I versetti 10-13 del capitolo 20 di Geremia, quelli cioè proposti come prima lettura, costituiscono la parte centrale di quella che è chiamata la V confessione (Ger 20,7-18). Le confessioni sono quei brani in cui emerge con più evidenza l’Io del profeta, la sua intimità, anche se non dobbiamo fare l’errore di pensare questo stile letterario con le nostre moderne categorie psicologiche. Piuttosto si tratta della «testimonianza – scritta – di una lotta per il vero volto di Dio, di uno sforzo fedele e tenace per approfondire una conoscenza di Lui che vada oltre i nostri fantasmi, le nostre immaginazioni, le esperienze troppo parziali e limitanti»[1], testimonianza che è del profeta, ma, insieme con lui, di tutto il popolo.
Leggendo per intero questo brano, si vede subito come l’impressione tutto sommato positiva e vittoriosa che avevamo leggendone solo uno stralcio, cambi: le parole del profeta sono di una tragicità davvero soffocante, quasi straziante... Ma cosa sta vivendo quest’uomo? Gli esegeti ci invitano a «resistere alla tentazione di situare ogni confessione in un momento particolare della vita del profeta». Questo ha l’indubbio vantaggio di fare del profeta «il modello di ogni credente».
Ecco perché è così interessante anche per noi ripercorrere questo testo! Esso è paradigmatico proprio perché mostra come funziona l’uomo quando è come triturato dalla drammatica della vita.
«Mi hai sedotto, Signore, e ho ceduto alla seduzione; mi hai forzato e hai prevalso; sono divenuto derisione tutto il giorno, chiunque si beffa di me!»: Geremia, come ogni essere umano, aveva iniziato la sua missione perché aveva intuito qualcosa di promettente, iscritto dentro alla vita, e aveva voluto dargli credito, giocandosi per quella che gli pareva una vita buona. Funzioniamo così anche noi! Agiamo, speriamo, scegliamo, ci muoviamo, ci appassioniamo, ci dedichiamo... sempre perché percepiamo nella vita, in una situazione, in una persona, come una promessa, un qualcosa di promettente a cui acconsentiamo e per cui – crediamo – valga la pena compromettersi. Lo facciamo fin da bambini, quando acconsentiamo alla vita, considerando promettente il nutrirci dal seno di nostra madre; continuiamo a farlo da adulti, quando la promessa la vediamo iscritta nella faccia di un altro da amare; e lo facciamo perfino quando, morendo, acconsentiamo ad avere imparato a fidarci così della vita, da saperla perdere per ritrovarla.
Ma l’esperienza di Geremia ora è quella di chi si ritrova a mettere in dubbio quell’intuizione, per cui aveva deciso di spendere la vita: il profeta «si è lasciato sedurre da tante belle promesse e ora si trova abbandonato e fatto zimbello della gente. [...] Egli si chiede dolorosamente perché il Signore l’abbia chiamato ad un annuncio sterile («Perché ogni volta che io parlo debbo gridare, violenza e rovina debbo proclamare! Sì, la parola del Signore è divenuta per me obbrobrio e beffa tutto il giorno»). Non è forse un inganno, una trappola, una violenza?».
Quante volte anche a noi è salito alle labbra questo dubbio «Non è forse un inganno, una trappola, una violenza?». È l’esperienza della delusione, della dis-illusione, del fallimento, del tradimento, della messa in discussione di ciò su cui si è fondata la vita. Tant’è che come per Geremia, che pensa che «la soluzione potrebbe essere di non parlare più» in nome di Dio («Perciò pensavo: “Non voglio ricordarlo e non parlerò più in suo nome!”»), anche a noi viene in mente che forse il passo da porre è quello di «rompere i ponti con un Dio così», con un uomo così, con un figlio così, con un lavoro così, con una vocazione così, con una vita così...
Eccoci dipinti, nel giro di un paio di tocchi di pennello: intuizione di una promessa, credito accordatole, passione e dedizione per quanto scelto, delusione, messa in discussione della promessa, di chi ce l’ha fatta e di noi stessi che le abbiamo dato fiducia... con, da sfondo, l’insofferenza per l’attesa di una parola che rompa gli indugi, che ci dica se davvero abbiamo sbagliato, siamo falliti, siamo finiti, così da poterci lasciare andare alla disperazione e placare definitivamente gli impulsi di speranza, che ora sanno di illusorio, che ci tornano in pancia.
«Qui, però, Dio non risponde nulla al profeta, né lo esorta a sperare»: è il silenzio di Dio – letto dal punto di vista dell’uomo; è il desiderio che l’uomo converta l’immagine di dio che ha in testa – da parte di Dio.
I versetti che seguono infatti, quelli della nostra prima lettura, sono – come rivelano quelli ancora successivi (vv. 14-18: «Maledetto il giorno in cui io nacqui; il giorno in cui mi partorì mia madre non sia benedetto! Maledetto l' uomo che portò l' annuncio a mio padre, dicendo: «Ti è nato un maschio!», riempiendolo di letizia. Sia quell' uomo come le città che il Signore ha sconvolto senza pentimenti; oda il grido al mattino e clamori di guerra a mezzogiorno. Perché non mi ha fatto morire nel seno? Mia madre sarebbe stata per me la mia tomba e l' utero, gravidanza perpetua! Perché sono uscito dall' utero? Per vedere affanno e cordoglio e terminare nella vergogna i giorni miei?») – solo un affrettato momento edificante e consolatorio: «il Signore è al mio fianco come un prode valoroso, per questo i miei persecutori vacilleranno e non potranno prevalere; arrossiranno perché non avranno successo, sarà una vergogna eterna e incancellabile. Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa! Cantate inni al Signore, lodate il Signore, perché ha liberato la vita del povero dalle mani dei malfattori». Un affrettato momento edificante e consolatorio che rivela solo come «il profeta intenda ancora troppo umanamente l’assistenza divina»: «Dio – infatti – interviene nell’intimo dell’uomo, rinnovandolo e trasformandolo», e non come un burattinaio nella storia. Come ricorda Sequeri[2] infatti: «Se gli uomini tentano Dio, sollecitandolo a esibire la sua potenza contro l’altro come una necessità in sua difesa, Dio si sottrae», perché il dio-mio-contro-l’altro è l’idolo; il Dio di Gesù Cristo invece non ha nemici, ha solo figli! È qui che deve approdare Geremia e con lui, ciascuno di noi, toccato nella sua umanità e nei suoi fondamenti quando – per rubar le parole a Ungaretti – «si sta come d’autunno sugli alberi le foglie».
È proprio il silenzio di Dio che «fa sì che il dramma interiore del profeta si sviluppi con tutta la sua intensità ed egli cerchi proprio così più in profondità il volto di quella Persona di Dio di cui si è innamorato la prima volta e capisca in modo nuovo che Egli non è l’imbroglione, il seduttore, ma Colui che si prende cura infallibilmente e fedelmente del suo profeta» e di ciascun uomo.
È l’invito pressante del Vangelo di Matteo. Siamo immediatamente dopo la sezione in cui Gesù chiama i discepoli per mandarli a predicare e annunzia loro la persecuzione: come Geremia, come noi, come d’autunno sugli alberi le foglie! È la situazione della messa in discussione di noi, di Dio, degli altri... è il dubbio sul credito che abbiamo dato alla vita, alla promessa in essa iscritta... è la paura...
Gesù capisce profondamente com’è fatto l’uomo e per questo tocca proprio il punto caldo della questione: è la paura (di morire, di aver sprecato la vita, di non essere stati all’altezza, di trovarci falliti, soli, senza senso...) che blocca il fluire della vita nelle vene dell’uomo, i suoi guizzi di freschezza e di creatività, i suoi zampilli di amore rinnovato, la sua caratura umana, il suo esser-ci! E di fatti continua: «Non abbiate paura degli uomini...»; «non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo...»; «Non abbiate dunque paura...».
Gesù sa che «la paura genera mostri»: è questo il blocco interiore da spezzare, è questo il credito da rinnovare, non dimenticando – nella prova – che Dio non è il serpente. Egli, nella passione e morte del Figlio ha rotto per sempre questa ambiguità; per questo per l’uomo dev’essere un’evidenza, anche nella tragicità della vita, la sua affidabilità!
È quello che Paolo tenta di dire ai Romani! Benché il discorso sembri focalizzarsi sul peccato di Adamo, l’interesse principale di Paolo è sul molto più della grazia, sulla sua sovrabbondanza in Gesù! Il peccato di Adamo è messo lì solo per fare da contrapposto al molto più della grazia!
È sul credito a questa promessa, iscritta già nella grammatica della nostra vita (da quando acconsentiamo a succhiare il primo latte), che fiorisce l’uomo, come uomo, anche se «si sta come d’autunno sugli alberi le foglie».
[1] P. Rota Scalabrini, Il profeta Geremia: sperare in un tempo di crisi, in Scuola della Parola, Litostampa Istituto Grafico, Bergamo 2001, 81.
[2] P.A. Sequeri, Il timore di Dio, Vita e Pensiero, Milano 1993, 133.
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giovedì 19 giugno 2008
venerdì 9 novembre 2007
CHI SONO IO, PER DOVER MORIRE?
postato da
Mario
Non è facile entrare nel tema della liturgia che la Chiesa ci propone per questa XXXII domenica del tempo ordinario… Essa infatti, sotto vari profili, mette in campo la questione del morire… questione che immediatamente pare ridurre l’uomo al silenzio.
È vero che, ad una prima lettura, i testi sembrano di fatto concentrarsi più sulla risurrezione che sulla morte, ma queste due realtà mi paiono così inestricabilmente intrecciate che il parlare di una, inevitabilmente, porta anche a parlare dell’altra. Anche perché entrambe, in fin dei conti, pongono la domanda radicale sull’uomo: chi sono io alla luce della morte? alla luce non di un generico “si muore”, ma di un personalissimo “io muoio” (come ci ha ricordato Heidegger)?
In questo senso dal testo di 2Mac 7,1-2.9-14 («Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le patrie leggi») mi sembra emerga questo tipo di domande fondanti: c’è davvero qualcosa o qualcuno per cui valga la pena morire? per cui valga la pena subire strazi, torture, violenze, umiliazioni? Non è fanatismo, pazzia o stupidità il dare la vita per…? Cosa è così fondante e fondamentale da rendere disposti gli uomini a morire, piuttosto che a rinunciarvi? Cos’è che rende l’uomo più uomo della vita stessa, tanto che è meglio morire (e restare fedeli a ciò che ci fa uomini) che vivere (e perder-ci l’umanità)? Cosa può essere più umanizzante della vita? del restare in vita? E come può la morte, la dis-umanizzazione radicale, essere invece umanizzante?
«Il Signore Dio ci vede dall'alto e in tutta verità ci dá conforto, precisamente come dichiarò Mosè nel canto della protesta: Egli si muoverà a compassione dei suoi servi»: questa è la risposta dei sette fratelli… Ma cosa sono così preoccupati di far vedere a Dio? La loro fedeltà fino alla morte? Lo fanno perché considerano questa la via per il Paradiso, il lasciapassare faticoso, ma fruttuoso per la vita dopo la morte? È un calcolo che hanno in testa? quasi che così pagassero a Dio il loro accesso presso di Lui?
Non sembra proprio questa la prospettiva del testo, anzi: essi non vogliono morire e non vanno incontro alla morte per “dimostrare” qualcosa a Dio, ma sono disposti a farlo per non venir meno alla loro Verità, alla Verità della loro vita. Essa non è un insieme di vuote e nominalistiche dottrine (nessuno muore per un insieme di dottrine), ma la fede certa nella promessa («leggi patrie») di Dio, una promessa di Vita! Essi sono convinti che venir meno alla legge di Dio, sia venir meno alla Vita, sia venir meno all’essere Uomini. Di fatti il senso della legge di Dio è proprio quello di insegnare all’uomo ad essere Uomo! Per questo ad una vita mortifera, preferiscono una morte vitalizzante.
Ecco cos’è che rende possibile il morire: che esso non è fine a se stesso, ma è per la Vita.
E questa Vita è proprio quella che Gesù sostiene di fronte ai Sadducei (Lc 20,27-38): «i morti risorgono». La risurrezione cioè è la Vita per la quale vale la pena morire; la Vita che, stando al testo, non può più morire!
Ma il fatto che «Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi» non rende solo “abitabile” la morte: è anche il fondamento per cui vale la pena vivere! In effetti, anche se è una frase un po’ inflazionata, è vero che ciò per cui vale la pena morire è anche ciò per cui vale la pena vivere (e viceversa!). È quello che suggerisce Paolo: la quotidianità (il tempo che continua) è abilitata proprio per questa «consolazione eterna» e per questa «buona speranza» ( 2Ts 2,16-3,5).
In questo senso mi piace concludere con le parole di Carlo Molari, che mostrano cosa chiede a tutti la morte, per la Vita: «La morte chiederà a tutti 1) di avere consolidato la propria identità al punto da saperne abitare il nome senza ricorrere ad altri riferimenti; 2) di avere imparato il distacco da tutte le cose 3) di avere interiorizzato così gli altri da sapere partire senza tenere nessuno per mano; 4) di avere imparato ad amare in modo così oblativo, da sapere donare se stessi senza rimpianti; 5) di avere imparato a fidarsi così della vita da saperla perdere per ritrovarla».
È vero che, ad una prima lettura, i testi sembrano di fatto concentrarsi più sulla risurrezione che sulla morte, ma queste due realtà mi paiono così inestricabilmente intrecciate che il parlare di una, inevitabilmente, porta anche a parlare dell’altra. Anche perché entrambe, in fin dei conti, pongono la domanda radicale sull’uomo: chi sono io alla luce della morte? alla luce non di un generico “si muore”, ma di un personalissimo “io muoio” (come ci ha ricordato Heidegger)?
In questo senso dal testo di 2Mac 7,1-2.9-14 («Siamo pronti a morire piuttosto che trasgredire le patrie leggi») mi sembra emerga questo tipo di domande fondanti: c’è davvero qualcosa o qualcuno per cui valga la pena morire? per cui valga la pena subire strazi, torture, violenze, umiliazioni? Non è fanatismo, pazzia o stupidità il dare la vita per…? Cosa è così fondante e fondamentale da rendere disposti gli uomini a morire, piuttosto che a rinunciarvi? Cos’è che rende l’uomo più uomo della vita stessa, tanto che è meglio morire (e restare fedeli a ciò che ci fa uomini) che vivere (e perder-ci l’umanità)? Cosa può essere più umanizzante della vita? del restare in vita? E come può la morte, la dis-umanizzazione radicale, essere invece umanizzante?
«Il Signore Dio ci vede dall'alto e in tutta verità ci dá conforto, precisamente come dichiarò Mosè nel canto della protesta: Egli si muoverà a compassione dei suoi servi»: questa è la risposta dei sette fratelli… Ma cosa sono così preoccupati di far vedere a Dio? La loro fedeltà fino alla morte? Lo fanno perché considerano questa la via per il Paradiso, il lasciapassare faticoso, ma fruttuoso per la vita dopo la morte? È un calcolo che hanno in testa? quasi che così pagassero a Dio il loro accesso presso di Lui?
Non sembra proprio questa la prospettiva del testo, anzi: essi non vogliono morire e non vanno incontro alla morte per “dimostrare” qualcosa a Dio, ma sono disposti a farlo per non venir meno alla loro Verità, alla Verità della loro vita. Essa non è un insieme di vuote e nominalistiche dottrine (nessuno muore per un insieme di dottrine), ma la fede certa nella promessa («leggi patrie») di Dio, una promessa di Vita! Essi sono convinti che venir meno alla legge di Dio, sia venir meno alla Vita, sia venir meno all’essere Uomini. Di fatti il senso della legge di Dio è proprio quello di insegnare all’uomo ad essere Uomo! Per questo ad una vita mortifera, preferiscono una morte vitalizzante.
Ecco cos’è che rende possibile il morire: che esso non è fine a se stesso, ma è per la Vita.
E questa Vita è proprio quella che Gesù sostiene di fronte ai Sadducei (Lc 20,27-38): «i morti risorgono». La risurrezione cioè è la Vita per la quale vale la pena morire; la Vita che, stando al testo, non può più morire!
Ma il fatto che «Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi» non rende solo “abitabile” la morte: è anche il fondamento per cui vale la pena vivere! In effetti, anche se è una frase un po’ inflazionata, è vero che ciò per cui vale la pena morire è anche ciò per cui vale la pena vivere (e viceversa!). È quello che suggerisce Paolo: la quotidianità (il tempo che continua) è abilitata proprio per questa «consolazione eterna» e per questa «buona speranza» ( 2Ts 2,16-3,5).
In questo senso mi piace concludere con le parole di Carlo Molari, che mostrano cosa chiede a tutti la morte, per la Vita: «La morte chiederà a tutti 1) di avere consolidato la propria identità al punto da saperne abitare il nome senza ricorrere ad altri riferimenti; 2) di avere imparato il distacco da tutte le cose 3) di avere interiorizzato così gli altri da sapere partire senza tenere nessuno per mano; 4) di avere imparato ad amare in modo così oblativo, da sapere donare se stessi senza rimpianti; 5) di avere imparato a fidarsi così della vita da saperla perdere per ritrovarla».
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