Pagine

ATTENZIONE!


Ci è stato segnalato che alcuni link audio e/o video sono, come si dice in gergo, “morti”. Se insomma cliccate su un file e trovate che non sia più disponibile, vi preghiamo di segnalarcelo nei commenti al post interessato. Capite bene che ripassare tutto il blog per verificarlo, richiederebbe quel (troppo) tempo che non abbiamo… Se ci tenete quindi a riaverli: collaborate! Da parte nostra cercheremo di renderli di nuovo disponibili al più presto. Promesso! Grazie.

Visualizzazione post con etichetta parabola della zizzania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta parabola della zizzania. Mostra tutti i post

giovedì 17 luglio 2014

XVI Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro della Sapienza (Sap 12,13.16-19)

Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. La tua forza infatti è il principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti. Mostri la tua forza quando non si crede nella pienezza del tuo potere, e rigetti l’insolenza di coloro che pur la conoscono. Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza, perché, quando vuoi, tu eserciti il potere. Con tale modo di agire hai insegnato al tuo popolo che il giusto deve amare gli uomini, e hai dato ai tuoi figli la buona speranza che, dopo i peccati, tu concedi il pentimento.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,26-27)

Fratelli, lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza; non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito, perché egli intercede per i santi secondo i disegni di Dio.

Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 13,24-43)

In quel tempo, Gesù espose alla folla un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma, mentre tutti dormivano, venne il suo nemico, seminò della zizzania in mezzo al grano e se ne andò. Quando poi lo stelo crebbe e fece frutto, spuntò anche la zizzania. Allora i servi andarono dal padrone di casa e gli dissero: “Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?”. Ed egli rispose loro: “Un nemico ha fatto questo!”. E i servi gli dissero: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”. “No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura e al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio”». Espose loro un’altra parabola, dicendo: «Il regno dei cieli è simile a un granello di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo. Esso è il più piccolo di tutti i semi ma, una volta cresciuto, è più grande delle altre piante dell’orto e diventa un albero, tanto che gli uccelli del cielo vengono a fare il nido fra i suoi rami». Disse loro un’altra parabola: «Il regno dei cieli è simile al lievito, che una donna prese e mescolò in tre misure di farina, finché non fu tutta lievitata». Tutte queste cose Gesù disse alle folle con parabole e non parlava ad esse se non con parabole, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». Poi congedò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si avvicinarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell’uomo. Il campo è il mondo e il seme buono sono i figli del Regno. La zizzania sono i figli del Maligno e il nemico che l’ha seminata è il diavolo. La mietitura è la fine del mondo e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti quelli che commettono iniquità e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, ascolti!».

I testi che la liturgia ci propone per questa sedicesima domenica del tempo ordinario sono ricchissimi, sia dal punto di vista della mole che del contenuto. Proprio per questo, a partire da essi, si potrebbero sviluppare innumerevoli tematiche, col rischio però, nel commento, di disperdersi.

Per evitare tale pericolo, focalizziamo l’attenzione in modo specifico sulla cosiddetta “parabola della zizzania” (Mt 13,24-30), stando bene attenti però a non scivolare immediatamente dalla parabola vera e propria alla sua spiegazione (Mt 13,36-43), che forse, per deformazione (cattolica), ci è più nota. Quest’ultima infatti ha tutt’altri intenti e tutt’altre finalità rispetto alla parabola e punta interamente l’interesse sulla tematica della fine del mondo; tematica che invece nella parabola occupa solo lo spazio di mezzo versetto (il 30b «al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio») e che dunque non ne costituisce di certo il centro.

Precisato l’intento di concentrarsi soprattutto sulla parabola della zizzania, va chiarita in primo luogo la sua collocazione; essa infatti non è casuale, ma davvero significativa per la comprensione: siamo al capitolo 13 del Vangelo di Matteo, ai versetti 24-30, e cioè immediatamente dopo la spiegazione della parabola di domenica scorsa: quella del seminatore. Ciò che risulta così interessante è il fatto che mentre quella terminava con il riferimento al terreno buono («Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta», Mt 13,23), questa inizia con la menzione del seme buono («Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo», Mt 13,24). Questo richiamarsi così evidente delle due parabole ha una motivazione ben precisa: il fatto cioè che la problematica della seconda è in qualche modo lo sviluppo dell’esito della prima. Mentre in quella infatti si concludeva sottolineando la responsabilità dell’uomo (dei terreni) per la fecondità del seme, in questa nasce una domanda nuova: Perché da un seme buono e da un terreno buono, da cui dobbiamo aspettarci ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta, non viene solo un frutto buono, ma anche dell’altro?

sabato 16 luglio 2011

XVI domenica del Tempo Ordinario: La parabola della zizzania

I testi che la liturgia ci propone per questa sedicesima domenica del tempo ordinario sono ricchissimi, sia dal punto di vista della mole che del contenuto. Proprio per questo, a partire da essi, si potrebbero sviluppare innumerevoli tematiche, col rischio però, nel commento, di disperdersi.


Per evitare tale pericolo, focalizziamo l’attenzione in modo specifico sulla cosiddetta “parabola della zizzania” (Mt 13,24-30), stando bene attenti però a non scivolare immediatamente dalla parabola vera e propria alla sua spiegazione (Mt 13,36-43), che forse, per deformazione (cattolica), ci è più nota. Quest’ultima infatti ha tutt’altri intenti e tutt’altre finalità rispetto alla parabola e punta interamente l’interesse sulla tematica della fine del mondo; tematica che invece nella parabola occupa solo lo spazio di mezzo versetto (il 30b «al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio») e che dunque non ne costituisce di certo il centro.

Precisato l’intento di concentrarsi soprattutto sulla parabola della zizzania, va chiarita in primo luogo la sua collocazione; essa infatti non è casuale, ma davvero significativa per la comprensione: siamo al capitolo 13 del Vangelo di Matteo, ai versetti 24-30, e cioè immediatamente dopo la spiegazione della parabola di domenica scorsa: quella del seminatore. Ciò che risulta così interessante è il fatto che mentre quella terminava con il riferimento al terreno buono («Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta», Mt 13,23), questa inizia con la menzione del seme buono («Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo», Mt 13,24). Questo richiamarsi così evidente delle due parabole ha una motivazione ben precisa: il fatto cioè che la problematica della seconda è in qualche modo lo sviluppo dell’esito della prima. Mentre in quella infatti si concludeva sottolineando la responsabilità dell’uomo (dei terreni) per la fecondità del seme, in questa nasce una domanda nuova: Perché da un seme buono e da un terreno buono, da cui dobbiamo aspettarci ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta, non viene solo un frutto buono, ma anche dell’altro?

Perché cioè, sembra domandare la parabola, neanche quando la Parola di Dio (il buon seme) si incontra in modo fecondo con l’uomo (il buon terreno), il problema dell’ambiguità della storia è risolto? Perché anche nel fruttuoso incontro dell’uomo con Dio rimangono zone d’ombra, interstizi imputriditi, spazi di aridità?

Ma non solo! La parabola infatti sembra suscitare anche tutta un’ulteriore serie di interrogativi: Come va identificata la zizzania? Da dove viene? Chi è quello che Gesù chiama “un nemico”? E soprattutto: Che cosa bisogna fare?

Andiamo con ordine...

Innanzitutto va evitata quella lettura (ereticheggiante) secondo la quale grano e zizzania rappresenterebbero la divisione fra buoni e cattivi. La questione infatti è più radicale: la zizzania non sono i malvagi, ma il male in senso forte, quello che non può essere trasformato in bene, ma che resta male radicale. Ecco dunque il problema vero: perché c’è il male, nonostante il seme buono e il terreno buono?

La parabola espone questo problema ponendo in bocca ai servi due domande: «Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?». La prima questione cade nel vuoto. Il padrone infatti alla prima domanda, che metteva in discussione la bontà del seme (che cioè poneva la possibilità dell’origine del male in Dio stesso), non risponde: è già stato detto che il seme era buono. La seconda questione riceve invece una risposta: «Un nemico ha fatto questo!»; ma è una risposta che non soddisfa; non scioglie la gravità del problema e anzi suscita ancora maggiori interrogativi: Chi è questo nemico? È un nemico che si può sconfiggere? Cosa bisogna fare?

Ma la parabola di tutte queste problematiche sembra disinteressarsi. Essa non dà risposta. Il suo interesse è altrove, nella nuova domanda dei servi: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?».

È a partire da qui infatti che si snoda il proseguimento della parabola, facendo di questa domanda il centro di interesse vero di chi racconta e di chi ascolta: il problema è infatti che cosa fare di fronte al male che c’è; di fronte al male che c’è nonostante terra buona e seme buono si incontrino.

La soluzione proposta dai servi – «Vuoi che andiamo a raccoglierla?» – la soluzione cioè dell’eliminazione, è ancora nella prospettiva di chi divide il mondo in buoni o cattivi, in giusti e ingiusti, in puri e impuri, con l’implicita premessa di sapere distintamente chi sono i bravi (noi) e chi i cattivi (gli altri) e con la apparentemente ovvia e necessaria conseguenza dell’estirpazione... è la stessa logica dei discepoli quando, di fronte alla non accoglienza di Gesù da parte di un villaggio di Samaria, avevano esclamato: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» (Lc 9,54).

È la modalità che immediatamente verrebbe naturale anche a noi. Ed in effetti non manca di una sua coerenza interna: togliere la zizzania infatti appare inevitabile per la crescita del grano; essa rischia di soffocarlo, di rubargli nutrimento, luce, aria e dunque vita! Non è una proposta assurda dunque quella dei servi: per la vita del grano, perché possa crescere più vigoroso, solido, robusto, è meglio che gli sia strappata intorno l’erbaccia che lo opprime... anche a rischio di strappare un po’ di grano – ci verrebbe da dire...

Eppure... questo discorso che a noi pare così lineare riceve nella parabola un duro rifiuto: «No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme». Per il padrone di casa è meglio che zizzania e grano crescano insieme! Conosce di certo le nostre obiezioni: il rischio che il grano soffochi, che faccia più fatica a crescere e a svilupparsi... Eppure preferisce correre questo rischio che percorrere la strada dell’estirpazione. In essa infatti il pericolo è ancora più realistico: «che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano».

È dunque la salvaguardia del grano il principio che guida la scelta del padrone!

Alla logica dei servi – così simile a quella di Caifa per cui «È meglio che un uomo solo muoia per il popolo» (Gv 18,14) – che una parte di grano sia strappata per la buona crescita del restante, Gesù contrappone quella della salvaguardia della singolarità preziosa di ciascuno. Il Dio di Gesù è fatto così: non ragiona secondi i calcoli economici del massimo profitto (per cui val la pena a volte anche sacrificare qualcosa/qualcuno per una rendita maggiore – come di fatto funziona il nostro mondo), ma secondo quelli della massima cura di ogni singolo uomo: «Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. La tua forza infatti è il principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti» (Sap 12,13.16).

Ma resta ancora qualcosa da dire... infatti, fatta salva la cura della singolarità di ognuno, resta il problema di questo “rimanere” della zizzania... Se essa rappresenta il male (il male che c’è in ciascuno di noi e nel mondo in generale) perché non va estirpato? La nostra singolarità non sarebbe ancora più custodita se il male fosse eliminato? Gesù non era venuto proprio per liberarci da esso? Sicuramente sì... E di fatti “tenere” la zizzania non vuol dire accettare un compromesso col male, un rassegnarsi inoperoso alla sua presenza (in noi e nel mondo), ma è un prendere coscienza serio della realtà: la zizzania che rimane nel campo è come una fotografia della storia, un invito a uno sguardo lucido su di essa che porti alla consapevolezza dell’ambiguità dei percorsi umani che accompagna tutta l’esistenza e che va assunta.

E l’ambiguità è questa: che come non si può dividere l’umanità in buoni e cattivi, allo stesso modo non si può neanche col bisturi separare nel nostro cuore il limpido dal torbido, il chiaro dall’ombroso... e non perché l’uno non possa esserci senza l’altro (quasi che il male fosse necessario al bene), ma perché ogni bene è bene storico, si dà cioè in una storia, che ha un prima e un dopo, una germinazione silente e un futuro incerto, che impedisce qualsiasi assolutizzazione o fissazione, foss’anche del momento più bello della vita. Per usare un’immagine: non possiamo pensare la nostra vita personale e la vita del mondo in generale come una linea retta in cui, in una progressione continua, man mano estirpiamo questo male, questo difetto, questo limite... per arrivare ad “essere apposto”. Ad ogni istante infatti si ripropone per l’uomo la questione fondamentale della sua esistenza: l’inevitabile domanda su chi egli sia e dunque l’inevitabile scelta su chi egli voglia essere. E seppure è vero che tale questione, nel procedere della vita, è posta in modo diverso, con soglie che come regali a volte si schiudono, e che dunque – come dice Paolo – man mano, «colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito», all’uomo rimane sempre comunque l’inesauribile problema di se stesso, di farsi e costruirsi, di scegliere se esser-ci o auto-distruggersi, di vivere o di morire...

Ecco cos’è dunque il campo di grano con la zizzania: la fotografia della realtà, di come siamo fatti, della storicità della costruzione della vita! Perché nessuna assolutizzazione (nel male e nel bene) interrompa il farsi dell’uomo...

E per concludere... e forse, per chiarire... un piccolo stralcio del libro L’ultimo giro di giostra di T.Terzani, il quale nelle pagine finali, dopo aver raccontato della scoperta di avere un cancro e di tutto il viaggio interiore che questo l’ha portato a fare, commenta:

«Un lieto fine per questo?

E che cos’è lieto, in un fine? E perché tutte le storie ne debbono avere uno? E quale sarebbe un lieto fine per la storia del viaggio che ho appena raccontato? “... e visse felice e contento”? Ma così finiscono le favole che sono fuori dal tempo, non le storie della vita che il tempo comunque consuma. E poi chi giudica ciò che è lieto e ciò che non è? E quando?

A conti fatti anche tutto il malanno di cui ho scritto è stato un bene o un male? È stato, e questo è l’importante. È stato, e con questo mi ha aiutato, perché senza quel malanno non avrei mai fatto il viaggio che ho fatto, non mi sarei mai posto le domande che, almeno per me, contavano.

Questa non è un’apologia del male o della sofferenza – e a me ne è toccata ancora poca. È un invito a guardare il mondo da un diverso punto di vista».

venerdì 18 luglio 2008

La zizzania lasciata è la salvaguardia dell'esser-ci storico dell'uomo

I testi che la liturgia ci propone per questa XVI domenica del tempo ordinario sono ricchissimi, sia dal punto di vista della mole che del contenuto. Proprio per questo, a partire da essi, si potrebbero sviluppare innumerevoli tematiche, col rischio però, nel commento, di disperdersi.
Per evitare tale pericolo, focalizziamo l’attenzione in modo specifico sulla cosiddetta “parabola della zizzania” (Mt 13,24-30), stando bene attenti però a non scivolare immediatamente dalla parabola vera e propria alla sua spiegazione (Mt 13,36-43), che forse, per deformazione (cattolica), ci è più nota. Quest’ultima infatti ha tutt’altri intenti e tutt’altre finalità rispetto alla parabola e punta interamente l’interesse sulla tematica della fine del mondo; tematica che invece nella parabola occupa solo lo spazio di mezzo versetto (il 30b «al momento della mietitura dirò ai mietitori: Raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponètelo nel mio granaio») e che dunque non ne costituisce di certo il centro.
Precisato l’intento di concentrarsi soprattutto sulla parabola della zizzania, va chiarita in primo luogo la sua collocazione; essa infatti non è casuale, ma davvero significativa per la comprensione: siamo al capitolo 13 del Vangelo di Matteo, ai versetti 24-30, e cioè immediatamente dopo la spiegazione della parabola di domenica scorsa: quella del seminatore. Ciò che risulta così interessante è il fatto che mentre quella terminava con il riferimento al terreno buono («Quello seminato nella terra buona è colui che ascolta la parola e la comprende; questi dà frutto e produce ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta», Mt 13,23), questa inizia con la menzione del seme buono («Il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo», Mt 13,24). Questo richiamarsi così evidente delle due parabole ha una motivazione ben precisa: il fatto cioè che la problematica della seconda è in qualche modo lo sviluppo dell’esito della prima. Mentre in quella infatti si concludeva sottolineando la responsabilità dell’uomo (dei terreni) per la fecondità del seme, in questa nasce una domanda nuova: perché da un seme buono e da un terreno buono, da cui dobbiamo aspettarci ora il cento, ora il sessanta, ora il trenta, non viene solo un frutto buono, ma anche dell’altro?
Perché cioè, sembra domandare la parabola, neanche quando la Parola di Dio (il buon seme) si incontra in modo fecondo con l’uomo (il buon terreno), il problema dell’ambiguità della storia è risolto? Perché anche nel fruttuoso incontro dell’uomo con Dio rimangono zone d’ombra, interstizi imputriditi, spazi di aridità?
Ma non solo! La parabola infatti sembra suscitare anche tutta un’ulteriore serie di interrogativi: come va identificata la zizzania? Da dove viene? Chi è quello che Gesù chiama un nemico? E soprattutto: Che cosa bisogna fare?
Andiamo con ordine...
Innanzitutto va evitata quella lettura (ereticheggiante) secondo la quale grano e zizzania rappresenterebbero la divisione fra buoni e cattivi. Che non sia questa l’intenzione di Gesù lo si capisce aguzzando la vista e facendo una piccola osservazione: se Gesù qui avesse voluto parlare dei peccatori, avrebbe utilizzato sicuramente un’altra immagine, qualcosa di convertibile in altro. Gesù infatti quando parla dei peccatori o si rapporta con loro, li pensa sempre come convertibili, come coloro cioè che possono trasformarsi in figli della luce, in malati che con l’aiuto del medico possono trasformarsi in sani (Mt 9,12), in pecore perdute che con la ricerca del pastore possono essere ritrovate (Lc 15,4-7); la zizzania invece è un’immagine che non rimanda a questa convertibilità; è troppo statica: e infatti, per quanto possa assomigliare al grano, non potrà mai trasformarsi in esso!
Conoscendo perciò l’insistenza con cui il NT ribadisce la sempre possibile convertibilità del peccatore, non si può qui ammettere una lettura che interpreti l’immagine della zizzania come un simbolo dei peccatori. Il referente deve essere altro.
E la questione infatti è più radicale: la zizzania non sono i malvagi, ma il male in senso forte, quello che non può essere trasformato in bene, ma che resta male radicale.
Ecco dunque il problema vero: perché c’è il male, nonostante il seme buono e il terreno buono?
La parabola espone questo problema ponendo in bocca ai servi due domande: «Signore, non hai seminato del buon seme nel tuo campo? Da dove viene la zizzania?».
La prima questione cade nel vuoto. Il padrone infatti alla prima domanda, che metteva in discussione la bontà del seme (che cioè poneva la possibilità dell’origine del male in Dio stesso), non risponde: è già stato detto che il seme era buono.
La seconda questione riceve invece una risposta: «Un nemico ha fatto questo!»; ma è una risposta che non soddisfa; non scioglie la gravità del problema e anzi suscita ancora maggiori interrogativi: chi è questo nemico? È un nemico che si può sconfiggere? Cosa bisogna fare?
Ma la parabola di tutte queste problematiche sembra disinteressarsi. Essa non dà risposta. Il suo interesse è altrove, nella nuova domanda dei servi: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?».
È a partire da qui infatti che si snoda il proseguimento della parabola, facendo di questa domanda il centro di interesse vero di chi racconta e di chi ascolta: il problema è infatti che cosa fare di fronte al male che c’è? Di fronte al male che c’è nonostante terra buona e seme buono si incontrino?
La soluzione proposta dai servi – «Vuoi che andiamo a raccoglierla?» – la soluzione cioè dell’eliminazione, è ancora nella prospettiva di chi divide il mondo in buoni o cattivi, in giusti e ingiusti, in puri e impuri, con l’implicita premessa di sapere distintamente chi sono i bravi (noi) e chi i cattivi (gli altri) e con la apparentemente ovvia e necessaria conseguenza dell’estirpazione... è la stessa logica dei discepoli quando, di fronte alla non accoglienza di Gesù da parte di un villaggio di Samaria, avevano esclamato: «Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?» (Lc 9,54).
È la modalità che immediatamente verrebbe naturale anche a noi. Ed in effetti non manca di una sua coerenza interna: togliere la zizzania infatti appare inevitabile per la crescita del grano; essa rischia di soffocarlo, di rubargli nutrimento, luce, aria e dunque vita! Non è una proposta assurda dunque quella dei servi: per la vita del grano, perché possa crescere più vigoroso, solido, robusto, è meglio che gli sia strappata intorno l’erbaccia che lo opprime... anche a rischio di strappare un po’ di grano – ci verrebbe da dire...
Eppure... questo discorso che a noi pare così lineare riceve nella parabola un duro rifiuto: «No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano. Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme». Per il padrone di casa è meglio che zizzania e grano crescano insieme! Conosce di certo le nostre obiezioni: il rischio che il grano soffochi, che faccia più fatica a crescere e a svilupparsi... Eppure preferisce correre questo rischio che percorrere la strada dell’estirpazione. In essa infatti il pericolo è ancora più realistico: che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano.
È dunque la salvaguardia del grano il principio che guida la scelta del padrone!
Alla logica dei servi, così simile a quella di Caifa per cui «È meglio che un uomo solo muoia per il popolo» (Gv 18,14), che una parte di grano sia strappata per la buona crescita del restante, Gesù contrappone quella della salvaguardia della singolarità preziosa di ciascuno. Il Dio di Gesù è fatto così: non ragiona secondi i calcoli economici del massimo profitto (per cui val la pena a volte anche sacrificare qualcosa/qualcuno per una rendita maggiore – come di fatto funziona il nostro mondo), ma secondo quelli della massima cura di ogni singolo uomo: «Non c’è Dio fuori di te, che abbia cura di tutte le cose, perché tu debba difenderti dall’accusa di giudice ingiusto. La tua forza infatti è il principio della giustizia, e il fatto che sei padrone di tutti, ti rende indulgente con tutti» (Sap 12,13.16).
Ma resta ancora qualcosa da dire... infatti, fatta salva la cura della singolarità di ognuno, resta il problema di questo “rimanere” della zizzania...
Se la zizzania nella parabola rappresentasse i cattivi, i peccatori, i malvagi, si potrebbe ancora capire il desiderio di Gesù di non estirparli: dicevamo, per lui sono sempre convertibili.
Ma se – come abbiamo detto – la zizzania rappresenta il male (il male che c’è in ciascuno di noi e nel mondo in generale) perché non va estirpato? La nostra singolarità non sarebbe ancora più custodita se il male fosse eliminato? Gesù non era venuto proprio per liberarci da esso? Sicuramente sì...
E di fatti “tenere” la zizzania non vuol dire accettare un compromesso col male, un rassegnarsi inoperoso alla sua presenza (in noi e nel mondo), ma è un prendere coscienza serio della realtà: la zizzania che rimane nel campo è come una fotografia della storia, un invito a uno sguardo lucido su di essa che porti alla consapevolezza dell’ambiguità dei percorsi umani che accompagna tutta l’esistenza e che va assunta.
E l’ambiguità è questa: che come non si può dividere l’umanità in buoni e cattivi, allo stesso modo non si può neanche col bisturi separare nel nostro cuore il limpido dal torbido, il chiaro dall’ombroso... e non perché l’uno non possa esserci senza l’altro (quasi che il male fosse necessario al bene), ma perché ogni bene è bene storico, si dà cioè in una storia, che ha un prima e un dopo, una germinazione silente e un futuro incerto, che impedisce qualsiasi assolutizzazione o fissazione, foss’anche del momento più bello della vita.
Per usare un’immagine: non possiamo pensare la nostra vita personale e la vita del mondo in generale come una linea retta in cui, in una progressione continua, man mano estirpiamo questo male, questo difetto, questo limite... per arrivare ad “essere apposto”.
Ad ogni istante infatti si ripropone per l’uomo la questione fondamentale della sua esistenza: l’inevitabile domanda su chi egli sia e dunque l’inevitabile scelta su chi egli voglia essere. E seppure è vero che tale questione, nel procedere della vita, è posta in modo diverso, con soglie che come regali a volte si schiudono, e che dunque – come dice Paolo – man mano, «colui che scruta i cuori sa che cosa desidera lo Spirito», all’uomo rimane sempre comunque l’inesauribile problema di se stesso, di farsi e costruirsi, di scegliere se esser-ci o auto-distruggersi, di vivere o di morire...
Ecco cos’è dunque il campo di grano con la zizzania: la fotografia della realtà, di come siamo fatti, della storicità della costruzione della vita! Perché nessuna assolutizzazione (nel male e nel bene) interrompa il farsi dell’uomo...
E per concludere... e forse, per chiarire... un piccolo stralcio del libro L’ultimo giro di giostra di T.Terzani, il quale nelle pagine finali, dopo aver raccontato della scoperta di avere un cancro e di tutto il viaggio interiore che questo l’ha portato a fare, commenta:
«Un lieto fine per questo?
E che cos’è lieto, in un fine? E perché tutte
le storie ne debbono avere uno? E quale sarebbe un lieto fine per la storia del
viaggio che ho appena raccontato? “... e visse felice e contento”? Ma così
finiscono le favole che sono fuori dal tempo, non le storie della vita che il
tempo comunque consuma. E poi chi giudica ciò che è lieto e ciò che non è? E
quando?
A conti fatti anche tutto il malanno di cui ho scritto è stato un
bene o un male? È stato, e questo è l’importante. È stato, e con questo mi ha
aiutato, perché senza quel malanno non avrei mai fatto il viaggio che ho fatto,
non mi sarei mai posto le domande che, almeno per me, contavano.
Questa non è
un’apologia del male o della sofferenza – e a me ne è toccata ancora poca. È un
invito a guardare il mondo da un diverso punto di vista»
.

Il tempo della pazienza: il male nel cuore di Dio!

il tempo della pazienza
il rapporto con il Dio rivelato da Gesù è così intrecciato con il nostro atteggiamento profondo verso le vicende della terra e il mistero dell’uomo, da fondersi in un’unica tensione o passione interiore, che tiene insieme i due termini. La benevolenza di Dio verso il mondo, la sua infinita apertura di cuore alla resistenza dell’uomo, la sua scandalosa tenerezza nel tenersi in cuore i ribelli al suo affetto, ci sono rivelati nel… seminatore della prima parabola, ostinatamente convinto che la terra, anche arida, spinosa o calpestata… va inondata di messaggi d’amore!
Come dice la Sapienza “tu hai cura di tutte le cose… le governi con indulgenza… inoltre hai reso i tuoi figli pieni di dolce speranza, perché tu concedi dopo i peccati la possibilità di pentirsi”. La storia è il tempo della pazienza senza limiti né scadenze, se non nella dolce speranza del perdono! Questi sono i misteri implosi nella fondazione del mondo, che Gesù con queste parabole vuol fare emergere come l’eruzione della lava da un vulcano. S. Gerolamo traduce: eructabo abscondita a constitutione mundi – erutterò i segreti nascosti nella fondazione (dell’universo!)
… ma non avevi seminato buon seme: da dove viene il male?!
Non è un seminatore ingenuo! la sua Parola non censura il male, i malvagi, le sofferenze, il dolore. Ma la sua infinita paziente benevolenza si affida alla terra (all’avventura della storia umana) anche se è dura, refrattaria e ostile. Questo padrone del campo accoglie dolcemente lo scandalo dei “buoni zelanti” (da dove viene dunque la zizzania!?), ma nega decisamente che male e bene si possano chirurgicamente separare nel suo campo che è il mondo! Così la prima parabola (la parabola madre del seminatore) ha subito una precisazione fondamentale in questa seconda parabola dell’agricoltore che affronta il problema della promiscuità del bene e del male nel mondo: questa parabola della zizzania segna forse la differenza qualitativa più determinante rispetto a qualsiasi altra religione o filosofia o interpretazione del mondo. Non per niente già si intravvede la chiave dì interpretazione della salvezza finale di questo Seme/Parola, mandato dal Padre nel mondo: la croce! era già nelle radici dell’universo, nei misteri nascosti fin dall’origine del mondo, che sono da sempre le domande angosciose dell’uomo sulla terra, domande sorprendentemente rivelate adesso, per farci capire come cresce il regno di Dio nella storia…
4… perché il male è così grande e forte e si abbarbica alle radici del bene e tende a soffocarlo, non solo fuori, ma dentro di noi?
4… perché il bene è così piccolo, inconsistente, esposto a tutte le prepotenze e malvagità?
4… perché quel poco di bene che ci riesce di fare è improponibile – o persino giudicato impuro, cioè fuori dalle regole stabilite?
ecco le tre parabole!
La parabola della zizzania ci fa tornare alla terra di cui siamo fatti: il campo è il mondo (e nel mondo, il cuore dell’uomo!). Non c’è battesimo, né grazia, né chiesa che ci trasporti automaticamente in un altro campo, dove ci sia solo frumento! Un’illusione drammatica ci ha chiuso gli occhi e il cuore infinite volte nella storia della nostra chiesa e nella povera biografia spirituale di ognuno. Contro il comandamento del Contadino abbiamo “sradicato” o “osteggiato” quanti pensavano o vivevano diversamente. L’istinto di potenza, presente nel cuore dell’uomo e di ogni istituzione, si moltiplica all’infinito non appena un uomo prepotente o pauroso diventa credente… Allora tutto si giustifica, perché “Dio è con noi!” (come c’era scritto sulle cinture delle SS). Sradicare il male in nome di Dio! È la cultura del nemico che ci impregna dalle origini dell’umanità! Che fatica a interiorizzare il monito del Padrone del campo: lasciate che crescano insieme! la fede del discepolo si contorce tra pulsioni di aggressività e voglia di mitezza, complessi di inferiorità (il suo regno è il più piccolo di tutti i semi) e di superiorità (ha dalla sua tutte le premesse e pretese dell’albero più grande!)- Ma il problema parte dal cuore di ognuno. Come aver vergogna della propria debolezza, peccato e tradimento, e credere insieme che lì abita la grazia del Signore? Come imparare a credere che il male non è una “cosa” o “un altro”, estraneo o intruso, … ma è una persona che sta male, e non riesce a crescere!-… Sono io, quando tradisco l’amore e la verità – e per ritorsione voglio eliminarne la mia vergogna nell’altro – proiettando la colpa su di lui. Ma così aumento il suo male e il mio, in una catena amara di sinergia malefica!
Lasciate che male e bene crescano insieme!
… un obiettivo troppo difficile per noi! Bisognerebbe avere libertà interiore, fiducia, distacco da sé, amore disarmato, affettuoso e tenero verso chi ci è intorno… per sopportare senza ritorsioni che ognuno faccia la sua strada, magari non buona. Che ci contrasti, magari con prepotenza… E poi rimanere, anche con il cuore trafitto, dolcemente sicuri del “proprio bene” (…perché il Padre vostro che vede nel segreto vi ricompenserà!). S. Paolo ha provato questo dramma che lo lacerava, tra i doveri educativi e pastorali che richiedono interventi decisi e severi… e l’inerme consegna di sé ai persecutori. Ed ha sperimentato che il vero dramma è dentro di noi: perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma solo confortati, secondo la promessa di Gesù, da un consolatore: lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili…
Per prevenire ogni infiltrazione di volontà di potenza nei suoi discepoli (e nella sua chiesa) Gesù lancia un altro simbolo: cosa c’è di più piccolo di un granello di senapa? Nelle gare o competizioni mondane in cui pure la chiesa rimane sovente invischiata, dovrebbe comunque desiderare di arrivare sempre ultima: è la più piccola di tutti i semi… Non deve illudersi che sia la prestanza e l’eccellenza degli strumenti di diffusione del vangelo ad ottenere più efficacia, perché i mezzi potenti hanno la logica della potenza, che è la sopraffazione e avvelenano il Vangelo e il suo annunciatore crocifisso.
Il lievito, nella cultura rituale ebraica, è impasto di pane andato a male, dunque impuro, una putrefazione. Per di più è una “donna” (anche lei impura al culto) che lo immette nella pasta del mondo, finché tutto fermenta. Scribi e farisei di ogni chiesa scelgono il buono e rifiutano l’impuro. Invece il Regno cresce così, con il fermento del “bene” andato a male (secondo i criteri mondani e religiosi), e rifiutato dalla gente… Mentre infinite turbe di donne, di piccoli e di impuri nei sotterranei segreti delle fondamenta della storia (del Regno) trasformano la segregazione in amore.
spiegaci la parabola della zizzania nel campo!
“era troppo per la chiesa nascente!”. È troppo anche per noi e per qualsiasi comunità e famiglia… (e infatti facciamo il contrario!”). I discepoli, in confidenza, domandano: ma come si può educare, catechizzare, separare i malvagi dai buoni, gli altri dai nostri… la verità dalla falsità, con questi criteri panagapici (tutto è amore … o lo sarà!) che Gesù propone come costitutivi del regno?! (dove ogni persona è da amare e custodire e accudire? e niente da estirpare?). Spaventati, i discepoli si fanno rispiegare la parabola. Anche la spiegazione è Vangelo ovviamente, ma ribadisce ancora la radicale sconcertante inaccoglibile profezia del Regno. La parabola non è da leggere alla luce della spiegazione, ma la spiegazione alla luce della parabola. La sfida infatti è rilanciata ancora una volta al cristiano immerso nella storia malata, e allo Spirito che lo conforta. Le soluzioni che sradicano… gli altri sono sempre prepotenza dell’uomo, non esigenza del seme, che è il Figlio dell’uomo, che ha dato la vita per noi!. Solo alla fine del mondo e della storia avverrà uno sradicamento del male dal bene, perché le “persone” avranno maturato e manifestato la loro vera identità… Ma ci penseranno gli angeli! Ogni anticipazione di discriminazione o condanna o scomunica… è concorrenza diabolica!
Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

I più letti in assoluto

Relax con Bubble Shooter

Altri? qui

Countries

Flag Counter