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lunedì 20 aprile 2015

IV Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 4,8-12)

In quei giorni Pietro, colmato di Spirito Santo, disse: «Capi del popolo e anziani, visto che oggi veniamo interrogati sul beneficio recato a un uomo infermo, e cioè per mezzo di chi egli sia stato salvato, sia noto a tutti voi e a tutto il popolo d’Israele: nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato. Questo Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In  nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati».

 

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 3,1-2)

Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente. Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.

 

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 10,11-18)

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e dò la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo giudicare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io dò la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la dò da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

 

In questa quarta domenica di Pasqua, la Chiesa continua ad invitarci a riflettere sul mistero della Risurrezione. A differenza delle domeniche precedenti però, la liturgia non presenta racconti di apparizioni del risorto, ma preferisce intercettare la stessa questione partendo da altri punti di vista. In particolare essi potrebbero essere riassunti in questi termini: innanzitutto – facendo riferimento alla prima e alla seconda lettura – Qual è il rapporto dei discepoli (e dunque anche nostro) con questo Cristo ormai risorto («nel nome di Gesù Cristo il Nazareno, che voi avete crocifisso e che Dio ha risuscitato dai morti, costui vi sta innanzi risanato»)? Come cioè egli agisce ancora nella storia? In che senso il suo nome è l’unico, sotto il cielo, in cui è stabilito che siamo salvati? E cosa significa sul fronte umano questo essere salvati? Questo già essere figli di Dio? Questo essere associati alla sua risurrezione? In poche parole: Che ne sarà di noi? Cosa saremo? La risurrezione è qualcosa che riguarda solo lui o in qualche modo – e se sì in quale modo – coinvolge anche noi?

Sull’altro fronte invece, quello del vangelo, la questione suona piuttosto in questi termini: Qual è la vera identità di Gesù Cristo, il crocifisso risorto? Quali sono i termini corretti per comprendere la sua morte e risurrezione? E retrospettivamente la sua storia? Dunque per dire chi egli sia?

Evidentemente il perno delle questioni poste dalle letture nel loro insieme sta in questo secondo ordine di domande: la risposta ad esse infatti apre alla corretta lettura anche delle prime, dona loro la giusta prospettiva, le inserisce in un orizzonte univoco.

Come infatti Gesù risorto sia legato efficacemente alla storia che prosegue e a noi e cosa – in Lui – noi saremo, non sono domande disgiungibile da chi egli sia stato e dunque da quale sia la sua identità: il crocifisso infatti è il risorto; l’identità storica di Gesù coincide con la sua libertà di Figlio di Dio.

È come, cioè, se la Chiesa ci invitasse a lasciar trapelare dal cuore quelle domande che l’evento di risurrezione pian piano fa emergere, le stesse in qualche modo che hanno interrogato anche i discepoli della prima ora (Adesso che è risorto Gesù sarà ancora con noi? O la grazia della risurrezione lo allontanerà per sempre dalla nostra esperienza? Ora che ha vinto la morte si dimenticherà di noi – suoi discepoli che lo abbiamo tradito? Se ne andrà abbandonandoci al non senso della storia?), e a rintracciarne il corretto orizzonte di senso nella storia di Gesù.

E – come già accennato nella disamina dei testi – il problema vero diventa: Chi è veramente Gesù? È uno di cui ci si può fidare? O è uno che – vinta la morte – ci mollerà qui? È uno che “apposto lui apposto tutti” o uno che ha a cuore il destino degli uomini? Dei suoi? Anche se traditori?

mercoledì 15 aprile 2015

III Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 3,13-15.17-19)

In quei giorni, Pietro disse al popolo: «Il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato, mentre egli aveva deciso di liberarlo; voi invece avete rinnegato il Santo e il Giusto, e avete chiesto che vi fosse graziato un assassino. Avete ucciso l’autore della vita, ma Dio l’ha risuscitato dai morti: noi ne siamo testimoni. Ora, fratelli, io so che voi avete agito per ignoranza, come pure i vostri capi. Ma Dio ha così compiuto ciò che aveva preannunciato per bocca di tutti i profeti, che cioè il suo Cristo doveva soffrire. Convertitevi dunque e cambiate vita, perché siano cancellati i vostri peccati».

 

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 2,1-5)

Figlioli miei, vi scrivo queste cose perché non pecchiate; ma se qualcuno ha peccato, abbiamo un Paràclito presso il Padre: Gesù Cristo, il giusto. È lui la vittima di espiazione per i nostri peccati; non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo. Da questo sappiamo di averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti. Chi dice: «Lo conosco», e non osserva i suoi comandamenti, è bugiardo e in lui non c’è la verità. Chi invece osserva la sua parola, in lui l’amore di Dio è veramente perfetto.

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 24,35-48)

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano [agli Undici e a quelli che erano con loro] ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto [Gesù] nello spezzare il pane. Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro. Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

 

Ancora un testo che ci parla di un’apparizione del risorto.

Tornano i temi classici legati a questi discorsi: il saluto di Gesù «Pace a voi!»; la reazione di paura, stupore e non riconoscimento da parte dei suoi (che “serve” agli evangelisti per farci sapere che Gesù risorto non era semplicemente tornato in vita come Lazzaro, ma era entrato in una condizione nuova, che lo rendeva quasi irriconoscibile); il farsi riconoscere di Gesù attraverso i segni della passione e attraverso parole e gesti in continuità con quelli che aveva usato da vivo (continuità che gli evangelisti mostrano per farci capire che colui che i discepoli incontrano, seppur in una condizione nuova, è sempre lo stesso Gesù).

Proprio su questa continuità si concentra in particolare questo racconto di apparizione. Infatti l’evangelista Luca fa dire a Gesù: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi».

È Gesù stesso, dunque, in questo brano a porre quasi un ponte tra ciò che diceva da vivo e ciò che gli è poi effettivamente capitato e che lo fa essere ora lì presente, risorto, davanti a loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

È su questa frase conclusiva che vorrei oggi soffermarmi un po’. Perché, mentre il v. 46 («Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno») non aggiunge nulla di nuovo al mistero della Pasqua, i versetti seguenti, se letti con attenzione, nascondono qualche sorpresa.

Innanzitutto il v. 47: «e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme». La sorpresa riguarda proprio il fatto che, mentre noi siamo abituati a dire che la vita di Gesù si conclude con la sua passione-morte-risurrezione, qui c’è qualcosa di più. Cioè fa parte dell’evento di rivelazione di Dio, in Gesù, non solo la parabola storica della vita di Gesù, ma anche l’annuncio che di essa viene fatto dai suoi.

Non a caso il v. 48 dice: «Di questo voi siete testimoni». Voi siete testimoni non solo del fatto che Gesù ha patito ed è risorto il terzo giorno, ma che nel suo nome ciò che va predicato a tutti i popoli è la conversione e il perdono dei peccati.

Gli apostoli sono “apostoli” (= inviati) per questo: sono “mandati” ad annunciare a tutto il mondo la vita, la morte, la risurrezione di Gesù e la conversione e il perdono dei peccati.

Attenzione: non ad annunciare la vita-morte-risurrezione di Gesù, poi a minacciare per la conversione, e infine – per i convertiti – tornare ad annunciare il perdono dei peccati.

Ma ad annunciare la vita-morte-risurrezione di Gesù, la conversione e il perdono dei peccati.

martedì 7 aprile 2015

II Domenica di Pasqua


Dagli Atti degli Apostoli (At 4,32-35)

La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune. Con grande forza gli apostoli davano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti godevano di grande favore. Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano il ricavato di ciò che era stato venduto e lo deponevano ai piedi degli apostoli; poi veniva distribuito a ciascuno secondo il suo bisogno.

 

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 5,1-6)

Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 20,19-31)

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

Ci hanno insegnato a stigmatizzare Tommaso. Eppure è lui che nel vangelo di Giovanni ci rappresenta più di tutti: perché noi – come lui – non c’eravamo a vedere il risorto. Ma soprattutto perché – noi come lui – vorremmo poter vedere e toccare… per poi credere.

Non ci convince nemmeno l’espressione di Gesù «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto», tant’è che – a distanza di 2000 anni – riesce ancora a darci da pensare… e anche a darci un po’ fastidio. Perché in fondo, non siamo, a torto o a ragione, non siamo d’accordo con lui: qualcosa in noi si ribella.

La verità è che è difficile credere davvero (non solo a parole o attraverso slogan) nella risurrezione. Io credo che – se la Chiesa in questi 2000 anni ci avesse creduto un po’ di più – avrebbe costruito un mondo diverso. In realtà le nostre vite continuano a essere costruite in base al principio che poi si muore… e quindi… con tutto quello che viene di conseguenza.

Non abbiamo costruito un mondo in cui “poi si risorge, e quindi…”.

Non credo nemmeno che questa sia solo la situazione di noi poveri post-contemporanei, immersi in un mondo in cui la maggioranza delle persone è atea o agnostica. Credo che – anche nei secoli più “cattolici” della storia dell’umanità – sia sempre stata la certezza della morte e non la fede nella risurrezione a guidare le scelte della vita (personale e sociale).

Ha ragione p. Mario, quando in predica dice che abbiamo relegato Dio (Padre e Figlio) nell’aldilà, come si fa coi morti (non con i risorti, che sono dei viventi, stando al vangelo). Io penso che l’abbiamo fatto per comodità (perché il Dio di Gesù è un Dio scomodo, con il suo continuo invito all’amore disarmato) e anche perché siamo dei sani materialisti: abbiamo cioè fatto sostanzialmente questa equiparazione: Dio ha scelto di non agire nella storia (di consegnarla all’uomo) dunque Dio non c’è o è nell’aldilà, lontano: praticamente morto.

E così siamo rimasti con la storia tra le mani, un Dio considerato praticamente morto e di fronte solo la certezza della nostra fine (con una vaga e arcaica speranza – un po’ sciamanica – che quanto abbiamo sentito fin da piccoli sull’aldilà sia poi magari pure vero, chissà). Per questo abbiamo costruito una storia di morte.

Che la storia sia nelle nostre mani e che Dio non vi agisca in senso materiale è un dato inequivocabile; che di fronte a noi ci sia l’incontro con la morte è altrettanto ineluttabile. Nessuna di queste due cose è messa in dubbio dalla rivelazione del volto di Dio che Gesù ha attuato con la sua vita.

Ma di certo il terzo elemento (che Dio sia nell’aldilà, dunque praticamente morto) è esattamente quanto il lieto annuncio di Gesù smentisce: la sua risurrezione – culmine della parabola storica della sua esistenza – ci annuncia invece che Dio è presente e vivo e con noi fino alla fine del mondo, con la sua promessa che la morte non ha l’ultima parola neanche nelle nostre esistenze.

Provare a credere nella risurrezione vuol allora forse dire provare a credere nel Dio dei viventi, nel pensare a noi stessi come a “viventi” e non come a (prima o poi) “morenti”. Che tra l’altro è quello che facciamo – senza accorgercene – molto più spesso di quanto crediamo: ogni volta infatti che – anche senza consapevolezza – acconsentiamo alla vita (respirando, mangiando, ridendo, annusando, guardando, ecc…), di fatto facciamo un atto di fede in lei, nella vita e nel Dio della vita.
Raro caso in cui la carne è pronta, ma lo spirito è debole.

lunedì 30 marzo 2015

Pasqua


Dal Vangelo secondo Marco (Mc 16,1-7)

Passato il sabato, Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e Salòme comprarono oli aromatici per andare a ungerlo. Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: «Chi ci farà rotolare via la pietra dall'ingresso del sepolcro?». Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: "Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto"».

 

Quest’anno ho scelto di commentare il vangelo che si legge il sabato sera, durante la veglia di Pasqua. È tratto dal vangelo di Marco, ma prima di iniziare a dirne qualcosa, qualche precisazione.

Originariamente il vangelo di Marco finiva al v. 8 del cap. 16.

Durante la liturgia del sabato santo invece ci vengono fatti leggere i primi 7 vv. di questo capitolo: viene cioè omesso l’ottavo, che recita così: «Esse uscirono e fuggirono via dal sepolcro, perché erano piene di spavento e di stupore. E non dissero niente a nessuno, perché erano impaurite».

Questo – come detto – era l’ultimo versetto dell’intero vangelo di Marco, che dunque si concludeva con il mancato annuncio di risurrezione!

È evidente che l’annuncio poi c’è stato, altrimenti non ci sarebbe stato neppure il vangelo, ma Marco con questa finale, voleva ribadire un’ennesima volta l’incomprensione cui la vita di Gesù è stata radicalmente sottoposta. Per la Chiesa invece questa finale era troppo tranchant e perciò successivamente è stata aggiunta quella che viene chiamata la “finale canonica”, cioè i versetti 9-20.

La cosa più dura da mandar giù, ancora oggi, di fronte a quel v. 8, è che i sentimenti esplicitati sono lo spavento, lo stupore e la paura. «Nessun segno di gioia» – commenta don Bruno Maggioni nel suo il racconto di Marco. «Di fronte all’inaudito atto di Dio, da parte dell’uomo, anche da parte delle persone piene di venerazione, che amavano Gesù, che mostrano un certo coraggio, c’è soltanto incomprensione totale» [E. Schweizer, Il vangelo secondo Marco]. Questo v. 8 – sempre secondo Maggioni – «è la conclusione di un motivo che percorre tutto l’episodio e, più ampiamente, l’intero vangelo: Marco infatti non ha perso occasione, lungo il suo racconto, per ricordare l’incomprensione dei discepoli, il segreto messianico, il timore e la paura di fronte alle manifestazioni di Gesù. È la reazione normale dell’uomo non solo di fronte al Gesù terreno, ma anche ora di fronte al Gesù risorto, di fronte alla Parola annunciata dalla comunità. Si direbbe una incomprensione invincibile. Ma non è così: se non altro, di fronte al disorientamento delle donne, c’è la fiducia di Dio che affida ad esse – proprio ad esse – la sua promessa: “andate dunque, dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea; là lo vedrete, come vi disse”. L’incomprensione dell’uomo non arresta il piano di Dio. […] La conclusione del v. 8 non è l’ultima parola: è semplicemente la reazione normale di fronte alla promessa di Dio. La promessa di Dio è l’ultima vera parola».

Il vangelo di Marco si conclude perciò così: con i sentimenti umani dello spavento, dello stupore e della paura e con la promessa di Dio.

Mi pare doveroso fermarsi almeno un attimo su questo punto, prima di andare troppo facilmente a consolarci nella gioia della Pasqua. Anche perché la situazione tratteggiata da Marco, mi pare renda bene lo stato “normale” delle nostre esistenze, molto più della gioia un po’ artificiale che le feste comandate ci inducono ad avere. Noi infatti – abitualmente – e soprattutto di fronte alla consapevolezza o all’esperienza della morte, siamo spaventati, stupiti (ma nel senso di “sconcertati”) e impauriti. Uno spavento, uno sconcerto e una paura che restano in sottofondo anche quando non pensiamo alla morte o quand’essa non ci tocca da vicino: sempre – seppur magari in maniera soffusa e addirittura inconsapevole – siamo un po’ spaventati, sconcertati e impauriti… dalla vita.

Non a caso molte delle nostre scelte (che a volte prendono le fattezze di un dibattersi come dei pesci fuor d’acqua, mentre a volte sono ingessate dentro ad una presunta od ostentata pacatezza e solidità) potrebbero essere lette come i continui tentativi di mettere a tacere quello spavento, quello sconcerto e quella paura, come continui tentativi di silenziarli, di sopirli o di far finta che non esistano, almeno per un po’. Tutto ciò che viviamo è segnato da questo buco nero che ci mangia la vita e cui noi, per placarne un po’ la voracità, siamo pronti a sacrificare qualsiasi cosa: quanto tempo usiamo per fare delle cose che ci facciano sentire vivi, cioè che ci allontanino la paura della morte; quanto relazioni consumiamo per lo stesso motivo?

L’annuncio di risurrezione risuonato duemila anni fa e poi continuamente proclamato per mare e per terra non ha interrotto questa condizione umana. Marco ne era ben consapevole, per questo non dice che le donne erano spaventate, sconcertate e impaurite sotto la croce, ma lo dice immediatamente dopo che hanno ricevuto l’annuncio di risurrezione. È un annuncio che non è magico: non cambia la storia nella modalità di un pulsante che, una volta schiacciato, innesta una situazione nuova. Niente di ciò che riguarda Dio è magico. Tutto è storico: anche l’annuncio di risurrezione, che non cambia la nostra interiorità come un pulsante, ma può iniziare ad interloquire con la nostra condizione di spaventati, sconcertati, impauriti per natura. Per arrivare, forse, a farci muovere qualche passetto verso la fiducia in quella promessa di Dio, che ha l’ultima parola.

lunedì 16 marzo 2015

V Domenica di Quaresima


Dal libro del profeta Geremia (Ger 31,31-34)

«Ecco verranno giorni – oracolo del Signore –, nei quali con la casa d’Israele e con la casa di Giuda concluderò un’alleanza nuova. Non sarà come l’alleanza che ho concluso con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dalla terra d’Egitto, alleanza che essi hanno infranto, benché io fossi loro Signore. Oracolo del Signore. Questa sarà l’alleanza che concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni – oracolo del Signore –: porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Non dovranno più istruirsi l’un l’altro dicendo: “Conoscete il Signore”, perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande – oracolo del Signore –, poiché io perdonerò la loro iniquità e non ricorderò più il loro peccato».

 

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 5,7-9)

Cristo, nei giorni della sua vita terrena offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte e, per il suo pieno abbandono a lui, venne esaudito. Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza dalle cose che patì e, reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono.

 

Dal vangelo secondo Giovanni (Gv 12,20-33)

In quel tempo, tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa c’erano anche alcuni Greci. Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli domandarono: «Signore, vogliamo vedere Gesù». Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù. Gesù rispose loro: «È venuta l’ora che il Figlio dell’uomo sia glorificato. In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna. Se uno mi vuole servire, mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servitore. Se uno serve me, il Padre lo onorerà. Adesso l’anima mia è turbata; che cosa dirò? Padre, salvami da quest’ora? Ma proprio per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e lo glorificherò ancora!». La folla, che era presente e aveva udito, diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». Disse Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire.

 

Il vangelo che la liturgia ci propone per questa quinta domenica di Quaresima è tratto dal capitolo 12 di Giovanni. Sebbene questo possa far pensare che si è ancora abbastanza all’inizio della vita pubblica di Gesù (i capitoli totali di Giovanni sono infatti 21), in realtà siamo ormai prossimi alla fine: con il capitolo 12 infatti si chiude la prima parte del vangelo di Giovanni e con il capitolo 13 iniziano i racconti degli ultimi giorni (la lavanda dei piedi).

Il nostro passo è dunque particolarmente significativo perché dopo la risurrezione di Lazzaro e l’ingresso trionfale a Gerusalemme, questo è l’ultimo discorso pubblico di Gesù. Esso è occasionato da un gruppo di Greci, probabilmente proseliti o simpatizzanti del giudaismo, che avvicinatisi a Filippo gli pongono una delle domande esistenzialmente più pregnanti di tutto il Vangelo: «Vogliamo vedere Gesù».

La questione è fondamentale perché essi in questo Gesù che vogliono vedere individuano qualcuno che potrebbe essere significativo in ordine alla risoluzione del problema dei problemi: il rapporto dell’uomo con Dio. Evidentemente la prospettiva in cui questi uomini guardavano a questa problematica non era quella di oggi (per esempio era pressoché data per scontata l’esistenza di Dio o degli dei), eppure anche le nostre corde interiori suonano di fronte a questo “voler vedere”.

Ciò che c’è in gioco infatti non è tanto o non è solo il corretto rapporto dell’uomo con Dio: cioè banalmente cosa l’uomo deve o non deve fare per stare in pace ora e nell’aldilà. Sebbene a volte anche il cristianesimo si sia appiattito su questa visione riduttiva, non si può negare che essa non sia in grado di rispondere all’anelito originario dell’uomo.

Il problema infatti è quello molto più radicale e determinante di quale sia l’origine (non in senso biologico, ma fondativo) della nostra vita, il suo senso, il suo compito e compimento, il suo fine da conciliare con la sua fine. La questione è cioè se ci sia o meno Qualcuno (e chi sia questo Qualcuno) che tiene in mano le fila disperse di quello che siamo (come singoli e come storia), se ci sia Qualcosa su cui vale la pena fondare una vita e anche perderla, se c’è Qualcuno insomma che non permetta che tutto questo sia un meschino gioco del caso che ci fa tornare e rimanere in polvere per l’eternità.

Per questo diventa così importante il vedere. Anche oggi spesso si sente dire: “Ah, se solo potessi vedere Dio”, o viceversa “Non credo in Dio perché non l’ho mai visto”… E quante volte anche a noi sale questo desiderio di una conferma, di una certezza, di una risposta…

lunedì 9 marzo 2015

IV Domenica di Quaresima


Dal secondo libro delle Cronache (2Cr 36,14-16.19-23)

In quei giorni, tutti i capi di Giuda, i sacerdoti e il popolo moltiplicarono le loro infedeltà, imitando in tutto gli abomini degli altri popoli, e contaminarono il tempio, che il Signore si era consacrato a Gerusalemme. Il Signore, Dio dei loro padri, mandò premurosamente e incessantemente i suoi messaggeri ad ammonirli, perché aveva compassione del suo popolo e della sua dimora. Ma essi si beffarono dei messaggeri di Dio, disprezzarono le sue parole e schernirono i suoi profeti al punto che l’ira del Signore contro il suo popolo raggiunse il culmine, senza più rimedio. Quindi [i suoi nemici] incendiarono il tempio del Signore, demolirono le mura di Gerusalemme e diedero alle fiamme tutti i suoi palazzi e distrussero tutti i suoi oggetti preziosi. Il re [dei Caldèi] deportò a Babilonia gli scampati alla spada, che divennero schiavi suoi e dei suoi figli fino all’avvento del regno persiano, attuandosi così la parola del Signore per bocca di Geremìa: «Finché la terra non abbia scontato i suoi sabati, essa riposerà per tutto il tempo della desolazione fino al compiersi di settanta anni». Nell’anno primo di Ciro, re di Persia, perché si adempisse la parola del Signore pronunciata per bocca di Geremìa, il Signore suscitò lo spirito di Ciro, re di Persia, che fece proclamare per tutto il suo regno, anche per iscritto: «Così dice Ciro, re di Persia: “Il Signore, Dio del cielo, mi ha concesso tutti i regni della terra. Egli mi ha incaricato di costruirgli un tempio a Gerusalemme, che è in Giuda. Chiunque di voi appartiene al suo popolo, il Signore, suo Dio, sia con lui e salga!”».

 

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni (Ef 2,4-10)

Fratelli, Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amato, da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo: per grazia siete salvati. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli, in Cristo Gesù, per mostrare nei secoli futuri la straordinaria ricchezza della sua grazia mediante la sua bontà verso di noi in Cristo Gesù. Per grazia infatti siete salvati mediante la fede; e ciò non viene da voi, ma è dono di Dio; né viene dalle opere, perché nessuno possa vantarsene. Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le opere buone, che Dio ha preparato perché in esse camminassimo.

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 3,14-21)

In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio».

 

Le letture che la Chiesa ci propone per questa Quarta Domenica di Quaresima sono davvero impegnative, direi quasi scomode…

Risulta faticoso infatti trovare tra di esse un nesso e, anche scegliendo di concentrarsi solo sul vangelo, il compito non pare semplificato.

Questo perché i versetti di Giovanni, proposti dalla liturgia, sono solo una sezione del ben più lungo discorso tra Gesù e Nicodemo, che inizia addirittura 10 versetti prima, e presi così risultano un po’ estemporanei… inoltre il brano scelto consiste in una sorta di approfondimento teologico su quanto precede: una specie di commento a mo’ di monologo, in cui si concentra quasi una sintesi di tutto il messaggio di Gesù nel Quarto Vangelo. Un monologo – non a caso – dal finale aperto (Nicodemo non risponde nulla!)… Ma essendo un discorso che approfondisce quanto precede, per comprenderlo è inevitabile fare un passo indietro e capire cosa lo precede?

Vediamo innanzitutto ciò che l’evangelista ha finora raccontato.

lunedì 2 marzo 2015

III Domenica di Quaresima


Dal libro dell’Èsodo (Es 20,1-17)
In quei giorni, Dio pronunciò tutte queste parole: «Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto, dalla condizione servile: Non avrai altri dèi di fronte a me. Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio, sono un Dio geloso, che punisce la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che mi odiano, ma che dimostra la sua bontà fino a mille generazioni, per quelli che mi amano e osservano i miei comandamenti. Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio, perché il Signore non lascia impunito chi pronuncia il suo nome invano. Ricòrdati del giorno del sabato per santificarlo. Sei giorni lavorerai e farai ogni tuo lavoro; ma il settimo giorno è il sabato in onore del Signore, tuo Dio: non farai alcun lavoro, né tu né tuo figlio né tua figlia, né il tuo schiavo né la tua schiava, né il tuo bestiame, né il forestiero che dimora presso di te. Perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il settimo giorno. Perciò il Signore ha benedetto il giorno del sabato e lo ha consacrato. Onora tuo padre e tua madre, perché si prolunghino i tuoi giorni nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà. Non ucciderai. Non commetterai adulterio. Non ruberai. Non pronuncerai falsa testimonianza contro il tuo prossimo. Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo, né il suo schiavo né la sua schiava, né il suo bue né il suo asino, né alcuna cosa che appartenga al tuo prossimo».
 
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (1Cor 1,22-25)
Fratelli, mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio. Infatti ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini.
 
Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 2,13-25)
Si avvicinava la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe e, là seduti, i cambiamonete. Allora fece una frusta di cordicelle e scacciò tutti fuori del tempio, con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiamonete e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via di qui queste cose e non fate della casa del Padre mio un mercato!». I suoi discepoli si ricordarono che sta scritto: «Lo zelo per la tua casa mi divorerà». Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. Mentre era a Gerusalemme per la Pasqua, durante la festa, molti, vedendo i segni che egli compiva, credettero nel suo nome. Ma lui, Gesù, non si fidava di loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che alcuno desse testimonianza sull’uomo. Egli infatti conosceva quello che c’è nell’uomo.
 
Il vangelo che la Chiesa ci propone per questa III Domenica di Quaresima è il testo dell’evangelista Giovanni che parla della cacciata dal tempio di Gerusalemme.
Prima di spiegare il senso di questo gesto di Gesù è utile fare tre premesse:
1-      La prima riguarda la collocazione di questo brano, che mentre nei sinottici è posto durante gli ultimi giorni della vita di Gesù, quando è giunto a Gerusalemme e lì sarà arrestato e ucciso, Giovanni pone all’inizio del suo vangelo, in una delle sue discese a Gerusalemme in occasione delle festività ebraiche. Mentre cioè i sinottici legano in qualche modo l’episodio al Tempio, con l’inasprimento dei rapporti di Gesù con le autorità religiose di Gerusalemme, che per questo si convinceranno sempre di più della necessità della sua morte, Giovanni presenta la relazione di Gesù col Tempio come un tratto di tutta la sua vita pubblica.
2-      Inoltre – in sede di premessa – va ricordata l’importanza che il Tempio di Gerusalemme aveva per gli ebrei. Esso era stato costruito – secondo la narrazione biblica – dal re Salomone nel X sec. a.C., per collocarci l’arca dell’alleanza contenente le tavole della legge (i 10 comandamenti, di cui ci narra la prima lettura, nella versione di Esodo – ce n’è un’altra versione nel libro del Deuteronomio); era stato distrutto nel VI sec. a.C. dai babilonesi di Nabucodonosor II ed era poi stato ricostruito al ritorno dall’esilio (per essere di nuovo distrutto dai romani nel 70 d.C. e mai più ricostruito, tant’è che oggi, di esso, rimane solo il “Muro del pianto”).
3-      Il tempio di Gerusalemme era costruito secondo uno schema concentrico: nella zona più esterna potevano entrare tutti i fedeli di fede ebraica; poi c’era una prima barriera, che potevano superare solo le persone di razza ebraica; poi c’era un’ulteriore barriera, che potevano superare solo i maschi di razza ebraica; poi un’ulteriore barriera, che potevano superare solo i sacerdoti. Infine nella parte più “sacra” (= separata), il Santo dei Santi, poteva entrare solo il sommo sacerdote, solo una volta all’anno, durante la festa dello Yom Kippur, la festa dell’espiazione. Il Tempio di Gerusalemme al tempo di Gesù – secondo le ricostruzioni – poteva dunque presentarsi in questo modo:

con questi “scompartimenti”:

Il gesto di Gesù va dunque letto in questo contesto. Ciò che Gesù vuol far intendere è che il modo di vivere il rapporto con Dio, così com’era pensato nello schema del tempio (sacrifici, speculazioni pecuniarie sui poveri, separazione tra maschi e femmine, sacerdoti e laici, ecc…), non è il suo.
La proposta di relazione con Dio che Gesù fa è radicalmente diversa: non si tratta di aver paura di Dio, di fargli dei sacrifici, di usare soldi e bestie dei sacrifici per arricchirsi (con la scusa di arricchire il tempio di Dio); non si tratta di separare le persone secondo un ordine di presunta purezza, così che man mano che ci si avvicina al Santo dei Santi, diminuisca sempre più il numero di chi può avvicinarsi a Dio.
Gesù propone un Dio di cui non si può e non si deve avere paura, perché è un Dio totalmente e sempre schierato dalla parte dell’uomo, di qualsiasi uomo; tant’è che il Dio che Gesù ci ha fatto conoscere è un Dio accessibile a chiunque e dovunque («Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. […] Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità», Gv 4,21.23); un Dio che dunque non vuole essere gratificato con dei sacrifici, perché la sua ira sia placata o perché il suo amore sia “pagato”, ma che piuttosto, come già insegnavano i profeti, vuole che l’uomo avvolto nel suo amore impari a sua volta ad amare gli altri, praticando la giustizia.
Ecco perché riassumerà i 10 comandamenti in un unico comandamento, che sarà: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).
Per queste sue idee Gesù verrà ucciso; perché la religiosità reagirà di fronte al suo tentativo di smantellarne il potere: perché il Dio di Gesù rompe ogni giustificazione del potere su base religiosa.
C’è da chiedersi se i cristiani siano (stati) fedeli a questa fede.

martedì 24 febbraio 2015

II Domenica di Quaresima


Dal libro della Genesi (Gn 22,1-2.9.10-13.15-18)
In quei giorni Dio mise alla prova Abramo e gli disse: «Abramo!». Rispose: «Eccomi!». Riprese: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Abramo si mise in viaggio. Essi arrivarono al luogo che Dio gli aveva indicato; qui Abramo costruì l’altare, collocò la legna. Poi stese la mano e prese il coltello per immolare suo figlio. Ma l’angelo del Signore lo chiamò dal cielo e gli disse: «Abramo, Abramo!». Rispose: «Eccomi!». L’angelo disse: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito». Allora Abramo alzò gli occhi e vide un ariete, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo andò a prendere l’ariete e lo offrì in olocausto invece del figlio. Poi l’angelo del Signore chiamo dal cielo Abramo per la seconda volta e disse: «Giuro per me stesso, oracolo del Signore: perché tu hai fatto questo e non hai risparmiato tuo figlio, il tuo unigenito, io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare; la tua discendenza si impadronirà delle città dei nemici. Si diranno benedette nella tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce».
 
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (Rm 8,31-34)
Fratelli, che diremo? Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui? Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica! Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi!
 
Dal vangelo secondo Marco (Mc 9,2-10)
In quel tempo Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell’uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.
 
Come anticipavamo settimana scorsa, il percorso quaresimale ci fa incontrare oggi l’episodio della trasfigurazione, secondo l’evangelista Marco.
Siamo al capitolo 9 del suo vangelo e – rispetto a quanto letto settimana scorsa e nelle settimane precedenti (quando eravamo nel Tempo ordinario) – il salto è notevole. Per diverse settimane infatti la liturgia si era concentrata sul primo capitolo del vangelo di Marco, mentre oggi saltiamo fino al nono.
Necessario dunque dire almeno una parolina su ciò che sta in mezzo: dal capitolo 2 al capitolo 8 è narrata la vita pubblica di Gesù in Galilea, cioè ciò che ha detto, ciò che ha fatto, dunque, chi è stato e quale volto di Dio abbia rivelato. Il capitolo 8 fa poi da spartiacque, con il famoso episodio di Cesarea di Filippo dove Gesù chiede «La gente, chi dice che io sia?» e «Voi, chi dite che io sia?».
Da lì in avanti Gesù inizia ad annunciare la sua passione e morte e ad avvicinare il suo cammino a Gerusalemme. Inizia dunque qui la seconda parte del vangelo di Marco che si concluderà appunto con la morte di Gesù a Gerusalemme e l’incontro delle donne col risorto.
Il nostro capitolo 9 è dunque pienamente collocato in questa seconda sezione e – come per gli altri evangelisti sinottici – inizia con una notazione temporale precisa. Dice infatti Marco: «Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli».
Come accennato, anche Matteo e Luca pongono l’episodio della trasfigurazione immediatamente dopo a quello del primo annuncio della passione e morte di Gesù. Matteo, come Marco, parla di 6 giorni dopo, mentre Luca di 8 giorni dopo. Secondo gli studiosi questo dipende dal fatto che mentre i primi due facevano riferimento all’entrata di Mosè nella nube sul Sinai nel settimo giorno, Luca si discosta da questa tradizione e dà una collocazione temporale che aveva il significato di “dopo una settimana”. Non sarebbe dunque una differenza troppo significativa.
Altre differenze, invece, paiono più rilevanti. E per guardarle syn optis (a colpo d’occhio), da cui “sinottici”, proviamo a mettere i 3 testi su 3 colonne vicine.
 
 
 

martedì 17 febbraio 2015

I Domenica di Quaresima


Dal libro della Gènesi (Gen 9,8-15)

Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: «Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, con ogni essere vivente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra. Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra». Dio disse: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. Pongo il mio arco sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra. Quando ammasserò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne».

 

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo (1Pt 3,18-22)

Carissimi, Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito. E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime prigioniere, che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nella quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua. Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo. Egli è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli angeli, i Principati e le Potenze.

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,12-15)

In quel tempo, lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

 

Questa settimana ricomincia un’altra Quaresima. Essa comprende sei domeniche in cui la liturgia ci propone questo itinerario: nelle prime due domeniche ascolteremo il vangelo di Marco (le tentazioni nel deserto, Mc 1; la trasfigurazione, Mc 9), poi per tre volte il vangelo di Giovanni (la cacciata dei commercianti dal tempio, Gv 2; Nicodemo, Gv 3; l’annuncio della passione, Gv 12) e infine – nella domenica delle palme – il passio secondo Marco.

Come sappiamo, questo percorso dovrebbe portarci ad approfondire la nostra frequentazione – e dunque la nostra conoscenza – e dunque la nostra relazione – con Gesù di Nazareth (e col Padre suo e nostro di cui Egli è la rivelazione), in particolare guardando alla sua esistenza dal punto di vista della fine (che ha fatto).

I testi su cui rifletteremo, dunque, andranno guardati in questa prospettiva: cosa ci dicono di Lui all’interno dell’orizzonte della sua passione, morte e risurrezione.

È ciò che bisognerebbe fare sempre coi vangeli: guardarli non come episodi della vita di Gesù punto e basta, ma come episodi della vita di Gesù scritti alla luce della sua Pasqua, cioè, esattamente, scritti per illuminare quell’evento finale della sua vita. È infatti a partire da lì che i discepoli hanno iniziato a narrare la vita di Gesù (i primi testi scritti dai cristiani riguardavano la morte e risurrezione di Gesù; l’annuncio era l’annuncio del risorto), perché è stata la Risurrezione ciò che ha scatenato la fede. Certo, la risurrezione di quell’uomo (e non di uno qualsiasi) – ecco perché è diventato immediatamente fondamentale raccontare non solo la sua risurrezione, ma anche la vita di quell’uomo che era risorto, chi era quell’uomo che era risorto –, ma è indubbio che tutto ciò che è stato scritto su di Lui è stato scritto col deliberato intento di convincere alla fede in Gesù risorto.

Ecco perché – quando si legge un brano di vangelo – non bisogna mai dimenticarsi questo orizzonte: chi scrive, vuole – in tutta onestà (questo va riconosciuto ai discepoli, che infatti fanno spesso una pessima figura) – far conoscere chi era il risorto, per muovere alla fede in Lui.

Leggeremo perciò – in questa Quaresima – i sei testi che la liturgia ci propone in questa precisa prospettiva. Tenendo conto, oltretutto, che la stessa Chiesa li ha scelti in questa prospettiva: sei testi che possano far approfondire ai cristiani chi è Gesù risorto, colui che celebreranno a Pasqua.

Tutta questa lunga introduzione, per segnalare però un rammarico: la Quaresima interrompe il percorso che il Tempo Ordinario ci stava facendo fare, dentro al testo di Marco, di cui nelle ultime domeniche abbiamo affrontato “solo” il cap. 1. Certo, lo si riprenderà nella seconda parte del Tempo Ordinario (dopo il Tempo di Pasqua), ma – come ogni interruzione – crea qualche inconveniente.

Tanto per cominciare: il testo che leggiamo in questa I Domenica di Quaresima ci fa fare un passo indietro rispetto a dove eravamo arrivati domenica scorsa. Infatti siamo sempre al cap. 1 di Marco, ma ai versetti 12-15, cioè esattamente dopo il Battesimo di Gesù (che abbiamo ascoltato la domenica dopo l’Epifania). I versetti 14-15 (quelli dell’inizio dell’annuncio del Regno, dopo l’arresto di Giovanni Battista) sono i medesimi che inauguravano il vangelo della III Domenica del Tempo Ordinario.

lunedì 2 febbraio 2015

V Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro di Giobbe (Gb 7,1-4.6-7)

Giobbe parlò e disse: «L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario? Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, così a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate. Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?”. La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba. I miei giorni scorrono più veloci d’una spola, svaniscono senza un filo di speranza. Ricòrdati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non rivedrà più il bene».

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 9,16-19.22-23)

Fratelli, annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo. Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,29-39)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano. Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!». E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

 

In questa Quinta Domenica del Tempo Ordinario, la liturgia della Parola ci offre – nel vangelo – il “secondo tempo” di quanto narrato la settimana scorsa. I versetti odierni corrispondono infatti alla seconda parte del racconto della “giornata tipo” di Gesù, che era iniziata con l’insegnamento dato con autorità nella sinagoga e con la liberazione di un uomo posseduto da uno spirito impuro.

Siamo dunque – anche nel testo di questa domenica – a Cafàrnao, in un giorno di sabato, e di Gesù si dice che «uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni».

Di questo “rientro a casa”, che poteva benissimo fare da scenario ad un dialogo tra Gesù e i discepoli su quanto appena accaduto, Marco – col suo stile essenziale – sottolinea invece un nuovo imbattersi di Gesù nell’umano: l’incontro con la suocera di Pietro.

In primo piano perciò non emerge ciò che Gesù e i suoi quattro amici si sono detti, ma un nuovo incontro personale, stavolta con una donna, la prima che compare nel vangelo marciano.

Già questo elemento dovrebbe bastare ad allontanare con forza questa donna dai luoghi comuni o dalle battute sarcastiche, neanche troppo simpatiche, sulle “suocere”, in cui invece ogni tanto viene coinvolta: è la prima donna di cui il vangelo di Marco parla!

In più, se ancora questo non bastasse, a testimonianza del ruolo positivo che questa donna probabilmente rivestiva nella dinamica familiare di Pietro, sta il fatto che di essa «gli parlarono subito»; “subito”, lo stesso avverbio usato per sottolineare la prontezza con cui Simone, Andrea, Giacomo e Giovanni avevano seguito Gesù!

C’è dunque un’urgenza, che dice di un’apprensione, per qualcuno che è importante… la stessa che avranno tutti quei padri, quelle madri, quegli amici, che andranno da Gesù – lungo la sua vita e quella sera stessa, alla fine del riposo sabbatico – per chiedere la liberazione dal male per le persone che amavano…

E Gesù… «si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano»…

Non dobbiamo subito – con gli occhi e la mente – scappare in avanti nella lettura del testo («si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva. Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni») e registrare solo che questa donna in un batti baleno si è alzata, si è messa a fare la pastasciutta per i ragazzotti e poi è scomparsa dall’orizzonte di significato della loro e nostra coscienza, molto più interessata – quest’ultima – all’evento assai più spettacolare che quella sera (dopo la pastasciutta) si è dato da vedere a casa loro: una gran folla raccoltasi per Gesù e per ottenere i suoi prodigi…

No, non dobbiamo scappare subito in avanti, ma dobbiamo fermarci un attimo su quel «si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano»… perché lì dentro c’è nascosto un modo di essere di Gesù che è troppo importante per lasciarselo sfuggire: di Lui infatti non è importante tanto, o solo, il fatto che guarisse, ma il come lo facesse... E precisamente: avvicinandosi e prendendo una vecchietta per la mano, per aiutarla ad alzarsi.

Qui c’è dentro una tenerezza, un’empatia, un sorriso da giovanotto che porge la mano a una vecchietta, che fanno quasi scappare una lacrima. Commuove il giovanotto Gesù, che si fa prossimo a questa donna anziana…

Questo qua è Gesù!

 

Sebbene la tentazione sia quella di chiudere su questa vecchietta, non possiamo però non guardare anche agli altri versetti che il vangelo di domenica ci propone.

lunedì 26 gennaio 2015

IV Domenica del tempo ordinario


Dal libro del Deuterònomio (Dt 18,15-20)

Mosè parlò al popolo dicendo: «Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto. Avrai così quanto hai chiesto al Signore, tuo Dio, sull’Oreb, il giorno dell’assemblea, dicendo: “Che io non oda più la voce del Signore, mio Dio, e non veda più questo grande fuoco, perché non muoia”. Il Signore mi rispose: “Quello che hanno detto, va bene. Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto. Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di dire, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire”».

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 7,32-35)

Fratelli, io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; chi è sposato invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa delle cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito. Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni.

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,21-28)

In quel tempo, Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] insegnava. Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

 

In questa Quarta Domenica del Tempo Ordinario, entriamo nel vivo del racconto di Marco. Infatti dopo il titolo («Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio», Mc 1,1), il trittico sinottico (Battesimo di Giovanni Battista, Battesimo di Gesù e Tentazioni nel deserto, Mc 1,2-13) e il prologo letto e meditato domenica scorsa (Mc 1,14-20), dal v. 21 inizia il vero e proprio racconto della storia di Gesù.

La prima serie di episodi raccontati a partire dal versetto 21, fino a Mc 3,6, hanno «come motivo ricorrente una annotazione geografica: Cafarnao e il suo lago. Anzi la prima parte (1,21-34) costituisce una “giornata” [tipo] di Gesù. […] Ed è una giornata di sabato, come si dice all’inizio e come si lascia capire alla fine (le folle aspettano il tramonto del sole, cioè la fine del riposo sabbatico, per portare a Gesù gli ammalati)» [B. Maggioni, il racconto di Marco, Cittadella Ed., Assisi 199912, 40].

La liturgia della Parola spezza questa “giornata tipo” su due domeniche, la IV e la V del Tempo Ordinario (B). Ciò di cui ci dobbiamo occupare oggi è perciò quello che accade in questa prima parte di questa “giornata tipo”, non dimenticando che essa si completerà nel brano di vangelo di domenica prossima.

Il primo atto di questa vicenda consiste nell’entrare di Gesù – di sabato – nella sinagoga di Cafarnao.

domenica 18 gennaio 2015

III Domenica del Tempo ordinario


 

Dal libro del profeta Giona (Gn 3,1-5.10)

Fu rivolta a Giona questa parola del Signore: «Àlzati, va’ a Nìnive, la grande città, e annuncia loro quanto ti dico». Giona si alzò e andò a Nìnive secondo la parola del Signore. Nìnive era una città molto grande, larga tre giornate di cammino. Giona cominciò a percorrere la città per un giorno di cammino e predicava: «Ancora quaranta giorni e Nìnive sarà distrutta». I cittadini di Nìnive credettero a Dio e bandirono un digiuno, vestirono il sacco, grandi e piccoli. Dio vide le loro opere, che cioè si erano convertiti dalla loro condotta malvagia, e Dio si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece.

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi (1Cor 7,29-31)

Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve; d’ora innanzi, quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero; quelli che piangono, come se non piangessero; quelli che gioiscono, come se non gioissero; quelli che comprano, come se non possedessero; quelli che usano i beni del mondo, come se non li usassero pienamente: passa infatti la figura di questo mondo!

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,14-20)

Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.

 

In questa terza domenica del tempo ordinario, il testo del vangelo di Marco ci annuncia l’inizio dell’attività pubblica di Gesù.

Settimana scorsa abbiamo visto questo stesso “iniziare” di Gesù, secondo il vangelo di Giovanni.

In entrambi i casi, si tratta di andare a vedere quel messia tanto atteso che invece che presentarsi sul palcoscenico come una rockstar, si mischia tra i fans. Come si è dato questo mescolarsi tra la gente?

lunedì 12 gennaio 2015

II Domenica del tempo ordinario


Dal primo libro di Samuèle (1Sam 3,3-10.19)

In quei giorni, Samuèle dormiva nel tempio del Signore, dove si trovava l’arca di Dio. Allora il Signore chiamò: «Samuèle!» ed egli rispose: «Eccomi», poi corse da Eli e gli disse: «Mi hai chiamato, eccomi!». Egli rispose: «Non ti ho chiamato, torna a dormire!». Tornò e si mise a dormire. Ma il Signore chiamò di nuovo: «Samuèle!»; Samuèle si alzò e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Ma quello rispose di nuovo: «Non ti ho chiamato, figlio mio, torna a dormire!». In realtà Samuèle fino allora non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore. Il Signore tornò a chiamare: «Samuèle!» per la terza volta; questi si alzò nuovamente e corse da Eli dicendo: «Mi hai chiamato, eccomi!». Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovane. Eli disse a Samuèle: «Vattene a dormire e, se ti chiamerà, dirai: “Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta”». Samuèle andò a dormire al suo posto. Venne il Signore, stette accanto a lui e lo chiamò come le altre volte: «Samuéle, Samuéle!». Samuèle rispose subito: «Parla, perché il tuo servo ti ascolta». Samuèle crebbe e il Signore fu con lui, né lasciò andare a vuoto una sola delle sue parole.

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi (1Cor 6,13-15.17-20)

Fratelli, il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo. Dio, che ha risuscitato il Signore, risusciterà anche noi con la sua potenza. Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo? Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito. State lontani dall’impurità! Qualsiasi peccato l’uomo commetta, è fuori del suo corpo; ma chi si dà all’impurità, pecca contro il proprio corpo. Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi? Lo avete ricevuto da Dio e voi non appartenete a voi stessi. Infatti siete stati comprati a caro prezzo: glorificate dunque Dio nel vostro corpo!

 

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 1,35-42)

In quel tempo Giovanni stava con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: «Ecco l’agnello di Dio!». E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: «Che cosa cercate?». Gli risposero: «Rabbì – che, tradotto, significa maestro –, dove dimori?». Disse loro: «Venite e vedrete». Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: «Abbiamo trovato il Messia» – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: «Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa» – che significa Pietro.

 

Domenica scorsa abbiamo celebrato la festa del Battesimo del Signore: essa concludeva il Tempo di Natale e inaugurava il Tempo Ordinario; non a caso il vangelo faceva riferimento al primo atto della vita pubblica di Gesù, il Battesimo al Giordano, appunto.

Si è trattato dunque di una “domenica ponte”.

Questa settimana, invece, a tutti gli effetti inizia il Tempo Ordinario. In questa prospettiva mi sembra interessante che tutte e tre le letture narrino l’“inizio” di qualche storia: quella di Samuele, quella della comunità cristiana di Corinto, quella di Gesù e dei suoi discepoli.

Come a dire che ciò su cui è ora necessario sintonizzarsi è l’inizio, gli inizi: quelli originari della nostra vita, della nostra fede, delle nostre relazioni, delle nostre scelte, ma anche quelli congiunturali, quotidiani… i nuovi inizi a cui siamo sempre in qualche modo chiamati dalla storia.

In questo senso la coincidenza con il ricominciamento dell’anno sociale, la riapertura delle scuole, ecc… è un’ulteriore convergenza verso questo invito a soffermarsi sull’iniziare o il ri-iniziare.

lunedì 5 gennaio 2015

Battesimo del Signore


Dal libro del profeta Isaìa (Is 55,1-11)

Così dice il Signore: «O voi tutti assetati, venite all’acqua, voi che non avete denaro, venite; comprate e mangiate; venite, comprate senza denaro, senza pagare, vino e latte. Perché spendete denaro per ciò che non è pane, il vostro guadagno per ciò che non sazia? Su, ascoltatemi e mangerete cose buone e gusterete cibi succulenti. Porgete l’orecchio e venite a me, ascoltate e vivrete. Io stabilirò per voi un’alleanza eterna, i favori assicurati a Davide. Ecco, l’ho costituito testimone fra i popoli, principe e sovrano sulle nazioni. Ecco, tu chiamerai gente che non conoscevi; accorreranno a te nazioni che non ti conoscevano a causa del Signore, tuo Dio, del Santo d’Israele, che ti onora. Cercate il Signore, mentre si fa trovare, invocatelo, mentre è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata».

 

Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo (1Gv 5,1-9)

Carissimi, chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato. In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi. Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. E chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio? Egli è colui che è venuto con acqua e sangue, Gesù Cristo; non con l’acqua soltanto, ma con l’acqua e con il sangue. Ed è lo Spirito che dà testimonianza, perché lo Spirito è la verità. Poiché tre sono quelli che danno testimonianza: lo Spirito, l’acqua e il sangue, e questi tre sono concordi. Se accettiamo la testimonianza degli uomini, la testimonianza di Dio è superiore: e questa è la testimonianza di Dio, che egli ha dato riguardo al proprio Figlio.

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1,7-11)

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

 

Prima di scrivere il commento per questa domenica, in cui la Chiesa ci invita a fare memoria del Battesimo di Gesù, sono andata a rileggermi quanto avevo pensato negli anni scorsi, perché – essendo questa una festa che si ripete puntualmente ad ogni gennaio – non volevo ritrovarmi a scrivere le stesse cose…

In realtà è difficile sfuggire all’unica cosa importante da dire sui testi che narrano il battesimo di Gesù – che è anche quanto mettevo in luce in passato –, e cioè che la cosa particolare è proprio che Gesù si sia fatto battezzare. Il problema cioè è che il Figlio di Dio, colui che libera l’uomo dai suoi peccati, si metta in fila con i peccatori, come se lui stesso avesse bisogno di un battesimo di conversione.

Perciò – anche a costo di ripetermi – vorrei tornare anche quest’anno su questo punto: perché Gesù si fa battezzare da Giovanni?

Nel tempo di avvento abbiamo incontrato più volte la figura del Battista e abbiamo messo in luce come il suo intento fosse quello di “risvegliare” il popolo di Israele nell’attesa del messia: tutta la sua predicazione infatti aveva di mira proprio l’annuncio che qualcosa di grande stava per accadere e perciò era necessario prepararsi.

Gesù – che noi sappiamo essere la “cosa” importante che Giovanni aspettava – quando si presenta sulla scena, invece di farsi riconoscere, di presentarsi in maniera chiara come l’atteso, si mette in fila tra coloro che volevano ricevere il battesimo per essere pronti a ricevere l’arrivo del Signore, preannunciato da Giovanni.

È un po’ complicato e fa quasi ridere, ma è così: il Signore si mette in fila con gli uomini che volevano ricevere il battesimo per essere pronti per l’arrivo del Signore.

Come se un cantante famoso che deve fare un concerto in una città, quando arriva l’ora in cui si accendono le luci del palco, non ci sale, perché è mischiato in mezzo alla folla dei suoi fans.

Che delusione… direbbero i fans…

O che meraviglia… dovremmo dire noi.
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