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II Domenica di Pasqua
venerdì 17 aprile 2009
Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto
Come si accennava all’inizio, è come se i fatti del giorno di risurrezione – e quindi anche la prima parte del vangelo di questa nostra seconda domenica di Pasqua – fossero ancora perfettamente incastonati nella vita terrena di Gesù, nella parabola della rivelazione cristica in senso stretto (l’incontro col risorto farebbe ancora parte della risurrezione; non a caso essa non ci è narrata – nessuno era presente in quel momento – ma testimoniata da chi ha incontrato Gesù vivo dopo la morte), mentre i fatti della seconda parte del brano di vangelo proposto dalla liturgia, aprissero già uno squarcio sul “dopo”, sulla fatica della testimonianza, sulla sua credibilità discussa, sul problema dei discepoli della seconda (terza, quarta, millesima…) generazione che non erano lì e non hanno visto…
I due momenti non vanno separati: sarebbe forse più bello – dilaterebbe di più il cuore – concentrarsi solo sulla prima parte del vangelo, richiamando i sentimenti che – si può immaginare – avranno accompagnato i protagonisti delle prime apparizioni: la struggente trepidazione di Maria di Magdala quando trova il sepolcro vuoto, caratterizzato più dal timore che le abbiamo tolto anche il corpo morto dell’uomo che amava in modo così speciale, più che dalla speranza che fosse risorto; la sua affannosa corsa per avvisare i suoi fratelli e l’annuncio del “furto del cadavere” con l’angoscia per il non sapere dove l’abbiano posto; l’altrettanto trepida corsa dei discepoli (Pietro e quello che Gesù amava) verso il sepolcro; la vista dei teli, del sudario; il ritorno incerto a casa; e Maria che invece – scrive letteralmente Giovanni – «stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva»… Finché una voce da dietro la chiama, chiedendole il motivo del suo pianto e chi stesse cercando; e in lei, sconfortata dal dolore, come facevano trapelare le sue ultime parole «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto», rinasce come un singulto di vita e di speranza molto concreta ancora legata alla ricerca del corpo morto: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo»; fino alla nuova chiamata «Maria!», stavolta decisiva, stavolta di rinascita, stavolta di ri-esplosione d’amore; e di nuovo la corsa verso i suoi fratelli per annunciare: «Ho visto il Signore!»… ed essi ancora intimoriti dai Giudei, incerti sulle parole della Maddalena e sul sepolcro trovato vuoto, quella stessa sera mentre sono a porte chiuse – immagine che vale sia per l’esterno che per la loro interiorità – si vedono arrivare Gesù, che mostra mani e fianco; e anche per loro la stessa esplosione che per Maria: «gioirono a vedere il Signore»; e nel ricevere l’annuncio di pace e la missione da parte di Gesù…
Dicevamo… percorrere questi testi dilata il cuore, commuove, a tratti fa chiudere la bocca dello stomaco e un attimo dopo ri-esplodere di entusiasmo, consolazione, fiducia…
Ma la liturgia ci invita già a fare un pezzettino ulteriore: a guardare a quel Tommaso, che proprio non va denigrato, perché probabilmente più di tutti ci assomiglia (e per certi aspetti c’ha proprio ragione nelle sue obiezioni!), quel Tommaso che quella sera non c’era (e anche questo è piuttosto indicativo…) e che non se la sente di credere a quanto dicono i suoi fratelli e le sue sorelle: probabilmente, il testo non lo dice, crede che siano impazziti per il dolore e la paura o che si siano suggestionati l’un l’altro…
È l’inizio del faticoso cammino dell’annuncio incredibile di Gesù risorto e la Chiesa già solo una settimana dopo Pasqua ci invita a riflettere su questo.
Il problema di Tommaso è infatti il nostro, è infatti quello che affiora immediatamente alle labbra quando usciti dal clima coinvolgente delle celebrazioni ci si ritrova a riprendere in mano la vita di sempre, le fatiche, le gioie, i dolori, la morte: Sarà davvero risorto? Non è che se lo sono immaginato? Non è che suggestionati dalle parole di una donna, da un sepolcro vuoto e dal bisogno comune di conferme si siano più o meno coscientemente inventati una storia?
E i dubbi sono tanto più radicali, quanto più abbiamo percepito durante la settimana scorsa che la posta in gioco era alta: qui si tratta del senso della nostra vita; se siamo destinati a tornare in polvere e a rimanerci per l’eternità o se c’è un’eternizzazione, una custodia, un preservazione di ciò che siamo, di quanto abbiamo sudato, pregato, amato, pianto, condiviso…
E non è una questione che la Chiesa vuole trattare con leggerezza: il dubbio di Tommaso, così come il nostro, non possono essere banalizzati o liquidati come figli di una fede infantile, ancora poco matura, non veramente radicale… In gioco c’è la verità di noi, della nostra vita, del senso delle cose: in gioco c’è ciò che sopra a tutto il resto sa chiudere nell’angoscia le nostre notti, ci fa contorcere di paura nella solitudine, ci fa alzare apatici, vivere da scoraggiati o da affamati – mai sazi – di qualcosa che riempia il vuoto che ci sentiamo intorno e addosso e dentro… c’è in gioco la morte e la vita.
Per questo è immediatamente proposto il brano di Tommaso, perché tutti – dopo le feste – torniamo a quel suo stesso dubbio, a quella sua stessa trepidazione, a quella sua stessa s-fiducia… e ad essa dobbiamo dare una risposta: non tanto in termini intellettuali, avvallando argomentazioni pro e contro la possibilità di questo evento incredibile della vittoria di uno sulla morte, quanto piuttosto in termini esistenziali, di decisione di sé e per sé. La questione potrebbe essere posta in questi termini: di fronte al mistero celebrato a Pasqua, alla vittoria di Gesù sulla morte e alla promessa di una sensatezza – che rimane – anche per la nostra vita, e di fronte al ritorno alla vita ordinaria, al lavoro, ai problemi, alle situazioni che non sembrano certo essere cambiate, a un mondo che continua a parlare di morte, a una società che non solo non crede più nell’aldilà, ma neanche nella vita nell’aldiqua, a una chiesa che spesso sembra aver dimenticato il vangelo, di fronte a tutto questo… diamo credito a quel libro in cui sono stati scritti quei segni proprio perché noi credessimo che Gesù è il Cristo il Figlio di Dio e perché, credendo, avessimo la vita nel suo nome?
In altre parole: non ci è chiesto tanto di formulare la domanda piuttosto estrinseca se crediamo che uno possa risorgere da morte e se pensiamo – guardando a questo mondo – che possa dirsi un mondo salvato… piuttosto ci è chiesto se la storia di quell’uomo che abbiamo iniziato a sentire in Avvento e che ci ha portati fino alla sua morte e all’annuncio della sua risurrezione sia credibile o meno (credibile nel senso di giocarci la vita). Se cioè è credibile che l’unica vera vita che valga la pena di essere vissuta, l’unica vita che possa dirsi Vita (nell’aldiqua e nell’aldilà), sia quella di chi sposa la logica gesuana dell’amore fino alla morte; e ciascuno credo sappia cosa vuol dire declinato in termini quotidiani, contingenti, inevitabilmente personalissimi…
Da Tommaso Gesù si fa vedere e si fa toccare, eppure conclude dicendo «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Beati dunque noi? Noi che invece vorremmo così tanto vedere, toccare, avere risposte, conferme, certezze… Eppure Gesù sembra gioire di questa nostra condizione di discepoli di “otto giorni dopo”… se non altro sta indicando possibile una fede che a volte a noi sembra invece impossibile… addirittura la indica come privilegiata…
Forse che ha intuito, molto prima e molto meglio di noi, che la struttura antropologica è fondamentalmente e necessariamente lo sbilanciarsi verso un affidamento, verso una promessa, verso un credito concesso? Nessuna prova, nessuna matematica, nessuna dimostrazione è capace di muovere il cuore di un uomo alla dedizione di una vita: nessun segno, nessun vedere, nessun toccare affranca dal doversi af-fidare…
Ecco perché di fronte alla morte e risurrezione di Gesù non ci si può porre con i criteri della ragione scientifica che pretende di misurare la dimostrabilità della risurrezione, né con l’asetticità di chi vuole un sì o un no come risposta alla domanda “Può uno risorgere dai morti?”… La questione è se è un Dio affidabile quello che si è rivelato in quella storia concreta, in quella libertà incarnata che è stata suo figlio Gesù: se quella sua proposta di vita d’amore è credibile e percorribile (e chi l’ha sperimentata, cioè chi c’ha creduto – prima di vedere! – e s’è messo a viverla ci testimonia di sì!) oppure no…
giovedì 27 marzo 2008
Gesù risorto: l'accessibile anche a chi non c'era
Sono quei discepoli, quei cristiani, che come noi hanno il problema, nel credere, di doversi affidare, almeno inizialmente alla parola di qualcun altro, senza vedere…
Ed infatti la questione radicale che sta sotto ai testi della Chiesa nascente è proprio quella di coloro che non hanno visto. È possibile per essi credere? E, dato che credere è incontrarsi col Signore, è possibile ora, dopo la sua morte e risurrezione, che questo avvenga?
La risposta unanime negli scritti del Nuovo Testamento, e ne sono una prova i testi che la liturgia ci offre oggi, è “Sì! Sempre e in ogni luogo è possibile accedere alla libertà di Gesù il Cristo e intrecciare con essa la propria”.
È innanzitutto il vangelo a mostrare questa convinzione: infatti nell’episodio dell’incredulità di Tommaso, episodio che sembra proprio costruito ad hoc da Giovanni per i suoi lettori che non avevano incontrato Gesù in carne ed ossa, vi è l’emblematica frase: «beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
È una beatitudine! E come tutte le beatitudini a noi pare un po’ paradossale («Beati i poveri»; «Beati gli afflitti», «Beati i perseguitati»…): a noi infatti a volte scappa detto proprio il contrario: “Beati quelli che hanno visto, che erano là”; oppure “Ah, se io fossi stato là…”. E invece il vangelo no, ha una prospettiva tutta diversa, tanto che non solo dice che anche per noi è possibile l’accesso al Risorto, ma addirittura delinea la nostra come una condizione privilegiata: «Beati!».
E in questa unione di credere-senza-vedere e situazione-di-beatitudine, il vangelo non è una voce fuori campo. Gli fa eco infatti lo stesso Pietro, quando nella sua I lettera (cap. 1, v. 8) dice: «Voi lo [Gesù Cristo] amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa».
Anche questa citazione è infatti una conferma della convinzione, che percorre tutto il NT, della possibilità reale per l’uomo di sempre di essere cristico, cioè intrecciato, nella sua individualissima libertà, con quella del Cristo. E questo ha una portata grandissima, che non si può permettere a nessuno di ridimensionare: non si tratta infatti semplicemente della possibilità di essere “buoni cristiani”, di sperare anche noi di andare in paradiso tentando di comportarci più bene che riusciamo in questa vita…
La possibilità di entrare in relazione vera con il Signore, di costruire insieme a lui la vita, ha infatti una valenza ben più determinante: è ciò che nobilita l’uomo, che lo fa veramente uomo, che gli permette di vivere una vita degna di questo nome: «perché credendo, abbiate la vita nel suo nome».
Se l’annuncio è che da me personalissimamente il Signore si fa incontrare, che è con me, nella mia individualità singolarissima, che vuole intrecciare il suo Spirito… beh… questo davvero mi libera: mi libera dalla sindrome di “quello arrivato dopo, senza possibilità di rimedio”, mi libera dal bisogno di riferirmi ad altri – a un’istituzione, ai suoi modelli etici e ai suoi percorsi spiritualistici – per raggiungere il “divino”; mi aiuta anzi a ricollocare nel suo giusto posto l’autorità come colei che salvaguarda il mio incontrarmi col Signore, indicandomi criteri di autenticità, mai troppo vincolanti per evitare di soffocare la creatività dello Spirito; mi libera da una mediazione gerarchica intesa come custode di un mistero a me inaccessibile; mi libera dalla mia inadeguatezza, dal mio peccato, dalle mie miserie, come limiti per un incontro reale… infatti come ci ricorda Paolo nella lettera agli Efesini: «Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,6).
Questa prospettiva allora, delineata in tutto il NT di una possibilità reale, per tutti, sempre e dovunque, di un accesso al Signore, ha un respiro grandissimo: è l’insperata incredibile possibilità di parlare io con Dio, di stargli io di fronte, di amarlo io in tutto quello che sono, e non come un numero, uno dei tanti casi della storia, uno dei tanti nomi dell’elenco dei battezzati…
È questo l’elemento affascinante dell’annuncio cristiano, che pone appunto i credenti in Cristo su un altro piano qualitativo rispetto agli appartenenti alle altre religioni: qui la sostanza non è l’adesione a dogmi, la coerenza a codici morali, l’assolvimento di precetti (tutte cose seconde)… la sostanza è la possibilità di un rapporto personale con Gesù risorto; un rapporto che mi fa pienamente me stesso, mi tira fuori le radici profonde e vitali del cuore, mi dà vita, mi fa zampillare le sorgenti dell’anima, mi fa scoppiare d’amore.
È questo l’annuncio esplosivo dei testi di oggi: che questo è possibile per me e per ciascuno, sempre.
Essi si limitano a questa lieta notizia: è possibile anche per chi non era là in quei 30 anni incontrare il Signore e con Lui «mischiarsi la pelle, le anime, le ossa»!
Si limitano all’annuncio, non spiegano le modalità di questo accesso: sono altri infatti i brani in cui gli autori si scatenano su questa prospettiva (in particolare Lc 24, dove nell’episodio dei discepoli di Emmaus sono indicate come vie di accesso all’evento Gesù la Parola, la mensa eucaristica e l’accoglienza dell’altro).
Eppure, pur non indagando la modalità di realizzazione di questo incontro col Signore risorto, anche il Vangelo di Giovanni dà qualche segnale per l’autenticità di questo rapportarsi:
- Per prima cosa la pace; come Gesù aveva chiesto di fare ai suoi discepoli mandati in missione «In qualunque casa entriate, prima dite: Pace» (Lc 10,5), così si presenta anche lui: «Pace a voi!». È il primo segnale che Giovanni pone per l’autentico incontro col Signore: è portatore di pace! Non in quell’accezione semplicistica che la intende come assenza di guerra, ma in quella pregnante che le dà l’intonazione ebraica, dove pace è ben-essere, è vita buona, è Vita!
- In secondo luogo i segni della crocifissione. È questo l’altro segnale potente e drammatico dell’incontro vero col Signore: egli è il crocifisso! È il trafitto dalla morte perché ha agito solo con l’amore, che per sua natura rende feribili. Se quello con Lui non è un incontro drammatico, che porta cioè il dramma della vita toccata dal male, non è un incontro vero: non è Lui. Tant’è che su questo Tommaso è acutissimo… e l’unica condizione che pone alla sua fede non è un miracolo, un discorso, un abbraccio, un essere chiamato per nome, da Gesù, ma proprio i segni della sua passione: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». È questa l’identità che Gesù pretendeva gli riconoscessero e che invece li aveva fatti scappare tutti… è questa l’identità con cui aveva chiesto di essere ricordato («fate questo in memoria di me»)… e Tommaso ormai lo sa… o è il crocifisso, o non è Lui. Per noi dunque, discepoli di ogni tempo, un secondo segno di autenticità nell’incontro col Signore è proprio questo: ci coinvolge in una storia che, proprio perché vive l’amore, porta in sé inestricabilmente anche una tragicità, una vulnerabilità, una passione ineludibili.
- Infine il dono dello Spirito, del suo Spirito, che è appunto il dono di sé, la possibilità stessa di questo incontro con Lui.
Un incontro, abbiamo detto, personalissimo, tanto da travalicare qualsiasi barriera istituzionale, gerarchica o autoritaria; ma non solipsistico, anzi abilitante nuovi rapporti tra gli uomini. Sembra paradossale che una cosa tanto mia, da riguardare solo me (e il Signore) vada ad intaccare anche il mio rapportarmi agli altri. In realtà è vero il contrario: è proprio solo perché coinvolge me nella mia presenza a me stessa più intima, che coinvolge di me anche il mio esser-ci con altri. Infatti è solo la libertà abilitata dall’incontro col Signore che permette di vincere la paura della morte (è vinta: «È risorto!») e con essa l’istinto di sopravvivenza che fa l’altro rivale, nemico, pericolo. È solo l’effervescenza della Vita che il relazionarsi con Lui suscita, che ci permette di guardarci come fratelli e dunque di essere: «perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere»; di stare insieme, avere ogni cosa in comune, vendere le nostre proprietà e sostanze e dividerle con tutti, secondo il bisogno di ciascuno; di essere: «ogni giorno perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case» di prendere «cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo».
E se questa certo è la descrizione idealizzata della comunità cristiana, essa però non può semplicemente essere relegata nel campo della mitologia… del “sarebbe bello, ma è impossibile”… se i nostri rapporti sono così lontani da questa realtà è perché difettiamo di conformazione a Cristo: più saremo cristici e più saremo fraterni… e viceversa… con buona pace di chi ama mettere incensi, latino e mediazioni gerarchiche tra sé e gli altri… per sentirsi più vicino a dio…
Metti qua il tuo dito… e non esser più incredulo, ma credente!
…venendo dagli inferi!...
Si è ormai compiuta la Pasqua! … e la liturgia delle domeniche che seguono vuol introdurci nell’esperienza sempre più profonda del mistero che la Pasqua contiene. Gesù ha raccolto nel suo corpo crocifisso sulla croce tutta la sofferenza dell’umanità e il suo anelito di libertà e di compimento. Dopo la sua fine sul Calvario, quando il suo corpo era nel sepolcro, immobilizzato nelle leggi della morte, mentre le donne piangevano davanti alla tomba chiusa, Lui, “… in spirito, andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; a tutti coloro che avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava… (1Pt 3, 19). Ma adesso per primi ricevono l’annuncio della fine della loro reclusione … Dunque, mentre ancora Gesù è morto, fin nel buio degli inferi, il fermento incoercibile della risurrezione si manifesta come liberazione dai legami di qualunque oppressione in cui l’uomo venga a trovarsi.
Questo è il primo e più strepitoso effetto della risurrezione. A tutti Gesù porta la grande assoluzione del Padre per i peccati del mondo. La missione che il Padre gli ha dato l’ha eseguita. Ha amato i suoi fino alla fine. Ha portato a compimento nella sua carne di uomo l’amore che il Padre eternamente alita in lui… E adesso, che ha visitato tutti gli spazi, le altezze e le profondità della vita umana, deve tornare al Padre. Ma prima trasmette, anche lui, l’amore incontenibile che dal Padre continuamente riceve. Ed il suo Spirito, che adesso abita in loro, renderà anche i suoi discepoli capaci, come lui, di sciogliere i peccati del mondo.
La forza dello Spirito: il punto di unione tra noi e Gesù
Tutti gli altri doni o caratteristiche o contenuti del messaggio stesso… vengono dopo.
Anche i vangeli vengono dopo, e anzi nascono anche loro proprio da questa esperienza incandescente della forza ricevuta da Gesù, che è il suo Spirito.
Nessun’altra esperienza è stata sentita così forte e sorprendente da dover esser annunciata come una nuova creazione: alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” … Da allora siamo chiamati alla libertà da ogni schiavitù che ci opprime : …voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!» (Rom 8, 15s). Il punto di unione tra Gesù crocifisso risorto e noi è lo stesso che tra il Padre e il Figlio: è il loro amore personificato in questa forza viva e irresistibile, che ci coinvolge – dono di Gesù “che ricrea” in noi l’umanità nuova : Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo…” (Rom 8,16)
Noi abbiamo una speranza viva…
La secondo generazione cristiana che pure, come noi, non ha visto il Signore, vive ancora l’emozione e la riconoscenza del dono ricevuto, come si vede nell’inno di Pietro: Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, … “Per una speranza viva”, ci è detto, perché è questa che ci sostiene mentre di fatto continuiamo a vivere una realtà che richiede sempre una certa fatica ed afflizione … ma colma anche di gioia, perché sappiamo che questa situazione purifica la nostra fede. E per noi vuol dire imparare ad amarlo senza averlo visto, affidarci a lui, senza vederne o sperimentarne la presenza… Questo misterioso fermento di vita nuova (la fede post-pasquale) “inspirato” in noi dall’alito di Gesù risorto, fa dentro di noi la “Pace”, mentre ce l’annuncia, ci fa figli ed eredi, ci dona il potere di perdonarci a vicenda, edificando la comunità dei credenti!
La comunità apostolica
Il sommario della vita della prima comunità riportato da Luca è l’esperienza sorgiva, paradigmatica e inabrogabile con cui ogni generazione cristiana è chiamata a misurarsi. Non è un momento d’entusiasmo proprio degli inizi utopici di un movimento allo stato nascente. È invece per sempre l’intreccio costitutivo delle coordinate fondamentali della comunità cristiana, dalla Pentecoste alla Parusia. Anzitutto, dunque, la perseveranza nella dottrina degli apostoli, cioè l’ascolto costante della prima testimonianza viva e commossa della vita, morte, passione e risurrezione del Signore. Questo riferimento vitale al Signore è il motivo della strettissima comunione che si veniva creando tra loro (erano tutti insieme ‘nella stessa cosa’! 44), continuamente rinnovata nella frazione del pane e nelle preghiere.
Ma sono evidenti anche le conseguenze importanti e sintomatiche di questo “coinvolgimento vitale” Tali sono la dimensione economica, per cui nessuno aveva più proprietà private che non avesse trasferito alla disponibilità comune - e la dimensione affettiva, cioè il giocarsi insieme l’esistenza, fino a non aver più altre scelte o interessi o programmi personali privatistici… Questa è stata l’esperienza che ha generato e ancora costituisce la nostra fede, qualunque cosa capiti, qualunque sovvertimento culturale o politico ci sconvolga, qualunque deriva disumanizzante tenti di travolgerci, qualunque strada intenda intraprendere la nostra comunità o la famiglia o la società in cui viviamo… La coerenza fondamentale della nostra fede “apostolica”, che sgorga dalla Spirito di Gesù è questa: “tanto più è grande la nostra disponibilità a lasciarci immergere nella comunità di cui condividiamo totalmente la sorte, tanto più è coinvolgente e profonda la nostra possibilità di partecipare alla comunione cui ci chiama personalmente il Signore Gesù.
La crisi di Tommaso: fuori delle piaghe di Cristo, non c’è salvezza!
Bisogna passare attraverso la crisi di Tommaso… quando inevitabilmente ci veniamo a trovare un passo indietro, o distante, da chi vive con noi o partecipa alla nostra fede in Cristo, quando l’orientamento della comunità ci amareggia il cuore e ci svuota il futuro, e non riusciamo più a condividerne le idee e le scelte… Qui ci tocca superare o integrare il livello psicologico e affettivo della fede, e riscoprire anche noi sulla nostra pelle, l’oggettiva identità del Cristo tradito, imprigionato e crocifisso – con il Cristo risorto, “nostro Signore” (cioè “padrone assoluto” cui affidare nuovamente la vita) … e “nostro Dio” (perché questa consegna ha la totalità di un’adorazione). Al di là di ogni nostra debolezza e inadempienza di poveri cristiani, dentro le ambiguità storiche e i tradimenti attuali della chiesa, o dei nostri compagni di strada, o nostri … questo passo non ci può essere risparmiato. Non si tratta semplicemente di una verifica della nostra fede, ma di un passaggio, un lungo scarnificante passaggio, insieme doloroso e gioioso, per maturare quello che ciascuno è destinato ad essere come discepolo di Gesù, suo amico e imitatore, per immergersi nelle sue piaghe. Nelle piaghe non gloriose ancora, ma comunque “sue”, del suo corpo mistico di oggi. In questa identità misteriosa e disarmante tra Lui e del suo corpo mistico comunitario (ecclesiale), in cui siamo chiamati a vivere, è il fondamento vero di ogni vita ‘spirituale’ e la soglia o l’avvio oggettivo verso la maturità cristiana… Nel disincanto da ogni presunzione adolescenziale di ritagliarsi un cammino di perfezione privato, una scorciatoia verso una sorta di salvezza che faccia a ameno del sacramento della comunità ecclesiale, alla quale è dato il potere di legare e di sciogliere il nostro male. Perché noi apparteniamo alla beatitudine per “non vedenti”, che ci rassicura che “ciò” che Dio sta realizzando in noi (che non vediamo) è più grande di quanto riusciamo a percepire, e “colui” che amiamo (anche senza che lo sentiamo) è più vero di ciò che i nostri ricettori emotivi sentano. È l’immersione (fede, tatto e amore!) nelle “Sue” piaghe umane che decide della nostra fede!
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