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martedì 1 aprile 2014

V Domenica di Quaresima


Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 37,12-14)

Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,8-11)

Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio. Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene. Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 11,1-45)

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui». Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!». Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo». Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro. Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare». Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Anche questa quinta domenica di Quaresima ci propone un brano di vangelo assai lungo e assai impegnativo: la risurrezione di Lazzaro. Anche questa domenica allora, preferisco non dilungarmi troppo e lasciare che a parlare sia la Parola. Accenno solo all’elemento che mi ha colpito di più… Il testo racconta di tutta la vicenda che riguarda la morte di un amico di Gesù, Lazzaro… una vicenda che – attraverso la notizia che raggiunge Gesù, il suo cammino per raggiungere Betania, i suoi dialoghi con i discepoli e con le sorelle Marta e Maria – arriva fino al miracolo della risurrezione…

Di fronte ad un episodio del genere, mi è venuto da pensare: “Io avrei subito fatto un’intervista a Lazzaro!”. Avrei voluto infatti sapere da lui cosa ha voluto dire morire e restare morto… Cosa ha sentito, cosa ha provato, cosa ha visto… sempre ammesso che qualcosa abbia sentito, provato e visto… E invece nel testo Lazzaro non dice niente! Niente! Né qui, né più avanti, quando Gesù tornerà in questa casa poco prima della sua morte.

A nessuno viene in mente di chiedergli niente! Com’è possibile??!!?? Passiamo tutta la vita preoccupati (angosciati?) dalla prospettiva che prima o poi tutti (tutti!) muoiono (anche i nostri cari, anche noi)… e quando c’è lì uno che è tornato indietro dal regno dei morti, non gli chiedono niente… Strano! Troppo strano! Ci deve essere una spiegazione…

E io credo sia questa: ancora una volta, al centro della scena c’è Gesù, non Lazzaro; c’è la sua Verità, non le nostre paure.

Come scrive un biblista – infatti – in questo testo «Alla base vi è senza dubbio un’antica tradizione su un miracolo di risurrezione compiuto da Gesù, nettamente riconoscibile anche entro gli sviluppi teologici del racconto giovanneo. Nel quale tuttavia alcuni particolari svolgono un’importante funzione interpretativa del “segno” operato da Gesù. […] Come sempre, Giovanni è fedele alla concretezza dei ricordi, anche se la sua massima aspirazione è quella di interpretarli per un’efficace educazione alla fede dei suoi lettori» [M. Làconi, il racconto di Giovanni, Cittadella Editrice, Assisi 1989, 219]. In gioco, allora, vi è nuovamente l’identità di Gesù. Esattamente come nel brano del cieco nato, che non a caso, fa da pendant con questo («Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato» / «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio»); anche qui infatti troviamo una confessione di fede su Gesù da parte, stavolta di Marta, accompagnato ad un dire qualcosa di sé da parte di Gesù stesso: «Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?”. Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”».

«L’atto di fede di Marta riprende tutti quelli che l’hanno preceduto: quello di Natanaele (1,49: “il Figlio di Dio, il Re d’Israele”), dei samaritani (4,29.41: “Il Messia… il Salvatore del mondo”), di Pietro (6,69: “Il Santo di Dio”), del cieco guarito (9,35-38: “Il Figlio dell’uomo”)» [Ivi, 228] e ci riporta al centro del testo: chi è Gesù? È colui che vince la morte!

Questo è quello che deve catturare la nostra attenzione. Questo è quello che cattura l’attenzione degli astanti. Questo è quello che Giovanni vuole sottolineare nel suo vangelo. Noi invece ce ne dimentichiamo perché lo diamo per scontato… talmente scontato che – se fossimo stati giornalisti – avremmo intervistato Lazzaro e non Gesù… talmente scontato che quasi non gli diamo più peso… forse anche perché il «… se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» di Marta e Maria «vale per tutti i morti, tanto più per quelli che non hanno neanche uno che li piange e che prega per loro! È un lamento che si può rivolgere solo a Dio. È il lamento che fonda ogni religione e la rende indistruttibile, come la morte che lo genera. Tiene viva la religione, ma ne è anche è la spina mortale, che la rende debole, sostanzialmente inaffidabile, perché non è nei poteri di Dio di impedire che gli uomini muoiano... E infatti continuano a morire, nonostante questa implorazione salga a Dio milioni di volte al giorno. E gli uomini ne concludono sempre più che… Dio è inaffidabile! Ancora una volta però il volto di Dio rivelato da Gesù (il volto di suo Padre, che solo lui conosce… e quelli a cui vuole rivelarlo!) non assomiglia per niente al volto del Dio che ci hanno trasmesso e pure rimane così difficilmente sradicabile dal nostro cuore» [Giuliano]. Infatti… In che modo Gesù è tutto questo?

«Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro», «Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosseprofondamente e, molto turbato, domandò: “Dove lo avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: “Guarda come lo amava!”. Ma alcuni di loro dissero: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?”. Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra».

«È buona cosa tener ben ferme queste tre coordinate dell’animo di Gesù: pianto, fremito interiore, turbamento… Non si tratta solo di arricchire la conoscenza profonda del Gesù storico, ma soprattutto di prendere contatto con quella veemenza vitale che si agita in Lui, da cui scaturirà irresistibile il prodigio» [M. Làconi, il racconto di Giovanni, Cittadella Editrice, Assisi 1989, 234]. È cioè perché ha questa empatia fortissima col dolore dell’uomo… (e delle donne, in particolare con Maria… la sua Maria – come si vedrà in Gv 12 e in Gv 20: Mentre infatti «Marta proclama di credere in Gesù Signore della vita (v. 22); Maria col suo atteggiamento prepara il gesto sovrumano di Gesù: col suo pianto provoca il pianto di Gesù (vv. 33-34), con le sue parole di amorevole protesta (v. 32: le stesse della sorella! [«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!»]) pone la premessa per il miracolo di risurrezione» » [M. Làconi, il racconto di Giovanni, Cittadella Editrice, Assisi 1989, 230])… è cioè perché ha questa empatia fortissima col dolore dell’uomo che Gesù può dargli la vita (in entrambi i sensi che può avere quest’espressione: non a caso siamo nell’anticamera del racconto della Passione!).

Ecco perché il volto di Dio rivelato da Gesù non è più quello inaffidabile della religione, ma quello affidabile della fede: «Gesù si oppone ad una specie di rassegnazione omertosa alle situazioni di malattia, di oppressione e schiavitù sociali o religiose o economiche… Non accetta l’acquiescenza all’insensatezza della morte, che anestetizza l’istintiva protesta elaborando il lutto attraverso razionalizzazioni e riti, ma che di fatto corrode la fiducia nella vita sbarrando all’amore il suo futuro. L’amore che cerca una strada per salvare a tutti i costi la vita non deve essere deviato nel mondo irreale dei sogni e delle ombre. […] La compagnia, la solidarietà, la compassione d’amore e d’amicizia sono il dono più grande che ci è fatto sulla terra, la spiaggia estrema della speranza. Perché hanno dentro appunto la pretesa mite e struggente della continuità (che i filosofi chiamano immortalità), altrettanto inestirpabile dentro di noi quanto la certezza della morte» [Giuliano]. Per questo, muore, amando i suoi fino alla fine! Non tradendo mai cioè la fede in quella continuità per cui l’amore è più forte della morte! E per questo Dio lo risusciterà… Perché in quell’amore lì, si riconoscerà in maniera definitiva. Ma che in quell’amore lì, Dio – suo Padre – si sarebbe riconosciuto, Gesù lo sapeva da sempre, perché sapeva che così era il Padre suo. Ecco perché può dire: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno». «Questa pretesa sbalorditiva è il cuore della vita e del messaggio di Gesù! La resurrezione di Lazzaro è solo l’occasione per la manifestazione del vero mistero di Gesù. Infatti quella di Lazzaro non è propriamente una risurrezione ma la rianimazione di un cadavere e Lazzaro non entra in un nuovo livello di vita (“eterna”, cioè non più mortale), ma morirà ancora! "La risurrezione della carne", che professiamo nel Credo, è " la vita eterna". Questo è il destino che ora Cristo restituisce all'uomo: non una rivivificazione (o una reincarnazione!), ma una pienezza di vita, la vita stessa di Dio! “Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi tu questo?” Tale rimane per sempre la domanda che assilla il cristiano e la chiesa dentro la storia di questo mondo, e sulla fede in “questo!” si decide e si qualifica la sua vita e la sua morte. Infatti è la fede in Cristo che riscatta dalla morte, ieri come oggi. Gesù è risuscitato per essere "il primogenito dei risorti", non un caso unico. Ha fondato con la sua morte una nuova solidarietà creaturale, un’appartenenza eterna che non sarà mai più insidiata dalla morte: […] "quel medesimo Spirito che ha risuscitato Gesù dai morti darà vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi" (Rm 8,11)» [Giuliano].

venerdì 27 settembre 2013

XXVI Domenica del Tempo Ordinario (C)


Dal libro del profeta Amos (Am 6,1.4-7)

Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali; bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (1Tm 6,11-16)

Tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio, il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo. A lui onore e potenza per sempre. Amen.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 16,19-31)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

La parabola del vangelo di Luca che la Chiesa ci propone in questa Ventiseiesima Domenica del Tempo Ordinario, è una di quelle che merita una spiegazione previa. Infatti il riferimento al povero Lazzaro «portato dagli angeli accanto ad Abramo» e al ricco epulone che stava «negli inferi fra i tormenti […] lontano», ci porta subito a pensare a quelli che noi abitualmente chiamiamo “paradiso” e “inferno” e rischia di farci fraintendere il tutto.

Sentendo infatti parlare di aldilà, di inferno e paradiso, di angeli e di tormenti, il contesto culturale cattolico in cui siamo immersi da quando nasciamo e cresciamo, fa scattare come un meccanismo automatico per cui non ascoltiamo più cosa dice davvero la parabola, ma ci fissiamo sul “già noto”, sulla necessità di comportarsi bene per “meritarsi” il paradiso, sull’imperativo di evitare il male per non finire all’inferno, identificando con “l’essere buoni” o “l’essere cattivi” qualcosa che da sempre ci dicono: una rigorosità morale in ambito sessuale, una puntualità legalistica nella partecipazione alle celebrazioni sacre, un ricordo (anche materiale) per i più poveri, ecc…

Questa prospettiva però – che probabilmente ha avuto una sua ragion d’essere in passato – oggi risulta un po’ riduttiva: ciò che infatti all’uomo odierno non risulta chiaro è il perché (o se volete il per chi) di tutti questi moniti e accorgimenti. In una società in cui l’aldilà non è più dato per scontato – come invece avveniva un tempo – la grande preoccupazione dei più infatti è molto più legata al “come tirare a campare nell’aldiqua” piuttosto che al come porsi per l’aldilà.

Questa prospettiva, che forse qualcuno giudicherà di cattivo auspicio, sottolineando come si sia persa la tensione per l’infinito, l’eterno, la cura dell’anima, ecc., in realtà ha la sua buona dose di bontà nella misura in cui arriva forse a cogliere meglio la prospettiva autentica con cui Gesù intendeva la parabola.

La preoccupazione di Gesù infatti – ad una lettura scevra dai nostri preconcetti sul paradiso e sull’inferno – non è affatto quella di delineare un’escatologia: qui Gesù non sta dicendo che c’è l’inferno, che è fatto in un determinato modo, che alcune tipologie di persone sicuramente ci finiranno… La sua preoccupazione è per la vita nell’aldiqua!

Certo, per descrivere il regno dei morti, usa la cultura del suo tempo, facendo riferimento agli inferi e agli angeli, ma con lo scopo di parlare della storia di questo nostro mondo, non di quell’altro.

È come se, a partire dalla prospettiva finale della vita di ciascuno, provasse a illuminarne il percorso, fissando quindi l’interesse non sulla meta, ma sul cammino da fare: come un regista, che a partire dall’idea di “lieto fine” che vuol dare al suo film, pensa a come raccontarne la trama…

Questo va detto, perché altrimenti le parole del vangelo di questa domenica (che – come vedremo – non sono per niente scontate rispetto alla nostra idea di aldilà e aldiqua), rischiano di scivolarci via senza nemmeno interpellarci, perché tanto – pensiamo – dell’escatologia cristiana sappiamo già tutto: sappiamo dell’inferno in cui vanno i cattivi, del paradiso in cui vanno i buoni, del purgatorio per i “così così” e di cosa si deve o non si deve fare per arrivarci.

E allora proviamo a far lo sforzo di lasciar da parte tutto quanto “già sappiamo” e di andare a leggere bene quel che dice Gesù.

La parabola appare divisa in tre parti:

1-      Nella prima è descritta la vita di «un uomo» che «era ricco» («indossava vestiti di porpora e di lino finissimo e ogni giorno si dava a lauti banchetti») e la vita di «un povero di nome Lazzaro» («stava alla sua porta [alla porta dell’uomo ricco], coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; anche i cani venivano a leccare le sue ferite»).

2-      Nella seconda – a mo’ di capovolgimento – è raccontata la morte di questi due uomini e la fine che fanno (ricordo che questa “fine” che fanno è all’interno del linguaggio parabolico, cioè di una finzione letteraria. Non si tratta della descrizione di Gesù di come è fatto il mondo dopo la morte). Tale “fine” indica implicitamente un giudizio sul primo quadro, cioè sulla vita che i due hanno vissuto da vivi.

Del povero si dice che «morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo». Del secondo che «morì e fu sepolto».

Il v. 23 fa da collegamento tra il II e il III quadro, quello del dialogo tra il ricco e Abramo.

Infatti dice: «Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro nel seno di lui». Per introdurre letterariamente il dialogo tra il ricco e Abramo viene dunque specificato che il ricco, che «morì e fu sepolto», discese agli inferi e lì vide Abramo (con Lazzaro), verso il quale si rivolge.

3-      La terza parte è infatti interamente occupata dal dialogo tra il ricco e Abramo, articolato in 3 botta e risposta, che analizzeremo in seguito.

Ciò che colpisce della prima e della seconda parte è la mancanza di riferimenti morali riguardanti la vita dei protagonisti: non si dice che il ricco fosse malvagio, né che il povero Lazzaro fosse buono. Si dice solo che l’uno «indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti» e che l’altro «stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe».

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che la colpa del ricco sta nel fatto che durante tutta la sua vita non ha fatto nulla per questo povero (non gli ha fatto l’elemosina!), pur sapendo della sua esistenza (era proprio lì, fuori da casa sua), ma in tutta la parabola non si fa cenno a questa colpa; perfino quando Gesù mette in bocca ad Abramo le parole di spiegazione per il ricco della situazione in cui si viene a trovare dopo morto («Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti») non v’è riferimento alcuno alla “mancata elemosina” o al fatto che il problema stia nel non essersi accorto e preso cura del povero seduto alla sua porta.

La questione quindi non sembra essere morale. Il ricco è nei tormenti non perché è cattivo, ma perché è ricco. E il povero è con Abramo, non perché era buono (non si sa, stando al testo!), ma perché era povero.

Questa è la paradossalità della parabola.

Ma prima di riprendere questa paradossalità – affrontando la III parte della parabola – un’annotazione sul versetto gancio tra le prime due parti e l’ultima. I versetti 22-23 contengono 3 parole, che messe una in fila all’altra, fanno un po’ sussultare: “morì”, “fu sepolto”, “negli inferi” (nell’Ade – termine usato solo qui e un’altra volta in Apocalisse, in tutto il NT)… che – se qualcuno ha in mente il Credo apostolico, sono le medesime parole che si riferiscono a Gesù: «morì e fu sepolto. Discese agli inferi»…

Ma torniamo alla parabola. La terza parte – dicevamo – è costituita dal dialogo (fittizio) tra il ricco e Abramo.

Il ricco prende la parola per primo, rivolgendo al padre dei credenti una richiesta gridata: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Il versetto (24) è interessante perché – al di là della connotazione scenografica “infernale”, che – lo ripetiamo – non va presa alla lettera come fosse una descrizione della realtà del dopo morte – funge da interpellazione (è cioè l’escamotage per attivare il dialogo) e perché mostra una punta polemica: il ricco – sentendo come parla – è un ebreo e nella finzione parabolica è, da morto, nei tormenti: il che vuol dire che l’essere ebrei non è garanzia di salvezza. Il criterio per il giudizio della vita nell’aldiqua sta altrove.

Questo “altrove” pare delinearsi nella risposta di Abramo: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti». Come si accennava in precedenza, non vi è alcun riferimento morale che Abramo pone a giustificazione della diversa collocazione di Lazzaro e del ricco… Sembra quasi che questo versetto 25 metta in luce un freddo e asettico contrappasso: ricchezza nell’aldiqua / tormenti nell’aldilà – povertà nell’aldiqua / consolazione nell’aldilà. Situazione accentuata dalle parole del v. 26, che dice la definitività di questa situazione: «Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi».

La questione sembra dunque tornare ad intrecciarsi con quella della settimana scorsa: il problema non è l’uso della ricchezza, ma l’intrinseca ingiustizia della ricchezza: è la ricchezza in sé che fa problema, non solo tutto ciò che vi è correlato.

La parabola dunque a mio parere non può essere ridotta ad un mero invito ad un corretto uso delle proprie ricchezze, ad un’esortazione ad accorgersi e ricordarsi (anche materialmente) dei poveri che ci sono nel mondo, ma va assunta come messa in discussione della propria realtà personale (e l’economia è indubbiamente uno dei pilastri centrali della vita di ciascuno): non tanto stigmatizzando un “tipo” umano tutto preso dal solo e avido interesse per l’accumulo di soldi e ricchezze, mai identificabile con me medesimo e perciò in grado di “farmi sentire apposto” dicendo: “Certo, io ho delle ricchezze, però non vivo solo per i soldi come quello lì e quello là. Ne faccio poi comunque buon uso, faccio anche donazioni per i poveri, sono generoso con gli amici e comunque non sono attaccato al denaro”.

Qua la questione è più radicale: Gesù – come in diversi altri passi («Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio», Lc 6,20; «Il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze», Mt 19,22; «Non potete servire Dio e la ricchezza», Mt 6,24; «la seduzione della ricchezza soffoca la Parola ed essa non dà frutto», Mt 13,22; «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio», Mt 19,24) – respinge da sé ciò che fra gli uomini è esaltato (cfr. Lc 16,15), proprio come Mosè e i Profeti cui la parabola rimanda nelle sue ultime due articolazioni.

La ricchezza è dunque abominevole, cioè – letteralmente – da respingere.

Questo è il messaggio duro (direi, la mazzata) che ci arriva in questa domenica. Ci sarebbe da spiegare il perché… ma la parabola non lo dice… forse perché vuole che la botta arrivi, forte, senza possibilità di annacquarla immediatamente con le nostre infinite buone ragioni.

domenica 10 aprile 2011

Vieni fuori!

Commento alle letture liturgiche della V Domenica di Quaresima (Anno A)

“Vieni fuori!” è il grido di Dio che oggi rivolge in Gesù Cristo a ciascuno di noi.

Ci sono situazioni storiche e personali in cui come popolo e come individui ci si può sentire come morti, ridotti a ossa scarnificate, bruciate dal sole arido della vita.
C’è un deserto nella nostra vita dove la vita sembra sparire e noi ci sentiamo ogni giorno di più senza quella vita che dà vita alla nostra vita. Ma la vita non è sparita si è solo nascosta, sotto mucchi di sabbia, sotto strati di roccia. E noi con lei. Basta venirne fuori! Ma come?

Fare l’esperienza del Dio della vita è fare esperienza della vita di Dio, spiega Giovanni riportando nel terzo capitolo il colloquio segreto tra Gesù e Nicodemo: È rinascere da un altro che si trova sopra di noi perché possiede da sempre quel gusto della vita che dà vita alla vita.

Fare l’esperienza della vita di Dio, come l’ha fatta il cieco nato, è come se i nostri occhi si aprissero ai colori della vita dopo una notte senza fine,. Anno dopo anno, giorno dopo giorno, la nostra vita può imprigionarsi nella mancanza di prospettive, nella paura di un futuro che non si vede più, e accecarsi alla luce e morire alla vita.
Eppure è possibile una sorta di nuova nascita alla vita. Come un collirio sugli occhi che consenta di vedere il mondo sotto una luce mai gustata prima.

Il risveglio di Lazzaro ci dice tutto questo.
Fare esperienza di un incontro che dà vita alla nostra morte è fare esperienza del fatto che eravamo spenti e ora bruciamo. È superare la malattia della disperazione, quella perenne prigionia della paura che ci condanna a rinchiuderci in un sepolcro in attesa della putrefazione.
Quando le bende che ci avvinghiano cadono e noi usciamo dal buco in cui ci siamo infilati, le viscere della terra non possono più tenerci prigioniere e noi siamo finalmente liberi.

Due parole si intersecano nel vangelo: malattia/morte da una parte e amore dall’altra. La malattia di Lazzaro (e nostra) e l’amore di Gesù per Lazzaro e le sue sorelle. Morte e amore sembrano sfidarsi e la malattia della morte sembra vincere. Ma l’amore non può lasciare nella morte. Perché l’amore è vita e perché la vita è l’amore.
Di cosa è morto Lazzaro? Per due volte il Vangelo ce lo dice: ce lo ricorda Marta prima e Maria dopo “se tu fossi stato qui Lazzaro non sarebbe morto…”: Lazzaro è morto di un amore che si era reso assente… Lazzaro e noi moriamo di un’amicizia che non riesce ad essere vissuta. Lazzaro e noi moriamo di un’assenza che non riesce a farsi presenza. Incontro.

Di questo Gesù sembra rendersi conto “solo” quando vede le lacrime di Maria e di chi ne condivideva il dolore di una presenza diventata assenza. L’amore di Maria per Lazzaro mostrano a Gesù, che ama Maria, quanto Gesù amasse Lazzaro e quanto Lazzaro amasse Gesù e Gesù si scopre amato da Maria e da Lazzaro. Ed è come se, scendendo nelle profondità del proprio cuore, si incontrasse nel suo amore per Lazzaro. E non può trattenersi dal pianto…
E questo pianto dell’uomo che provoca il pianto di Dio è l’amore che riporta all’amore della vita Lazzaro che si era ammalato per l’assenza dell’amato.
C’è qui in un solo comune pianto, in un solo gesto: “liberatelo”, in un solo grido: “vieni fuori”, tutta la storia che da Israele porta Dio sui sentieri del mondo. Tutta la storia – ciascuno potrebbe dire – della mia vita.

Noi “erriamo” quando pensiamo che la vita si trovi dopo la morte perché questo modo di vedere svuota la nostra vita di senso e toglie alla vita che viviamo il gusto di una speranza che gli dia fondamento. Ma se la vera vita fosse solo dopo la morte, che senso avrebbe vivere qui sulla terra? E non ci sarebbe mai potuto essere un mattino di Pasqua e noi non avremmo mai potuto accorgercene, anche se fosse avvenuto, se non potessimo fare un’esperienza di Dio in questa vita, un’esperienza di Dio tale da comprendere che cos’è la vita, al di là della paura della morte, al di là della finitezza, al di là dell’angustia e dell’angoscia di questo mondo. (E. Drewermann)

Questo grido “Vieni fuori!” vale per ciascuno di noi oggi, a prescindere da dove siamo e come siamo. Non importa la nostra età, non è mai troppo presto, non è mai troppo tardi per esperimentare che non ci sono due mondi, uno aldiquà e l’altro aldilà. Questa vita nuova che ci scorre nelle vene del corpo e dell’anima – ci dice san Paolo – è il nuovo principio che dà sapore alla nostra vita.

Credere vuol dire sapere, perché gustato, che tra cielo e terra, tra tempo ed eternità, tra umanità e divinità non ci sono più confini e c’è un unico luogo dove la vita dà gusto alla vita: Noi!

venerdì 8 aprile 2011

V Domenica di Quaresima: L’amore più forte della morte

Anche questa quinta domenica di Quaresima ci propone un brano di vangelo assai lungo e assai impegnativo: la risurrezione di Lazzaro. Anche questa domenica allora, preferisco non dilungarmi troppo e lasciare che a parlare sia la Parola. Accenno solo all’elemento che mi ha colpito di più… Il testo racconta di tutta la vicenda che riguarda la morte di un amico di Gesù, Lazzaro… una vicenda che – attraverso la notizia che raggiunge Gesù, il suo cammino per raggiungere Betania, i suoi dialoghi con i discepoli e con le sorelle Marta e Maria – arriva fino al miracolo della risurrezione…


Di fronte ad un episodio del genere, mi è venuto da pensare: “Io avrei subito fatto un’intervista a Lazzaro!”. Avrei voluto infatti sapere da lui cosa ha voluto dire morire e restare morto… Cosa ha sentito, cosa ha provato, cosa ha visto… sempre ammesso che qualcosa abbia sentito, provato e visto… E invece nel testo Lazzaro non dice niente! Niente! Né qui, né più avanti, quando Gesù tornerà in questa casa poco prima della sua morte.

A nessuno viene in mente di chiedergli niente! Com’è possibile??!!?? Passiamo tutta la vita preoccupati (angosciati?) dalla prospettiva che prima o poi tutti (tutti!) muoiono (anche i nostri cari, anche noi)… e quando c’è lì uno che è tornato indietro dal regno dei morti, non gli chiedono niente… Strano! Troppo strano! Ci deve essere una spiegazione…
E io credo sia questa: ancora una volta, al centro della scena c’è Gesù, non Lazzaro; c’è la sua Verità, non le nostre paure.

Come scrive un biblista – infatti – in questo testo «Alla base vi è senza dubbio un’antica tradizione su un miracolo di risurrezione compiuto da Gesù, nettamente riconoscibile anche entro gli sviluppi teologici del racconto giovanneo. Nel quale tuttavia alcuni particolari svolgono un’importante funzione interpretativa del “segno” operato da Gesù. […] Come sempre, Giovanni è fedele alla concretezza dei ricordi, anche se la sua massima aspirazione è quella di interpretarli per un’efficace educazione alla fede dei suoi lettori» [M. Làconi, il racconto di Giovanni, Cittadella Editrice, Assisi 1989, 219]. In gioco, allora, vi è nuovamente l’identità di Gesù. Esattamente come nel brano del cieco nato, che non a caso, fa da pendant con questo («Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato» / «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio»); anche qui infatti troviamo una confessione di fede su Gesù da parte, stavolta di Marta, accompagnato ad un dire qualcosa di sé da parte di Gesù stesso: «Gesù le disse: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?”. Gli rispose: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”».

«L’atto di fede di Marta riprende tutti quelli che l’hanno preceduto: quello di Natanaele (1,49: “il Figlio di Dio, il Re d’Israele”), dei samaritani (4,29.41: “Il Messia… il Salvatore del mondo”), di Pietro (6,69: “Il Santo di Dio”), del cieco guarito (9,35-38: “Il Figlio dell’uomo”)» [Ivi, 228] e ci riporta al centro del testo: chi è Gesù? È colui che vince la morte!

Questo è quello che deve catturare la nostra attenzione. Questo è quello che cattura l’attenzione degli astanti. Questo è quello che Giovanni vuole sottolineare nel suo vangelo. Noi invece ce ne dimentichiamo perché lo diamo per scontato… talmente scontato che – se fossimo stati giornalisti – avremmo intervistato Lazzaro e non Gesù… talmente scontato che quasi non gli diamo più peso… forse anche perché il «… se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!» di Marta e Maria «vale per tutti i morti, tanto più per quelli che non hanno neanche uno che li piange e che prega per loro! È un lamento che si può rivolgere solo a Dio. È il lamento che fonda ogni religione e la rende indistruttibile, come la morte che lo genera. Tiene viva la religione, ma ne è anche è la spina mortale, che la rende debole, sostanzialmente inaffidabile, perché non è nei poteri di Dio di impedire che gli uomini muoiano... E infatti continuano a morire, nonostante questa implorazione salga a Dio milioni di volte al giorno. E gli uomini ne concludono sempre più che… Dio è inaffidabile! Ancora una volta però il volto di Dio rivelato da Gesù (il volto di suo Padre, che solo lui conosce… e quelli a cui vuole rivelarlo!) non assomiglia per niente al volto del Dio che ci hanno trasmesso e pure rimane così difficilmente sradicabile dal nostro cuore» [Giuliano]. Infatti… In che modo Gesù è tutto questo?

«Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro», «Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: “Dove lo avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: “Guarda come lo amava!”. Ma alcuni di loro dissero: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?”. Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra».

«È buona cosa tener ben ferme queste tre coordinate dell’animo di Gesù: pianto, fremito interiore, turbamento… Non si tratta solo di arricchire la conoscenza profonda del Gesù storico, ma soprattutto di prendere contatto con quella veemenza vitale che si agita in Lui, da cui scaturirà irresistibile il prodigio» [M. Làconi, il racconto di Giovanni, Cittadella Editrice, Assisi 1989, 234]. È cioè perché ha questa empatia fortissima col dolore dell’uomo… (e delle donne, in particolare con Maria… la sua Maria – come si vedrà in Gv 12 e in Gv 20: Mentre infatti «Marta proclama di credere in Gesù Signore della vita (v. 22); Maria col suo atteggiamento prepara il gesto sovrumano di Gesù: col suo pianto provoca il pianto di Gesù (vv. 33-34), con le sue parole di amorevole protesta (v. 32: le stesse della sorella! [«Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!»]) pone la premessa per il miracolo di risurrezione» » [M. Làconi, il racconto di Giovanni, Cittadella Editrice, Assisi 1989, 230])… è cioè perché ha questa empatia fortissima col dolore dell’uomo che Gesù può dargli la vita (in entrambi i sensi che può avere quest’espressione: non a caso siamo nell’anticamera del racconto della Passione!).

Ecco perché il volto di Dio rivelato da Gesù non è più quello inaffidabile della religione, ma quello affidabile della fede: «Gesù si oppone ad una specie di rassegnazione omertosa alle situazioni di malattia, di oppressione e schiavitù sociali o religiose o economiche… Non accetta l’acquiescenza all’insensatezza della morte, che anestetizza l’istintiva protesta elaborando il lutto attraverso razionalizzazioni e riti, ma che di fatto corrode la fiducia nella vita sbarrando all’amore il suo futuro. L’amore che cerca una strada per salvare a tutti i costi la vita non deve essere deviato nel mondo irreale dei sogni e delle ombre. […] La compagnia, la solidarietà, la compassione d’amore e d’amicizia sono il dono più grande che ci è fatto sulla terra, la spiaggia estrema della speranza. Perché hanno dentro appunto la pretesa mite e struggente della continuità (che i filosofi chiamano immortalità), altrettanto inestirpabile dentro di noi quanto la certezza della morte» [Giuliano]. Per questo, muore, amando i suoi fino alla fine! Non tradendo mai cioè la fede in quella continuità per cui l’amore è più forte della morte! E per questo Dio lo risusciterà… Perché in quell’amore lì, si riconoscerà in maniera definitiva. Ma che in quell’amore lì, Dio – suo Padre – si sarebbe riconosciuto, Gesù lo sapeva da sempre, perché sapeva che così era il Padre suo. Ecco perché può dire: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno». «Questa pretesa sbalorditiva è il cuore della vita e del messaggio di Gesù! La resurrezione di Lazzaro è solo l’occasione per la manifestazione del vero mistero di Gesù. Infatti quella di Lazzaro non è propriamente una risurrezione ma la rianimazione di un cadavere e Lazzaro non entra in un nuovo livello di vita (“eterna”, cioè non più mortale), ma morirà ancora! "La risurrezione della carne", che professiamo nel Credo, è " la vita eterna". Questo è il destino che ora Cristo restituisce all'uomo: non una rivivificazione (o una reincarnazione!), ma una pienezza di vita, la vita stessa di Dio! “Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi tu questo?” Tale rimane per sempre la domanda che assilla il cristiano e la chiesa dentro la storia di questo mondo, e sulla fede in “questo!” si decide e si qualifica la sua vita e la sua morte. Infatti è la fede in Cristo che riscatta dalla morte, ieri come oggi. Gesù è risuscitato per essere "il primogenito dei risorti", non un caso unico. Ha fondato con la sua morte una nuova solidarietà creaturale, un’appartenenza eterna che non sarà mai più insidiata dalla morte: […] "quel medesimo Spirito che ha risuscitato Gesù dai morti darà vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi" (Rm 8,11)» [Giuliano].

domenica 9 marzo 2008

È solo la fiducia nella Vita che colloca convincentemente la morte

Ed ecco che la liturgia della Quaresima, avendoci accompagnato, nel suo svolgersi, all’incontro con le grandi questioni della vita – quelle che la rendono appunto umana, umanizzata (il male – Mt 4,1-11; l’identità di Dio – Mt 17,1-9; la fonte-senso della Vita – Gv 4,5-42; il valore normativo dell’incontro personale con Gesù – Gv 9,1-41) – ci porta ora nel problema dei problemi, nell’ostacolo insormontabile, nell’ineluttabilità che soffoca il gemito vitale che è in noi… la morte… Il vangelo di Giovanni 11,1-45 infatti pone proprio in campo una scena chiarissima di incontro-scontro con questa realtà.
Interessante che protagonista di questo imbattersi sia proprio la libertà di Gesù; interessante soprattutto perché, mentre noi tendenzialmente parliamo del rapporto Gesù-morte come del rapporto Gesù-e-la sua propria morte, qui invece è messo in campo un imbattersi di Gesù con il mistero della morte di un altro…
E questo, da principio, ha un valore importante e confortante perchè ci rivela un Gesù, che anche in questo segue i percorsi comuni degli uomini: come tutti infatti si trova a confrontarsi con il mistero della morte, innanzitutto scontrandosi con la morte di un altro, proprio come avviene anche per noi che ci accorgiamo/ricordiamo del morire quando muore qualcun altro.
Neanche Gesù quindi nasce già capace di morire, di dare la vita, come se questo in lui avvenisse senza uno scontro con la drammatica umana. Anzi anche per lui, come per tutti, l’elaborazione della realtà del morire (del passaggio dal si muore, all’io sono destinato a morire), si dà dentro ad una drammatica storica, che nello scontro con la morte di una persona amata, mi anticipa la mia stessa morte e mi chiede un prenderne coscienza, che si evolve poi in un pensare la cosa, in un renderne ragione, in un’introdurla in un orizzonte di senso (sensato appunto).
Inoltre questo mettere in scena l’incontro della libertà stessa di Gesù con la morte dell’amico Lazzaro, ha un valore importante perché nel percorrere lo svolgersi di questa drammatica (anzi essendoci tirati dentro, come se anche noi fossimo là), emerge l’identità stessa di Gesù di fronte al male radiale, emerge chi lui sceglie di essere di fronte alla questione delle questioni, la sua singolarissima presa di posizione dinanzi alla morte: cosa, anche questa, tipicamente umana, perchè ogni uomo per vivere deve prendere posizione di fronte alla consapevolezza della sua propria morte: «chi ha paura di morire, ha anche paura di vivere», fa dire D’Alatri a Giuseppe ne “I giardini dell’Eden”. E infatti, gli fa eco Fabrizio Moro, nella sua canzone “Pensa”, che dice: «in fondo questa vita non ha significato se hai paura di una bomba o di un fucile puntato»; e chissà se sapeva di richiamarsi alla Bibbia stessa… nella lettera agli Ebrei, quando al capitolo 2,15 si dice: «per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita».
E allora, poste queste note introduttive, proviamo a percorrerla questa drammatica che Giovanni inscena…
Come dicevo siamo ancora una volta posti nel marchingegno giovanneo che ci chiede di lasciarci tirar dentro nella scena stessa. Non si può infatti leggere questo autore (e in generale nessun vangelo) come se fossimo gli spettatori di uno spettacolo da cui alla fine possiamo/dobbiamo estrarre un in segmento morale o un connotato di Gesù, dedotto appunto dal suo agire. No! Giovanni ci chiede di andare anche noi sul palco e interagire nel dramma: perché chi è uno, lo si capisce solo vivendoci assieme, interagendo con lui…
Solo per questa via scopriremo dunque qual è l’identità di Gesù; solo così ci sarà talmente prossimo da plasmarci l’anima, proprio come fanno quelli che, nel bene e nel male, vivono con noi.
Salendo dunque sul palco… vediamo che il racconto è molto lungo, compaiono diversi personaggi e ci sono anche ambientazioni diverse.
Dopo un’introduzione in cui ci viene detto che Lazzaro, fratello di Marta e Maria, è ammalato, vediamo che Gesù risponde a questa notizia riecheggiando le parole che aveva detto a proposito del cieco nato; in quella situazione infatti Gesù aveva subito svincolato la menomazione fisica del cieco dal peccato e aveva invece immediatamente messo quell’uomo in relazione a Dio «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio». Anche qui avviene la stessa operazione di legare intimante l’identità ferita dell’uomo (malattia) con Dio: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio». Segue poi subito la notazione che Gesù amava molto questi suoi amici e quindi in un certo senso ci aspetteremmo una certa urgenza nel raggiungerli… Invece: «rimase ancora due giorni nel luogo in cui si trovava».
Tutto questo denota una certa tranquillità di Gesù, che certo non ha fretta di arrivare da Lazzaro.
Scopriamo poi che in effetti qualche problemino nel raggiungere l’amico c’era; e glielo ricordano i discepoli stessi: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ritorni là?»; forse anch’essi un po’ preoccupati per la loro sorte, come fanno trapelare le parole di Tommaso: «Andiamo anche noi a morire con lui».
Fatto sta che Gesù sembra affrontare la questione in modo del tutto sereno, tant’è che commenta quanto sta accadendo quasi con parole di gaudio: «Lazzaro è morto e godo per voi di non essere stato là, affinché crediate».
Lo stato d’animo di Gesù però quando giunge sul posto e vede, una alla volta, le due sorelle, sue amiche, inizia a cambiare. Entrambe infatti gli propongono la stessa dolce e struggente rimostranza: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto».
Queste parole, che da un lato mostrano la grande fiducia di queste donne nel loro amico Gesù, dall’altro però introducono quest’ultimo dentro alla drammatica di quanto accaduto… Gesù respira qui la pesantezza che trasuda dalla sofferenza del cuore materno di queste donne… lo respira e gli entra come dentro…
Tant’è che già con Marta, alla quale pure dice parole di grande speranza e ancora tenendo ben saldo il riferimento della sua posizione di fronte alla morte («Io sono la risurrezione e la vita»), usa però toni che si caricano sempre più di pathos. Finché il culmine arriva quando al sopraggiungere di Maria «Gesù […] fremette interiormente, si turbò, […] pianse».
È frastornante per noi leggere queste cose di Gesù, soprattutto perché, come si vede bene scorrendo le parole che precedono questa falla che si apre nei suoi occhi, lo abbiamo visto finora molto tranquillo, sicuro, sereno. Non ci aspetteremmo certo questa cosa; verrebbe da dire anzi: ma se sapeva che la malattia di Lazzaro «non è per la morte, ma per la gloria di Dio», che «Lazzaro si è addormentato ma» lui può «risvegliarlo»; se addirittura aveva detto ai discepoli che godeva «di non essere stato là» affinché essi credessero e a Marta che suo fratello sarebbe risorto… beh… che piange a fare ora?
Beh, piange, perché sebbene egli abbia indubbiamente un riferimento saldissimo a cui fare appello nell’attraversamento della drammaticità della vita («Padre, ti ringrazio di avermi ascoltato. Sapevo bene che tu sempre mi ascolti»), tuttavia non viene mai meno alla tragicità che essa introduce nelle viscere umane… tant’è che ancora una volta di lui è detto che fu «scosso da un fremito in se stesso».
È non saltando questa drammaticità che Gesù stesso impara a costruire un orizzonte di senso in cui collocare anche la morte. Non la banalizza, non la considera semplicemente superabile con un miracoletto, ma ne vive la tragicità, se ne lascia scarnificare… e così facendo, le trova una collocazione… una collocazione che, per lui come per ogni uomo, o è persuasiva o, alla prova della vita, non tiene… La sua collocazione invece terrà… tant’è che Gesù… appunto saprà morire, dare la sua vita, rimanendo saldo al suo riferimento convincente: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». È solo la fiducia nella Vita allora che colloca convincentemente la morte.

E mi piace poter mettere qui in conclusione uno stralcio di un lavoro di Carlo Molari intitolato “Esperienza personale di fede nella maturità. La vita spirituale e la maturità della fede”. Egli parla infatti de I criteri della morte:

«Le riflessioni antropologiche non possono essere compiute senza un serio confronto con la morte. La morte, infatti, non è un incidente, bensì il traguardo ultimo di ogni impresa vitale e quindi è il criterio supremo della vita: noi siamo in questa fase di esistenza per diventare capaci di uscirne. Partiamo da una metafora chiara. Il feto resta nel seno della madre finché diventa capace di venirne fuori in modo vitale. Per lui la nascita è la fine di uno stadio. Il che significa che tutto ciò che capita al feto è valutabile secondo il rapporto che ha con la fine che lo attende. Ciò che favorisce la sua uscita dal seno materno è bene per lui. Ciò che, invece, la impedisce è male. Analogamente noi siamo in una situazione che è destinata a finire. Ciò che nella vita ci consente di finire bene è giusto, ciò che ci impedisce di morire bene è male per noi. Importante perciò è sapere che cosa la morte chiederà ad ogni uomo, perché egli sappia viverla.
La morte chiederà a tutti:

1) di avere consolidato la propria identità al punto da saperne abitare il nome senza ricorrere ad altri riferimenti;
2) di avere imparato il distacco da tutte le cose;
3) di avere interiorizzato così gli altri da sapere partire senza tenere nessuno per mano;
4) di avere imparato ad amare in modo così oblativo, da sapere donare se stessi senza rimpianti;
5) di avere imparato a fidarsi così della vita da saperla perdere per ritrovarla».

Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto

Un Dio inaffidabile?…
Il problema dell’amore è che, perché sia vero amore, deve essere ad espansione totale. Non certo riservato a chi ha amici potenti… e può difenderlo con i miracoli! “…se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” vale per tutti i morti, tanto più per quelli che non hanno neanche uno che li piange e che prega per loro! È un lamento che si può rivolgere solo a Dio. È il lamento che fonda ogni religione e la rende indistruttibile, come la morte che lo genera. Un gemito che tiene viva la religione, ma ne è anche è la spina mortale, che la rende debole, sostanzialmente inaffidabile, perché non è nei poteri di Dio di impedire che gli uomini muoiano... E infatti continuano a morire, nonostante questa implorazione salga a Dio milioni di volte al giorno. E gli uomini ne concludono sempre più che… Dio è inaffidabile! Ancora una volta però il volto di Dio rivelato da Gesù (il volto di suo Padre, che solo lui conosce… e quelli a cui vuole rivelarlo!) non assomiglia per niente al maschera del Dio che ci hanno trasmesso e pure rimane così difficilmente sradicabile dal nostro cuore.
Guardare in faccia la morte.
“…se tu fossi stato qui!” La compagnia, la solidarietà, la compassione d’amore e d’amicizia sono il dono più grande che ci è fatto sulla terra, la spiaggia estrema della speranza. Perché hanno dentro appunto la pretesa mite e struggente della continuità (che i filosofi chiamano immortalità), altrettanto inestirpabile dentro di noi quanto la certezza della morte. Quando il lutto e il suo dolore inconsolabile ci hanno sconfitti non ci resta che aggrapparci all’amore di solidarietà per sopravvivere, sognando l’impossibile… “…se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Lazaro manca perché è mancato Gesù! Piangono le due sorelle, piangono i giudei venuti a consolarle… Gesù scoppia in pianto! Qui Gesù piange un morto di famiglia, la famiglia dei suoi amici più cari. Freme sotto il peso – l’ingiustizia ineludibile!? ‑ della tragedia di noi uomini. La vive dal di dentro, come capita a ciascuno di noi, man mano che la vita ci deruba di ciò che ci ha donato.
Ma se la solidarietà non si lascia bloccare dalla paura, se l’amore è aperto alla morte, la morte vi entra… Ognuno che ti si aggrappa (dice che “gli appartieni!”) ti chiede di lenire il suo dolore. Ma ti sta domandando di morire – un poco o tanto ‑ per lui (poi, alla fine, capirà che sarà …“con lui!”). E chi si assume davvero il dolore dell’altro, non può non assumere, attraverso il singolo, tutta la sofferenza dell’umanità… un’infinita catena di lutti (…nel suo cuore nessuna croce manca – direbbe Ungaretti – è il suo cuore il paese più straziato!). Uno strazio senza speranza!? L’amore sta di qua, da quella terribile soglia, o va di là?
La morte ci uccide prima che moriamo
Qui Gesù inserisce la novità del suo messaggio mite ed eversivo: Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato. Rispetto alla cultura corrente è la stessa “buona notizia dirompente” che apre e illumina il racconto della samaritana: come mai chiedi da bere a me?… si meravigliarono che parlasse con una donna. O del cieco nato : né lui né i suoi genitori hanno peccato, ma perche si compiano le opere di Dio! O dell’uomo malato da trent'otto anni: vuoi guarire? Sempre Gesù si oppone ad una specie di rassegnazione omertosa alle situazioni di malattia, di oppressione e schiavitù sociali o religiose o economiche… Non accetta l’acquiescenza all’insensatezza della morte, che anestetizza l’istintiva ribellione elaborando il lutto attraverso razionalizzazioni e riti, ma che di fatto corrode la fiducia nella vita, sbarrando all’amore il suo futuro. L’amore che cerca una strada per salvare a tutti i costi la vita non deve essere deviato nel mondo irreale dei sogni e delle ombre.
L’appartenenza ferita due volte: Io sono la risurrezione e la vita
Mai come adesso, mentre afferma che la morte non è una malattia mortale, ma guaribile… perché lui può ridonarci la vita, Gesù sente stringersi attorno il cerchio della morte. Solo chi accetta la sfida di un amore di appartenenza più forte della morte diventa libero dal ricatto “mortale”. Una libertà inaccettabile dal sistema che, poiché vive di questo ricatto, ne rimane sconvolto, si divide, infine espelle chi lo insidia. Proprio per questa testimonianza intollerabile i martiri, che non si lasciano vincere dal ricatto della morte, devono essere uccisi, perché sono indomabili dal potere. La voce esterna che accompagna questo racconto evangelico, ne annuncia la necessità drammatica: Questo però [Caifa] non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote in quell'anno, profetizzò che Gesù stava per morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma anche per radunare insieme nell'unità i figli dispersi di Dio. Da quel giorno dunque decisero di farlo morire (11,51ss). Il capro espiatorio è mandato a morire fuori dall’accampamento nel deserto – una dis/appartenenza desolata. Ma è solo la prima! Queste stesse donne ascolteranno l’urlo di dolore della seconda dis/appartenenza: quella dell’abbandono totale sulla croce, il grido inarticolato di Gesù nell’implorazione disperata al Padre. La dis/appartenenza, al momento estremo della vita, è il terrore di ‘non essere mai più di nessuno’: è questa la vera morte! Ma chi sfida il potere della morte per amore, tocca il mistero dell’essenza del Dio vivente, cioè il mistero della vita e della morte, come sapeva l’antico serpente. “Chi ama la sua vita la perde, dirà Gesù poco dopo, chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna… ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora. Padre glorifica il tuo nome” (12,25ss)
… chi crede in me anche se muore vivrà!
Questa pretesa sbalorditiva è il cuore della vita e del messaggio di Gesù! La resurrezione di Lazaro è solo l’occasione per la manifestazione del vero mistero di Gesù. Infatti quella di Lazzaro non è propriamente una risurrezione ma la rianimazione di un cadavere. E Lazaro non entra in un nuovo livello di vita (“eterna”, cioè non più mortale), ma morirà ancora! "La risurrezione della carne", che professiamo nel Credo, è un’altra qualità di vita. Questo è il destino che ora Cristo restituisce all'uomo: non una rivivificazione (o una reincarnazione!), ma una pienezza di vita, la vita stessa di Dio! “Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi tu questo?” Tale rimarrà per sempre la domanda che assilla il cristiano e la chiesa, dentro la storia di questo mondo. Sulla fede in “questo!” si decide e si qualifica la nostra vita e la nostra morte. È la fede in Cristo che riscatta dalla morte, ieri come oggi. Gesù è risuscitato per essere "il primogenito dei risorti", non un caso unico. Ha fondato con la sua morte una nuova solidarietà creaturale, un’appartenenza eterna che non sarà mai più insidiata dalla morte. Nel testo greco, san Paolo ha dovuto inventare delle parole nuove: convivificati, conrisuscitati, fatti consedere alla destra di Dio! Perché "quel medesimo Spirito che ha risuscitato Gesù dai morti darà vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi" (Rm 8,11).
Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio? Come a Marta e Maria anche a noi sembra impossibile … che la “gloria di Dio” (cioè, la vita umana che in lui diventa “eterna” !) si realizzi nella nostra pelle già da quaggiù, perché la nostra carne e la nostra storia “puzzano di morto” da millenni, destinate alla corruzione da catene invincibili… La professione di fede in Gesù è professione di fede nella vita: Gesù sfida Marta a questa fede. Non basta credere in una nebulosa risurrezione che avverrà alla fine dei tempi, ma si deve credere che la Risurrezione è vera ed efficace nella persona di Gesù e in quelli che credono in lui – dentro l’usura del nostro quotidiano banale, in queste nostre situazioni difficili e ambigue, che ci coinvolgono ogni giorno. Come per Marta, senza aver ancora visto il segno concreto della risurrezione di Lazzaro, la sfida umile della fede è un’attesa: "Sì, Signore. Io ho creduto che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, quello che deve venire nel mondo ". L’attesa di un esito sicuro. Gesù disse loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare”!

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[dalla lettera di un’amica, alla periferia del mondo ]
…Ivaneta è morta sabato 26 gennaio. Ha passato con noi poco più di due mesi, ma sono stati giorni molto intensi. Era già passata dalla Casa quando ha partorito la prima figlia a 11 anni. È arrivata… e dopo qualche giorno ha consegnato tutto, tutto della sua vita, senza nascondere niente a sé stessa e a noi. Ferita da una mamma che l’ha abbandonata a causa di droga e alcol, ferita dal fratello che l’ha violentata ancora bambina, ferita dal non sentirsi di nessuno e di tutti, senza più riuscire a fermarsi – diceva… ferita dalla sguardo di chi dava giudizi e ‘buoni consigli’ . Dopo un tempo passata a S. Paolo, con le sue bimbe , a servizio di una trafficante di droga, che l’ha schiavizzata, è tornata a casa per ricominciare una nuova vita e ha scoperto la malattia. Mi ha ricordato tanto la Teresina, a mani vuote, nuda davanti al Signore e a noi. Con una domanda continua sul perché di tanta sofferenza, ma con un abbandono fiducioso nella bontà del Signore. Coltivava il sogno di poter guarire e avere una casa, preparare la colazione per i suoi bimbi. Qualche giorno prima di morire (era tutta consumata, solo pelle e ossa, ma lo spirito vivo) mi dice: “sono diventata come te, una suora! Non ho più desiderio di uomini… sarà che il Signore mi accoglie? Voglio pensare solo ai miei bimbi…”
…non aggiungo altro, e ora piango dalla commozione e gratitudine di aver fatto un pezzetto di strada con lei, custodisco nel cuore questa perla preziosissima… che ci aiuti a sanare le ferite e ricostruire rapporti nuovi…
[Sr Nico]

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