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venerdì 27 febbraio 2009

Più scuro di così... si muore!

Javier Lozano Barragan
Se Beppino Englaro ha ucciso la figlia Eluana, «è un assassino» perché «ha violato il quinto comandamento che dice di non uccidere»: è chiaro il cardinale Javier Lozano Barragan, ministro Vaticano della Salute, commentando l’accusa rivolta a Beppino Englaro di aver ammazzato la figlia. «Abbiamo un comandamento, il quinto, che dice di non uccidere - ha spiegato Barragan a margine del convegno su "Malattie rare e disabilità" promosso dall’Associazione Giuseppe Dossetti - chi uccide un innocente commette un omicidio e questo è chiaro. Se Beppino Englaro ha ammazzato la figlia allora è un omicida, se non l’ha ammazzata allora non è un omicida. Questo mi sembra totalmente chiaro».
clericalismo, cattolicismo, stupidità
Matteo 5, 20 Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. [...] 22...chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.

E se gli dice "assassino"? ...lo fanno cardinale!

martedì 27 gennaio 2009

L'Ultima eresia


Leggo su Repubblica.it di oggi:

Lucca dice basta ai ristoranti etnici. Il nuovo regolamento del Comune (guidato da una giunta di centrodestra) per bar locali e ristoranti, licenziato in consiglio comunale giovedì scorso, prevede che, nel centro storico del capoluogo toscano (inteso dentro ai quattro chilometri quadrati delle mura urbane) "al fine di salvaguardare la tradizione culinaria e la tipicità architettonica, strutturale, culturale, storica e di arredo non è ammessa l'attivazione di esercizi di somministrazione, la cui attività svolta sia riconducibile ad etnie diverse...

...E il Comune, nel varare il nuovo regolamento, ha pensato anche agli arredi che devono essere 'confacenti al centro storico stesso', e ha specificato che i locali devono fornire: 'sedie in legno, arredamento elegante e signorile anche nei dettagli', al personale che deve essere 'fornito di elegante uniforme adatta agli ambienti nei quali si svolge il servizio e dovrà 'essere a conoscenza della lingua inglese'.

Fin qui, in sintesi, la notizia...
E uno dice proprio il «Giorno della Memoria» ci propini una notizia così banale?
Già solo che banale non è! E tanto meno innocua, perché fa capire di cosa si alimenta (è il caso di dirlo) il razzismo, e come gesti apparentemente innocui, se non rispediti al mittente, poco a poco creano una mentalità a cui assuefarsi, dove anche ogni forma di razzismo anche il più mostruoso (ma è solo un modo di dire perché non esiste un razzismo non-mostruoso o meno-mostruoso di un altro!) può trovare prima o poi le sue giustificazioni...
Lentamente ma inesorabilmente, per salvare la propria identità culturale si soffoca quella degli altri...
E a quel punto tutto può diventare «ovvio»:
Negare l’olocausto, la shoah, le camere a gas;
Credere al «complotto ebraico»;
Usare come sciacalli le vittime palestinesi (di oggi e di ieri) per giustificare le vittime ebraiche (di ieri e di oggi)...
Rinchiudere, foss’anche in un hotel a 5 stelle - lo dico con ironia visto che qualcuno afferma che non-sono-lager - delle persone la cui sola colpa è la disperazione che li ha spinti a venire in Italia e di volere fuggire da questi presunti luoghi di villeggiatura (ti voglio vedere se non lo faresti anche tu!) diventa un’ovvietà...
Accettare i dogmi cattolici e (quasi) tutti i Concili ecumenici, diventa più importante di accogliere l’altro nella sua umanità altra dalla mia. Diventa più importante del diritto di ciascuno ad essere diverso da me, se non altro per l’obbedienza (di cui ciascuno è testimone) a quella verità che Dio consegna storicamente a ognuno di noi...
Ecco che cosa mi ha aiutato a capire la riflessione su questa notizia - lo so che sto dicendo qualcosa fuori dal comune, e forse culturalmente «nuovo»: non c’è sostanziale differenza tra un razzismo e un altro; tra una forma di razzismo e un’altra; tra una legge razzista e un’altra; tra questa legge del comune di Lucca e la legge hitleriana che istituiva i campi di concentramento...
Lo so che è dura ad ammetterlo e per certi versi sembra un’assurdità anche a me quello che sto dicendo, ma provate a rifletterci attentamente e vedrete che a ben pensarci, forse non ho tutti i torti: sostanzialmente nel razzismo non c’è mai, per usare un termine caro alla tradizione cattolica, «peccato veniale»!


Nota: la mia sottolineatura dell'obbligo della lingua inglese, non è a caso... trovate voi le ragioni...

mercoledì 1 ottobre 2008

Il Paese dell’odio



Ieri è successo a Parma, a Emmanuel Bonsu, picchiato da sette vigili urbani per un sospetto, e nel verbale invece del suo nome hanno scritto «negro». È successo nei giorni scorsi a Milano, a Castelvolturno, a Monza, a Cosenza, ancora a Parma, e in tanti luoghi di cui non abbiamo notizia. È successo che gli invisibili - disabili, negri, prostitute, lavoratori in nero di ogni etnia - li vediamo in cronaca, picchiati espulsi uccisi. Ma questo non è un Paese razzista, ci dicono e ci diciamo.

Proviamo a partire da lontano, forse può aiutarci a capire. Nei campi di sterminio nazi-fascisti furono soppressi circa 13 milioni (milioni!) di persone.

Tredici milioni vuol dire un pezzo non irrilevante di popolazione mondiale: ci vogliono Austria e Danimarca sommate insieme, per arrivare a questo numero, o due terzi dei cittadini australiani. Sei milioni circa erano ebrei. Sette milioni circa erano antifascisti e antinazisti, zingari e disabili, omosessuali e comunisti, e perfino coppie di gemelli, un’eccezione della natura particolarmente cara a Mengele, il mostruoso dottor Morte. Tredici milioni di “diversi” per scelta o per destino, accomunati dall’essere considerati meno di niente, un agglomerato di rifiuti, un’immondizia da eliminare, in quanto tali da riciclare per le loro parti preziose: l’oro delle protesi dentarie per farne lingotti, o i grassi umani per farne sapone, tanto per fare qualche esempio. Come le lattine d’alluminio, come il vetro, come la carta. Intorno a quei 13 milioni, un numero così grande da essere quasi inconcepibile, un’Europa cieca e muta.

Ad oggi, e malgrado ogni negazionismo, il nucleo più integrale di razzismo è questo: le persone diventano meno di niente. I diversi prima diventano invisibili, inesistenti, privi di diritti, e solo dopo vengono in un modo o nell’altro (ce ne sono tanti!) eliminati, in un sogno folle ma frequente di omogeneità sociale.

Sono partita da lontano, ma tutto questo ci riguarda: oggi, e non solo per la memoria che qualcuno di noi ancora ne porta. Per alcuni (pochi) decenni l’integrazione delle e fra le diversità è stata il leit-motiv dei movimenti più avanzati: dalla scuola alla psichiatria, dalla religiosità più avanzata all’emigrazione italiana all’estero. Numeri solo un po’ meno milionari anche qui, ma sembrava normale, ed era possibile. «Diverso è bello», si diceva, pur con la coscienza delle difficoltà. Si diceva “integrazione” per significare che senza questo o quel pezzo, questa o quella diversità, il corpo sociale non è intero, è deprivato.

Mi chiedo dove i saperi legati a tutte queste esperienze siano andati a finire. Certo negli insegnanti di sostegno disperati e disperate che (come nella lettera a Cancrini pubblicata di recente su queste pagine) vedono svanire il lavoro di tanti anni grazie alla sbrigativa ministra Gelmini. Certo nei timori di tanti psichiatri, utenti, famigliari, cooperative e associazioni che aspettano con grande preoccupazione i provvedimenti annunciati da Berlusconi nel programma elettorale in tema di trattamenti sanitari obbligatori, questione che porta con sé idee sulla riforma della 180 che non possono che spaventare, tanto più se in coppia con la privatizzazione della salute minacciata in questi giorni. Certo non dimenticano gli appartenenti a tante confessioni, che ancora e ostinatamente cercano l’incontro e il dialogo con l’Altro ma sono ridotti in piccoli gruppi, la cui voce è difficile far sentire. Né dimenticano molteplici strutture della Chiesa cattolica, che su più fronti ha dato conto delle proprie ansie e preoccupazioni. Non dimenticano le operatrici e gli operatori di strada, siano quelli coinvolti nella prostituzione, siano quelli che provano a portare a scuola chi è risucchiato dalle mafie.

Ma il Paese, l’Italia nel suo complesso, ciascuno di noi “normali”, cosa ricorda? E, soprattutto, cosa “vede”? Da ogni parte arrivano richieste perché chi è scomodo diventi anche invisibile: le prostitute non devono più farsi vedere per strada, i disabili se non vanno a scuola è meglio, i matti risultano pericolosi come i magistrati e viceversa, i migranti hanno il dovere di farci vivere meglio e non il diritto di affacciarsi ai diritti, le preghiere dei musulmani vanno bene purché non ingombrino, e via cancellando.

Tutto questo, tutto insieme, è razzismo. E alberga in ciascuno di noi, anche se ci piacerebbe credere che non è così. Ogni volta in cui ci sembra che il singolo problema - disabilità o Islam, colore della pelle o follia - non ci riguardi, e che dunque possiamo tacere, non opporci, non scendere in strada, rinunciare, quella che avanza è l’idea che si possano tagliar via singoli pezzi di società senza che questo sia una perdita per tutti. Il silenzio uccide l’integrazione, uccide gli invisibili, e ci uccide anche dentro.

Così come, quando c’è un vuoto, qualcosa interviene sempre a riempirlo, così nel vuoto di gesti e di parole maturano altri gesti, altre parole. Qualche anno fa, ho studiato gli archivi dell’ufficio per la difesa della razza istituito dal fascismo. Era in gran parte un tremendo elenco di piccole denunce: il tale aveva, in spregio della legge allora vigente, una domestica non ebrea, un altro aveva una radio, strumento anch’esso proibito. Piccole cose, nel piccolo mondo ottuso che dava vita e vigore al fascismo. Piccole e grandi invidie, piccole e grandi paure, piccole e grandi delazioni, il frutto velenoso di egoismi ristretti ha aperto la strada allo sterminio, maturato grazie ad una irresponsabilità e ad un silenzio collettivi. Irresponsabilità e silenzio più gravi in altre parti d’Europa ma che hanno largamente riguardato anche degli italiani, con troppa facilità e continuità messisi al sicuro sotto la coperta calda degli “italiani brava gente”.

Credo che gli italiani siano tuttora, in larga misura, brava gente. Gente con il cuore in mano, soprattutto se il portafoglio è ben custodito. Ma la smemoratezza diffusa a larghe mani, il portafoglio mai come ora in pericolo, i rischi reali e quelli artatamente innescati, il disfacimento progressivo dei legami di solidarietà, la precarietà di una politica incapace di tenere insieme tutti i fili senza farli aggrovigliare, mi fa temere che sempre più siamo e saremo come le famose tre scimmiette: non vedere, non sentire, non parlare, lasciando che qualcun altro se ne occupi, e che gli invisibili affondino nel loro mare (e non solo in senso figurato, come sappiamo). Convinti di salvarci aggrappandoci a privilegi che ci sembrano garantiti e ci fanno sentire al riparo: la cittadinanza, il colore della pelle, la cultura, le disponibilità economiche. Ma nessuno è garantito per sempre, quando i pezzi vanno via senza posa: nel silenzio sempre più cupo alla fine - come scriveva Brecht - entrerò fra gli invisibili anche io, anche tu, e non ci sarà più nessuno a gridare.

Per ricominciare a vedere gli invisibili con occhio partecipe, fuori dal silenzio, per non essere razzisti nel nostro fondo, c’è bisogno di un grande salto culturale, di quelli difficili. C’è bisogno che ciascuno riparta da sé, dalle proprie personali scimmiette. Perché, come diceva don Milani, “mi riguarda” è il contrario di “me ne frego”: concetto da tenere a mente, in questi tempi di fascismo rinascente. Quando si tende a dimenticare che i problemi li abbiamo tutti, ma uscirne ciascuno per proprio conto è egoismo sterile, mentre uscirne tutte e tutti insieme è Politica. Quella con la P maiuscola.

giovedì 15 novembre 2007

Le pietre crollano, distrutte dall’odio. L’amore resta!

Quando il viaggio verso Gerusalemme arriva alla fine,
…il profeta pellegrino, partito facendosi la faccia dura (9,51), per resistere ad ogni ostacolo e tentazione, alla vista della città, finisce in pianto, per l’impotenza di non potere salvare la sua città dalla distruzione: “Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è nascosta ai tuoi occhi…. proprio perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata” (19,41s). La Chiesa rilegge le profezie tragiche del Signore sulla distruzione del tempio, con tutte le sue decorazioni e rifiniture, … e sulla sofferenza e lo stermino di tanta gente del popolo, con carestie, malattie, torture … E nasce nei discepoli sbigottiti l’eterna domanda dell’uomo nella sventura: ma allora quando il Regno? Gesù non risponde, e attira invece la loro attenzione sul “prima” della fine, perché è questo il momento della nostra responsabilità: il tempo in cui siamo visitati - e anche noi, come Gerusalemme e i suoi abitanti, rischiamo di non accorgerci del passaggio del Signore. Marco, prima che le cose avvengano, dice ai cristiani della prima generazione come attenderlo, in quei frangenti tragici. Luca, dopo che quelle cose sono già avvenute, dice alla seconda generazione e a tutti noi … come attenderlo sempre, in ogni tornante della storia, finché il Signore arriva.
La tragedia dell’uomo, di ogni tempo, balza agli occhi, e sembra senza speranza
…ma non è questa la fine! – non subito! La vita prosegue, il bene nasce solo dall’impasto ambiguo che è la storia degli uomini e il cuore di ognuno. Come in un crogiolo si distinguono i metalli dalla melma nella quali sono contenuti, è in questa nostra storia, che si apre la possibilità di separare ciò che è promessa vera di futuro, dalle radici infestanti e dai germogli mortiferi: quel giorno (ogni giorno, alla luce della Parola!) venendo, li incendierà dice il Signore degli eserciti, in modo da non lasciar loro né radice né germoglio. L’espressione semitica, come talora la passione educativa, non dà tanto spazio alle cause seconde, quindi sembra Dio stesso che personalmente intervenga nella storia per punire. Ma come è stato per Gerusalemme, è il cuore degli uomini, che si chiude alla pace, per darsi a progetti di prepotenza e ingiustizia. Ma, reagendo alla violenza con altrettanta violenza, tutto si consumerà come la paglia nel fuoco, perché non ha né consistenza né avvenire. Lo sguardo del profeta vede il futuro dentro gli eventi, nel presente davanti a lui, e lo annuncia come lo sguardo di Dio: uno sguardo che penetra la verità delle cose e ne coglie lo svolgimento, la dinamica interna e quindi la destinazione…
Non per questo, Dio abbandona la storia degli uomini:
“l’apocalisse”, il disvelamento, lo sguardo smagato, che non si lascia ammaliare dalle parole e dai trionfi effimeri, ma legge nel profondo la verità degli eventi, non è per spaventare o deprimere l’uomo. È provocazione alla conversione, piuttosto che un annuncio di sventura. La quale invece incombe, se l’uomo non presta ascolto alla Parola, che è venuta ad annunciare a noi che il tempo è vicino e il Regno è già in mezzo a noi. Non c’è nessuna speranza dalla forza dell’uomo, che è incapace di salvarsi, perché nel suo cuore prevale l’ingiustizia, cioè l’affermazione si sé, ad ogni costo! Perciò nessuna delle costruzioni umane, di cui siamo orgogliosi, rimarrà in piedi, né materiali né mentali, né affettive. Neanche quelle che ci sembrano più sacre, i templi e le teologie …o le mamme che allattano i piccoli. Niente resiste alla consunzione che sta divorando l’universo e il minuscolo abitante pensante di questo pianeta … Il quale, per un perverso masochismo della specie, sta aumentando da se stesso la sofferenza della sua razza e l’inquinamento della sua casa, invece che cercare alternative di salvezza.
Ma non c’è uscita da questa atroce universale sofferenza?
…guardate bene di non lasciarvi ingannare, perché molti verranno in mio nome, dicendo “ecco, sono io!” “è arrivato il momento”… Non andate dietro a loro. bisogna che queste cose avvengano prima! È come la formula della passione del Figlio dell’uomo: prima “bisogna” passare attraverso la sofferenza…! E chi propone miraggi diversi, per salvaguardarsi dalla sofferenza comune della gente e ritagliarsi un rifugio per la salvezza in proprio (magari abusando del mio nome!), non seguitelo, vi imbroglia! Dunque il male e la sofferenza non sono la punizione dei misfatti che ricade su di noi dopo averli fatti, sono piuttosto la nostra condizione storica “prima” della fine - cioè adesso, perché possiamo capire … aprire la mente e il cuore! “Dopo”, c’è solo la manifestazione del Signore. Quando verrà lui, non ci saranno più dubbi né ripentimenti: …allora vedranno il Figlio dell’uomo venire in una nube con potenza e gloria grande! (27). La sofferenza e la sventura sono dunque il necessario fuoco del crogiolo del bene? Non si può dire salvezza, se non passando nel fuoco della “passione”?
L’odio è dentro nell’impasto originario dell’umanità… “prima”!
“l’oggetto nasce dall’odio”, diceva nel suo linguaggio mitico e fascinoso Freud, per dire l’importanza fondamentale, nella preistoria del processo psichico, del contrapporsi all’altro, per individuarlo come oggetto da controllare e possedere, fin dall’inizio della vita (simbolicamente, a cominciare dalla madre). Lì amore e odio (cioè il bisogno di possedere e fondersi e la voglia di distanziarsi, per affermare la propria identità) sono ancora informi, ma preparano il magma della storia tragica dell’amore e dell’odio tra gli uomini. Cioè l’odio sta al fondo del processo psichico nella scoperta stessa della relazione, a iniziare dal trauma della separazione, rifiuto, espulsione da sé. Questo rigetto di difesa, odio primitivo e cieco, a guardare la storia dell’individuo come della sua tribù… è “necessario” alla costituzione del soggetto, personale e sociale, e ne garantisce l’autoconservazione, assicurando, con questa presa di distanza, la permanenza dell’oggetto rifiutato, in un rapporto drammatico di attrazione e rifiuto.
Il mistero del male è originario,
Questo conflitto doloroso non è semplicemente radicato nel cuore dell’uomo, ma lo ha accompagnato nel formarsi della sua psiche, tanto che ci portiamo dentro irrimediabilmente questa dialettica tragica, contro cui tutte le religioni e le filosofie e le morali si sono scontrate, senza trovare risposta esauriente. “Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che io odio” (Rom 7,15). L’amore, che pure è la fame della nostra vita, non ci si è accessibile se non attraverso questa mistura ambigua di desiderio e di rifiuto, di affetto e di rabbia… cui spesso il linguaggio biblico ricorre, per segnare i passi importanti del cammino (vocazione) umano, con attrazioni e repulsioni violente, tra Dio stesso e l’uomo. tra Adamo ed Eva, l’uomo e la terra, Abele e Caino… L’uomo dovrà strapparsi da suo padre e sua madre, per costituire una nuova famiglia…lottare sempre, fino al Diluvio, quando Dio sembra volersi sottrarre a questa guerra santa, schierandosi definitivamente per la pace…
Sulla croce Cristo ha ucciso l’odio. Ma l’arcobaleno rimane disegnato in cielo, mentre sulla terra continua la tensione violenta che obbliga a scelte di amore / odio… fino a Gesù: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo”. Fino ai martiri dell’odio, che per amore l’assorbono su di sé , da Abele fino ad… oggi: in un cammino crudele e non senza rigurgiti, se i Maccabei o, nei primi secoli, alcuni martiri morivano maledicendo i torturatori e augurando loro l’inferno… nonostante l’esempio in contrario di Gesù e del protomartire Stefano! Di questo radicale dramma umano il Nuovo Testamento fa la chiave di interpretazione della salvezza: “Cristo infatti è la nostra pace, colui che ha fatto dei due un popolo solo, abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’odio, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, Cristo ha riconciliato con Dio gli uni e gli altri in un sol corpo, attraverso la croce: su questa egli ha ucciso l’odio” (Ef 2,15s).
Sarete odiati da tutti per causa del mio nome
…Anche il discepolo, attirerà l’odio su di sé: perché? L’amore è rifiutato. Qualcosa di troppo grande e irrimediabile ci sfugge… Gesù ha pianto (19,41), e l’ira del rifiuto gli scoppierà, da dentro, subito dopo, nel tempio profanato! Colui che è stato mandato a salvarci, è impotente di fronte al rigetto e all’odio. C’è qualcosa che non può salvarsi? se no, perché piangere? forse comunque il peso è troppo grande per un uomo! sia pure figlio di Dio. Nel profondo di questo mistero c’è qualcosa che non riusciamo a gestire: è di un altro ordine, fuori del nostro potere, un nodo dove si è inchiodati senza difesa alla contrapposizione distruttiva.. Non c’è che consegnarsi all’odio assurdo, senza esserne avvelenati, per amore. È lì dove Gesù ha ucciso l’odio, prendendolo su di sé e perdonando i suoi persecutori. Lì Qualcuno ci attende per proteggerci e custodirci totalmente (neppure un capello del vostro capo perirà)! Per resistere in questa attesa bisogna prendere tempo, ritrovare nelle Scritture e nell’eucaristia fraterna la speranza operosa che dà senso ancora al credere: … nella vostra pazienza guadagnerete le vostre anime!

~~~~~~~~
PADRE,
io ti amo più di tutto.
Anzitutto perché tu sei colui che può dire “io sono”
e averti incontrato nei miei 16 o 17 anni, fa sì che adesso, a 93 anni,
io ne vivo.
io ti amo più di tutto,
perché:
– all’uomo, che lungo il corso dell’evoluzione non smette di volersi sufficiente,
tu doni Gesù il Verbo, per provare che l’uomo è non-sufficiente;
– mentre noi ci ostiniamo a volere delle cifre, tu ci dai l’invisibile,
che si fa più forte del dubbio, nell’Ostia dell’Eucaristia;
– all’atmosfera soffocante tu sostituisci il soffio, spiritus, dello Spirito Santo
che nasce dall’unione del Padre e del Verbo che si amano, ed nei quali noi ci immergiamo.

Sì, tu sei il mio amore.
Io non sopporto di vivere così a lungo, se non per questa certezza che è in me:
morire, che lo si creda o no, è … Incontro!
io ti amo più di tutto.
Sì, ma per essere un credente credibile, bisogna che tutti attorno a me sappiano
che io non accetto, che non potrò mai accettare, la permanenza del male.
‘Essere’, tu sei padrone del permanere o del cessare di tutto ciò che è.
Visto che hai questo potere di farlo cessare, come è possibile che il male sussista?
La preghiera di Gesù non culmina proprio nel “Liberaci dal male”?

Grazie, Padre, di aiutarmi a rifiutare, che sarebbe un imbroglio, di “credere” … come
se io fossi indifferente alla perpetuazione del male, in questo mondo e nell’al di là del tempo.
Credente, amante… io non posso non essere che questo
credente nonostante che…
cioè questo credente che non capisce!
Troppi dei miei fratelli uomini restano sulla soglia di amarti,
frastornati dalla necessità di questo “nonostante che…”.
Pietà per loro e pietà per l’Universo.
Padre, è così tanto tempo che aspetto di vivere nella tua totale presenza,
io non ne ho mai dubitato,
presenza che è, nonostante tutto, amore.

4 ottobre 2005 - festa di S. Francesco d’Assisi - (Abbé Pierre, Mon Dieu… pourquoi?, ed Plon)
[brano letto ai funerali, a Parigi, il giorno 26 gennaio 2006]
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