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martedì 8 novembre 2011

XXXIII Domenica del Tempo Ordinario: La parabola dei talenti

Il vangelo che la liturgia ci propone per questa trentatreesima domenica del tempo ordinario (Mt 25,14-30) è costituito interamente da una parabola: quella famosa dei talenti. «Credo che non ci sia una parabola più famosa di questa, accanto a quella del ‘figliol prodigo’ o della ‘pecorella smarrita’: sono parabole che hanno plasmato la nostra cultura e forgiato il nostro linguaggio.

La parola “talenti” è addirittura diventata sinonimo di “capacità”, il che testimonia come questa pagina abbia parlato molto nel nostro mondo e credo che non sia retorico dire che la si è sentita fin dai banchi di scuola; sono infatti discorsi usati anche a livello di insegnamento scolastico e familiare per ricordare l’importanza della messa in opera dei talenti.

Tuttavia credo che spiegare la parabola in questi termini faccia perdere il meglio del suo contenuto» [P. Pezzoli in Scuola della Parola 1999 – Diocesi di Bargamo, 151-152].

Annotavo anch’io tre anni fa che: in effetti non appena si legge questo brano, immediatamente e simultaneamente giungono alla memoria le parole che usualmente lo interpretano (prediche, commenti...), quasi che il testo ormai sia confuso con la sua spiegazione, che solitamente suona più o meno in questi termini: l’uomo che parte è Dio e i suoi servi sono gli uomini; i talenti che affida loro sono le doti che ognuno ha, le sue capacità, o anche le sue responsabilità e possibilità (c’è chi ne ha di più e chi di meno...) e il succo dell’insegnamento sarebbe che ognuno deve far fruttificare le sue potenzialità; non importa da che punto si parte: ciò che conta è dare il meglio di sé. Questo porta infatti alla buona riuscita di una vita o al suo fallimento (che generalmente noi associamo al paradiso e all’inferno). Ma è davvero tutto qui?


«Intanto precisiamo che questa parabola non è semplice come sembra, poiché come minimo a tutti sarà capitato a volte di soffermarsi sulle parole finali e di giudicarle a dir poco dure (vv. 27-30). Ci è probabilmente capitato di giudicare esageratamente severo il padrone verso quel servo, che in fin dei conti, non ha poi fatto niente di tanto grave: non ha operato, ma non ha fatto del male…

In effetti tale obiezione ha la sua rilevanza, proprio perché noi leggiamo la parabola come legata alla capacità di far fruttare le qualità personali; ma, appunto, questo non è l’unico significato del testo. Per confermare comunque quanto la nostra impressione circa la eccessiva severità del “castigo” sia stata condivisa da molti, ricordiamo che fin dall’antichità la parabola veniva raccontata in altre versioni, come quella di Eusebio di Cesarea (IV sec.), secondo la quale il padrone si trova di fronte a tre servi: uno di loro ha dilapidato il denaro con le prostitute, l’altro lo ha gestito bene e un terzo l’ha tenuto nascosto; al suo ritorno, il padrone punisce duramente il primo, dà un premio al secondo e rimprovera il terzo: sembra una reazione più accettabile: è giusto che chi ha fatto male venga castigato, chi ha fatto bene venga lodato e chi non si è mosso venga rimproverato (ma solo rimproverato, e poi… chiudiamo un occhio…).

È un modo significativo che abbiamo di raccontare la parabola, che riflette le nostre difficoltà di fronte al testo evangelico, ma è anche il modo migliore per farle perdere il mordente, trasformandola in una sorta di parabola del buon senso comune, vanificando la profonda dimensione di ‘vangelo’, di ‘buona notizia’ contenuta in essa. Non dimentichiamo che è Gesù stesso a raccontarla, ed egli non è un semplice maestro di buon senso che ci vuole insegnare a usare bene le nostre doti. […] Forse bisogna andare un po’ più in là, e notare che fra i tre servi, quello che riceve maggiore attenzione è il terzo» [Ivi].

Infatti «Nell’economia della parabola i primi due servitori hanno semplicemente la funzione di mettere in risalto, per contrasto, il comportamento del terzo: a differenza dei primi due, l’ultimo nasconde il tesoro in una buca. Anche i primi due rendiconti hanno lo scopo di attirare l’attenzione sul terzo. È perciò chiaro che occorre concentrare l’attenzione sul comportamento del servo cattivo, e che la chiave dell’intera parabola è il dialogo fra il servo malvagio e il padrone.

Il servo ha una sua idea del padrone, e cioè quella di un uomo duro, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso (v. 24). In una simile concezione di Dio c’è posto soltanto per la paura e la scrupolosa osservanza della legge (tutto ciò che è prescritto e nulla più!). Il servo non intende correre rischi, e mette al sicuro il denaro, credendosi giusto allorché può ridare al padrone quanto ha ricevuto. Si ritiene sdebitato: “Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo” (v. 25).

Anche l’ascoltatore è tentato di ritenere giusto il ragionamento del servo, e ingiusta invece la pretesa del padrone. […] La reazione dell’ascoltatore – reazione che la parabola suscita intenzionalmente – è quella degli scribi, dei farisei, degli zelanti e scrupolosi osservanti della legge. Tutti costoro non comprendono la condotta di Dio che si manifesta nel comportamento di Gesù. La ritengono ingiusta. Essi concepiscono la giustizia come un rapporto di parità: tanto-quanto. Gesù invece si muove nella prospettiva dell’amore, che è senza calcoli, ma anche senza paura. […] La parabola dunque, fondamentalmente, ha lo scopo di far comprendere la vera natura del rapporto che corre tra Dio e l’uomo» [B. Maggioni, il racconto di Matteo, Cittadella Ed., Assisi 20048, 317-319.

Il modo in cui la parabola vuol raggiungere questo scopo è quello dello shock! Come accennava Maggioni, infatti, chi ascolta questa parabola, istintivamente, ritiene ingiusto il comportamento del padrone, al suo ritorno. Perché non gli basta che gli venga restituito il suo?

Qua sta lo scandalo (l’inciampo) per gli ascoltatori di Gesù: perché in una mentalità retributiva del tanto-quanto, il “restituire il suo” è la regola di base. Cosa vuole di più questo padrone? Cosa vuole di più questo Dio?

Ecco il punto! In gioco c’è l’idea del rapporto che l’uomo (ciascuno di noi) ha con Dio. Gesù dice: se è quello del tanto-quanto, non avete capito un tubo… Il Padre mio è di un’altra qualità… Il tanto-quanto non fa parte del suo modo di agire/pensare (basti vedere la parabola del figliol prodigo o quella in cui gli operai vengono tutti pagati lo stesso salario indipendentemente da quanto hanno lavorato…).

Noi invece tendiamo sempre a ricascare in questa concezione “retributiva” del volto di dio: «la figura di dio, che più o meno inconsciamente tutti abbiamo introiettato, come un interlocutore interiore… da incubo (“sei un duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso”). Talora diventa un’ossessione che finisce per rovinarci la vita (“per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra”). La radice profonda di ogni religione storica è il tentativo di rimettersi in contatto con il “padrone”, che è “emigrato” in un paese lontano (così suggerisce il testo greco!), per contrattare “magicamente” con lui una salvezza in proprio» [Giuliano].

Ma è proprio questa “contrattualità da banchieri” che la parabola vuole scardinare (anzi, tutta la vita di Gesù va in questo senso, perché questa è la buona notizia, l’eu-angelion): che «la paternità di Dio, come si è rivelata in Cristo, è la distruzione del ricatto interno a qualsiasi religione (e interno a noi stessi, come componente tossica del nostro super io e della nostra morale), che finisce per farci vivere una vita disaffezionata e spenta, da servi! Finché, infatti, non ci consegniamo ‘armi e bagagli’ al Padre di Gesù Cristo, nutriti della sua parola e del suo pane, siamo preda dei nostri tormenti e delle nostre angosce interiori, che poi inevitabilmente proiettiamo e ritorciamo sugli altri (“io non sono come gli altri, omicidi, adulteri…”, Lc 18,11). Mentre oramai, in Gesù, la fede o è questione di amicizia o ridiventa idolatrica: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” [Gv 15,15]. Esser amici, però, vuol dire sbilanciarsi rischiosamente e senza riserve verso un nuovo tipo di dinamica interna all’esperienza umana di Gesù, che si fonda sull’amore gratuito, pulito, totalizzante» [Giuliano].

Ecco perché non basta più restituire il suo!

Perché chi ha colto che la proposta del Dio di Gesù è quella di un rapporto d’amicizia, avventura la vita in questa relazione, senza più badare ai calcoli! Esattamente come succede in tutte le nostre altre relazioni intra-umane, dove chi ama, non calcola, non restituisce semplicemente il “suo”, ecc…

Chi invece non coglie questa proposta e torna a guardare a Dio come allo spauracchio a cui qualche cosa bisognerà pur rendere, entra in un circuito di terrore e rattrappimento… della vita. Cosa vuole / Quanto vuole da me?

Ma… a scanso di equivoci: il dire che “non basta più restituire il suo” o l’ascoltare frasi evangeliche che dicono “a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”, non equivale a dire che il giudizio di Gesù su eventuali persone che avranno solo “restituito il suo” (o nemmeno quello) è l’inferno! Far questo slittamento è improprio: qui infatti non siamo in presenza di una cronaca, in cui ci raccontano cosa Gesù ha sentenziato, rispetto ad un caso reale (!), siamo all’interno di una dinamica pedagogica del racconto, e il fatto che essa comporti che chi non si assume le sue responsabilità sia punito, non ha l’intento «di terrorizzarci con la minaccia del castigo futuro, ma di convincerci che il presente, affrontato con intelligenza ed amore, dà senso e gioia alla nostra fede» [Giuliano].

Anche perché l’idea di un dio così è del tutto in linea con quello che la parabola vuole scardinare dai nostri cuori (quello che fa paura, appunto)… Perciò, il grido finale è come se suggerisse: “Voi non pensatemi così!”.

mercoledì 2 novembre 2011

L'olocausto economico



È veramente allucinante quello che sta accadendo nel mondo occidentale, di qua e di là dell’Atlantico. E cioè il definitivo strangolamento del potere politico da parte del potere economico. Con la conseguente fine di ogni forma di vera democrazia, cioè del potere (politico, economico, sociale) gestito dal popolo.
Il potere vero appare sempre di più nelle mani degli gnomi della finanza, e i vari Sarkozy, Merkel  (“diabolici” li ha definiti Prodi.) e Obama, si rivelano sempre di più come burattini guidati dalla mentalità di burattinai che stanno altrove e ben nascosti. Altro che teatrino della politica, qui siamo al circo dei mangiafuoco!

Non che ciò non sia accaduto anche in passato, anche non troppo lontano, in forme più o meno velate e persino occulte (P2 e P4), ma che sia fatto in modo così spudoratamente palese come ora, forse non si era mai visto prima.

Significativa a questo proposito è la “reazione” dei più all’annuncio del premier greco George Papandreou di indire un referendum popolare sulle condizioni poste dall’Europa per il “salvataggio” della Grecia da un fallimento… La Greciadecide di ridare il potere al popolo sovrano? E che fa l’Europa? Insieme ai “mercati”, va in panico!
Ora che vadano in panico i barracuda (li chiamano “mercati”: “cose” – notare il plurale – senza volto e senza nome, ma evidentemente con più “teste”!) abituati ad arricchirsi alle spalle delle dittature di ogni colore e grado (dalle dittature fasciste dell’America Latina, alla dittatura comunista cinese passando per quelle personalistiche alla Putin e Castro…) può essere logico anche se aberrante, ma che siano anche le istituzioni europee e le cancellerie democratiche ad essere shockate dalla decisione greca e cerchino di ostacolarla è preoccupante.

Con tutta evidenza la Grecia, non è l’Africa! E questo coloro che hanno dissanguato l’Africa fino ad oggi grazie a governi compiacenti, proprio non se lo aspettavano… Ma forse ancora una volta la Grecia può diventare la culla di una nuova vera democrazia… Al di là delle furbizie che hanno spinto il leader greco a tale scelta, c’è mi sembra una verità da trarre: solo ridando il potere a chi legittimamente lo detiene si può sperare di combattere il mostro di un’economia impazzita! È necessaria infatti la nascita di una nuova Europa, magari sulle ceneri di quella che si sta sfaldando. Non per restaurare quella che si sta divorando la coda e noi con lei, come propone anche il presidente francese nel discorso qui sotto, ma un’Europa dove finalmente al centro non ci siano gli speculatori ma la gente che le dà forma costituendone il tessuto sociale e culturale. L’Europa dei popoli, democratica, più che (di queste) nazioni succube dei diktat degli speculatori.

Per questo non mi ha fatto una bella impressione leggere quanto scrive il nostro Presidente della Repubblica: “Nell'attuale, così critico momento il paese può contare su un ampio arco di forze sociali e politiche consapevoli della necessità di una nuova prospettiva di larga condivisione delle scelte che l'Europa, l’opinione internazionale e gli operatori economici e finanziari si attendono con urgenza dall'Italia. Il capo dello Stato ritiene suo dovere verificare le condizioni per il concretizzarsi di tale prospettiva”. Napolitano parla di “nuova prospettiva”. E quale sarebbe questa nuova prospettiva? Quella che porterebbe a una condivisione “delle scelte che l’Europa, l’opinione internazionale e gli operatori economici e finanziari si attendono con urgenza dall’Italia”! Solo che l’Europa, l’opinione internazionale e gli operatori economici e finanziari, di fatto sono la stessa unica mostruosa entità: quella di un capitalismo cannibale che sta mettendo a ferro e fuoco nazioni intere pur di poter portare a casa il proprio rendiconto speculativo. E condividere queste scelte non è per niente una “nuova prospettiva”.

Bene fa quindi la Grecia ad opporsi a tale saccheggio, e bene faranno i greci a bocciare queste proposte europee che di fatto non sono europee ma anti-europee: come può essere europea un’Europa che riduce alla fame e porta al suicidio collettivo un intero popolo europeo?… e meglio farebbero i partiti italiani a dire un chiaro e netto “no!” a questo diffuso sciacallaggio dei risparmi (e quindi di una vita passata e futura!) di tanti milioni e onesti cittadini.

Le conseguenze di questo “no!” saranno forse catastrofiche per questa Europa, forse seguiranno dei default a catena… ma non per quella nuova Europa che ne potrebbe rinascere. E che porrà finalmente a proprio fondamento la solida roccia di una giustizia sociale ed economica per tutti.

Che la “destra” liberista – in Italia come altrove – questo non lo possa capire mi sembra ovvio, come certo non possono capirlo i semiliberisti del cosiddetto centro, ma che non lo comprendano quelli che di questo liberismo si dichiarano avversari ponendosi a sinistra – tra cui non pochi cattolici – mi sconcerta non poco: come è possibile che la sinistra sia così lesta a correre al capezzale di un capitalismo cinico ancorché moribondo che per curarsi divora i propri figli? Evidentemente c’è una deficit culturale (e non solo tra i politici) da colmare  prima di poter superare quello economico.

Abbiamo bisogno di “nuove prospettive”, su questo ha ragione Napolitano, solo che evidentemente noi intendiamo ben altra cosa: non il prolungamento del vecchio ma la nascita di qualcosa di veramente nuovo. Vorremmo poter scorgere all’orizzonte un nuovo giorno che dia speranza a chi da tempo vive nella notte di un lavoro disumanizzante.
C’è bisogno di più di Europa, ma non di più di questa Europa- Perché non sarà certo questa Europa dei banchieri che ci aiuterà a costruire una maggiore giustizia: funzionari e operatori economici che esultano davanti alla prospettiva di licenziamenti facili, a turni di lavoro schiavizzanti, a salari sempre più bassi, a diritti sempre più ridotti, non possono essere la soluzione dei nostri problemi. Non saranno certo i “mercati” in mano a speculatori, evasori fiscali, lobbie antidemocratiche e spesso “mafiose” che potranno accrescere le sorti del nostro futuro.

Si dirà che non sono tutti così… Io penso che se anche in passato qualcuno avesse agito in buona fede e se anche avesse cercato di essere fondamentalmente onesto e persino caritatevole… dico che se anche fosse esistito o esistesse ancora qualcuno così, questi oggi sarebbe doppiamente colpevole, perché sta reggendo un gioco che si sta rivelando sempre più omicida. Se proprio questo qualcuno si ritiene onesto, usi la propria onestà e il proprio ingegno per scardinare un sistema che oramai è criminale. Altrimenti non si illuda sulla propria onestà perché il suo ruolo non sarebbe molto diverso da quello dei kapò.

Si tratta come si vede di un superamento della mentalità che ci ha guidati fin qui e questo non può non coinvolgere anche l’ambito religioso di qualunque religione. È fuorviante ad esempio la proposta fatta da Vaticano di un direttorio economico mondiale. Evidentemente la proposta, seppur in buona fede, rivela una incapacità di comprendere che il problema non è tanto morale ma strutturale e con questa economia che sforna questi economisti, saremo definitivamente schiavi!

A questa nuova dittatura mondiale dobbiamo opporci con tutte le forze del nostro ingegno ridisegnando dalle fondamenta una nuova economia che non si fondi sull’accumulo di capitale e sui caprici delle borse.

Questa è la vera fretta che Napolitano dovrebbe metterci (e Berlusconi o chi per lui, attuare) e non quella di consegnarci anima e corpo ai nostri aguzzini…
Storicamente non abbiamo alternative vivibili. Se non metteremo mano allo smantellamento di questo capitalismo si apriranno scenari veramente apocalittici, che non sono i tanto temuti default di una nazione, ma quelli che – o per evitarli o per sormontarli – si apriranno con i diktat degli speculatori e che porteranno alla definitiva distruzione di quella civiltà che con tanta fatica abbiamo costruito in duemila anni di storia.

Noi che abbiamo vissuto per anni con la memoria di un probabile olocausto nucleare, ci rendiamo conto che in fin dei conti anche quella possibilità non era altro che una delle tante ipotetiche concretizzazioni di variabili economiche… A furia di aver così paura della “fine nucleare”, ci eravamo dimenticati che alla sua origine c’erano ben più tragici fini economici.
Certo quando col martello ci pestiamo il dito diciamo che abbiamo preso una “martellata” a nessuno viene in mente di dire che abbiamo preso una “manata”, prendendosela con la mano che lo impugnava… ma è ovvio che se scrivevamo “olocausto nucleare” avremmo dovuto leggere “olocausto economico”!

Sparito o quasi il rischio dell’olocausto nucleare propriamente detto, riamane infatti ancora viva e vegeta la matrice che l’aveva ipotizzato. Ed è questa matrice che sta ora imperversando sui mercati finanziari mondiali. Abbiamo (quasi) smantellato l’atomica, ma non basta né basterà, occorre ora smantellare i mercati che l’hanno finanziata e che continuano ad agire con ben maggiore potenza distruttiva! Loro, ieri come oggi, sono la vera minaccia di distruzione di massa.

P.S. Leggo stamattina l’articolo di Barbara Spinelli su repubblica, condivisibile, solo che anche lei credo che pecchi di ingenuità su un’Europa che sembra sempre più succube di una logica economica che non ha veramente a cuore i destini dei suoi popoli e dare più poteri a questa Europa, non è la soluzione della crisi, ma estenderla a tutto il continente. Insomma il problema non è solo come intitola l’articolo “…dare più poteri all’Europa” ma semmai: “A quale Europa dare più poteri?”!

martedì 1 novembre 2011

XXXII Domenica del Tempo Ordinario

La liturgia della Parola di questa Trentaduesima Domenica del Tempo Ordinario ci presenta i primi versetti del capitolo 25 di Matteo. Il salto, rispetto a settimana scorsa, è di un intero capitolo: là infatti abbiamo letto il capitolo 23, mentre oggi ci viene presentato l’incipit del 25. Tutto il 24° capitolo è perciò “saltato”.

Per comprendere però la parabola di questa domenica è utile – anche solo rapidamente – andare a guardare cosa contiene questo 24° capitolo, per evitare di far della parabola delle dieci vergini, una lettura estemporanea.

Ebbene nel capitolo 24 inizia il V e ultimo discorso che Matteo inserisce nel suo vangelo (dopo il Discorso della montagna, il Discorso missionario, il Discorso delle parabole, il Discorso ecclesiale), il cosiddetto “Discorso escatologico”, cioè “parola sugli eskata”; dove eskata sta per “cose ultime, finali, che riguardano la fine / il fine della storia”.

Siamo perciò all’interno di un contesto letterario in cui Matteo, dovendo narrare l’approssimarsi della fine della vita di Gesù (al cap. 26 inizierà il racconto della sua passione), raccoglie e organizza le parole del suo Maestro intorno – appunto – al tema della fine / del fine delle cose.

È un discorso che inizia in Mt 24,1 e termina in Mt 25,46 (le prossime domeniche prima che inizi l’Avvento, dunque quelle conclusive di questo anno liturgico, saranno tutte impegnate in testi tratti da questo discorso. Anche per questo pare utile spendere oggi qualche parola in più sulla sua contestualizzazione). Nell’organizzazione matteana, è un discorso che si svolge a Gerusalemme: Gesù è appena uscito dal tempio (Mt 24,1), dove aveva avuto duri scontri con i venditori (Mt 21,12-13), con i sommi sacerdoti e gli scribi (Mt 21,14), con gli anziani del popolo (Mt 21,23 ss), con i farisei (Mt 22,15 ss; Mt 22,34-24,39) e con i sadducei (Mt 22,23 ss) ed è interpellato dai suoi discepoli: «Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio» (Mt 24,1). Questo invito diventa per Gesù (e letterariamente per Matteo) l’occasione per introdurre una riflessione dal tenore – appunto – escatologico (finale): Gesù infatti avverte che di tutte quelle cose «non resterà pietra su pietra che non venga diroccata» e, allargando il discorso, nuovamente sollecitato dai discepoli («Dicci quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo» Mt 24,3) inizia a parlare di guerre, carestie, terremoti, supplizi, uccisioni, falsi profeti... che anticiperanno, ma non saranno la fine. Il discorso si sposta allora sull’atteggiamento che i discepoli dovranno tenere in questa attesa del ritorno del Figlio dell’uomo: quello dell’essere vigilanti, sottolineato dall’inserzione di ben tre parabole: quella del maggiordomo (Mt 24,45-51), quella delle dieci vergini (Mt 25,1-13) e quella dei talenti (Mt 25,14-30).

La seconda di queste parabole è la nostra; la terza, quella di settimana prossima.

Per comprendere bene questi brani, non va dunque dimenticato questo “contesto escatologico” che abbiamo provato a descrivere: il problema che vi soggiace è quello della vigilanza nel tempo dell’attesa del ritorno di Gesù, cioè nel tempo della storia. Come se il problema fosse: Come vivere la storia? Con quale atteggiamento attraversarla? Come pensare al rapporto col Signore, dunque con se stessi, dunque con gli altri, in un tempo in cui Gesù non è più incontrabile come prima per le strade della Galilea? Sapendo che a queste domande in positivo, nel nostro cuore soggiacciono quelle ben più angosciose del tipo: Che senso ha la storia? Ha un senso? Da dove veniamo e verso cosa andiamo? Dal caso al niente? E di me, che ne sarà? Di ciò che ho amato, vissuto, sofferto, accarezzato, gioito? Di ciò che mi si è scritto nella carne? Che cosa devo fare in questa storia che – a volte – si teme non abbia senso, data la lontananza del suo creduto fondamento e l’incertezza della sua destinazione?


La nostra parabola è la prima risposta, che i vangeli di questa settimana offriranno, a queste domande: “Vegliate”!.

Vediamo meglio di che si tratta facendoci aiutare dalle parole di Paolo Curtaz: «Siamo ormai a qualche settimana dalla fine dell’anno liturgico, che vuol dire che saluteremo Matteo, incontreremo Marco, e inizieremo il tempo di Avvento, Natale e via discorrendo. Matteo ci ha accompagnato in queste ultime domeniche con vangeli piuttosto impegnativi, quello di domenica scorsa in particolare: questo vangelo di questa lunga sequenza in cui Gesù contesta duramente quella che era la classe dei devoti (i farisei, i sommi sacerdoti, gli scribi) del suo tempo.

Ma il vangelo di oggi non è da meno, anche se bisogna, prima di interpretarlo bene, capire alcune cose.

Perché? Perché è un vangelo zeppo di contraddizioni. La storia è molto bella e ovviamente ricalca quella che era la cerimonia, la tradizione, la cultura dei matrimoni al tempo di Gesù, in Israele.

La festa durava diversi giorni e il primo giorno era lo sposo che andava a casa del suocero a prendere la sposa. E veniva accolto dalle damigelle, cioè dalle amiche della sposa, che facevano un lungo corteo di accoglienza. Se questo matrimonio avveniva quando ormai era calata la luce, cioè dopo le cinque della sera, c’erano delle lampade, delle fiaccole per accompagnare lo sposo incontro alla sposa, visto che non c’era l’illuminazione pubblica.

Una seconda cosa da capire, da sapere e che aiuta a correttamente interpretare quello che probabilmente Gesù ha detto, è il fatto che più di una volta nell’AT, Israele è chiamata come la sposa. E anche il numero delle cinque vergini, in questo caso dieci, cinque più cinque, ha a che fare con Israele.

Come dire: probabilmente Gesù quando dice questa parabola si sta rivolgendo alle persone che lo stanno ascoltando, alla sposa che è Israele.

E sta dicendo che cosa? Un po’ sulla falsa riga di quello che ha detto domenica scorsa: ci sono persone che accolgono (le vergini sagge) e delle vergini che non accolgono (che sono quelli che rifiutano il suo messaggio).

E da questo punto di vista allora, sicuramente, sta tutto in piedi: capiamo il discorso di Gesù, capiamo la sua ammonizione, cioè lui sta dicendo al suo uditorio: “Cercate di fare come le vergini sagge che accolgono e non come quelle sciocche che non accolgono”.

Cos’è successo allora? Perché Matteo quando prende questa parabola la infarcisce di elementi che provengono sicuramente dalla bocca di Gesù, ma non in quel contesto?

Il clima è molto più teso, è quasi terroristico; e poi, soprattutto, stupisce questa strana conclusione per cui Gesù dice di vegliare, ma, in realtà, anche le vergini sagge si sono addormentate.

Poi cos’è questa storia che nel cuore della notte bisogna andare a cercare olio per le lampade? Una cosa assolutamente assurda; nessuno nel cuore della notte vende dell’olio per le lampade.

E poi che sposo è mai questo, che non arriva all’imbrunire e neanche all’inizio della notte, ma nel cuore della notte?

Allora dobbiamo stare un po’ attenti a interpretare bene quello che Matteo fa: Matteo fa un’opera che a volte facciamo anche noi: prende cioè una parola di Gesù e cerca di adattarla, di attualizzarla per il suo uditorio, per la sua parrocchia, per la sua comunità.

[…] Cioè, questa parabola che fila via liscia nella bocca di Gesù, Matteo poi la rielabora un pochettino: non più rivolta, quindi, a Israele, che è diviso in vergini sagge e vergini folli (vergini pigre, vergini distratte), ma rivolta alla comunità cristiana. Comunità cristiana invitata a vegliare.

Perché? Perché c’era un grande fermento all’interno delle comunità: si pensava che Gesù dovesse tornare da un momento all’altro. Tutti erano convinti di questo.

C’è sempre la sensazione che tutto finisca, c’è sempre la sensazione che debba, da un momento all’altro, capitare di queste cose. Ebbene al tempo di Gesù, nelle primissime comunità, nei primi decenni dopo la risurrezione di Gesù, c’era questo clima un po’ euforico, che faceva sì che alcuni, addirittura, tirassero i remi in barca, cioè che non facessero più nulla. Paolo stesso, scrivendo alla comunità di Tessalonica, dice: “Chi non vuol lavorare neppure mangi”, cioè uno diceva “Beh, tiro i remi in barca, perché tanto arriva la fine del mondo”.

Solo che quando poi si vedeva che non arrivava la fine del mondo, ecco che qualcuno tornava alle abitudini di prima: cioè diceva “Tutto quello che abbiamo saputo, creduto erano tutte delle emerite baggianate”.

[…] Matteo si sta rivolgendo alla sua comunità, dicendo: “State attenti, perché anche se il Signore non è ancora arrivato, non è il caso di abbandonarsi alla logica del mondo, ma dobbiamo avere l’umiltà e il coraggio di aspettare, di vegliare operativamente, cioè non lasciandoci andare, non impigrendoci, addormentandoci. Perché il grosso rischio – e nella storia è successo più di una volta – è che i cristiani stessero seduti ad aspettare la venuta del Messia, pensando al paradiso, e intanto lasciavano tutto il mondo andare a rotoli”» [http://www.lachiesa.it/calendario/omelie/pages/Detailed/23804.html].

Ora questa parabola è rivolta anche a noi (è il suo III livello, dopo quello di Gesù e quello dell’evangelista): anche a noi è rivolto l’invito (pressante) a vegliare; a vegliare per non essere come le vergini distratte che perdono l’incontro con lo sposo, cioè che non accolgono Gesù; a vegliare per non dividerci tra l’estremo di chi tira i remi in barca (tanto prima o poi arriva il Signore) e quello di chi – dato che Egli non è ancora sopraggiunto – declassano il suo vangelo a “baggianata”, “illusione”, “fantasia”…

Fuor di metafora, la parola del vangelo che la Chiesa ci consegna in questa Trentaduesima domenica del Tempo Ordinario ci invita a vivere, nella storia che ci è data, come coloro che hanno l’olio; come coloro, cioè, che attraversano la storia costruendosi interiormente in quel particolare e personale modo (non prestabile ad altri, non sostituibile con quello altrui), che li rende “pronti” al rapporto col Signore, riconosciuto nei luoghi e volti ove si fa presente nella storia (i piccoli).

A conclusione, qualche appunto di Giuliano su questo vangelo… dato che la lectio vera e propria di 3 anni fa sulla XXXII Domenica del Tempo Ordinario non esiste. Tale Domenica era, infatti, “saltata” nella Liturgia della Chiesa, in occasione della Celebrazione dei Defunti.



Mt 25 , 1-13

1 Il regno dei cieli è (sarà!) simile a dieci vergini che, prese le loro lampade, uscirono incontro allo sposo. 2 Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; 3 le stolte presero le lampade, ma non presero con sé olio; 4 le sagge invece, insieme alle lampade, presero anche dell'olio in piccoli vasi. 5 Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e dormirono. 6 A mezzanotte si levò un grido: Ecco lo sposo, andategli incontro (uscite per l’incontro!) 7 Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. 8 E le stolte dissero alle sagge: Dateci del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono. 9 Ma le sagge risposero: No, che non abbia a mancare per noi e per voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene. 10 Ora, mentre quelle andavano per comprare l'olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. 11 Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: Signore, signore, aprici! 12 Ma egli rispose: In verità vi dico: non vi conosco. 13 Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora.



La vita è uscire verso lo sposo… vista in questa parabola alla luce dell’esodo … finale ! o determinante, che è il risultato di tutto il cammino!

Di quanti esodi ( con relativi sbandamenti verso gli idoli fallaci) abbiamo bisogno per capire che uno solo (lo sposo – il Signore) è quello che cerchiamo… Ma non riusciamo a capacitarcene se non svendendoci varie volte… e sperimentando di restare senza olio…   e solo attraverso il fallimento, ( delusione, esilio distruzione del tempio…)  maturare la convinzione di chi è il Signore… e dov’è…  e cercarne e trovarne la strada – visto che ne abbiamo la possibilità e la libertà (metà saggi e metà stolti! È la storia di Israele, della Chiesa… di ciascuno )



L’olio è la maturità cristiana del discepolo di Gesù! È la ri/conoscenza interiorizzata – cioè verificata pian piano nel cammino… che l’unico che ci salva è lui – nello Spirito.

E’ un’esperienza delicata di cui Gesù parla continuamente (il vino di Cana, l’acqua zampillante dal di dentro della Samaritana, il fermento che lievita la pasta, il seme che germoglia dentro con la sua forza autonoma… il gemito dello Spirito in noi …) come di una realtà / dono che innesca un circolo interiore vitale.  Esperienza di essere amati/salvati e trepidante tentativo di risposta, di coinvolgimento sempre più vero, che innesca un flusso  di /riconoscenza della presenza efficace del Signore  nella nostra vita. E dunque una forza interiore (dallo Spirito, perché noi non siamo capaci) benefica e dolce, sanante e balsamica… che ci convince dal di dentro che questa è la strada giusta. E così la morale diventa amore – la Parola diventa esperienza di luce: olio e fiaccola. E camminando tra tanti dubbi e incertezze si fa sempre più forte e radicata la convinzione di una conoscenza nuova di lui, di una frequentazione dello sposo/amico…di un incontro (ri/conoscenza!) pur nelle difficoltà e fragilità della vita… con relativa gratitudine che risana le inadempienze…



L’olio non si può scambiare né comprare… la parabola chiude la strada ad ogni possibile interpretazione contrattuale

 Non sta parlando della salvezza eterna… ma dell’apprendimento dell’attesa cristiana (vegliate!)… Ogni strumento religioso (fiaccole… servi incaricati di svegliare al mento opportuno…  solidarietà … è inadeguato… si tratta di imparare una relazione di amore che coinvolge la vita… non è scambiabile, si può dar aiuti e consigli, ma non saranno mai al livello adeguato, ( ricascano nella inutile religione contrattuale!)  perché non è comprensibile da chi non entra nel bisogno/esperienza che la fede è un affidamento di amore, che se non matura un rapporto personale, rimane sterile e nana…



Le pronte entrarono… alle altre: non vi conosco!

Si tratta dell’esito del percorso di fede di una vita: che sboccia in ri/conoscenza o disconoscenza… La vita eterna è vista come continuazione e esplosione, senza più limiti storici, dell’amore Gesù/discepolo… nel grande convito celeste: ci entra chi è ri/conosciuto dal Signore, per la lunga frequentazione che ne ha avuto nelle varie ricerche e notti (esodi) della vita… Non è riconosciuto (anche se crede d’aver comprato la conoscenza) chi non ha mai riconosciuto e  amato il Signore nei luoghi e volti ove si fa presente nella storia…

… datevi dunque da fare, dice il Signore!


giovedì 27 ottobre 2011

Come dovrebbe (almeno) parlare un capo di stato

"Siamo passati a due dita dalla catastrofe... di publicsenat dove si trova anche il testo scritto.
Data? giovedì 25 settembre 2008!!
L'analisi è condivisibile anche se si può notare che il problema non è semplicemente (anche!) etico!
Le soluzioni quindi peccano di "ingenuità" e producono false speranze:
non si può guarire di una malattia con ciò che l'ha causata!...
...E hanno un gusto propagandistico! Il che spiega perché in tutto questo tempo la crisi non solo non è stata risolta ma si è anzi  aggravata!

martedì 25 ottobre 2011

XXXI Domenica del Tempo Ordinario

Il vangelo che la Chiesa ci propone in questa Trentunesima Domenica del Tempo Ordinario, è costituito dai versetti 1-12 del capitolo 23.

Io però suggerisco la lettura dell’intero capitolo 23, perché esso – nel suo insieme – riesce meglio a rendere l’idea di quale sia la posizione di Gesù rispetto agli scribi e ai farisei «di ieri e di oggi»… Una posizione che non va ridotta a questione occasionale, non rilevante, ininfluente (quasi che Gesù abbia risposto con questa alacrità solo perché in quel momento il tono della discussione era acceso… e dunque le sue parole andrebbero prese con le pinze…), ma che – anzi – a mio parere è molto istruttiva (la dice lunga…) per comprendere cosa/come pensa Gesù, dunque chi egli sia!

Non a caso gli studi esegetici confermano che questo discorso di Gesù, non è per niente il resoconto di una sua mera presa di posizione occasionale, che Matteo avrebbe redatto all’indomani di uno scontro coi capi religiosi ebraici, quanto piuttosto «un vero e proprio discorso che l’evangelista ha costruito con la tecnica che gli è abituale: parole del Signore pronunciate in contesti diversi sono radunate insieme per affinità tematiche. Nel nostro caso l’evangelista ha raccolto molte parole polemiche del Signore, quasi a rappresentare il vertice della rottura fra Gesù e i farisei» [B. Maggioni, il racconto di Matteo, 290].

Queste parole sono infatti collocate da Matteo dopo i brani dello scontro con i capi religiosi di Gerusalemme, di cui abbiamo letto nelle scorse settimane: a coronamento dell’innalzarsi della tensione contro Gesù – tensione che lo porterà alla morte –, l’evangelista colloca questa raccolta di parole severe, che hanno di mira un certo modo di vivere la religiosità e in particolare l’autorità religiosa.

Il fatto però che – appunto – si tratti di una raccolta di parole pronunciate (anche) altrove e in diverse occasioni, rende evidente come la posizione di Gesù qui espressa non sia occasionale, ma strutturale: cioè, il nostro brano di vangelo non ci dice semplicemente il pensiero di Gesù rispetto a quei pochi sadducei, farisei e scribi che hanno tentato di coglierlo in fallo nelle varie dispute analizzate nelle settimane scorse; ma ci rivela quale sia stato il pensiero che Gesù ha elaborato nella sua storia (il discorso è infatti composto da frasi che ha pronunciato in momenti diversi della sua storia, che Matteo ha scelto per rendere l’idea di quale fosse il pensiero del suo Maestro) rispetto al potere religioso.

Questo è il nocciolo del discorso…


Insomma… se si dovesse raccogliere ciò che Gesù pensa rispetto al potere religioso, verrebbe fuori questo capitolo 23… Anzi è proprio andata così: Matteo, dovendo raccogliere ciò che Gesù aveva detto/pensato rispetto al potere religioso, ha ottenuto questo lacerante capitolo 23!

Guardiamolo perciò un po’ più da vicino… non tanto per alimentare una polemica con l’attuale potere religioso – cioè guardando il testo come se fossimo noi gli oppositori dei farisei di ieri e di oggi – quanto piuttosto per far sì che le parole di Gesù interpellino il fariseo che c’è in ciascuno di noi… l’anima farisaica delle nostre famiglie, dei nostri gruppi, delle nostre comunità, della nostra Chiesa.

Innanzitutto ciò che emerge è che ad essere messi sotto accusa da Gesù sono essenzialmente due atteggiamenti: l’incoerenza ipocrita e la ricerca di sé.

Non l’incoerenza e basta, ma l’incoerenza ipocrita: quella cioè che maschera la verità di sé. Perché leggendo il vangelo ci si accorge subito che la fragilità dell’uomo (tra cui anche la sua incoerenza!) non sono mai impedimenti veri all’incontro col Signore, anzi… tanti episodi paiono sottolineare come soprattutto chi è immerso nella sua fragilità, chi è trasparenza della miseria umana è come “favorito” nell’accesso al Regno («In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio», Mt 21,31).

Il problema non sta quindi nella nostra impossibilità a costruirci una vita “santa” («“Chi può essere salvato?”. Gesù disse: “Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile”, Mt 19,25-26), ma nel fingere che questa impossibilità per qualcuno sia meno impossibile che per qualcun altro…

Questo fanno gli scribi e i farisei cui Gesù rivolge questo suo discorso duro; questo è il pericolo sempre insito nel potere religioso: fingere di non essere uomo tra gli uomini, fratello di fratelli, peccatore seduto con tutti gli altri alla tavola dei peccatori… ma di avere i “titoli” morali, sacrali, intellettuali per essere chiamato “maestro”, “padre”, “guida”… È questa falsificazione di fronte agli altri e a se stessi della nostra identità fatta della stessa pasta umana degli altri, che spaventa Gesù…

E lo spaventa perché sa che questo meccanismo di falsificazione di sé (non si pensa più a se stessi come a poveri, figli, bisognosi di misericordia, di cura, di fraternità…), porta inevitabilmente alla discriminazione omicida: se io non sono come gli altri (sottinteso “sono meglio”), il mio sguardo verso di loro non potrà essere che di indifferenza o commiserazione o disprezzo o condanna…

Se tutto questo è vero a livello delle singole persone – e credo che tutti quanti personalmente l’abbiamo un po’ sperimentato sulla nostra pelle, sia come vittime (di qualche sedicente “diverso/migliore di noi”), sia come carnefici – a maggior ragione lo è al livello macroscopico delle istituzioni, dove – appunto – l’apparato istituzionale censura ciò che invece a livello personale ancora ogni tanto ci salva, e cioè lo scrupolo di coscienza nell’“ammazzare” l’altro…

Ma c’è ancora un livello peggiore di incistamento di questo meccanismo… quando esso non solo è istituzionalizzato, ma lo è a livello religioso/sacrale: lì infatti l’alibi del far le cose “perché dio le vuole” chiude ogni possibilità d’appello.

È questa pericolosità che Gesù vede e denuncia… e tenta continuamente di scardinare, ribadendo come Maestro, Padre e Guida debba essere Uno solo, Dio, di cui noi siamo tutti discepoli, figli, in-seguitori. Ribadendo dunque come tra noi il rapporto debba essere unicamente fraterno.

Guardandosi intorno (ma anche dentro) non sembra che questo elemento strutturale del vangelo di Gesù sia stato molto colto… tanto meno assunto…

Report: vedo, pago, voto

martedì 18 ottobre 2011

XXX Domenica del Tempo Ordinario

Il vangelo che la liturgia ci propone per questa Trentesima Domenica del Tempo Ordinario, segue, saltando pochi versetti, quelli delle settimane scorse. Siamo sempre a Gerusalemme e sempre nello stesso contesto di tensione con i capi religiosi ebrei.

Il capitolo 22,34-40, quello odierno, propone infatti nuovamente il tentativo di uno dei gruppi religiosamente più intransigenti di Israele, di mettere alla prova Gesù: dopo i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo che nel Tempio avevano messo in discussione la sua autorità (Mt 21, 23 ss) e dopo i sadducei che lo avevano interrogato sulla risurrezione dei morti a cui non credevano (Mt 22,23-33), ecco ritornare alla carica i farisei, già messi a tacere – come ci raccontava la liturgia di settimana scorsa – in occasione della discussione sul tributo a Cesare (Mt 22,15-22): essi ripropongono ora capziosamente una nuova domanda a Gesù: «Qual è il grande comandamento?».

La domanda non è neutrale, anzi, il Vangelo stesso sottolinea come essa sia stata fatta «per metterlo alla prova»…

Eppure essa contiene anche uno sfondo di curiosità sincero: «Nelle scuole teologiche del tempo ci si chiedeva [infatti] quale fosse il comandamento da porre in testa all’elenco.

Uno scriba pone la domanda a Gesù per metterlo alla prova; vuole cioè saggiare la capacità del nuovo maestro e conoscere la sua opinione su un dibattimento alla moda.

Gesù cita anzitutto due testi dell’Antico Testamento.

Un passo del Deuteronomio (6,4-8): “Ascolta Israele, Jahvè è il nostro Dio. Jahvè è uno solo. Ama Jahvè tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze. Le parole che oggi ti ordino siano nel tuo cuore. Le inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti trovi in casa, quando cammini per strada, quando ti corichi e quando ti alzi. Le legherai quale segno sulla tua mano, saranno come pendenti tra i tuoi occhi. Li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte”.

E un testo del Levitico (19,18): “Non vendicarti e non serbare rancore verso i figli del tuo popolo, ma ama il prossimo tuo come te stesso”.

I due passi erano al centro della spiritualità di Israele, soprattutto il primo, che veniva recitato mattina e sera, ricamato sulle maniche delle vesti, scritto sugli stipiti delle porte.

Ma pur citando nella sua risposta testi noti e preesistenti, Gesù si mostra – nei confronti delle opinioni correnti – nuovo e originale. Per lui il comandamento dell’amore di Dio e del prossimo non è semplicemente il comandamento da mettere in testa all’elenco, neppure soltanto il comandamento più importante: è il centro da cui tutto deriva [cui tutta la legge e i profeti sono sospesi dice il testo greco!], e che tutto informa e permea: ogni altra legge, se vuole presentarsi come volontà divina, deve essere espressione di questo duplice amore» [B. Maggioni, il racconto di Matteo, Cittadella Editrice, Assisi 20044, 282-283].


Ancora una volta, allora, Gesù, sottoposto ad una domanda-tranello dai suoi oppositori – domanda dalla quale avrebbe dovuto uscire screditato – assume l’interrogativo tendenzioso che gli viene proposto, ribaltandolo come un calzino… e smarcandosi dalla malizia di chi glielo propone!

Per loro infatti si tratta solo di un “assalto alla sua credibilità”: è un tentativo di “metterlo alla prova su un argomento alla moda”, sperando che risponda qualcosa che lo faccia entrare nella polemica con gli altri maestri… quindi che lo “tiri dentro” al mucchio e lo disperda tra i tanti! Dunque che annulli la sua pretesa di avere una parola inaudita…

Per lui invece la questione è serissima; le loro “chiacchiere leggere” sono occasione per porre una parola pesante: «“Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente”. Questo è il grande e primo comandamento. Il secondo poi è simile a quello: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti».

Quindi: tutta la Legge e i profeti (cioè tutta la Parola di Dio nella/sulla storia) va “fatta dipendere da”, “è sospesa a”, “è appesa a”, “va intesa a partire da” la relazione d’amore con Dio e con il prossimo.

Questa è la “parola pesante” che Gesù pone e che fa ammutolire (come sempre più spesso accade) i suoi oppositori. Un silenzio sul quale poi Gesù porrà una contro domanda (vv. 41-45, che la liturgia non propone) che chiuderà la polemica verbale (per aprire poi quella omicida dell’arresto e della croce) perché: «Nessuno era in grado di rispondergli e, da quel giorno, nessuno osò più interrogarlo» (Mt 22,46).

A noi oggi, lontani da quel contesto di discussione mortale in cui Matteo inserisce le parole di Gesù, resta in mano soprattutto la domanda sul loro significato: Cosa intende dire/fare Gesù, appendendo la Legge e i profeti al duplice comandamento dell’amore a Dio e al prossimo?

Io credo istituire il criterio orientativo della vita: a noi continuamente incerti sui passi da porre, ad ogni livello, continuamente arrabattati nella ricerca di risposte, di certezze, di “manuali delle istruzioni” per questa vita che ci si propone sempre più come complessa… a noi continuamente preoccupati di far bene o almeno di cercare il modo per far bene e così frastornati dalle migliaia di chiacchiere su cosa sia questo “far bene”… a noi, il Signore sopraggiunge con una parola pesante: il criterio è l’amore.

È vero che ci sarebbe da discutere cosa si intende per amore, che spesso nel concreto chiamiamo amore qualcosa che invece che far bene all’altro, lo uccide, che ci sarebbe da pensare bene a cosa ciascuno di noi intende per “tenere insieme amore per Dio e per il prossimo”, ecc… ecc… ecc…

Sono tutti argomenti su cui ci sarebbe da pensare e da dire molto… e sui quali è bene che ciascuno pensi e dica molto…

Ma io credo che prima di tutto questo, il vangelo di oggi ci inviti a deciderci per un’opzione vitale per l’amore: un’opzione rispetto alla quale invece mi pare rischiamo sempre di stare un po’ come sulla soglia… autogiustificati da tante altre considerazioni di buon senso, di imprescindibile calcolo, di inevitabile equilibrismo tra le tante istanze della nostra vita… salvo poi ritrovarci smarriti nel moltiplicarsi delle considerazioni, dei calcoli e delle istanze, senza saperci più raccapezzare nell’individuazione di una via che orienti la sensatezza della nostra vita.

È la situazione in cui spesso mi ritrovo io… è la situazione in cui a volte mi pare di ritrovarmi con la gente con cui vivo… è la situazione in cui a volte mi pare annaspi la Chiesa e la società tutta…

Forse è allora il caso di ripartire da qui… da quello cui tutto il resto è appeso, che dunque sta o cade in base alla sua capacità di essere espressione d’amore.

giovedì 13 ottobre 2011

Guai a voi!



Dal vangelo di oggi (Lc 11,47-54): «Guai a voi, dottori della Legge, che avete portato via la chiave della conoscenza; voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare voi l’avete impedito».

Il peccato più grave che la chiesa ha commesso durante la storia, non sono state le pur gravissime violazioni dei diritti dell’uomo, con crociate, inquisizioni, stupri di adulti e minori, omertà, messa al rogo di eretici e donne accusate di stregoneria, senza contare il continuo malaffare politico ed economico… Di questo la chiesa ha riconosciuto, ed è (abbastanza) pronta, a riconoscere le sue colpe (sebbene solo dopo che è stata smascherata pubblicamente!).

Una colpa non ha mai ammesso neppure oggi – ed è a mio avviso la più grave, perché tutte le comprende – anzi continua a giustificarla “teologicamente”: quella di aver tenuto e di tenere da secoli, intere generazioni, miliardi di uomini e donne, nella più completa ignoranza biblica e teologica. Impedendo loro, come laici, l’accesso alle fonti del sapere teologico, estromettendoli dall’apprendimento e dall’insegnamento della fede e della teologia dai seminari e dalle facoltà teologiche, soprattutto se donne. E il “crimine contro l’umanità” continua imperterrito ancora oggi!

Praticamente l’unica fonte di conoscenza dottrinale a cui un laico può aspirare sono le “cose” che il prete dice in omelia (spesso baggianate!) o le infarinature teologiche parziali e controllate, dispensate dai superficiali “Istituti Superiori (sic!) di Scienze Religiose” o peggio dalle “Scuole di teologia per laici”: peggio dell’ignoranza è la conoscenza incompleta, perché – assolutizzando quel poco che si sa – crea integralismi (cfr Teresa d’Avila, Cammino di Perfezione 8,4)!… Quest’ultime poi, già nel nome – accentuando, come se ce ne fosse bisogno la separazione tra “conoscenza” laicale e “conoscenza” clericale! – gridano vendetta al cospetto di Dio!

martedì 11 ottobre 2011

XXIX Domenica del Tempo Ordinario: “Date a Cesare…”

Il brano del vangelo di Matteo proposto dalla Chiesa in questa Ventinovesima Domenica del Tempo Ordinario, è molto famoso… spessissimo, infatti, soprattutto negli ultimi anni, è stato da più parti ripreso, in particolare nella citazione celebre che esso contiene: «Date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio». La si è usata per esempio come richiamo alla chiesa, quando la si percepiva troppo ingerente negli affari dello Stato (per esempio sugli innumerevoli dibattimenti etici e bioetici dell’ultimo decennio: legislazione sul fine vita, sulla regolazione delle coppie di fatto anche omosessuali, sulla fecondazione artificiale, ecc…); la si è usata come richiamo al fatto che anche la chiesa dovrebbe dare la sua parte a Cesare (per esempio con la discussione rispetto al pagamento dell’ICI); ma la si è usata anche come monito della chiesa ai cristiani-cittadini perché pagassero le tasse; o come rivendicazione della chiesa stessa per la sua autonomia dalle ingerenze politiche; addirittura la si usa come “proverbio” da citare indipendentemente dal fatto che la chiesa sia o meno implicata nella discussione.

Dico tutto questo in apertura, perché – leggendo il testo evangelico – il rischio è di essere trascinati immediatamente ed inesorabilmente in queste questioni… Io invece vorrei stare un passo indietro…


Non perché non ritenga questi temi importanti o perché voglia rifuggire una necessaria presa di posizione, ma perché:

1-      sono questioni articolate troppo spesso sulla chiacchiera (spesso incompetente, ripetitiva e distraente) piuttosto che sulla serietà riflessiva; e dunque non voglio aggiungere chiacchiere a chiacchiere, data la mancanza di professionalità adatta ad una analisi riflessivamente alta su questi temi;

2-      non è il compito immediato di una riflessione sul vangelo, che – certo – sfocia anche in una presa di posizione sul reale, ma di cui si deve far carico il singolo lettore; la lectio, piuttosto, prepara come il terreno perché il brano sia capito per quello che vuol dire e non per quello che vogliamo fargli dire; solo a quel punto ciascuno è chiamato a “farlo suo”, innanzitutto – mai scordarlo! – sul piano personale e poi – anche – sul piano socio-politico;

3-      infine, tutte queste questioni del nostro tempo non possono essere così automaticamente sovrapposte ad un testo scritto quasi due millenni fa!

Dunque un passo indietro rispetto a tutto quanto ricordato in apertura… per restare ancorati all’alveo che ha partorito quel testo e non scivolare immediatamente nei problemi di oggi che tirano di qua e di là queste parole.

Veniamo dunque al testo: esso fa parte del grande scontro, avvenuto a Gerusalemme, che abbiamo avuto sotto gli occhi nelle scorse domeniche tra Gesù a i capi religiosi ebraici. Esso infatti segue i brani della cacciata dei venditori dal tempio (Mt 21,12-17) e della conseguente animata discussione di Gesù con i sommi sacerdoti e gli anziani (Mt 21,23-22-14), con le parabole dei due figli, dei vignaioli omicidi e del banchetto nuziale.

Ora, dopo i sommi sacerdoti e gli anziani, sono i farisei e gli erodiani che si avvicinano a Gesù per coglierlo in fallo. Essi, come gli altri, sono infatti infastiditi dalle pretese (sulla sua persona e sulla sua missione) con cui quest’uomo è giunto a Gerusalemme.

Il quesito che gli pongono (anzi che mandano a porgli tramite i loro discepoli), riguarda la sfera delle relazioni tra mondo religioso e mondo politico: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio secondo verità. Tu non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno. Dunque, di’ a noi il tuo parere: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?».

Per comprendere fino in fondo questo interrogativo e soprattutto la malizia che vi sta sotto è utile una piccola digressione sulla situazione storica di Israele: nella primavera del 63 a.C. le truppe romane guidate dal generale Pompeo avevano conquistato Gerusalemme, rendendo la Palestina una provincia dell’Impero.

Quando nacque Gesù, imperatore era Ottaviano Augusto; ma la maggior parte della sua vita Egli la passò sotto la dominazione di Tiberio. «Gesù non ebbe occasione di conoscerli da vicino. […] Tuttavia sapeva assai bene che essi dominavano il mondo ed erano padroni della Galilea; poté comprovarlo ancor meglio quando aveva circa ventiquattro anni. [Erode] Antìpa [figlio di Erode il Grande], tetrarca della Galilea, vassallo di Roma, edificò una nuova città sulle sponde del lago di Genèsaret e ne fece la nuova capitale della Galilea. Il nome diceva tutto; Antìpa la chiamò “Tiberiade” in onore di Tiberio. I Galilei dovevano sapere chi fosse il loro supremo signore. Per oltre sessant’anni nessuno poté opporsi all’Impero di Roma. Ottaviano e Tiberio dominarono la scena politica senza grandi incidenti. Una trentina di legioni, di oltre cinquemila uomini ciascuna, oltre ad altre truppe ausiliarie, assicuravano il controllo assoluto di un territorio immenso che si estendeva dalla Spagna e dalle Gallie fino alla Mesopotamia; dalle frontiere del Reno, dal Danubio e dal mar Morto sino all’Egitto e all’Africa del nord. […] Per facilitare l’amministrazione e il controllo di un territorio così immenso, Roma aveva diviso l’Impero in province, rette da un governatore incaricato di mantenere l’ordine, vigilare sulla riscossione delle imposte e amministrare la giustizia. Per questo Pompeo, quando intervenne in Palestina approfittando delle lotte interne sorte fra i governanti giudei, come prima cosa riorganizzò la regione e la mise sotto il controllo dell’Impero. […] I popoli soggiogati non dovevano dimenticare di trovarsi sotto l’Impero di Roma. La statua dell’imperatore, eretta accanto a quella degli dei tradizionali, lo ricordava a tutti. La sua presenza in templi e luoghi pubblici delle città invitava i popoli a renderle culto come al loro autentico “signore”. Ma il mezzo più efficace per mantenerli sottomessi era indubbiamente l’uso del castigo e del terrore. Roma non si permetteva il minimo segno di debolezza davanti alle sommosse o alla ribellione. Le legioni potevano tardare più o meno a lungo, ma arrivavano sempre. La pratica della crocifissione, le decapitazioni di massa, la cattura di schiavi, gli incendi dei villaggi e i massacri nelle città non avevano altro intento che di terrorizzare la gente. Era il modo migliore per ottenere la fides e la lealtà dei popoli» [J.A.Pagola, Gesù. Un approccio storico, Borla, Roma 20102, 24-26].

Questa è la situazione che in Israele aveva creato grande malcontento verso i dominatori romani e aveva alimentato l’attesa di un Messia che avrebbe liberato dalla dominazione straniera. Ecco perché la domanda che i farisei e gli erodiani rivolgono a Gesù è doppiamente tagliente:

-          da un lato perché lo mettono di fronte ad una situazione senza via d’uscita: se risponde che le tasse all’oppressore non vanno pagate, si espone come “nemico di Cesare”; se risponde che esse vanno pagate, si espone come “amico di Cesare”. Nell’un caso sfidando l’autorità romana, nell’altro scontentando le folle;

-          dall’altro lato perché gli chiedono conto della sua “pretesa” messianicità: non può essere il liberatore politico atteso, se non libera dall’oppressione romana.

Come annota l’evangelista – dunque – è chiaro che la domanda di farisei ed erodiani ha il solo scopo di cogliere in fallo Gesù. Il problema del rapporto coi Romani è solo occasionale: è l’argomento del momento, adoperato per screditarlo. Loro non sono interessati al contenuto della sua risposta, non sono interessati alla sua posizione e alle sue eventuali argomentazioni, non vogliono sapere davvero cosa ne pensa di questa questione… A loro interessa solo che – rispondendo – si tradisca: è un tranello. L’oggetto del tranello è irrilevante, sostituibile, indifferente (non a caso, infatti, immediatamente dopo arriveranno i sadducei con una “domanda tranello” sulla risurrezione, Mt 22,23-33). Ritengono infatti che il problema della dominazione romana sia irrisolvibile (non a caso ciascun gruppo della società ebraica si regolava un po’ da sé: tutti erano scontenti della dominazione, ma qualcuno – come gli zeloti – pensava ad una suicida rivolta armata; qualcuno – come i farisei – pagava le tasse per evitare problemi anche se disprezzava gli oppressori; qualcuno – come i sadducei –, data la situazione, cercava di trarre il proprio interesse dalla collaborazione coi Romani).

Gli parlano, quindi, del problema politico del momento nella forma della “chiacchiera”: senza proporre né aspettarsi un impegno riflessivo alto.

Ma è qui che Gesù fa uno dei suoi tipici “slittamenti di piano”: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare ma a Dio quello che è di Dio»! Egli cioè prende la loro chiacchiera sul serio, molto più sul serio di loro: infatti, davvero il problema della dominazione straniera o del governo che scontenta è un problema grave, che tocca la vita della gente ogni attimo della vita. Non se ne può fare chiacchiera, non se ne può usare con malizia! In gioco vi è il senso della vita, che pare minacciato dalla presenza di questi oppressori pagani.

E infatti Gesù, nella sua risposta, si smarca dal tranello, si smarca dalla malizia, si smarca dalla chiacchiera e fa “slittare” il discorso sul nucleo del problema: il senso della vita – che sembra minacciato dall’esterno (in questo caso dalla dominazione straniera) – in realtà non dipende che da una cosa: «dare a Dio quello che è di Dio».

La struttura dell’uomo è, infatti, fondata sul suo rapporto con Dio (sempre possibile in qualsiasi condizione), non certo sul potente di turno che lo governa. Indipendentemente dunque da un giudizio di merito sul potere politico, quello che Gesù vuole ribadire è che niente condiziona (tanto da renderlo impossibile), il rapportarsi dell’uomo al suo Dio, dunque la sensatezza del vivere: neanche la dominazione straniera, neanche la perdita del tempio («viene un' ora, ed è adesso, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità», Gv 4,23), neanche la perdita della libertà (Etty Hillesum scrive da dentro un campo di concentramento: «tutto quello che ci è possibile salvare in quest'epoca, ed è anche la sola cosa che conta: un po’ di te in noi, mio Dio»), neanche la perdita della vita («Gesù, gridando a gran voce, disse: «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito». Detto questo, spirò», Lc 23,46).

Ma: il porre il sempre possibile rapporto con Dio – in qualsiasi condizione – come punto zero della vita umana, non vuol dire che tutto il resto è inutile: le parole di Gesù non sono un invito al disimpegno socio-politico, anzi! Il fondante rapporto con Dio è piuttosto ciò che fa verità sulla condizione in cui si vive e perciò orienta il conseguente e necessario impegno socio-politico.

venerdì 7 ottobre 2011

Controcorrente...



Più leggo di Jobs e più mi preoccupo. Ha fatto nella vita quello che più gli è piaciuto. E credo che questo possa essere un bene. Ha dato a molti quello che più piaceva loro, e forse questo potrebbe anche essere un bene. Ma è proprio quello di cui avevano (abbiamo) veramente bisogno? L’umanità può veramente dire “Grazie Jobs!”? L’umanità dico, tutta! Non quella parte che può permettersi spensierata e sulle spalle dell’altra, l’oggetto dei propri (indotti?) desideri. Ne dubito! Oh sì! fortemente ne dubito…

mercoledì 5 ottobre 2011

Dire "Padre"

Alcune volte capita così che per capire qualcosa bisogna leggerla al contrario…
Prendiamo il “Padre Nostro”. Oggi la liturgia ce lo presenta nella versione lucana in forma short:
«Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione»

Il “Padre” è la meta! Ma come arrivarci? Ecco l’itinerario:
  1. Fidarsi di Dio nella fatica di credere e non pensare che la nostra violenza possa essere più efficace della sua dolcezza (non abbandonarci alla tentazione);
  2. Creare con l’altro una solidarietà senza limiti: (anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore);
  3. Questo e non altro ci fa fare vera esperienza del perdono anche di Dio (e perdona a noi i nostripeccati);
  4. Condividere col fratello ciò che costruisce la reciproca dignità come attuazione di questa comunione: (dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano);
  5. Questo e non altro è rendere operativo il regno di Dio (venga il tuo regno);
  6. Questo e non altro restituisce gloria a Dio (sia santificato il tuo nome),
  7. Questo e non altro è fare esperienza di un Dio finalmente Padre (Padre).
Dire “Padre” è ingaggiarsi in questo cammino di attuazione del suo regno. Partendo dal fondo.

martedì 4 ottobre 2011

XXVIII Domenica del Tempo Ordinario: La festa di nozze

Come nelle domeniche precedenti, anche in questa (ventottesima del tempo ordinario) ci troviamo nel contesto della polemica di Gesù (appena entrato a Gerusalemme) con i capi dei sacerdoti e i farisei. Il testo di Matteo che la liturgia ci propone è costituito nuovamente da una parabola: l’ultima di questa serie, dopo quella dei due fratelli (Mt 21,28-32) e quella dei vignaioli omicidi (Mt 21,33-45): si tratta della parabola della grande cena.

La trama è nota, anche se l’abitudine ad ascoltarla non deve farci perdere di vista la capacità di cogliere le numerose sorprese e i colpi di scena che la caratterizzano: si parla di un re che manda i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze del figlio. L’invito è presentato a due riprese, con insistenza, ma entrambe le volte, nonostante le aspettative, esso viene rifiutato: questa è la prima sorpresa.

Ciò che colpisce è che si tratta di un diniego senza motivo: per alcuni infatti l’invito non è importante («non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari»); per altri è addirittura irritante e fonte di una reazione omicida («altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero»). Il rifiuto degli invitati suscita così la rabbia del re, che reagisce duramente («il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città»), ma egli – e questa è la seconda sorpresa – non desiste dalla sua iniziativa. Manda così di nuovo i suoi servi con l’ordine, questa volta, di invitare «tutti quelli che trovano, cattivi e buoni». «E la sala delle nozze si riempì di commensali».

La storia potrebbe finire qui... Invece prosegue con un’ultima scena. Anch’essa immancabilmente contenente una sorpresa (la terza del brano): il re infatti, entrato nella sala, vede un uomo senza abito nuziale e decide di ordinare ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».

Questa la parabola. Ma come va intesa questa narrazione? Chi rappresentano questi personaggi? E che senso hanno i colpi di scena che l’autore continuamente inserisce?


Per rispondere a queste domande non bisogna dimenticare il contesto in cui è inserita la parabola, né quello in cui è stata scritta.

1)      Matteo inserisce questa parabola come III di una serie che Gesù avrebbe raccontato ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo a Gerusalemme, quando ormai il conflitto con loro aveva raggiunto livelli incandescenti che sfoceranno nella sua uccisione. È dunque inevitabile – in questo primo “strato” – rilevare come i destinatari della parabola siano propri questi capi religiosi: sono loro gli invitati (indegni) al banchetto di nozze del figlio (Gesù stesso) che si rifiutano di partecipare, diventando addirittura omicidi e inaugurando – con il loro rifiuto – l’allargamento dell’invito a nozze a chiunque si trovi nei crocicchi delle strade.

Riguardo a questo primo strato interpretativo, è interessante notare come questa lettura parabolica che Gesù fa del suo rapporto conflittuale con i capi religiosi ebrei, si discosti poi però rispetto al “come sono andate le cose” nella realtà. Nella parabola infatti «il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città»; nella realtà Gesù morirà con «l’inumano amore di chi rantola senza rancore» [De Andrè] («Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno», Lc 23,34).

A dire che la durezza delle parole con cui nella parabola si esprime la reazione del padrone, hanno più il valore dell’ammonimento preventivo (affinché ciò non accada!), che della minaccia di un castigo che si realizzerà.

2)      Il secondo strato interpretativo è, invece, quello che fa riferimento al momento in cui la paraola è scritta. Il primo faceva riferimento a Gesù che la racconta; il secondo a Matteo che la inserisce nel suo vangelo (decenni dopo la morte e risurrezione di Gesù). Indubbiamente per la comunità cristiana di Matteo (fatta di ebrei convertiti al cristianesimo), il grande problema era il fatto che la maggior parte degli ebrei (soprattutto i capi religiosi) avevano rifiutato Gesù, non lo avevano cioè riconosciuto come Messia, anzi avevano considerato il cristianesimo come un’eresia dell’ebraismo. In questo contesto – allora – è evidente che Matteo usa le parole di Gesù per riferirsi non più solo all’episodio contingente dello scontro a Gerusalemme coi capi religiosi ebraici, ma a tutto il popolo ebraico che aveva rifiutato “l’invito al banchetto di nozze”. In quel contesto – di scontro, anche duro, tra ebrei convertiti al cristianesimo ed ebrei rimasti tali – la parabola identifica gli invitati indegni col popolo di Israele e quelli dei crocicchi delle strade con le genti a cui l’invito si è allargato.

Ciò che, a questo secondo livello, è interessante notare è la terza ed ultima sorpresa che la parabola riserva: quella dell’uomo senza abito nuziale che – dopo essere ammutolito – viene legato mani e piedi e gettato nelle tenebre.

Lungo la storia sono stati moltissimi i tentativi di identificare cosa si celasse dietro a questo abito... ma io credo che il punto nodale sia un altro: non tanto capire quale identificazione associare a questo simbolo della parabola, ma piuttosto – seguendo la narrazione – concludere che non è perché si è parte di “tutti gli altri” – di quelli raccolti ai crocicchi delle strade – che automaticamente si è parte del banchetto di nozze. Come a dire che il far parte del Regno di Dio non ha confini razziali né in un verso, né nell’altro: con Gesù, cioè, è chiaro che il Regno non è più solo per gli ebrei (già prima di Gesù, peraltro i profeti – come testimonia la prima lettura – lo avevano ribadito); ma è anche chiaro che non basta essere non-ebrei per farne parte. La discriminazione cioè non deve andare né in un senso, né nell’altro: non è lì (non è sull’appartenenza o la non appartenenza ad un popolo) che si gioca l’appartenenza al Regno, e nemmeno sulla moralità degli invitati («Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali»), ma su altro… che la parabola chiama “abito nuziale”, cioè la consapevolezza di esser lì per quello e non per altro…

Infine ci siamo noi… I lettori contemporanei della parabola… Noi che non abbiamo il medesimo contesto immediato di Gesù (il conflitto coi capi religiosi ebraici), né quello della comunità di Matteo (il problema dei rapporti tra ebrei convertiti al cristianesimo e ebrei rimasti tali). Cosa ha da dire a noi, allora, questa parabola (che non sarebbe nel Nuovo Testamento se non riguardasse anche la chiesa [von Balthasar])?

Mah… Io credo:

-          Innanzitutto che c’è un invito! Che la storia è abitata da un invito di Dio ad un banchetto di nozze (un invito per l’aldiqua, che si eternizzerà nell’aldilà; non un invito per l’aldilà che tralascia l’aldiqua!). E dunque che la storia (sia personale che dell’umanità) andrebbe guardata, pensata e decisa così, come l’invito di Dio ad una festa, ad una gioia, ad una bellezza, ad una pienezza, ad una convivialità. L’immaginare lo sguardo di Dio sulla storia in altro modo è l’anti-vangelo;

-          In secondo luogo, che questo invito di Dio è per tutti, non per alcuni a danno di altri: la vita deve essere una festa per tutti! E ogni qual volta questa realtà è tradita (e quante volte è stata ed è tradita ogni giorno che passa!!!), si tradisce la volontà di Dio sulla storia!

-          Infine, che è un invito che non va perso, né fatto perdere! La parabola, infatti, «è diventata per noi un drammatico manifesto di istruzioni per “contrasto”. Come dire: ecco come si fa, dall’inizio della storia della salvezza fino ad oggi … a perdere il treno del Regno di Dio!» [Giuliano]… Cioè, come ammonimento, per non perderlo più:

o  Perché si vede bene come si fa a perderlo:

§ Rimanendo indifferenti all’invito al banchetto, cioè increduli a quel volto di Dio annunciato da Gesù, che guarda alla storia come l’invito ad una festa;

§ Rimanendo indispettiti dal fatto che l’invito al banchetto è per tutti;

§ Presentandosi al banchetto con altri scopi rispetto a quelli della festa.

o  E perché si vede bene cosa vuol dire perderlo:

§  non, come troppo spesso si pensa, ricevere i castighi di Dio sotto forma di «fulmini di collera o vendetta», ma permettere che nella storia si annidino «processi provocati dai nostri “rifiuti”. Non appena l’egoismo e la paura, la competizione e il dio mammona ci fanno deragliare dal progetto del Regno (la festa per tutti!), un velo di accecamento ci cala sugli occhi, una barriera ci intontisce il cuore, balbettiamo ammutoliti e ci troviamo impossibilitati a trovare soluzioni, legati mani e piedi, precipitati nel buio politico e progettuale più profondo… come si può vedere in questi giorni. E il Regno di Dio rallenta i suoi passi, perché i nostri egoismi e tradimenti li pagano i più poveri» [Giuliano].
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