il figlio di questo Padre… il Dio di Pietro non è quello di Gesù, non ancora! Il Dio di Pietro non è ancora un Padre che condivide le sorti dei suoi figli, è un Dio “nobile” il suo, dal sangue blu, signorotto del villaggio terrestre che nella sua paradisiaca residenza cerca di organizzare al meglio la stalla dei suoi mezzadri… Il suo è un Dio che non si immischia più di tanto con la feccia umana. E suo figlio – secondo i vari Pietro della storia difensori di un Dio che non esiste – non può essere da meno di un damerino, signorino figlio del padrone: ci visita, ma senza incontrarci, al massimo ci stringe la mano con le sue mani lisce e ben curate e i suo vestiti troppo puliti per essere nostri e ci dà una pacca sulla spalla a mo’ di incoraggiamento: è l’idea e il comportamento dello schiavo, non di chi si considera fratello del Figlio del Padre… E così subito l’amico discepolo pone le basi del suo futuro tradimento: non sia mai che il figlio di Dio debba morire in croce!

Che cosa gli restava da fare al povero Gesù? Andare a consultare Colui che l’aveva inviato tra persone tanto testarde quanto chiuse nei propri schemi, incapaci di immaginare una libertà diversa dalla propria schiavitù…
Non gli restava che “elevarsi” su un monte portandosi appresso “il problema”: quei discepoli che si facevano sempre più zavorra per la sua missione. E provare a pregare… a incontrare quel Dio che secondo i suoi amici non poteva permettere che lui, suo figlio, morisse di una morte tanto infamante. Al massimo morire su un bel letto attorniato da amici e dalla stima trasformata in lacrime di persone che ti amano… Ma sulla croce?! Non è degna di un uomo, figurarsi se poteva esserlo per un Dio!

Ecco il problema di fondo! Al centro delle letture di oggi: Croce o non croce? (Esodo, Gerusalemme…). Non semplicemente «morte o vita», «essere o non essere»: Shakespeare ha torto, non è questa la vera domanda!

Questo è il problema della nostra vita: non se morire o non morire, in quanto morire dobbiamo tutti morire. Ma ecco! la domanda vera che continuamente rimuoviamo diventa: «di che morte voglio morire?». Questa è la domanda che noi censuriamo che è la vera risposta possibile all’altra che usiamo come paravento alla nostra sete di potere: «che vita vogliamo vivere?». Ovviamente quella di un Dio!… peccato che Dio nel frattempo abbia cambiato casacca e casato…

Ma la risposta alla domanda oramai non più censurata - «di che morte vuoi morire?» - non è risolvibile con una risposta verbale… ma con un camminare nella storia alla ricerca di qualcuno per cui morire.

Non “morire per qualcuno per cui valga la pena morire”: non esiste!… non “morire per qualcuno che si meriti la mia morte”: non esiste!… Se aspettava di trovarlo Gesù sarebbe ancora in giro a cercarlo… e noi con lui! La morte di cui vorrei morire è la morte che ti possa “servire”…

La fede allora, è questo camminare nella storia alla ricerca di qualcuno per cui morire. E questo è anche l’amore! E questo determina il mio modo di vivere e questo dà le ragioni del mio vivere! Del mio vivere con/in te!

Il senso della vita sta nel non buttare via la propria morte, ma di renderla utile, significativa, efficace per qualcuno al quale il mio morire non sia indifferente: per diventare testimoni del morire per te! Vivere così è vivere da “trasfigurati” (qui), da “rinati dall’alto” (Gesù a Nicodemo)… Destinati alla resurrezione che si attua alla consumazione nella croce!

Fare una tenda, per godersi il bello della vita, come Pietro vorrebbe, senza sapere ancora una volta che cosa cerca, vuol dire proprio buttare via la vita stoppandone il cammino. Ma in questo modo si ha una sola certezza, quella di sprecare la propria morte e con essa la propria vita!

sabato 27 febbraio 2010

La paura

In questa seconda domenica di Quaresima, la Chiesa – come di consueto – ci invita a riflettere sul brano della Trasfigurazione; quest’anno secondo l’evangelista Luca.

«Nel vangelo di Luca (come pure in quello di Matteo e Marco) il racconto della trasfigurazione è inquadrato in un contesto preciso e significativo. Non soltanto, è preceduto dalla confessione di Pietro, dal primo annuncio della passione e dalle istruzioni di Gesù sulla via Crucis del discepolo stesso, ma è anche seguito dalla guarigione del fanciullo epilettico e dal secondo annuncio di passione. Dunque, la trasfigurazione è raccontata in un contesto dominato dal tema della Croce.
I tratti del racconto (vocabolario, immagini, riferimenti alle Scritture) dicono chiaramente che esso appartiene al genere “epifanico-apocalittico”: vuole cioè essere una rivelazione rivolta ai discepoli, rivelazione che ha come oggetto il significato profondo e nascosto della persona di Gesù e della sua opera. Questo significato profondo e nascosto della persona e dell’opera di Cristo ci viene comunicato, da una parte, mediante riferimenti all’Antico Testamento (Mosè ed Elia e – più impliciti ma ugualmente presenti – i riferimenti al Figlio dell’uomo di Daniele e al Servo di JWHW di Isaia) e, dall’altra, mediante riferimenti a due episodi della vita di Gesù: il battesimo (con il quale il nostro racconto ha indubbiamente diverse analogie) e i racconti pasquali (con i quali ha pure una innegabile parentela di vocabolario e di immagini).
I due rilievi fatti sono comuni a tutta la tradizione sinottica. Ma su questa tradizione comune Luca ha introdotto due importanti modifiche: l’accenno alla preghiera di Gesù (“Salì sulla montagna a pregare. E mentre pregava…”); e l’esplicitazione del contenuto del colloquio che si svolge fra Mosè, Elia e Gesù: “Parlavano del trapasso (esodo) che egli doveva compiere a Gerusalemme”».


[B.MAGGIONI, il racconto di Luca, Cittadella Editrice, Assisi 2000, 186-187]

Siamo dunque di fronte ad una scena di rivelazione: una scena per molti aspetti simile a quella descritta dalla prima lettura (Gn 15,5-12.17-18), quando Abram è testimone del patto che il Signore stipula con lui «quando, tramontato il sole» passò «un braciere fumante e una fiaccola ardente in mezzo agli animali divisi».
Ciò che immediatamente fa da rimando tra le due letture, è l’atteggiamento, da un lato di Abram e dall’altro di Pietro, Giacomo e Giovanni. Del primo si dice infatti che «Mentre il sole stava per tramontare, un torpore cadde su Abram, ed ecco terrore e grande oscurità lo assalirono»; degli altri, similmente che «Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno» e che «All’entrare nella nube, ebbero paura».
Dunque il sonno e la paura come sentimenti ricorrenti dell’uomo di fronte al Signore che si rivela, che si mostra, che si fa conoscere.

Se da un lato questa reazione umana ci sembra istintivamente normale (quella che probabilmente anche noi avremmo/abbiamo o che immagineremmo/immaginiamo), perché di fronte a Dio è ovvio “non reggere il confronto” (sia fisicamente: sonno; che emotivamente: paura); dall’altro però, tale reazione, non può non risultare un po’ eterogenea rispetto a ciò che di fatto è il contenuto di quella rivelazione: di fronte a Gesù (che con Mosè ed Elia durante la trasfigurazione parla della sua croce!), al Dio Padre di tutti che Egli ha rivelato, è ancora così normale avere paura?
“Ovviamente no”, la risposta dovrebbe essere questa… eppure essa risuona così anaffettiva, privata della sua drammaticità, quasi stoicamente falsa, se detta un po’ troppo in fretta, se arriva subito a sciogliere l’impasse, se non fa la fatica di stare a bagno maria nelle angosce ataviche o ingenerate che abitano il cuore dell’uomo.
A me pare che il rapporto fiducia/paura, affidamento/angoscia, sia spesso sciolto – da alcuni – un po’ troppo celermente in grandi proclami della fede: “Il cristiano è colui che non ha paura, perché ha riposto la sua fiducia nel Signore!”, “Bisogna avere paura di quelli che hanno paura”, “Chi teme non crede!”, ecc… ecc… ecc…
Perché:
- se è vero – e molte volte noi stessi l’abbiamo ribadito (cfr. la riproposizione delle citazioni di Sequeri, da Il timore di Dio) – che va scardinato senza esitazioni dal nostro cuore il dubbio diabolico (divisorio) del serpente che proponeva un volto di Dio contraffatto (un dio ambiguo, geloso dell’uomo; dal quale l’uomo può aspettarsi tanto il bene quanto il male, ecc…), un dio di cui avere paura perché apre «lo spazio dell’incredulità: [...] il sospetto cioè che il comandamento invece che il simbolo della solidarietà di Dio, sia il segno di un’oscura prevaricazione»;
- se è vero che questa paura dell’arbitrio di Dio, per la quale si teme che «dietro un volto apparentemente buono e promettente, Egli ne celi forse uno inquietante e minaccioso», va scardinata precisamente in nome di Gesù, che per tutta la vita non ha fatto altro che «attivare un processo di interno confronto fra l’immagine dell’abbà e la rappresentazione faraonica di Dio coltivata nel fondo della nostra coscienza» ribadendo incontrovertibilmente come «prima di tutto e nonostante tutto, l’essenza della volontà di Dio è la cura per l’essere umano»;
- se è vero che l’esercizio della fede di una vita consiste nel «togliere ogni ombra di dominio e di assoggettamento alla relazione che caratterizza Dio», per cui «neppure a fin di bene Dio esercita la propria potenza», e nel realizzare che «nella concretezza del rapporto instaurato con Dio non v’è alcuno spazio per l’ipotesi formulata dal serpente» e che «lo spazio dell’incredulità, sin dall’inizio, si apre [solo] nell’immaginazione [e mai] nell’esperienza»;
- è altrettanto vero che tutto questo non può mai diventare puro oggetto di insegnamento intellettuale, preteso auto o etero convincimento volontaristico, nominalistico discrimine tra “chi è dei nostri e chi non lo è”.
Tutte queste riduzioni della drammatica del vivere umano portano un cattivissimo servizio alla costruzione del Regno di Dio, perché saltano precisamente ciò che Gesù aveva posto a fondamento di tutto il suo essere e agire e parlare e vivere e morire: l’in-carnazione, lo strettissimo tenersi alla carne, la sua insuperabilità.
In questo senso la paura di morire, che è l’altra faccia della medaglia della paura di vivere, della paura di Dio, della paura di essere se stessi (ecc… ecc… ecc…) e che radicalmente racchiude non un dubbio intellettualistico su cosa ci sarà dopo la morte, sulla reale esistenza di Dio e di un Dio così, sulla sensatezza del faticare quotidiano (ecc… ecc… ecc…), ma le più tremende e penose angosce in cui ci dibattiamo nei nostri letti, sotto i nostri tavoli, negli angoli delle nostre pareti, sul ciglio delle strade, o sull’orlo dei precipizi, non si può “sanare” nell’estrinsecismo del sistema-scuola, nell’illusoria organizzazione dei tempi familiari, nell’asettica proposta catechetica delle nostre parrocchie, nell’interrogatorio moralistico di certi confessionali, nel fasullo mondo della trasgressione (comunque intesa), ma solo nella coraggiosa e solidale (bisogna essere almeno in due: «li inviò a due a due», Lc 10,1) discesa nei nostri inferi, senza paura di aver paura, perché l’avremo. Ma solo passando di lì, dentro a quella paura lì, dentro a quella angoscia lì, non saltata, ma incarnata, smetteremo di fronte ai nostri drammi e a quelli degli uomini del nostro tempo, di fare la figura di Pietro che «non sapeva quello che diceva». Non a caso infatti Gesù, diversamente, sa sempre cosa dire e cosa dice: lui infatti nella fornace ardente della trasfigurazione, ha guardato in faccia il suo inferno, il suo esodo. E l’ha fatto non da solo! Perché la paura è questione di pancia non di testa e si cura solo con le coccole, non coi discorsi: «Perciò, fratelli miei carissimi e tanto desiderati, mia gioia e mia corona, rimanete in questo modo saldi nel Signore, carissimi!».
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