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lunedì 24 marzo 2008

È Pasqua! È Pasqua! Festa dei macigni rotolati!


Ognuno di noi ha il suo macigno.
Una pietra enorme, messa all'imboccatura dell'anima,
che non lascia filtrare l'ossigeno,
che opprime in una morsa di gelo,
che blocca ogni lama di luce,
che impedisce la comunicazione con l'altro.
È il macigno della solitudine, della miseria,
della malattia, dell'odio, della disperazione.....
Pasqua, allora, sia per tutti il rotolare del macigno,
la fine degli incubi,
l'inizio della luce,
la primavera di rapporti nuovi.
E se ognuno di noi,
uscito dal suo sepolcro,
si adopererà per rimuovere il macigno del sepolcro accanto,
si ripeterà finalmente il miracolo del terremoto
che contrassegnò
la prima Pasqua di Cristo.
Pasqua è la festa dei macigni rotolati.
È la festa del terremoto... Pasqua, dunque, non è la festa del ristagno.
(Tonino Bello)

Ciò che…

Ciò che bramano i musulmani: il paradiso
Ciò che cercano i buddisti: l’illuminazione
Ciò che attendono gli ebrei: il messia
Ciò che invocano in ogni religione: la protezione

Ciò che desiderano gli africani: la libertà
Ciò che venerano gli asiatici: l’onore
Ciò che progettano gli americani: l’ordine
Ciò che inseguono gli europei: la ricchezza

Ciò che invocano i poveri: la dignità
Ciò che sognano gli schiavi: la giustizia
Ciò che supplicano i malati: la guarigione
Ciò che attendono i morti: la vita

Ciò che esigono le donne: la stima
Ciò che vogliono i bambini: la considerazione
Ciò che rincorrono gli uomini: un ruolo
Ciò che reclamano coloro che non si vogliono né donne né uomini: il rispetto

È Gesù Cristo, Morto e Risorto, con noi!

giovedì 20 marzo 2008

Proposta di passaggio alla Vita...

“Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda (si lasci caricare) la sua croce e mi segua” Mc 8,34

Se la violenza umana è in qualche modo l’elemento in cui si afferma la pace cristiana, non è solamente perché la logica della nostra situazione o del nostro egoismo ci spinge a contraddire continuamente i disegni di Dio e a spezzare continuamente l’unità per la quale egli lavora in ciascuno: è anche perché egli stesso è violento... noi ci facciamo di Dio un idolo se lo identifichiamo con ciò che ci piace. Egli è anche l’Altro. La brutalità dei conflitti ci insegna chi egli è, così come ce lo insegnano la dolcezza della preghiera o le tenerezze dell’amore. La pace spirituale può essere più seriamente compromessa dalla sonnolenza della tranquillità che non dai contrasti legati alla vita professionale, dalle lotte ingenerate dall’ingiustizia o dall’ “assillo quotidiano” (2Cor 11,28) e dal rifiuto di cedere (cf. Gal 2,5) di cui la cura di una comunità può essere causa... Egli è là immischiato nella nostra vita, e ci riporta con sé nello spessore di questa nostra storia umana in cui la molteplicità contraddittoria delle funzioni ci insegna a un tempo l’umiltà del compito che ci è proprio, senza lirismo di circostanza e senza sufficienza dogmatica, e la vita prodigiosa del Dio che ci inventa il nostro destino attraverso tanti operai così diversi. Non basta dunque ritenere dai libri ispirati un tema scritturistico, fosse pure quello della violenza. Cruciale l’esperienza del conflitto deve iniziarci al segreto di cui questi libri ci parlano; in tal modo essa stessa trova il suo senso ultimo... La distinzione tra Padre e Figlio si è caricata di tutta la storia di questo conflitto; nella sua agonia Gesù lo porta a un tempo come collera di Dio e come rifiuto del popolo che lo scomunica, come scontro dinnanzi al Giudice e come dissenso nei confronti dei propri fratelli... al di là della violenza che mette alla prova in lui l’unità con il Padre e l’unione con i fratelli, la sua duplice fedeltà lo eleva, lui uomo, nel faccia a faccia dell’uguaglianza divina; essa permette agli uomini di essere a loro volta riconosciuti dal Padre come figli e dal Figlio come fratelli, e vale il privilegio che li destina a divenire, nella differenza della creatura dal Creatore, i beneficiari e gli interlocutori del dio infinitamente Altro...”

(Michel de Certeau, Mai senza l’altro)

sabato 8 marzo 2008

Giovanni 7,40-53

In quel tempo, all’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: “Questi è davvero il profeta!” Altri dicevano: “Questi è il Cristo!” Altri invece dicevano: “Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide?” E nacque dissenso tra la gente riguardo a lui.
Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso. Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: “Perché non lo avete condotto?” Risposero le guardie: “Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!” Ma i farisei replicarono loro: “Forse vi siete lasciati ingannare anche voi? Forse gli ha creduto qualcuno fra i capi, o fra i farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!”
Disse allora Nicodemo, uno di loro, che era venuto precedentemente da Gesù: “La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?” Gli risposero: “Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea”. E tornarono ciascuno a casa sua.


C’è un certo drammatico parallelismo tra questi farisei e un certo modo oggi di porsi come Chiesa, come Carmelo.

le guardie: È una triste ironia constatare come dei soldati (pagani, dominatori, estranei alla Rivelazione) riescano a cogliere ciò che coloro che si ritengono fedeli eredi della tradizione non riescono assolutamente a comprendere. Tornarono a mani vuote, le guardie, ma col cuore pieno della Sua Parola! Non si poteva immaginare una “categoria” umana più lontana dalla tradizione giudaica, eppure sono loro che ne colgono l’essenza!
Nicodemo: Mostra la radicale malvagità di coloro che pretendono, ieri come oggi, di giudicare per sentito dire e mai incontrando… La verità su Dio e la verità sui fratelli.
La fede, non è un “sentito dire”, la fede è permettere un incontro. E come è possibile ascoltare Dio che non si vede, se non si ascolta il fratello che si vede?
La gente: Interessante il fatto che, se non si lascia influenzare dalle diatribe “magisteriali”, la gente riesce sempre a capire “chi è Gesù”. Rileggendo attentamente si scopre infatti che coloro che dubitano, dubitano perché fanno proprie, acriticamente, le parole dei capi religiosi. E come loro non si determinano a un incontro personale. Vivono subalterni, nuovi schiavi di ideologie religiose altrui. Il cristiano-laico autentico è colui che di proprio rischia l’incontro e non se lo lascia negare da nessuno!

È incredibile anche qui il disprezzo che ancor oggi continua verso il “popolino”: Popolo di Dio a parole, massa di ignoranti nei fatti. Ignoranza che noi “gerarchi”, lo dico con ironia, custodiamo con gelosa cura. L’abbandono del laicato nella vita attiva nella Chiesa, che vada al di là di un ruolo coreografico, nasce da questo profondo rifiuto dell’episcopato e del clero, di accettarne l’infallibile magistero. Perché anche il popolo “ha naso” nelle cose di fede! Anzi ogni altro magistero, si fonda su quello del “Popolo di Dio”, tutto intero. E non il contrario. È la Chiesa prima di tutto che è “infallibile” e sulla sua infallibilità che si fonda ogni altra infallibilità. E non c’è Chiesa senza laicato! Come non c’è né episcopato né “vita religiosa” senza laicato: da dove “verrebbero” altrimenti? Su questo punto siamo ancora troppo lontani dal Vangelo, nella Chiesa e nel Carmelo!
L’apostolo allora è apostolo solo se si fa discepolo. Altrimenti è solo un “divulgatore”… delle proprie idee. I non-discepoli, partono da un’idea di dio, da un’idea di cristo, da un’idea di verità, di messia, di salvatore, di bene…Idoli che non permettono di incontrare nessuno.
L’apostolo invece parla della propria esperienza di discepolato e solo di ciò che ha personalmente “conosciuto” e autenticamente condiviso con altri apostoli. Autentica Tradizione è quella che favorisce questo incontro.

giovedì 28 febbraio 2008

Luca 11,14-23

In quel tempo, Gesù stava scacciando un demonio che era muto. Uscito il demonio, il muto cominciò a parlare e le folle rimasero meravigliate. Ma alcuni dissero: “È in nome di Beelzebul, capo dei demoni, che egli scaccia i demoni”. Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo. Egli, conoscendo i loro pensieri, disse: “Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demoni in nome di Beelzebul. Ma se io scaccio i demoni in nome di Beelzebul, i vostri discepoli in nome di chi li scacciano? Perciò essi stessi saranno i vostri giudici. Se invece io scaccio i demoni con il dito di Dio, è dunque giunto a voi il regno di Dio. Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, tutti i suoi beni stanno al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via l’armatura nella quale confidava e ne distribuisce il bottino. Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde”.

Quando emettiamo un giudizio sull'altro, giudichiamo in realtà sempre e soltanto noi stessi, rivelando il nostro di cuore...

Accade nelle nostre comunità di non saper riconoscere il "dito di Dio" nel volto dell'altro perché siamo troppo intenti a succhiarci il nostro pollice... ma le "mammelle di Dio" sono un'altra cosa!

martedì 26 febbraio 2008

Matteo 18,21-35

In quel tempo, Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?” E Gesù gli rispose: “Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette. A questo proposito, il regno dei cieli è simile a un re che volle fare i conti con i suoi servi. Incominciati i conti, gli fu presentato uno che gli era debitore di diecimila talenti. Non avendo però costui il denaro da restituire, il padrone ordinò che fosse venduto lui con la moglie, con i figli e con quanto possedeva, e saldasse così il debito. Allora quel servo, gettatosi a terra, lo supplicava: Signore, abbi pazienza con me e ti restituirò ogni cosa. Impietositosi del servo, il padrone lo lasciò andare e gli condonò il debito. Appena uscito, quel servo trovò un altro servo come lui che gli doveva cento denari e, afferratolo, lo soffocava e diceva: Paga quel che devi! Il suo compagno, gettatosi a terra, lo supplicava dicendo: Abbi pazienza con me e ti rifonderò il debito. Ma egli non volle esaudirlo, andò e lo fece gettare in carcere, fino a che non avesse pagato il debito. Visto quel che accadeva, gli altri servi furono addolorati e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto. Allora il padrone fece chiamare quell’uomo e gli disse: Servo malvagio, io ti ho condonato tutto il debito perché mi hai pregato. Non dovevi forse anche tu aver pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te? E, sdegnato, il padrone lo diede in mano agli aguzzini, finché non gli avesse restituito tutto il dovuto. Così anche il mio Padre celeste farà a ciascuno di voi, se non perdonerete di cuore al vostro fratello”.

Appena uscito... lo prende alla gola e lo soffocava.
Non è facile dire grazie: all'Io è insopportabile di essere "debitore", di essere "figlio", di dovere ad un altro ciò che di meglio c'è in noi.

Il ragionamento è più o meno questo: Se tu mi avessi restituito i trenta grammi d'oro, io non avrei dovuto essere riconoscente di addirittura centosessantaquattro tonnellate d'oro, ma "solo" di centosessantatremilioninovecentonovantonovemilanovecentosettanta grammi...

Non esiste possibilità alcuna, di costruire qualunque cosa nella vita, senza la gratitudine. Il Vangelo stesso è la possibilità di accedervi.

La riconoscente gratitudine è luce dell'anima, pace del cuore, gioia infinita, anima della preghiera. È l'esultanza nello Spirito, è beatitudine anticipata... È il colore nella vita...

Certe vite tristi, virtuosamente tristi, che come zombie affamati girano nelle nostre comunità, nascono proprio dall'incapacità di dire-fare grazie.

Eppure "fare grazie" (eucaristia) è il cuore del cristianesimo, dell'annuncio evangelico. Il vangelo è bella notizia perché finalmente c'è qualcuno che ci rimette ogni debito! Dobbiamo solo accogliere questo dono... Non a caso è il cuore del Padre nostro: rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori... in attesa di scoprire che siamo in debito persino verso i debitori... Solo così se ne santifica il nome... Solo così si può essere beati, anche se si hanno le lacrime agli occhi...

Se vivessimo questa dimensione, la vita rifiorirebbe, le vocazioni riprenderebbero e una nuova primavera sboccerebbe nell'inverno delle nostre comunità e del nostro cuore inacidito... e, ogni allusione non è assolutamente casuale, smetteremmo di isolare, esiliare, accusare, condannare, senza possibilità di appello... semplicemente perché l'altro non è "fedele" come noi ci illudiamo di esserlo...

E scopriremmo una verità più grande delle nostre coerenze: che l'altro, proprio nella sua diversità, persino nel suo eventuale peccato, ci rende possibile un cammino esistenziale che ci conforma al Figlio. Che fa che il Padre sia finalmente mio Padre!

Ma l'Io trova insopportabile essere debitore, soprattutto verso il "nemico"...
Ma io vi dico grazie lo stesso!

giovedì 21 febbraio 2008

Luca 16,19-31

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: “C’era un uomo ricco, che vestiva di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né di costì si può attraversare fino a noi. E quegli replicò: Allora, padre, ti prego di mandarlo a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento. Ma Abramo rispose: Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro. E lui: No, padre Abramo, ma se qualcuno dai morti andrà da loro, si ravvederanno. Abramo rispose: Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti sarebbero persuasi”.

Il ricco! Ciascuno si fa una propria idea sul "quando si è ricchi" e di cosa è la ricchezza...
Ci sono anche tante ricchezze (qualunque cosa intendiamo con questo termine) che non vogliamo distribuire... In primis quelle "interiori", perché fare il generoso coi soldi poi non è tanto difficile: se ne ricevono anche tante gratificazioni e riconoscenze. Magnate, benefattore!
Se si prova invece a condividere semplicemente la propria vita...
Forse è per questo che rileggendo la parabola mi veniva in mente un certo tipo di concepire la "vita religiosa", la santità: chiusa in una torre d'avorio, incurante del grido di povertà interiore di una umanità che domanda condivisione di vita!
Eppure Gesù ha scelto di non salvarsi! Per salvare noi: poveri dentro!

Faremo la fine del ricco! Noi che ci siamo così preoccupati della nostra fedeltà formale per acquisire il benessere interiore, da non renderci conto di coloro che bussano alla porta dei nostri cuori (e delle nostre comondità) domandando un poco di amicizia condivisa!

Ci sono religiosi che si sono fermati alla tomba del loro fondatore e non sanno staccarsene... Essere fedeli al carisma del proprio fondatore, vuol dire saper andar oltre: avventurarsi nella storia, "prendere il largo", con lo stesso Spirito che li ha animati! Altrimenti non si chiama fedeltà, si chiama necrofilia!

mercoledì 20 febbraio 2008

Matteo 20,17-28

In quel tempo, mentre saliva a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i Dodici e lungo la via disse loro: “Ecco, noi stiamo salendo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito e flagellato e crocifisso; ma il terzo giorno risusciterà”. Allora gli si avvicinò la madre dei figli di Zebedeo con i suoi figli, e si prostrò per chiedergli qualcosa. Egli le disse: “Che cosa vuoi?” Gli rispose: “Di’ che questi miei figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo regno”. Rispose Gesù: “Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io sto per bere?” Gli dicono: “Lo possiamo”. Ed egli soggiunse: “Il mio calice lo berrete; però non sta a me concedere che vi sediate alla mia destra o alla mia sinistra, ma è per coloro per i quali è stato preparato dal Padre mio”. Gli altri dieci, udito questo, si sdegnarono con i due fratelli; ma Gesù, chiamatili a sé, disse: “I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti”.

Il potere: l'illusione della libertà, la certezza della solitudine!

martedì 19 febbraio 2008

Matteo 23,1-12

In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ‘‘rabbì’’ dalla gente. Ma voi non fatevi chiamare ‘‘rabbì’’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno ‘‘padre’’ sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare ‘‘maestri’’, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato”.

Sappiamo che il Vangelo di Matteo si rivolge ai cristiani che vengono dal giudaismo. L'autore ha tutto "l'interesse" quindi ad accentuare la polemica con le autorità religiose dell'epoca anche in funzione della tesi fondamentale della sua teologia: Gesù è il vero e definitivo Mosé!

È all'interno di questa prospettiva che va cercata una comprensione adeguata delle parole che Matteo mette in bocca a Gesù: non è una lezione moralistica sull'agire degli scribi e dei farisei. Matteo ponendo da un lato Gesù come fondamento della verità di tutta la Tradizione religiosa ebraica, lo situa dall'altro a fondamento del fare umano.

Infatti come l'espressione dicono e non fanno non è una ragione per non fare quel che dicono, così le speculari espressioni non dicono e fanno, oppure dicono e fanno, non sarebbero una ragione per fare quel che dicono! È Gesù che pone se stesso a fondamento del fare! Cosa che è ribadita alla fine con l'espressione uno solo è il vostro Maestro, il Cristo! In questo senso non esistono più altri maestri possibili.

Tra il dire e il fare non ci sta di mezzo il mare, ci sta di mezzo Gesù.
Quando manca un volto "umano" di Dio, il presunto culto reso a Lui, è in realtà esaltazione di sé e annichilimento dell'altro, in tutte le sue infinite e "folcloristiche", ma non meno drammatiche, deviazioni storiche. Per questo la frase il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato, non è una norma morale che si aggiunge alle altre, ma la possibilità di scoprire in Gesù, in un rapporto vitale con lui, il volto umano di Dio. Ma non basta dire Gesù! Il rischio di proiettare su Gesù quello che abbiamo proiettato per anni sulla nostra idea di dio, si può evitare soltanto se impariamo a lasciarci condurre dallo Spirito sulle stesse modalità di rapporto col Padre che ha vissuto Gesù. E la croce è il suo essere innalzato nel suo essersi abbassato!

Non c'è più allora dire e fare, ma il fare resta l'unico modo di dire:
Il farsi servo resta l'unico modo di dire Padre,
il farsi servo resta l'unico modo di dire fratello,
il farsi servo resta l'unico modo di dire...

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