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lunedì 29 giugno 2015

XIV Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 2,2-5)

In quei giorni, uno spirito entrò in me, mi fece alzare in piedi e io ascoltai colui che mi parlava. Mi disse: «Figlio dell’uomo, io ti mando ai figli d’Israele, a una razza di ribelli, che si sono rivoltati contro di me. Essi e i loro padri si sono sollevati contro di me fino ad oggi. Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito. Tu dirai loro: “Dice il Signore Dio”. Ascoltino o non ascoltino – dal momento che sono una genìa di ribelli –, sapranno almeno che un profeta si trova in mezzo a loro».

 

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (2Cor 12,7-10)

Fratelli, affinché io non monti in superbia, è stata data alla mia carne una spina, un inviato di Satana per percuotermi, perché io non monti in superbia. A causa di questo per tre volte ho pregato il Signore che l’allontanasse da me. Ed egli mi ha detto: «Ti basta la mia grazia; la forza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo. Perciò mi compiaccio nelle mie debolezze, negli oltraggi, nelle difficoltà, nelle persecuzioni, nelle angosce sofferte per Cristo: infatti quando sono debole, è allora che sono forte.

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 6,1-6)

In quel tempo, Gesù venne nella sua patria e i suoi discepoli lo seguirono. Giunto il sabato, si mise a insegnare nella sinagoga. E molti, ascoltando, rimanevano stupiti e dicevano: «Da dove gli vengono queste cose? E che sapienza è quella che gli è stata data? E i prodigi come quelli compiuti dalle sue mani? Non è costui il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone? E le sue sorelle, non stanno qui da noi?». Ed era per loro motivo di scandalo. Ma Gesù disse loro: «Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria, tra i suoi parenti e in casa sua». E lì non poteva compiere nessun prodigio, ma solo impose le mani a pochi malati e li guarì. E si meravigliava della loro incredulità. Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando.

 

Il vangelo di questa 14° domenica del tempo ordinario ci narra l’episodio di Gesù nella sua patria: un momento “normale” dopo la “extra-ordinarietà” dei primi passi del suo ministero pubblico. Secondo Marco, infatti, quando Gesù torna a casa sua, ha già ricevuto il battesimo da Giovanni, vinto le tentazioni, chiamato i discepoli, iniziato la sua predicazione, compiuto diversi miracoli… guadagnato una certa popolarità…

Questo ritorno – che anche letterariamente sembra una cesura, una parentesi – segna dunque come una pausa nel cammino in Galilea di Gesù, che peraltro riprende immediatamente già nell’ultimo versetto del nostro brano: «Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando». Eppure questa “pausa” non pare avere i contorni della riuscita… L’esito è deludente; nel parallelo brano di Luca addirittura tragico (cfr Lc 4,16-30).

Il brano non dice il perché di questa decisione di Gesù di tornare in patria, non emerge nessuna urgenza che possa aver determinato un impellente rientro, per cui pare proprio che Gesù ci tornasse come un fatto normale.

Tant’è che si rimette a fare le cose “abituali”: di sabato va alla sinagoga – commenta Luca «secondo il suo solito». Eppure proprio lì «dove era cresciuto» qualcosa è cambiato. Il modo di porsi, meglio, il modo di essere di Gesù esce dai canoni consueti con cui fino alla sua partenza era stato guardato, non rientra più nell’ordine di misura (normale) con cui era da sempre stato valutato: non combacia più con l’etichetta con cui l’avevano sempre pensato: «il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone». E questo scarto tra idea di lui e lui suscita stupore («rimanevano stupiti») e addirittura scandalo («era per loro motivo di scandalo»).

E Gesù soffre di questo mancato riconoscimento, di questa mancata accoglienza di lui in nome di un’idea diversa di lui.

Fin qui l’episodio… onestamente abbastanza comune: a tutti è capitato di fare esperienza di essere letti a partire da una pre-comprensione piuttosto che dalla realtà di ciò che si è.

Eppure, tutta questa sensazione di ordinarietà, di esperienza comune ai più, lascia aperta una domanda più radicale: Se si tratta di un’esperienza tanto normale, che si rifà in qualche modo a esperienze comuni a tutti, perché i primi cristiani hanno sentito il bisogno di narrarci questo fatto? Perché ha una valenza così significativa il fatto che Gesù venga rifiutato in patria? Verrà rifiutato anche dopo e in modo più radicale, dagli amici, dal suo popolo… Perché dunque non limitarsi a quei tradimenti, di portata di certo più consistente, e sottolineare anche questo che in prima battuta a noi sembra un episodietto, se non insignificante, almeno di una rilevanza piuttosto bassa?

La risposta può venire, provando a guardare questo episodio dal punto di vista dei compaesani di Gesù invece che dal suo: così facendo, non è che si possa poi tanto contestare la loro reazione… è normale che generi stupore il fatto che il ragazzino che avevano sempre visto e considerato in un certo modo, misurandolo con gli stessi canoni con cui misuravano gli altri ragazzini (di chi è figlio, che mestiere fa, se i suoi fratelli son venuti su bene…), con cui si misuravano tra loro proprio senza battere ciglio, tornasse al paese dopo qualche tempo e si rivelasse, pur nel tentativo di presentarsi normalmente, in una modalità nuova … Tra l’altro la sua è una novità di una portata esorbitante… insegna, compie prodigi… pian piano sviluppa la pretesa di essere il Cristo… Questo hanno di fronte i suoi paesani… ed è quello che abbiamo di fronte anche noi…

Ecco perché questo brano è stato sottolineato nonostante la sua apparente normalità: perché è scritto per chi già crede, per chi in un certo senso è dalla parte di questi compaesani, di chi pensa di conoscere (almeno un po’) Gesù. Perché quello scandalo lì è ancora il nostro: il Signore è il figlio del falegname.

E questo ci costringe ancora una volta a riconsiderare la nostra idea di Dio, per vedere, se in fin dei conti, non siamo anche noi come quei nazaretani che un Dio così, preferiscono rifiutarlo.

Infatti:

«C’è una reazione invincibile di fronte all’incarnazione: un processo storico partito dai suoi compaesani, e poi confluita in ogni chiesa, mai interrotto, di “normalizzazione sacra” – di ri/divinizzazione dell’incarnazione (è il processo inverso, di rimando al mittente del mistero – sostanzialmente perché è troppo di disturbo della quiete storico religiosa).

[…] E’ difficile per i compaesani di Gesù (come per noi) accettare la salvezza non da Dio direttamente, ma da uno di noi. Eppure è questo lo scandalo dell'incarnazione: Dio agisce attraverso l'uomo, nella debolezza e opacità della carne e nell’ambiguità delle vicende storiche; Dio non si serve di gente fuori dal comune (divinizzata o sacralizzata), ma di persone comuni» [p. Giuliano Bettati, ocd].

Il punto allora – ancora una volta – è: chi è il Dio in cui diciamo di credere? È quello del vangelo? O è un’immagine che si è formata nella nostra interiorità attraverso gli insegnamenti, le tradizioni, la “normalizzazione sacra”? E – ancora – che implicazioni ha la fede nel Dio del vangelo? La fede in Gesù, uomo, falegname, figlio di…, fratello di…? Per esempio, come è giusto pregarlo? Io ho provato così:

Gesù, figlio di Dio e figlio dell’uomo,

carpentiere di Galilea,

fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone,

la mia relazione con te,

le mie aspettative su di te,

non possono non tener conto di chi sei stato,

di chi hai scelto di essere.

Non ti posso perciò chiedere di essere potente,

tanto meno di essere onnipotente,

semplicemente vorrei intrecciare la mia vita con la tua,

il tuo Spirito col mio,

per scrivere una storia che umanizzi chi mi incontra,

per quanto sarò capace.

Tanto lo so, che alla fine di questa storia,

incontrerò uno che sa che l’uomo

fa solo quello che riesce a fare

e mi accoglierà non per i miei meriti

ma perché da sempre mi ha guardata

con occhi incarnati

e scioglierà la complessità di ciò che sono

in una continuità di benevolenza.

martedì 23 giugno 2015

XIII Domenica del Tempo ordinario


Dal libro della Sapienza (Sap 1,13-15; 2,23-24)

Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra. La giustizia infatti è immortale. Sì, Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto immagine della propria natura. Ma per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che le appartengono.

 

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (2Cor 8,7.9.13-15)

Fratelli, come siete ricchi in ogni cosa, nella fede, nella parola, nella conoscenza, in ogni zelo e nella carità che vi abbiamo insegnato, così siate larghi anche in quest’opera generosa. Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà. Non si tratta di mettere in difficoltà voi per sollevare gli altri, ma che vi sia uguaglianza. Per il momento la vostra abbondanza supplisca alla loro indigenza, perché anche la loro abbondanza supplisca alla vostra indigenza, e vi sia uguaglianza, come sta scritto: «Colui che raccolse molto non abbondò e colui che raccolse poco non ebbe di meno».

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 5,21-43)

In quel tempo, essendo Gesù passato di nuovo in barca all’altra riva, gli si radunò attorno molta folla ed egli stava lungo il mare. E venne uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, come lo vide, gli si gettò ai piedi e lo supplicò con insistenza: «La mia figlioletta sta morendo: vieni a imporle le mani, perché sia salvata e viva». Andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno. Ora una donna, che aveva perdite di sangue da dodici anni e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza alcun vantaggio, anzi piuttosto peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla e da dietro toccò il suo mantello. Diceva infatti: «Se riuscirò anche solo a toccare le sue vesti, sarò salvata». E subito le si fermò il flusso di sangue e sentì nel suo corpo che era guarita dal male. E subito Gesù, essendosi reso conto della forza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi ha toccato le mie vesti?». I suoi discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che si stringe intorno a te e dici: “Chi mi ha toccato?”». Egli guardava attorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna, impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Ed egli le disse: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va’ in pace e sii guarita dal tuo male». Stava ancora parlando, quando dalla casa del capo della sinagoga vennero a dire: «Tua figlia è morta. Perché disturbi ancora il Maestro?». Ma Gesù, udito quanto dicevano, disse al capo della sinagoga: «Non temere, soltanto abbi fede!». E non permise a nessuno di seguirlo, fuorché a Pietro, Giacomo e Giovanni, fratello di Giacomo. Giunsero alla casa del capo della sinagoga ed egli vide trambusto e gente che piangeva e urlava forte. Entrato, disse loro: «Perché vi agitate e piangete? La bambina non è morta, ma dorme». E lo deridevano. Ma egli, cacciati tutti fuori, prese con sé il padre e la madre della bambina e quelli che erano con lui ed entrò dove era la bambina. Prese la mano della bambina e le disse: «Talità kum», che significa: «Fanciulla, io ti dico: àlzati!». E subito la fanciulla si alzò e camminava; aveva infatti dodici anni. Essi furono presi da grande stupore. E raccomandò loro con insistenza che nessuno venisse a saperlo e disse di darle da mangiare.

 

Questa XIII domenica del tempo ordinario, ci presenta una triade di letture davvero straordinaria. Perciò, contrariamente a quanto faccio di solito (cioè concentrarmi solo sul vangelo), vorrei quest’oggi dire una parola su tutte e tre le letture.

mercoledì 17 giugno 2015

XII Domenica del tempo ordinario


Dal libro di Giobbe (Gb 38,1.8-11)

Il Signore prese a dire a Giobbe in mezzo all’uragano: «Chi ha chiuso tra due porte il mare, quando usciva impetuoso dal seno materno, quando io lo vestivo di nubi e lo fasciavo di una nuvola oscura, quando gli ho fissato un limite, gli ho messo chiavistello e due porte dicendo: “Fin qui giungerai e non oltre e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde”?».

 

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (2Cor 5,14-17)

Fratelli, l’amore del Cristo ci possiede; e noi sappiamo bene che uno è morto per tutti, dunque tutti sono morti. Ed egli è morto per tutti, perché quelli che vivono non vivano più per se stessi, ma per colui che è morto e risorto per loro. Cosicché non guardiamo più nessuno alla maniera umana; se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così. Tanto che, se uno è in Cristo, è una nuova creatura; le cose vecchie sono passate; ecco, ne sono nate di nuove.

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 4,35-41)

In quel giorno, venuta la sera, Gesù disse ai suoi discepoli: «Passiamo all’altra riva». E, congedata la folla, lo presero con sé, così com’era, nella barca. C’erano anche altre barche con lui. Ci fu una grande tempesta di vento e le onde si rovesciavano nella barca, tanto che ormai era piena. Egli se ne stava a poppa, sul cuscino, e dormiva. Allora lo svegliarono e gli dissero: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Si destò, minacciò il vento e disse al mare: «Taci, calmati!». Il vento cessò e ci fu grande bonaccia. Poi disse loro: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?». E furono presi da grande timore e si dicevano l’un l’altro: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

 

Questo brano di vangelo, difficile da spiegare nel suo senso letterale, spesso è stato interpretato metaforicamente: per cui la barca sarebbe la Chiesa, scossa dal vento e dal mare in tempesta (un mare che rappresenta il male) e che si spaventa. Il Signore – fortunatamente –, seppur inizialmente dorma e alla fine concluda con una sgridata, esaudisce il desiderio dei discepoli di “tirarli fuori dai pasticci”, misericordioso nei confronti della loro debolezza.

A partire da questa lettura poi spesso si evincono tutta una serie di considerazioni sulla Chiesa (che poverina – in questi tempi – pare proprio scossa dal vento e dal mare tempestoso), sul Signore (che pare dormire, ma c’è e quando la situazione si fa grama – tac – arriva infallibilmente), sulla fede (dato che crediamo in un Dio apparentemente dormiente, ma in realtà infallibile, non bisogna temere, ma avere fede).

Io credo che questa lettura non riesca più a parlare al nostro cuore.

Anche perché l’intento dell’evangelista Marco non mi pare sia tanto il destino della Chiesa e tutte le considerazioni dei parroci in merito, quanto piuttosto il tratteggiare una situazione esistenziale che è propria di ciascun uomo e che è ben riassunta nelle due domandine messe in bocca a Gesù alla fine dell’episodio: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».

Che la vita sia una tempesta e che il Signore dorma (cioè appaia lontano, assente, ecc…) è un dato di fatto: questa è la base di partenza di chiunque si ponga a guardare alla storia (umana, ecclesiale, personale) senza troppi ghirigori.

Ma il problema del brano non è questo: questa è la condizione di partenza. È una situazione data.

Il centro del brano, e quindi dell’interesse dell’evangelista, è piuttosto quanto segue: cioè il fatto che in questa situazione data, in questa condizione che è la vita (non una fase brutta della vita, o un periodaccio, ma tutta la vita), l’uomo – anzi il discepolo! – si ponga come colui che dice: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».

Il problema cioè è l’immediata associazione tra “vita” (sempre tempestosa) e “disinteresse di Gesù”: la questione cioè è esattamente la stessa descritta in Gen 3 nel racconto del peccato originale. Anzi, in questo brano è rinarrato il peccato originale (qui non dell’uomo in generale, ma del discepolo): la messa in discussione del volto benevolo di Dio a partire dalla tempestosità della vita. Tant’è che, come dicevamo, il brano si conclude con le domande: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?».

Le due domande non sono casuali, ma – ovviamente – la seconda implica la risposta alla prima: avete paura perché non vi fidate di me! Ecco la messa in discussione del suo volto buono. Non ci si fida di chi non si conosce o di chi si teme abbia una doppia faccia.

Il problema infatti è proprio questo: il discepolo dovrebbe essere colui che alla luce della sua relazione di fiducia con Dio (fede), con il Dio di Gesù, che conosce e del cui volto buono, proprio perché lo conosce, non può dubitare, non ha più paura.

Sarebbe interessante ripercorrere le nostre paure, analizzarle, cercarne la fonte e provare a capire in che senso la fiducia – fondata sulla conoscenza – nel volto solo buono di Dio possa spegnerle.

Perché ovviamente non tutti i sensi in cui sciogliamo le nostre paure con la fede sono corrette (cioè evangelicamente corrette: per esempio se ho paura di essere aggredita, non è che la fede mi fa passare la paura di andarmene in qualche postaccio a provocare dei tipacci… perché tanto poi ci pensa il mio dio supereroe).

È per questo che bisogna stare attenti col vangelo: perché si rischia di usare le sue stesse parole per fargli dire qualcosa di diverso da quello che era sua intenzione (non a caso il Concilio Vaticano II ci ha ricordato che Parola di Dio non è quello che capisco io, o chi per me, ma l’intenzione dell’autore).

E allora io credo che – indubbiamente – un altro punto di partenza per la tavola rotonda che già invocavo (parlando della messa) che ci permetterebbe pian piano di andare a sondare i contenuti della nostra fede cristiana, potrebbero proprio essere queste due domande:
«Perché avete paura? Non avete ancora fede?».

lunedì 8 giugno 2015

XI Domenica del Tempo ordinario


Dal libro del profeta Ezechièle (Ez 17,22-24)

Così dice il Signore Dio: «Un ramoscello io prenderò dalla cima del cedro, dalle punte dei suoi rami lo coglierò e lo pianterò sopra un monte alto, imponente; lo pianterò sul monte alto d’Israele. Metterà rami e farà frutti e diventerà un cedro magnifico. Sotto di lui tutti gli uccelli dimoreranno, ogni volatile all’ombra dei suoi rami riposerà. Sapranno tutti gli alberi della foresta che io sono il Signore, che umilio l’albero alto e innalzo l’albero basso, faccio seccare l’albero verde e germogliare l’albero secco. Io, il Signore, ho parlato e lo farò».

 

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (2Cor 5,6-10)

Fratelli, sempre pieni di fiducia e sapendo che siamo in esilio lontano dal Signore finché abitiamo nel corpo – camminiamo infatti nella fede e non nella visione –, siamo pieni di fiducia e preferiamo andare in esilio dal corpo e abitare presso il Signore. Perciò, sia abitando nel corpo sia andando in esilio, ci sforziamo di essere a lui graditi. Tutti infatti dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male.

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 4,26-34)

In quel tempo, Gesù diceva [alla folla]: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa. Il terreno produce spontaneamente prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga; e quando il frutto è maturo, subito egli manda la falce, perché è arrivata la mietitura». Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». Con molte parabole dello stesso genere annunciava loro la Parola, come potevano intendere. Senza parabole non parlava loro ma, in privato, ai suoi discepoli spiegava ogni cosa.

 

Questa Domenica ricomincia (finalmente!) il Tempo Ordinario e la Chiesa ci propone due delle tre parabole del seme raccolte nel quarto capitolo di Marco. Lascio parlare in proposito due esegeti che alimentano da tempo le mie riflessioni, perché mi paiono capaci di rendere davvero bene l’idea di ciò che vi è in gioco, più di quello che forse sarei in grado di fare io.

martedì 2 giugno 2015

Corpus Domini


Dal libro dell’Èsodo (Es 24,3-8)

In quei giorni, Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose a una sola voce dicendo: «Tutti i comandamenti che il Signore ha dato, noi li eseguiremo!». Mosè scrisse tutte le parole del Signore. Si alzò di buon mattino ed eresse un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto ha detto il Signore, lo eseguiremo e vi presteremo ascolto». Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!».

 

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 9,11-15)

Fratelli, Cristo è venuto come sommo sacerdote dei beni futuri, attraverso una tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano d’uomo, cioè non appartenente a questa creazione. Egli entrò una volta per sempre nel santuario, non mediante il sangue di capri e di vitelli, ma in virtù del proprio sangue, ottenendo così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsa su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo – il quale, mosso dallo Spirito eterno, offrì se stesso senza macchia a Dio – purificherà la nostra coscienza dalle opere di morte, perché serviamo al Dio vivente? Per questo egli è mediatore di un’alleanza nuova, perché, essendo intervenuta la sua morte in riscatto delle trasgressioni commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che era stata promessa.

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 14,12-16.22-26)

Il primo giorno degli Àzzimi, quando si immolava la Pasqua, i discepoli dissero a Gesù: «Dove vuoi che andiamo a preparare, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli, dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo. Là dove entrerà, dite al padrone di casa: “Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, in cui io possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli?”. Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate la cena per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono la Pasqua. Mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

 

Il tempo ordinario è ricominciato da due domeniche, ma – come settimana scorsa ci siamo trovati di fronte alla solennità della Trinità – anche questa domenica la liturgia ci propone di nuovo una solennità extra-ordinaria: la festa del Corpus Domini.

Sono feste che lasciano un po’ perplessi, in quanto forse – a ben guardare – ogni domenica è la festa della Trinità e ogni domenica è la festa del Corpus Domini… E, se pure si capisce l’intento pastorale di voler focalizzare l’attenzione della comunità credente su questi aspetti della fede cristiana, il rischio è, solennizzando, quello di fare della Trinità e del corpo e sangue di Gesù non delle realtà quotidiane da vivere e con cui interagire, ma dei “misteri” arcani percepiti come distanti.

Per questo la mia riflessione di questa settimana vorrebbe essere più che altro un invito a cogliere l’occasione di queste ricorrenze per riportare nel nostro vissuto la relazione con Dio Padre, Figlio e Spirito santo, passando per i gesti che Gesù ci ha lasciato: il dono del pane e del vino, segni del dono del suo corpo e del suo sangue.

Tante cose sono state dette sulla scelta del pane e del vino, sulla “spiegazione in anticipo” che Gesù nell’ultima cena fa della sua consegna sulla croce… ancora di più ne sono state dette sull’importanza della messa, dell’assolvimento del precetto domenicale, della comunione…

Ma la realtà è che il rito, un po’ sclerotizzato dall’abitudine e dalla concentrazione della predicazione sulla “obbligatorietà” di parteciparvi, non riesce più a farci prendere coscienza si cosa sia in realtà ciò che celebriamo.

E nemmeno il tentativo del Concilio Vaticano II di rendere la messa non più qualcosa a cui si assisteva, ma – con l’introduzione della lingua parlata dalla gente in sostituzione del latino e con altri accorgimenti liturgici – qualcosa a cui si partecipava, sembra aver davvero segnato una svolta.

Forse davvero bisognerebbe che ogni comunità credente che si ritrova intorno al suo fondamento (la Parola di Dio, la mensa eucaristica, la fraternità tra cristiani) provasse a mettersi intorno ad un tavolo per dirsi il senso di quel ritrovarsi, il senso di quel fondamento e magari a riscrivere una liturgia che riesca davvero a dire – in quel contesto, per quella gente – questo senso.

È evidente che questo lavoro chiama in causa tutta una serie di altri aspetti (per esempio il senso di essere una comunità, una comunità radunata intorno alla fede nel vangelo di Gesù, una comunità di fratelli e sorelle, una comunità di fratelli e sorelle radunata intorno alla fede nel vangelo di Gesù che vive immersa in un mondo di altri fratelli e sorelle umani, ma non cristiani, ecc…), ma se non si parte da qualche parte (che sia la messa, il senso della comunità, il fondamento che la costituisce, o qualsiasi altro aspetto del nostro essere cristiani), continueremo a vivere ogni atto della vita in maniera slegata da un sistema di pensiero, da un orizzonte di senso, da una logica pervasiva che tenga insieme tutto ciò che siamo e che renda ragione della nostra identità.

Provo a spiegarmi con un esempio: è come una coppia di persone che si amano che fanno abitualmente l’amore, ma hanno smarrito le ragioni della loro relazione: che non sanno più pensarsi come coppia, che non sanno più dirsi come fondati sull’identità che quell’amore e quella relazione gli ha dato.

Fare l’amore va bene, ma scollegato da un orizzonte di senso che riesce a dire chi sono io, rischia di diventare un gesto svuotato come l’involucro di una relazione che non c’è più.

Io credo sia così per la messa dei cristiani: è rimasto l’involucro, ma si è perso il senso della relazione che lì vi è in gioco. E hanno un bel parlare i preti sulla necessità di andarci, sul sacramento eucaristico come fonte e culmine della fede… hanno ragione, ma anche le loro parole sono vuote: dicono l’importanza di una cosa che però non esiste, se non nominalmente.

Eppure… se Gesù ha detto «fate questo in memoria di me», vuol dire che lì dentro c’è qualcosa che non si può perdere per strada. Ma tenerlo, così come lo si tiene oggi, vuol proprio dire perderlo per strada o far finta di non averlo già perso per strada.

Ecco perché la necessità di mettersi intorno ad un tavolo e chiedersi: ma perché, tra tutte le cose che Gesù ha detto e fatto, proprio di questa ha detto “fatela in memoria di me”?

Avrei la tentazione di dire immediatamente la mia, di riempire il vuoto che si crea accettando di ripensarci (perché ogni volta che si accetta di ripensare a qualcosa, al senso di qualcosa, si crea un vuoto che spaventa), ma il farsi prendere dalla fretta (dall’ansia) di riempire subito questo vuoto credo corrisponderebbe ancora una volta col mettere un rattoppo posticcio.

Forse, farebbe tanto più bene alla comunità credente e a ciascun cristiano, stare un po’ a mollo nel vuoto di senso delle nostre liturgie, perché questo sbaraglierebbe il campo dal facile rifugiarsi in formule o frasi fatte, in considerazioni chissà quante volte già sentite, e aprirebbe la strada a un vero ri-pensamento, che – come dicevamo prima – parta da un qualsiasi punto, ma arrivi a riscrivere l’insieme della vita della Chiesa.

Forse, come diceva p. Mario nell’ultima lectio qui nella Fraternità di Lessolo, davvero bisognerebbe immergersi in un sano ateismo che ci facesse abbattere un bel po’ di idoli (di cui i più perniciosi sono quelli smaltati di cristianesimo) per ritornare a farsi insegnare la vita cristiana dal vangelo di Gesù.

martedì 26 maggio 2015

La Trinità


Dal libro del Deuteronòmio (Dt 4,32-34.39-40)
Mosè parlò al popolo dicendo: «Interroga pure i tempi antichi, che furono prima di te: dal giorno in cui Dio creò l’uomo sulla terra e da un’estremità all’altra dei cieli, vi fu mai cosa grande come questa e si udì mai cosa simile a questa? Che cioè un popolo abbia udito la voce di Dio parlare dal fuoco, come l’hai udita tu, e che rimanesse vivo? O ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore, vostro Dio, in Egitto, sotto i tuoi occhi? Sappi dunque oggi e medita bene nel tuo cuore che il Signore è Dio lassù nei cieli e quaggiù sulla terra: non ve n’è altro. Osserva dunque le sue leggi e i suoi comandi che oggi ti do, perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te e perché tu resti a lungo nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà per sempre».
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,14-17)
Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo, se davvero prendiamo parte alle sue sofferenze per partecipare anche alla sua gloria.
 
Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 28,16-20)
In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato. Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
 
Chiuso il Tempo di Pasqua con la celebrazione della Pentecoste, Lunedì è ricominciato il Tempo Ordinario, che avevamo già incontrato nelle Domeniche tra il Tempo di Natale e quello della Quaresima, e che ci accompagnerà fino alla fine di questo anno liturgico, cioè fino a quando, con il prossimo Avvento, inizierà l’anno nuovo: abbiamo perciò davanti a noi circa sei mesi di Tempo Ordinario.
Ma chi si aspettava, già per questa prima Domenica dopo Pentecoste, una Liturgia della Parola “ordinaria” (e magari ne aveva anche un po’ nostalgia…), dovrà invece fare i conti col fatto che la Chiesa ponga proprio in questa Domenica (e anche nella prossima, quando celebreremo il Corpus Domini) una delle solennità più significative per la comprensione del mistero cristiano: la Trinità.
È di questo dunque che dobbiamo parlare oggi…
…anche se non nascondo una certa resistenza nel farlo, perché mi pare che la precomprensione un po’ semplicistica e materialistica che abbiamo di questi contenuti di fede, sia davvero troppo invincibile perché si riesca a fare un discorso capace di incidere sul nostro vissuto.
Cosa intendo dire?
Che la situazione di una persona di cultura cristiano-cattolica che sente parlare di “Trinità” potrebbe essere tratteggiata in questo modo:
1.      il rimando immediato e istintivo che ha, di fronte a questa parola, non è il vangelo, ma il Catechismo;
2.      la sensazione prima è quella di essere di fronte a qualcosa di “pericoloso”, su cui non si può scherzare, né fare domande: c’è di mezzo l’eresia e l’atavica paura cattolica di fronte ad essa (perché voleva dire morire… sul rogo!);
  1. il mistero della Trinità perciò non va indagato, ma “preso”, più o meno con le stesse modalità con cui si terrebbe in mano una scoria radioattiva;
 4.      e se mai salisse alla mente una domanda sul significato di questa parola “strana”, essa verrebbe immediatamente bypassata ricordando che il “mistero della Trinità” non per niente si chiama “mistero” e che se proprio si vuole dire cosa significa, basta guardare al dogma: “Un unico Dio in tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo”…
  1. e se ci sentiamo ancora quelli di prima… amen… vedi il punto 3.
 
Forse esagero un po’… ma la mia impressione è proprio questa… che tutti conosciamo questa parola, tutti sapremmo ripetere il dogma, tutti saremmo pronti a difenderlo con le unghie, ma poi…
… poi questa cosa non si declina in nessun modo nel nostro agire, pensare, parlare… cioè: non ha incidenza alcuna sul nostro vivere da uomini e da cristiani.
Forse allora è necessario provare a partire da un altro punto di vista, che è poi quello da cui è partita la Chiesa: e cioè che Gesù nella sua storia ha parlato (nel senso forte che si può dare a questo verbo) del Padre e dello Spirito, anzi, più radicalmente si è detto sempre in relazione al Padre e allo Spirito, quasi che la sua identità non fosse dicibile se non dentro a questa relazione. Gesù è cioè chi non può essere detto senza contemporaneamente dire Padre e Spirito.
Allora, è dentro a questa dinamica che siamo chiamati ad immergerci (battezzarci), abbandonando la visione “cosale” della Trinità (Dove stanno? Come fanno a essere uno e tre? Come devo rivolgermi loro? Sempre con in testa il Padre con la barba, Gesù lì con Lui nell’alto dei cieli e lo Spirito che non si capisce bene se è lì o qui o un po’ qui e un po’ lì…) per accedere ad una prospettiva relazionale, per la quale io – come uomo – non posso dirmi se non in relazione a Dio, che a sua volta non può che essere Padre (pensabile sempre e solo come in relazione al Figlio e allo Spirito), Figlio (pensabile sempre e solo come in relazione al Padre e allo Spirito) e Spirito (pensabile sempre e solo come in relazione al Padre e al Figlio).

lunedì 18 maggio 2015

Domenica di Pentecoste


Dagli Atti degli Apostoli (At 2,1-11)

Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi. Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadòcia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfìlia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, Romani qui residenti, Giudei e proséliti, Cretesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Galati (Gal 5,16-25)

Fratelli, camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. Del resto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preavviso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge. Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passioni e i suoi desideri. Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,26-27; 16,12-15)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

 

Ed eccoci giunti all’ultima domenica del Tempo di Pasqua, con l’invito della Chiesa a soffermarci sul dono dello Spirito santo a Pentecoste. Come già dicevamo domenica scorsa per l’Ascensione, anche la scansione temporale dei 50 giorni dopo Pasqua (introdotta da Luca) ha una funzione pedagogica, non materialistica, tant’è vero che l’evangelista Giovanni colloca il dono dello Spirito addirittura sulla croce: «Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: “È compiuto!”. E, chinato il capo, consegnò lo spirito» (Gv 19,30). L’intenzione della dilatazione temporale di Risurrezione, Ascensione e Pentecoste, che la Chiesa ha fatto sua, è dunque quella di dare tempo e spazio per la riflessione su ciascuno di questi eventi, non quella di utilizzare lo schema temporale (domenica di Pasqua – 40 giorni – Ascensione – altri 10 giorni, quindi 50 dopo Pasqua – Pentecoste) come marchingegno logico per introdurre domande inappropriate; quali: ma in quei 10 giorni tra l’Ascensione e la Pentecoste il mondo è stato senza la presenza di Dio, dato che Gesù era asceso e lo Spirito non ancora donato?

Piuttosto, come dicevamo, i tre “momenti” (Risurrezione, Ascensione, Pentecoste) vanno presi insieme, come un unico evento, che potremmo ritradurre con queste parole più laiche: dopo la morte di Gesù, i suoi discepoli hanno fatto esperienza che non era finito tutto. E hanno provato a declinare questo “non tutto è finito” con dei racconti e delle immagini che evocassero la realtà che vivevano.

In particolare i racconti che riguardano l’esperienza della nuova presenza del Signore, nel suo Spirito, fanno riferimento al fuoco e al vento forte.

lunedì 11 maggio 2015

Ascensione


Dagli Atti degli Apostoli (At 1,1-11)
Nel primo racconto, o Teòfilo, ho trattato di tutto quello che Gesù fece e insegnò dagli inizi fino al giorno in cui fu assunto in cielo, dopo aver dato disposizioni agli apostoli che si era scelti per mezzo dello Spirito Santo. Egli si mostrò a essi vivo, dopo la sua passione, con molte prove, durante quaranta giorni, apparendo loro e parlando delle cose riguardanti il regno di Dio. Mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere l’adempimento della promessa del Padre, «quella – disse – che voi avete udito da me: Giovanni battezzò con acqua, voi invece, tra non molti giorni, sarete battezzati in Spirito Santo». Quelli dunque che erano con lui gli domandavano: «Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?». Ma egli rispose: «Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samarìa e fino ai confini della terra». Detto questo, mentre lo guardavano, fu elevato in alto e una nube lo sottrasse ai loro occhi. Essi stavano fissando il cielo mentre egli se ne andava, quand’ecco due uomini in bianche vesti si presentarono a loro e dissero: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo».
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni (Ef 4,1-13)
Fratelli, io, prigioniero a motivo del Signore, vi esorto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto, con ogni umiltà, dolcezza e magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo e un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, opera per mezzo di tutti ed è presente in tutti. A ciascuno di noi, tuttavia, è stata data la grazia secondo la misura del dono di Cristo. Per questo è detto: «Asceso in alto, ha portato con sé prigionieri, ha distribuito doni agli uomini». Ma cosa significa che ascese, se non che prima era disceso quaggiù sulla terra? Colui che discese è lo stesso che anche ascese al di sopra di tutti i cieli, per essere pienezza di tutte le cose. Ed egli ha dato ad alcuni di essere apostoli, ad altri di essere profeti, ad altri ancora di essere evangelisti, ad altri di essere pastori e maestri, per preparare i fratelli a compiere il ministero, allo scopo di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, fino all’uomo perfetto, fino a raggiungere la misura della pienezza di Cristo.
 
Dal Vangelo secondo Marco (Mc 16,15-20)
In quel tempo, [Gesù apparve agli Undici] e disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.
 
La festa dell’Ascensione ci riconsegna tra le mani il problema della vita della Chiesa dopo l’assenza “fisica” di Gesù risorto. Il problema è sostanzialmente il medesimo: gli apostoli hanno incontrato Gesù risorto, hanno parlato con lui, hanno mangiato con lui, ma oggi quest’esperienza non è più possibile, in quei termini: come dico ai miei bambini, “non è che dietro la pianta potete vedere Gesù risorto che vi fa cucù”.
Il racconto dell’ascensione nasce perciò proprio per rendere conto di questa impossibilità di incontrare oggi il Signore risorto in quella forma che ci è stata trasmessa dal racconto delle sue apparizioni.
Si aprono perciò alcuni interrogativi:
-          È possibile comunque incontrare ancora il Signore oggi, seppur in un’altra forma?
-          Quale deve essere la vita dei cristiani alla luce di questa apparente assenza?
 
Riguardo alla prima domanda, le testimonianze del Nuovo Testamento affermano con forza che l’ascensione non è un abbandono. Il Signore non ci consegna ad una orfanità storica: egli è ancora presente («il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano»), ma in una forma diversa. Questa forma verrà poi spiegata con il dono del suo Spirito a Pentecoste, ma, senza introdurci nel difficile districarsi tra persone della Trinità, l’elemento centrale cui rimandano i testi è la certezza dell’accompagnamento costante di Dio o meglio, del fatto che siamo come immersi in Lui. Spiegavo, sempre ai miei bambini a scuola: “quando eravate piccoli coloravate il cielo di azzurro solo in alto, come una strisciolina nella parte alta del foglio. Crescendo avete scoperto che il cielo, l’aria non è solo lassù, ma ci avvolge e ci circonda. Così è Dio: non è solo lassù, ma ci avvolge e ci circonda come l’aria”.
 

 
 
Questa è la nuova forma della sua presenza.
Alla luce di questo: quale deve essere allora la vita dei cristiani? Il vangelo di Marco è esplicito: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato (= immerso) sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno».
Questi sono dunque i pilastri della vita dei cristiani:
-          L’annuncio (con la vita e non tanto con le parole) della buona notizia che Dio ci ama;
-          Il battesimo, cioè l’immersione di ogni uomo in questo amore;
-          Lo scacciare i demòni (non quelli fantasmici della televisione, ma quelle ferite che adombrano il cuore e bloccano il circuito dell’amore, della fantasia, della felicità);
-          Il parlare lingue nuove (non solo “lingue straniere”, ma la lingua, il linguaggio personale di ciascun uomo, per riuscire a intercettarlo e comunicare con lui nelle profondità del suo cuore);
-          Il prendere in mano i serpenti e non esserne avvelenati (cioè affrontare il male del mondo, senza rilanciarlo mai, senza farsene intaccare il cuore, ma tenendo limpido lo sguardo su cosa è “giustizia”);
-          Il guarire i malati (compito non solo dei medici, ma di chiunque si fa carico delle ferite dell’altro, nella carne e nello spirito).
 
Buona festa dell’ascensione a tutti.
 

lunedì 4 maggio 2015

VI Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 10,25-27.34-35.44-48)

Avvenne che, mentre Pietro stava per entrare [nella casa di Cornelio], questi gli andò incontro e si gettò ai suoi piedi per rendergli omaggio. Ma Pietro lo rialzò, dicendo: «Àlzati: anche io sono un uomo!». Poi prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga». Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo; li sentivano infatti parlare in altre lingue e glorificare Dio. Allora Pietro disse: «Chi può impedire che siano battezzati nell’acqua questi che hanno ricevuto, come noi, lo Spirito Santo?». E ordinò che fossero battezzati nel nome di Gesù Cristo. Quindi lo pregarono di fermarsi alcuni giorni.

 

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 4,7-10)

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore. In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui. In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,9-17)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi. Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici, se fate ciò che io vi comando. Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga; perché tutto quello che chiederete al Padre nel mio nome, ve lo conceda. Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

 

Il brano di vangelo di questa VI domenica di Pasqua è uno dei più intensi del Nuovo Testamento: condensa infatti tutta la teologia di Gesù.

Peraltro è molto chiaro, in quanto mantiene una consequenzialità davvero degna di un teologo!

Seguiamolo perciò con ordine:

1-      Al primo posto c’è la relazione originaria: quella di Dio Padre con Gesù. Essa è basata sull’amore: «Il Padre ha amato me»;

2-      Segue il nostro coinvolgimento: «Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi». La seconda affermazione del brano indica il nostro innesto in questa dinamica di amore.

 

Potremmo perciò dire che il nucleo sorgivo della teologia di Gesù è questo circuito di amore tra il Padre e il Figlio in cui, gratuitamente, siamo inseriti anche noi. L’annuncio di Gesù, la sua buona notizia, il suo vangelo è perciò il seguente: il mondo, e ciascuno di noi, è avvolto e pensato dentro ad una logica di amore.

3-      Segue poi l’invito a rimanere in questo amore: «Rimanete nel mio amore».

 

A noi, sempre “colpevolmente” preoccupati di non essere graditi a Dio (“colpevolmente” perché dato l’originario annuncio non c’è spazio per la preoccupazione di un’eventuale ritorsione di Dio, che invece – come mostra bene il brano di Genesi 3, indicando in cosa consista il peccato – noi sempre reintroduciamo con la nostra diffidenza), di fronte a questa affermazione viene subito da chiederci: cosa vuole Dio da noi per rimanere in questo amore? Per non esserne scartati? Per non esserne esclusi?

Guardiamo cioè immediatamente a quel «Rimanete nel mio amore», come ad una limitazione del suo amore. Inizialmente ha affermato che era incondizionato e invece… eccola la condizione… E immediatamente scatta in noi l’ansia di dover assolvere a questa condizione; oppure la rabbia contro un Dio che si propone come incondizionatamente amoroso, ma che immediatamente dopo l’annuncio di questo amore incondizionato, eccolo lì a porre condizioni, a volere qualcosa da noi, come sospettavamo…

4-      Tutti questi nostri timori trovano addirittura apparente conferma quando Gesù aggiunge cosa è necessario fare per rimanere in questo amore: osservare i comandamenti, fare ciò che vi comando.

 

A noi infatti, le parole “comandamenti”/“comando” evocano tutta una serie di norme morali, iter spirituali, regole liturgiche che fanno ulteriormente accrescere l’ansia, data dalla consapevolezza che non riusciremo mai ad incastrare in essi la nostra vita e nemmeno il nostro modo di essere.

5-      Ma ecco la sorpresa che fa infrangere tutta questa perversa logica religiosa contro la benevola spiegazione di Gesù su cosa siano questi comandamenti, ciò che egli ci comanda (una spiegazione che Gesù accosta alle sue parole perché, probabilmente, conoscendo bene l’animo umano, sapeva che l’avremmo frainteso). Egli infatti immediatamente aggiunge: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi». Ribadendo poi in seguito: «Questo vi comando: che vi amiate gli uni gli altri».

Il rimanere nell’amore di Dio coincide dunque, non con una serie di norme, codici, regole, ecc., ma con il ricircolo di quel medesimo amore con cui noi per primi siamo stati amati. A ben guardare, quella che a noi poteva sembrare una condizione che restringeva il campo dei “salvati”, in realtà è un allargamento che non ha più confini, perché tutti coloro che vengono al mondo su questa terra sperimentano almeno un frammento di questo circuito di amore. Inoltre, quello che a noi aveva immediatamente suscitato l’ansia, perché, in quanto comandato, avevamo pensato fosse qualcosa che ci avrebbe limitato nella libertà, nell’espressività, nella fantasia, qualcosa che ci avrebbe impedito di gustare la pienezza della vita, in realtà si rivela qualcosa che potenzia la vita, che ci spinge verso il bello, verso il buono, verso il gustoso della vita: l’amore.

6-      Tant’è che Gesù lo dice: «Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena». A noi sempre incartati nella logica per cui il male sarebbe più bello, ma ci rinuncio per evitare la punizione divina, Gesù viene incontro sorridente dicendo che non ci chiede di rinunciare al bello (al bello della vita) per guadagnarci il paradiso. Anzi, ci racconta di una bellezza prima inaudita e insperata: il bello della vita è sapersi amati dall’origine e per sempre e poter dunque vivere da amanti, non da paurosi, non da rattrappiti, non da mortificati. È lui che ci svela (ci pulisce gli occhi) e ci mostra i bello della vita: «che vi amiate gli uni gli altri come io ho amato voi», «perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga».

 

Ecco tutta la teologia di Gesù, su cui dovremmo riscrivere la nostra: una teologia che esplode di amore, di fecondità, di bellezza e non lascia spazio al tetro, al triste, al mortificante.

lunedì 27 aprile 2015

V Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 9,26-31)
In quei giorni, Saulo, venuto a Gerusalemme, cercava di unirsi ai discepoli, ma tutti avevano paura di lui, non credendo che fosse un discepolo. Allora Bàrnaba lo prese con sé, lo condusse dagli apostoli e raccontò loro come, durante il viaggio, aveva visto il Signore che gli aveva parlato e come in Damasco aveva predicato con coraggio nel nome di Gesù. Così egli poté stare con loro e andava e veniva in Gerusalemme, predicando apertamente nel nome del Signore. Parlava e discuteva con quelli di lingua greca; ma questi tentavano di ucciderlo. Quando vennero a saperlo, i fratelli lo condussero a Cesarèa e lo fecero partire per Tarso. La Chiesa era dunque in pace per tutta la Giudea, la Galilea e la Samarìa: si consolidava e camminava nel timore del Signore e, con il conforto dello Spirito Santo, cresceva di numero.
 
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 3,18-24)
Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità. In questo conosceremo che siamo dalla verità e davanti a lui rassicureremo il nostro cuore, qualunque cosa esso ci rimproveri. Dio è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa. Carissimi, se il nostro cuore non ci rimprovera nulla, abbiamo fiducia in Dio, e qualunque cosa chiediamo, la riceviamo da lui, perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito. Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suo Gesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altri, secondo il precetto che ci ha dato. Chi osserva i suoi comandamenti rimane in Dio e Dio in lui. In questo conosciamo che egli rimane in noi: dallo Spirito che ci ha dato.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 15,1-8)
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
 
Il vangelo di questa V domenica di Pasqua è un vangelo assai noto. L’immagine della vite e dei tralci ci è infatti stata insegnata fin da bambini e diventa difficile commentarla: sia perché, appunto, è arciconosciuta, sia anche perché nella sua immediatezza è già chiara da sé.
Eppure… mi pare di intravvedere un rischio, che è quello di risultare più attenti alle sorti del tralcio che non porta frutto e viene tagliato e bruciato. Io non so perché ci capita (se è questione psicologica, se è perché nella nostra formazione hanno sottolineato la paura dell’inferno, o la minaccia come modalità per “farci fare il bene”, o altro), fatto sta che non appena leggiamo «Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano» immediatamente un brivido di paura ci corre per la colonna vertebrale. Sarà la paura dell’inferno che ci hanno istillato secoli di certa predicazione? Forse… ma io credo che più radicalmente ci sia la paura (sottostante a quella dell’inferno) che il volto di Dio sia questo: buono con chi porta frutto, duro e punitivo con chi non lo porta. In discussione, dietro alle nostre paure, come mi capita di ripetere spesso, c’è il vero volto di Dio. È lui che ci fa paura, non l’inferno o cose simili. È lui che ci fa paura. E di cosa si ha paura? Di chi non si conosce o di chi ci può fare del male (tenendo conto che i mali più grossi non sono quelli di chi ci odia, ma di chi ci ama e ci tradisce o ci abbandona o ci ferisce).
Il punto è dunque questo: la nostra paura – che fra tutti i versetti del vangelo ci fa concentrare su quello del tralcio che si dissecca – viene dalla nostra poca conoscenza di Dio (e dunque dalla diffidenza nei suoi confronti) e dal timore che ci possa tradire, abbandonare, ferire (non amare più).
I due ordini di paura (poca conoscenza / effimero amore) sono correlati: conoscere la rivelazione di Dio, Gesù, vuol dire infatti incontrare il Dio affidabile nell’amore; ma noi ci spacchiamo sempre troppo poco la testa e il cuore sul suo vangelo e lo conosciamo sempre solo un po’ per sentito dire. È lì che si apre lo spazio per la diffidenza sulla sua affidabilità.
In realtà, se guardiamo anche al testo di oggi, il tralcio che non porta frutto non è il centro del discorso. Esso è segnalato solo per far emergere, per contrapposizione (come settimana scorsa il mercenario in confronto al pastore), la bellezza del rimanere in Gesù (termine che tornerà anche settimana prossima: «rimanete nel mio amore»).
Con questa immagine della vite e dei tralci Gesù vuole convincerci della bellezza del rimanere nel suo amore, della vitalità, dell’esplosione di colori che essa produce, come la nostra primavera ci sta mostrando.
Tutta la sua vita è stata spesa per questo convincimento, per renderci persuasi che solo l’amore ci fa fiorire, mentre la paura, la diffidenza, la chiusura disseccano la nostra vitalità.
Noi invece abbiamo costruito una religiosità in cui l’appartenenza è figlia della paura dell’eventuale ritorsione altrui. E così abbiamo costruito anche le nostre relazioni tra di noi. Per questo ci dissecchiamo.
La fede invece è proprio questo sbilanciamento dalla paura al credere, dalla diffidenza alla fiducia, dalla chiusura all’apertura, dal seccare al fiorire.
Certo, resta da chiedersi concretamente in cosa consista questo “rimanere”. Ma nel provare a tradurre in vita quotidiana questo stare attaccati alla vite non possiamo abbandonare questa prima conquista: che rimanere in lui sia per la vita. Altrimenti reintrodurremmo concretezze mortifere (sacrifici, rinunce, mortificazioni, ecc…). Ripensare la nostra vita di tralci con categorie figlie della paura vorrebbe dire ritornare all’errore originario.
Bisogna allora che inventiamo linguaggi nuovi, forme inedite, gesti inusuali per dire la vitalità di una vita che ha per linfa l’amore di Dio e degli uomini, senza farci immediatamente bloccare da certe impalcature morali che – nate per essere segni di vita e di amore – rischiano, se fatte girare a vuoto e omologate a qualsiasi situazione, di ottenere l’effetto opposto, cioè di essere tombe dell’amore e della vita.
È il percorso di una vita, ma va affrontato senza paura.

lunedì 20 aprile 2015

IV Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 4,8-12)

In quei giorni Pietro, colmato di Spirito Santo, disse: «Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In  nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».

 

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 3,1-2)

Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente. Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.

 

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 10,11-18)

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e dò la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo giudicare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io dò la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la dò da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

 

In questa quarta domenica di Pasqua, la Chiesa continua ad invitarci a riflettere sul mistero della Risurrezione. A differenza delle domeniche precedenti però, la liturgia non presenta racconti di apparizioni del risorto, ma preferisce intercettare la stessa questione partendo da altri punti di vista. In particolare essi potrebbero essere riassunti in questi termini: innanzitutto – facendo riferimento alla prima e alla seconda lettura – Qual è il rapporto dei discepoli (e dunque anche nostro) con questo Cristo ormai risorto («nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato»)? Come cioè egli agisce ancora nella storia? In che senso il suo nome è l’unico, sotto il cielo, in cui è stabilito che siamo salvati? E cosa significa sul fronte umano questo essere salvati? Questo già essere figli di Dio? Questo essere associati alla sua risurrezione? In poche parole: Che ne sarà di noi? Cosa saremo? La risurrezione è qualcosa che riguarda solo lui o in qualche modo – e se sì in quale modo – coinvolge anche noi?

Sull’altro fronte invece, quello del vangelo, la questione suona piuttosto in questi termini: Qual è la vera identità di Gesù Cristo, il crocifisso risorto? Quali sono i termini corretti per comprendere la sua morte e risurrezione? E retrospettivamente la sua storia? Dunque per dire chi egli sia?

Evidentemente il perno delle questioni poste dalle letture nel loro insieme sta in questo secondo ordine di domande: la risposta ad esse infatti apre alla corretta lettura anche delle prime, dona loro la giusta prospettiva, le inserisce in un orizzonte univoco.

Come infatti Gesù risorto sia legato efficacemente alla storia che prosegue e a noi e cosa – in Lui – noi saremo, non sono domande disgiungibile da chi egli sia stato e dunque da quale sia la sua identità: il crocifisso infatti è il risorto; l’identità storica di Gesù coincide con la sua libertà di Figlio di Dio.

È come, cioè, se la Chiesa ci invitasse a lasciar trapelare dal cuore quelle domande che l’evento di risurrezione pian piano fa emergere, le stesse in qualche modo che hanno interrogato anche i discepoli della prima ora (Adesso che è risorto Gesù sarà ancora con noi? O la grazia della risurrezione lo allontanerà per sempre dalla nostra esperienza? Ora che ha vinto la morte si dimenticherà di noi – suoi discepoli che lo abbiamo tradito? Se ne andrà abbandonandoci al non senso della storia?), e a rintracciarne il corretto orizzonte di senso nella storia di Gesù.

E – come già accennato nella disamina dei testi – il problema vero diventa: Chi è veramente Gesù? È uno di cui ci si può fidare? O è uno che – vinta la morte – ci mollerà qui? È uno che “apposto lui apposto tutti” o uno che ha a cuore il destino degli uomini? Dei suoi? Anche se traditori?
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