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sabato 13 giugno 2009

Mani schifate

Per non dimenticare...


Quei guanti di lattice, che servono a non toccare l'orrore, sono come il nostro pensiero, come i nostri ragionamenti sull'immigrazione-sì e l'immigrazione-no, le quote, i conteggi, i controlli, le leggi. Le guardie di finanza usano guanti di gomma e noi usiamo guanti mentali. Proprio come loro li indossiamo per non entrare in contatto con il male fisico, con la sofferenza dei corpi.

Ma bastano una, due, tre foto come queste per farci scoprire la fisicità. Le guardiamo infatti senza più la mediazione della logica, ne percepiamo l'efferatezza e la bruttura. E saltano i ragionamenti, non c'è più bibliografia, spariscono i distinguo del "però questo è un problema complesso". Ecco dunque la banalissima verità che sta dietro ai nostri dibattiti, al nostro accapigliarci sull'identità e sulle frontiere: stiamo buttando fuori a calci in faccia dei poveretti che ci pregano in ginocchio stringendo le mani delle nostre guardie di finanza, mani schifate e dunque inguantate.

E ci cade a terra anche la penna perché l'occhio è molto più veloce e diretto dell'intelligenza con la quale siamo abituati a mentalizzare il mondo. Ci cade la penna perché capire e spiegare è già tradire l'orrore, significa infatti infilarsi il guanto dell'orientamento politico, dei libri che abbiamo letto, della nostra battaglia contro la xenofobia, significa parlare dell'esplosione demografica e del deflusso inarrestabile dell'umanità dai paesi dell'infelicità a quelli dell'abbondanza... E invece qui non si tratta né di cultura né di generosità, qui il pensiero si mostra per quel che è: un guanto di lattice, appunto.

Qui ci sono da un lato i corpi tozzi, grassi e forti della Legge, la nostra legge, e dall'altro lato i corpi umiliati e maltrattati dei disperati che non vogliamo in casa nostra e che respingiamo. E nella loro sofferenza c'è un surplus di mistero che non si esprime necessariamente nella magrezza e nelle cicatrici perché - guardateli bene - quei corpi avviliti sono ben più vigorosi dei corpi sformati degli aguzzini che ci rappresentano, degli italiani "brava gente" con il manganello. Sembrano addirittura più sani, certamente sono più vivi.

Dunque ancora una volta è l'occhio l'organo vincente. Ancora una volta scopriamo che la mente ci abitua a non vedere le cose. E' infatti facile dire che in casa nostra devono entrare solo quelli che hanno un permesso di lavoro e che ci vuole un legge per facilitare le espulsioni dei clandestini. Grazie alle foto dei reporter di Paris Match ora sappiamo che tutto questo significa una scarponata sulle dita di una mano aggrappata alla murate di un'imbarcazione, o un pugno sui denti o...

A Porta a Porta o a Ballarò si può trovare una motivazione per tutto, si può spiegare ogni cosa. Ma davanti a queste foto ragionare diventa un crampo. Guardate che cosa è la fisicità della politica della dolce e bella Italia: respingere a calci, prendere di peso gli infelici e buttarli fuori dalla Bovienzo che fa servizio da Lampedusa a Tripoli, portarli davanti alle coste libiche e far credere loro che è ancora Italia, trascinarli a terra nudi. E non sono foto di scena, immagini di un film, non sono finzioni. E' davvero questa la nostra politica, con un rapporto stretto tra quello che qui stiamo vedendo e quello che qui non si vede. La nave Bovienzo infatti è come le nostre strade di notte dove piccole creature nere si vendono ai camionisti. La Bovienzo è la violenza sulle donne, anche quella che ci viene restituita in forma di stupro. La Bovienzo sono i soprusi e il disprezzo per i miserabili. La Bovienzo sono le ronde razziste e i barboni bruciati. La Bovienzo è l'Italia dei mille divieti e dei mille egoismi. La Bovienzo è l'Italia generosa che è diventata feroce per paura. La Bovienzo è l'Italia che guardando queste foto si riconosce irriconoscibile: ma davvero siamo noi? di Francesco Merlo in Repubblica.it

venerdì 12 giugno 2009

Prendete: questo è il mio corpo, questo il mio sangue!...

I Lettura : Es 24, 3-8
In quei giorni, Mosè andò a riferire al popolo tutte le parole del Signore e tutte le norme. Tutto il popolo rispose insieme e disse: «Tutti i comandi che ha dati il Signore, noi li eseguiremo!». Mosè scrisse tutte le parole del Signore, poi si alzò di buon mattino e costruì un altare ai piedi del monte, con dodici stele per le dodici tribù d’Israele. Incaricò alcuni giovani tra gli Israeliti di offrire olocausti e di sacrificare giovenchi come sacrifici di comunione, per il Signore. Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e lo lesse alla presenza del popolo. Dissero: «Quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo!». Allora Mosè prese il sangue e ne asperse il popolo, dicendo: «Ecco il sangue dell’alleanza, che il Signore ha concluso con voi sulla base di tutte queste parole!».
II Lettura: Eb 9, 11-15
Fratelli, Cristo, invece, venuto come sommo sacerdote di beni futuri, attraverso una Tenda più grande e più perfetta, non costruita da mano di uomo, cioè non appartenente a questa creazione, non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue entrò una volta per sempre nel santuario, procurandoci così una redenzione eterna. Infatti, se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalla opere morte, per servire il Dio vivente? Per questo egli è mediatore di una nuova alleanza, perché, essendo ormai intervenuta la sua morte per la redenzione delle colpe commesse sotto la prima alleanza, coloro che sono stati chiamati ricevano l’eredità eterna che è stata promessa.
Vangelo: Mc 14, 12-16. 22-26
Il primo giorno degli Azzimi, quando si immolava la Pasqua, i suoi discepoli gli dissero: «Dove vuoi che andiamo a preparare perché tu possa mangiare la Pasqua?». Allora mandò due dei suoi discepoli dicendo loro: «Andate in città e vi verrà incontro un uomo con una brocca d’acqua; seguitelo e là dove entrerà dite al padrone di casa: Il Maestro dice: Dov’è la mia stanza, perché io vi possa mangiare la Pasqua con i miei discepoli? Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala con i tappeti, già pronta; là preparate per noi». I discepoli andarono e, entrati in città, trovarono come aveva detto loro e prepararono per la Pasqua. Mentre mangiavano prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese il calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse: «Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza versato per molti. In verità vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio». E dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

Alla fine… una cena “pasquale” tra amici per il mondo intero!
Siamo arrivati al periodo che chiamiamo “ordinario”, nel cammino liturgico vitale della Chiesa, dopo un lungo percorso di PAROLE antiche e nostre – di GESTI simbolici ed efficaci – di FATTI storici che trasformano la vita…: Pasqua di passione e resurrezione, Ascensione, Pentecoste, Trinità. Oggi, ed è il culmine, è la festa del “corpo e sangue del Signore”. Non è stato semplicemente un cammino liturgico e cultuale, ma è la risposta esistenziale dei primi amici e discepoli di Gesù, al problema che li ha sconvolti, riguardante la sua messianicità. Ecco la domanda centrale: Gesù è davvero il Messia, salvatore del mondo e di ciascuno di noi? o ci riserviamo varie altre àncore di salvezza? O… non c’è nessuna salvezza? Anche il discepolo di oggi gioca la sua fede sulla risposta a queste domande. Il nuovo Testamento, dai Vangeli agli Atti fino all’Apocalisse, è il racconto della risposta consapevole e sperimentata della chiesa nascente alla grande domanda: ognuno è in grado di raggiungere e rivivere, per la forza dello Spirito, ciò che Gesù ha vissuto e insegnato come spiega Pietro in una splendida sintesi, fin dal suo primo discorso alla gente:
Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene … voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. … Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire… All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?».E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. … Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere (At 2,22s).
Già la sintesi prima della fede cristiana era arrivata, dunque, al gesto fondante dello “spezzare il pane”…
Il senso dell’eucaristia
Dopo 2000 anni, pur attraverso innumerevoli crisi e vicende sconvolgenti, l’eredità di Gesù, sgorgata dall’esperienza della chiesa nascente, rappresenta una delle “religioni” più diffuse a livello mondiale, una compagine socio religiosa di enorme influsso, caratterizzata da una dottrina etico-teologica molto complessa ed elevata, che il cristianesimo ha ormai diffusa in tutto il mondo. Umanamente, una realtà importante, ma che rischia di appiattirsi su una dimensione socioculturale che è molto meno di quanto essa nasconde nel cuore del suo “mistero”. E che oltretutto la tradirà, di fronte alla potenza della proposta tecnologica di benessere infinito, molto più affascinante per l’uomo del nostro tempo. Ecco perché, alla fine del ciclo liturgico, ci scontriamo inevitabilmente con l’eucaristia, il discorso duro del “corpo e sangue di Gesù”, cibo essenziale del cristiano, che ha scandalizzato fin dall’inizio i discepoli… ma costituisce, con la Parola testimoniata dagli Apostoli, la comunione e la preghiera, l’asse portante della fede cristiana – promessa e garanzia del cammino umano verso la nuova ed eterna Alleanza. Il ‘pane benedetto spezzato distribuito’… da mangiare, il calice di ringraziamento ‘distribuito e bevuto da tutti’ … sono la suprema rivelazione della vita. I discorsi sulle Scritture e l’insegnamento degli apostoli possono commuovere il cuore, riscaldare la mente, ma il gesto della frazione del pane sconvolge l’essere totalmente, la struttura di fondo dell’uomo, perché reimpasta e rimodella un nuovo Adamo! È il gesto del Figlio di Dio e del Figlio dell’Uomo, è il gesto di ogni io umano chiamato all’ultimo passo, l’ultimo gradino dell’ascesa antropologica (e perciò cosmica) verso lo stato di uomo compiuto, profetizzato da tutto l’antico peregrinare biblico. Cristo è sempre dietro e dentro questo gesto vivente e pieno d’amore. Nessun tradimento, nessuna delusione, nessuno ostacolo lo fanno desistere. Non rifiuta il suo corpo a chi lo vuole consumare, anche quando l’uomo non vuol più saperne di lui. Il suo gesto rimarrà fino alla consumazione del tempo, essendo la legge nuova, la dinamica profonda e stimolante della vita in ascesa, il Patto irrevocabile con il Padre creatore. (G. Vannucci).
La drammatica “fatale” appartenenza reciproca (di vita e di morte)
I discepoli di Gesù, ammaestrati da lui stesso, sono andati a cercare nei riti e nei gesti ancestrali della loro tradizione religiosa le chiavi di comprensione del misero che li travolgeva. L’oscuro rapporto con il Dio della morte e della vita, la necessità tragica di propiziarselo con il sangue perché la vita è sua, la storia dei patriarchi, di Davide, del fallimento della monarchia e dell’esilio, s’illuminano lungo i secoli, nella scoperta sempre più consapevole che il Dio della morte non può non essere anche il Dio della vita, che vuole Isacco salvo e non sacrificato. Il Dio della sottomissione totale fino all’olocausto è anche il Dio dell’alleanza d’amore, che vuole un popolo libero dalla schiavitù, dall’idolatria, dall’esilio… e trasforma il “bagno di sangue purificatore” in ricominciamento progettuale dell’uomo e della storia, già fin da Mosè: Mosè prese la metà del sangue e la mise in tanti catini e ne versò l’altra metà sull’altare. Quindi prese il libro dell’alleanza e … dissero: «Quanto il Signore ha ordinato, noi lo faremo e lo eseguiremo!».
Il nuovo Mosè assume e disinnesca il meccanismo di violenza che questi riti celebrano e si portano dentro e semina fermenti divini di benevolenza nel terreno inospitale del cuore dell’uomo. La consegna del ‘proprio’ corpo donato nel pane spezzato, del proprio sangue offerto nel vino distribuito a tutti … cos’altro può essere se non la trasformazione radicale in dono di dedizione, sino alla fine, del proprio istinto di affermazione difensiva e aggressiva di sé, che vorrebbe preservare illusoriamente dalla morte il nostro piccolo pezzetto di carne? Coinvolgendo dunque anche noi a vivere la nostra personale vita, amando, servendo, consumandoci, affrontando tutti i rischi e la morte che vi è inclusa. Perché questo è il grande dono che Cristo ha vissuto e ci ha dato, di ripetere con lui, per la forza dello stesso Spirito, che abita e geme in noi, questa trasformazione eucaristica progressiva. In virtù di questo dono, anche noi possiamo imparare un nuovo “dare”. Legge severa e tragica della vita è il “dare”: restituire tutto alla terra, che si riprenda la materia che ci ha prestato per autocostruirci nel nostro piccolo segmento di vita, nella storia dell’universo immenso. Nella natura il dare è necessità, nell’uomo è frutto di libera adesione di amore, è “consegnarsi”! La minuscola possibilità di scelta che ha l’uomo è questa proposta eucaristica, che non si fa coinvolgere nel vortice letale di chi opprime, umilia, sfrutta e divora… gli altri. Ma mette, invece, la propria vita allo sbaraglio, nei barlumi di scintille d’amore che lo chiamano ogni giorno, talora dolorose, talora luminose. L’invito interiore persuasivo dello Spirito a dare la vita, a riprendere ostinatamente la voglia di vivere e di amare nella monotonia del quotidiano, rinnova il miracolo di Gesù. “Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue!” … tutti ci tocca dirlo! Questo cibo ce ne “comunica” la forza! E lasciarci spezzare e distribuire perché tutti ne mangino e ne bevano… nella cena della vita (tacita o manifesta, frugale o solenne… dolorosa o gioiosa, fallita o stimata…). La fede è il dono di poterla un poco preparare, la nostra diuturna cena della vita, anche se ha già preparato tutto lui, sapendo che è “pasquale”, cioè che passa attraversa l’amara esperienza della morte per condurre alla vita.
…ci ha procurato così una redenzione eterna
È infatti una situazione che si compierà dopo morte, ma è già adesso la vita. Eterna vuol dire la sua definitività e la sua qualità di non avere più dentro di sé germi di corruzione, proprio perché il nostro unico sommo sacerdote con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio … purificando la nostra coscienza dalla opere morte, per servire il Dio vivente. È nato un nuovo modello umano, un nuovo modo di essere umani… Non ci esenta dalle fatiche, delusioni, fallimenti e tradimenti, nel nostro zoppicante cammino di credenti e di chiesa… Ma ha affidato questo compito interamente a noi, nel suo Spirito, adesso lui digiuna in attesa di sederci alla mensa di conclusione delle nostre fatiche. In questo tempo, contrassegnato dalla fame e dalla saturazione, dalla sicurezza sociale dei troppo ricchi e dai ‘respingimenti’ dei troppo poveri, la Chiesa è chiamata a rivivere con semplicità e radicalismo il significato del Pane e del Vino… Forse noi cristiani, in un tempo così condizionato, dovremmo ritrovare semplicemente la vita, la gioia, le speranze più folli, mettere da parte le dotte elucubrazioni sul mistero e divenire pane che ha una sola ragione di essere: nutrire; vino per dissetare… E trasmettere a tutti i cuori, minacciati da un mostruoso appiattimento umano, che organizza il lavoro, i piaceri, i giochi, la fame e l’abbandono per altri… divenire anche noi “i sacerdoti dei beni futuri…” che attecchiscono nella vita di oggi, ma non muoiono mai!

cfr Giovanni Vannucci, «Il pane spezzato», 3° domenica di Pasqua, Anno A; in Risveglio della coscienza, 1a ed. Centro studi ecum,. Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984, Pag. 69-71. Verso la luce; Il Corpus Domini Pag. 101-104 Anno B.

mercoledì 10 giugno 2009

Che senso ha dire Dio e corpo insieme?

È sempre un po’ difficile argomentare riguardo a certe “tematiche” che la Chiesa nelle sue annuali feste liturgiche ci propone. Il rischio è infatti quello o di dire sempre le stesse cose… o di trovare l’appiglio “ad effetto” per variare un po’ sul tema, senza però riuscire a cogliere in profondità il mistero celebrato.
In questa domenica per esempio l’invito che la festa del Corpus Domini implica, è quello di fermarsi a riflettere sul mistero dell’incarnazione, dell’istituzione dell’eucaristia, della presenza reale di Cristo nell’ostia consacrata (per stare solo alle tematiche immediate e tralasciare quelle correlate), che però – a ben vedere – sono praticamente tutto il mistero cristiano… E allora come fare, in poche righe a tracciare qualche commento su fronti così ampi? Come farlo, soprattutto, evitando i rischi classici della predicazione sopra delineati: usare tante parole e tanti “effetti speciali” per nascondere il niente che si sta dicendo e per velare la fatica dell’oratore di cogliere davvero ciò che è implicato in quanto si celebra; chiudersi in un più onesto, ma non meno infruttuoso silenzio apofatico?
Perché è così difficile? Perché in particolare alcune tematiche lo sono così tanto?
Perché rimandano a problematiche vaste, apparentemente complicate, in qualche modo da riservare agli esperti, sostanzialmente lontane dalla vita: Cosa vuol dire per esempio celebrare la festa del Corpus Domini? Del corpo e sangue del Signore? Cosa implica credere in questa realtà?


Finché si tratta di dire che Gesù nella sua vita terrena aveva un corpo, fatto di carne ed ossa, tutto fila via liscio: qualsiasi cristiano lo ammetterebbe senza fare una piega; così come il dire che nell’ultima cena Egli abbia offerto il suo corpo e il suo sangue, che noi riceviamo ancora oggi a messa. Ma quando si incomincia a dire che Gesù non era un semplice inviato di Dio (come ce ne furono tanti nell’AT), non era un uomo che Dio ha scelto per svolgere una missione, non era neanche un corpo umano che Dio ha animato e condotto come una marionetta per assolvere ad un compito, ma era lui stesso Dio… le cose si fanno complicate. La domanda diventa infatti: Che senso ha parlare di corporeità per Dio?
I più di fronte a quello che appare un complesso problema intellettuale e cervellotico, si stufano, si perdono e lasciano perdere… Anche perché – come già detto – lo avvertono come qualcosa di assolutamente staccato dalla loro quotidianità: di fatto superfluo e dunque inutile rispetto al loro vivere. Ci si accontenta di dire: il parroco da piccolo mi ha insegnato che c’è Dio, che è Padre, Figlio e Spirito Santo. Il Figlio è sceso sulla terra, si è fatto uomo: quindi era Dio e uomo; è morto per noi e prima di morire ha istituito l’eucaristia donandoci pane e vino, che sono suo corpo e suo sangue. Cosa questo voglia dire, implichi o come avvenga, son problemi del parroco: a me basta andare a messa, dire le preghiere e fare l’offerta, che il problema religioso è risolto. Il resto della vita è un altro conto…
Qualcuno invece – più ardito – insiste molto su questo versante cristiano della “corporeità” di Dio, suggellata dal fatto che il gesto più importante che Gesù ci abbia lasciato ha in sé i segni poveri del pane e del vino, suo corpo e suo sangue. Insistono molto perché individuano in questa logica corporea, una dinamica importantissima per l’individuazione dell’identità umana: la fine cioè di tutto il disprezzo (ereditato dalla filosofia greca) di ciò che è carnale e di tutta l’esaltazione spiritualistica – e disincarnata – che per secoli ha mortificato l’umano, a favore di un’impostazione più unitaria – non più dualistica – su chi l’uomo sia; con tutte le conseguenze sul piano ecclesiale, culturale, sociale che questo nuovo modello antropologico promuove (per esempio l’uguale importanza delle vocazioni, la pari dignità dei membri della Chiesa, la rivalutazione della corporeità, la libertà da certi moralismi, ecc…).
Altri invece, proprio per queste stesse conseguenze ecclesiali, sociali, culturali, si distanziano un po’ da questa insistenza sulla corporeità in Dio, spaventati da una riduzione troppo umana/umanizzata del mistero divino.
In questa situazione sembra proprio che, allora, centrale diventi rispondere alla domanda posta prima: Che senso ha parlare di corporeità per Dio? Infatti solo indagando questa questione, si potrà risvegliare dal torpore il gran numero di persone che avvertono questi discorsi come lontani dalla loro vita, si potrà cioè rendere ragione della loro centralità, non semplicemente ribadendola (come spesso avviene nella predicazione) senza motivarla, ma investigando “il succo del discorso”; e solo in questo modo inoltre si potrà prendere posizione tra l’eterno doppio fronte intra-ecclesiale, diviso tra chi vorrebbe sempre una sottolineatura forte della corporeità e chi invece preferisce trascurarla un po’; solo così infine si potrà prendere posizione non tanto come tifosi di un partito e dunque appassionati, ma determinati solo dal campanilismo, quanto piuttosto sulla base di una capacità di rendere ragione delle proprie posizioni…
Addentrandoci dunque nella complessità di questa problematica, mettiamo subito in luce cosa c’è in gioco: Perché fa così problema pensare insieme Dio e corpo?
Perché tutta la storia della religiosità umana, fin dentro al testo biblico ha pensato Dio come incorporeo, nel senso di illimitato e illimitabile, infinito e invulnerabile, che sono tutte caratteristiche che necessitano una non corporeità: chi ha un corpo ha dei confini e soprattutto è feribile. Scrive Elaine Scarry [in La sofferenza del corpo, il Mulino, Bologna 1990 (1985), 348-49.353-54.360-61]: «In tutto l’Antico Testamento, il potere e l’autorità di Dio sono una conseguenza, estrema e continuamente ribadita, del fatto che gli uomini hanno un corpo ed Egli ne è privo. È questo fatto che, prima di tutto, viene trasformato nella revisione cristiana, poiché, nonostante la differenza tra uomo e Dio continui ad essere immensa come lo era stata nelle Scritture ebraiche, il fondamento di tale differenza non è più costituito dal fatto che uno abbia un corpo e l’Altro no. La trasformazione non riguarda tanto l’oggetto della fede quanto la struttura stessa della fede, la natura dell’immaginazione religiosa. […] Tale modificazione insiste sul fatto che l’onnipotenza, come anche più modeste forme di potere, deve essere connessa alla sensibilità corporea. Non è che il concetto di potere venga eliminato, né tanto meno scompare l’idea della sofferenza: è la precedente relazione tra loro che viene meno. Essi non sono più manifestazioni l’uno dell’altra: il dolore di una persona non è il segno del potere di un’altra. La dimensione della vulnerabilità umana non corrisponde più alla dimensione dell’invulnerabilità divina. Essi sono ora slegati e possono pertanto aver luogo congiuntamente: Dio è sia onnipotente sia soggetto al dolore. […] Connettere sensibilità e autorità, attribuire autorità alla sensibilità, significa collocare il dolore e il potere dalla stessa parte. […] Una delle caratteristiche peculiari del dolore è che il suo opposto, il potere, può trovarsi in un luogo differente; tuttavia, è possibile avvertirne la presenza o l’assenza, l’aumento o la diminuzione, in relazione all’aumentare o al diminuire del dolore. Di solito, la variazione di una coppia di contrari non è parallela ma inversa; l’aumento dell’umido corrisponde a una diminuzione del secco; muovendoci verso est ci allontaniamo da ovest; l’aumento della luce fa diminuire le tenebre. Tuttavia, il fenomeno del dolore ha frequentemente luogo in situazioni in cui il suo accrescimento è accompagnato da un accrescimento di un potere che si accumula altrove. La nuova relazione che si instaura nel Vangelo tra il corpo del credente e l’oggetto della fede sovverte questa relazione di esclusione tra dolore e potere, poiché colloca nello stesso luogo sensibilità e autorità, che non si possono pertanto più avere una alle spese dell’altra. Il conferimento dell’autorità dello spirito alla sensibilità ha come conseguenza anche la dissoluzione del confine tra corpo e voce e permette quindi il passaggio dall’uno all’altra. Nell’Antico Testamento, il corpo appartiene solo all’uomo, e la voce, nella sua forma estrema e priva di attributi, appartiene solo a Dio. Con la croce, ciascuno mantiene la propria collocazione originaria, ma nel contempo fa la sua comparsa nella sfera da cui era stato precedentemente escluso».
Ecco dunque l’implicazione del parlare insieme di Dio e di corpo – possibile solo in Gesù – e cioè lo scardinamento di un’atavica immaginazione religiosa implicante la separabilità di principio di alcuni ambiti: il cielo/la terra; il potere/il patire; il corpo/lo spirito; Dio/l’uomo; il soprannaturale/il naturale; la grazia/la libertà; ecc… In Gesù è cioè richiesta una conversione dell’idea di Dio, dell’idea dell’uomo e della ragione che si usa per pensarli che è talmente scaravoltante i luoghi comuni, le convinzioni sedimentate in secoli di storia, le precomprensioni che succhiamo dal seno di nostra madre, che nemmeno due millenni di cristianesimo sono ancora riusciti a digerire.
La lunga citazione riportata mostra qualche sprazzo, indica qualche possibile percorso rispetto a cosa voglia dire questo prendere sul serio l’inedito Dio cristiano che pur restando Dio non può più essere detto – in Gesù – senza corpo; che pur restando onnipotente, non può più essere detto – in Gesù – invulnerabile; che pur restando infinito, in Gesù può essere detto realmente presente in un pezzo di pane e in un goccio di vino. Ma soprattutto che pur restando Dio, non può più essere detto – in Gesù – a prescindere dall’uomo e a priori rispetto alla sua storia con lui, tanto che «L’accesso al senso specifico per la trascendenza divina coincide con il riconoscimento per la propria singolarità (questa è la fede: accogliersi come quell’uomo), giacché la trascendenza divina si rivela dando luogo alla unicità individuale. L’accesso a Dio coincide con l’accesso a io. I due poli sono inseparabili anche se sono né assimilabili, né omologabili» [S. UBBIALI, Il sacramento cristiano, p. 128].
Ma assumere questa prospettiva vuol dire rivedere molti dei nostri schematismi religiosi (individuali ed ecclesiali). Per fare solo un esempio significativo, assumere questa prospettiva vorrebbe dire smettere di pensare il rapporto dell’uomo con Dio come un tentativo di superamento od estraniazione dalla storia, dalla realtà, dalla corporeità, come se queste dimensioni andassero superate, come se da esse bisognasse elevarsi… ma piuttosto pensare il rapporto con Dio come inestricabile dalle nostre dinamiche antropologiche, ammettendo quindi che per l’accesso al sacro ciascuno è di per sé – proprio e solo in quanto umano – già abilitato: accettando a vantaggio della libertà dell’uomo, il rischio del relativismo.

martedì 9 giugno 2009

L'uomo al guinzaglio

Non lasciamoci ingannare da una lettura   superficiale: non siamo davanti a una foto che rappresenta un abuso mostruoso di un modo incivile di fare la guerra, quasi che esistesse un modo civile di   farla... Siamo davanti a un'immagine che ben rappresenta il modo stesso con cui, ieri come oggi, si conducono le politiche economiche nel mondo, mettere il   guinzaglio all'Uomo!
Se è vero come disse Carl von Clausewitz che "La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi" non ci resta che constatare ulteriormente che "la guerra non è che la continuazione della politica economica con altri mezzi" da cui se ne deduce che "la politica economica non è che la continuazione della guerra con altri mezzi"...

C'è sempre stato uno stretto legame tra guerre ed economie... ma forse quello che non ci era ancora evidente è che c'è un legame tra un certo tipo di economia e le guerre quotidiane che siamo chiamati a combattere e non solo per sopravvivere alla fine del mese... non ultima, quella contro coloro che questa politica economica chiama "clandestini"...

Leggete attentamente questo articolo e ditemi se non è proprio quello che andiamo dicendo da tempo anche in questo blog... L'unica osservazione che mi sento di sottolineare all'articolo di E.-W. Böckenförde (noto per il "paradosso" che porta il suo nome), è che "il problema" non è solo una specificità del "capitalismo" ma di ogni economia che si faccia strumentale a un sistema che si autogiustifichi nella perpetuazione ideale di sé e non parta invece dall'uomo e dal suo desiderio di autentica - e quindi totale - liberazione: qui e solo se si parte da questo livello, la critica evangelica raggiunge il suo "bersaglio". In altre parole: non si può sacrificare la libertà in nome della libertà. E questo domanda di "costruire" e "pensare", una nuova storia della libertà umana che vada oltre a quella teorizzata dall'illuminismo e dal marxismo e da qualsivoglia forma idealizzata dell'uomo... compresa quella partorita da "uno spiritualismo religioso" oggi così tanto di moda!
Buona lettura...

di Ernst-Wolfgang Böckenförde*
La crisi bancaria e di conseguenza economica che ci ha investiti ed è ancora ben lontana dal finire solleva molte domande. È stata causata dall’irresponsabilità e dall’avidità di svariate banche, specialmente banche d’investimento? Oppure dalla mancanza di rigide regole per i mercati finanziari internazionali, dal mancato funzionamento della sorveglianza su banche e finanza, dalla separazione e indipendenza di un’economia finanziaria virtuale (e acrobatica), dall’economia reale della produzione e dei beni? Probabilmente vi hanno contribuito parecchi fattori del genere, collegati a un’ingenua fiducia in un mercato "libero" e senza regole.

Ma la ricerca delle cause unicamente in questa direzione non ci porta lontano. Infatti quel sistema che si è venuto costituendo in questo campo per decenni con successo e con ampi profitti materiali ma anche con una crescente distanza fra poveri e ricchi, quel "turbo-capitalismo" (così chiamato da Helmut Schmidt) che con la globalizzazione mondiale ha raggiunto una nuova qualità, prima di provocare un crollo, non può essere definito e spiegato solo facendo riferimento a comportamenti sbagliati di singole persone o anche di gruppi.

Questo certamente può aver contribuito, ma più globalmente si tratta dei frutti di un sistema d’interazione consolidato e molto diffuso che segue una propria logica funzionale, e a essa sottopone tutto il resto. Questo sistema d’interazione si è trasformato in un sistema d’azione: il capitalismo moderno. Esso forgia il comportamento economico (e in parte anche non economico) dei singoli e lo integra nel sistema. Questi sono certamente gli attori, ma nel loro comportamento non seguono tanto un proprio libero impulso, quanto piuttosto gli stimoli derivanti dal sistema e dalla sua logica funzionale.

IL CARATTERE DISUMANO DEL CAPITALISMO
Ma come si presenta più precisamente il capitalismo moderno come sistema d’azione? In questo ci può aiutare un grande sociologo umanistico del secolo scorso, Hans Freyer. Nel suo libro "Theorie des gegenwärtigen Zeitalters [Teoria dell’epoca attuale]" egli parla dei "sistemi secondari" come prodotti specifici del mondo industrializzato moderno e ne analizza con precisione la struttura (1).

I sistemi secondari sono caratterizzati dal fatto di sviluppare processi d’azione che non si collegano a ordinamenti preesistenti, ma si basano su pochi principi funzionali, da cui sono costruiti e traggono la loro razionalità. Questi processi d’azione integrano l’uomo non come persona nella sua integralità, ma solo con le forze motrici e le funzioni che sono richieste dai principi e dalla loro attuazione. Ciò che le persone sono o devono essere, resta al di fuori.

I processi d’azione di questo tipo si sviluppano e si consolidano in un sistema diffuso caratterizzato dalla sua specifica razionalità funzionale, che si sovrappone – influenzandola, cambiandola e modellandola – alla realtà sociale esistente.

Ecco la chiave per l’analisi del capitalismo come sistema d’azione. Esso si basa su poche premesse: libertà generale dell’individuo e di associazioni di individui in materia di acquisti e contratti; piena libertà in materia di trasferimenti di merci, affari e capitali al di fuori dei confini nazionali; garanzia e libera disposizione della proprietà personale (compreso il diritto di successione), intendendo con proprietà il possesso di beni e denaro ma anche di sapere, tecnologia e capacità.

L’obiettivo funzionale è la generale liberazione di un interesse lucrativo potenzialmente illimitato, nonché delle potenzialità di guadagno e di produzione, che operano sul libero mercato ed entrano in competizione fra loro. La spinta decisiva è data da un individualismo egoistico che spinge le persone coinvolte ad acquistare, innovare e guadagnare. Tale spinta costituisce il motore, il principio attivo; non persegue un obiettivo contenutistico preesistente, che fissa misura e limiti, ma un’illimitata dilatazione di sé, la crescita e l’arricchimento. Perciò bisogna eliminare o accantonare tutti gli ostacoli e tutti i regolamenti che non sono richiesti dalle succitate premesse. L’unico principio regolativo deve essere il libero mercato.

Il punto di partenza e la base della costruzione non sono il soddisfacimento dei bisogni degli uomini e il loro crescente benessere; essi seguono il processo e il suo progresso, sono per così dire una conseguenza del sistema funzionante. Il diritto e lo Stato come suo tutore hanno unicamente il compito di assicurare la possibilità di sviluppo e il funzionamento di questo sistema d’azione. Sono una variabile funzionale, non una forza preesistente di ordinamento e limitazione.

Il dinamismo e l’influenza sui comportamenti di un tale sistema sono enormi. Lo stesso sistema diventa, ed è, soggetto di commercio. Realizzazione di profitti, crescita del capitale, aumento della produzione e della produttività, autoaffermazione e crescita sul mercato costituiscono il principio motore e dominante, la cui razionalità funzionale integra e subordina tutto il resto. I lavoratori vengono presi in considerazione solo in base alla funzione che svolgono e ai costi che comportano, per cui si riducono al minor numero possibile. La loro sostituzione, dove possibile, con macchine o tecnologie automatizzate per ridurre i costi appare non solo razionale ma economicamente necessaria.

La compensazione per i problemi sociali e i licenziamenti che ne derivano non rientra in questa logica funzionale, ma viene demandata allo Stato e alla sua funzione di garanzia, che proprio per questo può imporre tasse e chiedere contributi, che comunque comportano ancora dei costi per le imprese. Il principio strutturante non è la solidarietà verso le persone e tra loro; essa viene presa in considerazione solo come riparazione per bloccare, e in parte compensare, le conseguenze dannose e disumane del sistema, che si sviluppa in base alla propria logica interna.

Non si possono mettere in dubbio le straordinarie realizzazioni in termini economici e di benessere che il capitalismo così strutturato produce non solo in singoli paesi, ma oggi anche a livello mondiale, nonostante tutte le sue mancanze e deficienze; noi stessi, abitanti dell’Occidente, ne traiamo grandi profitti. Tuttavia non si può non vedere che si tratta di un processo in continua progressione. In base alla sua stessa dinamica esso cerca continuamente di estendersi e d’integrare nella sua logica funzionale tutti gli ambiti della vita nella misura in cui hanno un lato economico, con ampie ripercussioni anche nel campo della cultura e dello stile di vita personale. Di qui il dilagare del tratto economicistico in tutti gli aspetti della vita. Oggi lo constatiamo soprattutto nel sistema sanitario.

MARX AVEVA VISTO GIUSTO
Già più di 150 anni fa Karl Marx lo aveva chiaramente analizzato ed espresso e si resta colpiti dall’attualità della sua prognosi: "Grazie allo sfruttamento del mercato mondiale la borghesia ha reso cosmopolita la produzione e il consumo di tutti i paesi. Ha privato l’industria del suo fondamento nazionale. Le antichissime industrie nazionali sono state e sono giornalmente annientate. Vengono rimpiazzate da industrie nuove, la cui introduzione diventa una questione di vita o di morte per tutte le nazioni civili, industrie che non lavorano più materie prime locali, bensì materie prime importate dalle zone più lontane e in cui i prodotti non vengono consumati esclusivamente nel paese ma dappertutto nel mondo. […] Al posto dell’antica autosufficienza e dell’isolamento locale e nazionale subentra un traffico universale, un’universale dipendenza reciproca fra le nazioni. E come nella produzione materiale, così anche in quella intellettuale. Grazie al celere miglioramento di tutti gli strumenti di produzione, alle comunicazioni rese estremamente più agevoli, la borghesia porta la civiltà a tutte le nazioni. I bassi prezzi delle sue merci sono l’artiglieria pesante con cui essa rade al suolo tutte le muraglie cinesi, […] costringe tutte le nazioni ad adottare, se non vogliono morire, il modo di produzione borghese" (2).

Per il nostro tempo bisogna aggiungere che, grazie a una perfetta organizzazione a livello mondiale del trasporto di container via mare, i costi di trasporto di merci e prodotti sono minimi, per cui le grandi distanze non scoraggiano più, ma piuttosto stimolano il commercio a livello mondiale.

E non è al di fuori dello sviluppo, ma corrisponde piuttosto alla sua logica, il fatto che, nella ricerca di possibilità di guadagno sempre nuove, si diffondano sempre più, nel campo dei mercati finanziari, gli affari basati unicamente su capitale fittizio e sulla sua moltiplicazione, con la tendenza a non tener conto dei dati dell’economia reale e a danneggiarli. Karl Marx aveva già visto anche questo (3).

Lo Stato e il diritto possono certamente dall’esterno fissare limiti al sistema del capitalismo e imporgli regole, limitare gli eccessi e le conseguenze inaccettabili, nella misura in cui l’ordinamento statale, che da parte sua è vincolato alla promozione di un’economia favorevole alla crescita, ha la forza per farlo. E in una certa misura lo fa anche. Tuttavia anche in caso di riuscita questa rimane una correzione marginale, che deve essere estorta alla logica funzionale del sistema, in quanto quest’ultima mira sempre alla maggiore deregolamentazione possibile.

ROVESCIARE IL CAPITALISMO DALLE FONDAMENTA
Di che cosa soffre quindi il capitalismo? Non soffre solo a causa dei suoi eccessi e dell’avidità e dell’egoismo degli uomini che in esso operano. Soffre a causa del suo punto di partenza, del suo principio funzionale e della forza che crea il sistema. Perciò è impossibile guarire questa malattia con rimedi marginali; la si può guarire solo cambiando il punto di partenza.

Bisogna sostituire l’esteso individualismo in materia di proprietà, che prende come punto di partenza e principio strutturante il profitto dei singoli potenzialmente illimitato, considerato diritto naturale e non soggetto ad alcun orientamento contenutistico, con un ordinamento normativo e una strategia d’azione, basati sul principio secondo cui i beni della terra, cioè la natura e l’ambiente, i prodotti del suolo, l’acqua e le materie prime non appartengono a coloro che per primi se ne impossessano e le sfruttano, ma sono destinati a tutti gli uomini, per il soddisfacimento delle loro necessità vitali e per il raggiungimento del benessere.

È un principio radicalmente diverso; punto di partenza e di riferimento ne è la solidarietà degli uomini nel loro vivere insieme e in competizione. È da qui che bisogna dedurre le norme fondamentali in base alle quali informare i processi d’azione, economici ma anche non economici (4).

La scelta di un tale punto di partenza non è del tutto nuova. Si ricollega a un’antica tradizione, che si è persa solo al momento del passaggio all’individualismo della proprietà e al capitalismo. Tommaso d’Aquino, il grande teologo e filosofo del Medioevo, afferma esplicitamente che in base al diritto naturale, cioè all’ordinamento della natura voluto da Dio, i beni terreni sono ordinati al soddisfacimento dei bisogni di tutti gli uomini. La proprietà privata del singolo esiste solo nel quadro di questa destinazione universale, e subordinata ad esso. Essa non appartiene al diritto naturale in sé, ma è un’aggiunta legislativa che si giustifica per motivi pratici, perché ognuno cura maggiormente ciò che appartiene a lui stesso, piuttosto che a tutti insieme, perché è più conforme allo scopo che ognuno possieda e amministri le cose da se stesso e, infine, perché la proprietà privata favorisce la pace fra gli uomini (5). Poi Tommaso distingue anche fra possesso, amministrazione e uso di ciò che si possiede. Mentre il primo spetta solo al singolo individuo, l’uso deve tener conto del fatto che i beni esteriori, in base alla loro destinazione originaria, sono comuni, per cui chi ne è provvisto deve condividerli di sua volontà con i poveri (6). Perciò per Tommaso, in caso di estrema necessità, il furto non è peccato (7).

Qui compare un modello che è contrario al capitalismo. Un modello che parte da altri principi fondamentali e così smaschera anche il carattere disumano del capitalismo. La solidarietà non appare più come una riparazione, per bloccare e compensare le conseguenze dannose di uno sbrigliato individualismo in materia di proprietà, ma come un principio strutturante della convivenza umana anche in ambito economico.

Questo punto di partenza opera in molti modi: attribuzione dei prodotti del suolo e delle materie prime naturali; relazione con i beni di consumo e l’ambiente, natura, acqua e aria; ruolo direttivo di ciò che è lavoro rispetto al capitale; limiti all’accumulazione di proprietà e di capitali; riconoscimento degli altri esseri umani – anche delle future generazioni – come soggetti e partner nel campo dell’uso, del commercio e del possesso invece che oggetti di possibile sfruttamento.

In questo modo si ha un quadro normativo, all’interno del quale il senso del possesso e dell’uso personale, la garanzia della proprietà possono e devono avere il loro significato pragmatico e la loro funzione come forze motrici del processo economico e del suo progresso. Ma rimangono legati al concetto prioritario della solidarietà, che offre orientamento contenutistico e pone dei limiti a un’espansione illimitata.

DOPO MARX, È L'ORA DELLA CHIESA
Non è questa la sede per elaborare in dettaglio un tale modello teorico e pratico ispirato dal principio di solidarietà. I fondamenti per farlo si trovano nella tradizione della dottrina sociale cristiana. Basta risvegliarli dal loro sonno di bella addormentata nel bosco e applicarsi con decisione a tradurli in pratica.

Questa dottrina sociale della Chiesa ha assunto a lungo nei riguardi del capitalismo, impressionata dai suoi indiscutibili successi, un atteggiamento piuttosto difensivo. Essa lo ha criticato su punti specifici invece di metterlo in discussione in quanto tale. L’attuale evidente crollo del capitalismo a causa della sua espansione illimitata e quasi sregolata può, e dovrebbe, permettere alla dottrina sociale della Chiesa una sua radicale contestazione.

Per questo il magistero sociale può richiamarsi semplicemente a papa Giovanni Paolo II, il critico più lucido ed energico del capitalismo dopo Karl Marx. Già nella sua prima enciclica egli intraprese una valutazione del sistema in quanto tale, delle strutture e dei meccanismi che dominano l’economia mondiale nel campo delle finanze e del valore del denaro, della produzione e del commercio. A suo avviso, essi si sono dimostrati incapaci di rispondere alle sfide e alle esigenze etiche del nostro tempo (8). L’uomo "non può diventare schiavo delle cose, schiavo dei sistemi economici, schiavo della produzione, schiavo dei suoi propri prodotti" (9).

Ma il nuovo orientamento solidaristico e la trasformazione di un esteso sistema d’azione economico che, come abbiamo mostrato, non tiene conto della natura e della vocazione dell’uomo, e anzi le contraddice, non avviene da sé. Richiede un potere statale in grado di agire e decidere, che oltrepassi la mera funzione di garanzia dello sviluppo del sistema economico e di accertamento del parallelogramma delle forze, ma assuma efficacemente la responsabilità del bene comune mediante la limitazione, l’orientamento e anche il rifiuto del perseguimento del potere economico, cercando continuamente di ridurre al tempo stesso le disuguaglianze sociali.

È impossibile realizzare una tale trasformazione con semplici interventi di coordinamento. Ma dove si trova oggi una tale statualità? Di fronte all’intreccio economico mondiale la forza dello Stato nazionale non è più sufficiente; sarà sempre sconfitta dalle forze economiche che operano a livello mondiale. D’altra parte, è impossibile organizzare una statualità a livello mondiale, sotto forma di Stato planetario. Lo si può fare solo per e in aree limitate, che sono in relazione fra loro e collaborano. L’appello è rivolto quindi anzitutto all’Europa. Ma essa avrà la volontà e la forza per farlo?







Note:

(*)Giurista cattolico tedesco, pare molto stimato da Benedetto XVI.
(1) H. Freyer, "Theorie des gegenwärtigen Zeitalters", Deutsche Verlag-Amstalt, Stuttgart, 1956, p. 79ss.
(2) K. Marx, F. Engels, "Manifesto del partito comunista", Marietti, Genova, 1973, p. 60.
(3) K. Marx, "Das Kapital", vol. III, c. 25, Dietz-Verlag, Berlin, 1956, pp. 436-452.
(4) Cfr. E.-W. Böckenförde, "Ethische und politische Grundsatzfragen zur Zeit", in Id., "Kirche und christilicher Glaube in der Herausforderungen der Zeit", Münster, 2007, pp. 362-366.
(5) Tommaso d’Aquino, "Summa Theologiae", IIa-IIae, q. 66, art. 2 e art. 7.
(6) Ivi, q. 66, art. 2, resp.
(7) Ivi, art. 7, resp.
(8) Cfr. Giovanni Paolo II, "Redemptor hominis", 1979, n. 16. Cfr. inoltre: Id., "Laborem exercens", 1981; "Centesimus annus", 1991.
(9) Giovanni Paolo II, "Redemptor hominis", 1979, n. 16.






Il mercato delle armi non conosce crisi [ma va?...]

Stoccolma. In un mondo che registra una recessione economica pesante nei Paesi ricchi e drammatica in quelli più poveri, quello delle armi è un segmento di mercato che non conosce crisi e che anzi si conferma in costante espansione. Nel 2008 le spese militari nel mondo sono cresciute del 4 per cento, raggiungendo la cifra record di 1.464 miliardi di dollari, oltre 900 miliardi di euro. Rispetto al dato di dieci anni fa l'aumento è del 45 per cento, secondo quanto emerge dal rapporto annuale dell'Istituto internazionale di ricerca per la pace (Sipri) di Stoccolma, un organismo indipendente nato nel 1966 per commemorare i 150 anni ininterrotti di pace in Svezia e il cui compito è di effettuare studi su conflitti e cooperazione.
Significativo, secondo il rapporto, è il settore aeronautico: la crisi ha colpito pesantemente l'aviazione civile
[che cadono come mele marce visto che hanno anche tagliato i fondi per la loro manutenzione], mentre cresce la produzione degli aerei da guerra. Quasi tutte le industrie di armamenti sono americane (66 per cento) o europee (31 per cento), ma Russia, Giappone, Israele e India si stanno conquistando [sic!: notare il linguaggio: anche questo è indicativo di una identificazione dell'economia alle dinamiche proprie della guerra] piccole fette di mercato. Il Sipri spiega che dal 2002, il valore delle armi è cresciuto del 37 per cento, toccando picchi che non si registravano dalla seconda guerra mondiale.
Al primo posto nelle spese militari si trovano proprio gli Stati Uniti, con 607 miliardi di dollari nel 2008. Seguono la Cina e la Francia, con una spesa rispettivamente di 85 e di 65 miliardi di dollari. L'Italia si colloca all'ottavo posto, con poco meno di 40 miliardi di dollari, mentre la Russia ha ridotto la distanza che la separava dagli Stati Uniti, con una spesa di oltre 58 miliardi di dollari. La spesa militare nel Vicino e Medio Oriente è leggermente in calo nel 2008, ma secondo il Sipri si tratta di una situazione temporanea. Un'eccezione è costituita dall'Iraq, dove la spesa militare è cresciuta del 133 per cento rispetto al 2007. Lo studio specifica che l'Iraq resta fortemente dipendente dalle forniture di armi provenienti dagli Stati Uniti, ai quali le guerre in Afghanistan e appunto in Iraq sono costate 903 miliardi di dollari. Il Sipri ricorda infine che l'aumento delle spese militari contribuisce in modo rilevante ai deficit di molti Paesi e sostiene che l'unico pericolo
[!] per i profitti dei fabbricanti e dei mercanti di armi potrebbe venire proprio dall'eventual e scelta dei Governi di ridurre tali spese per risollevare i propri bilanci statali. (©L'Osservatore Romano - 10 giugno 2009)

venerdì 5 giugno 2009

È tempo di bilanci...

È tempo di bilanci… l’anno (almeno quello scolastico, su cui però si ritma anche la vita di chi a scuola non ci va più) sta per finire; è finito anche il Tempo di Pasqua… per la sottoscritta si è anche completato proprio in questa settimana il ventisettesimo anno di età… Inevitabile dunque diventa il fare una sosta, non tanto per guardare a cosa si è fatto e cosa si deve fare, in cosa si è riusciti e in cosa si è falliti, cosa è andato bene e cosa è andato male… quanto piuttosto per guardare chi si è diventati, chi siamo (nel profondo) e quanto il lento percorso di immersione nello Spirito di Cristo, nel prendere cioè conformazione cristica, nel vivere una vita secondo il Vangelo si sia dato… quanto cioè questa logica, questa mentalità, questa dinamica, abbia pian piano – goccia dopo goccia – corroso la nostra impalcatura egoistica e autoreferenziale, sempre ansiosa di salvare se stessa, e abbia lubrificato invece i canali della donazione di sé, della voglia di spendersi per il bene altrui, del desiderio di un mondo migliore, per tutti…
E in questa analisi, alla ricerca della verità di noi, dell’identità bella che ogni tanto scordiamo e sporchiamo ma che Qualcuno tiene sempre per noi, della felicità vera che sa solo d’amore, mi pare che le letture di questa domenica in cui si festeggia la santa Trinità possano davvero aiutarci. In esse infatti è quasi racchiuso un sunto della storia della salvezza, della storia della salvezza universale e della storia della salvezza personale, del sogno di Dio su ciascuno dei suoi figli…


La prima lettura dal libro del Deuteronomio fa infatti risuonare l’inaudita notizia che scaravolta tutto l’impianto religioso umano: è quella di un Dio in cerca dell’uomo, «Ha mai tentato un dio di andare a scegliersi una nazione in mezzo a un’altra con prove, segni, prodigi e battaglie, con mano potente e braccio teso e grandi terrori, come fece per voi il Signore, vostro Dio, in Egitto, sotto i tuoi occhi?».
Di fronte al sempre riemergente desiderio dell’uomo di arrivare a Dio, di mettersi alla ricerca di Dio, di inventarsi modi, gesti, parole, sacrifici, riti per raggiungerlo, il messaggio biblico inverte i termini in gioco: la ricerca di Dio da parte dell’uomo è illusione, proiezione, sete di potere, dominio sugli altri… è Dio piuttosto che cerca l’uomo. E come scrive Armido Rizzi questo «Non è un ritocco: è un capovolgimento»…
Anche perché questo ribaltamento non è vago, non è una ricerca dell’uomo (da parte di Dio) di cui non si sa bene lo scopo… Esso è invece chiaramente dichiarato, appassionatamente ribadito e mai smentito: «perché sia felice tu e i tuoi figli dopo di te»!
È un capovolgimento perché… pensate se davvero ci credessimo… se davvero per un attimo dessimo credito a questi tre primi guadagni che le Scritture ci forniscono: non c’è bisogno di fare chissà cosa per cercare e trovare Dio, è Lui che è in cerca di noi; e ci cerca perché vuole la nostra felicità… Proviamo cioè a fare il percorso inverso del moderno che ha costruito il mondo etsi Deus non daretur: noi proviamo a pensare la nostra vita etsi Deus daretur, e non un Deus qualsiasi, ma questo Dio, quello di Gesù… Proviamo cioè a “far finta” che Dio ci sia per davvero, che sia proprio il Dio d’amore che ci ha rivelato suo Figlio: come cambierebbe il nostro orizzonte di senso, i nostri criteri per scegliere, l’impostazione della nostra vita… come cambieremmo noi!!!
Eppure… Ogni volta che queste cose si scrivono o si dicono… si ha sempre come la percezione di non riuscire a farsi capire… Forse di non capire fino in fondo neanche noi… Perché è come se immediatamente, non si sa bene da dove, emergesse un rigurgito nauseabondo: “Siamo stufi di sentirci ripetere che Dio è amore, ci cerca, ci vuol bene, ci vuole felici”… Siamo stufi perché di fatto questa è una notizia che non ha nessuna incidenza sulla nostra vita… Dopo che so che Dio mi ama? Devo continuare ad andare a lavorare, faticare per la realizzazione dei miei sogni (che chissà se si realizzeranno mai…), litigare, questionare… è un annuncio che ha perso completamente incidenza sul quotidiano, quando addirittura non diventa fastidioso, non suscita forme di ribellione, di disprezzo: “Basta con quelle finte pacche sulle spalle e quei finti luoghi comuni basati su una presunta benevolenza divina con cui spesso si risponde ai drammi della vita”…
È per questo perenne rischio di essere fraintesi, che forse molti oggi tacciono… è perché non si sa più dire che credere vuol dire dar credito a quelle tre frasi messe sopra, che si tace l’invito alla fede, certi che la gente capirebbe – giustamente dal suo punto di vista – tutt’altro… si tace perciò l’annuncio di quell’amore, che aveva tutt’altro significato, ma che si è svilito, consunto, quasi rovinato e se suscita reazioni sono quelle di qualche gruppo di spiritualisti esaltati o di qualche ferito dalla vita infastidito da un Dio che ama tutti tranne lui…
Eppure… eppure per chi questo amore l’ha incontrato nella carne, la prospettiva è diversissima… Ci sono alcuni che queste stesse parole non le travisano, ma le sentono nello stesso nostro univoco senso… sono i privilegiati, che – proprio perché testimoni in prima persona – continuano caparbiamente a non soccombere alla mentalità di morte, sfiducia, rassegnazione che ci sta crescendo intorno… Come in quella vecchia storia in cui un branco di cani segue la volpe e dopo un lungo correre e correre e correre, solo quelli che avevano davvero sentito l’odore non desistono… Gli altri correvano perché avevano visto i loro simili correre, ma non avevano sentito l’odore… e si son fermati…
Chi ha sentito l’odore non è più bravo, è solo più fortunato… è per questo che ha un compito preciso, che è quello di non desistere nel raccontare di quell’amore a cui gli altri non credono più, perché non l’hanno sentito… non desistere nel raccontare di quell’amore nato dal cuore stesso di Dio e tutto dedito al bene dell’uomo, tutto dedito a riversarsi su altri perché – ci dice sempre la Scrittura di questa domenica – così è la natura stessa di Dio. Egli non è un’unità monodica e statica e sola e noiosa… è una dinamica a tre, una “fornace trinitaria” – la chiama qualcuno –, un circolo e ricircolo di energia amante.
Ecco perché l’inaudita notizia non può essere fraintesa… non si tratta di un Dio che sta lassù nell’alto dei cieli e solo nominalisticamente continua ad amare l’uomo in una maniera impercettibile, insignificante, in fin dei conti, inutile… con un amore così appiattente e ripetitivo da risultare noioso… quasi da rifuggire… come – per ridere – spesso emerge dai nostri discorsi quotidiani: “Che noia stare in paradiso tutta l’eternità…”.
La notizia inaudita è piuttosto che il desiderio di Dio è che l’uomo entri a far parte di questo circolo trinitario, che cioè non semplicemente sia un contenitore anonimo in cui è versato l’anonimo amore di Dio, insignificante per la quotidianità del contenitore, ma che l’uomo nella sua singolarità e irripetibilità è chiamato attivamente a far parte di quel ricircolo amoroso che vuole inondare il mondo: «Fratelli, tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio. E voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo “Abbà! Padre!”. Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio. E se siamo figli, siamo anche eredi: eredi di Dio, coeredi di Cristo»!
È l’inaudita notizia che un mondo diverso è possibile, che logiche diverse sono possibili, che (almeno) pezzi di Regno sono realizzabili! Detto laicamente: che davvero la vita può essere bella! Non perché senza dolori e problemi, ma perché davvero tenuta in mano dall’energia cristica intrastorica, che è lo Spirito, che è l’amore, che “non fa da sé”, ma coinvolge me: «Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito». Il capovolgimento di cui si parlava all’inizio infatti è quello per cui non solo – come chiunque può dire – a noi interessa di Dio (perché potrebbe essere quello che ci salva la vita), ma a Dio interessa di noi! Nella nostra storia, ne va di Dio! Questo è il messaggio di Gesù: «l’originario divino si riferisce all’uomo come a chi Lo riguarda, Dio prende in conto cosa l’uomo man mano iscrive nel tempo» [Ubbiali].
Ma come convincere i cani che non hanno sentito l’odore della volpe a continuare a correre? Non serve inondarli di parole, di discorsi, di mezzi poco puliti perché alla fine ci seguano… Bisogna escogitare modi perché sentano l’odore… ecco perché la Chiesa ha bisogno di modalità nuove di immersione della gente nello Spirito… Ecco perché il comando finale e di sempre di Gesù è di andare per tutto il mondo ad immergere la gente in questa fornace amorosa che è il continuo scambio tra il Padre, il Figlio, lo Spirito e ciascuno di noi: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli (= immergendoli) nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo»!
«Insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato», aggiunge l’evangelista Matteo… che guarda caso è nuovamente l’amore… l’amore capace di darsi fino alla morte per il bene altrui: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri» (Gv 13,34).
Ma, ancora una volta, non un annuncio da vivere in solitaria, ma dentro ad una dinamica collegiale: «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

La sorgente dell’amore!

«Andate, consegnate e fate ripetere le mie parole a tutte le genti. Immergetele nel Nome del Padre, Colui che crea parlando; del Figlio, la Parola creatrice che il Padre pronuncia sempre nella materia vivente; dello Spirito, l’energia divina vivente che guida il creato verso la sua trasfigurazione»
Il segno e le parole del “Dio cristiano”
…ci sono voluti solo pochi anni dalla morte e resurrezione di Gesù perché già si battezzasse e si celebrasse l’eucaristia nel segno e nel nome di questo Dio “Padre e Figlio e Spirito Santo”.
…ci vorranno più di tre secoli perché concili ecumenici, vescovi e teologi, con grande fatica e conflitti, affinino la loro comprensione del mistero trinitario, il mistero centrale della fede cristiana, fino ad elaborare un “simbolo della fede” che esprima senza devianze né censure il cuore dell’intimità di Dio stesso, fin da quando ha tanto amato il mondo da mandare il figlio suo unigenito per salvarci… e in lui, Gesù, abbiamo intravvisto colui dal quale veniva e verso il quale tutti, con il suo Spirito, camminiamo.
… ci sono voluti millenni, anche se stava scritto subito da principio che “Dio è amore”, perché il lungo percorso socioculturale dei cristiani riuscisse a integrare (e siamo solo all’inizio!) ciò che nel lungo peregrinare dell’umanità era faticosamente emerso in Cristo; ciò che “i profeti di ogni popolo e nazione ” hanno sempre intuito e testimoniato… al di là di tutte le amare e talora sanguinose smentite storiche: che l’arma più efficace di trasformazione del mondo è l’Amore, perché è l’essenza stessa di Dio. E dunque, in Dio c’è movimento del cuore, c’è relazione plurale… ci sono volti che si amano… un Io, un Tu, un noi . Come dire che “amare”, in Dio, non è solo ciò “che si fa”, ma “ciò che si è”! Credere in lui vuol dire aprirsi, lasciarsi avvolgere e impregnare, seppure nelle dosi minuscole a noi accessibili, dal suo “intimo infinito circuito di benevolenza divina” nella storia… Questo doveva essere la missione della chiesa, portatrice del mistero cristiano: andate… fate discepoli tutti i popoli… battezzateli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.
Cosa abbiam capito del mistero di Gesù nella storia
Oggi la chiesa celebra, a sintesi del ciclo pasquale, la festa della Trinità: un Dio che è, dunque, comunione, relazione, famiglia… Padre, Figlio e Amore che spira tra loro, per usare le parole umane che richiamano la nostra esperienza originaria di amore vitale. Non la solitudine di un motore immobile, ma una realtà dinamica, interpersonale, viva e relazionale. Dire …“Famiglia” o comunità, non vuol dire un’entità monolitica, statica: ma vuol dire tutto un insieme di desideri, di dinamiche, di rapporti, di situazioni… che abbiamo provato, per disporci ad accogliere infinitamente di più, come a noi si è rivelato in Gesù e nel dono del suo Spirito. Dio si è rivelato, così com’era… “nella sua economia”, direbbero i padri greci, cioè nella sua misteriosa e talora incomprensibile strategia di salvezza, come si è incarnata dentro la nostra storia – dove, con instancabile pazienza e ostinazione, ha combattuto contro le maschere che la paura e la volontà di potenza dell’uomo gli attribuivano. Un Dio sempre diverso, imprevedibile e incontenibile negli schemi umani, un Dio sperimentato e trasmesso come comunione di molteplici interventi e presenze, fraintendimenti e ricomprensioni. Un Dio, alla fine, annunciabile solo… nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo… Con queste parole cariche di senso i discepoli di Gesù hanno cercato di esprimere l’esperienza della fede a cui Gesù li aveva educati. Il mistero della Trinità è il germe segreto e potente che sta impregnando lo spessore storico della loro avventura umana sulla terra. La fede è il dono della consapevolezza e della partecipazione all’amore del Padre verso il mondo, realizzato in Cristo e in corso di elaborazione nello Spirito. Ma la comunità dei credenti, depositaria privilegiata di questo segreto, fa una fatica improba a convincersene e impegnarvi la vita, perché l’esperienza che chiameranno poi trinitaria sconvolge ogni barriera, ogni schema, ogni prudenza… come si vede negli “atti” degli apostoli e nelle varie lettere pastorali… dell’età sorgiva della Chiesa.
Missione trinitaria, missione universale
“Fermiamoci a considerare le parole che sono il centro della liturgia di questa domenica:
«Andate, consegnate e fate ripetere le mie parole a tutte le genti. Immergetele nel Nome del Padre, Colui che crea parlando; del Figlio, la Parola creatrice che il Padre pronuncia sempre nella materia vivente; dello Spirito, l’energia divina vivente che guida il creato verso la sua trasfigurazione» (cfr. Mt 28, 19). Traduzione un po’ lunga, ma necessaria per la liberazione dell’immagine trinitaria dagli algebrismi che sopra vi abbiamo costruito. Ho parafrasato le parole: «ammaestrate» con «consegnate e fate ripetere le mie parole»; Gesù non conosceva altro modo di ammaestramento che quello proprio della sua gente. Ancor oggi presso i popoli semiti, ebrei e arabi, l’insegnamento della Rivelazione è basato sulla ripetizione ritmica delle parole dei testi sacri; ripetizione che fa scendere le parole in tutto l’essere del recitante e lo predispone all’ascoltazione di Colui che le ha pronunciate e che, con voce percepibile dall’orecchio interiore, continua a pronunciare… «Battezzandole», dice la traduzione; essa limita la parola di Cristo al battesimo sacramentale; il verbo «immergetele», invece, comprende il primo ma anche molto di più: inondate il mondo con l’onda del Nome. Del Nome dal quale derivano tutti gli altri nomi, anche quelli del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. I nomi delle cose visibili e invisibili discendono dal primo ineffabile Nome; fermarsi a uno di essi è distaccarlo dalla sua sorgente, compiere atto d’idolatria, alterare l’armonia dei mondi. I credenti hanno la missione di immergersi e di immergere nell’onda trinitaria tutto il creato. Di vivere cioè la certezza di fede che il creato non è la risultante di un cieco impulso di cellule mosse dal caso o dalla necessità, ma lo straripamento di una Coscienza infinita che su tutti gli esseri amorosamente vigila: questa è la immersione nel Padre (Giovanni Vannucci, «La fioritura della vita», in Verso la luce, 1a ed. Centro studi ecumenici Giovanni XXIII, Sotto il Monte (BG) ed. CENS, Milano 1984; Festa della Santissima Trinità - Anno B; Pag. 97-100).
Evangelizzare – cioè educare ad amare…
La missione della chiesa – che inizia con questi primi discepoli di Gesù è dunque di annunciare l’amore che li ha chiamati, trasformati nel cuore e nella mente, e spediti nel mondo a “immergere” l’umanità… nel nome di questo Dio Padre e Figlio e Spirito santo. Tutto il resto è secondario e dipende da qui. “La carità (l’agape) è davvero il « cuore « della Chiesa, come aveva ben intuito santa Teresa di Lisieux, che ho voluto proclamare Dottore della Chiesa proprio come esperta della scientia amoris: «Capii che la Chiesa aveva un Cuore e che questo Cuore era acceso d’Amore. Capii che solo l’Amore faceva agire le membra della Chiesa [...] Capii che l’Amore racchiudeva tutte le Vocazioni, che l’Amore era tutto»… Che cosa significa questo in concreto? … Prima di programmare iniziative concrete occorre promuovere una spiritualità della comunione, facendola emergere come principio educativo in tutti i luoghi dove si plasma l’uomo e il cristiano, dove si educano i ministri dell’altare, i consacrati, gli operatori pastorali, dove si costruiscono le famiglie e le comunità. Spiritualità della comunione significa innanzitutto sguardo del cuore portato sul mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va colta anche sul volto dei fratelli che ci stanno accanto. Spiritualità della comunione significa inoltre capacità di sentire il fratello di fede nell’unità profonda del Corpo mistico, dunque, come « uno che mi appartiene «, per saper condividere le sue gioie e le sue sofferenze, per intuire i suoi desideri e prendersi cura dei suoi bisogni , per offrirgli una vera e profonda amicizia. (Giovanni Paolo II, Novo Millennio Ineunte, §42s)
…alcuni però dubitavano.
È consolante che l’atteggiamento dell’animo dei discepoli, in questo momento solenne in cui “tutto” è affidato al cuore e alla responsabilità di Cristo, che se ne sta tornando al Padre, sia lacerato tra adorazione, cioè affidamento totale a lui, e dubbio… Dubitavano non tanto di Dio (allora era impensabile!) ma dubitavano se bisognasse proprio “passare” da un fede monolitica, unitaria, discriminante… ad una fede dinamica, evolutiva, trinitaria, macerata nella storia, e sempre daccapo da ricondurre al Padre, al Figlio e al loro Amore. E se bisognava lasciarsi recuperare sempre là dove la sorgente sembrava sparire, nelle discariche, vicino agli uomini scartati, come il fondatore della nostra fede, perché disomogenei alle architetture e dogmatiche dei progetti umani.
“Non possiamo fermarci al Nome del Padre, ma vivere la realtà del Figlio. La realtà del Figlio è nel sentire che la terra, la carne, la materia sono il frutto della parola pronunciata da Colui che parla e crea, la sua corporificazione: la Parola si è fatta carne. Dal Figlio nasce l’amore per la terra, il coraggio di credere al suo destino, di amarlo, di anelare alla sua luminosa realizzazione. Amore che non è fine a se stesso, ma è chiamato ad andare sempre oltre, finché tutto non approderà nell’infinita coscienza, nell’infinito amore, nell’infinita libertà dei figli di Dio, immergendo in tal modo il creato nello Spirito” (Giovanni Vannucci, idem).

lunedì 1 giugno 2009

Il nuovo volto del potere di Giuseppe D'Avanzo

Il vero volto del potere?
IL «caso Berlusconi» svela da oggi anche altro e di peggio. Ci mostra il dispositivo di un sistema politico dove la menzogna ha, non solo, un primato assoluto, ma una sua funzione specifica. Distruttiva, punitiva e creatrice allo stesso tempo. Distruttiva della trama stessa della realtà; punitiva della reputazione di chi, per ostinazione o ingenuità o professione, non occulta i «duri fatti»; creatrice di una narrazione fantastica che nega eventi, parole e luoghi per sostituirli con una scena di cartapesta popolata di fantasmi, falsi amori, immaginari complotti politici.

È stato per primo Silvio Berlusconi a muovere. Si scopre vulnerabile nelle condizioni di instabilità provocate dalle parole della moglie («frequenta minorenni», «non sta bene») e fragile per la sua presenza nella peggiore periferia di Napoli a una festa di compleanno di una minorenne. È dunque costretto a mostrare, senza finzioni ideologiche, il suo potere nelle forme più spietate dell’abuso e della pura violenza. È già un abuso di potere (come ha scritto qui Alexander Stille) in un pomeriggio di autunno telefonare, da un palazzo di Roma e senza conoscerla, a una ragazzina che sta facendo i compiti nella sua «cameretta» per sussurrarle ammirazione per «il volto angelico» e inviti a conservare la sua «purezza». È un abuso di potere ancora maggiore imporre ai genitori della ragazza di confermare la fiaba di «una decennale amicizia» con il premier, nata invece soltanto sette mesi prima grazie a un book fotografico finito non si sa come sullo scrittoio presidenziale.

È pura violenza pretendere che gli si creda quando dice: «Io non ho detto niente». Tutti abbiamo sentito Berlusconi dire, spiegare, raccontare in pubblico e soprattutto contraddirsi e mentire. Ora egli pretende che il potere delle sue parole sulla realtà e sui nostri stessi ricordi sia, per noi, illimitato e indiscusso. Esige che noi dimentichiamo ciò che ricordiamo e crediamo vero ciò che egli dice vero e noi sappiamo bugiardo. Non ha detto niente, no? Berlusconi chiede la nostra ubbidienza passiva, l’assuefazione a ogni manipolazione anche la più pasticciata. Reclama una sterilizzazione mentale (e morale) dell’intera società italiana.

Già basterebbe questo atto di pura violenza per riproporre le dieci domande a cui il capo del governo non vuole dare risposta da più di due settimane perché, palesemente, non è in grado di farlo. Se lo facesse, potrebbe compromettere se stesso, rivelare abitudini e comportamenti in rumorosa contraddizione con il suo messaggio politico (Dio, patria, famiglia).
C’è altro, però. Berlusconi sa che questa prova di forza non lo mette al sicuro dal potenziale catastrofico della «crisi di Casoria». Sa che spesso i fatti sono irriducibili e hanno la tendenza a riemergere. Sa che per distruggere quella realtà minacciosa, deve distruggere presto e nel modo più definitivo chi la può testimoniare. Anche in questo caso il premier ha deciso di muoversi con un canone di assoluta violenza. È quel che accade in queste ore. Per raccontarlo bisogna ricordare che i giorni non sono passati inutilmente perché hanno offerto a chi ha voglia di sapere e capire qualche accenno di «verità».
Veronica Lario dice a Repubblica che il premier «frequenta minorenni». Berlusconi nega dinanzi alle telecamere di Porta a porta di frequentare minorenni.
Mente, ora è chiaro. Ci inganna intenzionalmente e consapevolmente, ben sapendo che cosa vuole deliberatamente nascondere. Ha frequentato la minorenne di Napoli come altre minorenni hanno affollato le sue feste e affollano i suoi weekend nella villa di Punta Lada in Sardegna. Dov’erano quelli che oggi minimizzano la presenza di ragazzine alla corte di un anziano potente di 73 anni quando quel signore negava di «frequentare minorenni»?

Un secondo punto, fermo e indiscutibile, è l’inizio dell’amicizia con Noemi, la ragazza napoletana. La retrodatazione del legame tra il premier e la famiglia della ragazza al 1991 si è rivelata posticcia e contraddittoria. I suoi incontri con la minorenne, anche in assenza dei genitori, sono stati documentati (Villa Madama; Capodanno 2009 a Villa Certosa). L’inizio dell’affettuosa e paterna amicizia tra il capo del governo e la minorenne è stata testimoniata dall’ex-fidanzato della ragazza, confermato da una zia di Noemi, fissato nell’autunno del 2008.

Contro questi «punti fermi», che lasciano il premier nudo con le sue bugie, si è scatenata una manovra utile a scomporre, ricomporre e confondere i fatti in un caleidoscopio mediatico di immagini false dove l’arma è la menzogna e gli armigeri sono i giornalisti stipendiati dal capo del governo, dimentichi di ogni deontologia professionale e trasformati in agenti provocatori; i corifei del leader, forti dell’immunità parlamentare e disposti a ogni calunnia. Buon’ultima Daniela Santanché che accetta di fare, nell’interesse del Capo, il lavoro sporco di diffamarne la moglie («ha un compagno»). Chiunque, in questo affare, abbia portato il suo granellino di verità viene ora sottoposto a un pubblico rito di degradazione fabbricato con un violento uso della menzogna.

Il primo assalto è toccato a Repubblica investita, dall’editore all’ultimo cronista che si è occupato del «caso», da un’onda di panzane. Prima il complotto politico (ma la polemica sulle veline è stata sollevata dal think tank di Gianfranco Fini). Poi la bubbola del pagamento del testimone (Gino Flaminio) che colloca la prima telefonata di Berlusconi a Noemi alla fine del 2008. L’accusa la grida in tv il ministro Bondi. Qualche giorno prima che un allegro commando di redattori del giornale della famiglia Berlusconi si scateni contro Flaminio allungandogli un paio di centoni «per l’incomodo» e realizzando la ridicola impresa di essere i soli a pagare l’ingenuo Gino. Che, anche se spaventato e intimorito, dice, ridice e conferma in tre occasioni di «non aver avuto un centesimo da Repubblica». Non è finita. Uguale trattamento viene inflitto al fotografo che ha immortalato, nell’aeroporto di Olbia, lo sbarco da un aereo di Stato delle ragazze (alcune, appaiono da lontano minorenni) invitate a allietare il fine settimana del presidente del consiglio. Infilato prima in una trappola dall’house organ di Casa Berlusconi, denunciato poi per truffa (improbabile reato) dall’avvocato del premier, la procura di Roma decide di sequestrare sia le immagini illegittime (scattate verso il patio di Villa Certosa) sia le foto legittime (raccolte in un luogo pubblico).

Siamo solo all’interludio perché il colpo finale, la menzogna usata come manganello punitivo, viene riservato alla prima e più autorevole testimone dell’instabilità psicofisica del premier e dei suoi giorni con le minorenni: Veronica Lario. Daniela Santanché (non è un’amica della Lario, non frequenta la villa di Macherio) svela a Libero che «Veronica ha un compagno». E, se «Veronica ha un compagno», come possono essere attendibili i suoi rilievi al marito? Il cerchio ora è chiuso. Il pestaggio menzognero è completo, anche se non concluso. Ciascuno ha cominciato ad avere quel che si merita.

Questo spettacolo nero ha il suo significato politico. Berlusconi vuole insegnarci che, al di fuori della sua verità, non ce ne può essere un’altra. Vuole ricordarci che la memoria individuale e collettiva è a suo appannaggio, una sua proprietà, manipolabile a piacere. Si scorge nella «crisi di Casoria» un uso della menzogna come funzione distruttiva del potere che scongiura l’irruzione del reale e oscura i fatti. Si misura l’impiego dei media sotto controllo diretto o indiretto del premier come fabbrica di menzogne punitive di chi non si conforma (riflettano tutti coloro che ripetono che ormai il conflitto d’interesse è stato «assorbito» dal Paese). È il nuovo volto, finora nascosto, di un potere spietato. È il paradigma di una macchina politica che intimorisce. C’è ancora qualcuno che può pensare che questa sia la trama di un gossip e non la storia di un abuso di potere continuato, ora anche violento, e quindi una questione che scrolla la nostra democrazia? [Giuseppe D'Avanzo in Repubblica.it]

Vacuità della politica di Barbara Spinelli

L'illusione di esistere
Non è la prima volta che il presidente del Consiglio s’indigna per il trattamento che gli riservano i magistrati che lo processano, o i giornalisti che indagano sulla spregiudicatezza con cui mescola condotte private e pubbliche. S’indigna a tal punto che le due figure - il magistrato, il giornalista - sono equiparate a quella del delinquente: è avvenuto giovedì all’assemblea della Confesercenti. Le tre categorie sono assimilate a loro volta all’opposizione politica. Le accuse che vengono loro rivolte sono essenzialmente due. Primo, l’offesa al popolo sovrano, al consenso che esso ha dato alle urne e che imperturbato rinnova nei sondaggi. Secondo, la natura pretestuosa di tali attacchi antidemocratici: il primato dato alla forma sulla sostanza, ai problemi finti degli italiani su quelli veri, allo show sulla realtà, al gossip sulla politica del leader.

L’accusa va presa sul serio, perché il premier ha costruito il proprio carisma sulla maestria dello show e non ha concorrenti in materia. In particolare sa abbandonarlo, se serve, e presentare l’avversario come vero manipolatore della società dello spettacolo. Come ha scritto Carlo Galli, «il suo vero potere è sul linguaggio e sull’immaginario»: qui è l’egemonia che dagli Anni 80 esercita sul senso comune degli italiani, e che l’opposizione non ha imparato a scalfire (la Repubblica 25 maggio).
Ma qualcosa si va scheggiando, in questo perfetto potere d’influenza, come accade agli apprendisti stregoni che non dominano più interamente i golem fabbricati.

Il gossip, lo show, il privato che fagocita il pubblico, i problemi veri semplificati fino a divenire non-problemi, dunque falsi problemi: questi i golem, e tutti provengono dalle officine del berlusconismo. Sono la stoffa della sua ascesa, gli ingredienti della sua egemonia culturale in Italia. Quel che succede oggi è una nemesi: il problema finto divora quello vero, show e gossip colpiscono chi li ha messi sul trono. All’estero la condanna è dura. Non da oggi, certo: l’Economist lo giudicò «inadatto a governare» il 28 aprile 2001, sono passati anni e Berlusconi resta forte. Ma lo sguardo esterno stavolta s’accanisce, perché finzioni e non-verità si accumulano.

Il fatto è che nel frattempo il mondo è cambiato, attorno a lui. Berlusconi è figlio di un’epoca di vacuità della politica: il mercato la scavalcava impunemente, ignorando ogni regola; l’imprenditore-speculatore sembrava più lungimirante e realista del politico di professione. Il liberalismo dogmatico regnò per decenni, e Berlusconi fu una sua escrescenza. Ma questo mondo giace oggi davanti a noi, squassato dalla crisi divampata nel 2008. La regola e la norma tornano a essere importanti, il realismo dei boss della finanza è screditato, la domanda di politica cresce. È quel che Fini presagisce: senza dirlo si esercita in toni presidenziali, conscio del prestigio miracolosamente sopravvissuto del Colle. La crisi del 2007-2008 è sfociata in America nella sconfitta di Bush, ma quel che Pierluigi Bersani ha detto in una recente conferenza è verosimile: «Il capitalismo non finisce, ma finisce una fase ad impronta liberista della globalizzazione. E non finisce perché c’è Obama, ma c’è Obama perché finisce».

Questo spiega come mai Berlusconi - a seguito della sentenza Mills che lo indica come corruttore di testimoni e della vicenda Noemi in cui appare come boss che esibisce private sregolatezze fino a sfidare il tabù della minorenne - irrita più che mai chi ci guarda da fuori. Un’irritazione che si accentua di fronte ai troppi nascondimenti della verità: nel caso Mills la verità di sentenze che non sono tutte di assoluzione ma anche di prescrizione o assenza di prove; nel caso Noemi la verità di incontri poco chiari. Non dimentichiamolo: quando si incolpano le bolle, finanziarie o politiche, è di menzogne e sortilegi che si parla.

Quel che finisce, attorno a noi, è la negligenza dell’imperio della legge, della rule of law. Non tramonta solo il dogma del mercato onnisciente ma la figura del sovrano-boss, eletto per stare sopra le leggi, i magistrati, le costituzioni, le istituzioni. La fusione tra il suo interesse-piacere privato e il suo agire pubblico diventa un male non più minore ma maggiore, perché nelle democrazie c’è sete di regole e istituzioni, dopo lo sfascio, e non di favole ottimiste ma di realtà e verità. C’è bisogno di gesti fattivi e antiburocratici come la presenza in Abruzzo o a Napoli sui rifiuti, ma c’è anche bisogno di cose che durino più di una legislatura e non siano bolle. È utile osservare l’America, oggi: l’immenso sforzo pedagogico che sta compiendo Obama, per convincere i cittadini che il breve termine è letale, che la Costituzione e le norme devono durare più dei politici.

Deve poter durare il sistema di checks and balances innanzitutto: l’equilibrio tra poteri egualmente forti e indipendenti. Il presidente americano sta riconquistando l’egemonia della parola, con linguaggio semplice e vera passione pedagogica. Il suo discorso su Guantanamo e terrorismo, il 21 maggio, lo conferma: «Nel nostro sistema di pesi e contrappesi, ci deve essere sempre qualcuno che controlli il controllore. \ Tratterò sempre il Congresso e la giustizia come rami del governo di eguale rango». Berlusconi va oggi controcorrente: all’estero non ha altra sponda se non quella di Putin, figura tipica di politico-boss.

Tuttavia la società italiana gli crede ancora, e questo consenso varrà la pena studiarlo, con la stessa umile immedesimazione mostrata da Obama. Varrà la pena studiare perché gli italiani somigliano tanto ai russi, come se anch’essi avessero alle spalle regimi disastrosi. Perché tanta sfiducia verso le regole, lo Stato, la res publica. Non esiste una congenita debolezza morale degli italiani, e dunque occorre capire come mai la politica è così profondamente sprezzata, il conflitto così radicalmente temuto. La tesi esposta più di vent’anni fa dallo studioso Carlo Marletti è tuttora valida: è vero che da noi esiste un «eccesso di pluralismo e complessità che le istituzioni legali non semplificano» adeguatamente. E che al loro posto si sono installate auto-organizzazioni informali, claniche o familiste, che non sono arcaiche ma si sono adattate alla modernità meglio di altre. Marletti spiega come lo sviluppo industriale si sia mescolato alla criminalità organizzata e come si siano creati, in assenza di uno Stato che semplifichi la complessità, meccanismi di semplificazione sostitutivi, solidaristico-clientelari, «di tipo nero o sommerso» (Marletti, Media e politica, Franco Angeli, 1984).

Berlusconi prometteva questa fuga nella semplificazione deviante, meno ingarbugliata che ai tempi della Dc. Secondo il filosofo Václav Belohradsky, essa è basata sul prevalere dei fini personali o corporativi sui mezzi che sono le norme prescritte a chi vuol realizzare tali fini. Tra i due elementi è saltata ogni coerenza ed è il motivo per cui l’Italia vive nell’anomia sociale, come fosse fuori-legge.

In Italia accade questo: le mete del singolo sono tutto, le norme nulla. La legalità vale per gli altri (i clandestini), non per noi, scrive Carlo Galli. Per noi le leggi sono d’impedimento: quelle italiane e anche quelle dell’Unione Europea, come ha ripetuto Berlusconi alla Confesercenti. L’opposizione potrebbe ripartire da qui: dalle norme pericolosamente sprezzate, dall’Europa che il governo finge di poter aggirare senza rischi, dalla sovranità nazionale che esso finge di possedere, a cominciare dal clima. La commistione privato-pubblico ha condotto a tutto questo, non è solo la storia di un padre, di una moglie mortificata, dei loro figli. I più preveggenti dicono: dopo la crisi il mondo non sarà più eguale. Berlusconi promette di conservarlo: anche questo è bolla, ed è spinta rivoluzionaria che si sta esaurendo. [Barbara Spinelli in La Stampa]


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venerdì 29 maggio 2009

La potenza discreta dello Spirito

Volti nuovi dello Spirito...
Il Vangelo chiarisce l’obiettivo, anzi, il “compimento” essenziale per cui Gesù innalzato al Padre ci manda lo Spirito: vi condurrà sulla via di ogni verità – perché lui stesso è lo Spirito di verità. “La Verità che qui si dice è la verità di Dio come si è rivelata definitivamente e inesauribilmente in Gesù Cristo: essa consiste nel fatto che Dio è l’amore e che Dio, il Padre, ha amato il mondo fino a mandare il Figlio suo. Questo nessuno dei discepoli, e neppure noi, l’avremmo compreso, se non ci fosse stato donato lo Spirito stesso di Dio, per introdurci nell’intenzione e nell’azione salvifica di Dio stesso. Essendo, lo Spirito, il frutto di questo amore reciproco in Dio, non rivela ciò che gli è proprio, ma spiega soltanto, sempre di nuovo, attraverso tutti i secoli, quanto insondabile e inconcepibile è questo eterno amore (von Balhasar). Egli introduce il discepolo in ciò “che è mio”, dice Gesù, il Figlio ma questo è nello stesso tempo “ciò che è del Padre”. Non si tratta di una conoscenza noetica o intellettuale. Lo Spirito ci introduce in questa dinamica interna all’amore di Dio insegnandoci con infinita pazienza quotidiana ad amare con l’amore che Dio ha manifestato in Cristo, amore di benevolenza che tutto abbraccia, assume e redime! La laboriosa e travagliata trasformazione “dei desideri e passioni della carne” nel “frutto dello Spirito”, come ci spiega Paolo, è il segno di questa presenza animatrice e consolatrice…
E come mai ciascuno di noi li sente parlare nella propria lingua nativa?
…Così si domanda la gente proveniente da ogni lingua e nazione che è sotto il cielo, in piazza, nel giorno di Pentecoste! Noi facciamo dunque memoria ancor oggi (e dovrebbe rinnovarsi tra noi), del dono proprio più immediato e percepibile dello Spirito: la comunione e l’intercomprensione dei linguaggi e delle culture. Una unione ardente con/divisa, o una divisione in lingue infuocate dallo stesso braciere… Mai, forse, lo Spirito ha avuto una piazza globalizzata come il nostro il mondo, oggi. Mai è stata così forte la dispersione babelica, e nello stesso tempo tanto condensata e strettamente interconnessa e interdipendente, che l’evento che capita in ogni angolo del cosmo coinvolge inarrestabilmente tutta l’umanità. Mai come oggi… tutti erano radunati in un unico luogo… come si dice dei discepoli, in attesa dello Spirito. È il nostro villaggio globale! C’è un’attesa evidente, anche se confusa e angosciata, nel nostro mondo e nella nostra chiesa, che sembra provenire proprio da questa evidente urgenza inarrestabile di integrazione e di comunione, proprio in una condizione sociale, economica, religiosa e ideologica mondiale quanto mai sperequata e conflittuale. Il senso di paura e di impotenza, di bisogno e di inadeguatezza fa ricercare soluzioni sbilanciate sulla “sicurezza” (propria! …con censura più o meno spietata sui problemi altrui); sulla difesa armata aggressiva della propria identità di nazione o di religione e di livello economico; sui “respingimenti” di chiunque cerchi una via di uscita da condizioni talmente invivibili da non aver tempo e mezzi per percorrere le impossibili vie burocratiche prestabilite.
La profezia cristiana si arrende?
Forme impazzite di reazioni aggressive violente e terroristiche (la cui origine non è solo ideologica o religiosa, ma anche e sempre economica!) sembrano giustificare contromisure adeguate oltre le soglie che si pensavano insuperabili della tortura e della sospensione dei diritti della persona (…e quindi i “reati” diventano “doveri”, pure in paesi cosiddetti democratici!). Eppure la Pentecoste è presentata ai discepoli di Gesù come la realizzazione, iniziale almeno, della “verità tutta intera” prevista dall’antica profezia antibabelica. “Il Signore degli eserciti preparerà su questo monte un banchetto…per tutti i popoli… Egli strapperà su questo monte il velo che copriva la faccia di tutti i popoli” (Is. 25,6ss). Il prodromo di quanto succede a Gerusalemme il giorno di Pentecoste! Dunque, è possibile un benessere globalizzato, quando ogni diseguaglianza vergognosa verrà cancellata! Perché questo è il contenuto, ma anche il grande mezzo di fascino e convinzione, il propulsore! Di cosa, insomma, parlavano i discepoli, mentre accade il prodigio della comprensione reciproca nella lingua nativa? Delle grandi opere di Dio! Le cose che stavano avvenendo, dunque, quelle che erano sotto gli occhi di tutti! Che gli uomini si capivano, che ognuno riconosceva e accoglieva la dignità dell’altro, la reciproca comprensione e accoglienza della diversità, e (proseguendo il cammino di animazione dello Spirito e della Parola) che erano insomma un cuor solo e un’anima sola… e che non c’era tra loro nessun bisognoso, perché tutto era in comune.
…non siamo ancora capaci di portarne il peso?
Gesù afferma che non può dire subito tutta la sua verità ai discepoli, perché non erano ancora capaci di portarla: Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da sé stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. Questa immaturità dei discepoli si prolunga fino a noi. Lo Spirito di certo è già stato mandato e talora ne abbiamo visto le tracce, ma la nostra capacità di accogliere, analizzare e progettare “le cose future” rimane molto scarsa. E questa insufficienza genera insicurezza, e quindi contrapposizioni e aggressività, e porta acqua non al mulino della profezia, ma al vortice della difesa arroccata e selvaggia dei privilegi acquisiti (spesso con le dilapidazioni coloniali dei secoli passati). Non che non sia stata detta una parola profetica, per esempio sul disastro economico mondiale provocato in questi ultimi tempi per incontrollabile ingordigia finanziaria, ma è caduta nel vuoto. Diceva infatti Giovanni Paolo II: Di per sé un mercato mondiale organizzato con equilibrio e una buona regolamentazione, possono portare, oltre che al benessere, allo sviluppo della cultura e della democrazia… Ci si deve però aspettare effetti diversi da un mercato selvaggio che con il pretesto della competitività, prospera sfruttando a oltranza l’uomo e l’ambiente. Questo tipo di mercato eticamente inaccettabile non può che avere conseguenze disastrose per lo meno a lungo termine (25.04.1997). Le dinamiche nuove dello Spirito non sono regole economiche, ma se non ispirano l’atteggiamento degli uomini sia nell’affrontare i macrofenomeni socioeconomici che i rapporti interpersonali diventano ovviamente irreali e alla fine sterili.
Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge
Noi preferiamo la legge, la sicurezza del “da farsi” prestabilito, anche se denuncerà infine la nostra inattitudine a risolvere i problemi nostri e del mondo. Piuttosto però di sbilanciarci verso lo Spirito, che essendo amore, non ha confini tra il tuo e il mio, tra la tua responsabilità e la mia e ci spinge su orizzonti, “realtà future” senza sentieri e confini precisi, noi preferiamo rintanarci nella zona sicura dei diritti e dei doveri! Il Vangelo, invece è disarmante quanto inapplicabile, secondo i nostri criteri e le nostre paure: Egli, lo Spirito, mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio ve lo annuncerà. Dunque, man mano che i giorni e le faccende e le contraddizioni ci vengono incontro, lo Spirito ci suggerisce cosa ha fatto Gesù e come noi dobbiamo rinnovarlo nella nostra storia. A noi la scelta. Se non lo facciamo contraddiciamo il senso fondamentale del mistero di oggi, che S. Paolo così efficacemente analizza: La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste. Non si tratta soltanto delle pulsioni sessuali o sensuali, ma soprattutto della prepotenza dell’io, la causa più scatenante delle sofferenze che l’uomo procura a sé stesso e ai suoi simili. O il cristiano “tuttofare” si butta dalla parte della razionalità e quindi della scientificità, della polemica… e allora qualche risultato (amaro!) a modo suo l’avrà, ma sarà lo Spirito a ritirarsi. O altrimenti “si lascia fare dallo Spirito”, non per impigrire nell’irresponsabilità, ma per buttarsi con molta più libertà dalla parte dello Spirito, di cui dice Gesù, Egli vi darà testimonianza di me. Cioè riporterà sempre il discepolo, nell’avvicendarsi delle vicende e delle stagioni, alla verità della sua Parola e all’amore del Padre. Il risultato (implorato gratuitamente) a lungo andare, almeno, dovrebbe vedersi: Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c'è Legge, perché sono le varie sfaccettature dell’amore senza riserve, senza regole, che non l’amore stesso. Che in fondo è lo specifico del cristiano, secondo Gesù: da questo capiranno che siete miei discepoli, da come vi amate gli uni gli altri.
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