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martedì 11 ottobre 2011

XXIX Domenica del Tempo Ordinario: “Date a Cesare…”

Il brano del vangelo di Matteo proposto dalla Chiesa in questa Ventinovesima Domenica del Tempo Ordinario, è molto famoso… spessissimo, infatti, soprattutto negli ultimi anni, è stato da più parti ripreso, in particolare nella citazione celebre che esso contiene: «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». La si è usata per esempio come richiamo alla chiesa, quando la si percepiva troppo ingerente negli affari dello Stato (per esempio sugli innumerevoli dibattimenti etici e bioetici dell’ultimo decennio: legislazione sul fine vita, sulla regolazione delle coppie di fatto anche omosessuali, sulla fecondazione artificiale, ecc…); la si è usata come richiamo al fatto che anche la chiesa dovrebbe dare la sua parte a Cesare (per esempio con la discussione rispetto al pagamento dell’ICI); ma la si è usata anche come monito della chiesa ai cristiani-cittadini perché pagassero le tasse; o come rivendicazione della chiesa stessa per la sua autonomia dalle ingerenze politiche; addirittura la si usa come “proverbio” da citare indipendentemente dal fatto che la chiesa sia o meno implicata nella discussione.

Dico tutto questo in apertura, perché – leggendo il testo evangelico – il rischio è di essere trascinati immediatamente ed inesorabilmente in queste questioni… Io invece vorrei stare un passo indietro…


Non perché non ritenga questi temi importanti o perché voglia rifuggire una necessaria presa di posizione, ma perché:

1-      sono questioni articolate troppo spesso sulla chiacchiera (spesso incompetente, ripetitiva e distraente) piuttosto che sulla serietà riflessiva; e dunque non voglio aggiungere chiacchiere a chiacchiere, data la mancanza di professionalità adatta ad una analisi riflessivamente alta su questi temi;

2-      non è il compito immediato di una riflessione sul vangelo, che – certo – sfocia anche in una presa di posizione sul reale, ma di cui si deve far carico il singolo lettore; la lectio, piuttosto, prepara come il terreno perché il brano sia capito per quello che vuol dire e non per quello che vogliamo fargli dire; solo a quel punto ciascuno è chiamato a “farlo suo”, innanzitutto – mai scordarlo! – sul piano personale e poi – anche – sul piano socio-politico;

3-      infine, tutte queste questioni del nostro tempo non possono essere così automaticamente sovrapposte ad un testo scritto quasi due millenni fa!

Dunque un passo indietro rispetto a tutto quanto ricordato in apertura… per restare ancorati all’alveo che ha partorito quel testo e non scivolare immediatamente nei problemi di oggi che tirano di qua e di là queste parole.

Veniamo dunque al testo: esso fa parte del grande scontro, avvenuto a Gerusalemme, che abbiamo avuto sotto gli occhi nelle scorse domeniche tra Gesù a i capi religiosi ebraici. Esso infatti segue i brani della cacciata dei venditori dal tempio (Mt 21,12-17) e della conseguente animata discussione di Gesù con i sommi sacerdoti e gli anziani (Mt 21,23-22-14), con le parabole dei due figli, dei vignaioli omicidi e del banchetto nuziale.

Ora, dopo i sommi sacerdoti e gli anziani, sono i farisei e gli erodiani che si avvicinano a Gesù per coglierlo in fallo. Essi, come gli altri, sono infatti infastiditi dalle pretese (sulla sua persona e sulla sua missione) con cui quest’uomo è giunto a Gerusalemme.

Il quesito che gli pongono (anzi che mandano a porgli tramite i loro discepoli), riguarda la sfera delle relazioni tra mondo religioso e mondo politico: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».

Per comprendere fino in fondo questo interrogativo e soprattutto la malizia che vi sta sotto è utile una piccola digressione sulla situazione storica di Israele: nella primavera del 63 a.C. le truppe romane guidate dal generale Pompeo avevano conquistato Gerusalemme, rendendo la Palestina una provincia dell’Impero.

Quando nacque Gesù, imperatore era Ottaviano Augusto; ma la maggior parte della sua vita Egli la passò sotto la dominazione di Tiberio. «Gesù non ebbe occasione di conoscerli da vicino. […] Tuttavia sapeva assai bene che essi dominavano il mondo ed erano padroni della Galilea; poté comprovarlo ancor meglio quando aveva circa ventiquattro anni. [Erode] Antìpa [figlio di Erode il Grande], tetrarca della Galilea, vassallo di Roma, edificò una nuova città sulle sponde del lago di Genèsaret e ne fece la nuova capitale della Galilea. Il nome diceva tutto; Antìpa la chiamò “Tiberiade” in onore di Tiberio. I Galilei dovevano sapere chi fosse il loro supremo signore. Per oltre sessant’anni nessuno poté opporsi all’Impero di Roma. Ottaviano e Tiberio dominarono la scena politica senza grandi incidenti. Una trentina di legioni, di oltre cinquemila uomini ciascuna, oltre ad altre truppe ausiliarie, assicuravano il controllo assoluto di un territorio immenso che si estendeva dalla Spagna e dalle Gallie fino alla Mesopotamia; dalle frontiere del Reno, dal Danubio e dal mar Morto sino all’Egitto e all’Africa del nord. […] Per facilitare l’amministrazione e il controllo di un territorio così immenso, Roma aveva diviso l’Impero in province, rette da un governatore incaricato di mantenere l’ordine, vigilare sulla riscossione delle imposte e amministrare la giustizia. Per questo Pompeo, quando intervenne in Palestina approfittando delle lotte interne sorte fra i governanti giudei, come prima cosa riorganizzò la regione e la mise sotto il controllo dell’Impero. […] I popoli soggiogati non dovevano dimenticare di trovarsi sotto l’Impero di Roma. La statua dell’imperatore, eretta accanto a quella degli dei tradizionali, lo ricordava a tutti. La sua presenza in templi e luoghi pubblici delle città invitava i popoli a renderle culto come al loro autentico “signore”. Ma il mezzo più efficace per mantenerli sottomessi era indubbiamente l’uso del castigo e del terrore. Roma non si permetteva il minimo segno di debolezza davanti alle sommosse o alla ribellione. Le legioni potevano tardare più o meno a lungo, ma arrivavano sempre. La pratica della crocifissione, le decapitazioni di massa, la cattura di schiavi, gli incendi dei villaggi e i massacri nelle città non avevano altro intento che di terrorizzare la gente. Era il modo migliore per ottenere la fides e la lealtà dei popoli» [J.A.Pagola, Gesù. Un approccio storico, Borla, Roma 20102, 24-26].

Questa è la situazione che in Israele aveva creato grande malcontento verso i dominatori romani e aveva alimentato l’attesa di un Messia che avrebbe liberato dalla dominazione straniera. Ecco perché la domanda che i farisei e gli erodiani rivolgono a Gesù è doppiamente tagliente:

-          da un lato perché lo mettono di fronte ad una situazione senza via d’uscita: se risponde che le tasse all’oppressore non vanno pagate, si espone come “nemico di Cesare”; se risponde che esse vanno pagate, si espone come “amico di Cesare”. Nell’un caso sfidando l’autorità romana, nell’altro scontentando le folle;

-          dall’altro lato perché gli chiedono conto della sua “pretesa” messianicità: non può essere il liberatore politico atteso, se non libera dall’oppressione romana.

Come annota l’evangelista – dunque – è chiaro che la domanda di farisei ed erodiani ha il solo scopo di cogliere in fallo Gesù. Il problema del rapporto coi Romani è solo occasionale: è l’argomento del momento, adoperato per screditarlo. Loro non sono interessati al contenuto della sua risposta, non sono interessati alla sua posizione e alle sue eventuali argomentazioni, non vogliono sapere davvero cosa ne pensa di questa questione… A loro interessa solo che – rispondendo – si tradisca: è un tranello. L’oggetto del tranello è irrilevante, sostituibile, indifferente (non a caso, infatti, immediatamente dopo arriveranno i sadducei con una “domanda tranello” sulla risurrezione, Mt 22,23-33). Ritengono infatti che il problema della dominazione romana sia irrisolvibile (non a caso ciascun gruppo della società ebraica si regolava un po’ da sé: tutti erano scontenti della dominazione, ma qualcuno – come gli zeloti – pensava ad una suicida rivolta armata; qualcuno – come i farisei – pagava le tasse per evitare problemi anche se disprezzava gli oppressori; qualcuno – come i sadducei –, data la situazione, cercava di trarre il proprio interesse dalla collaborazione coi Romani).

Gli parlano, quindi, del problema politico del momento nella forma della “chiacchiera”: senza proporre né aspettarsi un impegno riflessivo alto.

Ma è qui che Gesù fa uno dei suoi tipici “slittamenti di piano”: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare ma a Dio quello che è di Dio»! Egli cioè prende la loro chiacchiera sul serio, molto più sul serio di loro: infatti, davvero il problema della dominazione straniera o del governo che scontenta è un problema grave, che tocca la vita della gente ogni attimo della vita. Non se ne può fare chiacchiera, non se ne può usare con malizia! In gioco vi è il senso della vita, che pare minacciato dalla presenza di questi oppressori pagani.

E infatti Gesù, nella sua risposta, si smarca dal tranello, si smarca dalla malizia, si smarca dalla chiacchiera e fa “slittare” il discorso sul nucleo del problema: il senso della vita – che sembra minacciato dall’esterno (in questo caso dalla dominazione straniera) – in realtà non dipende che da una cosa: «dare a Dio quello che è di Dio».

La struttura dell’uomo è, infatti, fondata sul suo rapporto con Dio (sempre possibile in qualsiasi condizione), non certo sul potente di turno che lo governa. Indipendentemente dunque da un giudizio di merito sul potere politico, quello che Gesù vuole ribadire è che niente condiziona (tanto da renderlo impossibile), il rapportarsi dell’uomo al suo Dio, dunque la sensatezza del vivere: neanche la dominazione straniera, neanche la perdita del tempio («viene un' ora, ed è adesso, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità», Gv 4,23), neanche la perdita della libertà (Etty Hillesum scrive da dentro un campo di concentramento: «tutto quello che ci è possibile salvare in quest'epoca, ed è anche la sola cosa che conta: un po’ di te in noi, mio Dio»), neanche la perdita della vita («Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito». Detto questo, spirò», Lc 23,46).

Ma: il porre il sempre possibile rapporto con Dio – in qualsiasi condizione – come punto zero della vita umana, non vuol dire che tutto il resto è inutile: le parole di Gesù non sono un invito al disimpegno socio-politico, anzi! Il fondante rapporto con Dio è piuttosto ciò che fa verità sulla condizione in cui si vive e perciò orienta il conseguente e necessario impegno socio-politico.

venerdì 17 ottobre 2008

Il lungo travagliato cammino della …laicità


La semplicissima e imprevista risposta di Gesù alla trappola insidiosa dei Farisei, nel contesto della sua testimonianza globale, ha seminato un fermento poderoso nella storia dell’umanità, che forse ancora non ha dato i suoi frutti migliori… Ci sono voluti secoli di sofferenze e ribellioni, di avanzamenti e di regressi, di equivoci e di interferenze spurie, ma anche di profeti incompresi, per arrivare ad accorgersi della potenza esplosiva e sorprendente nascosta nel Vangelo, anche a proposito dei difficili rapporti tra ambito religioso e ambito politico. Il cammino percorso (e quanto ancora a noi tocca inventare…) è espresso con lucida consapevolezza in recenti e importanti dichiarazioni di Benedetto XVI.

“… sul problema delle relazioni tra sfera politica e sfera religiosa Cristo aveva già offerto il criterio di fondo in base al quale trovare una giusta soluzione. Lo fece quando, rispondendo ad una domanda che gli era stata posta, affermò: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio” (Mc 12,17). … Lei ha del resto utilizzato, Signor Presidente, la bella espressione di “laicità positiva” per qualificare questa comprensione più aperta. In questo momento storico in cui le culture si incrociano tra loro sempre di più, sono profondamente convinto che una nuova riflessione sul vero significato e sull’importanza della LAICITÀ è divenuta necessaria. E’ fondamentale infatti, da una parte, insistere sulla distinzione tra l’ambito politico e quello religioso al fine di tutelare sia la libertà religiosa dei cittadini che la responsabilità dello Stato verso di essi e, dall’altra parte, prendere una più chiara coscienza della funzione insostituibile della religione per la formazione delle coscienze e del contributo che essa può apportare, insieme ad altre istanze, alla creazione di un consenso etico di fondo nella società”. (Benedetto XVI, Alle autorità dello Stato…, Parigi, venerdì 12 settembre 2008)


… Alla struttura fondamentale del cristianesimo appartiene la distinzione tra ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio (cfr Mt 22, 21), cioè la distinzione tra Stato e Chiesa o, come dice il Concilio Vaticano II, l'autonomia delle realtà temporali. Lo Stato non può imporre la religione, ma deve garantire la sua libertà e la pace tra gli aderenti alle diverse religioni; la Chiesa come espressione sociale della fede cristiana, da parte sua, ha la sua indipendenza e vive sulla base della fede la sua forma comunitaria, che lo Stato deve rispettare. Le due sfere sono distinte, ma sempre in relazione reciproca… Senz'altro, la fede ha la sua specifica natura di incontro con il Dio vivente — un incontro che ci apre nuovi orizzonti molto al di là dell'ambito proprio della ragione. … È qui che si colloca la dottrina sociale cattolica: essa non vuole conferire alla Chiesa un potere sullo Stato. Neppure vuole imporre a coloro che non condividono la fede prospettive e modi di comportamento che appartengono a questa.… non è compito della Chiesa far essa stessa valere politicamente questa dottrina: essa vuole servire la formazione della coscienza nella politica… Questo significa che la costruzione di un giusto ordinamento sociale e statale, mediante il quale a ciascuno venga dato ciò che gli spetta, è un compito fondamentale che ogni generazione deve nuovamente affrontare. Trattandosi di un compito politico, questo non può essere incarico immediato della Chiesa. Ma siccome è allo stesso tempo un compito umano primario, la Chiesa ha il dovere di offrire attraverso la purificazione della ragione e attraverso la formazione etica il suo contributo specifico, affinché le esigenze della giustizia diventino comprensibili e politicamente realizzabili. (
Encicl. Deus caritas est, n. 28)

Ambiguità e profezia della laicità
Laicità vuol dire, semplificando un po’ una parola carica di molti significati, l’autonomia delle realtà terrene, create con una loro dinamica propria – e riscoperte (se fosse possibile)… quasi prima che l’uomo le impregni della sua investitura di senso (ideologico e affettivo) – dunque secondo la loro identità profonda creaturale. La Bibbia racconta di un lungo e travagliato cammino più simbolico che storiografico, per svestire il creato da ogni sacralizzazione che assolutizzava (divinizzandoli) gli astri, i fenomeni potenti terrestri e celesti, e soprattutto i grandi valori umani del potere, della sessualità, dell’arte… riportandoli a ciò che veramente sono (cioè laicizzandoli!). I racconti della creazione, dell’origine dell’uomo, della fede dei patriarchi, della liberazione dall’Egitto, … hanno questa funzione di riportare a Dio (mistero innominabile e ingestibile dall’uomo!) l’origine e il senso di tutto, ma proprio per questo di “sconsacrare” di ogni valenza religiosa autonoma, di ogni carica divina o magica tutto il mondo e la storia – affidati totalmente all’uomo, alla sua umile e grande responsabilità di cuore pensante del creato. Questo cammino di liberazione dell’uomo e del popolo dalle sue paure ed angosce, dall’oppressione della schiavitù mentale, morale e fisica, per portarlo alla libertà di figlio di Dio e alla capacità di assumere la responsabilità della propria salvezza, viene poi polarizzato dalla “promessa” del Messia - o, nell’espressione di Gesù, dall’arrivo del Regno di Dio. Il messaggio biblico attraversa tutti gli spessori della creazione e sconvolge le concezioni con le quali nei diversi tempi e culture l’uomo si è autoplasmato e trova il suo approdo (escatologico ma proprio perché terrestre e storico) nella evoluzione della creazione stessa: “La creazione stessa attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio; essa infatti è stata sottomessa alla caducità - non per suo volere, ma per volere di colui che l'ha sottomessa - e nutre la speranza di essere lei pure liberata dalla schiavitù della corruzione, per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio. Sappiamo bene infatti che tutta la creazione geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto…” (Rom 8,19ss).
La vocazione messianica: l’uomo re – sacerdote – profeta!
Gesù è l’erede consapevole e il compimento ormai maturo di questo cammino. Chi si aspettava un riformatore religioso è rimasto deluso. L’atteggiamento suo non è propriamente l’orientamento religioso, che spinge l’uomo al di là della realtà mondana e storica, per paura dell’abisso della morte, e lo lega a riti e sacrifici e comportamenti, codificati nelle varie religioni per ottenere il favore di Dio… Gesù ha invece assunto un orientamento messianico, preoccupato degli uomini, ai quali ha rivelato un Dio Padre, sollecito soprattutto dei più poveri e disprezzati, per fare della terra e della storia il luogo della liberazione dell’uomo dalle catene dell’oppressione, morale, fisica, politica e religiosa – “adesso”, nella nostra storia , ma infine rompendo, con la sua resurrezione, l’ultima suprema barriera oppressiva, che è la morte. Quando però hanno tentato di strumentalizzarlo politicamente, Gesù si è rifiutato, perché il suo Regno, esplosivo fermento seminato in questo mondo, non è della pasta di questo mondo. Ci ha offerto invece la possibilità, proprio per questa resurrezione della carne, di ri/assumere e promuovere, per grazia, ciò che nella promessa biblica era essenziale: cioè la finalità stessa della creazione, lanciata da Dio verso il compimento di sé. Chiunque collabori alla liberazione dell’uomo oppresso, sta rispondendo ad una “vocazione” messianica, come Isaia dice di Ciro, il quale non ha fatto un gesto religioso, perché, non conosceva affatto Dio, ma divenne “l’eletto” inconsapevole del disegno di Dio. Chiunque infatti si inserisce in questo dinamismo di liberazione, anche ateo o altrimenti credente, ha in sé una qualità messianica (cioè “di Cristo”), pur non appartenendo alla religione cristiana e tantomeno alla chiesa. Si aprono così significati ed orizzonti alla “laicità”… veramente “importanti”, e, come dice il Papa “necessari”, ormai, per dialogare con l’uomo di oggi in una condizione multiculturale e plurietnica come la nostra – riscoprendo un terreno comune di collaborazione e valorizzazione dell’apporto insostituibile dell’altro nella sua diversità. Il potere di Cesare arriva dunque fin dove arriva la sua moneta e le sue istituzioni, accolte e rispettate, ma considerate anche loro integralmente “laiche”, cioè storicamente relative e provvisorie, rifiutandone qualsiasi attribuzione assoluta o in qualche modo divina, come hanno testimoniato migliaia di martiri.
La trappola odierna…
…tutto sembrerebbe semplice, almeno a livello teorico. Ma ogni educatore o genitore o uomo attento alla crescita degli altri, più piccoli soprattutto, sa quanto è difficile mediare le preoccupazioni e gli strumenti educativi (e pastorali) con la crescita della libertà di chi viene educato o guidato. Eppure il traguardo dell’educatore è di rendersi inutile, di fronte alla acquisita autonomia dell’educando. Qui sorgono i conflitti e le ambiguità (e le oppressioni). La chiesa (docente!), forte di un’ulteriore rivelazione, come un’educatrice ansiosa e impaziente, patisce talora la tentazione (al di là delle dichiarazioni solenni), di chiudere i problemi e decidere le soluzioni delle varie emergenze storiche in campo filosofico o educativo o politico, anche per i fedeli, al fine di ottenere orientamenti legislativi o amministrativi conformi alla sua visione delle situazioni. Ma formare discepoli sul principio d’autorità, se sempre è rischioso, in campo di fede contrasta con l’essenza stessa della fede, che è adesione personale della coscienza libera. Le intenzioni possono certamente essere rette, ma storicamente condizionate da limiti culturali pesanti, come la storia conferma. Si rischia così di trattare eternamente da educandi… fedeli ormai adulti e preparati. Dare a Dio quel che è di Dio, è rivolto a tutti, anche alla Chiesa, e vuol dire investire la coscienza dell’uomo della libertà di perseguire consapevolmente gli obiettivi della creazione stessa, attraverso la ricerca della ragione, il confronto umile e aperto, il dialogo con chiunque sia anch’egli in ricerca… e offrire anche la testimonianza umile della propria fede. Ma più che l’insistenza esasperata sulle soluzioni “cristiane” dei problemi di oggi, convincerà la dedizione cordiale e gratuita della propria benevolenza.

Potere politico e coscienza

In questa ventinovesima domenica del tempo ordinario il brano del vangelo di Matteo proposto dalla liturgia, pone in campo lo spinoso problema del rapporto tra potere politico e fede. Nelle pagine precedenti (che corrispondono all’incirca ai brani letti nelle domeniche passate: la cacciata dei venditori dal tempio - Mt 21,12-17; l’animata discussione di Gesù con i sommi sacerdoti e gli anziani - Mt 21,23-22-14 - con le parabole dei due figli, dei vignaioli omicidi e del banchetto nuziale), Gesù aveva portato la sua durissima critica contro la commistione tra potere politico e potere religioso.

Ora la prospettiva, pur rimanendo sempre nell’ambito della tensione con i capi religiosi ebraici, pare ricevere un leggero, ma determinante, mutamento: in gioco non è più tanto il rapporto del potere politico con la religione (intesa come organizzazione esteriore dei rapporti tra gli uomini e Dio), quanto la possibilità della fede (dell’autentico rapporto personale con Dio) alla luce del potere politico.
Sostanzialmente all’operazione di farisei e affini che vincolavano la fede personale a un impianto religioso rigido e intransigente («Gli scribi e i farisei legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito», Mt 23,4), in più intrallazzato col potere politico («Guai a voi, guide cieche, che dite: Se si giura per il tempio non vale, ma se si giura per l’oro del tempio si è obbligati», Mt 23,17), Gesù oppone una duplice separazione dei piani: nella polemica coi capi religiosi rompe l’identificazione tra fede e forma religiosa, ponendo quest’ultima come relativa alla prima (la forma religiosa serve la fede, la regola serve l’uomo, mai viceversa: «Il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato», Mc 2,27); e, nel brano di oggi, separa l’intreccio tra fede personale e potere.
Ma andiamo con ordine...
Per comprendere a fondo le letture che la Chiesa ci propone e le problematiche a cui essa fa riferimento, bisogna fare una piccola digressione sulla situazione storica di Israele.
Nella prima lettura infatti si parla del re Ciro. Egli era il re del popolo persiano: non era dunque un ebreo, ma un dominatore straniero! Perché allora il brano di Isaia lo celebra come un eletto di Dio («Dice il Signore del suo eletto, di Ciro»)? Perché Ciro era stato il re che nel 538 a.C. aveva sconfitto i babilonesi (il popolo che aveva costretto Israele all’esilio nel 586 a.C.), permettendo agli ebrei di ritornare in patria e di ricostruire il tempio. È sempre stato quindi guardato dalla storiografia ebraica come uno strumento (inconscio?) nelle mani del Dio di Israele («io ti ho chiamato per nome, ti ho dato un titolo sebbene tu non mi conosca»).
Ma il motivo più plausibile per cui questa lettura è stata accostata al brano del vangelo di Matteo sul tributo a Cesare, non è tanto l’edificazione che risulterebbe nell’apprendere che Dio interviene nei giochi politici storici servendosi di strumenti umani anche inusuali – stranieri – (che è una lettura molto banalizzante i rapporti tra Dio e l’uomo), quanto piuttosto il fatto che anche nel vangelo il problema è quello di un dominatore straniero, i Romani: molto meno amati di Ciro.
Nel 63 a.C. infatti le truppe romane avevano conquistato Gerusalemme, rendendo la Palestina una provincia dell’Impero, con tutte le conseguenze socio-politico-economiche che questo comportava, e suscitando molta scontentezza. Non a caso forte era l’attesa della liberazione da parte di un Messia che avrebbe liberato dalla dominazione straniera.
Questo breve excursus forse rende più evidente come il problema che soggiace alla provocazione dei farisei e degli erodiani nei confronti di Gesù non sia semplicemente – come già detto – il rapporto tra potere politico e coscienza personale, ma piuttosto il rapporto tra potere politico straniero e la fede. Sostanzialmente dietro la domanda «È lecito o no pagare il tributo a Cesare?», non c’è semplicemente la richiesta di un’indicazione pratica (cosa è opportuno fare), ma la pretesa di una presa di posizione di Gesù rispetto alla dominazione straniera. Da che parte sta? Da quella degli zeloti, che volevano cacciare i romani attraverso una rivoluzione violenta; o da quella dei capi religiosi che si adattavano alla dominazione?
Il problema in Israele infatti (ma in generale nelle società antiche) non era quello del rapporto coscienza personale – potere politico, perché quest’ultimo spesso era un tutt’uno col potere religioso. Non a caso, agli ebrei non avrebbe fatto alcun problema se il potere politico fosse stato ebraico. Al di là della realtà storica infatti essi hanno sempre idealizzato il periodo della monarchia (cfr il re Davide) e – come detto – molti al tempo di Gesù sognavano un messia re, guerriero e liberatore politico.
Ma la dominazione straniera, odiosa soprattutto perché pagana, proponeva un problema nuovo per la storia dell’umanità; il punto infatti è se per la fede è necessariamente implicata l’autorità politica su un territorio o su un popolo.
In verità non era un problema dell’ultima ora per Israele: l’aveva già affrontato durante l’esilio, quando i profeti avevano sottolineato come il vero tempio, la vera legge, sarà quella scritta nei cuori degli uomini («porrò la mia legge in mezzo a loro e sul loro cuore la scriverò», Ger 31,33). Ed è proprio nella scia di questi uomini di Dio che anche Gesù pone la sua risposta: No – dice – per la fede personale dell’uomo, per il suo rapporto intimo col Signore non è necessario né un impianto religioso, né un dominio politico. I piani sono separati, riguardano sfere diverse dell’interiorità umana: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio».
Sono tutte vere poi le obiezioni che potrebbero nascere, in particolare quella per cui non sarebbe possibile separare come con un bisturi gli ambiti che riguardano l’uomo (in questo caso il potere politico e la fede): l’uomo infatti è un tutt’uno, non è fatto a compartimenti stagni e quanto vive rifluisce sempre sulla totalità di quello che è...
È vero, ma queste sono tutte osservazioni in seconda battuta: che possono essere accolte e che anche possono (e magari devono) correggere la radicalità della separazione che Gesù pone in campo (lui stesso sperimenterà sulla sua pelle l’impossibilità di dividere rapporto con Dio e potere politico: morirà infatti per un motivazione religiosa, ma per mano romana), ma che valgono solo dopo che si è fatta salva la questione fondamentale, cioè che la struttura fondante dell’uomo è il suo sempre possibile rapporto con Dio (l’unica cosa che lo fa Uomo), in qualsiasi condizione, non certo da chi è governato.
Indipendentemente dunque da un giudizio di merito sul potere politico, quello che Gesù vuole ribadire è che niente condiziona (tanto da renderlo impossibile), il rapportarsi dell’uomo al suo Dio, neanche la dominazione straniera, neanche la perdita del tempio («viene un' ora, ed è adesso, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità», Gv 4,23), neanche la perdita della libertà (Etty Hillesum scrive da dentro un campo di concentramento: «tutto quello che ci è possibile salvare in quest'epoca, ed è anche la sola cosa che conta: un po’ di te in noi, mio Dio»), neanche la perdita della vita («Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito». Detto questo, spirò», Lc 23,46).
Certo, non bisogna fraintendere: questo non vuol dire che Gesù giustifichi o promuova il disimpegno sociale e politico! Riprendendo le parole di Armido Rizzi, infatti, è indubitabile che «la risposta dell’uomo all’amore di Dio è l’amore per il prossimo»!
Eppure, c’è una risposta ancora più fondante di fronte alle cose che ci si stringono addosso (dominazione straniera, sofferenze, fallimenti, malattie, morte...): l’amicizia con Dio. È la risposta che ha dato anche Teresa di Gesù, un’altra grande donna che la storia dell’umanità ha partorito. Un’altra che come Etty, di fronte a una situazione storica di profonda oppressione e di forte limitazione (in proposito scrive: «Signore dell’anima mia, tu, quando peregrinavi quaggiù sulla terra, non aborristi le donne, ma anzi le favoristi sempre con molta benevolenza e trovasti in loro tanto amore e persino maggior fede che negli uomini. Infatti vi era fra loro la tua santissima Madre... Nel mondo le onoravi... Ci sembra quindi impossibile che non riusciamo a fare alcunché di valido per te in pubblico, che non osiamo dire apertamente alcune verità che piangiamo in segreto, che tu non debba esaudirci quando ti rivolgiamo una richiesta così giusta? Io non lo credo, Signore, perché faccio affidamento sulla tua bontà e giustizia. So che sei un giudice giusto e non fai come i giudici del mondo, i quali essendo figlio di Adamo e in definitiva tutti uomini, non esiste virtù di donna che non ritengano sospetta»), ha saputo custodire la sua interiorità, lo spazio di un’amicizia, che diventa possibilità di custodire un senso, una globalità positiva dell’esistenza, ultimo approdo della coscienza dove solo io decido a chi appartenere:
«L’orazione mentale non è altro, per me, che un intimo rapporto di amicizia, un frequente intrattenersi in solitudine con Colui dal quale sappiamo di essere amati. [...] Voglio dire anzitutto – secondo la mia debole capacità – in che consista la sostanza dell’orazione perfetta. Mi sono incontrata con alcune anime che credevano consistesse tutta nell’esercizio dell’intelletto. Se potevano tenersi a lungo con Dio, fosse pure a prezzo di grandi sforzi, si credevano subito spirituali. Se poi, loro malgrado, si distraevano, benché per occuparsi in cose buone, cadevano nello scoraggiamento ritenendosi perdute. In questi errori ed ignoranze non finiranno certo i dotti, benché ne abbia trovato qualcuno anche fra di loro. Ma noi donne conviene che ce ne stiamo in guardia. Non voglio dire con questo che non sia una grande grazia di Dio poter meditare continuamente sulle sue opere: anzi, è bene che lo si faccia. Però bisogna persuadersi che non tutti sono atti di loro natura ad applicarvisi, mentre tutte le anime sono capaci di amare. [...] Ne viene quindi che il profitto dell’anima non consiste nel molto pensare, ma nel molto amare».
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