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martedì 7 aprile 2015

II Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 4,32-35)

La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.

 

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 5,1-6)

Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Ci hanno insegnato a stigmatizzare Tommaso. Eppure è lui che nel vangelo di Giovanni ci rappresenta più di tutti: perché noi – come lui – non c’eravamo a vedere il risorto. Ma soprattutto perché – noi come lui – vorremmo poter vedere e toccare… per poi credere.

Non ci convince nemmeno l’espressione di Gesù «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto», tant’è che – a distanza di 2000 anni – riesce ancora a darci da pensare… e anche a darci un po’ fastidio. Perché in fondo, non siamo, a torto o a ragione, non siamo d’accordo con lui: qualcosa in noi si ribella.

La verità è che è difficile credere davvero (non solo a parole o attraverso slogan) nella risurrezione. Io credo che – se la Chiesa in questi 2000 anni ci avesse creduto un po’ di più – avrebbe costruito un mondo diverso. In realtà le nostre vite continuano a essere costruite in base al principio che poi si muore… e quindi… con tutto quello che viene di conseguenza.

Non abbiamo costruito un mondo in cui “poi si risorge, e quindi…”.

Non credo nemmeno che questa sia solo la situazione di noi poveri post-contemporanei, immersi in un mondo in cui la maggioranza delle persone è atea o agnostica. Credo che – anche nei secoli più “cattolici” della storia dell’umanità – sia sempre stata la certezza della morte e non la fede nella risurrezione a guidare le scelte della vita (personale e sociale).

Ha ragione p. Mario, quando in predica dice che abbiamo relegato Dio (Padre e Figlio) nell’aldilà, come si fa coi morti (non con i risorti, che sono dei viventi, stando al vangelo). Io penso che l’abbiamo fatto per comodità (perché il Dio di Gesù è un Dio scomodo, con il suo continuo invito all’amore disarmato) e anche perché siamo dei sani materialisti: abbiamo cioè fatto sostanzialmente questa equiparazione: Dio ha scelto di non agire nella storia (di consegnarla all’uomo) dunque Dio non c’è o è nell’aldilà, lontano: praticamente morto.

E così siamo rimasti con la storia tra le mani, un Dio considerato praticamente morto e di fronte solo la certezza della nostra fine (con una vaga e arcaica speranza – un po’ sciamanica – che quanto abbiamo sentito fin da piccoli sull’aldilà sia poi magari pure vero, chissà). Per questo abbiamo costruito una storia di morte.

Che la storia sia nelle nostre mani e che Dio non vi agisca in senso materiale è un dato inequivocabile; che di fronte a noi ci sia l’incontro con la morte è altrettanto ineluttabile. Nessuna di queste due cose è messa in dubbio dalla rivelazione del volto di Dio che Gesù ha attuato con la sua vita.

Ma di certo il terzo elemento (che Dio sia nell’aldilà, dunque praticamente morto) è esattamente quanto il lieto annuncio di Gesù smentisce: la sua risurrezione – culmine della parabola storica della sua esistenza – ci annuncia invece che Dio è presente e vivo e con noi fino alla fine del mondo, con la sua promessa che la morte non ha l’ultima parola neanche nelle nostre esistenze.

Provare a credere nella risurrezione vuol allora forse dire provare a credere nel Dio dei viventi, nel pensare a noi stessi come a “viventi” e non come a (prima o poi) “morenti”. Che tra l’altro è quello che facciamo – senza accorgercene – molto più spesso di quanto crediamo: ogni volta infatti che – anche senza consapevolezza – acconsentiamo alla vita (respirando, mangiando, ridendo, annusando, guardando, ecc…), di fatto facciamo un atto di fede in lei, nella vita e nel Dio della vita.
Raro caso in cui la carne è pronta, ma lo spirito è debole.

martedì 22 aprile 2014

II Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli(At 2,42-47)

[Quelli che erano stati battezzati] erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. Un senso di timore era in tutti, e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.

 

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (1Pt 1,3-9)

Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni(Gv 20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Dopo le celebrazioni del Triduo pasquale, culminate nella veglia di Sabato e nella messa solenne di Domenica, e dopo gli otto giorni in cui la Chiesa ha “dilatato” – come fosse un unico lungo giorno – la celebrazione della Risurrezione del Signore, Domenica veniamo introdotti “a tutti gli effetti” nel cosiddetto “Tempo di Pasqua”, un tempo forte in cui l’invito è quello di andare a ripercorrere e assimilare – pian piano – il mistero esplosivo condensatosi la Domenica di Pasqua.

Non a caso il vangelo che ci viene proposto riguarda l’apparizione di Gesù risorto ai suoi, avvenuta proprio «la sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei».

La Chiesa ci invita cioè a leggere un testo evangelico che, nel suo svolgersi, ci sposta dalla domenica della Risurrezione… e ci colloca otto giorni più in là (gli stessi che – non a caso – son passati per noi dalla celebrazione della Pasqua).

Se infatti il testo inizia con una prima apparizione ai discepoli la sera stessa della Risurrezione, esso poi però prosegue con una seconda apparizione «otto giorni dopo», dove l’annotazione temporale, accompagnata dall’assenza (prima) di Tommaso e dalla sua successiva presenza, apre la strada al problema dell’accesso alla fede per chi non era lì in quei giorni. Dunque per tutti gli assenti, per tutti quelli della generazione successiva (per i quali, infatti, sta scrivendo Giovanni) e per quelli di tutte le generazioni successive…

Il problema è messo bene in luce dall’affermazione che Gesù rivolge a Tommaso – «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!», dove l’indisponibilità di Tommaso a credere nonostante l’assenza, diventa il comportamento da biasimare, mentre quello di chi non pone come condizione per la fede l’annullamento di una distanza fisica, diventa quello da lodare –, ma anche dal finale del testo: «Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome», dove è evidente la convinzione dell’evangelista che per accedere alla fede in Gesù non sia necessaria la contiguità cronologica alla vita storica di Gesù.

Questo era (è) infatti il problema… Lo stesso messo in luce dalla seconda lettura: «Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un’eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell’ultimo tempo. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po’ di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell’oro – destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco –, torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui».

Il problema è cioè quello della fede di chi non ha conosciuto di persona Gesù – di chi non ha potuto mettere le sue mani sulle sue piaghe – che – altrimenti detto – equivale a quest’altro problema (quello vero, che sta sotto l’altro e in esso si nasconde): il problema di doversi fidare di qualcun altro nella propria fede… “avere fede sulla fede di un altro”.

Questa è la prima difficoltà dei discepoli della seconda generazione (quelli per cui scriveva Giovanni), ma poi anche della terza, della quarta… fino a noi. È il problema dell’affidabilità e dell’affidamento… Questioni delicate per l’uomo di sempre, tanto più – io credo – per l’uomo di oggi, che sempre più sembra gettato in un mondo di estraneità, competizione, paura dell’altro; tant’è che la domanda ricorrente è “Come si fa a fidarsi (di uno così, di una così, di chi ti fa un lavoro in casa, del tuo padrone, del tuo operaio, del tuo vicino, del tuo stesso amico…)? Come si fa a fidarsi?”.

Figurarsi fidarsi di questa manciata di uomini spauriti, vissuti più di 2000 anni fa, che parlavano una lingua stranissima, vivevano in terre lontane e avevano una cultura così diversa dalla nostra… Cosicché su queste considerazioni, oggi, i più se ne vanno scettici (soprattutto i nostri ragazzi, la prima generazione atea, come li chiamano i giornali), altri cercano di non pensarci, portando avanti il loro tran tran quotidiano (spesso scisso tra tempo profano e piccolissime parentesi di tempo sacro), altri si lanciano in una fede cieca, pochi provano a pensarci…

Io mi/vi chiedo se tutta questa sfiducia non derivi forse da due fonti:

-          innanzitutto la mancanza di valutazione sull’affidabilità/attendibilità della fede degli altri, di quelli su cui noi ci appoggiamo per credere… cioè, io credo che un primo problema sia la scarsa conoscenza e la poca passione per la Parola di Dio… In questo non si possono dimenticare le colpe storiche dell’istituzione chiesa, ma è anche vero che oggi per tutti c’è la possibilità di un accesso alla lettura, allo studio, all’incontro con il testo biblico… che però spesso ci trova restii, latitanti, stanchi…

Cosicché ci ritroviamo incapaci di rendere ragione della fede che è in noi (1Pt 3,15), soprattutto a noi stessi…

-          inoltre mi/vi chiedo se non è il caso di provare a pensare in maniera un po’ seria alla continua e soffocate aria di sfiducianegli altri in cui culturalmente siamo così immersi. Anch’essa ha tante radici, che non possiamo certo ora ripercorrere, ma che – se lasciate nell’ombra – rischiano di agire in noi senza che nemmeno ce ne accorgiamo, rendendoci passivi recettori, ma anche inconsapevoli complici, di quell’atmosfera per cui nel nostro mondo sembra impossibile fidarsi di qualcuno, affidare la nostra vita ad un A/altro, legare incondizionatamente il nostro destino a quello degli altri uomini…

Io credo che su queste due polarità si stia giocando il fallimento dell’annuncio della Risurrezione del Signore, che infatti – per troppe persone – non è più significativo e capace di trasformare la vita. E su questo, la distanza delle nostre esperienze ecclesiali da quella della prima comunità cristiana (descritta dalla prima lettura) è un segnale chiaro!

Ripartire da quel “Pace a voi” e da quel “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati” potrebbe forse aiutarci a riqualificare le nostre relazioni umane, facendoci noi per primi – per quel poco che è possibile – garanti di un’affidabilità nell’amore, affinché nelle nostre case, nelle nostre comunità, nella nostra storia e nella nostra carne le persone trovino pace e perdono: quelli veri che ricompongono le viscere, che riabilitano a porre passi umanizzanti, che fanno rispuntare sorrisi e luccicare gli occhi.

O se proprio è difficile pensarci come garanti di questo legare il nostro destino a quello degli altri uomini in una storia di pacificazione e perdono, almeno possiamo provare a desiderare di esserlo o desiderare di desiderare di esserlo.

martedì 2 aprile 2013

II Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 5,12-16)

Molti segni e prodigi avvenivano fra il popolo per opera degli apostoli. Tutti erano soliti stare insieme nel portico di Salomone; nessuno degli altri osava associarsi a loro, ma il popolo li esaltava. Sempre più, però, venivano aggiunti credenti al Signore, una moltitudine di uomini e di donne, tanto che portavano gli ammalati persino nelle piazze, ponendoli su lettucci e barelle, perché, quando Pietro passava, almeno la sua ombra coprisse qualcuno di loro. Anche la folla delle città vicine a Gerusalemme accorreva, portando malati e persone tormentate da spiriti impuri, e tutti venivano guariti.

 

Dal libro dell’Apocalisse di san Giovanni apostolo (Ap 1,9-11.12-13.17-19)

Io, Giovanni, vostro fratello e compagno nella tribolazione, nel regno e nella perseveranza in Gesù, mi trovavo nell’isola chiamata Patmos a causa della parola di Dio e della testimonianza di Gesù. Fui preso dallo Spirito nel giorno del Signore e udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese». Mi voltai per vedere la voce che parlava con me, e appena voltato vidi sette candelabri d’oro e, in mezzo ai candelabri, uno simile a un Figlio d’uomo, con un abito lungo fino ai piedi e cinto al petto con una fascia d’oro. Appena lo vidi, caddi ai suoi piedi come morto. Ma egli, posando su di me la sua destra, disse: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi. Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle presenti e quelle che devono accadere in seguito.

 

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

«La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”», così Giovanni descrive il primo incontro che i discepoli fanno con Gesù risorto (solo Maria di Magdala l’aveva già incontrato).

Manca Tommaso, si scoprirà più avanti nel racconto, ma ciò che colpisce di più a questo punto della narrazione non è questo, bensì vedere il registro su cui Gesù si colloca per ritrovare i suoi. “Pace a voi”, gli dice; e lo ripeterà ancora due volte (una dopo aver mostrato i segni della passione e l’altra “otto giorni dopo”, quando finalmente ci sarà anche Tommaso).

La paradossalità di questo saluto – che magari in prima battuta sembra piuttosto naturale (dato che siamo abituati a sentire che Gesù risorto saluta in questo modo e che – se ci ricordiamo un po’ anche ciò che diceva da vivo – era stato proprio lui a consigliare ai suoi di salutare così, quando entravano in casa di qualcuno: «In qualunque casa entriate, prima dite: Pace», Lc 10,5) – salta agli occhi se proviamo ad andare a vedere come si erano lasciati i discepoli e Gesù l’ultima volta che si erano visti... Gv 18,1 era l’ultima volta in cui i discepoli comparivano, là dove si diceva appunto che «Gesù uscì con i suoi discepoli al di là del torrente Cedron, dove c’era un giardino, nel quale entrò con i suoi discepoli». Da questo momento in avanti essi spariscono: in quel giardino infatti arriverà Giuda, «con un gruppo di soldati e alcune guardie fornite dai capi dei sacerdoti e dai farisei, con lanterne, fiaccole e armi» e arresteranno Gesù. Soltanto Pietro ricomparirà ancora – ma nell’episodio del rinnegamento – e in seguito il discepolo amato – l’unico che fa una bella figura – perché “adotta” Maria. I discepoli non ci saranno nemmeno quando si tratterà di andare a recuperare il corpo morto di Gesù: ci andranno infatti Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea, due che erano discepoli “di nascosto”… E non faranno nemmeno il tentativo di raggiungere il loro Maestro morto – la mattina – come le donne, per l’ultima replica umana alla morte, che è la cura di quel suo corpo cui restituire dignità. Non crederanno nemmeno a Maria di Magdala che pure era andata ad annunciargli: «Ho visto il Signore!». Niente! In Gv 20,19 essi sono ancora con le porte chiuse per paura dei Giudei.

Bene, in questa situazione a Gesù la prima cosa che viene in mente di dire è: “Pace a voi!”. «Neppure qui come in nessun altro testo, li rimprovera rivangando la faccenda che quando lui era in pericolo i suoi prodi se la sono svignata. Questo è il primo gesto della redenzione, il più bello che ci sia in tutte le Scritture del Nuovo Testamento, quello simboleggiato dall’espressione di Gesù che dice: “Chi cercate voi?” “Gesù, il Nazareno” “Sono io!”, gli altri non c’entrano (cfr. Gv 18,4-9). Impara, evangelizzatore d’assalto! Gesù è quello stesso che prima, quando le cose andavano bene, ai suoi ragazzotti diceva: “Se non prendete la vostra croce e non mi riconoscerete davanti agli uomini, un giorno io non saprò neanche chi siete”. Giusto, perché quando stiamo tutti bene i ragazzotti hanno bisogno di essere istruiti sul fatto che qui non è come iscriversi al club della vela…ci sto, non ci sto, mi va, non mi va, devo provare i buoi, …stai a casa! Ma quando viene il pericolo vero, lo stesso che quando le cose vanno bene ai suoi dice “Ragazzi, questo è un gioco duro, non è una roba per dilettanti!”, i suoi li chiude nella cuccia (e non è vero che non c’entrano perché non han fatto altro che dire: “Signore ci siamo noi! Cosa possiamo fare? Ci organizziamo…”) e alle guardie dice: “Prendete me, tutto quello che sanno, che credono, che fanno, è perché gliel’ho insegnato io, quindi prendete me!”. Questa è la redenzione. Questo è lo stile dell’Evangelo e della testimonianza. Questo è stile, le due parti insieme e cioè: non c’è il Vangelo allo zucchero filato che dice: “Se venite con me vi faccio stare bene, vi spariscono anche i brufoli, vi faccio volare, vi faccio vedere Dio…”…No! Non c’è, il Vangelo non è piazzato come un coefficiente del benessere, ha la durezza che deve avere, però, siccome la Parola di Gesù è che ciascuno deve offrire la propria guancia, non quella di suo fratello (tanto perché qualche volta ci confondiamo), quando viene il momento del pericolo il Signore si aspetta che come fa lui, ciascuno dei discepoli per suo conto offrendo la propria, tenga al riparo i suoi. Anche quelli che di per sé hanno ricevuto dal Signore la vocazione a farsi avanti, non si devono fare avanti al posto suo. Questa è la differenza, questo è Dio. L’uomo sarà anche peccatore, ma Dio non vuole che si faccia avanti al posto suo» [P.A. Sequeri, sbobinatura della lezione del 12 marzo 2003 del Corso di Teologia Fondamentale in FTIS].

Ecco il primo elemento fondamentale del brano: Gesù non è risorto per arrivare a tirare i conti, non ha cambiato l’atteggiamento di redenzione verso i suoi che aveva tenuto durante la passione, ha riconciliato quel pezzetto di storia – piccolo ma tanto determinante – del tradimento di tutti i suoi, semplicemente presentandosi e esordendo con “Pace a voi!”.

E che la chiave di lettura del vangelo odierno sia precisamente il perdono – e più radicalmente il perdono in senso forte, cioè la vera e propria ricostruzione delle condizioni affinché l’altro possa ricostruirsi e ricostruire la relazione – è dato anche dalla seconda cosa che Gesù dice: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi. Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Gesù cioè come prima istanza – da Risorto – ha quella di fare dei suoi “ministri della riconciliazione” – come dice Paolo in 2Cor 5,18. Perché – come ricordava il prof. Luca Moscatelli in una sua conferenza – “se mi dicessero che posso perdonare chi voglio – e so cosa vuol dire essere perdonato – beh, perdonerei tutti! O no?”… Anche perché lì Paolo è interessante davvero; dice: «L’amore del Cristo infatti ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana» (2Cor 5,14-16) – alla maniera umana, infatti, uno avendo un potere (in questo caso quello di rimettere i peccati) potrebbe farne anche un uso scorretto, tipico di chi non sa cosa vuol dire davvero avere il cuore e la storia e la provenienza riconciliata (come cantava Zaccaria in Lc 1,72: «egli ha concesso misericordia ai nostri padri»). Ma in più Paolo – giusto per non lasciare adito a dubbi – dice: «Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione» – è l’esperienza dell’essere riconciliati che abilita alla riconciliazione. È perché a Pietro e agli altri non imputa le loro colpe, il motivo per cui subito dopo può invitarli a farlo con chiunque!

Se pensiamo a cosa invece spesso voglia dire nella nostra vita cristiana “riconciliazione”, c’è proprio da mettersi le mani nei capelli e concludere con Petrosino che “L’uomo fa sempre così: prende una roba e ne fa una schifezza”…

Interessante – ad ogni modo – che a Gesù prema così tanto questo fatto della riconciliazione… Forse perché a ben guardare, presa nella sua caratura profonda, essa è l’unica dinamica che può permettere la vita: viviamo – infatti – solo quando gli altri ci abilitano a farlo, quando ci perdonano la nostra inadeguatezza, il nostro non essere mai all’altezza, il nostro tradire, il nostro non riempire i loro desideri… Ciascuno di noi, per gli altri, è sempre inevitabilmente anche questo… Ma se la paura, o l’inacidimento, o l’intransigenza, o la durezza, o “la convinzione di avere la verità”, o chissà che altro, chiude l’altro nel suo errore, nella sua uscita infelice, nel male che ha fatto, se cioè prevale il nostro bisogno di avere ragione sul bene che vogliamo all’altro – beh lì lo uccidiamo e uccidiamo la nostra relazione con lui. Gli spegniamo la fonte zampillante del suo cuore, mettendoci sopra la pietra delle nostre buone ragioni…

Ecco – invece Gesù – da vivo, da morto e da risorto proclama sempre (non solo a parole, ma con le decisioni concrete della sua libertà) che è sempre più importante la faccia dell’altro, cha abbia lo spazio per ricostruirsi, che noi gli facciamo questo spazio, che gli ri-creiamo quelle possibilità di Vita, che magari lui stesso da solo ha rovinato…

E a ben guardare è la stessa cosa che fa con Tommaso: al quale concede tutto, gli va dietro in tutto, pur di ricostruirgli intorno – intorno alla sua intransigenza («Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo») – la possibilità di un ri-allacciamento della relazione.

È questo il compito di ciascun cristiano e della Chiesa tutta: avere pazientemente il coraggio di mettersi lì a ricreare per tutti la possibilità della Vita.

martedì 10 aprile 2012

II Domenica di Pasqua

Le letture che la liturgia ci propone per questa seconda Domenica del Tempo di Pasqua, ci costringono a fare la fatica, per un verso, di rimanere ancorati ai misteri appena celebrati durante la settimana santa e contemporaneamente di alzare lo sguardo verso il proseguimento della vita “ordinaria”. Non a caso il brano di vangelo proposto è come diviso in due parti, delineate da una duplicità temporale, segnalata con due indicazioni cronologiche: «La sera di quel giorno, il primo della settimana» (dunque la domenica della risurrezione) e «Otto giorni dopo», quindi con un lasso di tempo (il primo) che inizia a scandirsi dopo l’evento di Pasqua.

Ma questi due momenti non sono distinti solo cronologicamente, anzi l’indicazione temporale sembra essere posta per segnalare una distinzione ben più radicale e decisiva, quella della caratterizzazione antropologica dei due episodi: mentre infatti gli eventi della domenica di risurrezione (la scoperta del sepolcro vuoto – Gv 20,1-10 – che era il vangelo di Pasqua; l’incontro della Maddalena con Gesù e il suo annuncio ai discepoli – Gv 20,11-18 – tristemente e significativamente omesso dal calendario liturgico nelle domeniche di Pasqua; l’apparizione ai discepoli – Gv 20,19-23 – cioè la prima parte del vangelo di oggi) sono caratterizzati dallo stupore gioioso e commosso per il rincontro e il riconoscimento del Signore risorto («entrò anche l’altro discepolo e vide e credette», Gv 20,8; «Ella si voltò e gli disse in ebraico “Rabbunì!” – che significa: “Maestro!”. […] Maria di Magdala andò ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore!”», Gv 20,16; «I discepoli gioirono nel vedere il Signore», Gv 20,20), l’episodio dei giorni seguenti di Tommaso introduce un elemento nuovo: il problema dell’incredulità («Tommaso non era con loro. […] Disse: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo», Gv 20,24-25).

Come si accennava all’inizio, è come se i fatti del giorno di risurrezione – e quindi anche la prima parte del vangelo di questa nostra II Domenica di Pasqua – fossero ancora perfettamente incastonati nella vita terrena di Gesù, nella parabola della rivelazione cristica in senso stretto (l’incontro col risorto farebbe ancora parte della risurrezione; non a caso essa non ci è narrata – nessuno era presente in quel momento – ma testimoniata da chi ha incontrato Gesù vivo dopo la morte), mentre – è come se – i fatti della seconda parte del brano del vangelo proposto dalla liturgia, aprissero già uno squarcio sul “dopo”, sulla fatica della testimonianza, sulla sua credibilità discussa, sul problema dei discepoli della seconda (terza, quarta, millesima…) generazione che non erano lì e non hanno visto…


I due momenti non vanno separati: sarebbe forse più bello – dilaterebbe di più il cuore – concentrarsi solo sulla prima parte del vangelo, richiamando i sentimenti che – si può immaginare – avranno accompagnato i protagonisti delle prime apparizioni:

-        la struggente trepidazione di Maria di Magdala quando trova il sepolcro vuoto… trepidazione caratterizzata più dal timore che le abbiamo tolto anche il corpo morto dell’uomo che amava in modo così speciale, più che dalla speranza che fosse risorto; la sua affannosa corsa per avvisare i suoi fratelli e l’annuncio del “furto del cadavere” con l’angoscia per il non sapere dove l’abbiano posto;

-       l’altrettanto trepida corsa dei discepoli (Pietro e quello che Gesù amava) verso il sepolcro; la vista dei teli, del sudario; il ritorno incerto a casa; e Maria che invece – scrive letteralmente Giovanni – «stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva»… Finché una voce da dietro la chiama, chiedendole il motivo del suo pianto e chi stesse cercando; e in lei, sconfortata dal dolore, come facevano trapelare le sue ultime parole «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto», rinasce come un singulto di vita e di speranza molto concreta ancora legata alla ricerca del corpo morto: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo»; fino alla nuova chiamata «Maria!», stavolta decisiva, stavolta di rinascita, stavolta di ri-esplosione d’amore; e di nuovo la corsa verso i suoi fratelli per annunciare: «Ho visto il Signore!»…

-       ed essi ancora intimoriti dai Giudei, incerti sulle parole della Maddalena e sul sepolcro trovato vuoto, quella stessa sera mentre sono a porte chiuse – immagine che vale sia per l’esterno che per la loro interiorità – si vedono arrivare Gesù, che mostra mani e fianco; e anche per loro la stessa esplosione che per Maria: «gioirono a vedere il Signore»; e nel ricevere l’annuncio di pace e la missione da parte di Gesù…

Dicevamo… percorrere questi testi dilata il cuore, commuove, a tratti fa chiudere la bocca dello stomaco e un attimo dopo ri-esplodere di entusiasmo, consolazione, fiducia… Ma la liturgia ci invita già a fare un pezzettino ulteriore: a guardare a quel Tommaso, che proprio non va snobbato, perché probabilmente più di tutti ci assomiglia (e per certi aspetti c’ha proprio ragione nelle sue obiezioni!), quel Tommaso che quella sera non c’era (e anche questo è piuttosto indicativo…) e che non se la sente di credere a quanto dicono i suoi fratelli e le sue sorelle: probabilmente – il testo non lo dice – crede che siano impazziti per il dolore e la paura o che si siano suggestionati l’un l’altro…

È l’inizio del faticoso cammino dell’annuncio incredibile di Gesù risorto e la Chiesa già solo una settimana dopo Pasqua si scontra con questa resistenza e ci invita a riflettere su questo. Il problema di Tommaso è infatti il nostro, è infatti quello che affiora immediatamente alle labbra quando usciti dal clima coinvolgente delle celebrazioni ci si ritrova a riprendere in mano la vita di sempre, le fatiche, le gioie, i dolori, la morte: Sarà davvero risorto? Non è che se lo sono immaginato? Non è che suggestionati dalle parole di una donna, da un sepolcro vuoto e dal bisogno comune di conferme si siano più o meno coscientemente inventati una storia? E i dubbi sono tanto più radicali, quanto più abbiamo percepito durante la settimana scorsa che la posta in gioco era alta: qui si tratta del senso della nostra vita; se siamo destinati a tornare in polvere e a rimanerci per l’eternità o se c’è un’eternizzazione, una custodia, un preservazione di ciò che siamo, di quanto abbiamo sudato, pregato, amato, pianto, condiviso… E non è una questione che la Chiesa vuole trattare con leggerezza: il dubbio di Tommaso, così come il nostro, non possono essere banalizzati o liquidati come figli di una fede infantile, ancora poco matura, non veramente radicale… In gioco c’è la verità di noi, della nostra vita, del senso delle cose: in gioco c’è ciò che sopra a tutto il resto sa chiudere nell’angoscia le nostre notti, ci fa contorcere di paura nella solitudine, ci fa alzare apatici, vivere da scoraggiati o da affamati – mai sazi – di qualcosa che riempia il vuoto che ci sentiamo intorno e addosso e dentro… c’è in gioco la morte e la vita.

Per questo è immediatamente proposto il brano di Tommaso, perché tutti – dopo le feste – torniamo a quel suo stesso dubbio, a quella sua stessa trepidazione, a quella sua stessa s-fiducia… e ad essa dobbiamo dare una risposta: non tanto in termini intellettuali, avvallando argomentazioni pro e contro la possibilità di questo evento incredibile della vittoria di uno sulla morte, quanto piuttosto in termini esistenziali, di decisione di sé e per sé. La questione potrebbe essere posta in questi termini: di fronte al mistero celebrato a Pasqua, alla vittoria di Gesù sulla morte e alla promessa di una sensatezza – che rimane – anche per la nostra vita, e di fronte al ritorno alla vita ordinaria, al lavoro, ai problemi, alle situazioni che non sembrano certo essere cambiate, a un mondo che continua a parlare di morte, a una società che non solo non crede più nell’aldilà, ma neanche nella vita nell’aldiqua, a una chiesa che spesso sembra aver dimenticato il vangelo, di fronte a tutto questo… diamo credito a quel libro in cui sono stati scritti quei segni proprio perché noi credessimo che Gesù è il Cristo il Figlio di Dio e perché, credendo, avessimo la vita nel suo nome?

In altre parole: non ci è chiesto tanto di formulare la domanda piuttosto estrinseca se crediamo che uno possa risorgere da morte e se pensiamo – guardando a questo mondo – che possa dirsi un mondo salvato… piuttosto ci è chiesto se la storia di quell’uomo che abbiamo iniziato a sentire in Avvento e che ci ha portati fino alla sua morte e all’annuncio della sua risurrezione sia credibile o meno (credibile nel senso di giocarci la vita). Se cioè è credibile che l’unica vera vita che valga la pena di essere vissuta, l’unica vita che possa dirsi Vita (nell’aldiqua e nell’aldilà), sia quella di chi sposa la logica gesuana dell’amore fino alla morte; e ciascuno credo sappia cosa vuol dire declinato in termini quotidiani, contingenti, inevitabilmente personalissimi…

Da Tommaso Gesù si fa vedere e si fa toccare, eppure conclude dicendo «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Beati dunque noi? Noi che invece vorremmo così tanto vedere, toccare, avere risposte, conferme, certezze… Eppure Gesù sembra gioire di questa nostra condizione di discepoli di “otto giorni dopo”… se non altro sta indicando come possibile una fede che a volte a noi sembra invece impossibile… addirittura la indica come privilegiata…

Forse che ha intuito, molto prima e molto meglio di noi, che la struttura antropologica è fondamentalmente e necessariamente lo sbilanciarsi verso un affidamento, verso una promessa, verso un credito concesso? Nessuna prova, nessuna matematica, nessuna dimostrazione è capace di muovere il cuore di un uomo alla dedizione di una vita: nessun segno, nessun vedere, nessun toccare affranca dal doversi af-fidare… Ecco perché di fronte alla morte e risurrezione di Gesù non ci si può porre con i criteri della ragione scientifica che pretende di misurare la dimostrabilità della risurrezione, né con l’asetticità di chi vuole un sì o un no come risposta alla domanda “Può uno risorgere dai morti?”… La questione è se è un Dio affidabile quello che si è rivelato in quella storia concreta, in quella libertà incarnata che è stata suo figlio Gesù: se quella sua proposta di vita d’amore è credibile e percorribile (e chi l’ha sperimentata, cioè chi c’ha creduto – prima di vedere! – e s’è messo a viverla ci testimonia di sì!) oppure no…

venerdì 17 aprile 2009

Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto

Le letture che la liturgia ci propone per questa seconda domenica del tempo di Pasqua, ci costringono a fare la fatica, per un verso, di rimanere ancorati ai misteri appena celebrati durante la settimana santa e contemporaneamente di alzare lo sguardo verso il proseguimento della vita “ordinaria”. Non a caso il brano di vangelo proposto è come diviso in due parti, delineate da una duplicità temporale, segnalata con due indicazioni cronologiche: «La sera di quel giorno, il primo della settimana» (dunque la domenica della risurrezione) e «Otto giorni dopo», quindi con un lasso di tempo (il primo) che inizia a scandirsi dopo l’evento di Pasqua.Ma questi due momenti non sono distinti solo cronologicamente, anzi l’indicazione temporale sembra essere posta per segnalare una distinzione ben più radicale e decisiva: quella della caratterizzazione antropologica dei due episodi: mentre infatti gli eventi della domenica di risurrezione (la scoperta del sepolcro vuoto – Gv 20,1-10 – che era il vangelo di Pasqua; l’incontro della Maddalena con Gesù e il suo annuncio ai discepoli – Gv 20,11-18 – tristemente e sginificativamente omesso dal calendario liturgico nelle domeniche di Pasqua; l’apparizione ai discepoli – Gv 20,19-23 – cioè la prima parte del vangelo di oggi) sono caratterizzati dallo stupore gioioso e commosso per il rincontro e il riconoscimento del Signore risorto («entrò anche l’altro discepolo e vide e credette», Gv 20,8; «Ella si voltò e gli disse in ebraico “Rabbunì!” – che significa: “Maestro!”. […] Maria di Magdala andò ad annunciare ai discepoli: “Ho visto il Signore!”», Gv 20,16; «I discepoli gioirono nel vedere il Signore», Gv 20,20), l’episodio dei giorni seguenti di Tommaso introduce un elemento nuovo: il problema dell’incredulità («Tommaso non era con loro. […] Disse: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo», Gv 20,24-25).

Come si accennava all’inizio, è come se i fatti del giorno di risurrezione – e quindi anche la prima parte del vangelo di questa nostra seconda domenica di Pasqua – fossero ancora perfettamente incastonati nella vita terrena di Gesù, nella parabola della rivelazione cristica in senso stretto (l’incontro col risorto farebbe ancora parte della risurrezione; non a caso essa non ci è narrata – nessuno era presente in quel momento – ma testimoniata da chi ha incontrato Gesù vivo dopo la morte), mentre i fatti della seconda parte del brano di vangelo proposto dalla liturgia, aprissero già uno squarcio sul “dopo”, sulla fatica della testimonianza, sulla sua credibilità discussa, sul problema dei discepoli della seconda (terza, quarta, millesima…) generazione che non erano lì e non hanno visto…
I due momenti non vanno separati: sarebbe forse più bello – dilaterebbe di più il cuore – concentrarsi solo sulla prima parte del vangelo, richiamando i sentimenti che – si può immaginare – avranno accompagnato i protagonisti delle prime apparizioni: la struggente trepidazione di Maria di Magdala quando trova il sepolcro vuoto, caratterizzato più dal timore che le abbiamo tolto anche il corpo morto dell’uomo che amava in modo così speciale, più che dalla speranza che fosse risorto; la sua affannosa corsa per avvisare i suoi fratelli e l’annuncio del “furto del cadavere” con l’angoscia per il non sapere dove l’abbiano posto; l’altrettanto trepida corsa dei discepoli (Pietro e quello che Gesù amava) verso il sepolcro; la vista dei teli, del sudario; il ritorno incerto a casa; e Maria che invece – scrive letteralmente Giovanni – «stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva»… Finché una voce da dietro la chiama, chiedendole il motivo del suo pianto e chi stesse cercando; e in lei, sconfortata dal dolore, come facevano trapelare le sue ultime parole «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto», rinasce come un singulto di vita e di speranza molto concreta ancora legata alla ricerca del corpo morto: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo»; fino alla nuova chiamata «Maria!», stavolta decisiva, stavolta di rinascita, stavolta di ri-esplosione d’amore; e di nuovo la corsa verso i suoi fratelli per annunciare: «Ho visto il Signore!»… ed essi ancora intimoriti dai Giudei, incerti sulle parole della Maddalena e sul sepolcro trovato vuoto, quella stessa sera mentre sono a porte chiuse – immagine che vale sia per l’esterno che per la loro interiorità – si vedono arrivare Gesù, che mostra mani e fianco; e anche per loro la stessa esplosione che per Maria: «gioirono a vedere il Signore»; e nel ricevere l’annuncio di pace e la missione da parte di Gesù…
Dicevamo… percorrere questi testi dilata il cuore, commuove, a tratti fa chiudere la bocca dello stomaco e un attimo dopo ri-esplodere di entusiasmo, consolazione, fiducia…
Ma la liturgia ci invita già a fare un pezzettino ulteriore: a guardare a quel Tommaso, che proprio non va denigrato, perché probabilmente più di tutti ci assomiglia (e per certi aspetti c’ha proprio ragione nelle sue obiezioni!), quel Tommaso che quella sera non c’era (e anche questo è piuttosto indicativo…) e che non se la sente di credere a quanto dicono i suoi fratelli e le sue sorelle: probabilmente, il testo non lo dice, crede che siano impazziti per il dolore e la paura o che si siano suggestionati l’un l’altro…
È l’inizio del faticoso cammino dell’annuncio incredibile di Gesù risorto e la Chiesa già solo una settimana dopo Pasqua ci invita a riflettere su questo.
Il problema di Tommaso è infatti il nostro, è infatti quello che affiora immediatamente alle labbra quando usciti dal clima coinvolgente delle celebrazioni ci si ritrova a riprendere in mano la vita di sempre, le fatiche, le gioie, i dolori, la morte: Sarà davvero risorto? Non è che se lo sono immaginato? Non è che suggestionati dalle parole di una donna, da un sepolcro vuoto e dal bisogno comune di conferme si siano più o meno coscientemente inventati una storia?
E i dubbi sono tanto più radicali, quanto più abbiamo percepito durante la settimana scorsa che la posta in gioco era alta: qui si tratta del senso della nostra vita; se siamo destinati a tornare in polvere e a rimanerci per l’eternità o se c’è un’eternizzazione, una custodia, un preservazione di ciò che siamo, di quanto abbiamo sudato, pregato, amato, pianto, condiviso…
E non è una questione che la Chiesa vuole trattare con leggerezza: il dubbio di Tommaso, così come il nostro, non possono essere banalizzati o liquidati come figli di una fede infantile, ancora poco matura, non veramente radicale… In gioco c’è la verità di noi, della nostra vita, del senso delle cose: in gioco c’è ciò che sopra a tutto il resto sa chiudere nell’angoscia le nostre notti, ci fa contorcere di paura nella solitudine, ci fa alzare apatici, vivere da scoraggiati o da affamati – mai sazi – di qualcosa che riempia il vuoto che ci sentiamo intorno e addosso e dentro… c’è in gioco la morte e la vita.
Per questo è immediatamente proposto il brano di Tommaso, perché tutti – dopo le feste – torniamo a quel suo stesso dubbio, a quella sua stessa trepidazione, a quella sua stessa s-fiducia… e ad essa dobbiamo dare una risposta: non tanto in termini intellettuali, avvallando argomentazioni pro e contro la possibilità di questo evento incredibile della vittoria di uno sulla morte, quanto piuttosto in termini esistenziali, di decisione di sé e per sé. La questione potrebbe essere posta in questi termini: di fronte al mistero celebrato a Pasqua, alla vittoria di Gesù sulla morte e alla promessa di una sensatezza – che rimane – anche per la nostra vita, e di fronte al ritorno alla vita ordinaria, al lavoro, ai problemi, alle situazioni che non sembrano certo essere cambiate, a un mondo che continua a parlare di morte, a una società che non solo non crede più nell’aldilà, ma neanche nella vita nell’aldiqua, a una chiesa che spesso sembra aver dimenticato il vangelo, di fronte a tutto questo… diamo credito a quel libro in cui sono stati scritti quei segni proprio perché noi credessimo che Gesù è il Cristo il Figlio di Dio e perché, credendo, avessimo la vita nel suo nome?
In altre parole: non ci è chiesto tanto di formulare la domanda piuttosto estrinseca se crediamo che uno possa risorgere da morte e se pensiamo – guardando a questo mondo – che possa dirsi un mondo salvato… piuttosto ci è chiesto se la storia di quell’uomo che abbiamo iniziato a sentire in Avvento e che ci ha portati fino alla sua morte e all’annuncio della sua risurrezione sia credibile o meno (credibile nel senso di giocarci la vita). Se cioè è credibile che l’unica vera vita che valga la pena di essere vissuta, l’unica vita che possa dirsi Vita (nell’aldiqua e nell’aldilà), sia quella di chi sposa la logica gesuana dell’amore fino alla morte; e ciascuno credo sappia cosa vuol dire declinato in termini quotidiani, contingenti, inevitabilmente personalissimi…
Da Tommaso Gesù si fa vedere e si fa toccare, eppure conclude dicendo «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Beati dunque noi? Noi che invece vorremmo così tanto vedere, toccare, avere risposte, conferme, certezze… Eppure Gesù sembra gioire di questa nostra condizione di discepoli di “otto giorni dopo”… se non altro sta indicando possibile una fede che a volte a noi sembra invece impossibile… addirittura la indica come privilegiata…
Forse che ha intuito, molto prima e molto meglio di noi, che la struttura antropologica è fondamentalmente e necessariamente lo sbilanciarsi verso un affidamento, verso una promessa, verso un credito concesso? Nessuna prova, nessuna matematica, nessuna dimostrazione è capace di muovere il cuore di un uomo alla dedizione di una vita: nessun segno, nessun vedere, nessun toccare affranca dal doversi af-fidare…
Ecco perché di fronte alla morte e risurrezione di Gesù non ci si può porre con i criteri della ragione scientifica che pretende di misurare la dimostrabilità della risurrezione, né con l’asetticità di chi vuole un sì o un no come risposta alla domanda “Può uno risorgere dai morti?”… La questione è se è un Dio affidabile quello che si è rivelato in quella storia concreta, in quella libertà incarnata che è stata suo figlio Gesù: se quella sua proposta di vita d’amore è credibile e percorribile (e chi l’ha sperimentata, cioè chi c’ha creduto – prima di vedere! – e s’è messo a viverla ci testimonia di sì!) oppure no…

giovedì 27 marzo 2008

Gesù risorto: l'accessibile anche a chi non c'era

Le letture che la Chiesa ci propone per questa II domenica del tempo di Pasqua sembrano tutte indirizzate ai discepoli di seconda, terza… millesima mano… cioè a quelle generazioni, e quindi anche a noi, che non hanno incontrato Gesù nel volgersi della sua drammatica storica, ma che gli hanno creduto quando ormai la sua vicenda terrena si era conclusa.
Sono quei discepoli, quei cristiani, che come noi hanno il problema, nel credere, di doversi affidare, almeno inizialmente alla parola di qualcun altro, senza vedere…
Ed infatti la questione radicale che sta sotto ai testi della Chiesa nascente è proprio quella di coloro che non hanno visto. È possibile per essi credere? E, dato che credere è incontrarsi col Signore, è possibile ora, dopo la sua morte e risurrezione, che questo avvenga?
La risposta unanime negli scritti del Nuovo Testamento, e ne sono una prova i testi che la liturgia ci offre oggi, è “Sì! Sempre e in ogni luogo è possibile accedere alla libertà di Gesù il Cristo e intrecciare con essa la propria”.
È innanzitutto il vangelo a mostrare questa convinzione: infatti nell’episodio dell’incredulità di Tommaso, episodio che sembra proprio costruito ad hoc da Giovanni per i suoi lettori che non avevano incontrato Gesù in carne ed ossa, vi è l’emblematica frase: «beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
È una beatitudine! E come tutte le beatitudini a noi pare un po’ paradossale («Beati i poveri»; «Beati gli afflitti», «Beati i perseguitati»…): a noi infatti a volte scappa detto proprio il contrario: “Beati quelli che hanno visto, che erano là”; oppure “Ah, se io fossi stato là…”. E invece il vangelo no, ha una prospettiva tutta diversa, tanto che non solo dice che anche per noi è possibile l’accesso al Risorto, ma addirittura delinea la nostra come una condizione privilegiata: «Beati!».
E in questa unione di credere-senza-vedere e situazione-di-beatitudine, il vangelo non è una voce fuori campo. Gli fa eco infatti lo stesso Pietro, quando nella sua I lettera (cap. 1, v. 8) dice: «Voi lo [Gesù Cristo] amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa».
Anche questa citazione è infatti una conferma della convinzione, che percorre tutto il NT, della possibilità reale per l’uomo di sempre di essere cristico, cioè intrecciato, nella sua individualissima libertà, con quella del Cristo. E questo ha una portata grandissima, che non si può permettere a nessuno di ridimensionare: non si tratta infatti semplicemente della possibilità di essere “buoni cristiani”, di sperare anche noi di andare in paradiso tentando di comportarci più bene che riusciamo in questa vita…
La possibilità di entrare in relazione vera con il Signore, di costruire insieme a lui la vita, ha infatti una valenza ben più determinante: è ciò che nobilita l’uomo, che lo fa veramente uomo, che gli permette di vivere una vita degna di questo nome: «perché credendo, abbiate la vita nel suo nome».
Se l’annuncio è che da me personalissimamente il Signore si fa incontrare, che è con me, nella mia individualità singolarissima, che vuole intrecciare il suo Spirito… beh… questo davvero mi libera: mi libera dalla sindrome di “quello arrivato dopo, senza possibilità di rimedio”, mi libera dal bisogno di riferirmi ad altri – a un’istituzione, ai suoi modelli etici e ai suoi percorsi spiritualistici – per raggiungere il “divino”; mi aiuta anzi a ricollocare nel suo giusto posto l’autorità come colei che salvaguarda il mio incontrarmi col Signore, indicandomi criteri di autenticità, mai troppo vincolanti per evitare di soffocare la creatività dello Spirito; mi libera da una mediazione gerarchica intesa come custode di un mistero a me inaccessibile; mi libera dalla mia inadeguatezza, dal mio peccato, dalle mie miserie, come limiti per un incontro reale… infatti come ci ricorda Paolo nella lettera agli Efesini: «Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,6).
Questa prospettiva allora, delineata in tutto il NT di una possibilità reale, per tutti, sempre e dovunque, di un accesso al Signore, ha un respiro grandissimo: è l’insperata incredibile possibilità di parlare io con Dio, di stargli io di fronte, di amarlo io in tutto quello che sono, e non come un numero, uno dei tanti casi della storia, uno dei tanti nomi dell’elenco dei battezzati…
È questo l’elemento affascinante dell’annuncio cristiano, che pone appunto i credenti in Cristo su un altro piano qualitativo rispetto agli appartenenti alle altre religioni: qui la sostanza non è l’adesione a dogmi, la coerenza a codici morali, l’assolvimento di precetti (tutte cose seconde)… la sostanza è la possibilità di un rapporto personale con Gesù risorto; un rapporto che mi fa pienamente me stesso, mi tira fuori le radici profonde e vitali del cuore, mi dà vita, mi fa zampillare le sorgenti dell’anima, mi fa scoppiare d’amore.
È questo l’annuncio esplosivo dei testi di oggi: che questo è possibile per me e per ciascuno, sempre.
Essi si limitano a questa lieta notizia: è possibile anche per chi non era là in quei 30 anni incontrare il Signore e con Lui «mischiarsi la pelle, le anime, le ossa»!
Si limitano all’annuncio, non spiegano le modalità di questo accesso: sono altri infatti i brani in cui gli autori si scatenano su questa prospettiva (in particolare Lc 24, dove nell’episodio dei discepoli di Emmaus sono indicate come vie di accesso all’evento Gesù la Parola, la mensa eucaristica e l’accoglienza dell’altro).
Eppure, pur non indagando la modalità di realizzazione di questo incontro col Signore risorto, anche il Vangelo di Giovanni dà qualche segnale per l’autenticità di questo rapportarsi:
- Per prima cosa la pace; come Gesù aveva chiesto di fare ai suoi discepoli mandati in missione «In qualunque casa entriate, prima dite: Pace» (Lc 10,5), così si presenta anche lui: «Pace a voi!». È il primo segnale che Giovanni pone per l’autentico incontro col Signore: è portatore di pace! Non in quell’accezione semplicistica che la intende come assenza di guerra, ma in quella pregnante che le dà l’intonazione ebraica, dove pace è ben-essere, è vita buona, è Vita!
- In secondo luogo i segni della crocifissione. È questo l’altro segnale potente e drammatico dell’incontro vero col Signore: egli è il crocifisso! È il trafitto dalla morte perché ha agito solo con l’amore, che per sua natura rende feribili. Se quello con Lui non è un incontro drammatico, che porta cioè il dramma della vita toccata dal male, non è un incontro vero: non è Lui. Tant’è che su questo Tommaso è acutissimo… e l’unica condizione che pone alla sua fede non è un miracolo, un discorso, un abbraccio, un essere chiamato per nome, da Gesù, ma proprio i segni della sua passione: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». È questa l’identità che Gesù pretendeva gli riconoscessero e che invece li aveva fatti scappare tutti… è questa l’identità con cui aveva chiesto di essere ricordato («fate questo in memoria di me»)… e Tommaso ormai lo sa… o è il crocifisso, o non è Lui. Per noi dunque, discepoli di ogni tempo, un secondo segno di autenticità nell’incontro col Signore è proprio questo: ci coinvolge in una storia che, proprio perché vive l’amore, porta in sé inestricabilmente anche una tragicità, una vulnerabilità, una passione ineludibili.
- Infine il dono dello Spirito, del suo Spirito, che è appunto il dono di sé, la possibilità stessa di questo incontro con Lui.
Un incontro, abbiamo detto, personalissimo, tanto da travalicare qualsiasi barriera istituzionale, gerarchica o autoritaria; ma non solipsistico, anzi abilitante nuovi rapporti tra gli uomini. Sembra paradossale che una cosa tanto mia, da riguardare solo me (e il Signore) vada ad intaccare anche il mio rapportarmi agli altri. In realtà è vero il contrario: è proprio solo perché coinvolge me nella mia presenza a me stessa più intima, che coinvolge di me anche il mio esser-ci con altri. Infatti è solo la libertà abilitata dall’incontro col Signore che permette di vincere la paura della morte (è vinta: «È risorto!») e con essa l’istinto di sopravvivenza che fa l’altro rivale, nemico, pericolo. È solo l’effervescenza della Vita che il relazionarsi con Lui suscita, che ci permette di guardarci come fratelli e dunque di essere: «perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere»; di stare insieme, avere ogni cosa in comune, vendere le nostre proprietà e sostanze e dividerle con tutti, secondo il bisogno di ciascuno; di essere: «ogni giorno perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case» di prendere «cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo».
E se questa certo è la descrizione idealizzata della comunità cristiana, essa però non può semplicemente essere relegata nel campo della mitologia… del “sarebbe bello, ma è impossibile”… se i nostri rapporti sono così lontani da questa realtà è perché difettiamo di conformazione a Cristo: più saremo cristici e più saremo fraterni… e viceversa… con buona pace di chi ama mettere incensi, latino e mediazioni gerarchiche tra sé e gli altri… per sentirsi più vicino a dio…

Metti qua il tuo dito… e non esser più incredulo, ma credente!

…venendo dagli inferi!...
Si è ormai compiuta la Pasqua! … e la liturgia delle domeniche che seguono vuol introdurci nell’esperienza sempre più profonda del mistero che la Pasqua contiene. Gesù ha raccolto nel suo corpo crocifisso sulla croce tutta la sofferenza dell’umanità e il suo anelito di libertà e di compimento. Dopo la sua fine sul Calvario, quando il suo corpo era nel sepolcro, immobilizzato nelle leggi della morte, mentre le donne piangevano davanti alla tomba chiusa, Lui, “… in spirito, andò ad annunziare la salvezza anche agli spiriti che attendevano in prigione; a tutti coloro che avevano un tempo rifiutato di credere quando la magnanimità di Dio pazientava… (1Pt 3, 19). Ma adesso per primi ricevono l’annuncio della fine della loro reclusione … Dunque, mentre ancora Gesù è morto, fin nel buio degli inferi, il fermento incoercibile della risurrezione si manifesta come liberazione dai legami di qualunque oppressione in cui l’uomo venga a trovarsi.
Questo è il primo e più strepitoso effetto della risurrezione. A tutti Gesù porta la grande assoluzione del Padre per i peccati del mondo. La missione che il Padre gli ha dato l’ha eseguita. Ha amato i suoi fino alla fine. Ha portato a compimento nella sua carne di uomo l’amore che il Padre eternamente alita in lui… E adesso, che ha visitato tutti gli spazi, le altezze e le profondità della vita umana, deve tornare al Padre. Ma prima trasmette, anche lui, l’amore incontenibile che dal Padre continuamente riceve. Ed il suo Spirito, che adesso abita in loro, renderà anche i suoi discepoli capaci, come lui, di sciogliere i peccati del mondo.

La forza dello Spirito: il punto di unione tra noi e Gesù
Tutti gli altri doni o caratteristiche o contenuti del messaggio stesso… vengono dopo.
Anche i vangeli vengono dopo, e anzi nascono anche loro proprio da questa esperienza incandescente della forza ricevuta da Gesù, che è il suo Spirito.
Nessun’altra esperienza è stata sentita così forte e sorprendente da dover esser annunciata come una nuova creazione: alitò su di loro e disse: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” … Da allora siamo chiamati alla libertà da ogni schiavitù che ci opprime : …voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: «Abbà, Padre!» (Rom 8, 15s). Il punto di unione tra Gesù crocifisso risorto e noi è lo stesso che tra il Padre e il Figlio: è il loro amore personificato in questa forza viva e irresistibile, che ci coinvolge – dono di Gesù “che ricrea” in noi l’umanità nuova : Lo Spirito stesso attesta al nostro spirito che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo…” (Rom 8,16)

Noi abbiamo una speranza viva…
La secondo generazione cristiana che pure, come noi, non ha visto il Signore, vive ancora l’emozione e la riconoscenza del dono ricevuto, come si vede nell’inno di Pietro: Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo; nella sua grande misericordia egli ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, … “Per una speranza viva”, ci è detto, perché è questa che ci sostiene mentre di fatto continuiamo a vivere una realtà che richiede sempre una certa fatica ed afflizione … ma colma anche di gioia, perché sappiamo che questa situazione purifica la nostra fede. E per noi vuol dire imparare ad amarlo senza averlo visto, affidarci a lui, senza vederne o sperimentarne la presenza… Questo misterioso fermento di vita nuova (la fede post-pasquale) “inspirato” in noi dall’alito di Gesù risorto, fa dentro di noi la “Pace”, mentre ce l’annuncia, ci fa figli ed eredi, ci dona il potere di perdonarci a vicenda, edificando la comunità dei credenti!

La comunità apostolica
Il sommario della vita della prima comunità riportato da Luca è l’esperienza sorgiva, paradigmatica e inabrogabile con cui ogni generazione cristiana è chiamata a misurarsi. Non è un momento d’entusiasmo proprio degli inizi utopici di un movimento allo stato nascente. È invece per sempre l’intreccio costitutivo delle coordinate fondamentali della comunità cristiana, dalla Pentecoste alla Parusia. Anzitutto, dunque, la perseveranza nella dottrina degli apostoli, cioè l’ascolto costante della prima testimonianza viva e commossa della vita, morte, passione e risurrezione del Signore. Questo riferimento vitale al Signore è il motivo della strettissima comunione che si veniva creando tra loro (erano tutti insieme ‘nella stessa cosa’! 44), continuamente rinnovata nella frazione del pane e nelle preghiere.
Ma sono evidenti anche le conseguenze importanti e sintomatiche di questo “coinvolgimento vitale” Tali sono la dimensione economica, per cui nessuno aveva più proprietà private che non avesse trasferito alla disponibilità comune - e la dimensione affettiva, cioè il giocarsi insieme l’esistenza, fino a non aver più altre scelte o interessi o programmi personali privatistici… Questa è stata l’esperienza che ha generato e ancora costituisce la nostra fede, qualunque cosa capiti, qualunque sovvertimento culturale o politico ci sconvolga, qualunque deriva disumanizzante tenti di travolgerci, qualunque strada intenda intraprendere la nostra comunità o la famiglia o la società in cui viviamo… La coerenza fondamentale della nostra fede “apostolica”, che sgorga dalla Spirito di Gesù è questa: “tanto più è grande la nostra disponibilità a lasciarci immergere nella comunità di cui condividiamo totalmente la sorte, tanto più è coinvolgente e profonda la nostra possibilità di partecipare alla comunione cui ci chiama personalmente il Signore Gesù.

La crisi di Tommaso: fuori delle piaghe di Cristo, non c’è salvezza!
Bisogna passare attraverso la crisi di Tommaso… quando inevitabilmente ci veniamo a trovare un passo indietro, o distante, da chi vive con noi o partecipa alla nostra fede in Cristo, quando l’orientamento della comunità ci amareggia il cuore e ci svuota il futuro, e non riusciamo più a condividerne le idee e le scelte… Qui ci tocca superare o integrare il livello psicologico e affettivo della fede, e riscoprire anche noi sulla nostra pelle, l’oggettiva identità del Cristo tradito, imprigionato e crocifisso – con il Cristo risorto, “nostro Signore” (cioè “padrone assoluto” cui affidare nuovamente la vita) … e “nostro Dio” (perché questa consegna ha la totalità di un’adorazione). Al di là di ogni nostra debolezza e inadempienza di poveri cristiani, dentro le ambiguità storiche e i tradimenti attuali della chiesa, o dei nostri compagni di strada, o nostri … questo passo non ci può essere risparmiato. Non si tratta semplicemente di una verifica della nostra fede, ma di un passaggio, un lungo scarnificante passaggio, insieme doloroso e gioioso, per maturare quello che ciascuno è destinato ad essere come discepolo di Gesù, suo amico e imitatore, per immergersi nelle sue piaghe. Nelle piaghe non gloriose ancora, ma comunque “sue”, del suo corpo mistico di oggi. In questa identità misteriosa e disarmante tra Lui e del suo corpo mistico comunitario (ecclesiale), in cui siamo chiamati a vivere, è il fondamento vero di ogni vita ‘spirituale’ e la soglia o l’avvio oggettivo verso la maturità cristiana… Nel disincanto da ogni presunzione adolescenziale di ritagliarsi un cammino di perfezione privato, una scorciatoia verso una sorta di salvezza che faccia a ameno del sacramento della comunità ecclesiale, alla quale è dato il potere di legare e di sciogliere il nostro male. Perché noi apparteniamo alla beatitudine per “non vedenti”, che ci rassicura che “ciò” che Dio sta realizzando in noi (che non vediamo) è più grande di quanto riusciamo a percepire, e “colui” che amiamo (anche senza che lo sentiamo) è più vero di ciò che i nostri ricettori emotivi sentano. È l’immersione (fede, tatto e amore!) nelle “Sue” piaghe umane che decide della nostra fede!

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