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mercoledì 25 novembre 2015

I Domenica di Avvento


Dal libro del profeta Geremìa (Ger 33,14-16)
Ecco, verranno giorni - oràcolo del Signore - nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.
 
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (1Ts 3,12-4,2)
Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi. Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio – e così già vi comportate –, possiate progredire ancora di più. Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.
 
Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,25-28.34-36)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
 
Il vangelo che la Chiesa ci propone in questa I Domenica di Avvento (C) è tratto dal capitolo 21 di Luca, l’evangelista che accompagnerà l’Anno Liturgico che proprio oggi si inaugura.
Commentare questo testo però risulta assai difficile:
1)                 Innanzitutto per la difficoltà legata al linguaggio apocalittico che lo caratterizza;
2)                 Inoltre per il fatto che esso appare del tutto simile al vangelo commentato solo quindici fa, nella 33° Domenica del Tempo Ordinario (B), dove era presentata la versione parallela al nostro brano secondo l’evangelista Marco…
3)                 Infine, perché questo testo fa chiaramente riferimento all’attesa del ritorno del Signore (la II venuta di Gesù), mentre noi lo leggiamo inaugurando l’attesa del Natale, cioè la festa che fa memoria della I venuta di Gesù…
Ma forse queste difficoltà, invece che bloccare ogni parola, possono diventare l’occasione per qualche riflessione…

martedì 27 novembre 2012

I Domenica di Avvento


Dal libro del profeta Geremìa (Ger 33,14-16)
Ecco, verranno giorni - oràcolo del Signore - nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa d’Israele e alla casa di Giuda. In quei giorni e in quel tempo farò germogliare per Davide un germoglio giusto, che eserciterà il giudizio e la giustizia sulla terra. In quei giorni Giuda sarà salvato e Gerusalemme vivrà tranquilla, e sarà chiamata: Signore-nostra-giustizia.

 Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Tessalonicési (1Ts 3,12-4,2)
Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi. Per il resto, fratelli, vi preghiamo e supplichiamo nel Signore Gesù affinché, come avete imparato da noi il modo di comportarvi e di piacere a Dio – e così già vi comportate –, possiate progredire ancora di più. Voi conoscete quali regole di vita vi abbiamo dato da parte del Signore Gesù.

 Dal Vangelo secondo Luca (Lc 21,25-28.34-36)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria. Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina. State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».

 Il vangelo che la Chiesa ci propone in questa Prima Domenica di Avvento (C) è tratto dal capitolo 21 di Luca, l’evangelista che accompagnerà l’Anno Liturgico che proprio oggi si inaugura.

Commentare questo testo però risulta assai difficile:
1)                 Innanzitutto per l’intrinseca difficoltà legata al linguaggio apocalittico che lo caratterizza;
2)                 Inoltre per il fatto che esso appare del tutto simile al vangelo commentato solo quindici fa, nella Trentatreesima Domenica del Tempo Ordinario (B), dove era presentata precisamente la versione parallela al nostro brano, secondo l’evangelista Marco…
3)                 Infine, perché questo testo fa chiaramente riferimento all’attesa del ritorno del Signore (la II venuta di Gesù), mentre noi lo leggiamo inaugurando l’attesa del Natale, cioè la festa che fa memoria della I venuta di Gesù…

Ma forse queste medesime difficoltà, invece che bloccare ogni parola, possono diventare l’occasione per intavolare qualche riflessione…

1)                 Il linguaggio apocalittico: così lontano dal nostro sentire odierno, può aprire lo spazio per conoscerlo meglio… Essere costretti a ritornarci sopra a così breve distanza, può rendercelo meno ostico e ostile (due parole che contengono la radice dell’inimicizia)… meno nemico dunque, meno spaventoso (perché è questa l’immediata sensazione che rilancia), per scoprire che in realtà si tratta – appunto – solo di un linguaggio, all’interno del quale il messaggio veicolato non è diverso da quello delle altre pagine evangeliche. “Apocalisse” infatti vuol dire “rivelazione” (non cataclisma finale)… si tratta dunque della medesima rivelazione del volto paterno di Dio, proposta da Gesù, che non censura, ma anzi si fa carico della drammaticità della vita (raccontata attraverso quelle immagini da fine del mondo che ci fanno storcere il naso). È dunque l’assunzione seria da parte del Signore del dramma iscritto nella vita e mai saltato o censurato per proporre uno slogan irenico (“Tanto Dio ci ama”), incapace di immischiarsi anima e sangue con le tragicità che ci accompagnano giorno per giorno. È cioè la dichiarazione che il venire di Dio non annulla la nostra storia, non la salta, non la censura, ma la prende sul serio, la assume (nella sua assurdità), se la incarna addosso… se ne fa scavare le viscere e su di essa (e mai a prescindere da essa) dice la sua Parola: «Verranno giorni nei quali realizzerò le promesse di bene che ho fatto», «In quel tempo farò germogliare un germoglio giusto, che eserciterà la giustizia sulla terra».

Il linguaggio apocalittico è dunque un modo per dire che la drammaticità che viviamo non è abbandonata a se stessa, ma è abitata dalla presenza crocifissa del Signore, che in essa vuole realizzare (non i nostri desideri), ma le sue promesse: promesse di giustizia…

La sua giustizia, non la nostra (retributiva – come se davvero si potessero fare i conti in tasca alla complessità dell’animo umano – e sempre alla ricerca di colpevoli – in modo da censurare il problema del senso)… Ma la sua giustizia, quella che dentro ai pasticci di una vita, di un’umanità intera, riesce sempre, in ciascuno a vedere i germoglietti di bene e ad accudirli.

2)                 In questo senso anche l’avere a che fare con un testo così simile a quello di appena quindici giorni fa, ci permette di non lasciarci scivolare troppo addosso l’invito a concentrarci sul nostro oggi, su ciò che siamo, ciò che avremmo voluto essere, su ciò che vorremmo ancora essere… alla luce del Figlio che viene ad abitare la nostra storia. Perché io credo che tutti, sotto lo strato di cinismo, freddezza e durezza di cui pare inevitabile coprirsi per stare al mondo, per sopravvivere in questo mondo, abbiano un lumicino che si scalda al sentire Paolo che dice: «Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti»… Tutti credo, sotto a questa scorza incrostata di paure, risentimenti, dolori, abbiamo la consapevolezza che davvero solo per amore valga la pena tornare ogni mattina a immergersi in questo mondo… amore per gli uomini e le donne, tutti figli e figlie (e in qualche modo vittime) di questa terra.

Ecco perché suonano forti le parole di Gesù: «State attenti a voi stessi che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita»; non perché esse stiano lì a sottolineare un richiamo morale (perché distorciamo sempre così le parole del Signore?) a guardarci dal sesso, dall’alcool, dalle droghe, ecc… ma perché davvero «rischiamo troppe volte, come persone e comunità, di esorcizzare l’ansia e la paura annegandole in falsi obiettivi che dis/perdono l’amore e intristiscono il cuore e abbandonano i poveri» [Giuliano].

La paura ostruisce i canaletti da cui potrebbe sgorgare l’amore… Qui sta il nodo cruciale del linguaggio apocalittico: la drammaticità della vita può farci decidere di essere schiavi della paura, mentre la presenza del Signore – che pure non toglie tale drammaticità – ci permette di vincerla.

Sempre il vangelo dice: «Molti moriranno per la paura»… è ottimista… a me verrebbe da dire “Tutti moriamo di paura”… questo è lo “stato normale” dell’uomo, spaventato dalla morte, dall’altro uomo, dalla natura, dalla fatalità… tutti elementi che prendono le forme di una fragorosa bomba atomica o di un silenzioso tarlo che mina le piccole costruzioni lavorative, affettive, familiari, amicali, sociali, che avevamo tentato…

Ma dentro a tutto questo il linguaggio apocalittico continua a ripetere: «vedranno il Figlio»; a lui si può attaccare la fiducia, che è l’antidoto della paura, e attua dinamiche opposte: dall’incrostazione otturante, alla liberazione dei canali dell’amore; dal ripiegamento meschino e omicida su di sé, all’apertura all’altro; dalla cupezza dello sguardo, alla limpidità…

3)                 Ecco perché ha senso leggere questi testi anche in preparazione al Natale. Perché la vita dell’uomo è troppo breve per essere presente contemporaneamente alla nascita storica di Gesù e al suo ritorno alla fine dei tempi. Anzi, la maggior parte di noi non ha visto né vedrà né l’uno né l’altro di questi avvenimenti… Eppure nella vita di ciascuno c’è una venuta (anzi una doppia venuta) del Signore… La dinamica dell’attesa è perciò sempre la stessa, ovunque ci collochiamo nel panorama delle generazioni umane: sempre a metà strada tra un Signore già incontrato e un Signore da reincontrare.

Parlano dunque a noi questi testi: siamo noi i molti che muoiono di paura e che però hanno avuto notizia di un Dio Padre di cui ci si può fidare.

Ecco perché la presenza su questa terra va vissuta (sempre) in quel moto circolare tra attesa (di un incontro che deve ancora avvenire) e incontro (già avvenuto), nella forma del vegliare: «“Vegliate” non è più il verbo di prima (34:vigilate - state attenti) ma Agrupnèite, strano verbo: come dire “dormite nel campo”, “vegliate dormendo”… in costante implorazione o perché (se traduciamo letteralmente): “bisognosi di avere la forza di scansare ciò che vi viene addosso per travolgervi, e stare “in piedi” davanti al Figlio dell’uomo. Dunque il discepolo non deve fuggire dal mondo e dagli altri uomini (tentazione apocalittica). Neanche deve credere di dominare il mondo (tentazione teocratica). Nell’attesa terrena, talora drammatica, siamo tentati di disperderci o ubriacarci … Ma “«Guardate il fico e tutte le piante; (30) quando già germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l'estate è vicina…”. Dobbiamo  discernere i germogli (il Regno che viene), per non schiacciarli o trascurarli, ma accudirli. Il futuro che ci è promesso non è immaginario, non è fuori della storia, anzi fermenta già il presente, già sta radicandosi come un germoglio ‑ come l’attesa o il timore dell’arrivo di una persona può salvare o rovinare il presente di chi l’attende. È la certezza di questo arrivo che provoca la tenerezza appassionata per l’uomo: […] la premura affettuosa per l’uomo è l’espressione più autentica della fede cristiana. Una fede ormai disincantata da ogni fascino di potere: umile (siamo fatti di terra, come tutti …); laica (senza particolari ricette o poteri sacrali – se non la parola che ci è stata affidata – e l’eucaristia che la rinnova in sua memoria; solidale (noi siamo solo primizie simboliche della salvezza di tutti); fedele (al Signore, al suo Vangelo e ai poveri in cui egli vive … pregando sempre, perché ci trovi intenti ad accudire la sua “piccola” presenza e preparare la sua futura grande venuta)» [Giuliano].

sabato 28 novembre 2009

Verranno giorni nei quali realizzerò le promesse…

…la liturgia ci fa girare d’improvviso lo sguardo dalla visione finale dell’anno liturgico, concluso domenica scorsa (“Cristo Re dell’universo”) – che nelle varie epoche storiche della cristianità, è stato il culmine di esaltanti costruzioni teologiche / spirituali / ideologiche / politiche della fede – e ci prepara a sovrapporre alle immagini del cristo glorioso quella di un bambino in fasce, deposto in una mangiatoia di animali, perché non c’era posto per lui nell’ospizio per gli uomini. Mistero, che nella tradizione è stato rivestito di poesia e leziosità, ma che nel racconto evangelico è invece già offuscato dall’ombra tragica della persecuzione e desolazione di un qualsiasi profugo, condannato fin da piccolo alla fuga dell’esilio. Ma nello stesso tempo, è lui,colui che dovrebbe rispondere all’attesa millenaria e fare “giudizio e giustizia sulla terra”. E qui sta il paradosso liturgico sacramentale: che Dio ha già pronunciato la sua parola finale comunicando a noi se stesso, nel suo volto di misericordia apparso nel tempo e nello spazio umano… “nella storia”! Ma questo misteriosa immersione di Dio nella nostra carne, per essere percepibile alla coscienza degli uomini, va continuamente riproposta e assunta nella vita personale e comunitaria. Ancora oggi, anche per noi come all’inizio, il salvatore arriva sotto il segno drammatico di una scelta di vita o di morte: “per la caduta e la resurrezione di molti” (Lc 2,34). Il suo arrivo, la sua venuta, la sua presenza in questo tempo ultimo, oltre il quale Dio non ha più niente da dire (non c’è altro tempo!)” è crisi” su noi e sul mondo! È giudizio inevitabile … non tanto perché lui venga per giudicarci moralmente, ma piuttosto perché il modo “scandaloso” della sua immersione nell’avventura umana tra di noi, sconvolge il nostro sentire, la nostra consapevolezza di noi stessi e di Lui/Dio. Perché ha scelto di esser ancor più impotente delle nostre impotenze, ancor più povero delle nostre povertà. Per questo, molto prima che aprisse bocca, subito l’ombra del rifiuto, della persecuzione e della morte incombe su di lui … Ma è così che viene a noi la salvezza del mondo! Per questo forse la chiesa ci fa leggere gli stessi testi apocalittici, che nel loro linguaggio oscuro e ostico denunciano e insieme consolano le ambiguità e le difficoltà del nostro vivere, sia nelle ultime domeniche dell’anno, che preparano al Cristo trionfante, che nelle prime del Cristo piccolo e impotente, insignificante. Fino a farci trepidare per il futuro della nostra fede : “Temo sempre di essere sommerso dalla disperazione che il Regno non venga mai più. Non è una disperazione che escluda la fede: non sono insidiato dal dubbio che Dio non sia, che non abbia senso sperare in lui, ma dal terrore che il Signore possa definitivamente fallire, perdere la sua guerra (1Cor 15,24)” (Quinzio). Le apocalissi del Nuovo Testamento hanno dentro una spina che Gesù stesso ha messo in loro: “ il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà ancora la fede sulla terra? (Lc 18,8)” .

… in Gesù è sfociata la corrente calda del messianesimo profetico
: sembrò, infatti, avverarsi in lui finalmente la promessa che corre dai patriarchi … fino a Isaia o Geremia, e ai loro amici e discepoli, inguaribili annunciatori di un nuovo tempo, una nuova alleanza, un cuore nuovo, una nuova giustizia sulla terra. Gesù perde la vita per annunciare questo Regno, nel silenzio di Nazareth, nell’insegnamento pubblico, nei segni liberatori che la compassione gli strappa dal cuore … quasi sempre incompreso, - fino alla autosentenza di estraneità (una regalità altra), destinata perciò ad essere spazzata via dal cinico realismo politico della regalità mondana impersonata nel potere assoluto del procuratore imperiale, Pilato: il mio Regno non è da questo mondo! … se Gesù aveva concentrato la sua vita sull’annuncio nella storia di questo Regno ezxtramondano, i discepoli annunciano Gesù, che dopo lo scandalo della croce è apparso ed è riconosciuto come “il Signore” – e li manda “con la forza dello Spirito” ad essere “testimoni di Lui” fino ai confini del mondo e della storia. Da allora “la condizione cristiana”, e la sua consapevolezza teologica, segue le sorti di questo doppio centro del messaggio evangelico: siamo dentro una tensione bifocale – come lacerati tra il Signore Gesù potente e glorioso ed il suo Regno piccolo e fragile, che sembra non imporsi mai! I nostri occhi (e il cuore!) sono malati di una sorta di insuperabile strabismo tra la redenzione totale già avvenuta per tutti, in Cristo crocifisso e risorto, che connosciamo con l’occhio della fede e la persistente insensata sofferenza dell’umanità in attesa di pace, giustizia ed amore, che vediamo con l’occhio della storia … Nella quale anche noi (singoli e chiesa) siamo immersi, mentre i miraggi delle profezie bibliche vanno sempre più lontani e spariscono dall’orizzonte di troppa gente. Ecco il rischio dell’insignificanza della fede che si insinua nel cuore dei credenti. A noi, in questa nostra situazione, tentati dall’angoscia, dall’ansia e dalla paura … per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra, si rivolge l’annuncio bello di Luca 21.
anzitutto nella prima parte della sua piccola apocalisse (Lc 21,1-25 tralasciata dalla liturgia):
… Gli domandarono: Maestro, quando accadranno queste cose e quale sarà il segno che staranno per compiersi? Rispose: badate di non lasciarvi ingannare. Molti infatti verranno nel mio nome dicendo: «Sono io» e: «Il tempo è vicino»; non andate dietro a loro! … non vi terrorizzate, perché prima devono accadere queste cose, ma non sarà subito la fine» (7s). Si tratta dunque di cercare non la scadenza (la fine): ma il fine (il senso) degli sconvolgimenti cosmologici (sole, luna, stelle, terremoti … sconvolgimento della terra, naturale o provocato dalla stoltezza dell’uomo) e antropologici (gli uomini muoiono e si divorano dalla paura e dall’ansia del degrado morale e politico …) ed ecclesiali (metteranno le mani su di voi e vi perseguiteranno … perfino genitori, fratelli, parenti ed amici) , ma nemmeno un capello del vostro capo andrà perduto (18). Perché? qual è la chiave di lettura di questa tragedia in cui viviamo … tanto da dire: con la vostra perseveranza salverete la vostra vita (19)? Eccola:
“Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con potenza e gloria grande” (27).
Si tratta del fatto centrale, risolutore del senso della storia, quando la presenza di Dio è apparsa nella sua massima gloria e nella sua totale umiliazione, sulla croce - insieme nella stessa ora - l’ora di sempre! Nell’immediato solo il centurione se ne accorse, ma questo dramma continua a ripetersi – perché questa è la “nube” biblica, che manifesta e nasconde la gloria di Dio, nell’esodo da ogni schiavitù, verso la trasfigurazione del corpo di carne (e della sua storia dolorosa)- nostra e di tutti. 28 Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina». “Queste cose” sono già cominciate, sono la nostra storia cristiana, dibattuta tra “la potenza e gloria grande” (perché così dice la nostra fede in Cristo crocifisso e risorto) – e la sofferenza inconsolabile della nostra “umanità”, nella quale oggi continua la passione di Cristo. Dunque: State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita…(34). Rischiamo infatti troppe volte, come persone e comunità, di esorcizzare l’ansia e la paura annegandole in falsi obiettivi che dis/perdono l’amore e intristiscono il cuore e abbandonano i poveri. Come custodirsi?
Vegliate e pregate in ogni momento (36)… “Vegliate” non è più il verbo di prima (34: vigilate - state attenti) ma Agrupnèite, strano verbo: come dire “dormite nel campo” “vegliate dormendo”… in costante implorazione o perché (se traduciamo letteralmente): “bisognosi di avere la forza di scansare ciò che vi viene addosso per travolgervi, e stare “in piedi” davanti al Figlio dell’uomo. Dunque il discepolo non deve fuggire dal mondo e dagli altri uomini (tentazione apocalittica). Neanche deve credere di dominare il mondo (tentazione teocratica). Nell’attesa terrena, talora drammatica, siamo tentati di disperderci o ubriacarci … Ma “«Guardate il fico e tutte le piante; (30) quando già germogliano, guardandoli capite da voi stessi che ormai l’estate è vicina…”.Dobbiamo discernere i germogli (il Regno che viene), per non schiacciarli o trascurarli, ma accudirli. Il futuro che ci è promesso non è immaginario, non è fuori della storia, anzi fermenta già il presente, già sta radicandosi come un germoglio come l’attesa o il timore dell’arrivo di una persona può salvare o rovinare il presente di chi l’attende. È la certezza di questo arrivo che provoca la tenerezza appassionata di Paolo, che dilaga attorno a lui …“Il Signore vi faccia riempire e’ straripare’ di amore gli uni verso gli altri … così come siamo noi verso di voi!” per rendere saldi i vostri cuori … (1Ts 3,12). La premura affettuosa per l’uomo è l’espressione più autentica della fede cristiana. Una fede ormai disincantata da ogni fascino di potere: umile (siamo fatti di terra, come tutti …): laica (senza particolari ricette o poteri sacrali – se non la parola che ci è stata affidata – e l’eucaristia che la rinnova in sua memoria; solidale (noi siamo solo primizie simboliche della salvezza di tutti); fedele (al Signore, al suo Vangelo e ai poveri in cui egli vive … pregando sempre, perché ci trovi intenti ad accudire la sua “piccola” presenza e preparare la sua futura grande venuta.

Delle cose ultime... Secondo Luca

Il vangelo che la Chiesa ci propone in questa prima domenica di Avvento (C) è tratto dal capitolo 21 di Luca, l’evangelista che accompagnerà l’anno liturgico che proprio oggi si inaugura.
Commentare questo testo però risulta assai difficile: innanzitutto per l’intrinseca difficoltà legata al linguaggio apocalittico che lo caratterizza; inoltre per il fatto che esso appare del tutto simile al vangelo commentato solo quindici fa, nella trentatreesima domenica del tempo ordinario (B), dove era presentata precisamente la versione parallela al nostro brano, secondo l’evangelista Marco…
Per ovviare a queste difficoltà, ed evitare di ripetermi da un lato, e di omettere indicazioni utili solo per paura di ridire sempre le stesse cose dall’altro, scelgo di rifarmi a quanto scritto in quell’occasione per quanto riguarda l’inquadramento teologico-biblico del testo (che altrimenti risulterebbe incomprensibile o – peggio – rischierebbe di essere frainteso), e di proseguire invece in maniera originale per quanto riguarda lo sviluppo delle specificità caratterizzanti l’odierna liturgia della Parola.
Per quanto riguarda il primo versante della questione, è allora innanzitutto utile ricordare che la tematica del vangelo, quella “delle cose ultime”, dell’escatologia, di ciò che deve accadere, era stato definito “tema arduo”, tanto che «J. Schmidt – come ricordava don Bruno Maggioni ne Il racconto di Marco –, scrive: “quello che viene chiamato il discorso della parusia, l’apocalisse sinottica, figura tra i passi più incomprensibili del Nuovo Testamento e, di conseguenza, tra i più contestati di tutta la tradizione sinottica” [J. SCHMIDT, L’evangelo secondo Marco, Brescia 1956]. J. Schmidt ha ragione – proseguiva Maggioni –: non è facile comprendere il genere letterario a cui il discorso appartiene (il genere apocalittico) e non è facile ricostruire le situazioni che sembra supporre. […] Non possiamo [quindi] fare a meno di una premessa teologica e letteraria riguardante l’escatologia e l’apocalittica: il discorso s’inserisce infatti in questo filone teologico e letterario.

Il significato più ovvio di “escatologia” è quello di discorso sulle ultime e definitive realtà. Certo si tratta – anche se questa convinzione è maturata lentamente e faticosamente – di realtà che vanno oltre la storia, ma ciò non significa che esse non si preparino dentro la storia. In effetti l’escatologia biblica è un discorso sulla storia, un modo di leggerla e di assumerla».
Questa indicazione è molto interessante, libera infatti il campo da quelle interpretazioni banali e infondate che leggono nei testi biblici di genere apocalittico un tentativo di penetrare i segreti di Dio o di cedere alle curiosità “del quando e del come”. Niente di tutto questo!
Anzi, fondamentale per la corretta interpretazione di questi brani, è un’ulteriore annotazione teologico-letteraria: sempre Maggioni infatti ci ricorda che «il linguaggio di questa letteratura è tipico: descrive gli ultimi tempi come tempi di guerre e di divisioni, di terremoti e carestie, di catastrofi cosmiche, e tutto questo nel segno di una grande subitaneità. Questo linguaggio è ampiamente presente nel discorso di Luca: non è il messaggio, ma semplicemente un mezzo espressivo che tenta di comunicarcelo. In nessun modo queste espressioni devono essere intese alla lettera».
Ma, dunque, se sono vere le annotazioni preliminari cha abbiamo fatto (se cioè l’escatologia biblica è un discorso sulla storia, un modo di leggerla e di assumerla e se il linguaggio apocalittico non coincide con il messaggio, tanto che in nessun modo queste espressioni devono essere intese alla lettera), sorge immediata la domanda riguardo a quale sia allora il messaggio sulla storia che – attraverso questo linguaggio sulle cose ultime – Luca sta proponendo…
In questo senso due paiono le certezze che emergono dal testo: innanzitutto il fatto che Gesù preveda tempi difficili e disorientanti per i suoi discepoli («Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte»); ma, d’altro canto, che questi tempi saranno accompagnati dalla venuta del Figlio dell’uomo («Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria»).
Rispetto ai “tempi difficili e disorientanti” non è necessario soffermarsi a lungo: tutti hanno ben presente quanto la storia dell’umanità e la storia della propria vita personale siano caratterizzate da difficoltà e disorientamenti, paure e angosce, fallimenti e trepidazioni, fatiche e sofferenze, assurdità e rassegnazione… E in questo senso risulta immediata la comprensione di quanto si diceva in precedenza sul genere letterario apocalittico: esso sembra parlare del futuro, ma in realtà sta interrogando il presente; il presente di ciascun uomo, fatto appunto di “tempi difficili e disorientanti”… è la vita dell’uomo di sempre infatti ad essere difficile e disorientante!
Il problema allora diventa quello di come guardare a questo presente difficile e disorientante che ogni uomo – a qualunque generazione dell’umanità egli appartenga – incontra. Il suggerimento del vangelo è quello di farlo a partire dalla fine, di provare a guardare – appunto – il presente a partire dal futuro, a tirarsi come fuori da esso e guardarlo come se fosse un film in cui noi ci poniamo alla fine.
Precisamente questo è il senso del giudizio divino paventato da queste pagine: se oggi dovesse darsi il giudizio del Figlio dell’uomo sulla tua vita, che cosa direbbe del tuo presente? Si ipotizza dunque un futuro imminente, ma per attirare l’attenzione sul proprio oggi, sulla vita che si sta conducendo, su che cosa stiamo facendo di noi stessi, ecc: «State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo».
Questa certezza del giudizio, questo inevitabile “comparire davanti al Figlio dell’uomo” nel giorno che ritornerà, va però compreso bene. Esso infatti è abitualmente collocato tra due estremi, entrambi inaccettabili: da un lato l’identificazione di Gesù con un severo giudice dalle caratteristiche totalmente umane, che premia e punisce a seconda del comportamento morale di ciascun uomo e, di conseguenza, spedisce all’inferno (i più) o in paradiso (i pochi eletti)… dall’altro – precisamente in contrapposizione alla mentalità precedente, spesso rilanciata dalla Chiesa preconciliare e ormai rifiutata per totale inconciliabilità col vangelo (cfr. Mt 5,4348; Mt 20,1-16; Lc 15,11-32; Lc 23,34; ma in generale tutta l’intelligenza del vangelo nel suo insieme) – la censura e l’esclusione del giudizio, per cui andrebbe comunque sempre tutto bene.
Il dato evangelico è invece la certezza di questo ritorno giudicante del Figlio dell’uomo. Diventa perciò importante cercare di sapere sulla base di quale criterio avverrà tale giudizio: «il ritorno del Figlio dell’uomo in potenza e gloria non significa in alcun modo che Dio, alla fine, abbandonerà la strada dell’amore (la logica della Croce) per sostituirvi quella della potenza. Se così fosse, la Croce non sarebbe più il centro del piano di salvezza e la sequela del Crocifisso non sarebbe più l’elemento decisivo: lo stesso comportamento di Dio darebbe ragione, in ultima analisi, a tutti coloro che affermano che l’amore è inutile, incapace di completa liberazione. Nulla di tutto questo. Il ritorno del Figlio dell’uomo sarà il trionfo del Crocifisso, la rivelazione che l’amore (e non altro) è il vero fatto che costruisce la salvezza» [B. MAGGIONI, Il racconto di Luca, Cittadella editrice, Assisi 2001, 357].
Il criterio del giudizio dunque, il punto prospettico con cui guardare dal futuro al nostro oggi è quello che nel linguaggio di Paolo suona in questo modo: «Fratelli, il Signore vi faccia crescere e sovrabbondare nell’amore fra voi e verso tutti, come sovrabbonda il nostro per voi, per rendere saldi i vostri cuori e irreprensibili nella santità, davanti a Dio e Padre nostro, alla venuta del Signore nostro Gesù con tutti i suoi santi». L’irreprensibilità è posta dunque sulla santità così come l’essere immacolati sull’amore: «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità » (Ef 1,3-4).
Il “metro” dunque con cui saremo giudicati e il “metro” dunque con cui dobbiamo guardare al nostro oggi, per quanto difficile e disorientante, è l’amore con cui ci si sta dilatando l’anima… per farci star dentro tutti quelli che ne hanno/avranno bisogno…
Precisamente questo annuncio – che coincide con tutta la vita di Gesù – è ciò che dischiude nuovamente – e nonostante tutte le disillusioni e i fallimenti della nostra Vita – la possibilità di un affidamento al senso, la possibilità del credere, la possibilità della fede… di quel dar credito che permette di guardare ai “tempi difficili” come a sequenze di un film, di cui non diventano mai l’anima. Esse possono far temere, trepidare, scoraggiare… ma non saranno mai la chiave interpretativa dell’interezza della vita, il cui polo gravitazionale – il senso – sta altrove… e cioè precisamente in quegli sprazzi di umanità amante e amata che si sono sperimentati. Su quello sarà giudicata la nostra vita e quella dell’umanità tutta…
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