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giovedì 8 ottobre 2009

Il mandato che non c'è!

La Corte Costituzionale, organo supremo a difesa della volontà popolare
C’è un ritornello che continua a far capolino in bocca al nostro Presidente del Consiglio e ai suoi sostenitori… e che addirittura è diventato uno degli argomenti usati persino dagli avvocati nella difesa del cosiddetto “lodo Alfano” davanti alla Corte Costituzionale: L’investitura popolare conferisce in qualche modo a colui che ne è investito un mandato che di fatto lo sgancia da ogni possibile forma di controllo che non sia il responso delle urne.

Ecco questo principio, indegno persino in una monarchia moderna, è fondamentalmente il vulnus posto alla nostra democrazia…
Infatti! A parte il fatto che non si capisce perché questo non valga per ogni rappresentante democraticamente eletto (come ad esempio i presidenti di regione, i sindaci e gli stessi deputati e senatori). A parte il fatto che non si capisce perché questo valga solo per il mandato di una carica (il “lodo Alfano” diceva espressamente che la sospensione del processo non valeva se l’eletto cambiava carica: che so da presidente del senato a presidente del consiglio… Il che sembra dar ragione a quanti sostenevano che quella legge così “incoerente” sia una legge di fatto ad personam)… A parte il fatto che può capitare, come le cronache ci insegnano, che il “mandato popolare” possa non essere affatto “popolare” e che si sia costretti a dover “commissariare” intere giunte comunali e regionali in “odor di mafia” (Ecco una delle ragioni della divisione dei poteri – legislativo, esecutivo, giudiziario – in uno Stato “intelligente e saggio”!)…

A parte tutto questo ed altro ancora…
Democrazia, come dice il nome, è potere del popolo… Ma questo popolo non può esercitare il proprio potere “a capriccio” e in modo contraddittorio, cioè al di sopra delle stesse leggi che si è dato, a cominciare da quella che si è scelto come legge fondamentale: la Costituzione!
La Costituzione non è immutabile: lo stesso popolo italiano che l’ha approvata, l’ha fatto inserendo articoli che ne specifichino il modo!
Ora: Può un uomo politico – senza contraddirsi – forte della propria legittima investitura popolare, non obbedire allo stesso popolo che lo ha investito sottomettendosi in tutto alle leggi che lo stesso popolo ha approvato? In primis alla Costituzione e agli organi che la stessa Costituzione ha previsto a propria attuazione e a difesa della stessa volontà popolare? E può lo stesso popolo italiano essere chiamato a sostenere – senza suicidarsi – un uomo che dice di non prendere in considerazione le decisione degli Organi che la Legge Suprema che lo stesso popolo italiano – a cui dice di appellarsi –, ha scelto per se stesso e per chiunque altro lo rappresenti? Sì? Ma allora non chiamatela più democrazia!

PS: È a dir poco bizzarro che degli uomini politici che invocano continuamente – foss’anche a ragione – il rischio in Italia di “golpe” comunista, rosso e di sinistra, di fatto invochino per sé una forma di governo e una riforma delle istituzioni, che ricorda da vicino le “democrazie popolari” di stampo sovietico!

venerdì 2 ottobre 2009

Lectio autobiografica

Il tentativo di chi scrive è stato quello di portare avanti, da un paio d’anni a questa parte, una stesura settimanale della lectio sui testi liturgici della domenica; un tentativo nato con un duplice scopo: da un lato avere la possibilità fattiva e senza “scappatoie” di un confronto personale costante con la Parola di Dio, e dall’altro quello di poter concorrere alla riflessione altrui proponendo quello che – soprattutto il vangelo – suggeriva.
Ovviamente la considerazione di questo secondo profilo, ha in qualche modo inevitabilmente fatto propendere il genere letterario degli scritti verso una prospettiva sistematica, leggibile da tutti, lasciando per certi aspetti in ombra il profilo personale, le implicazioni emotive, i rimandi a persone e fatti reali…
Ma, mentre riflettevo sulle letture che la Chiesa ci propone per questa ventisettesima domenica del tempo ordinario, ho pensato che stavolta mi era proprio impossibile dire qualcosa di sensato e non ipocrita sui testi, senza coinvolgere in qualche modo la mia storia personale.
E allora – piuttosto che far finta di niente e sviluppare una riflessione asettica sul matrimonio/amore di coppia cristiano (che è l’oggetto delle letture odierne) – preferisco raccontarvi – per una volta – quello che questi testi suscitano nella mia pancia, quello che dicono a me, figlia di separati, dimenticata – come tutti gli altri – dalle gerarchie cattoliche, che mentre pontificano dalle loro cattedre lontane dalla realtà e sputano sentenze su chi le scelte le paga con lacrime e sangue, non si ricordano che le loro parole le udiamo/udivamo anche noi figli!
Perché, per quanto il momento della separazione e tutto quanto ne consegue (sballottamenti, non avere uno dei genitori in casa, ecc…) sia sicuramente foriero di sofferenze, ferite, traumi (che pian piano crescendo vanno affrontati, integrati e per quanto possibile affrancati), niente è però più lacerante a livello identitario che vivere in una comunità che mentre da un lato ti propone l’ideale evangelico, dall’altro condanna i tuoi (genitori, in questo caso), ti chiede cioè quasi di scegliere (senza dirlo, ovviamente, perché forse si rende conto della brutalità e ne ha un po’ pudore): se sei dei nostri sei contro i tuoi; se sei coi tuoi, non puoi essere dei nostri. Se sei dei nostri, cioè, devi schierarti nel giudizio comune di condanna nei confronti di chi trasgredisce quell’altisonante “l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto”; se non lo fai risulti non allineato… fuori, appunto.


Certo, si dice ai più perplessi, la condanna è per il peccato, non per il peccatore, ma intanto chi non può far la comunione sono i peccatori e non il peccato, o chi viene stigmatizzato come “diverso”, come “cattivo”, come “anti-cristiano” sono i separati, non la separazione (che di fatti in tutti gli altri campi è ben più che tollerata!).
E intanto tu – figlio – stai lì nel mezzo a cercare di capire cosa sia giusto seguire: se l’amore profondo e viscerale e vitale che ti lega a tua madre e a tuo padre, o una condanna straziante a cui però sembra invitare il vangelo stesso, con quelle solite frasi decontestualizzate che ti citano: «l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto», «Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre» (Mt 10,35), «Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Lc 14,26), ecc, ecc, ecc…
Con il risultato che la stragrande maggioranza dei figli sceglie i genitori, passando immediatamente a far parte della categoria dei “maledetti” (perché si sa… “i figli di separati o diventano gay o delinquenti”…) e abbandonando – senza neanche incontrarla – la via evangelica che la chiesa gli avrebbe proposto, se solo lui “fosse stato dei suoi”; altri si fondamentalizzano, nascondendo le proprio pecche familiari o prescindendone (e condannandosi dunque alla continua reiterazione della scissione interiore); altri – più fortunati come la sottoscritta – tenendo ben stretti i genitori, intercettano per vie non convenzionali la proposta evangelica (un prete particolarmente illuminato, una realtà ecclesiale matura e aperta, la possibilità di studiare, incontri particolarmente felici con “uomini di Dio”, ecc…) e scoprono che essa andava in ben altra direzione rispetto a quella che i burocrati del sacro o – come amano farsi chiamare – i custodi della dottrina, per ignoranza, codardia o interesse, sventolavano.
Per intenderci… nessun dubbio che il vangelo di oggi indichi con chiarezza che la separazione sia una cosa negativa (ma questo lo sapevano già e meglio di tutti proprio i separati e i loro figli, senza bisogno di scomodare tanti predicatori: bastava chiederglielo) e che invece una vita d’amore indiviso sia il meglio che un uomo e una donna possano sperare.
Ma… sarà altrettanto vero che esso implichi una minaccia infernale per chi si separa (in quel «l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto»)?
In altre parole: siamo davvero sicuri che questo brano di vangelo – a differenza di tutto il resto del vangelo – vada assunto in maniera ab-soluta, cioè sciolta dal contesto, dal resto del vangelo, dalla persona di Gesù, ecc…? Come se ogni volta che si presenta una situazione di separazione matrimoniale, al di là delle circostanze, delle storie delle persone, del loro percorso interiore, comunque la sentenza sia già stata scritta: «l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto»? Può il Dio di Gesù, il volto di Dio cioè che emerge dall’esperienza cristiana di Gesù, coincidere con questa mentalità legalistica e contabile? Davvero la valutazione di una vita da parte del Signore avviene in questi termini? E se sì, solo in questo caso o sempre? Perché se è sempre, ci siam dentro tutti, ma ci sono un sacco di pagine evangeliche che smentiscono questa linea (una su tutte, la parabola del padre misericordioso). Se invece è solo in questo caso, non ci si spiega perché…
Evidentemente per chi scrive la logica non può essere assolutamente questa: di questo dio, noi siamo atei, semplicemente perché non è il Dio di Gesù… Ma allora?
Allora, forse, bisogna tentare di illuminare il problema leggendo attentamente questo testo, contestualizzandolo, capendo a che problematiche fa riferimento, quali domande sottende e accogliere quello che a partire da lì e mai fuori di lì, ci dice; evitando soprattutto di strumentalizzarlo per assecondare le nostre logiche di gestione del reale: in altre parole, evitando di usarlo per rispondere a domande diverse, rispetto a quelle per cui è sorto.
Un po’ come avveniva settimana scorsa, quando alla frase «Chi non è contro di noi è per noi» (Mc 9,40) faceva da pendant «Chi non è con me è contro di me» (Mt 12,30 e Lc 11,23) e Maggioni commentava: «Non c’è contraddizione. Sono le differenti situazioni a spiegare la differenza delle affermazioni».
Cerchiamo allora di capire la situazione del nostro discusso testo: innanzitutto va notato come l’occasione della domanda dei farisei («se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie») non sia neutra, ma connotata in senso negativo, «alcuni farisei si avvicinarono e, per metterlo alla prova, gli domandavano se è lecito a un marito ripudiare la propria moglie».
Ciò che muove alla domanda non è quindi una situazione concreta, un dramma familiare, un problema personale di chi interroga Gesù: manca totalmente il pathos legato alla tragicità di un evento (che invece è sempre presente quando per esempio lo interpellano per guarire, chi una figlia, chi un figlio, chi un amico, ecc…). Si tratta piuttosto di una domanda posta con lo scopo di mettere in difficoltà Gesù, di metterlo alla prova, di trovare qualche elemento di discredito nel suo insegnamento.
Evidentemente – come in tutti gli altri casi – il modo di porre la domanda, in qualche modo incanala la risposta (che è il motivo per cui spesso ci sentiamo rispondere che la domanda è mal posta: proprio perché chi è interrogato non vuole percorrere – nel rispondere – l’incanalamento in cui la domanda lo costringe e che a lui pare scorretto; che è anche il motivo per cui spesso Gesù risponde facendo a sua volta una domanda). Qui Gesù risponde, ma ovviamente, a domanda generica (non nel senso di banale, ma di non personale) fornisce una risposta generica: interpella Mosè e – di fronte al fatto che quello aveva dato la possibilità del ripudio – ricorda come questo fosse avvenuto non perché quello fosse il progetto di Dio, ma per la durezza del loro cuore.
Come a dire: il desiderio di Dio per l’uomo e per la donna era altro, sia nel senso di diverso, sia nel senso di esageratamente più bello, impareggiabile; poi, per la durezza del vostro cuore, si è dovuto trovare qualche rattoppo, aggiustamento, compromesso.
Ma qual era questo “desiderio di Dio per l’uomo e per la donna”? Era quello che diventassero una carne sola, che cioè si amassero a tal punto e in maniera così limpida, da non essere più 2, ma 1, per sempre.
E la cosa scalda ancora di più il cuore se, a pensarci bene, si nota che questa prospettiva non è lontana da quanto il nostro cuore spesso anela e desidera senza poterlo confessare: noi cerchiamo questo dalla vita, 2 braccia tra cui morire in pace, qualcuno – fuori dalla cerchia familiare, in cui il bene è sentito sempre come un po’ dovuto – che ci ami per quello che siamo, che sia pronto a riaccoglierci, a tenerci, a custodirci, a morire per noi… Tutto il resto è niente, perfino il sesso.
E se non osiamo nemmeno più desiderare questo è perché la vita ci ha ferito, il mondo pare smentire questa come possibilità reale, la paura di rimanere “fregati” la fa da padrona… eppure, è quello l’inconfessato desiderio di ogni cuore, anche il più cinico.
Ma allora Gesù forse voleva dire proprio questo: a chi banalizzava l’amore, l’esperienza più grande che un uomo e una donna possono vivere, utilizzandolo come oggetto di una domanda provocatoria, o come questione su cui inserire la mentalità contabile (Posso sposarmi con l’uscita di sicurezza? Misurando quanto dò e quanto mi dà? Senza mai giocarmi definitivamente prima di aver misurato l’altra?), egli risponde in una maniera dura, riportando al centro la questione fondamentale, che diventino una carne sola! Questo è allora l’oggetto del discorso di Gesù, la smentita completa di una mentalità contabile nei rapporti che contano (con chi si ama, con Dio…) e lo spalancamento di una possibilità d’amore insperata, essere con un altro / con un’altra una carne sola per sempre.
La prospettiva allora è molto più ampia che la rispostina pronta al nostro problema contemporaneo dei separati… Il problema è ciò che un rapporto d’amore dovrebbe essere nell’idea di Dio, è ciò che la Chiesa dovrebbe proporre e favorire come rapporto d’amore e con essa la società, l’educazione, le forme sociali quotidiane… E allora forse, ci vorrebbe un po’ più di umiltà e rispetto nel giudicare le esperienze d’amore altrui, perché a volte assomigliano molto di più all’idea che Dio aveva di amore tra uomo e donna, alcuni matrimoni secondi, che i primi… e in ogni caso lui «non si vergogna di chiamarli fratelli».

Il primato di Dio

Per problemi tecnici, pubblichiamo oggi anche la lectio di settimana scorsa.

In questa ventiseiesima domenica del tempo ordinario, le letture che la Chiesa ci propone indicano un percorso comune; con evidenza questa consonanza è rintracciabile nella linearità tematica tra la prima lettura tratta dal libro dei Numeri (anche i due anziani che, pur essendo iscritti per andare alla tenda non ci erano andati, profetizzano) e la prima parte del vangelo di Marco (c’è qualcuno che scaccia i demoni nel nome di Gesù senza essere uno di quelli che lo seguiva); ma allo stesso modo essa è presente anche nella seconda lettura tratta dalla lettera di Giacomo e nella seconda parte del vangelo, che rispetto a quanto precede sembrerebbe invece mostrare una cesura.
Ciò che fa da collante a tutto questo materiale biblico è infatti la proposta che da esso emerge: che al centro del cuore di ciascun uomo ci sia il suo rapporto col Signore, che sia Lui – appunto – Signore della nostra vita, che abbia lui quello che – se la parola non fosse talmente abusata da suonare ormai sinistra – chiameremmo “primato”.
E per cogliere in che senso le letture vadano in questa direzione, credo sia utile farsi aiutare da un noto biblista, don Bruno Maggioni, che, nel suo Il racconto di Marco, Cittadella editrice, Assisi 199912, in proposito alla prima parte del vangelo odierno, scriveva: «Dietro la rimostranza di Giovanni (abbiamo visto un estraneo scacciare demoni nel tuo nome e glielo abbiamo impedito) si vede con chiarezza quell’egoismo di gruppo (così frequente), quella meschina paura di concorrenza, che spesso si maschera di fede (infatti la sua pretesa è di tutelare l’amore di Dio), ma che in realtà è una delle sue più profonde smentite. Il discepolo puntiglioso e gretto – ma anche profondamente insicuro – mal sopporta che lo Spirito soffi dove vuole. Ne è invidioso, si sente smentito e tradito: non dovrebbe lo Spirito di Dio essere solo nelle nostre mani, così che appaia con chiarezza che noi, noi soli, ne siamo portatori? Torna alla mente un episodio dell’A.T. [guarda caso, la nostra prima lettura…]: Mosè comunicò lo Spirito di Dio a settanta anziani, che erano usciti dal campo e si erano radunati presso il tabernacolo. Ma un giovane notò con sorpresa che lo Spirito si era posato anche su Eldad e Medad, due anziani che non si erano uniti al gruppo e che non erano usciti dal campo, e anch’essi si misero a profetizzare. E Giosuè esclamò: Mosè, Signore mio, proibisciglielo! Mosè invece gli rispose: sei tu geloso per me? Fosse profeta tutto il popolo di Dio e avesse il Signore posto il suo Spirito su ciascuno di loro! (Numeri 11,16-30). Gli autentici amici di Dio, come Mosè e Gesù, godono della liberalità dello Spirito. Non se ne sentono smentiti, perché amano Dio e non se stessi, e questo è il punto. Invece molti puntigliosi sostenitori di Dio – vorrei dire tutti i puntigliosi sostenitori di Dio – in realtà sostengono se stessi, il proprio recinto. […] “La tolleranza di Gesù [invece] esclude ogni forma di puntigliosa ortodossia” [R.SCHNACKENBURG, Vangelo secondo Marco]».


In proposito mi sembra interessante – anche per una certa attualizzazione e concretizzazione di quanto detto – citare un altro testo, che – se non provenisse da dove proviene – farebbe di certo sobbalzare qualche lettore. Il testo arriva infatti dal Convegno europeo sulla pastorale vocazionale “Seminatori del Vangelo della vocazione: una Parola che chiama e invia” (Roma, 2-5 luglio 2009), che immediatamente rimanderebbe ad una certa puntigliosità dell’ortodossia, e che invece presenta una tale apertura e ariosità da lasciare sbalorditi (positivamente sbalorditi!). La citazione è tratta in particolare dalla relazione di Rosanna Virgili, intitolata Il vangelo della vocazione e le dinamiche della chiamata e della risposta. Ella scrive: «Il fine primo di una vocazione cristiana è quello di essere compagni, di restare accanto all’altro, per sempre. È un patto con l’umanità. Ciò vuol dire restare accanto a Gesù stesso “Ogni volta che avrete dato un bicchiere d’acqua fresca ad uno di questi miei piccoli l’avrete fatto a me”. La missione di tutta la Chiesa è questa: stare accanto all’umanità, sempre e dovunque essa si mostri, si nasconda o si perda. È la stessa vocazione di Dio. […] Questa vocazione all’essere accanto, vicino, in una posizione orizzontale degli uni con gli altri chiede la testimonianza di una autentica prassi di comunione, all’interno della Chiesa stessa. […] È tempo che invece di pensare a costruire una torre sempre più alta e ambigua, che sfiori il cielo e dove ognuno cerca di occupare un livello più in alto, ma che si rivela una cattedrale nel deserto, pensiamo a scendere e ad abitare le case, a formare nuove famiglie e chiese di fraternità dove tutte le vocazioni trovino posto, dignità e parola, le une accanto alle altre: gli uomini e le donne, le nubili, le vedove, i celibi, gli sposati, i religiosi e i preti, i vecchi, i giovani e i bambini, manager e poeti, che trovino uno sguardo di incontro, si pongano in un cerchio ideale che gli permetta di riconoscersi gli uni negli altri, dinanzi al Volto di Dio, “nel timore del Signore”. La Chiesa guardi ai fiori delle sue vocazioni, come ad un giardino di carismi. La Chiesa senta se stessa e si faccia sentire al mondo dove vive, come una realtà di amicizia, di rispetto vicendevole, di cammino condiviso, di fatica comune, di sequela del Signore Risorto. Un concerto di voci, che non tema fragilità e debolezza, errori e conflitti, non abbia paura né vergogna della sua carne umana, e dia musica ed ossigeno a tante diverse intelligenze, esperienze, coscienze. Il concerto originale e stupendo della sua fraternità. Oggi siamo chiamati a un nuovo discernimento dei doni dello Spirito. Poiché le vocazioni cambiano e trovano nuove incarnazioni al ritmo della storia. Il Verbo vuole farsi carne. Non possiamo cancellare la forza creativa di quel Verbo, di quella incatturabile parola di Spirito. Perché non pensare a quanti carismi potrebbero essere davvero riconosciuti e valorizzati? Perché fermarci soltanto alle forme tradizionali, nelle quali peraltro, troppo ha contato l’aspetto della deontologia della sessualità? Perché finire per diventare patetici e financo idolatri nell’ansia di trovare a tutti i costi il modo di non chiudere strutture e case religiose e servirsi pertanto di ‘vocazioni cerotto’ che offendono la dignità di tutti, del Signore in primis? Tutte cose del resto estranee alle esigenze di quel ‘Vangelo spirituale’ di cui parla Paolo».
La liberalità dello Spirito dunque, che permette di non essere idolatri delle proprie ansie e – fingendo di difendere Dio – idolatri di se stessi. Una liberalità di cui sono capaci i veri amici di Dio (come Gesù e Mosè, diceva Maggioni), coloro che amano Dio e non se stessi!
Ma se – come si diceva all’inizio – questo è perfettamente in linea con quanto presentato dalla prima lettura e della prima parte del vangelo, in che senso invece vale anche per la seconda lettura, in cui Giacomo si scaglia contro i ricchi, e per la seconda parte del vangelo in cui si parla dello scandalo?
Forse una possibile risposta la si può trovare facendo riferimento ad altre citazioni (evangeliche e non). Innanzitutto la famosissima «Non potete servire Dio e la ricchezza» (6,24), che mostra immediatamente come problema di fondo sia il medesimo di quanto proposto finora: Chi/cosa c’è al centro del cuore? Qual è il nostro tesoro? «Perché, dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21).
E in secondo luogo, ancora Maggioni, che scrive: «Col suo linguaggio («se il tuo piede è scandalo taglialo; se il tuo occhio è scandalo, cavalo»), Gesù afferma l’esigenza di una decisione senza riserve per il Regno [non per il paradiso!], l’assoluta necessità di porlo al primo posto».
Ecco dunque il problema: Chi/cosa c’è al primo posto?
Chiaramente le Scritture indicano che dovrebbe esserci il Signore, il suo Regno, il nostro rapporto con Lui. Eppure a noi tutto questo sembra così strano, così estrinseco rispetto al nostro normale sentire. Non perché siamo meschini o cattivi: a parole, siamo tutti d’accordo a dire che al centro del cuore non ci devono essere i soldi, il potere, me stessa… Ma perché proprio il Signore? Perché non la persona che amo, o i figli, i fratelli, gli amici, i genitori, … ?
Perché vuole quel posto? E perché immediatamente questo a noi suona storto, perché ci pare un esclusivismo troppo stringente? Dio non sarà mica geloso dei miei affetti più cari?
Ma a fronte di tutti questi dubbi, ancora una volta la domanda che sorge spontanea è: Di quale Dio stiamo parlando? Di quale Regno? Di quale rapporto?
Non certo di quello fondato evangelicamente, su quel Gesù che – da risorto – prima di tornare al Padre, corre dal suo affetto più caro, Maria; su quel Gesù che non ha mai scisso missione e identità, mostrandosi l’amore del Padre, amando i fratelli, in particolare i poveri; su quel Gesù che ai suoi non ha detto altro che “amatevi tra di voi come io vi ho amati”, ipotizzando anche un giudizio universale fondato su un bicchiere d’acqua dato ad uno dei suoi piccoli…
Primato di Dio, sua signoria nella nostra vita, priorità della venuta del Regno, fondamentalità del rapporto col Padre, non possono allora essere vissuti – per essere evangelici, dunque veri – con la puntigliosa e acida e gretta e arida e gelosa esclusività escludente, ma solo con la ariosa liberalità dello Spirito che include fraternamente ogni piccolo, ogni povero, ogni uomo.
Per concludere, con un’ultima citazione: «L’amore per Dio e l’amore per i fratelli sono co-originari: in questo nuovo anno di esilio e solitudine la lontananza dai miei fratelli e dai miei poveri mi porta ad un patimento che cerco di “tenere”, riferendomi con più intensità al Signore (“Siamo rimasti, ancora una volta, solo io e Te”). Ma la lontananza dai miei fratelli e dai miei poveri mi rende meno esperta anche nella relazione con Dio… O forse, invece che un circolo vizioso, si può instaurare un circolo virtuoso, in cui la vicinanza solitaria al Signore mi rende più esperta nell’amare i miei fratelli e i miei poveri? Anche perché di gente ce n’è anche qui…» (dal Diario di un esilio).

Fedeli… da morire! (sessualità e amore)

La Bibbia ha un modo strano, semplice e insieme sconvolgente, di raccontare i problemi fondamentali dell’uomo d’oggi. L’uomo – dice – prima che iniziasse la storia, era un “solitario” abbastanza capace di sbrigarsela con tutti gli esseri viventi, di dargli il nome o addomesticarli, volonteroso studioso e manipolatore della terra e di tutte le cose… ma del tutto sprovveduto con la donna. In questo rapporto fondamentale della sua vita, proprio non c’era! Perché? Perché, qui, soprattutto, proprio in questo frangente determinante della mia vita e della mia avventura umana, cioè della mia identità, come direbbe s. Agostino “quaestio mihi factus sum”, divento un problema per me stesso! Non ci sono, devo ancora diventare me stesso! La sessualità (la separazione di genere) è una ferita insanabile, ma bisogna assolutamente guarirla: non è bene che l’adamo sia solo! Quindi proprio per questo è costitutiva dell’uomo. Quest’avventura che determina l’uomo in modo indelebile, data la cultura in qualche modo maschiocentrica del tempo, è raccontata dalla Bibbia, come se il problema fosse dell’uomo, ma ben consapevoli, invece, che l’uomo senza la donna,( e viceversa), non è lui (non è bene!). Dunque è una questione interna all’uomo (uomo / donna): fa parte del suo mistero “umano”. La finalità procreativa di conservazione della specie ne è solo la piattaforma propulsiva. Il mistero è il percorso dinamico di “identità uni-duale” (Papa Raztinger) che si apre per chi vuol diventare “umano!” – davvero compiuto – in questo percorso vitale, che l’uomo/donna deve fare, per costruire se stesso. A partire, dunque, dalle prime cellule già determinate nel loro struttura dialogica maschile / femminile, fino alla compiutezza mai saziata, questo scambio fecondo di alterità e dono, di assenza e di possesso, di finitezza e di eternità... rimanda invincibilmente al divino: a immagine di Dio lo creò[l’uomo], maschio e femmina li creò (Gn 2,27). Per cui la separazione di genere diventa appunto nell’uomo la premessa basilare della mistica, un percorso di vera compiutezza umana. Come può diventare anche il tormento di un cammino doloroso, colmo di ferite e delusioni.
È ovvio che ogni piccolo d’uomo (donna compresa!) nasce dalla donna e dalla cultura (nato da donna – nato sotto la legge – dice S. Paolo di Gesù stesso, per dire che era un vero uomo). Meno ovvio l’altro dato biblico altrettanto fondamentale che ogni donna nasce dalla ferita del cuore dell’uomo. E se l’uomo non la genera in lungo e difficile travaglio, ambedue non crescono, si bloccano nel proprio egocentrismo narcisistico infantile, non imparano che la crescita vuol dire uscire da sé per donarsi all’ “altro”- fare carne dell’altro, come misteriosamente suggerisce il racconto biblico! Senza questo scambio, infatti, lui stesso non esce dalla immatura solitudine adamitica. Non ha mai il sussulto di gioia del “compimento” – non personifica l’uscita da sé, dando un volto alla separazione sessuale – che rischia così di rimanere immaginaria, desiderata magari allo spasimo, ma senza trovarne il motore dinamico di conversione nella “sua storia”. E lei, la donna, non trova a sua volta “l’aiuto simile a sé”, dal quale, come lui, deve rinascere (biblicamente: “è nata!”). L’uomo, infatti, con una differenza abissale rispetto a qualsiasi relazione con un’altra cosa o valore del mondo, la “definisce” come un pezzo di sé, finalmente “parlato” e amato. E così la umanizza e ne viene umanizzato – perché solo insieme si parla, si ama, si costruisce l’uomo umano. Amare è far crescere l’altro con il proprio “bene” – senza il quale l’altro non può divenire umanamente compiuto! Il sussulto di gioia è la scintilla del successo, magari solo un piccolo passo, ma è si è avverato! E, come nel parto di cui parla Gesù, si dimentica ogni dolore, perché è nato (abbiamo messo al mondo) qualcosa di assolutamente nuovo.
Allora diventa possibile l’avventura umana del compimento – in un dialogo di infinite modulazioni reciproche: fisiche – psichiche – affettive – spirituali – secondo le diverse storie e condizioni di ognuno. Dove il rapporto uomo /donna è chiamato a entrare nel mistero del progetto divino, che è la dinamica dell’amore trinitario o il codice del dono – che attutisce, poi purifica e trasforma le pulsioni egocentriche e aggressive (gli istinti di paura della morte: che generano la reazione di “vergogna” della nudità inerme – e di violenza per l’imprendibilità radicale del partner). Biblicamente la ferita “costituzionale / strutturale” (originaria) dell’uomo ha intaccato l’armonia della creazione, innestata nell’uomo di terra dal briciolo di codice genetico “divino”, che è l’alito in/spirato nell’uomo. Storicamente (evolutivamente) è l’inverso. Il progetto paradisiaco di Dio si compirà alla fine (primus in intentione, ultimus in executione, dicevano gli scolastici – per dire che il progetto lo si vede solo alla fine del lavoro – della storia umana!). La nostra storia, infatti, (personale e comunitaria) è il Regno del difficile travaglio, il luogo della “durezza di cuore” dell’uomo. E i legislatori (Mosè compreso)… hanno cercato di razionalizzare progressivamente questa durezza, con costi incalcolabili ed irreversibili sulla pelle della donna e dei piccoli. Fino a scordare il progetto d’inizio.
Il Vangelo è la proposta di inversione di tendenza più esplosiva … e propulsiva verso il progetto originario del Padre, che è mai stata proposta alla libertà dell’uomo (all’amore maschile femminile): una fedeltà assoluta, seminata come lievito o germoglio nella pasta dell’umanità. Ma è un progetto profetico, sempre preceduto dall’evangelico “se vuoi”, che segna lo spartiacque tra “l’impossibile” agli uomini, e ciò che diventa “possibile”, se affidato ad un cammino di fede, di compagnia fraterna e di collaborazione divina che noi chiamiamo sacramento. Non si entrerà mai nella dinamica del dono per legge o contratto, che saranno sempre soltanto necessari sussidi o rimedi ai pasticci e alle tragedie che l’uomo provoca nel suo cammino. La “prova” è facile! Non soltanto i farisei, o i discepoli, che sono “uomini di mondo”, ma qualunque uomo/donna “sperimentato” (ognuno di noi!) mette “alla prova negativa” questa “profezia impossibile” di Gesù sull’amara e tormentata sorte storica dell’amore umano. Ma Gesù ribadisce, con convinzione imperterrita: “Chiunque non rimane fedele al suo amore (costi quel che costi) lo adultera” – lo corrompe e inceppa la possibilità di accesso all’amore maturo, fino a deperire di emorragia d’amore (sfigura un volto / un progetto – di sé e dell’altro). Dal conflitto sessuale si esce, infatti, solo per fedeltà… (o, comunque, per faticosa riconquista della perduta fedeltà), non certo per costrizione o ipoteche legislative, che sono solo i presidi del fallimento. È, infatti, anzitutto un problema di amore, cioè di apprendimento e avviamento alla consegna di sé – avvio di esodo o di estasi… da sé.
S. Paolo scoprirà che c’è un legame indissolubile quanto tacito, tra l’avventura Cristo /Chiesa e Uomo/Donna: un coinvolgimento reciproco misterioso che fa parte della salvezza della storia. La circolarità dell’amore è la caratteristica cristiana trinitaria: il codice del dono, la consegna totale assoluta, “oltre e dentro tutto”, vita e morte comprese: Cristo ha dato tutto se stesso- la sua carne e il suo sangue – per la Chiesa! Perché? Perché i due “soggetti dimidiati” (Cristo nuovo adamo solitario, senza... uomini – uomini persi... senza Cristo) stanno costruendo attraverso un travaglio storico di gioia e sofferenza, di attrazione e di renitenza, un solo soggetto plurimo: chi ama la propria moglie ama se stesso,… nutre e cura la propria carne, come fa Cristo con la Chiesa.(Ef 5,29). C’è dunque nel mistero dell’incarnazione, cioè nel profondo della dinamica della salvezza, una sacramentalità reciproca (radicale e insostituibile, perché eucaristica!) nel rapporto uomo-donna / Cristo-umanità. È questo il mistero grande, ove i due “amanti” sono sacerdoti solo insieme, in base all’iniziale loro identità costitutiva:“questa è carne della mia carne” – ribadita da Gesù: l’uomo non separi ciò che Dio ha unito. Questo è lo slogan che l’adamo inventa e suggerisce a Dio, che lo farà suo in Cristo, partendo dal consenso di Maria. Lo ripeteranno i sacerdoti e tutti cristiani in sua memoria (questo è il mio corpo!) lo ripeteranno tutte le donne che fanno un bambino (questo è il mio corpo); ma anche tutti gli uomini che fanno una donna (questo è il mio corpo – carne della mia carne)... come il nuovo unico culto spirituale : ecco un corpo – il piccolo pezzo di terra che ho a disposizione. É mio, diventa tuo e ti fa crescere con me! Per costruire l’“umanità gloriosa, senza macchia né ruga, o alcunché di simile, ma santa e immacolata…” Dunque, è sul modulo dialogico esistenziale del rapporto uomo / donna che Gesù ha innestato il suo rapporto di dedizione totale all’umanità: i due diventeranno una sola carne. Questo mistero è grande: io lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa. Nella dinamica della salvezza diventa centrale la potenza salvifica della passività, il non potersi compiere da sé, perchè la crescita dell’uomo, passa attraverso la consegna di sé, che si lascia modellare con affidamento totale all’altro da sé . Ecco perché – forse – una pagina così profonda e impegnativa del vangelo finisce ... nei bambini!
Chissà cosa avranno pensato i discepoli, già infastiditi dal loro chiasso di mocciosi attorno al Maestro, a vedere non soltanto la tenerezza affettuosa di Gesù verso di loro, ma a sentirsi rimbeccare con la dichiarazione sconvolgente sui diritti d’entrata nel Regno: chi non accoglie il regno di Dio come un bambino, non entrerà in esso! Siamo noi grandi, semmai, che disturbiamo il Regno, che siamo incapaci di un’accoglienza così spontanea ed affidata di Gesù, delle sue parole, dei suoi sentimenti e dei suoi gesti. E vogliamo introdurre i bimbi nel nostro ordine serioso e cultuale, sterilizzando i germogli della diversità, della spensieratezza fiduciosa e della spontaneità. Dopo tanti sforzi per acquisire una maturità “cristiana”, ci tocca riprendere le misure del Regno sull’affidamento e la fiducia smisurata di un bambino!… Gesù (che ha vissuto come nessun altro la condizione filiale : il piccolo del Padre, che ha fatto tutto ciò che il Padre desiderava da lui) – dopo i poveri, le prostitute, i peccatori, i malati, le donne… si trova in sintonia con i bambini – più che con i discepoli! I bimbi accolgono l’abbraccio del Signore e, anche se sporchi e non bene in ordine, sono “benedetti” da lui. Alla fine di tutto il laborioso e contraddittorio nostro percorso umano, è in quelle braccia che ci sta la salvezza!

giovedì 1 ottobre 2009

Famiglie in Valcuvia 2009

Questa estate, l'Eremo ha vissuto momenti di convivenza con un gruppo di famiglie di Cajello... Riceviamo e volentieri pubblichiamo alcune loro riflessioni...

La vacanza per le famiglie quest’anno è partita in sordina, da una parte per il fatto che si presentava come prosecuzione naturale del percorso fatto durante l’anno con padre M. dell’Ordine dei Carmelitani Scalzi e l’alloggio era presso il Carmelo di Valcuvia e non in qualche località famosa, dall’altra per l’attrattiva esercitata dal pellegrinaggio in Turchia.
Tuttavia ha avuto un’importanza fondamentale nella vita delle famiglie e credo anche della comunità di Cajello.
Una prima novità è stata l’assenza del parroco. Il coordinatore riconosciuto spontaneamente da tutti nelle vacanze fatte in precedenza a Lizzola e Marina di Massa era stato don Giorgio (anche se aveva cercato in tutti i modi di smarcarsi), ora che aveva chiesto giustamente di poter avere del tempo di vacanza personale, chi era il riferimento?
Padre M. cogliendo questo problema, nell’omelia della domenica a messa a partire dalle letture, ci ha subito spronati con una raffica di riflessioni: ogni cristiano ha già ricevuto un mandato dallo Spirito Santo e perciò perché aspettate un’investitura da qualcun altro? Non si può rimanere sempre cristiani bebè aspettando che altri mastichino la Parola per poi darcela sminuzzata e farci capire quello che hanno capito. Siete una comunità di adulti, corresponsabili con il parroco e il vescovo, in ricerca attraverso la Parola, per costruire nel mondo quelle relazioni d’amore a immagine e somiglianza di Dio.
Le varie persone delle varie età si sono così attivati secondo le capacità e gli interessi di ciascuno, cercando di coprire tutti gli aspetti necessari e ludici, per passare una straordinaria vacanza. Qualcuno si è occupato della distribuzione delle camere, qualcun altro in cucina ha fatto valere il suo “peso” (Ottavio, Gianantonio e Stefano per esempio…); qualcuno alla programmazione di massima delle attività: momenti di incontro riflessione, gite, orari della liturgia dei frati a cui si poteva partecipare; qualche altro all’animazione dei più piccoli (Stefania, Federica, Natasha e Alessandro…); l’organizzazione dei turni di servizio a tavola e sicuramente sto dimenticando qualcuno a cui chiedo scusa...
Una sinergia d’intenti resa possibile dall’obiettivo comune che si coglieva in tutti i momenti delle giornate: condividere quello che si è e che si ha.
L’umiltà e la sincerità tra le persone hanno fatto apprezzare ogni momento vissuto: a tavola, le chiacchierate sotto il portico, gli incontri con padre M. e con Chiara, i turni a lavare i piatti…
Certo nell’aria rimaneva una certa tensione carica di interrogativi sul futuro della pastorale famigliare e della comunità di Caiello in generale.
Molte parole dette tra di noi e le richieste di pareri alla comunità dei frati sono servite, se non a chiarire, almeno a farsi un’idea di quello che ci serve per poter scrutare l’impresa futura con tranquilla determinazione. (Le immagini che mi appaiono sono quelle del figlio di un pescatore che ha sempre aiutato il padre a preparare la barca per stare in mare diversi giorni ma ora per la prima volta deve farlo da solo, ma come anche il preparare una vacanza in campeggio, una lunga arrampicata, un conto è vederlo fare senza averne la responsabilità un altro è doverlo fare avendo la responsabilità non solo di se stessi ma anche di altri o di un’intera comunità).
Da una parte da adulti, da padri e madri di famiglia siamo abituati a progettare, programmare, organizzare, decidere dopo attenta analisi o d’impulso prendendoci le nostre responsabilità e verificando le nostre scelte, dall’altra l’esperienza in parrocchia ci porta a riscontrare che l’ultima parola sulle decisioni l’ha il parroco e che la corresponsabilità è tutta ancora da capire.
A ferragosto arrivano i nostri da Caiello per una grigliata insieme (i nostri cuochi anche questa volta ci hanno viziato in tutti i modi possibili… grazie), c’è anche don Giorgio che tutti abbracciamo con lo sguardo curioso di chi cerca risposte e che lui da a suo modo con una scritta sulla maglietta: Dio esiste, ma rilassati non sei tu!
Tutti siamo necessari ma nessuno è indispensabile se non il Padre Eterno, Lui deve crescere e io diminuire… è tutto un programma di vita.
Altra risposta viene alla sera con la proposta di un rosario a conclusione delle feste mariane con una preghiera di affidamento alla Madonna della Comunità di Caiello.
Credo che lì inginocchiato su rami secchi, terra e sassi, davanti alla statua della Vergine ha cercato di essere una volta ancora testimone coerente del fatto che l’essenziale è il lasciarsi andare appassionatamente a una vita felicemente consacrata al Padre (nel sacerdozio o nel matrimonio) e tutto il resto è importante va fatto ma non deve diventare affanno e ansia.
E come capita in famiglia quando un figlio è in ricerca ci si trattiene dal dargli le soluzioni ma gli si fa sentire il sostegno discreto di persone su cui si può contare, anche in quell’occasione nessuno si è mosso a tirarlo su perché si sporcava le ginocchia o i pantaloni, o perché per un uomo della sua età non era conveniente, ma tutti siamo rimasti lì ammutoliti da tanta devozione consapevoli del fatto che in una prossima occasione dovremmo essere noi capaci di proporre il rosario insieme e a inginocchiarci dove capita davanti a Maria per chiedere di affidare a suo Figlio la nostra vita, la vita dei nostri figli e la vita della comunità cristiana intera.
Il ritorno da Cassano Valcuvia è stato pigro. Come sempre quando vivo esperienze di serenità profonda, la prospettiva di tornare alla normale quotidianità mi deprime un poco, ma ci sono ancora talmente tante cose da ruminare che i rimpianti si trasformano presto in idee e parole che chiedono di confrontarsi con gli altri amici.
Settembre è alle porte e ci chiede di essere comunità cristiana adulta, chiamata a costruire il Regno di Dio secondo la Sua volontà in uno stile di corresponsabilità con i nostri pastori, interrogandosi e rispondendo riguardo a ciò per cui ci chiama lo Spirito Santo tramite la Parola di Dio, perciò arrivederci in Caiello in parrocchia e al prossimo incontro per le famiglie…

Tre

Questa estate, l'Eremo ha vissuto momenti di convivenza con un gruppo di famiglie di Cajello... Riceviamo e volentieri pubblichiamo alcune loro riflessioni...

Tre sono gli anni delle vacanze famiglie di Cajello.
Tre sono gli anni di vere e nuove amicizie.
Tre sono le nuove famiglie inserite quest’anno.
Tre sono “le cose” che io chiedevo a questa vacanza:
    stare con amici (amici veri!)
    tranquillità (senza stress da lavoro)
    condivisione (condividere giornate per la loro totalità con persone a me care; per me questo è impossibile quando lavoro)
Tre sono “le cose” , molto positive, che mi sono ritrovato alla fine di questa vacanza:
    persone che ti ascoltano e senza dare giudizi ti aiutano con le loro parole e con la loro fede
    la preghiera sotto una veste diversa. Ho imparato a pregare anche senza Messa o schemi già impostati
    dubbi, anche se sembra un controsenso, essere tornato con qualche dubbio al posto di false certezze per me è stato costruttivo.
Numeri a parte penso che questa vacanza famiglia all’eremo sia stato un altro “colpo positivo” all’unione del gruppo.
Gruppo che, anche se meno numeroso degli scorsi anni, ha dimostrato un forte affiatamento fra le persone e una maggiore coscienza del cammino verso Gesù.
I [frati...] sono stati meravigliosamente disponibili nell’ascoltarci, nel consigliarci e nell’aiutarci in questo breve periodo.
Ho sentito molte opinioni favorevoli nei loro confronti, soprattutto dopo conversazioni personali, ciò mi fa pensare che sia stata una vacanza positiva per molti.
Piccole gite, pranzi e spettacolini preparati dai nostri meravigliosi ragazzi hanno fatto da cornice gioiosa e spensierata a questa nostra nuova avventura.
Sperando che questa sia solo la terza di molte altre vacanze vorrei ringraziare in modo particolare Gianantonio, organizzatore e supervisione di tanti nostri momenti e il nostro carissimo Don Giorgio.

OTTAVIO

mercoledì 30 settembre 2009

Il Circo Minimo

Per la verità quando l'ho letta non ci ho creduto. Mi son detto "è una bufala!"... Possibile che un Onorevole si esponga a tanto? No! sicuramente è un falso! Poi però ho letto la notizia e allora mi son detto: Tanta sicumera può voler dire soltanto una cosa: che ormai, se uno così apertamente arriva a tanto, vuol dire che "il regime" oramai "gira a pieno ritmo"... e c'è ancora qualcuno che attende i carri armati per le strade per poter parlare di "fine della democrazia"! Eppure stento ancora a crederci: è dura da accettare questa realtà!
Leggete qua:

Ecco, di seguito la mail inviata da Marcello Mancini e la risposta del consigliere Patrizio Bianconi.
«Caro Patrizio, scusa se ti disturbo, ma in via Tacito l´Ama ha piazzato dei cassonetti in modo assolutamente sconcio, senza nessuna logica, seguendo probabilmente delle pressioni di qualche raccomandato. Mi fai sapere se esiste una normativa comunale in merito ed eventualmente come agire per far ripristinare un regolare ordine?» Marcello Mancini

«Egr. Dott. Mancini, nella sua e-mail Lei mi segnala una problematica personale che esula dalle mie competenze. Sarebbe svilente se un On. si dovesse occupare di cassonetti - o monnezza, come dicono a Roma - tanto più se gli stessi si trovano dinanzi ad un´attività imprenditoriale di un privato. Con profondo rammarico noto (...) che lei non comprende il senso, né la ratio della Mia attività politica! Cercherò di essere chiaro.Lei, alle elezioni che mi hanno visto trionfatore non mi ha votato - anzi più volte nel corso degli anni ha manifestato antipatia nei confronti di Berlusconi (...) E allora nasce spontanea una domanda: perché si rivolge alla mia persona? Io per quale motivo dovrei adoperarmi per lei? Forse mi reputa un idiota che si fa sfruttare da chiunque? Oppure, cosa ancora più offensiva, il suo servetto? Io lavoro solamente per chi mi vota in quanto faccio politica, non il missionario (...) Sarebbe svilente e umiliante per la mia persona, la mia competenza e la mia professionalità consentire a chiunque di chiedermi favori che, come nel caso di specie, esulano dalle mie competenze.

Pertanto: 1) O si impegna formalmente - stipulando un patto di sangue con il sottoscritto - a votare nel 2013 il sottoscritto on. Patrizio Bianconi al Comune di Roma ed il dir. Andrea Zaerisi al municipio XIX; 2) O, se lei non è intenzionato, non si rivolga alla mia persona.
Desidero infine segnalarle che per avvalersi della mia professionalità deve preventivamente fornirmi: nome, cognome, indirizzo di residenza affinché io possa schedarla nella mia rubrica individuando la sezione elettorale dove lei vota al fine di controllare se esprimerà o meno la preferenza nei miei riguardi. E poi: il suo telefono di casa, il cellulare e l´e-mail al fine di poterla rintracciare quando ci servirà il voto suo e della sua famiglia. Se non se la sente di instaurare con il sottoscritto tale tipologia di patto la invito a rivolgersi alle persone che lei vota (...) Io non mi faccio prendere per il culo da nessuno!». On. Patrizio Bianconi

giovedì 24 settembre 2009

Quando ogni uomo “è dei nostri!”, è arrivato il Regno!

dal Padre Nostro, al Nostro UomoGesù conosceva bene questo antico tragico dramma del sistema immunitario socio-religioso, che cova sotto la pelle di ogni organismo vivo, e poi scatta al momento del pericolo… pronto a tutto – anche all’omicidio, simbolico o reale!: “è meglio che uno uomo solo muoia per il popolo!”, diceva un esperto del potere ecclesisastico come Caifa (Gv 18,22). Gesù ne era stato scottato amaramente dai suoi stessi parenti – la sua tribù di sangue. Appena, infatti, s’era permesso di criticare il suo gruppo sociale, erano venuti a prenderlo, perché dicevano: “è diventato matto!”(Mc 3,21). Ma in seguito era arrivato il peggio, quando i compaesani “pieni di sdegno, si levarono, lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte sul quale la loro città era situata, per gettarlo giù dal precipizio” (Lc 4, 29). Eppure proprio là, a Nazareth, era cresciuto, bimbo e ragazzo, aveva lavorato, lo conoscevano tutti…
Adesso lo stesso perverso meccanismo spuntava nel suo gruppo, tra i suoi discepoli, che stava educando con tutte le sue cure. Un uomo si era messo a scacciare i demoni nel nome di Gesù… e ci riusciva, anche se era un “discepolo” anarchico, ma convinto che la forza, che vinceva il male, fosse non sua, ma “del nome di Gesù”! Ma non era del gruppo (chiesa) dei discepoli. Allora Giovanni, il figlio del tuono, dal cuore ancora angusto, a nome di tutti, vuole bloccarlo. Non ha diritto di far il bene ‘senza autorizzazione’ - neanche se la gente guariva davvero. Ovviamente il problema era scoppiato tra i cristiani già nella chiesa dei primi anni. Per questo i discepoli tornano all’insegnamento del Signore… cercando la soluzione del dissidio tra “istituzione e profezia”, risalendo alle tante esperienze del popolo d’Israele, fino allo stesso fondatore dell’istituzione: Mosè…
Sono così emerse - talora contrapposte - nella comunità cristiana le due reazioni o propensioni di sempre:
  1. la centralità della chiesa - attraverso la quale (normalmente se non esclusivamente) Dio salva il mondo. La chiesa è il luogo di “salvezza”, ne possiede “la verità” e i mezzi (nonostante le debolezze), la sua missione è diffonderla e gestirla con un senso di appartenenza fortissimo, e una certa aggressività settaria verso l’esterno ostile…o l’interno poco ossequiente (fino alle scomuniche, condanne, torture, conversioni forzate, crociate…)

  2. la centralità del Regno, che è la pluriforme opera stessa di Dio nel mondo: Gesù ha predicato questo evento (l’amore di Dio nella storia), sempre presente nel cosmo, ma orami giunto a maturazione con la sua presenza e la sua opera, continuata dai suoi discepoli nella comunità cristiana, la quale è tuttora “il segno del Regno” elevato tra le nazioni, della salvezza già in corso! Anzi, il mandato missionario di Gesù si fa più consapevole di sé proprio nell’incontro con il mondo (cfr. le scoperte di Pietro e Paolo…nei primi passi dell’annuncio, raccontati negli Atti). Prevale lo spirito di solidarietà, umiltà, tolleranza. La chiesa è il dono insostituibile, che lo Spirito ci rinnova oggi, nell’ascolto della Parola e nello spezzare il pane… per donare noi stessi ai fratelli, come Gesù ci ha insegnato.
Uno sguardo ai vangeli sinottici aiuta a vedere le differenze di spinta propulsiva, non la contrapposizione, tra “Istituzione e Profezia”, che fanno nascere in ogni chiesa, il pericolo denunciato da Mosè fino a Gesù: la gelosia, l’esclusione degli estranei, la competizione per la gestione monopolistica della salvezza e quindi, talora, la manipolazione inconscia dei criteri di appartenenza.
Ecco uno sguardo d’insieme di alcune caratteristiche:
CRITERI DI APPARTENENZAREGNO DI DIOCHIESA storica
Soggetto storico “centrale”Il popolo: poveri, piccoli, malati, peccatori, le folle smarrite senza pastoreclero gerarchico, ordinamento in classi a piramide…
segni rivelatoriI segni profetici: andate e vedete: ciechi, storpi, zoppi, indemoniati… guaritiSacramenti, catechismo, culto, precetti… e istituzioni di carità
Ingresso … conversioneSe vuoi, vai … vendi tutto, poi vieni, e seguimiIncorporazione sacramentale e giuridica, sottomissione intell. morale
Giudizi di valoreBeatitudini… e rovesciamento dei comportamenti (… ma io vi dico!)Morale di fatto medio borghese: proprietà, famiglia, educazione
Gerarchie di importanza - precedenzaProstitute peccatori bambini servi… malatiPapa, vescovi, Preti (maschi), religiosi, …santi
EspertiPiccoli, ignoranti… ascoltatori e facitori della Parola – donne…Teologi, canonisti, esegeti…

Da questa tensione irrisolvibile storicamente nasce la tentazione... di minacciare e ingabbiare i “diversi” da noi: “è dei nostri! – non è (più) dei nostri!”. Quante volte… abbiamo visto o partecipato a queste reazioni inimicali e ostili, contro chiunque non si sottomette agli schemi di consenso e alle regole di comportamento, ma segue strade e progetti in proprio: …(salvo dichiararlo profeta dopo morto).
Quando ci si mette con qualcuno (comunità, matrimonio, amicizia…) in verità ci si mette (o ci si trova) a vivere “insieme” con qualcuno, ma non si sa bene “con chi”. Ognuno è ancora un mistero che viene alla luce pian piano – se viene alla luce! In qualche modo ci si “promette al buio”, compagnia, sostegno amicizia, solidarietà: ma ci si svela reciprocamente con grande fatica e tante zone di mistero.
O si accetta, dunque, l’avventura di stare con “un mistero” – disposti ad educarci progressivamente a fare spazio a quanto l’altro riesce a tirar fuori di sé, rischiando a sua volta… O scatta la reazione immunitaria, quando sentiamo la nostra identità in pericolo : “non sei più mio!” – non sei più dei nostri! Perché? Ovviamente il nostro legame di connivenza e di consenso era uno schema “convenzionale”, un contratto tacito o manifesto a difesa della propria sopravvivenza… Non era un dono di sé all’altro, per farlo crescere con il proprio bene, come dice l’esempio e il comandamento di Gesù!. Allora appena i patti sono incrinati e l’altro diventa un pericolo, o appena un altro esterno vuol entrare nel circuito, senza rispettare le regole e le gerarchie, scatta l’allarme… : “Non sei dei nostri!” L’esperienza e l’insegnamento di Gesù sono invece la dedizione assoluta “previa” della propria vita per l’altro!
Pietro e tutti i suoi compagni faranno una drammatica e amara esperienza di tradimento dell’appartenenza – proprio loro, che sono gelosi di un’appartenenza non autorizzata. Basterà che una portinaia gli dica: “tu sei forse dei suoi!?” per spingere Pietro a rinnegare sfacciatamente l’appartenenza al gruppo di Gesù: non lo conosco! per tre volte. Ed era già designato fondamento e riferimento centrale della chiesa! L’appartenenza a qualcuno è, infatti un sentimento forte ed estremamente ambiguo e pericoloso: è il tessuto del grembo nel quale siamo cresciuti, personalmente e socialmente… e rimane l’alveo di protezione che ci sostiene e difende nel cammino verso la prova della solitudine definitiva, che attende ogni uomo, e verso cui camminiamo (come Gesù!). Ma è anche il rifugio del rifiuto di crescere, della voglia di potere collettivo, delle imposizioni mute e violente, delle sopraffazioni nascoste, dei tradimenti… per il cosiddetto “bene comune” – che si dimentica del bene della persona e tende a sacrificarla.
Allora “l’appartenenza”, secondo Gesù, ha questi due premure o sollecitudini radicali:
  1. un’appartenenza che salva, accoglie e custodisce: ecco il motivo di tanta tenerezza: Chiunque vi darà da bere un bicchiere d'acqua nel mio nome – perché siete di Cristo… Ecco il compiacimento, non la gelosia, per il bene che altri fanno: Non glielo proibite, perché non c'è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito dopo possa parlare male di me. Chi non è contro di noi è per noi.

  2. un’appartenenza gelosa e rigorosa: Durissima la condanna di chi, invece di accudire, “scandalizza uno di questi piccoli che credono”…. Ma altrettanto chiaro e inaspettato è il comando di reagire violentemente a ciò che “in me” esclude l’altro. E ne ferisce l’appartenenza. Se la tua mano ti scandalizza (qualche tua attività va in crisi a causa dell’altro) buttala. Se il tuo piede (la tua libertà di movimento…) ti è di inciampo verso tuo fratello, tagliala. Se il tuo occhio (la tua visione delle cose …) ti oppone a tuo fratello e lo esclude, rinuncia…
Perché? È sempre meglio buttare in discarica queste tue possibilità umane … che buttarci il fratello – e così finirci poi tutto intero anche tu, per aver perso la più grande appartenenza... che è appunto l’amore!

venerdì 18 settembre 2009

La coscienza credente dell'uomo

Le letture che la Chiesa ci propone per questa venticinquesima domenica del tempo ordinario, sono davvero lucide nel descrivere il “funzionamento” dell’animo umano e – sebbene ognuna proceda col suo linguaggio e il suo contesto – tutte e tre paiono andare nella direzione del dis-velamento della dis-umanità in cui esso cade quando segue la logica del “mettere alla prova la Vita”, piuttosto che quella dell’affidarvisi.
In questo senso, estremamente chiaro è il brano tratto dal libro della Sapienza, soprattutto se si fa lo sforzo di leggere anche quanto lo precede, e cioè Sap 1,1-2,16: lì infatti il porsi nella vita nell’orizzonte del metterla alla prova è addirittura esplicitato («Amate la giustizia, voi giudici della terra, pensate al Signore con bontà d’animo e cercatelo con cuore semplice. Egli infatti si fa trovare da quelli che non lo mettono alla prova, e si manifesta a quelli che non diffidano da lui», Sap 1,1-2) e stigmatizzato come empio.
Il perché di questo giudizio lo si coglie proprio nel parallelismo di Sap 1,2, quando il “mettere alla prova” è correlato al “diffidare”: e infatti la matrice mortifera (nel senso letterale di “portatrice di morte”) del mettere alla prova, consiste precisamente nel fatto che essa va a minare la struttura fiduciale dell’uomo; chi infatti mette alla prova, è precisamente colui che non si fida.
Ma di chi non ci si fida? E perché non ci si fida?

Stando al testo della Sapienza, è Dio colui che non deve essere messo alla prova, colui di cui ci si deve fidare; ma provando ad allargare per un attimo l’orizzonte – e constatando che l’uomo è strutturalmente fondato sul fidarsi-non fidarsi, prima ancora che sul sapere-non sapere, o sul potere-non potere – si potrebbe dire che l’“oggetto” della fiducia è la Vita stessa, è la qualità della nostra struttura originaria, riguarda il nostro modo di essere al mondo.
Per noi uomini del XX-XXI secolo è forse difficile pensare che la struttura originaria del nostro essere sia una struttura fiduciale, credente, prima che sapiente o potente, eppure se provassimo a soffermarci anche solo per un attimo sulle forme pratiche dell’agire – se cioè per un attimo ci fermassimo a pensare a ciò che abitualmente mettiamo in campo nel nostro vivere più usuale – ci accorgeremmo che la prospettiva non è così strampalata.
Tutto ciò che facciamo infatti – anche il sapere e il potere – in realtà implicano sempre una previa determinazione della libertà: il nostro vivere è sempre un acconsentire o meno alla realtà che ci viene incontro. In questo im-battersi infatti emerge la caratura promettente di ciò che ci si fa prossimo e per il quale decidiamo di sbilanciarci: appunto di conoscerlo (sapere riflesso) o di viverlo (poter fare); e – come si diceva – in questo sbilanciamento c’è sempre un decidere di sé, un moto della libertà, un consenso da dare, una fiducia da giocare, un dar credito, un credere.
Ecco perché il problema del “mettere alla prova” non riguarda solo e immediatamente il Dio di una particolare confessione religiosa, bensì ogni uomo che viene al mondo, che si inserisce (o meglio: che viene inserito) nella Vita. Il “mettere alla prova”, il “non fidarsi” della caratura promettente in essa inscritta, diventa infatti – non solo religiosamente, ma anche – esistenzialmente mortifera.
Non si può vivere non dando credito. Questo rivela il nostro agire quotidiano: da quando siamo “cuccioli d’uomo” e siamo completamente affidati alle mani di altri, pena la morte, a quando ci innamoriamo e – senza magari conoscere l’amato – ci giochiamo con lui perché abbiamo dato credito (fiducia) a ciò che il quel rapporto ci sembrava promettente, fino alla morte, che – come scrive C.Molari – ci chiederà di fidarci talmente della vita da saperla perdere per ritrovarla.
Ma al di là di questi casi emblematici, tutta la vita “funziona” così, noi “funzioniamo” così: un continuo decidere di noi stessi (un continuo decidere chi essere) fondato nella fede data a ciò che si è ritenuto affidabile.
Per questo risultano sempre un po’ ingenue le obiezioni mosse alla fede religiosamente connotata per il suo carattere di credito – e dunque di non certezza – che implica: infatti si può parlare di fede antropologica come struttura fondante non solo la religiosità dell’uomo, ma più radicalmente l’umanità dell’uomo: l’uomo (e non solo l’uomo religioso) è coscienza credente!
Ecco perché smentire la fede nella Vita, il credito da darle, l’affidamento attraverso cui consegnarsi ad essa, non è solo un problema morale: è giusto / non è giusto, è bene / non è bene fidarsi ed af-fiadarsi alla Vita, ma molto più radicalmente: o della Vita ci si fida (o – che è lo stesso – alla Vita ci si affida) o semplicemente non si è, non si vive, si muore.
Banalmente se una persona non si fida dell’autista che guida il pullman che lo porta al lavoro, del vigile che governa il traffico per evitare incidenti, del postino che recapiterà la nostra posta, del benzinaio che ci mette il carburante, ecc… ecc… ecc… semplicemente rinuncia a vivere. Ogni nostro piccolo gesto, ogni nostra scelta, ogni nostro decidere di noi stessi, dipende da una fiducia da dare ad altri.
Ecco perché non c’è niente di più morti-ficante del tradimento: del tradimento di chi ci ama, del tradimento di chi ha costruito le case d’Abruzzo, del tradimento di un genitore che mette al mondo e poi abbandona… perché ciò che lì viene messo radicalmente in discussione non è tanto o solo l’affidabilità dei singoli traditori, quanto piuttosto l’affidabilità della Vita.
Da lì nasce la s-fiducia… da lì arriva il mettere alla prova… esso è sempre figlio della paura, della paura di essere feriti, traditi, mis-conosciuti; radicalmente il mettere alla prova è figlio della paura di morire, di rimetterci, di “rimanere – esistenzialmente – fregati”.
È sempre lo sfondo della prima lettura a mostrare con chiarezza questo legame della paura della morte con lo stravolgimento della nostra struttura “naturale” (che è l’affidarsi) e il suo tramutamento nel mettere alla prova. Il capitolo 2 del libro della Sapienza inizia infatti nel modo seguente: «Dicono [gli empi] fra loro sragionando: “La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio quando l’uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dal regno dei morti. Siamo nati per caso e dopo saremo come non fossimo stati: è un fumo il soffio delle nostre narici, il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore, spenta la quale, il corpo diventerà cenere e lo spirito svanirà come aria sottile. […] Venite dunque e gustiamo dei beni presenti. […] Lasciamo dappertutto i segni del nostro piacere, perché questo ci spetta, questa è la nostra parte. Spadroneggiamo sul giusto, che è povero, non risparmiamo le vedove, né abbiamo rispetto per la canizie di un vecchio attempato».
E qui si vede anche esplicitamente perché il mettere alla prova sia chiamato empio dai testi biblici e mortifero da noi: perché il modo di porsi nella vita tenendo sempre sotto verifica gli altri, la realtà, il Signore, piuttosto che affidarvicisi, blocca la possibilità dell’incontro vero, intimo, profondo. È come se ci si tenesse sempre sulla soglia o con l’uscita di sicurezza, mai pronti e mai disposti a darci completamente, a spenderci generosamente, ad affidarci totalmente.
Ma questa vita col freno a mano tirato per paura, è Vita? Corrisponde davvero a ciò che il sangue che ci scorre nelle vene continuamente invoca come compimento, come idealità, come passione?
Senza contare poi le conseguenze mortifere che questa logica ha anche ad extra. Lo anticipava già il testo della Sapienza («Spadroneggiamo sul giusto, che è povero, non risparmiamo le vedove, né abbiamo rispetto per la canizie di un vecchio attempato»), ma lo espone con altrettanta lucidità Giacomo: «dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni». La gelosia e lo spirito di contesa indicano infatti la necessità di volersi/doversi salvare la vita per chi non ha fiducia in essa. E il volersi/doversi salvare la vita, implica necessariamente l’entrare in conflitto con gli altri, che inevitabilmente ai nostri occhi diventano rivali, concorrenti, nemici.
«Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera»: è la pacificazione di chi ha la vita “al sicuro”, perché affidata alle mani altrui, alle mani di un Altro.
È la stessa tematica che attraversa anche il vangelo. Ai discepoli che all’annuncio della passione e morte di Gesù, reagiscono domandandosi chi tra di loro fosse più grande, Egli mostra precisamente questa dinamica: «Se uno vuole essere il primo», se uno cioè vive di quegli atteggiamenti di cui diceva Giacomo (gelosia, spirito di contesa), è perché sta assecondando il suo istinto di sopravvivenza, il suo bisogno di salvarsi la vita, di essere primo (sugli altri, ovviamente), sentendo inevitabilmente come un qualcosa di tolto a lui il bene che capita ad un altro, come amore tolto a lui quello dato ad un altro…
Ma questa logica arriva e finisce alla tomba: «l’uomo non può riscattare se stesso né pagare a Dio il proprio prezzo. Troppo caro sarebbe il riscatto di una vita: non sarà mai sufficiente per vivere senza fine e non vedere la fossa. Vedrai infatti morire i sapienti; periranno insieme lo stolto e l’insensato e lasceranno ad altri le loro ricchezze», dice il Salmo 49 (48).
Gesù invece propone la logica della vita consegnata («Se uno vuole essere il primo , sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti»), l’unica che rimane, perché messa nelle mani altrui.
Questa è la fede in Dio, questa è la fiducia nella Vita. Questa è tutta la proposta di Gesù: mettere la vita nelle mani di un Dio che è Padre e – proprio per questo – viverla senza l’ansia di salvarsela, senza il bisogno di fare degli altri dei nemici… ma appunto col solo unico scopo di Viverla, cioè di farne una dedizione d’amore per i fratelli.
Ma propriamente questo è il problema di tutta la vita, per ciascun uomo, sicuramente per ciascun cristiano: vivere di un affidamento. Ed è il problema di tutta la vita perché continuamente risorge in noi la paura, il dubbio, il volerci preservare uno spazio nostro (non dato), un’uscita di sicurezza… Ed è un risorgere molto subdolo, che si presenta sotto forme infingarde, che facciamo fatica a vedere, a lasciar parlare (per pudore o vergogna), ad affidare (anch’esse) al Signore.
E questo capita perché – che ci piaccia o no – “siamo stati costruiti così”, con l’inevitabile istinto di salvarci la pelle e sopravvivere. Se non avessimo questo non saremmo nemmeno cresciuti, non saremmo – appunto – sopravvissuti.
Il problema non è dunque tanto il chiederci perché Dio ci abbia costruiti così o se poteva costruirci meglio (se non avesse introdotto in noi e nel mondo che ci circonda l’istinto di sopravvivenza, saremmo morti appena nati, quando la fame non ci avrebbe costretto all’urlo sdentato dei neonati, ma ci avrebbe condotto inconsapevoli a morire di stenti), quanto piuttosto il riconoscere che in questa struttura progettata per sopravvivere (anch’essa struttura fiduciale, coscienza credente, solo che autoreferenziale), Egli ha inserito un principio di libertà inaudito: a noi e solo a noi in tutto il creato ha fatto l’affascinante e terribile proposta di passare dalla sopravvivenza alla Vita, dal mettere alla prova alla fede, dalla paura all’amore… solo fidandoci…

Il mistero della sofferenza e ... il bimbo in braccio a Gesù

I ragionamenti dei materialisti peggiori si introducono nella mia mente: Più tardi, grazie ai nuovi progressi raggiunti incessantemente, la scienza troverà una spiegazione naturale di tutto, e avremo la ragione definitiva di tutto ciò che esiste e che è ancora problema, perché ci sono ancora tante cose da scoprire... (VIII.97) . Ecco guarda là quel buco nero (sotto i castagni
vicino al cimitero) dove non si vede più niente; io col corpo e con lo spirito sto in un buco così. Oh! Sì, che oscurità! Eppure ci sto in pace (28.8.979).
Non credo alla vita eterna, mi sembra che dopo questa vita mortale non ci sia più niente. Non posso descriverle le tenebre nelle quali sono immersa (IV/97) Mi pare che le tenebre assumendo la voce dei peccatori mi dicano, facendosi beffe di me: "Tu sogni la luce...credi di uscire un giorno dalle brume che ti circondano. Vai avanti! vai avanti! Rallegrati della morte che ti darà non già ciò che tu speri, ma una notte più profonda, la notte del niente" (C 278)
S. TERESA di Lisieux, dottore della chiesa

...La rivoluzione culturale che la modernità ha indotto nella “cristianità”, ha fatto sì, che ciò che appariva detto “sragionando”... è entrato nel cuore del cristiano e la voce degli “empi” è entrata nella dinamica della fede. Le parole della Sapienza oggi ci trovano in qualche modo conniventi: Dicono fra loro gli empi, sragionando: «La nostra vita è breve e triste; non c’è rimedio quando l’uomo muore, e non si conosce nessuno che liberi dal regno dei morti. Siamo nati per caso e dopo saremo come se non fossimo stati: è un fumo il soffio delle nostre narici, il pensiero è una scintilla nel palpito del nostro cuore, spenta la quale, il corpo diventerà cenere e lo spirito svanirà come aria sottile (Sap 2,1ss)

... non abbiamo più bisogno di mettere una distanza di sicurezza (e di condanna!) tra noi e i lamenti di chi “sragiona” sulle questioni ultime di senso o non senso della vita, ma li assumiamo senza repulsione, perché sono “umani”. La loro cura radicale, come di una malattia genetica inguaribile, non sta nel censurarli. Sta nella possibilità di trasformare questa debolezza strutturale in risorsa, affrontandola, appunto alle radici... In epoche culturali nelle quali la fede personale in Dio e i contenuti della fede (cioè l’adesione esistenziale ad un Dio che ci viene incontro – e le parole e gli eventi entro i quali pensiamo di comprenderlo e recepirlo) formavano una sintesi omogenea, pressoché inscindibile, si è pensato che il disagio o le difficoltà del credere (sempre in aumento!) derivassero dal mettere in dubbio le categorie e i simboli che la contenevano e i valori morali che la custodivano e quindi su questi si concentrava l’attenzione apologetica in difesa delle verità della fede. Atteggiamento predominante anche oggi. Ma nel vangelo appare chiaro che la proposta di Gesù non trova ostacolo tanto nella pochezza umana, intellettuale e morale, ma piuttosto nella durezza di cuore del credente stesso, che ragiona ancora ‘secondo gli uomini’, come dice Gesù a Pietro... Non è la consapevolezza tragica della precarietà della vita umana, la ricerca spesso delusa di un senso della vita, la difficoltà a gestire le grandi scelte etiche, che sono di ostacolo al Signore, ma la repulsione verso il nucleo stesso di tutta l’avventura umana di Cristo: l’inscindibile legame tra la sofferenza e la salvezza, la morte e la risurrezione, la debolezza e la potenza, in lui come Messia – e quindi nell’uomo e nella sua storia.
Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: Il Figlio dell'uomo viene consegnato nelle mani degli uomini... La prima volta che ha parlato della sua passione (nel brano di domenica scorsa) Gesù ha manifestato “apertamente” la sua vera identità ( …e con franchezza diceva la Parola 8,31), e “Satana” stesso, secondo Gesù, esce allo scoperto nell’opposizione totale di Pietro, che manifesta appassionatamente la logica del mondo. Tu ragioni secondo gli uomini e non secondo Dio, gli ribadisce il Maestro, appena riconosciuto come il Cristo. Pur essendo intervenuta simbolicamente la trasfigurazione (“ascoltatelo!” 9,7), anche ora, come ad ogni annuncio della sofferenza del figlio dell’uomo, i discepoli sono spaventati e sopraffatti dalla paura. Non capiscono nulla sulla croce, perché non sono capaci di uscire dai propri schemi per accettare un Messia che invece di imporsi (avevano visto che ne aveva le forze) diventa servo dei fratelli, fino a perdere la vita per loro. Continuano a sognare un messia glorioso. L’ effetto, quindi, di questo secondo tentativo di rivelare la propria identità e destinazione è ancor più amaro: “…Essi non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.” (ridiventano sordomuti!)… e Gesù si ritrova solo nel cammino verso... casa, a precederli, perché i discepoli, rimasti indietro, “lungo la via”, stavano discutendo chi fosse il più grande! La reazione di Gesù dinanzi alla meschinità evidente dei discepoli, che si lasciano andare ad alterchi di competizione e gelosia, proprio dopo aver sentito della sua fine dolorosa, mette a nudo di fronte alla sua pedagogia fraterna la caparbia recidività del cuore umano, e la necessità di estirparne la radice profonda che lui chiama il "lievito dei Farisei e di Erode" (Mc 8,15), che rinasce ogni volta di nuovo! Ma Gesù non desiste, continuando, invece, a ripetere, nelle sue predizioni della passione, morte e resurrezione (tutte insieme inscindibili!) che questa è la sua messianicità. “Deve essere così”: il “Messia vero” è solo capace di questa salvezza – troppo incompiuta e troppo dolorosa, per la nostra fame di bene “facile e immediato”! Questa autoriduzione del Messia in tono minore, questa salvezza debole, ‘questa potenza che si manifesta nella debolezza’, contrasta troppo con la nostra brama insaziata di primato e di gloria, ed è causa continua di scandalo tra i cristiani e non cristiani, fuori e dentro ciascuno di noi… Questa messianicità storicamente inconcludente è la causa della nostra inconfessata delusione “evangelica” di cristiani, presi tanto spesso dalla malcelata voglia di menar le mani (pardon: adesso... menar la testa e le leve del potere!), tentati di rispondere con forza “efficace”… per ripagare con le stesse armi (con la stessa violenza) chi oscura la visibilità della nostra fede... e le sue traduzioni culturali, economiche, politiche. É questa nostra fede che di fatto ... non si fida di Gesù e del suo vangelo! Il nostro concetto di Dio, della sua onnipotenza e maestà, che dovrebbe appunto, come tale, imporre il suo primato assoluto su ogni altro potere... è incompatibile con la messianicità sofferente e oppressa di Gesù. Ma lui ribadisce che proprio perché uno è il più grande deve essere l’ultimo di tutti, il servo di tutti! Il suo vero potere – come dirà a Pilato è di un altro mondo – il mondo dell’amore.
Per la strada avevano discusso tra loro chi fosse più grande...
Il primato infatti, palese o inconfessato, è il vero obiettivo della vita umana, nelle forme più diverse e talora felpate! Gesù propone il rovesciamento di questa logica mondana nella quale i discepoli di Gesù (noi) siamo ancora immersi, come scrive Giacomo nella sua analisi drammatica della sua comunità cristiana: c'è gelosia e spirito di contesa, c'è disordine e ogni sorta di cattive azioni.... Da dove vengono le guerre e le liti che sono in mezzo a voi? Non vengono forse dalle vostre passioni che fanno guerra nelle vostre membra? Si sta parlando proprio della nostra storia di chiesa (in casa!), appena ci siamo installati nella nostro contesto di fede e, superata la novità dell’incontro avvincente col Signore, emerge la nostra vera identità, rimasta intatta nel profondo, perché è la molla che spinge (e inquina) in realtà le nostre facoltà, desideri, sentimenti – guida ed orienta gli atti e le decisioni della vita e rimane sostanzialmente impermeabile e sorda di fronte alla Parola. E guai, quanto è anche muta, non fa più domande (non cerca e non prega più!). Proprio perché si è rassegnata alla propria pur meschina e bramosa im/potenza. È così ammutolisce la speranza di uscire dal proprio circuito sterile...Essere protagonisti (voler “imporre” l’io a un tu e al coro, per essere considerati e amati!) è un percorso inevitabile di autorivelazione e insieme di autocostruzione di sé, come bisogno di relazione. È il grande compito della nostra vita. Gesù sa bene che ognuno deve percorrere questo difficile cammino dell’autorealizzazione… Ma ad un certo punto il discepolo è messo di fronte alla sorte del Maestro. Se davvero vuol crescere, deve seguirlo: Se uno vuole essere il primo, sia l'ultimo di tutti e il servitore di tutti. Se le ripetute esperienze negative l’hanno omai disilluso sulle proprie forze di invertire la rotta del cuore, Gesù, con palese tenerezza, suggerisce un rimedio.
e preso un bambino
Gesù prende, lì attorno, un bambino nulla, davvero, nella società di allora, l’ultimo della scala sociale e lo pone nel bel mezzo del cerchio dei suoi discepoli sgomenti. Ecco il centro di gravità, l’assegnazione del primato di importanza nel suo gruppo. Ecco la nuova logica su cui è fondato il Regno. E, abbracciando il bambino: Chi accoglie uno di questi bambini nel mio nome, accoglie me; chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato! Al centro di tutta la Rivelazione c’è... una, anzi, tre identità concentriche, e sono il perno fuso attorno al quale ruota la storia della salvezza: il piccolo, il cristo, il padre – in coincidenza d’amore! Sono identificati in un paradosso di affermazione e di smentita, l’affermazione della fede e la sconvolta smentita dei sensi e della ragione. Come a dire: dunque, voi vedete qui solo un piccolo inabile a tutto: ma nel mio nome (nella mia logica) state accogliendo non lui solo, ma me stesso, il messia della salvezza immedesimato in ogni piccolo – e, in più, solo se mi accogliete io divento il Messia per voi, perchè guardate che non accogliete solo me , ma accogliete, unificato in me il Padre, che mi ha mandato, il quale solo in questo figlio immedesimato nel piccolo vede realizzato il suo amore per il mondo. È un osso duro per la teoria e per prassi ecclesiale, quest’annuncio. Non può essere ridotto ad una commovente esortazione morale al servizio dei poveri. Ma è teologale, cioè ... è Dio che è fatto così! Le tenebre dell’incredulità che ci prendono, noi discepoli, ieri e oggi, vengono dall’immensa fatica o repulsione ad accogliere non tanto la tenerezza di Gesù verso il piccolo, ma l’identificazione (di metodo!) del Messia con lui. Ma proprio per questo, quando Gesù sarà debole e sopraffatto dal potere, Pietro (con tutti noi) sarà cieco e sordo, lo tradirà e tradirà in Gesù ogni povero – e si denuda così la nostra fede monca, senza capacità di opere! L’amore vero, invece, direbbe Teresa (C 288) fa le opere anche in mancanza… di fede, proprio perché il cuore della fede è perdere la propria vita in quella dell’altro, affidati totalmente alle braccia di Dio.

mercoledì 16 settembre 2009

Un Dio da aiutare...

Roberto Saviano è diventato l’architrave della ribellione civile in Italia dopo l’uscita di Gomorra, libro che ha finito per odiare. L’incontro con lo scrittore dalla vita blindata si trasforma, inevitabilmente, in una riflessione sul ruolo della Chiesa in quelle terre del Sud, schiacciate tra l’arroganza dei forti e la codardia dei deboli; sul rapporto di Saviano con Dio e con la fede; sulla sua sfrenata ambizione, un peccato mortale che gli consente, però, di resistere. Riflessioni prive di embargo ai pensieri più scomodi.

Saviano, lei si è spesso rivolto alla sua terra, nella speranza di un gesto di ribellione. È cambiato qualcosa in questi anni? La scomparsa di Castel Volturno o della camorra dalle prime pagine dei giornali è figlia del successo della militarizzazione del territorio? O è il silenzio di sempre che accompagna le vite di scarto, che si possono dimenticare, dopo le emergenze contingenti?
«La militarizzazione del territorio è stata la risposta immediata dello Stato, forse inevitabile. Ha abbassato, in alcuni casi, la conflittualità tra clan; in altri momenti, ha aiutato qualche inchiesta. Ma siamo ancora lontani dallo sconfiggere la camorra. Purtroppo, la ciclicità mediatica impone sempre, dopo una fase di attenzione, un lunghissimo momento di disattenzione. Cosa che mi dispiace, perché queste storie hanno appassionato e appassionano i lettori. È evidente che non si può chiedere al giornale di dare una notizia solo per impegno morale o di orientare una linea editoriale solo in nome dei principi di giustizia. Ma queste notizie, in realtà, facevano vendere il giornale. Perché le persone vogliono sapere».

Anche di recente, lei ha difeso la memoria di don Peppe Diana, il parroco di Casal di Principe, ucciso per mano camorristica nel 1994. Al di là di alcune figure di martiri, qual è il ruolo della Chiesa locale nel combattere la camorra o la mafia?
«Non ci si può rapportare alla Chiesa come a un monolite. D’istinto, mi verrebbe da dire che se c’è stata resistenza nella mia terra e se io, nel corso degli anni, sono riuscito ad avere una qualche coscienza antimafia, lo devo ad alcune figure di Chiesa. Il vescovo emerito di Caserta, Raffaele Nogaro, è stato per decenni un riferimento in Campania, non solo nella lotta alla camorra, ma nel prendere le distanze dalla borghesia imprenditrice camorristica. A Napoli, poi, c’è il cardinale Sepe, figura di peso in un momento difficilissimo per la città, con la politica che ha perso autorevolezza, con la camorra che è tornata a sparare in modo indiscriminato, con gli arresti di importanti imprenditori. Devo dire che questa è la Chiesa in prima linea. Poi, purtroppo, c’è anche tutto il resto. La Chiesa, cioè, che preferisce girarsi dall’altra parte, che ogni volta che si parla di camorra pensa che sia un modo per spaventare i fedeli. Quando Nogaro arrivò nel casertano da Udine e nelle sue omelie citava la camorra, alcuni preti locali gli chiedevano espressamente di non pronunciare quella parola. Perché così s’infangava la povera gente».

E le ragioni di questa «posizione morbida»?
«Sono tante. Un prete che decide d’intraprendere una lotta del genere deve, ad esempio, essere disposto a subire anche l’oltraggio della diffamazione. Don Peppe Diana, ancora prima di essere ucciso, per il solo fatto che s’impegnava, che girava nelle scuole e scriveva documenti, veniva sistematicamente diffamato. Perché un prete che non sta nella sua stanzetta a confessare le vecchiette o a dare le caramelle ai bambini, è un sacerdote che viene visto con sospetto. Se indirizza la sua autorevolezza e la sua parola verso altro, mette paura. Soprattutto se quell’altro detiene il potere. Mi ricordo che don Peppe cominciò a denunciare il voto di scambio. Padre Puglisi, ucciso a Palermo, lo stesso. Non è un caso che, dal giorno dopo l’assassinio di questi due preti del Sud d’Italia, iniziò una campagna di diffamazione. Molto forte nei confronti di don Peppe; un po’ meno contro don Puglisi. Ma solo perché l’antimafia siciliana è molto più sviluppata di quella della mia terra. Impegnarsi vuol dire soprattutto rischiare. Non solo la vita, ma la propria serenità. Spesso è questa la ragione che spinge un sacerdote a non agire in questi territori. Perché è molto difficile vedere d’improvviso la propria vita in bocca a moltissime persone e la propria credibilità e onestà insultate da gomiti e venticelli della camorra. Per chi decide di combattere, il primo scoglio è questo. Poi, sul campo, si riesce a ottenere anche autorevolezza. Ma è un lavoro molto lungo».

Il fatto che la sua sia una terra di missione pastorale, come una qualsiasi parrocchia africana, che riflessione le suscita?
«Castel Volturno, dove c’è la missione dei padri comboniani, è davvero una città africana. Della diaspora africana, come ebbi modo di ricordare in occasione della morte della sudafricana Miriam Makeba, venuta a cantare e a morire a Castel Volturno in un concerto in onore dei ragazzi africani ammazzati e anche per me. Quello che fanno i comboniani in quella realtà – uso una parola che potrebbe apparire altisonante, ma non lo è – ha del miracoloso».

Lei ha detto: chi vive male diventa un uomo peggiore. Lei cova odio e grande voglia di vendetta verso chi la costringe a vivere nella sua gabbia. Non trova un po’ paradossale diventare una persona cattiva per il suo senso etico e di giustizia? Ha la percezione di quale potrebbe essere l’approdo di questo percorso?
«No. La mia è una vita abbastanza schizofrenica. Sul piano pubblico, riesco a essere sempre molto controllato; sul piano privato, sono spezzato. Ecco perché dico che chi vive male diventa male. Sei ossessionato da te stesso. L’opinione pubblica commenta ogni cosa che fai e la commenta con superficialità. Questo succede a tutti, lo so. Ma almeno gli altri possono passeggiare, avere una vita normale con cui ammortizzare il peso delle difficoltà. Invece, non solo la mia condizione mi pesa molto, ma mi pesa doverla farla condividere a chi mi sta vicino, il quale deve cambiare sempre casa e subire la scorta, una pressione forte, l’attenzione dell’opinione pubblica. E questo è molto difficile. Mi ha dato molto dolore, anche se adesso l’ho elaborato, vedere il deserto attorno a me nella mia terra d’origine. Sentire le parole più feroci partire da lì. L’indifferenza più forte, la rabbia, l’invidia. Mi sono spesso chiesto: ma davvero posso essere invidiato da qualcuno? E la risposta è sì: chiunque ha la possibilità di emergere crea un senso di rancore, perché, se tu parli, mi ricordi che io non ho parlato. Vedere l’atteggiamento che hanno avuto i miei amici è stata una delle cose più dolorose della mia vita. Quando ho ricevuto la scorta, nessuno è andato da mia madre a chiedere se aveva bisogno di qualcosa. Delle due l’una: o ho meritato di ricevere questo comportamento, o queste persone hanno talmente fatto il callo sul cuore, sull’anima circa queste vicende, che ormai non si accorgono più di niente. E la mia storia è una delle tante che vedono passare davanti a loro».

Qual è il suo rapporto con Dio? Problematico, inesistente, accantonato?
«Ho un rapporto costante con le letture religiose. Il mio rapporto con Dio passa attraverso i testi sacri. Soprattutto la Torah e i Vangeli. Mi è sempre piaciuta l’idea che ha Hans Jonas, filosofo di origine ebraica, di un Dio da aiutare. Di un Dio non onnipotente e che quindi si trova, come l’uomo, a doversi scontrare con un male. Un Dio non onnipotente è un Dio che mi è molto simpatico. Negli ultimi anni è aumentata esponenzialmente la riflessione religiosa. Che in gran parte della mia vita non ho avuto. E le persone che hanno creduto nel mio dolore e non hanno risposto con cinismo, con la solita tiritera che la mia era tutta un’operazione di marketing, sono state le persone religiose, con fede. Nel tempo, ho iniziato a percepire che la fede, spesso, è stato il vero motore delle persone di buona volontà che nelle zone più difficili del Sud han cercato di trasformare le cose». di Gianni Ballerini su Avvenire

La tv dell'obbligo

Ho avuto modo di apprezzare col tempo gli interventi di Aldo Grasso, giornalista e professore alla Cattolica di Milano, di storia della radio e della televisione. Sempre equilibrato (fin troppo, come qui) e arguto... Vi consiglio la lettura di questo articolo apparso oggi sul Corriere della Sera dal titolo perfetto che ho conservato...

La trasmissione che Bruno Vespa non avrebbe mai dovuto fare. Vespa ha sapientemente iniziato la puntata con la toccante storia di Giulia. Nel computer della studentessa, morta sotto le macerie del terremoto, è stato trovato il progetto per la costruzione di un asilo a forma di libro. Ieri, alla presenza dei genitori, è stata inaugurata la nuova scuola materna costruita con i soldi raccolti dalla trasmissione e firmata, appunto, da Giulia Carnevale. Nonostante la commozione, questa è la trasmissione che Vespa non avrebbe dovuto fare. Per evitare le violente polemiche suscitate. Ma anche per orgoglio professionale, per non rovinare quanto di buono aveva fatto a favore dei terremotati della sua città. Vada per «Porta a porta» spostata in prima serata per la consegna delle villette agli sfollati di Onna. Vada per Vespa cronista privilegiato al seguito del Presidente tornato gioiosamente impresario edile. Vada per il monologo del premier sulla ricostruzione, e il suo sciorinare cifre e sondaggi favorevoli.

Ma Vespa si sarebbe dovuto opporre allo slittamento di «Ballarò» e, visti i suoi buoni rapporti con Palazzo Grazioli, anche a quello di «Matrix». Perché, in questo modo, anche una cerimonia importante come l'inaugurazione delle casette antisismiche ha dato adito a ogni sospetto. E soprattutto è parso uno di quei rituali sovietici a reti unificate, in stile Putin, a metà strada tra populismo demagogico e culto della personalità. Ieri sera Vespa (con non poche resipiscenze) e il direttore generale della Rai Mauro Masi hanno fatto fare un passo indietro all'informazione tv, l'hanno riportata ai tempi del pensiero e del canale unico. La tv dell'obbligo. Dopo quello scolastico, è stato ripristinato l'obbligo televisivo. Non è tv di regime (c'era anche Piero Sansonetti) [qui non condivido: come se bastasse la presenza di chichessia per rendere diverso il giudizio sulle cose. Gli esempi storici non mancano. Ogni regime ha tra le sue fila un "volto" che cerca di renderlo "irriconoscibile" ai più: senza scomodare i Kapò di hitleriana memoira famoso è stato Tareq Aziz il ministro degli esteri cristiano di Saddam... o in salsa nostrana, nell'illusione di nascondere la propria xenofobia la Lega fa eleggere un "suo" sindaco "nero" (madre italiana, padre americano!). Operazioni di immagine e "stolto" chi si presta a questi giochi...], ma un brutto modo di fare tv. Il fatto è che i tempi mediatici sono cambiati e sull'episodio è sceso anche un velo comico. Specie quando a Berlusconi sono stati serviti su un piatto d'argento gli argomenti per la difesa scontata sul conflitto d'interesse.

Dicono che Berlusconi avesse paura che altre trasmissioni di approfondimento frazionassero l'ascolto e insinuassero dubbi, non veri secondo lui. Dicono che la concomitanza delle partite di Champions su Sky, che vedevano impegnate Juve e Milan, rappresentassero già un temibile diversivo. Dicono che... Qualunque cosa si sia detto o pensato la concorrenza, politica e televisiva, deve restare il sale della democrazia. Non si può accusare, in nome del libero mercato, il leader dell'opposizione Franceschini di voler abolire l'Auditel dai programmi informativi e poi accettare che vengano spostate due trasmissioni che avrebbero potuto sottrarre audience a «Porta a porta». Oggi l'Auditel ci dirà quanti spettatori hanno seguito la trasmissione, ci darà anche una radiografia della tipologia di questo pubblico. Ma l'unico dato certo è che ormai l'informazione tv è spinta a rafforzare il suo ruolo di «mediazione», di organizzazione dello sguardo sul mondo, di interpretazione e valutazione degli eventi, per quella parte della popolazione che, per diverse ragioni, non ha accesso alle nuove tecnologie. Per gli altri è tutta un'altra storia, informativa. di ALDO GRASSO (altri servizi in video di A. Grasso sul Corriere li trovi qui).
Altri articoli di analisi sulla trasmissione di Porta a Porta:

martedì 15 settembre 2009

Le infinite forme di un regime

"Non credo che siano possibili paragoni al mondo". Così Guido Bertolaso ieri al Tg1 delle otto. Tempi da record, meraviglia mondiale per le casette di Onna, i prefabbricati in legno costruiti dalla Provincia di Trento.

15 settembre 2009: 162 giorni trascorsi dal sisma 47 casette in legno tipo chalet consegnate. Circa 200 persone ricoverate.

26 marzo 1981: 122 giorni trascorsi dal sisma, 150 casette in legno tipo chalet (Rubner costruzioni) consegnate a Laviano, Salerno. 450 persone ricoverate.

E trent'anni fa non esisteva nemmeno la Protezione civile, non esistevano strade decenti, erano crollati i ponti. Per raggiungere l'Irpinia si impiegarono giorni...

Per leggere tutto l'articolo clicca qui (attenzione giornale messo all'indice)
Aggiornamento: qui un articolo ancor più dettagliato del 17 settembre sempre su Repubblica
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