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mercoledì 17 dicembre 2008

Allucinazioni di Vatican.va?

Cercavo un documento e mi sono imbattuto in questo: allucinante! ma tutto pubblicato sul sito del vaticano! leggete le parti in rosso! e i miei commenti in blu


MA L'ESAME DI COSCIENZA NON È ESAME SULLA CHIESA

cioè come dire che la chiesa non ha una coscienza?

Mary Ann Glendon

Alle persone interessate alla religione e alla vita pubblica non sarà certamente sfuggito un fenomeno. Negli ultimi tempi abbiamo assistito a molte pubbliche dichiarazioni di postumo cordoglio relative a errori e sbagli commessi da rappresentanti ufficiali o membri della Chiesa cattolica in diversi momenti della sua storia. In un nuovo libro intitolato Quando il Papa chiede perdono, Luigi Accattoli ha contato ben novantaquattro casi in cui lo stesso Giovanni Paolo II ha riconosciuto gli errori e le colpe del mondo cristiano, riguardo, ad esempio, alle Crociate, all'Inquisizione, alla persecuzione degli ebrei, alle guerre di religione, al caso Galileo o al trattamento delle donne.

Questa attività penitenziale è legata a una lettera apostolica del 1994 - la Tertio Millennio Adveniente - in cui il Papa sostiene che il periodo che porta al terzo millennio dovrebbe essere considerato come un Nuovo Avvento per prepararci al quale dovremmo portare a termine un serio, approfondito esame di coscienza. Scrive il Papa: «Mentre il secondo millennio della cristianità volge a conclusione, è opportuno che la Chiesa divenga più consapevole dei peccati dei suoi figli, e riesamini tutte quelle occasioni nella storia in cui essi si sono allontanati dallo spirito di Cristo e dal suo Vangelo, e invece di offrire al mondo la testimonianza di vite ispirate ai valori della fede, hanno indugiato in modi di pensare e di agire che hanno rappresentato autentiche forme di controtestimonianza e di scandalo».

Le evocazioni da parte del Papa di questi sbagli, di questi errori storici, sono state importanti ed istruttive. Esse sono dirette, specifiche, circostanziate, volte a quella che egli talvolta definisce una "cura della memoria". Riflettono, in ogni caso, la saggezza e l'apertura spirituale caratteristiche dei suoi scritti e dei suoi discorsi.

Secondo alcune indiscrezioni, però, sembra che quando il Papa ha presentato al Collegio dei Cardinali questo suo programma per una pubblica espressione di scuse in vista del millennio, molti Cardinali abbiano espresso gravi riserve e manifestato una certa contrarietà. Fondate o meno che siano queste voci, il Papa ha in ogni caso anticipato le possibili critiche. Nella Tertio Millennio Adveniente, ha specificato che per quanto la Chiesa sia «Santa in virtù della sua incorporazione nel Cristo», necessita sempre di «essere purificata» e non deve «stancarsi mai di fare penitenza». Il Papa ricordava così ai lettori che «il riconoscimento delle debolezze del passato è un atto di onestà e di coraggio che ci aiuta a rafforzare la nostra fede e ci prepara ad affrontare meglio le tentazioni e le sfide del presente».

Mi sembra difficile obiettare qualcosa a queste parole. Perché in effetti un simile tentativo di riconciliazione di antiche ferite e di risentimenti, e insieme di evangelizzazione delle donne e degli uomini del nostro tempo dovrebbe allarmarci o innervosirci? Personalmente, i miei disagi e le mie perplessità (confesso di averne) non hanno nulla a che fare con quanto ha detto il Papa, ma dipendono in tutto e per tutto dal modo in cui le revisioni e le espressioni di rincrescimento a cui egli ci invita possono essere manipolate da opinionisti ostili alla Chiesa, ovvero da persone per cui nessuna pubblica espressione di scusa è mai sufficiente e che pretenderebbero in realtà che i cattolici si scusassero del fatto stesso di esistere e di essere tali.

La mia ansia cresce se penso a che piega potrebbero prendere queste riletture del passato alla luce della attuale situazione della ricerca storica, di cui Gertrude Himmelfarb ha dato un quadro molto preciso e un po' agghiacciante. La storia è sempre un miscuglio di fatti e di miti. Gli storici però, attualmente, sembrano aver lasciato da parte la ricerca dei fatti privilegiando un atteggiamento molto libero e fantasioso di ricostruzione degli eventi. Troppi storici oggi sembrano praticare una disinvolta strategia di reinvenzione della storia al servizio delle cause più disparate e dei più diversi ordini del giorno. Come mi ha detto un anziano avvocato di Boston qualche tempo fa "stanno cominciando tempi duri per i morti".

Per quanto riguarda l'immagine popolare della Chiesa e del suo ruolo storico, credo che i cattolici, andando al cinema o guardando la televisione non possano non avere in ultima analisi l'impressione che la loro Chiesa occupi un posto di particolare rilievo in un ideale museo della vergogna, in un'ipotetica rassegna dei peggiori crimini della storia.

Inoltre bisogna considerare che, per la maggior parte del pubblico, queste espressioni ufficiali di scuse e di rincrescimento sono sempre filtrate dai nuovi media e dai mezzi di comunicazione di massa in generale. Così, ad esempio, per quanto il Papa specifichi sempre di parlare di peccati o di errori commessi da membri o da rappresentanti ufficiali della Chiesa e non della Chiesa in quanto tale, questa essenziale distinzione teologica viene quasi sempre dimenticata e perduta nelle trasmissioni televisive, alla radio o sui giornali. [e te' credo! esiste la chiesa senza membri? siamo all'ipostatizzazione della chiesa! puro concetto teologico: ma allora così di fatto se ne nega l'esistenza! Si sfregheranno le mani gli atei, ché dopo la negazione di Dio hanno possibilità di negare l'esistenza della chiesa...]

Talvolta, questa distinzione viene oscurata deliberatamente, come nell'articolo sul papato e l'Olocausto apparso sul New Yorker del 7 aprile 1997. L'autore del pezzo, James Carrol, prende le mosse da quello che a prima vista potrebbe apparire un apprezzamento del particolare rapporto di Giovanni Paolo II con il popolo ebreo. Carrol ricorda alcuni fatti , per altro noti: il coraggio dimostrato dal giovane Wojtyla nella Polonia occupata dai nazisti, la sua angoscia per l'Olocausto, lo stabilimento di relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele, la storica visita alla sinagoga di Roma, la sua posizione favorevole sulla rinuncia a insediare un convento presso Auschwitz, l'amara ammissione che "molti cristiani" sono stati responsabili delle sofferenze del popolo ebreo.

Pur riconoscendo il comportamento esemplare e l'enorme popolarità di Giovanni Paolo II, Carrol sostiene però che il presente pontificato è comunque "contaminato". La sua "tragedia", secondo l'ex sacerdote Carrol, è che il Papa non si spinge sino a "mettere in discussione la Chiesa stessa". Carrol cita l'osservazione liquidatoria del teologo del dissenso Hans Kung sulle dichiarazioni di colpa di Wojtyla: «A questo Papa piace fare un certo genere di confessioni». Per Kung, apparentemente, nessuna confessione sarà sufficiente fino a che il Papa non sottoscriverà il bizzarro punto che Carrol attribuisce allo stesso Kung, e cioè che «non sarà più possibile parlare di responsabilità dei nazisti senza aggiungere che la Chiesa è stata corresponsabile». [e lo definisce bizzarro! a poco serve domandare scusa se poi di fatto non ci si ritiene responsabili e in questo caso in qualche modo corresponsabilit!] Carrol lamenta anche che Giovanni Paolo II non abbia condannato esplicitamente Pio XII, come lui stesso fa in un semplicistico e parziale resoconto del ruolo del papato durante l'Olocausto.

Così non solo non basta che il Papa abbia ammesso che "molti cristiani" hanno peccato contro gli ebrei, oche egli abbia detto che la Chiesa «riconosce sempre i suoi figli e le sue figlie colpevoli». Carrol addirittura rimprovera al Papa di aver menzionato gli atti di eroismo compiuti da singoli cattolici per difendere gli ebrei. Per quanto riguarda il New Yorker, il settimanale ha pubblicato questo attacco unilaterale senza chiedere a Carrol di articolare meglio le sue posizioni e consentendogli di attribuire sbrigativamente una colpa collettiva all'intero corpo mistico di Cristo. Possibile che al New Yorker nessuno abbia pensato che per ricostruire questa vicenda forse sarebbe stato meglio non reclutare un autore come Carrol, cioè uno dei tanti cecchini cattolici o ex cattolici specializzati nello sparare contro la Chiesa? Possibile che nessuno in sede editoriale abbia avanzato dubbi sul fatto che Carrol attinga in modo così diffuso agli argomenti di un teologo notoriamente malevolo e pieno di pregiudizi come Kung? Incredibile ma nel '97 si dicevano e scrivevano queste cose: altro che editto bulgaro!...

Per quanto riguarda la responsabilità istituzionale, mio marito, che è ebreo (e, credo, secondo a pochi in fatto di orgoglio etnico) osserva che sia Carrol sia Kung, nel cercare di accusare la Chiesa in quanto tale, fanno lo stesso errore mortale di chi rimprovera alla "Germania" la responsabilità dell'Olocausto, o ai "Giudei" la morte di Gesù. non ai tedeschi, non ai giudei, ma a quei giudei e a quei tedeschi e a quella chiesa, mi sembra il minimo che si possa fare altrimenti tutto è lecito perché di niente siamo responsabili: e lo stesso gli italiani di oggi che hanno votato/appoggiato/taciuto Berlusconi sono responsabili (ciascuno a suo livello e comunque corresponsabili!) dei disastri da lui prodotti! e persino quelli che pur parlando e agendo contro, ma che per divisioni interne, piccinerie varie gli permettono nella loro inconcludente azione di "regnare" indisturbato! Questa, come dice giustamente Edward Lev, è davvero la forma più pericolosa di bigotteria.

Il vero bersaglio di Carrol (e di Kung) sembra essere l'istituzione pontificia in quanto tale [forse..., ma non in quanto tale ma così "organizzata": impermeabile ancora oggi alle sollecitazioni della base ecclesiale! E alle provocazioni del vangelo!], e non a caso essi puntano l'indice contro la dottrina dell'infallibilità del Papa mi sembra che si stia spostando il problema per non affrontare il cuore del problema eppoi anche il dogma e pure questo dogma ha bisogno di essere sempre meglio compreso e definito!. Se, argomentano, ad aver sbagliato, ad aver peccato, sono stati "la Chiesa" e Pio XII, allora la dottrina dell'infallibilità non sta più in piedi. Ma certamente entrambi dovrebbero capirne abbastanza di teologia per sapere che la dottrina dell'infallibilità non riguarda mai eventuali errori o passi falsi sul piano storico e temporale e allora questo dovrebbe rendere il magistero più umile e meno pressante nell'imporre le sue direttive pratiche: forse questo è il vero problema anche oggi! Non si vuole ammettere di aver sbagliato ieri per non voler ammettere di star sbagliando (o di poter sbagliare) oggi!. Come ha scritto una volta in modo molto efficace e conciso la narratrice Flannery O'Connor: «Cristo non ha mai detto che la Chiesa sarebbe sempre stata esente da colpe e intelligente, ma solo che non avrebbe mai insegnato il falso. E questo non vuol dire che i singoli preti non possano sbagliare e insegnare a volte cose errate, ma che la Chiesa in quanto tale, esprimendosi attraverso la voce del Papa, questo non è cattolicesimo questo è papismo puro e crudo! non insegnerà mai cose false in materia di fede».

In ogni caso, sia che questo punto cruciale venga intenzionalmente oscurato o semplicemente frainteso, l'effetto è più o meno lo stesso. C'è il rischio che alcuni credenti possano cominciare a chiedersi: «Se la Chiesa ha errato in tante circostanze nel passato, come posso esser sicuro che il suo magistero attuale, che quello che insegna adesso sia davvero giusto?». Questo mi sembra un altro dei motivi per cui il riconoscimento pubblico degli errori del passato ha generato ansie e preoccupazioni in alcuni ambienti dentro la Chiesa. ecco il problema! che impedisce di accogliere le critiche e convertirsi!

Vorrei chiarire che la mia preoccupazione nei confronti di questi problemi non intacca in alcun modo il mio entusiasmo per l'idea del Nuovo Avvento. Ne mi spinge a pensare che la Chiesa dovrebbe adottare la politica di Henry Ford II, «mai chiedere scusa, mai spiegare». Penso però che sia necessario che i cattolici stiano molto in guardia, e cerchino nel prossimo futuro di contrastare nel modo migliore i fraintendimenti che questo aspetto della preparazione al Giubileo potrebbe generare.

Consideriamo, in questa prospettiva, le osservazioni e le scuse presenti nella Lettera apostolica alle donne scritta dal pontefice nel 1995. Qui, dopo aver deplorato i vari affronti portati alla dignità della donna nella storia, Giovanni Paolo II osserva: «Se c'è colpa obiettiva, soprattutto in determinati contesti storici, che sia imputabile a non pochi membri della Chiesa, di questo sono veramente spiacente». Il problema teologico va affrontato e non eluso: quei non pochi membri della Chiesa erano fuori dalla chiesa? erano chiesa? erano di fatto scomunicati senza saperlo? Oppure c'è nella chiesa storica come in ogni uomo il buono e il cattivo, parte da convertire e parte convertita: se l'immagine è quella del corpo (di Cristo) perché negare che a Cristo non fa problema l'unire a sé proprio i peccatori... la Chiesa corpo mistico malato di Cristo, continuamente guarito, perdonato, accudito e invitato a convertirsi!

Penso che sia giusto dire che un'apologia così garbata se è apologia, dove è il garbo? non abbia ricevuto attenzioni e ascolto altrettanti garbati da parte di certi circoli intellettuali abituati all'idea che la Chiesa sia un'istituzione sessista ma va?. Quando assunsi l'incarico di guidare la delegazione della Santa sede alla Conferenza internazionale sulle donne di Pechino, rimasi veramente sorpresa dal numero di persone che mi chiedevano come avessi potuto accettare di rappresentare un'istituzione che tratta le donne come cittadine di seconda classe ma guarda che scemi dire cose così assurde e infondate!!!. Un giorno, leggendo un editoriale del noto scrittore Garry Wills, mi sono vista persino dipingere come una sorta di Zio Tom donna (è il tipico eufemismo che si usa per indicare gli schiavi che collaboravano con i loro padroni).

Quando sento rivolgere alla Chiesa queste trite e ritrite accuse di sessismo chiedo sempre: ma rispetto a quali altre istituzioni? Capito? il problema non è rispetto al Vangelo! ma rispetto che so al regime di Teheran! Ancora una volta, Flannery O'Connor aveva colto il nocciolo della questione. In una lettera a un amico che aveva accusato la Chiesa di essere contraria alle donne, la O'Connor scrisse: «Non devi dire che la Chiesa si porta dietro questo peso morto; magari sarà vero per il reverendo tal dei tali o per molti reverendi, ecc. ecc. ma la Chiesa in sé può canonizzare una donna come un uomo e suppongo che nessun altra forza abbia mai fatto di più in tutta la storia umana per liberare le donne» Dipende liberare da cosa e come: bruciandole vive e canonizzandole morte: prima dopo e durante Giovanna d'Arco! eppoi, quale modello di donna è proposto nella canonizzazione?.

Quest'ultimo dato storico è così chiaro che il signor Wylls dovrebbe vergognarsi di sé stesso. Tutto sul sito ufficiale della santa chiesa cattolica apostolica romana! E senza che nessuno se ne vergogni neache chi ha dovuto battere il testo! Da ex seminarista dovrebbe certamente conoscere le conquiste controculturali della Chiesa delle origini appunto delle origini e poi?, e l'importanza che in esse hanno avuto le donne e la famiglia. Non gli è mai passato per la testa che Chiesa è riuscita a far accettare l'idea nuova dell'indissolubilità del matrimonio in società in cui agli uomini era sempre stato permesso di liberarsi arbitrariamente delle loro mogli? Da vedere poi quanto ha fatto e fa per impedire che le ammazzassero di botte: cfr l'omertà ecclesiale sui crimini familiari! Che ha incentivato nel Medioevo la nascita di forti comunità religiose femminili autogovernate? Purché segregate in clausura! e comunque con la bocca chiusa! Che per prima si è preoccupata dell'educazione delle donne in Paesi dove la maggior parte delle istituzioni secolari si disinteressavano completamente dello sviluppo intellettuale delle ragazze? Vero! ma per fare poi cosa di questa cultura? Chiunque abbia una pur minima conoscenza della storia non potrà negare che i progressi della Cristianità hanno rafforzato la posizione delle donne dice bene: la cristianità che è cosa diversa dall'istituzione ecclesiale!.

Negli ultimi anni - la cosa meriterebbe di essere conosciuta meglio - la Santa Sede si è imposta in diversi contesti internazionali come una delle forze mondiali che più si sono battute per la giustizia economica e mondiale delle donne. La chiesa è stata uno dei pochissimi attori internazionali a darsi da fare sia per il rispetto del ruolo delle donne nella famiglia sia per incentivare le aspirazioni delle donne a una piena partecipazione alla vita economica e sociale.

Ma nonostante tutto ciò le poliziotte del genere sembrano pensare di avere comunque una risposta definitiva e senza appello: la Chiesa è sessista perché rifiuta il sacerdozio femminile, perché non ordina le donne. Ma davvero questo rende la Chiesa un'istituzione anti-donne? Dunque si era partiti sul perdono... si arriva all'accusa, a capovolgere l'accusa... il problema non è il sacerdozio (anche) ma la visione della donna che può solo obbedire, se mai gli è data la possibilità di comandare... Se le redini del comando, sono sempre in mano agli uomini... è sessismo!... Allora o si da' accesso alla stanza dei bottoni anche alla donna... o meglio si rivede la stessa organizzazione ecclesiale in cui il comando diventa veramente un servizio, un ascolto, una corresponsabilità... tornando a bomba gli errori del passato sono nati proprio qui: una visione verticistica della magisterialità ha impedito un autentico ascolto di quelle istanze che in vari modi sollecitavano un cambiamento di direzione nell'atteggiamento ufficiale della chiesa davanti ai fatti cocreti della storia. Domanda: che peso ha avuto la lettera di Edith Stein contro il nazismo indirizzata a Pio XII? in apparenza nessuna...!

Non è questa la sede per una discussione dettagliata delle questioni della complementarietà e della chiamata universale alla santità in rapporto col rapporto dell'ordinazione errore di battuta! mi consola che almeno non hanno ritenuto importante perdere tempo a rileggere tali scemate!. Proviamo soltanto a chiederci una cosa: qual è la posizione delle donne nella Chiesa cattolica rispetto alla posizione delle donne in altre Chiese che ammettono il sacerdozio femminile? Stranamente, molti di coloro che sembrano essere ossessionati dalla questione dell'ordinazione si mostrano del tutto indifferenti alla vasta gamma di ruoli pastorali e ministeriali che una volta erano riservati esclusivamente ai preti e ora vengono svolti da donne. Come le teoriche del genere che non nascondono di preoccuparsi soprattutto della questione del potere anche costoro rimangono indifferenti di fronte a questo incremento di opportunità. L'unica cosa che li interessa sono le posizioni di leadership. Lasciamo da parte l'inadeguatezza di questa analogia, che equipara la Chiesa a istituzione politiche e economiche di tutt'altra natura e consideriamo il problema nei suoi termini essenziali. Chi amministra il secondo sistema di assistenza sanitaria su scala mondiale? Non è stato guidato in larga misura da dinamiche donne cattoliche (soprattutto da suore)? Chi si occupa del più grande sistema mondiale di istruzione privata primaria e secondaria? Non è stato amministrato soprattutto da donne cattoliche, laiche e religiose, nelle vesti di insegnanti, dirigenti, sovrintendenti? (Eppoi da dove viene questa idea che per essere un leader bisogna aver preso gli ordini? Sono certa che l'arcivescovo di Calcutta sia un ottimo amministratore, ma siete sicuri che Madre Teresa sia meno leader di lui? Allora perché non fare arcivescovo Madre Teresa?).

Per di più, Giovanni Paolo II sembra molto determinato a rafforzare e ad accelerare l'azione della Chiesa in questo senso. Ripetutamente, il pontefice ha invitato le donne "ad assumere nuove forme di leadership nel servizio" e ha sollecitato "tutte le istituzioni della Chiesa a dare il benvenuto a questo contributo delle donne". Mettendo concretamente in pratica queste dichiarazioni, il papa ha nominato molte donne, laiche e religiose, alla guida di un gran numero di comitati e di accademie pontificie. Due cose! quindi indirettamente si afferma che prima non era così, secondo che il problema c'era e c'è!

Non c'è dubbio che le diverse Chiese locali rispondano in modo a volte molto diverso alle esortazioni e all'esempio del Papa. Anche molti vescovi, in ogni caso, hanno deciso di dare a loro volta un esempio, chiamando un numero sempre più elevato di donne a incarichi e ruoli di prestigio. Non è ovvio che per quanto riguarda le donne anche nei gruppi religiosi si sono verificati sviluppi impressionanti e più importanti del sacerdozio femminile?

Questo non significa che la Chiesa cattolica abbia già conformato le sue strutture al principio per cui donne e uomini dovrebbero essere considerati partner uguali a tutti gli effetti nel mistero della redenzione. Non è ancora stato fatto abbastanza, e Giovanni Paolo II, come si evince dai suoi scritti, è il primo a farlo notare. Forse la Chiesa non è ancora all'altezza delle sue aspirazioni, ma credo che rispetto alle altre istituzioni essa possa andare comunque a testa alta, in virtù della sua lunga tradizione di rispetto per la dignità della donna e di impegno per la sua libertà.

Che giornalisti influenti come Garry Wills possano ignorare questi fatti mi porta di nuovo a riflettere sul problema generale posto dalla pubblica espressione della contrizione in un era di malafede e di manipolazione delle informazioni. Mi sembra che i laici cattolici abbiamo un'importante responsabilità nel cercare di afre in modo che queste pubbliche attività penitenziali vengano prese in modo giusto senza fraintendimenti, spesso infatti sono proprio i laici a trovarsi nella situazione migliore per capire quando sincere espressioni di cordoglio vengono sfruttate opportunisticamente da persone o gruppi anche troppo zelanti nell'aiutare la Chiesa a stracciarsi le vesti e fin troppo disposti a versare cenere e ancora cenere sul capo dei cattolici. Spesso il laicato avrà l'opportunità di reagire e testimoniare nel modo migliore.

Questo significa, per un verso, ricordare che quando noi peccatori chiediamo perdono ci rivolgiamo in primo luogo e soprattutto a Dio (come diciamo nell'atto di contrizione «ma soprattutto perché ho offeso Te, mio Dio»). Qualsiasi espressione di rincrescimento rispetto agli errori del passato non implica che ci si debba umiliare di fronte agli altri, e certamente non di fronte a gente che non è disposta da parte sua ad ammettere alcuno sbaglio. Molte ferite della memoria non saranno sanante finché non ci sarà un'espressione di perdono reciproco. Se perdonate/domandate perdono a coloro che vi perdonano/domandano perdono che merito ne avete? Così fanno anche i pagani! In tutta evidenza questa il vangelo non l'ha letto!

Testimoniare nel modo migliore la propria posizione significa sfidare coloro che, in buona o cattiva fede cercano di cancellare la fondamentale distinzione tra la Chiesa in quanto tale e i suoi figli che hanno peccato. Questa distinzione è la vera mostruosità teologica ed evangelica! Proprio il riconoscersi peccatori, salvati continuamente dalla Grazia, ci fa chiesa! Pensare che ad un certo punto non abbiamo più bisogno del perdono di Dio è il vero peccato originale che diventa permanente. Non voglio dire che la grazia non modifichi ontologicamente l'uomo, ma riconoscere che senza la grazia l'uomo e la chiesa ripiomberebbero nel peccato. Questo permanere della grazia è il perdono permanente di Dio all'uomo e alla Chiesa. D'altronde questa è già dottrina acquisita e ferma sulla creazione che senza il sostentamento di Dio ritornerebbe nel nulla... Analogamente bisogna pensare la Grazia!. Quando negli anni Cinquanta Flannery O' Connor si dovette misurare con gli antesignani dei Carrol e dei Kung dei nostri tempi, scrisse: «quello che voi sembrate pretendere è che la Chiesa realizzi il regno dei cieli sulla terra ora e adesso. Cristo è stato crocifisso sulla Terra e ogni giorno la Chiesa viene crocifissa da tutti noi e dai suoi membri in particolare, perché è una Chiesa di peccatori (...) La Chiesa si fonda su Pietro che rinnegò tre volte Cristo e non poteva camminare sulle acque. Voi pretendete che i successori di Pietro camminino sulle acque». Oh! bella che sofista, è riuscita a capovolgere la questione! La tematica iniziale qui è stata capovolta... Ma non si era partiti dal fatto che la chiesa era peccatrice, e l'autrice di questo articolo lo negava: gli uni dicevano, la chiesa non sa camminare sulle acque e l'autrice a dire, no! sono gli uomini che tradiscono, affondano, la chiesa è senza peccato (cioè sa camminare sulle acque)... Adesso accusa gli altri di pretendere esattamente quello che lei difendeva... Infatti, nessuno chiede che la chiesa impari a "camminare sulle acque", quello che si chiede è che ammetta di esserne per virtù propria incapace e di essere spesso "affondata" nelle fatiche storiche: insomma che la chiesa ammetta QUANDO NON HA SAPUTO TENERE FEDE AL PROPRIO MANDATO STORICO! Flannery O'Connor scriveva di teologia con molta levità, ma la sua non era una teologia leggera. Veramente è corretto e giusto, opportuno e adeguato, che noi confessiamo i nostri peccati e facciamo penitenza in questa nuova stagione di Avvento. Non dobbiamo mai stancarci di pentirci perché noi, e gli altri pellegrini della Chiesa, abbiamo un percorso da seguire: dobbiamo arrampicarci sulla scala di Giacobbe, dobbiamo cercare di realizzare l'uomo nuovo, dobbiamo sforzarci di essere ogni giorno che passa dei cristiani migliori. probabilmente il modo migliore per mostrare che stiamo davvero facendo dei passi avanti lungo questo percorso è semplicemente, come dice il Papa, "offrire testimonianza di una vita ispirata ai valori della fede".

Ma per quanto riguarda i nostri pubblici atti di pentimento, ci sia concesso di vigilare, per impedire di essere offesi e sfruttati Sì, sì, questa non ha mai letto il vangelo!. Ci sia concesso di unirci ai nostri fratelli e alle nostre sorelle di altre confessioni per resistere a tutti coloro che somministrano il veleno della colpa collettiva mha! non collettive né semplicemente individuali ma colpe personali, dopotutto esistono responsabilità associative. ci sia concesso, anche, di fare in modo che le nostre espressioni di cordoglio non vengano usate da nessuno per denigrare il ruolo storico della Chiesa, la sua funzione eminentemente positiva di grande forza di pace e di giustizia come per esempio durante le crociate o recenti appelli cardinalizi alla guerra giusta!. Soprattutto ci sia concesso di ricordare ancora una volta che in ogni caso non stiamo chiedendo scusa per il fatto di essere cattolici. Non avremo mai bisogno di chiedere scusa per questo. Non dovremo farlo mai. Non lo faremo mai. Allucinante finale! fuori luogo e isterico! Mi chiedo se si sia mai pentita di aver scritto tali stupidate. Ecco comunque un discorso di cui dovremo prima o poi chiedere scusa...

tutto vero e tutto pubblicato qui: http://www.vatican.va/jubilee_2000/magazine/documents/ju_mag_01071997_p-26_it.html

Per approfondire:

Ho affrontato il problema del perdono in altri post, clicca sull'etichetta perdono e selezionerai gli articoli che ne trattano...

Chi è Mary Ann Glendon? http://it.wikipedia.org/wiki/Mary_Ann_Glendon,
il suo volto: http://www.lifesitenews.com/ldn/images/2007c/Glendon.jpg

martedì 16 dicembre 2008

Zombi nuovi

La "questione morale" ormai non riguarda più solo l’uno o l’altro politico, l’uno o l’altro partito, ma l’intera politica italiana. Perciò, più che insistere sulla cronaca dei fatti e nel deprecarli, occorre chiederci perché certi episodi si verificano e come restituire un’anima alla politica.

Infatti, anche la politica ha un’anima: gli ideali e i valori, su cui si fondano le scelte e a cui s’ispirano i politici che le compiono. Se la politica (o il partito o il politico) perde l’anima, muore, marcisce e si decompone. Vengono da qui gli scandali, la corruzione, l’anteporre l’interesse particolare o personale al bene comune, l’intreccio tra mafia, affari e poteri pubblici, la partitocrazia, i metodi meschini di lotta politica, fatta di colpi bassi, di insinuazioni, di delazioni, di volgarità.

Quando questo avviene – e in Italia avviene – vuol dire che la politica è morta. Se poi questo avviene in un partito, come il Pd, che vorrebbe presentarsi come "nuovo", vuol dire che non è ancora nato o che è nato morto.

È urgente, dunque, affrontare la "questione morale" sul terreno dove affonda le radici: sul piano dei valori, nelle istituzioni, ma soprattutto nella "casta" dei politici intramontabili.

In primo luogo, vanno recuperati i valori etici e ideali, oggi offuscati. Ciò non dovrebbe essere impossibile, visto che essi sono richiamati esplicitamente dalla nostra Costituzione. Ripartiamo dunque dalla Costituzione! Non basta, però, ribadirli in astratto. Bisogna cercare piste concrete per tradurli in pratica. E ciò va fatto insieme, senza che qualcuno si chiuda nel rifiuto di collaborare e di dialogare, che porterebbe solo a irrigidimenti sterili e controproducenti.

Nello stesso tempo che si recuperano gli ideali e i valori, occorre rinnovare i canali della partecipazione democratica. L’interruzione del dialogo con la gente è un altro aspetto, gravissimo, della morte della politica. Ecco perché non è possibile risolvere la "questione morale", senza le necessarie riforme istituzionali.

Ancora una volta, però, queste riforme (dalla scuola alla giustizia, al federalismo) vanno fatte d’accordo e non a colpi di maggioranze mutevoli; altrimenti nasceranno morte, perché generate da una politica senz’anima. Tuttavia, il passaggio decisivo per risolvere la "questione morale" resta il rinnovamento della classe dirigente.

Non esistono politici intramontabili, uomini per tutte le stagioni. Senza togliere nulla ai meriti di quelli di ieri, occorrono politici nuovi, spiritualmente motivati e professionalmente preparati. È questione di vita o di morte.

La "questione morale" non si risolverà finché la politica non si aprirà veramente all’apporto di energie nuove, pulite e competenti, finché la comunità civile non si riapproprierà della partecipazione attiva alla politica, di cui è stata espropriata dalla "casta".

E il cristiano? La "questione morale" lo interpella due volte, come cittadino e come credente. Perciò, mentre si impegnerà con tutti gli uomini di buona volontà per restituire un’anima alla politica, si sforzerà di precederli con un limpido esempio di stile evangelico: «Operare secondo una logica di servizio al bene comune, quindi con umiltà e mitezza, competenza e trasparenza, lealtà e rispetto verso gli avversari, preferendo il dialogo allo scontro, rispettando le esigenze del metodo democratico, sollecitando il consenso più largo possibile per l’attuazione di ciò che obiettivamente è un bene per tutti» (Cei, Con il dono della carità dentro la storia, 2006, n. 33).

1938-2008: la vergogna di ieri, le vergogne di oggi!

Repubblica.it - Il fascismo rivelò la sua anima razzista prima delle leggi razziali, ma la Chiesa non fece abbastanza per opporsi a "quell'infamia". Il presidente della Camera Gianfranco Fini torna a condannare duramente le leggi razziali, ma questa volta - a Montecitorio, in apertura del convegno "1938-2008: settant'anni dalle leggi antiebraiche e razziste, per non dimenticare" - sottolinea anche la passività della società italiana e della Chiesa cattolica contro la legislazione antiebraica.

[...] "Ho espresso un convincimento, direi quasi banale, non pensavo che potesse determinare delle polemiche politiche. Io mi riferivo al 1938 e non al 1942. Leggere dichiarazioni polemiche fa parte del quotidiano di un politico, ma io riscriverei il concetto che ho detto perché mi sono documentato e ho fatto riferimento ad un documento del Vaticano del 2000 sulla Chiesa e gli errori del passato".
[...] Fini usa parole dure, come "infamia", "odiosità" e "vergogna" per riferirsi ai provvedimenti varati da Mussolini: "La loro odiosa iniquità si rivelò in particolare contro gli ebrei che avevano aderito al fascismo. Ma l'ideologia fascista da sola non spiega l'infamia [...] c'è da chiedersi perché la società italiana si sia adeguata, nel suo insieme, alla legislazione antiebraica e perché, salvo talune luminose eccezioni, non siano state registrate manifestazioni di resistenza. Nemmeno, mi duole dirlo, da parte della Chiesa cattolica".

[...] Fare i conti con "l'infamia storica" delle leggi razziali per Fini significa "avere il coraggio di perlustrare gli angoli bui dell'anima italiana, sforzarsi di analizzare le cause che la resero possibile, in un Paese profondamente cattolico e tradizionalmente ricco di sentimenti di umanità e solidarietà".

[...] Tra le cause delle leggi razziali, ricorda il presidente della Camera, "c'è l'anima razzista che il fascismo rivelò nel 1938, ma già presente nell'esasperazione nazionalistica che caratterizzava il regime e la politica coloniale". E alla base della "mancata reazione della popolazione", continua, ci furono altri elementi, come "la propensione al conformismo" o la "possibile condivisione della popolazione, negata ma presente, dei pregiudizi e delle teorie antiebraiche, una vocazione all'indifferenza più o meno diffusa". Dunque, "denunciare l'inequivocabile reponsabilità politica e ideologica del fascismo non deve portare a riproporre lo stereotipo autoassolutorio e consolatorio degli 'italiani brava gente'".

[...] Il ministro per i Beni culturali, Sandro Bondi è convinto che l'applicazione delle leggi razziali del 1938 "fu permessa da un generale ottundimento degli italiani che in buona parte, per quieto vivere, non si esposero troppo a favore degli ebrei".

"La chiesa non prese una posizione sul massacro degli ebrei". "Un richiamo che apprezzo perché ricorda che il mancato pronunciamento ufficiale della Chiesa di allora contro la Shoah favorì il persecutore nazista" è il commento dell'ex presidente dell'Unione delle Comunità ebraiche italiane Amos Luzzatto alle parole del presidente della Camera Gianfranco Fini. "A tutt'oggi siamo nelle condizioni di dover dire che, a parte l'ipotetica enciclica di Pio XI, la chiesa cattolica non prese una posizione ufficiale sul massacro degli ebrei. E il silenzio - continua Luzzatto - rafforzò indubbiamente la possibilità del regime nazista di non doversi guardare le spalle. Quando deportarono gli ebrei romani è impossibile che in Vaticano non si sapesse".

Questi i silenzi di ieri... e quelli di oggi?

Il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi (Pdl), ha detto: "La Chiesa ha sempre con forza contrastato le leggi razziali, cercando di aiutare gli ebrei perseguitati anche a rischio della vita di numerosi sacerdoti, suore e laici. Questi sono i fatti, lo testimoniano le pagine dalla storia". Gli ha fatto eco Enrico Farinone (Pd): "Sul fatto che leggi razziali fossero un'infamia siamo d'accordo. Sul fatto che nemmeno la Chiesa sia opposta no. Generalizzare non serve". Secondo Renato Farina (Pdl): "Che la Chiesa non si sia opposta alle leggi razziali è una leggenda nera, e dispiace che il presidente Fini si adegui a questa versione della storia politically correct".

Questi i silenzi di oggi sulla storia di ieri! E quelli di oggi sulla storia di oggi?
...sic!

Approfondimento: i I testi delle leggi "razziali" di ieri qui e alcune di quelle "etniche" di oggi qui... aspettando una nuova Auschwitz? Esagero? guardate qua cosa scrive un italianissimo italiano...

Fini fa bene a dire quello che dice ed è anche coraggioso... Ma noi cominceremo a credere al suo coraggio solo quando comincerà a fare pulizia in casa propria: o si parla di ieri, per non parlare dell'oggi?

M'ama, non m'ama...

Dopo la batosta negli Abruzzi, qualcuno nel Pd pensa di sganciarsi da Di Pietro, perché dicono che "ruba voti al Pd"...

Oh bella! strano ragionamento, invece di pensare di assumerne le esigenze più sane ponendo fine a un sistema sostanzialmente mafioso della politica, questi dicono, "eliminiamo il pungolo a un cambiamento sostanziale"!... Nessuno di loro pensa che i voti "rubati" siano l'appello a trovare nel Pd la forza e il coraggio per un recupero pieno di vera legalità, responsabilità e competenza?... ponendo fine a un "regime" fondato sulla raccomandazione, la furbizia, le connivenze e le corporazioni protezionistiche e sull'immunità parlamentare (nazionale o europea)?

Quando in Italia capiremo che esiste una responsabilità professionale che va ben oltre quella penale?
I tuo collaboratori hanno sbagliato? Tu che li hai scelti te ne assumi la responsabilità e ti dimetti!
Hai detto scemate al telefono? Te ne assumi la responsabilità politica e ti dimetti!
Hai firmato documenti senza neanche leggerli? Te ne assumi la responsabilità e ti dimetti!
Non sei riuscito a gestire una situazione difficile? Te ne vai a casa, anche se hai fatto del tuo meglio! In politica come in qualunque attività professionale non basta essere onesti e/o aver agito in buona coscienza: ci vuole effettiva competenza! La meritocrazia deve cominciare in Parlamento e nelle Amministrazioni locali e non!

Per questo non c'è immunità che tenga... anche se te la negano e non sei penalmente perseguibile, te ne devi andare! Per questo non c'è condono, assoluzione o lodo (poco importa se sia giusto o no) che tenga: te ne devi andare a casa! A casa a fare il nonno! Altrimenti che differenza c'è tra un fare politica e un altro?... Se è questione di sigla, una vale l'altra... E allora meglio chi sa fare meglio il furbo... Ti dichiari onesto? e vuoi difendere la tua onorabilità? appunto! proprio per questo te ne vai a casa...
Qualcuno si crede insostituibile, o non vede chi possa sostituirlo... lascia il posto libero e vedrai che ci sarà qualcuno che saprà occuparlo...
Come si vede, io sono già "oltre" Di Pietro e persino di Grillo, loro si fermano alla legge, io vado alla qualità delle relazioni... Altro che "Legge per un Parlamento pulito"... non è tanto il Parlamento che bisogna pulire, ma il cervello degli italiani! Pulisci questi e pulirai quello...
Eppoi c'è qualcuno che parla degli eccessi di Di Pietro... È per non essere "eccessivi" che nel Pd non sono nemmeno "moderati"? Meglio non essere affatto che essere eccessivi? Contenti loro!

Il Pd senza l'Idv? Una copia del PdL in viraggio seppia! A quel punto meglio l'originale, con tutta l'ampiezza dello spettro cromatico di un Arlecchino! Se non altro ci faremo delle risate, amare, ma pur sempre risate!

venerdì 12 dicembre 2008

In mezzo a voi sta uno sconosciuto

L’esperienza di Dio non viene mai per prima…
… prima viene Giovanni Battista! Non viene subito la luce. Prima viene il testimone della luce. Che non vuol essere frainteso. Non è lui la luce, anche se l’uomo storicamente e psicologicamente è portato a identificare subito il segno con la realtà indicata dal segno. L’uomo ha bisogno di camminare di segno in segno, perché questo è il cantiere antropologico, l’immenso alveo culturale nel quale l’uomo nasce e cresce, e rende “umano” tutto quello che è ‘nostro’: materia, anima e spirito, come dice Paolo! Ma l’uomo tradisce la sua umanità quando si ferma al livello corporeo, che pure è la sua piattaforma, o a livello psichico, che è la struttura ove nasce la conoscenza e il desiderio, e neanche al livello spirituale, che pure è lo spazio supremo della libertà e dell’amore... La meta finale (il Dio misterioso e sconosciuto!), presentata di colpo, lo acceca o lo spaventa… o lo illude, come tante volte ha sperimentato il popolo di Israele. Il cammino storico avviene lentamente a passi incerti, nel deserto, verso la terra promessa, che si intravvede da lontano… La tentazione è di scordarsi della meta finale e appropriarsi delle mete intermedie, che così diventano ostacoli, trappole o idoli. Questo è il messaggio centrale di Giovanni, che continua a contrastare ogni identificazione di sé con il Cristo.

… Giovanni era da Dio o dagli uomini? (Mt 21,23)
Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Dunque è mandato da Dio, ma era un uomo! “… tra i nati di donna non è sorto uno più grande di Giovanni il Battista… La Legge e tutti i Profeti infatti hanno profetato fino a Giovanni". Con Giovanni succede qualcosa di nuovo, secondo i vangeli, nel cammino culturale dell’umanità. “… dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono " (Mt 11,11ss). Non solo dunque un salto di qualità inaudito, mai immaginato nella storia delle religioni , ma un atto di forza, di rottura, atteso e profetizzato, ma impensabile per come è avvenuto: Dio, che aveva già parlato, nei tempi antichi, molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio, che ha costituito erede di tutte le cose e per mezzo del quale ha fatto anche il mondo … Non più dunque un segno, per quanto eccelso, non più gesti sacramentali portatori di salvezza, non sacrifici o comportamenti graditi a Dio… “ in questi giorni Dio ha parlato per mezzo del Figlio fine e principio di tutte le cose!" (Eb 1,1s)

In mezzo a noi sta uno che voi non conoscete!
… Giovanni è la voce che grida nel deserto: In mezzo a voi c’è uno sconosciuto, e non ve ne accorgete… È necessario leggere il seguito del brano per capire il dramma di Giovanni, mentre sta annunciando l’evento centrale della storia, la presenza di Dio stesso nell’umiltà della nostra materia e della nostra vita. Anche lui è coinvolto in questa ignoranza, in questa distanza interiore, di fronte a questa inaccessibile presenza che si è fatta interna alla storia e all’intimo dell’uomo, ma soltanto con un balzo di violenza si lascia conoscere: io non lo conoscevo! Non è questione di virtù od ascesi, anche se Giovanni insiste che bisogna assolutamente prepararsi! Ma occorre soprattutto “convertire la mente”, cambiare completamente la propria idea di Dio, perché la nostra non è l’idea che Dio ha di sé! Se no, vediamo tanto di noi stessi, niente di Dio. Non incontriamo affatto un Dio Onnipotente che viene con gloria e con potenza. Ci è mostrato invece “l'agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo”. È inaudito! Un agnello condotto al macello è il segno di riconoscimento del Messia che deve liberare il popolo e tutta l’umanità dal giogo dell’oppressione e del peccato. Non è una nuova figura indicativa, una metafora. Giovanni è sicuro: “… colui che mi ha inviato a battezzare l’aveva detto… e io ho visto il segno, la colomba scendere e rimanere su di lui!". Una pace portata agli uomini a prezzo di sangue. Mentre Giovanni lo battezza Gesù, quando lo guarda passare, quando lo indica ai propri discepoli come l’Agnello, si illuminano nel suo cuore i versetti di Isaia, meditati e pregati e “non compresi” per una vita: egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori … il Signore fece ricadere su di lui l'iniquità di noi tutti. (53,4ss). Io non lo conoscevo, appunto!. Nessuno avrebbe potuto riconoscere un messia così.

I criteri di Isaia
Ora è chiaro perché ogni forma di culto, di rito, di legge, di istituzione, ogni guida che si proponga di condurre a Dio, per essere riconosciuta come profetica (capace di individuare Dio nella storia e condurci ad un’esperienza autentica di lui!), deve essere sottoposta “prima” al vaglio dei criteri di Isaia. La presenza dello Spirito è rivelata nella ricomposizione armonica delle sofferenze dell’uomo: se gli afflitti, i poveri, i piagati, gli schiavi, i prigionieri… sono consolati… qui c’è Dio. Così farà rispondere Gesù a Giovanni… descrivendogli la sua vita e la sua opera in mezzo alla gente (Mt 11,4)! Così è la lettura della storia che Maria canta nel Magnificat. Ma proprio qui si rivela il sorprendente rovesciamento delle attese dell’uomo religioso. Non si tratta dell’eliminazione magica e indolore del male nel mondo, né dell’adempimento del desiderio sempre storicamente insoddisfatto dell’uomo, ma della sua presa in carico, secondo l’altro criterio fondamentale del profeta: egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori… Si può togliere, dunque, il male del mondo solo caricandoselo sulle proprie spalle. Solo un dio può farlo! Proprio questa è la testimonianza suprema di Giovanni: Io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio.

L’esperienza cristiana
… detto questo, il testimone sa che la sua funzione è compiuta: ha avviato i suoi discepoli a divenire discepoli del Signore (Figlio di Dio), vedere dove abita, parlare con lui, capire chi è…! (Gv 1,38ss) Ha inizio l’esperienza cristiana. La spinta è sempre il desiderio di salvezza, che è alla base dell’anelito religioso dell’uomo, il fondamento della religione popolare. Ma l’esperienza cristiana è il contrario: è il desiderio rovesciato! Non è l’esaudimento del mio desiderio di potenza o di sopravvivenza! È conoscere e accogliere il desiderio di Dio su di me, manifestato in Gesù di Nazareth e lasciarmene trasformare. Non è ancora (né mai in questa terra!) esperienza diretta di Dio, ma sempre di un Altro che ti chiama a trasformare i tuoi desideri… Anche per il cristiano diventano dirimenti i criteri di Isaia, avverati in Gesù. L’esperienza di Israele, che arriva al suo culmine in Giovanni Battista, rimane paradigmatica e irrinunciabile: Dio è inconoscibile, introvabile, ogni segno (presente) è segno del suo mistero inaccessibile. Neanche il nome si può pronunciare, per evitare il pericolo di credere che qualcosa di lui sia sperimentabile, se non la sua assenza! Appena credi di averlo trovato (nei patriarchi, nella terra promessa, nella legge, nella casata di Davide, nel tempio…) tutto sparisce ai tuoi occhi e svuota il tuo cuore, che anela inutilmente a possedere il contenuto del segno… E allora il Messia deve ancora incessantemente venire?! Il messaggio di Giovanni ha interrotto questa attesa interminabile! Se vuoi incontrare Dio, devi seguire Gesù il Cristo ed entrare dietro a lui nei criteri di Isaia: non è importante la tua sofferenza, ma la sofferenza dell’A/altro, a cominciare dal più povero. Non è importante il tuo desiderio, ma il desiderio dell’A/altro, a cominciare dal più prossimo a te! La lotta tra il nostro desiderio e il desiderio del Signore (la lotta tra il cantiere antropologico, che è il laboratorio dell’affermazione di sé - e il germoglio del progetto di Dio che vi è seminato dentro) è come l’amore tra l’uomo e la donna (Is 61,10). L’amore non si esaurisce nella complementarietà sessuale. Ma nel riconoscimento progressivo, gioioso e doloroso, della inevitabile discordanza dei desideri femminili e maschili. Così l’amore evangelico non si esaurisce nell’appagamento dei desideri umani da parte di Dio (l’acqua della samaritana), ma nello scoprire e accogliere, non spegnere, i desideri trasformanti dello Spirito. Non si tratta di una super-morale, ma di una proposta personale (al mio desiderio) di contro/desideri che facciano della vita un’offerta, una consegna di sé per amore. La libertà nasce in questo intervello che emerge nel guazzabuglio del cantiere umano di ciascuno, tra la pressione psicofisica e socio istituzionale che ci avvinghia e ci condiziona e la chiamata dello Spirito di Gesù che geme in noi. In questo intervallo s’affina la preghiera, cresce la maturità cristiana, si apre la porta della mistica – dove il più piccolo è più grande di Giovanni.

Tu mi indicavi il cielo e io guardavo il dito

In questa terza domenica di Avvento la liturgia ci propone ancora la figura del precursore: il protagonista del brano di Vangelo è infatti nuovamente Giovanni, il battezzatore. Rispetto alla domenica precedente però, siamo di fronte a una diversa tradizione evangelica: il testo di oggi infatti non è tratto dalla narrazione di Marco, ma da quella dell’evangelista Giovanni.
La cosa non è insignificante, perché il Quarto Vangelo ha una strutturazione a sé stante rispetto ai tre sinottici, dovuta non solo alla sua redazione posteriore, ma anche al fatto di delineare prospettive teologiche diverse. Questo si ripercuote anche su dati concreti della vicenda: per esempio Giovanni Battista e Gesù sembrano non conoscersi affatto, mentre Luca sostiene che erano parenti.
Ciò che però l’autore del Quarto Vangelo mette in campo come tratto distintivo del Battista, distinguendosi in questo dai sinottici, è il fatto che Giovanni più che come battezzatore sia dipinto come il testimone. Infatti «nella presentazione che di lui fa il quarto evangelista è ricordata sì la sua attività battesimale, ma non ci sono folle che vengono a farsi battezzare, e nemmeno c’è la predicazione morale che viene ricordata da Matteo e Luca. Il Battista è caratterizzato soltanto da una parola, è colui che rende testimonianza» (P. Pezzoli, in “Scuola della Parola 1997”).
Il discorso sarebbe da allargare ulteriormente perché la tematica della testimonianza nel Quarto Vangelo non ha a che fare solo col Battista, ma con tutto lo svolgimento della narrazione: quando infatti la figura di questo primo testimone andrà scemando all’interno del racconto, gliene subentrerà un’altra, quella del discepolo amato. E ancora: tutto il vangelo di Giovanni è inteso come una testimonianza per coloro che «non hanno visto. [...] Gesù – infatti – in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,29-31).
Se così fondamentale è questa funzione testimoniale e se così rilevante è la figura del Battista (tanto che la liturgia ce la propone per due domeniche consecutive), forse è allora proprio necessario tentare di soffermarsi sulla testimonianza che egli pone in campo.
Per avere una panoramica complessiva di questo personaggio del Quarto Vangelo, è utile allargare l’indagine non solo alle parole di Giovanni che riporta il brano della liturgia di questa domenica, ma anche a quelle che dice successivamente. Procedendo in questo modo, potremmo arrivare ad orchestrare i contenuti di questa testimonianza in tre blocchi:

Il primo è quello letto in Chiesa in questa terza domenica di Avvento. Siamo di fronte alla prima testimonianza del Battista, di cui l’evangelista sottolinea fortemente l’ufficialità. «Il Battista – infatti – deve sottostare a un interrogatorio vero e proprio davanti agli inviati della suprema autorità di Gerusalemme, il Sinedrio» (M. Laconi, in “Il racconto di Giovanni”).
Questa “commissione d’inchiesta” formata di sacerdoti, leviti e farisei, impersona l’altra figura tipica del Vangelo di Giovanni, che fa da contraltare proprio a quella del testimone: è la figura degli oppositori, dei contro-testimoni, di coloro cioè che – per dirla con Tommaso d’Aquino - «domandano per impedire, non per sapere»; e sono gli stessi che – in seguito – condanneranno Gesù.
Nello specifico però qui è Giovanni a confrontarsi con questo potere ostile che, come dicevamo, lo sottopone a un vero e proprio interrogatorio. Le domande incalzanti vertono in particolare sulla sua identità («Tu, chi sei? [...] Chi sei, dunque? Sei tu Elia? [...] Sei tu il profeta? [...] Chi sei? [...] Che cosa dici di te stesso?») e sul perché compia certi gesti («Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?»).
La perentoria risposta negativa del Battista («Non sono il Cristo. [...] No»), oltre ad avere l’ovvio scopo di evitare il rischio di “guardare il dito (Giovanni-testimone), mentre esso indicava invece il cielo (Gesù)”, nasconde forse anche una punta polemica. Come scrive ancora M. Laconi, infatti «il quarto vangelo, proprio mentre pone in risalto più degli altri vangeli la figura del Battista, ogni volta tuttavia sembra ridimensionarla. È il “mandato da Dio” ma “non è lui la luce” (1,68), il “testimone” del Cristo, ma non è il Cristo (1,20-23), l’“amico dello sposo”, ma non è lo sposo (3,27-30), la “lampada che arde e splende”, eppure la sua testimonianza non è determinante (5,33-36)... [...] È ragionevole ritenere che l’evangelista abbia di mira certe correnti religiose che, gravitando più o meno nell’orbita cristiana e appellandosi alla gigantesca figura del battista, lo consideravano “il profeta”, magari il Cristo stesso, e in certi casi lo contrapponevano a Gesù».
La prima testimonianza del Battista nel Vangelo va invece proprio in direzione opposta: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo» (Gv 1,26-27).

La seconda testimonianza, immediatamente successiva nella scansione evangelica, non ha più nulla di ufficiale, di drammatico, di polemico. Essa è rivolta a Israele: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele» (Gv 1,29-31). Oltre a ribadire il ruolo di subordinazione del testimone al testimoniato, questo testo fa un’aggiunta importante. Gesù è chiamato «Agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo». La situazione pare ribaltata rispetto a quella precedente: non è più il “tribunale” dei Giudei che si erge giudice sul Battista, e di riflesso su Gesù; al contrario, è Gesù che si contrappone al peccato del mondo per toglierlo; dove “peccato” al singolare ha un valore teologico specifico: non si tratta tanto dei “peccati”, al plurale, dunque delle mancanze, delle debolezze, delle perversità dell’uomo, quanto piuttosto di una specie di “assoluto negativo” che si erge contro Gesù: il peccato è essenzialmente il suo rifiuto, il rifiuto della Vita. È dunque la morte per l’uomo (non solo fisica ovviamente), è la sua auto-distruzione: per questo è assoluto, perché con esso l’uomo non-c’è. «Ed è proprio da questa tragedia che, secondo il Battista, Gesù “agnello di Dio” è venuto a liberare il mondo» (M. Laconi). Tant’è che questa liberazione coincide con l’immersione nella Vita, nello Spirito di Vita che è Dio stesso. Non a caso infatti questa seconda testimonianza si conclude: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza [immerge] nello Spirito santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio» (Gv 1,32-34).

La terza testimonianza del Battista coincide con le ultime parole che egli pronuncia in tutto il Vangelo. Si trovano al capitolo 3 e suonano in questo modo: «Nessuno può prendersi qualcosa se non gli è stata data dal cielo. Voi stessi mi siete testimoni che io ho detto: “Non sono io il Cristo”, ma: “Sono stato mandato avanti a lui”. Lo sposo è colui al quale appartiene la sposa; ma l’amico dello sposo, che è presente e l’ascolta, esulta di gioia alla voce dello sposo. Ora questa mia gioia è piena. Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (3,27-30). Fedele a queste sue parole, Giovanni in effetti “diminuirà”: da qui in avanti infatti – come detto – non dirà più una parola. Di fronte al tentativo (reale o fittizio poco importa) di suscitare invidia, gelosia e dunque competizione con Gesù, Giovanni risponde con quella gioia per il bene che capita all’altro, che solo chi ama può conoscere, senza ombra di amarezza, rivalità, inacidimento.

Come è ormai chiaro l’intento di Giovanni (Battista) e di Giovanni (evangelista che parla di lui in questi termini) è quello di relativizzare il testimone al testimoniato, di lasciare a quest’ultimo la scena, di suscitarne nel lettore l’attesa. Tramite Giovanni infatti è la decisività di Gesù che il Vangelo di questa domenica propone (non a caso siamo in Avvento, nella domenica detta anche Gaudete): «il Signore mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, a promulgare l’anno di grazia del Signore». Questo è l’evento Gesù, questa è la Vita dell’uomo: chi ci crede non si chiude in sé compiacendo la paura; chi ci crede si apre senza residui nell’amore!

martedì 9 dicembre 2008

Due ventenni parlano di Eluana

Riporto il contenuto di due volantini che sono stati consegnati agli studenti della facoltà di Medicina a Monza. Entrambi parlano del caso di Eluana Englaro.
Il primo è stato scritto dai ragazzi di Comunione e Liberazione e ci è stato dato in facoltà venerdì; il secondo volantino invece l'abbiamo ricevuto oggi ed è stato scritto, in risposta al primo, da due ragazzi che si sono firmati semplicemente con nome e cognome (che però io non riporto) e con la sigla "MED1" cioè iscritti al primo anno del corso di Medicina.

È la prima volta da quando frequento l'università (tre anni in tutto) che qualcuno al di fuori di qualsiasi movimento politico o religioso prova ad entrare apertamente in discussione con il grande movimento di Comunione e Liberazione che nella Facoltà di Medicina di Monza è davvero potente e imponente.
La mia primissima impressione è stata: in quella massa di studenti che siamo, qualcuno di vivo c'è!! qualcuno... due "ragazzini" di vent'anni!

[1° volantino] CARITA’ O VIOLENZA?

«Capire le ragioni della fatica è la suprema cosa nella vita, perché l’obiezione più grande alla vita è la morte e l’obiezione più grande al vivere è la fatica del vivere; l’obiezione più grande alla gioia sono i sacrifici… Il sacrificio più grande è la morte» (don Giussani)

Che società è quella che chiama la vita “un inferno” e la morte “una liberazione”?
Dov’è il punto d’origine di una ragione impazzita, capace di ribaltare bene e male e, quindi, incapace di dare alle cose il loro vero nome?

L’annunciata sospensione dell’alimentazione di Eluana è un omicidio. La cosa è tanto più grave in quanto impedisce l’esercizio della carità, perché c’è chi si è preso cura di lei e continuerebbe a farlo.

Nella lunga storia della medicina il suo sviluppo è diventato più fecondo quando, in epoca cristiana, è cominciata proprio l’assistenza agli “inguaribili”, che prima venivano espulsi dalla comunità degli uomini “sani”, lasciati morire fuori dalle mura della città o eliminati. Chi se ne fosse occupato avrebbe messo a rischio la propria vita. Perciò chi cominciò a prendersi cura degli inguaribili lo fece per una ragione che era più potente della vita stessa: una passione per il destino dell’altro uomo, per il suo valore infinito perché immagine di Dio creatore.

Così il caso Eluana ci mette davanti alla prima evidenza che emerge nella nostra vita: non ci facciamo da soli. Siamo voluti da un Altro. Siamo strappati al nulla da Qualcuno che ci ama e che ha detto: «Persino i capelli del vostro capo sono contati». Rifiutare questa evidenza vuol dire, prima o poi, rifiutare la realtà. Persino quando questa realtà ha il volto delle persone che amiamo.

Ecco perché arrivare a riconoscere Chi ci sta donando la presenza di Eluana non è un’aggiunta “spirituale” per chi ha fede. È una necessità per tutti coloro che, avendo la ragione, cercano un significato. Senza questo riconoscimento diventa impossibile abbracciare Eluana e vivere il sacrificio di accompagnarla; anzi, diventa possibile ucciderla e scambiare questo gesto, in buona fede, per amore.

Il cristianesimo è nato precisamente come passione per l’uomo: Dio si è fatto uomo per rispondere all’esigenza drammatica – che ognuno avverte, credente o no – di un significato per vivere e morire; Cristo ha avuto pietà del nostro niente fino a dare la vita per affermare il valore infinito di ciascuno di noi, qualunque sia la nostra condizione.

Abbiamo bisogno di Lui, per essere noi stessi. E abbiamo bisogno di essere educati a riconoscerLo, per vivere.

(Comunione e Liberazione)

[2° volantino] In risposta al comunicato di C. L. in merito al caso Englaro

IMPORRE UN’ETICA CON LA VIOLENZA ?

«Ma che potrei fare da credente? Imporre la mia visione a chi non la pensa come me?
Va bene evangelizzare, ma l’etica per definizione non si impone.»
(Vito Mancuso, teologo)

«La prosecuzione della vita umana fisica non è di per sé il principio primo e assoluto, sopra di esso sta la dignità umana. E dove si dà questo principio di dignità se non nel rispetto delle convinzioni altrui?» (cardinale Carlo Maria Martini)

A casa dello sconosciuto si bussa, si chiede permesso e lievemente si oltrepassa l’uscio, quasi cercando di non rompere l’intimità di chi accoglie. Forse gli autori del volantino firmato da Comunione e Liberazione deve essere sfuggita questa semplice regola di cortesia, sventolando senza pudore parole come “omicidio” in casa di chi ha bisogno di tutto tranne che vengano aggiunti veleni al proprio dolore. Credete sia facile rassegnarsi all’evidenza di una figlia che dopo sedici anni di cure non ritorna più a coscienza?

Basterebbe un po’ di umiltà per capire che i problemi sono ben più complessi di come vengono presentati, che se davvero la ricerca è quella della verità, bisognerebbe accorgersi che coloro che sostengono una legge in tema di bioetica non sono dei mostri senza cuore pronti a “soffiarsi il naso” con la vita altrui. È in buona sostanza una questione di gradi, di sfumature, ingranaggi infinitesimali in sistemi di mostruosa complessità.

Noi che scriviamo non abbiamo la difficoltà a definirci cattolici, frequentiamo settimanalmente la messa, e ci impegniamo a diffondere i messaggi di amore del vangelo, ma non possiamo accettare l’arroganza di chi vuole avere l’ultima parola sulla vita di tutti, senza esclusione di giudizio nemmeno davanti alla sofferenza di un padre dilaniato, che chiede solo che si faccia un po’ di silenzio.

La passione per l’uomo (che per inciso non è appannaggio solo del cristianesimo) deve assolutamente essere ribadita con tutta la forza di cui necessita, soprattutto nel campo della medicina, passione per l’uomo che mai deve prescindere dal rispetto.
E allora non è violenza strumentalizzare il nome di chi non si conosce neppure, innalzando un caso così delicato a vessillo di una vostra battaglia?
(firmato da due ragazzi iscritti al primo anno di Medicina)

Laicità e cristianesimo di Giuseppe Ruggeri

In mezzo al guado
Non è mia intenzione analizzare le varie modalità in cui il cristianesimo si è posto davanti al fenomeno della laicità: da origine di essa (ricordiamo tutti il classico di Gorges de Lagarde, La naissance de l’esprit laîque au déclin du Moyen âge) sino ad oppositore. E in una siffatta analisi storica occorrerebbe poi tener conto che l’unico discorso adeguato è quello che parla di cristianesimi al plurale: non solo di cristianesimi cattolico, luterano, calvinista, anglicano, ma anche francese, tedesco, italiano, spagnolo, etc. Scegliendo la prospettiva cattolica, io cercherò invece di partire dalla costatazione che, nei rapporti tra cristianesimo e laicità, sia necessaria una diversa prassi rispetto all’equilibrio passato e vigente. Dobbiamo cioè prendere atto che siamo in mezzo al guado: all’altra sponda ci aspetta qualcosa di diverso della sponda che abbiamo abbandonato.
La figura del passato rapporto, all’interno delle società occidentali, era sostanzialmente prodotta dalla tensione che corre fra due poli. Il primo è stato fissato a livello teorico dai politiques e dagli illuministi, ma già alla fine del Seicento aveva raggiunto la sua forma sufficientemente definitiva in Locke: lo Stato, fermo restando il nucleo di valori necessari alla convivenza ordinata dei cittadini, è incompetente di fronte alla diversità dei culti presenti all’interno dei propri confini e delle convinzioni attorno a cui essi si costituiscono come libere associazioni. L’altro polo invece è stato fissato nel cosiddetto diritto pubblico ecclesiastico elaborato durante l’Ottocento: la chiesa non è depositaria solo della conoscenza del fine ultimo soprannaturale dell’uomo e dei mezzi per raggiungerlo, ma altresì della conoscenza dell’ordine naturale della realtà e quindi vigila, per un mandato ricevuto nella rivelazione stessa sulla cui base essa si costituisce, perché questo non sia leso.
All’interno del primo popolo, il termine di laicità, come sostantivo astratto, aveva fatto la sua apparizione con il processo di radicalizzazione della separazione tra chiesa e stato che porterà, dopo il 1870, anzitutto in Francia, alle nuove leggi sulla scuola e sulla sua neutralità nei confronti delle convinzioni religiose. Esso registra la sua prima “entrata” nel Supplément del 1871 del dizionario della lingua francese del Littré, che ne definisce il significato come “Caractère laïque”, avendo definito in precedenza il laico come colui “qui n’est ni ecclésiastique ni religieux”.
La chiesa cattolica da parte sua non si era mai rassegnata alla “separazione”. Infatti, nonostante a metà del secolo passato si sia aperta con il Vaticano II ad una valutazione positiva della secolarizzazione, non ha mai di fatto cessato di far valere la propria pretesa soprattutto in quei paesi nei quali l’opinione pubblica è fortemente segnata dalla sua presenza (si ricordino in Italia i pronunciamenti dei vescovi in occasione dei referendum sul divorzio e sull’aborto).
Ma questa tensione, più o meno controllata perché non raggiungesse un grado di calore insostenibile, registra adesso uno squilibrio notevole, nella misura in cui si è modificata la fonte di energia del polo civile-statuale. Il fatto, se valgono le date di pubblicazione degli scritti, non è un risultato della nuova situazione di multiculturalismo creatasi con le migrazioni recenti dei popoli dal sud e dall’est vero l’Occidente europeo e nordamericano. Esso si innesta piuttosto nell’evoluzione della società secolarizzate. Infatti il cosiddetto Böckenförde-Diktum risale a uno scritto del 1967 (Die Entstehung des Staates als Vorgang der Säkularisation): “Lo Stato libertario e secolarizzato vive di presupposti che da se stesso non può garantire. Questo è il grande rischio nel quale, a causa della libertà, esso si è messo. Come Stato libertario esso può sussistere solo se la libertà che esso garantisce ai suoi cittadini si regola dall’interno, a partire dalla sostanza morale del singolo e dell’omogeneità della società. Ma d’altra parte lo Stato non può cercare di garantire queste energie di regolazione interna a partire da sé, cioè con i mezzi della costrizione giuridica e del comando autoritativo, senza rinunciare al suo carattere libertario e ricadere - su un piano secolarizzato - in quella pretesa totalitaria dalla quale esso aveva fatto uscire nelle guerre civili confessionali».
Credo che, come è apparso ancora nella recente pubblicistica italiana (vedi la reazione di Scalfari del 23 luglio scorso all’ennesimo intervento di Habermas sull’argomento, pubblicato in Reset e ripreso su Repubblica del 19 luglio), si faccia fatica a cogliere le implicanze di quell’affermazione. Il detto di Böckenförde non è un’affermazione di principio, ma è la costatazione di un dato: la frantumazione crescente delle società post-secolarizzate mette alla luce un vuoto a livello statuale, giacché esse non appaiono in grado di generare in misura sufficiente quei valori comuni che fondano qualsiasi patriottismo costituzionale oppure, come diceva il vecchio Rousseau, quei “sentimenti di sociabilità, senza dei quali sarebbe impossibile essere un buon cittadino o un soggetto fedele. Il sovrano (leggasi oggi: la carta costituzionale) non può obbligare qualcuno a crederli, può tuttavia bandirlo dallo Stato, come incapace di stare in società (= insociable), di amare sinceramente le leggi, la giustizia e di immolare, secondo la bisogna, la propria vita al suo dovere».
Non voglio affatto entrare nella discussione sul senso della secolarizzazione, sui suoi sviluppi attuali e via dicendo. Mi limito a dire che la richiesta alle religioni di svolgere la funzione di “religione civile”, di centrale cioè dei valori che impediscano la frantumazione sociale, non è fatta anzitutto dalle religioni stesse, ma sorge all’interno della società postsecolare. Le chiese e le centrali religiose oggi cioè intervengono perché chiamate in causa. Che in questa richiesta e nelle conseguente risposta delle chiese e delle religioni ci sia un’eterogenesi di fini è altrettanto vero e forse è proprio questo il nodo dei vari problemi. Se cioè da parte dello Stato non può comunque mai essere messa in discussione la propria totale autonomia, per cui un eventuale apporto esterno va comunque da esso filtrato e controllato, le religioni tendono in forza dell’assolutezza dei propri convincimenti a relativizzare questa autonomia. Proprio quest’eterogenesi di fini impone allora quello che Habermas chiama un mutuo apprendistato. Comunque dovrebbe esser chiaro il primo dato da cui vorrei partire: esiste un’effettiva richiesta di senso da parte delle società postsecolari in misura tale da mettere in discussione la neutralità dello Stato rispetto al fattore religioso e, in concreto, all’interno dell’Occidente, al cristianesimo. Ma, e questo mi sembra il punto ancora più delicato, sul quale vorrei particolarmente fermarmi, quella richiesta rischia altresì di mettere in discussione la missione delle chiese cristiane, se esse non “apprendono” a loro volta a leggere i segni dei tempi, il senso di ciò che accade alla luce del vangelo.
Il primo passo
In un contesto ormai diverso da quello in cui si collocava il dictum di Böckenförde, il concetto di laicità dello Stato ha subito una significativa evoluzione almeno nel contesto italiano: da semplice connotazione dell’incompetenza e della neutralità dello Stato essa si è mutata in garanzia dell’espressione del pluralismo religioso nell’ambito delle relazioni pubbliche. Questo è il senso della sentenza della Corte costituzionale (n. 203 del 1989) e della sua recezione nella giurisprudenza italiana. La sentenza infatti recita che i “valori di libertà religiosa nella duplice specificazione di divieto: a) che i cittadini siano discriminati per motivi di religione; b) che il pluralismo religioso limiti la libertà negativa di non professare alcuna religione... concorrono, con altri (artt. 7, 8 e 20 della Costituzione), a strutturare il principio supremo della laicità dello Stato, che è uno dei profili della forma di Stato delineata nella Carta costituzionale della Repubblica». Più oltre la stessa sentenza (n. 203 del 1989) ribadisce ancora che “Il principio di laicità, quale emerge dagli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20 della Costituzione, implica non indifferenza dello Stato dinanzi alle religioni ma garanzia dello Stato per la salvaguardia della libertà di religione, in regime di pluralismo confessionale e culturale».
Questo passaggio nella concezione e nella pratica della laicità, dalla neutralità alla garanzia e alla tutela delle differenze, è stato confermato dalla giurisprudenza ordinaria fino al punto che il Tribunale di Roma con sentenza del 26 aprile 1991 (Giur.it. 1995, p. 956s.) stabiliva che anche “alle associazioni non riconosciute ... deve essere riconosciuta la titolarità di situazioni giuridiche soggettive tutelabili in via giudiziaria, ivi compresi i c.d. diritti della personalità, tra i quali sono da ricomprendere quello della denominazione e quello dei simboli”. Da parte sua la Corte costituzionale (sent. del 24 luglio 1990 n. 365) aveva già ribadito che la portata del principio fondamentale dell’autonomia della religione espresso nell’art. 5 della Costituzione, “implica che non può non ritenersi minimale dell’autonomia della religione il potere di scegliere i segni più idonei a distinguere l’identità stessa della collettività che essa rappresenta”.
Mi azzardo da profano a commentare queste sentenze. Esse non si pongono in funzione della “debolezza” dello stato libertario postsecolare, come era il caso del dictum di Böckenförde, ma nel contesto del pluralismo religioso. In esse non si tratta certo del formale riconoscimento delle religioni a svolgere quella funzione di alimentazione dei valori comuni di cui la società ha bisogno per evitare la propria frammentazione, ché, al contrario, proprio la tutela delle differenze costituzionalmente garantita potrebbe incentivare la frammentazione stessa. Resta nondimento il fatto che lo Stato, pur non confessando la propria debolezza nella produzione di valori comuni, garantendo la libera espressione negli spazi pubblici della presenza delle varie religioni (ad es. nella scuola statale), riconosce implicitamente la funzione educativa che le centrali religiose svolgono nei confronti del tessuto sociale. Nella situazione italiana in particolare mi pare che abbiamo assistito ad una estensione per così dire di questo riconoscimento, non riservato più alla sola religione cattolica, ma anche alle altre denominazioni religiose. L’aporia resta e, proprio in quanto tale, svela una richiesta implicita: così come lo Stato ai fini della pacifica convivenza dei cittadini si assume la tutela delle differenze, queste a loro volta sono chiamate ad esplicitare la loro presenza in funzione della convivenza pacifica stessa, subordinando quindi allo scopo perseguito dallo Stato ogni eventuale loro pretesa in contrasto con questa esigenza, pena il decadimento del loro diritto alla libera espressione nello spazio pubblico.
Il multiculturalismo religioso ha costretto per così dire lo Stato ad apprendere una diversa modalità della propria laicità, più ricca e articolata rispetto alla minimale istanza della propria autonomia. Resta da sapere se le religioni sono capaci di “apprendere” a loro volta ad abitare questo spazio. Debbono esse riproporre il vecchio connubio tra religione e società, quello di religione civile, oppure reimmaginare il proprio ruolo? E qualora fosse questa, quella della religione civile, il ruolo delle varie centrali religiose, la forma che debbono assumere è quella della costruzione di un’etica comune (il Weltethos di Hans Küng), oppure qualcosa di diverso? La mia riflessione qui, essendo quella di un teologo cattolico, si restringe di fatto ad un solo ambito, quello cristiano.
I diversi volti della religione civile
Il cristianesimo ha progressivamente ereditato, nel corso del IV secolo, la funzione di religione civile che la religione greco-romana svolgeva nella società di allora. Quando il cristianesimo venne man mano soppiantando la funzione pubblica che svolgeva in seno all’impero romano la religione tradizionale, è chiaro che dovette fare i conti con la necessità di riconfigurarsi nel suo rapporto con la società, un rapporto che non poteva essere quello di una religione minoritaria e per di più “fuori legge”, com’era stata fino agli inizi del IV secolo. Questa funzione venne svolta, prima dell’età moderna, nelle diverse forme del regime di “cristianità”. La “sinfonia” tra chiesa e potere imperiale dell’Oriente cristiano, non è esattamente quella dell’epoca carolingia in Occidente, né quella ierocratica di Innocenzo III o quella delle “nazioni” cristiane tardomedievali. Possiamo tuttavia dire che il nesso essenziale tra cristianesimo e società civile rimane anche in epoca moderna, nell’epoca del confessionalismo (Cuius regio et religio: Pace di Augusta del 1555) e delle riforme settecentesche, quando i principi prendono l’iniziativa di rinnovare essi stessi la disciplina esterna delle chiese perché si adeguassero alle mutate situazioni storiche, a cominciare dal caso estremo in Russia di Pietro il Grande. Si davano certamente tensioni tra chiesa e stato nella gestione di questa funzione, ma la funzione era comunque ascritta al cristianesimo storico nella forma concreta che esso aveva assunto all’interno di ogni società.
Nella storia occidentale ad un certo punto avviene tuttavia una cesura che si manifesta in una duplice forma. Le chiese infatti, siano esse quelle protestanti che quella cattolica, perdono il controllo della funzione pubblica della dimensione religiosa. Ma ciò avviene diversamente nell’Europa che man mano farà suoi i risultati della Rivoluzione francese, rispetto all’America. In Europa gli Illuministi avevano anticipato in questo caso il futuro. Infatti, prima ancora che le rivoluzioni settecentesche traducessero in realtà politica la nuova concezione della “religione civile”, erano stati loro a delinearne il nuovo soggetto responsabile nello stato. E questo avveniva perché nessuno più degli Illuministi, Voltaire in prima fila, era convinto della funzione necessaria della religione per la coesione sociale. Non si trattava però della religione dogmatica o dei preti - era questo il loro vocabolario - ma di una religione sottratta al controllo delle chiese. In America, prima ancora che la Rivoluzione del 1789 in Europa traducesse in atto la previsione illuminista, non fu tuttavia lo stato ad assumersi la gestione della religione civile. La memoria delle persecuzioni ad opera della chiesa inglese di stato era troppo viva nei padri fondatori perché essi potessero pensare di affidare allo stato qualsiasi responsabilità, sia pure larvata, nella gestione della religione. Il primo Emendamento della Costituzione Americana stabiliva perciò l’incompetenza del Congresso ad emettere leggi che riguardassero o l’istaurazione della religione o la proibizione del suo libero esercizio. Ma questo stava a significare, nella situazione di pluralismo religioso che connotò fin dagli inizi la storia degli Stati Uniti d’America, che l’insieme dei valori che fondavano la coesione sociale e che variamente venivano collegati alla fede biblica, aveva una sua esistenza autonoma nel consenso dei vari componenti la società civile. L’una e l’altra forma tuttavia entrarono variamente in crisi per lo meno a ridosso della seconda guerra mondiale. Sta qui la pertinenza del detto citato sopra di Böckenförde che fotografa la crisi del ‟patriottismo costituzionale”. Ma già Courtney Murray in un articolo del 1955 si rendeva conto che non esiste più negli USA quell’”idioma comune” che aveva permesso il sorgere della Costituzione americana e che era costituito da una “filosofia pubblica” che includeva “un intero corpo di concetti, principi e precetti concernenti la vita politica dell’uomo”.
La chiesa cattolica nel Vaticano II, soprattutto con la Dichiarazione sulla libertà religiosa, fece un’operazione di estrema importanza, che tuttavia saldava i conti con il passato più che attrezzarla ai compiti che già allora si profilavano all’orizzonte. La scelta più gravida di conseguenze fu quella della prospettiva di filosofia civile fondamentalmente ispirata da Cortney Murray e Maritain. In maniera un pò brutale potremmo dire che venne accettata la soluzione di Locke: lo Stato è tollerante, le chiese al loro interno possono essere intolleranti (cf. la ricerca di Silvia Scatena (La fatica della libertà, Il Mulino, Bologna). Escludendo una prospettiva teologica, perché essa avrebbe chiamato in causa la dottrina eleborata nel corso dell’Ottocento (Paolo VI viveva nella paura che gli si potesse addebitare una rottura con la dottrina “tradizionale”), di fatto la chiesa cattolica a livello magisteriale omise, nel trattare la problematica della libertà religiosa, di ri-pensarsi anche nei suoi equilibri interni, quelli imposti dalla libertà stessa e dell’assoluta gratuità dell’atto di fede. E non è un caso che a mio avviso, di fronte alla richiesta che adesso sorge dalla società postsecolare essa rispolveri, con la variante del rispetto del pluralismo democratico che ha assunto la sua formulazione più esplicita nel famoso dialogo tra Ratzinger e Habermas, i termini dell’ottocentesco diritto pubblico ecclesiastico. Esistono principi “non negoziabili”, quelli del diritto naturale, che la chiesa è tenuta a far valere anche nella società attuale.

È possibile una presenza evangelica?
Ho già accennato ad una soluzione possibile che sembra accettabile oggi alle varie parti: quella della costruzione di un’etica comune, in cui di fatto convergerebbero tutte le religioni mondiali e la stessa etica autonoma della cultura secolarizzata, sbracciandosi tutti assieme, per così dire, nel dare una mano al collasso di quest’etica stessa. Non voglio discutere il fatto che questo in qualche modo, al di là della consapevolezza voluta delle religioni, già di fatto avvenga. Anzi la convinzione di questo fatto, il suo carattere scontato, mi fa capire che non va ricercato qui lo snodo del problema. Inoltre va fatta a questo proposito una considerazione: la dimensione etica di ogni religione è inseparabile e fa tutt’uno con le convinzioni religiose più profonde. E sono queste convinzioni più profonde che condizionano e fungono da filtro all’etica. Le religioni non fanno opera di distillazione tra etica e religione. E quindi difficilmente presteranno in maniera asettica la loro collaborazione. Sarebbe facile avvalorare questa considerazione con un’analisi del rapporto tra etica comune e principi “rivelati” non solo dell’Islam, ma della storia stessa del cristianesimo. Lo stesso dibattito protestante su Legge e Vangelo iniziato a partire da Barth nel Novecento, a mio avviso lo prova a sufficienza. Ma, al di là dei dibattiti teologici, è la storia concreta che dimostra come la violenza faccia parte della storia delle religioni nella difesa dei loro principi. Abbandonando quindi ogni considerazione generica mi limito a qualche riflessione interna alla tradizione cristiana. Una soluzione posta oggi dalla situazione postsecolare va affrontata dai cristiani all’interno di una lettura credente della storia come luogo dell’interpellazione di Dio. Il parlare di Dio all’uomo, nella convinzione dei cristiani, non è solo quello del passato, ma anche quello del presente. Se abbandoniamo una lettura catastrofica della storia stessa, se ne facciamo il luogo dove vivere la speranza degli uomini caricandosi delle sue contraddizioni, allora la richiesta di una “religione civile” che viene dalle società postsecolari va interpretata criticamente. Si tratta di una richiesta che viene fatta adesso, dopo la parentesi di una fase storica, dall’Ottocento fino ad una gran parte del Novecento, in cui la laicità si è declinata come tolleranza neutrale rispetto al fatto religioso. Adesso, questa laicità, al di là di questa semplice tolleranza, viene declinata come garanzia del pluralismo delle presenze negli spazi pubblici della convivenza civile. In questa sua connotazione essa chiede implicitamente ai vari soggetti religiosi un contributo alla costruzione di una convivenza nella pace. Come lo storpio al tempio questa società chiede l’elemosina, ma non del soldo, bensì di un supplemento d’anima. O come il paralitico di Cafarnao che viene calato dal tetto per essere guarito, la società civile chiede di essere aiutata a camminare. Ma né lo storpio nè il paralitico ricevono quello che chiedono, in ambedue i racconti neotestamentari, ma qualcosa di più. Il contributo del cristianesimo alla storia degli uomini è il vangelo di Gesù Cristo, nella sua specificità, senza sconti. Ché questo vangelo assuma e contenga quindi alcuni principi di etica comune, va da sé. Che coloro i quali se ne lasciano conquistare abbiano anche una precisa responsabilità etica nei confronti della società va anche da sé. Se tuttavia si vuole approfittare della richiesta che viene fatta dalla società civile per riprendere una vecchia posizione di privilegio, allora si svilisce e riduce il vangelo a prospettiva etica e lo si strumentalizza in funzione dell’autoaffermazione delle chiese. Il senso profondo della richiesta da parte della società è se le varie centrali religiose, riconoscendo la totale autonomia, la laicità, della convivenza sociale in un’epoca postsecolare e multiculturale, possano collocarsi creativamente dentro il divenire di una società sempre più frantumata. C’è in questa richiesta qualcosa che mette in discussione la pretesa religiosa sull’etica. Le centrali religiose sono chiamate cioè a prestare un contributo per la formazione di un consenso che esse non possono controllare o dominare. I primi cristiani, nella loro testimonianza pubblica, non si sentivano responsabili dei destini del mondo. “Questo” mondo e i suoi elementi erano infatti destinati a finire e la salvezza stava “altrove” (l’osservazione è di von Campenhausen). I cristiani di oggi invece accettano la responsabilità comune per una umanizzazione della società mondana e delle sue strutture. Ma questa responsabilità non è più quella configurata secondo i vari regimi di cristianità preottocenteschi. Essa va cioè esercitata non solo “laicamente”, bensì anche “cristianamente”. Si tratta di sapere se la loro fede è in grado di mettersi al servizio di qualcosa che essa non può e non deve integrare, fuori quindi dall’orizzonte disegnato dal diritto pubblico ecclesiastico dell’Ottocento all’insegna del potere indiretto della chiesa sulla società.
Il compito
Di proposito ho evitato di procedere fino adesso da definizioni di principio e ho scelto un registro prevalentemente narrativo. La radice ultima dei problemi che sorgono nel chiarire il nesso tra cristianesimo e laicità sta nel rapporto che entrambe le due grandezze hanno con l’etica. Giacché la laicità, come autosufficienza dello Stato nel definire i rapporti tra i cittadini, contiene un riferimento a valori condivisi, quelli che Rousseau chiamava i sentimenti di sociabilità, e il vangelo a sua volta implica un’etica, se non altro nella formula paolina del “portare gli uni i pesi degli altri per adempiere la legge di Cristo”. Usando tuttavia il termine etica noi spesso lo identifichiamo nell’uno e nell’altro caso con un determinato sistema di norme, ignorando che la dimensione etica dell’uomo resta per sé indeterminata e che solo nella storia l’uomo la esplica dentro obbligazioni precise (questo è almeno a mio avviso il pensiero di Tommaso, ma anche quello di Kant). La dimensione etica dell’uomo non vive se non in una forma determinata, ma trascende questa forma. Si pensi soltanto al rispetto della vita che assume varie forme nel diritto di guerra a partire dalle forme arcaico-religiose dello herem e fino alle convenzioni di Ginevra, nella difesa dell’innocente, nell’uso della violenza riservata allo Stato etc.
Il vangelo del Regno predicato da Gesù e dalla chiesa, se implica un’etica e se storicamente assume la configurazione storica dei codici etici (ricordo soltanto i codici familiari assunti da Paolo o l’istituto della schiavitù così come di fatto è stato per le meno tollerato dalla chiesa) tuttavia trascende questa configurazione e al tempo stesso la reinterpreta. Le chiese cristiane debbono questo e nient’altro agli uomini. Per le chiese si tratta di offrire alle società postsecolari quella continua risignificazione dell’etica comune, storicamente determinata, risignificazione che è possibile a partire dalla vita in Cristo. Ma questo implica che esse per un verso offrano questa loro testimonianza, che è non solo prassi ma altresì ermeneutica e quindi dottrina, e per altro verso la offrano secondo lo stile specifico che è essenziale alla testimonianza stessa del vangelo: la misericordia, la gratuità, la libertà. L’etica degli uomini non sorge dal vangelo, ma è risignificata dal vangelo. Senza questa risignificazione (esemplarmente espressa nella lettera di Paolo a Filemone a proposito dell’istituto della schiavitù) l’apporto della chiesa è nullo. Il compito così delineato presuppone tuttavia alcune condizioni: la povertà (nel senso medievale del termine dove il pauper si oppone al potens) in primo luogo e la conversione continua della chiesa alle esigenze del vangelo nel tempo degli uomini e delle donne. Tutto questo può apparire utopico. Si aggiuna inoltre un’altra complicazione che è di sempre. Infatti il vangelo predicato delle chiese, storicamente e sempre, vive da “estraneo” dentro un sostrato religioso (quello dell’ebraismo prima, poi quello della religiosità greco-romana e via via fino ai nostri giorni dentro quella dimensione religiosa segnata dalla crisi della società secolare). Come fa una chiesa a non essere una “chiesa di popolo”, disattenta quindi alle esigenze religiose della cultura in cui si colloca? Come fa ad essere “povera” quando la religione stessa è sempre storicamente componente costitutiva del potere?
L’urgenza della povertà come via ecclesiae è stata proclamata in un sofferto passo della Lumen gentium, ma è praticamente rimasta lettera morta, anzi spesso censurata, a livello istituzionale. E tuttavia il riconoscimento formale di una presenza povera porta alla costatazione di un’obiettiva tensione fra due stati di cose altrettanto reali nel contesto presente. Il primo è che le chiese, in misura diversa, nella congiuntura attuale, si dimostrano incapaci di sfuggire allo scambio politico che offre loro la società postsecolare. Si pensi alla rappresentazione simbolica di questo scambio in alcune liturgie, come quella dei funerali ai poveri soldati caduti a Nassiria, ma più concretamente alla legislazione scolastica, a quella della famiglia etc. Il secondo, non meno forte, è che le chiese, in quanto luogo della memoria credente di Gesù Messia, offrono realmente la possibilità stessa e l’alimento della testimonianza e della predicazione del vangelo, custodendo così nel proprio seno quell’energia del Regno che offre una speranza al cammino degli uomini e delle donne nella storia della creazione, ricca di mistero, che attende con impazienza la “rivelazione dei figli di Dio”. Utopico è allora soltanto il tentativo di sfuggire alla tensione fra questi due stati di cose.


Cf. adesso l’edizione italiana a cura di M. Nicoletti, La formazione dello Stato come processo di secolarizzazione, Brescia 2006, che tuttavia qui non viene seguita, soprattutto nella resa di freiheitlich (che Nicoletti traduce con “liberale”, mentre io preferisco “libertario”).
Per una prima introduzione alla problematica storica della “cristianità” mi permetto di rimandare al mio saggio introduttivo in: G. Ruggieri, a cura di, La cattura della fine. Variazioni dell’escatologia in regime di cristianità, Bologna 1992, VII-XXXI.
J. Courtnay Murray, Catholics in America - A creative minority - yes or no?, in Catholic Mind 53 (1955), qui riportato sec. Kenneth L. Grasso, We held these truths: The transformation of American pluralism and the future of American democracy in John Courtenay Murray and the American civil conversation, ed. by R. B. Hunt and K. L. Grasso, Grand Rapids Michigan 1992, 89-115.
Cf. G. Ruggieri, Evangelizzazione e stili ecclesiali. Lumen Gentium 8,3, in Annuncio del Vangelo, forma ecclesiae, a cura di D. Vitali, Cinisello Balsamo (Milano) 2005, 225-256.

lunedì 8 dicembre 2008

L'Immacolata

1 Un difficile dialogo… “Adamo, dove sei?”
Una convinzione fondamentale percorre tutta la Bibbia: questa nostra storia non è abbandonata al caso, non è neppure semplicemente affidata alla rara bontà dei pacifici o alla violenza dei prepotenti, ma porta al suo interno un riferimento essenziale. È la storia misteriosa di un’ALLEANZA (un patto di AMICIZIA), il cui disegno, nato nel cuore di Dio, è addirittura anteriore alla storia del mondo. Il Signore continua a venirci a cercare (Adamo, dove sei?), anche se ci pare sempre più difficile sentire i suoi passi, da quando il giardino naturale degli inizi è tanto “culturalizzato” e calpestato da tanti passaggi.
La fatica di rispondere a Dio, il nascondersi al suo sguardo, il mascherare le nostre paure e desideri nel folto dei problemi e dei conflitti della vita, rivela la frattura dell’armonia della coppia umana e del suo mondo: un “peccato” che non ci tocca come singoli, soltanto, ma anzitutto come specie umana. Allora le “maledizioni” non sono tanto la condanna di un peccato che è sempre “prima” del singolo, ma la rivelazione o ratifica della condizione umana di partenza, per aiutarci a ricostruire il dialogo con Dio.
Nella Parola che ratifica la condizione umana c’è già la salvezza promessa: la donna, pur attraversando il dolore, ha una stirpe, ha futuro. Il male non ha futuro (il serpente mangia polvere e polvere sarà per sempre). Anche l’uomo tornerà polvere, ma mangia pane di sudore, (grazie al quale, “anche se muore vivrà”!). La proposta di salvezza è nella parola che di nuovo ci è rivolta da Dio, che non si stanca di parlare… Poiché egli ci ha fatto conoscere il mistero della sua volontà, secondo quanto nella sua benevolenza aveva in lui prestabilito per realizzarlo nella pienezza dei tempi: ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra.
2 Anche l’uomo ha imparato a parlare…
Il termine CULTURA designa tutto ciò per cui l’uomo affina e sviluppa le molteplici capacità del suo spirito e del suo corpo; si sforza di sottomettere l’universo per mezzo della conoscenza e del lavoro; umanizza la vita sociale, sia nella famiglia sia nell’insieme della vita civile, grazie al progresso dei costumi e delle istituzioni; esprime, comunica e conserva infine, nelle sue opere, nel corso del tempo, le grandi esperienze spirituali e le più profonde aspirazioni dell’uomo, perché servano al progresso di molti, anzi di tutto il genere umano” [Vat. II, GS]
La CULTURA è il modo di essere, cioè di pensare e di agire che predomina in una data collettività in un’epoca determinata”. “La CULTURA è ciò per cui l’uomo in quanto uomo diventa più uomo, è di più, accede in misura maggiore all’essere” [Giov. Paolo II].
La cultura è il pezzetto di natura coltivato dall’uomo, il quale modifica, trasforma, adatta, rimodella (talora deturpa)... i meccanismi naturali cercando di plasmarli come lui pro/getta: così l’uomo trasforma il nido (la cultura!) dove è nato e cresciuto e dove cresceranno gli altri uomini... cioè coltiva se stesso.
La sua zappa è la libertà, lo strumento con cui resiste alla pressione della necessità, la modifica, le si impone -quando riesce!-. E così, di un meccanismo (di eccelsa qualità biologica e psichica, ma pur sempre “necessitato”) fa una “storia possibile”. Perché può farla andare, in qualche modo, come vuole lui. Per questo è lui l’unico pezzetto di natura dove ‘può esistere l’amore’, che è la possibilità di donare qualcosa di proprio, fare un regalo – gratis, per niente, cioè per amore, appunto! E non per forza di necessità meccanica o biologica o psichica... ma per una proprietà “specialissima” – che ha solo la specie umana, nel mondo.
3 Finalmente l’uomo (una donna!) ascolta : “… avvenga di me quello che hai detto!”
Maria non solo ha seguito più da vicino, ma è stata coprotagonista DELL’INCARNAZIONE CULTURALE (Giov. Paolo II) di Cristo. L’incarnazione è narrata in un discorso, un dialogo! Il corpo di Maria, il suo cuore, la sua intelligenza, il suo linguaggio... sono il nido dove è cresciuto il nuovo uomo! Per questo il suo itinerario è “umanamente sconvolgente”... Senza le sue scoperte umane, i suoi problemi, i suoi misteri, le sue domande, le sue risposte, le sue incomprensioni, le sue trepidazioni... senza la sua totale dedizione all’amore (allo Spirito), in una preghiera affettuosa e intelligente… : cioè senza la sua inculturazione primaria (ha coltivato il primo uomo nuovo!), la nostra fede (odierna!) è immaginaria, non reale, non storica, non personale... E senza inculturazione non c’è contemplazione (ascolto) della verità e dell’amore. “La vostra cultura sia il preambolo della contemplazione, la vostra contemplazione sia portatrice e promotrice di cultura” [Giov. Paolo II, ai Carm. Scalzi., 1986].
Maria è dunque il luogo umano, l’anello della catena generazionale umana, nel quale Dio, fedele alla sua promessa di dialogo amichevole, ha domandato di inserirsi per essere parola autentica, fatta di carne umana, nella nostra storia drammatica. Questo è il mistero incredibile: la carne umana (il seno di una donna e la sua corteccia cerebrale…) è abitabile da Dio, dalla pienezza di Dio (Col 2,9). Può divenire pienamente trasparente alla luce dell’amore! Ci tocca cambiare l’idea di Dio – e anche dell’uomo!
…“Immacolata” dal peccato originario della specie umana. Cioè, aveva dentro una “grazia”, come una passione di amore, che sanava alla radice e rigenerava pienamente la nostra irresponsabilità di fronte a Dio - l’incapacità di amore gratuito - l’egoistica invincibile voglia di opacità e ripulsa alla sofferenza che ci preme da ogni parte….. Lei si consegna totalmente al dialogo con lui, alla sua amicizia. La sua vita rimane pienamente umana, faticosa, difficile, sofferente... pellegrinaggio di fede e di consapevolezza progressiva, ma sempre aperta alla speranza, alla riconoscenza, alla gioia, al servizio…
E così ha cominciato un’altra storia umana (un’altra cultura!), che hanno scritto poi dopo: ma lei, nel solco delle Scritture antiche, l’ha come reinventata … Non perché lei fosse un genio. Anzi diceva d’essere molto piccola e che era Dio che le voleva troppo bene... Soltanto che si era impegnata a non scordarsi mai nessuna Parola. Le conservava con cura, appunto, e le esaminava lungamente con l’intelligenza e il cuore - disposta a fare tutto quello che capiva, negli eventi difficili nei quali era sempre più coinvolta…
Inventò così la preghiera esistenziale, della consegna totale, intelligente e affettuosa, insieme!
Una mistura di consenso libero e consapevole ad un piano “primordiale” quanto misterioso di Dio, dentro le faccende della nostra storia. Per ripetere il suo sì a questo piano inaudito, dove il Padre ci ha benedetti con ogni benedizione, ancor prima della creazione del mondo e di tutti i nostri problemi.
Perché lei aveva capito che lì c’entrava tutto - tutta la storia antica e futura: il mangiare e la fame, i troni e la polvere, gli angeli di pace e gli innocenti ammazzati, la miseria del popolo e la sua cugina anziana, i vecchi sacerdoti senza più parole e i fidanzati che dovevano sposarsi senza vino... Infine, tutte le antiche insopprimibili speranze inesauste dell’umanità. Tutto si poteva raccogliere - riaggiustare - e pregare, nel nuovo modo di essere uomini, che -chissà come!?- il suo piccolo aveva iniziato, nel suo seno.

venerdì 5 dicembre 2008

La necessità di un precursore

I testi che la liturgia ci propone per questa seconda domenica di Avvento, in particolare la prima lettura e il Vangelo, ci pongono di fronte alla figura del precursore, alla sua importanza, al suo ruolo, alla sua necessità.
Per quanto riguarda il Libro del profeta Isaia, scelto non a caso dal liturgista proprio perché ripreso dal Vangelo stesso, ci troviamo nei primi versetti del capitolo 40. Questo riferimento, che può suonare semplicemente come un’annotazione puntigliosa, in realtà è necessario per capire il contesto del discorso profetico qui portato avanti. Proprio con questo capitolo 40 infatti si inaugura la produzione di quello che gli studiosi chiamano il Deuteroisaia (il II Isaia), cioè il profeta anonimo vissuto ai tempi dell’esilio in Babilonia (perciò circa II secoli dopo il I Isaia), il cui lavoro è stato poi redazionalmente unito a quello del profeta dell’VIII secolo a.C.
Per capire la situazione storica in cui si collocano le sue parole è utile sapere che «durante l’esilio in Babilonia, l’abbattimento, la sfiducia e la tristezza opprimevano il cuore dei deportati. Ci si domandava se il Signore si fosse dimenticato del suo popolo, se la sua parola contasse ancora, se vi fosse ancora speranza» (Rota Scalabrini don Patrizio, in “Scuola della Parola 1997”).
Ecco dunque l’importanza del profeta: a lui è chiesto di farsi portatore dell’annuncio del Signore: «un annuncio che è “vangelo”, perché porta consolazione a un popolo debole e schiavo». La consolazione consiste proprio nel fatto che «la tribolazione di Gerusalemme è compiuta», il popolo ha sofferto troppo («ha ricevuto il doppio per tutti i suoi peccati»), è l’ora della venuta del Signore.
Compito del profeta (del precursore) è quello di preparare la via di questa venuta.
Quest’ultima immagine la si «capisce meglio se si ricorda come il profeta in quegli anni aveva visto le processioni che si svolgevano a Babilonia durante l’Akitu (capodanno) lungo la Via Sacra, che conduceva fino alla splendida porta della dea Ishtar. Similmente il popolo dovrà concorrere ad approntare una via sacra, una strada piana, diritta, dove potrà camminare, guidato dal Signore, come un esercito guidato dal suo condottiero, come un gregge condotto al pascolo dal suo pastore».
Fuor di metafora perciò si tratterà di preparare il cuore (reso come un terreno accidentato dalle prove, dalle sofferenze, dalle delusioni e dalle infedeltà) all’incontro col Signore.
È proprio in questa preparazione che gioca il suo ruolo fondamentale il profeta/precursore, colui cioè che è reso annunciatore di un paradossale amore, infinitamente potente da un lato («Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio») e tenerissimo dall’altro («porta gli agnellini sul petto e conduce pian piano le pecore madri»).
«Tale paradosso rivela la natura intima dell’amore di Dio, di una potenza estrema che si nasconde nella debolezza. [...] L’intervento di Dio non sarà quindi sul modello dei trionfatori umani, ma la sua forza si rivelerà nel rispetto profondo della libertà dell’uomo».
Evidentemente, l’associazione di tutto quanto detto finora con la figura del Battista e la venuta di Gesù era troppo forte perché gli evangelisti non la notassero e “sfruttassero”! Ecco perché di Giovanni è esplicitamente detto: «Come sta scritto nel profeta Isaìa: “Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero: egli preparerà la tua via. Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”, vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati».
Ma perché così tanta importanza al ruolo del precursore? Che senso ha soprattutto per noi che conosciamo già Gesù (che potremmo dunque ormai “saltare” i preamboli...)? Perché invece anche liturgicamente (in Avvento sempre ci si sofferma sul Battista) è così sottolineata la necessità di “passare per di qua”?
La risposta – come scrive Bettati p. Giuliano in “Con Marco in cammino verso il Regno” – è che «l’esperienza di Dio non viene mai prima», la nostra conoscenza di Gesù, il nostro contatto con lui sia sempre storico: «Niente noi possiamo avere di non storico». E storico vuol dire carnale, temporale, mescolato a sudore e sangue... Vuol dire – riferito al rapporto col Signore – che esso non è mai scioglibile dalla nostra umanità, fatta anche di limiti, inadeguatezze, stanchezze, ritardi, infedeltà...
L’annuncio del Battista mette in luce proprio questo: il desiderio di arrivare a Lui e, inestricabilmente legato, la nostra impossibilità di produrre questo incontro.
L’esperienza che fa Giovanni infatti è proprio quella di desiderare la venuta del Signore e allo stesso tempo di esserne incolmabilmente distanti. Ecco perché, insieme a tutta una tradizione di asceti, mette in atto tutta una serie di tentativi che dicano il desiderio di colmare questa distanza: vesti di peli di cammello, digiuno, deserto... in una parola «quelle regioni sacre, le possibilità di vita umana che noi riteniamo meno compromesse con la storia, con la malvagità, con la distanza da Dio».
Giovanni Battista infatti ha come prima caratteristica quella di essere il profeta penitente. Questo termine nella Bibbia non ha propriamente il significato di mortificazione che ha assunto ai giorni nostri; piuttosto con penitenza si intende «il tentativo umano – che nasce dalla coscienza di peccato, di inadeguatezza, di distanza da Dio – per riprendere coscienza del luogo del vero obiettivo: Dio, la sua giustizia, la sua pace, la sua fraternità. E di girarsi verso di Lui. Per questo il termine greco dice piuttosto “convertirsi”».
Giovanni vuole dunque preparare il cuore del popolo all’avvento del Messia, convincendosi e convincendolo della sua distanza da Dio e dunque della necessità della conversione. In questo senso il suo annuncio suonerebbe più o meno come un: “Guardate che siamo lontani da Dio, bisogna cercare di arrivarci!”.
È quanto anche noi spesso tentiamo di mettere in atto quando ci accorgiamo che le cose non vanno: facciamo un po’ di violenza su noi stessi in modo da scuoterci e dire: “No. Adesso basta. È ora di cambiare. Di rivolgerci al Signore”.
«Ma la coscienza che c’è dentro è che tutto ciò che l’uomo può fare e che questo istinto di conversione suggerisce, anche violento, è sterile, è inutile. Giovanni Battista ne aveva coscienza acuta. Per questo finisce col dire: “Io battezzo solo con acqua”; ma questa è solo una purificazione esterna, il cuore non cambia: “Dopo di me verrà uno che battezzerà in Spirito Santo e fuoco”». La penitenza dunque è sterile, inutile, addirittura inacidente, se è fine a se stessa, se non mantiene sempre la consapevolezza di essere pedagogica: di servire perciò a preparare sé e gli altri ad accogliere Qualcuno.
Ecco perché il Battista oltre a essere il profeta penitente è anche il profeta “ultimo”, perché «uno che ha ricevuto il Vangelo [l’annuncio del possibile incontro tra Dio e l’uomo per volontà e ad opera di Dio in persona!] non può più illudersi che ci sia ancora spazio per salvarsi con questa penitenza: [...] il Signore ha rivelato che dopo Giovanni Battista le penitenze, se non sono dirette al Signore, non servono a niente, non cambiano il cuore di fronte a Lui. Il Vecchio Testamento è finito con il Battista».
Gesù in Matteo 11,11 ribadisce proprio questo: «Tra i nati di donna non è sorto mai nessuno più grande di Giovanni Battista, ma il più piccolo nel Regno dei cieli è più grande di lui»: è (solo) il più grande del Vecchio Testamento, non era possibile fare di più, infatti il più piccolo del Nuovo Testamento è più grande di lui. «E si capisce perché: ha ricevuto in regalo Dio nella sua storia, nella sua vita!».
Ma anche per noi, uomini del “dopo Cristo” «Giovanni Battista è contemporaneo, la penitenza, la necessità di conversione, il senso della lontananza da Dio, di sforzo, di coscienza dell’inadeguatezza. [...] Giovanni Battista è una parte necessaria della vita sempre. [Infatti] c’è come un crinale che divide, attraversa i popoli, la storia, la Chiesa, i gruppi, le famiglie e il cuore dell’uomo e che separa e unisce il mondo della necessità e il mondo della grazia, il Vecchio e il Nuovo Testamento. Gesù si è inserito nel tessuto di tutta l’umanità nel paesino di Nazareth, vivendo storicamente, accettando i ritmi biologici, l’economia, la religione, la politica del suo paese; in questa realtà necessaria, dove le cose vanno avanti perché sono sempre andate avanti così o poco diversamente, con la possibilità nuova che noi chiamiamo grazia. Si chiama GRAZIA perché è GRATIS. Non è la conseguenza del meccanismo delle cose, non è la conseguenza dell’economia, né della santità di sua madre, né della bravura del maestro che gli ha insegnato la Bibbia; non è la conseguenza di tutte queste cose, neanche le più alte. Neanche di Giovanni Battista. È un puro regalo. [...] Allora è indispensabile stare a testa alta nelle difficoltà economiche, affettive, politiche, anche ingiuste; facendo penitenza della loro necessaria ingiustizia e portando il peso della loro sterilità. Siamo uomini e nessuno può illudersi di farne a meno. [...] Essere fedeli alla contemporaneità di Giovanni Battista vuol dire allora portare avanti in questa realtà senza disperazione, seppur con tanta sofferenza, l’inutilità, la sterilità, l’ambiguità delle nostre realtà economiche, politiche affettive. [...] Perché il Signore ha portato un’altra parola che riavvolge tutta questa difficile, contraddittoria realtà della storia, la riavvolge nella paternità di Dio e con la sua avventura umana personale ci dice che la risurrezione di tutta questa storia è già decisa. [...] Gesù non è un grande profeta, un grande fondatore di religione... altrimenti lo si confonde con un Giovanni Battista. [...] Gesù è un’altra cosa! È quello che dà la possibilità all’uomo di vivere veramente da uomo».

giovedì 4 dicembre 2008

Attendendo e affrettando la venuta del Signore

La pazienza affettuosa di Dio
I cristiani della prima generazione, dopo il dramma della passione e morte del Signore, ritrovano nel “crocifisso risorto” che ripetutamente appare loro, la speranza perduta della salvezza loro e del mondo, e ne attendono a breve, con ingenua convinzione, l’imminente realizzazione totale, con il ritorno del Signore glorioso. Sono polarizzati da questa attesa, nell’entusiasta convinzione che la promessa sembra finalmente avverata e ne leggono la conferma nel profeta: “Consolate, consolate il mio popolo, … gridate che è finita la sua schiavitù!”. Ma il “messaggio” dell’ascensione del Signore è categorico e li smentisce: «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?»(At 1,11). Allora prendono progressivamente e faticosamente atto che, in terra, la storia continua imperterrita, con il suo carico di conflitti, di oppressioni, di sofferenza e di morte… È un problema teologico, non cronologico. Riguarda la salvezza., adesso, di “ogni carne” (CEI: “tutti gli uomini insieme”). S’insinua così nel loro cuore, per sempre, l’assillo che tormenta ogni fede: perché non si realizza la speranza in cui crediamo? quando gli uomini avranno pace, la pace che pare allontanarsi sempre più? Ma, anche, quando verrà la mia stessa vera conversione alla radicalità del Vangelo?
… e così i discepoli imparano a non lasciarsi deludere o travolgere dagli eventi, ma scoprono il diverso “sentire in grande” di Dio: la sua macrothymìa (cioè la sua magnanimità o longanimità!), che precede, sospinge, accompagna e impregna la storia degli uomini. È per questo sguardo o atteggiamento di amore e di benevolenza sugli uomini che il tempo di Dio diventa “lungo”: davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno. Il Signore non ritarda nell'adempiere la sua promessa, come certuni credono; ma usa magnanimità verso di voi… Cioè, allarga i confini del suo cuore, dilaziona le scadenze della sua fremente attesa della nostra conversione, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi. Credere in questa diversa misura del tempo di Dio illumina le profezie di luce nuova. Allora la speranza non delude, perché già lo Spirito è stato effuso nei nostri cuori ed ci apre all’esperienza del perdono, continuamente ricevuto e comunicato (Mt 18,23ss). Noi, come discepoli di Gesù, siamo nel mondo i ricettori e trasmettitori della magnanimità affettuosa del Padre.
La figura di Giovanni
... cosa grida “la voce” nei deserti della storia? Tutti i popoli e le culture in qualche modo ne tramandano l’eco! Le religioni accolgono ed esprimono questo gemito della creatura oppressa, questa dolorosa attesa di salvezza e insieme l’angosciosa esperienza della sterilità e impotenza dei nostri sacrifici e dei nostri riti. La salvezza non sta nel culto, nell’ascesi o nelle preghiere: dopo di me viene uno che è più forte di me e al quale io non son degno di chinarmi per sciogliere i legacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzati con acqua, ma egli vi battezzerà con lo Spirito Santo. I tentativi di auto-purificazione per prepararsi a questo “dopo”, sono sempre benemeriti, perché esprimono e rafforzano il desiderio del bene e insieme la consapevolezza della sua inaccessibilità, per noi. Questa drammatica ambivalenza è la novità di Giovanni. Tutti e quattro i vangeli ne sottolineano l’importanza: Giovanni è il più grande dei figli di donna, ma il più piccolo del regno dei cieli è più grande di lui! La sua voce risuona fino a noi e ci introduce nell’attesa del Signore, perché anche oggi questa tragica ambivalenza continua: Gesù è venuto, ma deve ancora venire. Il Vangelo è annunciato e c’è chi lo testimonia con le lacrime e col sangue… ma c’è chi lo annacqua in un battesimo rituale che lascia tutte le ingiustizie e le ipocrisie come prima. Questa ambiguità attraversa e inquina non solo il mondo e la chiesa, ma il cuore del discepolo stesso, sempre tentato di regredire dal vangelo di Gesù, che chiama alla conversione del cuore, verso le forme e i riti e i paramenti che coprono la nostra incapacità di cambiare. Abbiamo ridato importanza centrale al culto e alle sue liturgie, alle gerarchie e alle sue leggi, alle norme per il mangiare e per il sesso … Ma per la mitezza e la non violenza, l’amore ai nemici e la libertà di coscienza, contro le guerre e le armi, contro la tortura e la schiavitù, il colonialismo e l’oppressione delle donne … per secoli c’è stato silenzio o voci flebili, quando non connivenza!
Il giorno del Signore verrà…
… ma la data non è scritta in nessun calendario segreto ed è inutile andare ad indagare Nostradamus. Perché non si tratta di un cataclisma o di qualche castigo dall’esterno. Il veleno mortale è già dentro (inavvertito come un ladro) nella logica perversa e competitiva di questo mondo, come una tignola o una ruggine che ne consuma dall’interno la struttura intima, che per questo è destinata a consumarsi. Gli elementi consumati dal calore si dissolveranno e la terra con quanto c'è in essa sarà distrutta. Che non sia un castigo che ci pende sulla testa con una sua data di scadenza, lo si vede chiaro dalla profezia stessa della lettera di Pietro: perché, al contrario, noi stessi siamo coinvolti in questa attesa paziente ed amorevole di Dio con la santità e pietà della nostra condotta, attendendo e affrettando, (come nel lungo travaglio del parto di un’altra creazione), nuovi cieli e terra nuova, nei quali avrà stabile dimora la giustizia. Per cui l’esortazione ai discepoli: Perciò, carissimi, nell'attesa di questi eventi, cercate d'essere senza macchia e irreprensibili davanti a Dio, in pace. Questo non è soltanto l’Avvento, ma la condizione stessa del cristiano sulla terra!
Egli vi battezzerà con lo Spirito Santo
Attendere Gesù, per noi adesso, non vuol dire dunque, se ascoltiamo la “voce”nel deserto, attendere uno sconosciuto, un dio ignoto, come diceva Paolo a chi sapeva tante cose, ma ancora non sapeva il vangelo! Gesù è la parola di Dio, è la sua luce nelle tenebre, la via, la verità e la vita, indicata dalla “voce”. Non è un idolo che condensa le attese alienate e proiettate senza scadenza nei cieli. Gesù ha spiegato che Dio è amore e su questo amore ha giocato la propria vita e la propria morte. Per questo mondo!... che suo Padre ha tanto amato da mandare, appunto il figlio, quaggiù, a salvarlo! Noi continuiamo a imprigionare la sua parola esplosiva, ma lo Spirito non è catturabile. Ed ecco che consuma i legacci e i paraventi in cui lo abbiamo rinchiuso e riappare incessantemente. Per questo Gesù ci ha lasciato il suo Spirito , perché attraverso di lui, anche se è già venuto, Gesù continua venire! Per questo ricelebriamo il Natale e ne prepariamo l’attesa. È un nuovo inizio. Come il ricominciamento della sua venuta tra i noi, che continuamente raccoglie e assume la fragilità, la malvagità, l’ingiustizia. Era lontanissimo da noi. Incarnarsi vuol dire accogliere l’estrema lontananza, proiettarsi in essa, viaggiando in senso contrario alla potenza propria di Dio. Per questo nel Natale è già compresa inevitabilmente la croce, la negazione stessa di Dio (Mt 27,40ss). Il Natale, infatti non è la conclusione con cui Dio, venendo tra di noi, pone fine con la sua potenza ai problemi di questo mondo. Natale è invece l’accoglienza e la condivisione sorprendente della totalità del mondo e dell’umanità, nella sua impotenza. L’abbandono, la sofferenza, il male permangono, dunque, storicamente, come prima. Non sono eliminate dalla pre-potenza di Dio, che verrà tra noi come un normale bambino. Ma vengono per sempre agganciate al futuro di Dio, per cui la storia ormai cova dentro di sé il futuro di Dio.
Allora la nostra storia (malvagia, o incomprensibile o diversa…) non scompare di fronte alla sua storia (la storia sacra), ma essa stessa diventa, nel mistero di Dio che l’ha accolta, storia santa e santificante, nel futuro di Dio, che è già all’opera attraverso lo Spirito che ci accompagna.
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