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giovedì 23 luglio 2009

Sete di fede libera, sete di amore libero...

Con questa diciassettesima domenica del tempo ordinario, inizia un “ciclo” di cinque domeniche concentrate sulla tematica del pane del cielo, espressa nel lungo discorso di Gesù redatto da Giovanni al capitolo 6.
Come risaputo, questa tematica, posta a questo punto dello svolgimento evangelico e trattata in questa particolare forma, è il corrispettivo dell’istituzione eucaristica presentata durante l’ultima cena dai sinottici, che invece Giovanni non narra perché inserisce al suo posto l’episodio della lavanda dei piedi.
Che si tratti di discorso eucaristico è evidente già nei primi 15 versetti che costituiscono il brano odierno, in particolare grazie ad alcuni segnali che Giovanni inserisce all’interno della narrazione: innanzitutto il fatto che a differenza dei sinottici, sia Lui in persona e non i discepoli a “dare” il pane; e poi il fatto che vengano ripetuti esattamente i gesti eucaristici: «prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede».
Il senso eucaristico però di questo capitolo 6 del Quarto Vangelo emerge soprattutto nel discorso svolto nei versetti successivi, che infatti prende spunto dall’episodio qui narrato della moltiplicazione dei pani per mostrare come unico pane che dia veramente Vita sia Gesù.
L’indagine di questa prospettiva è perciò preferibilmente rimandabile alle prossime settimane, mentre più urgente è il rendere conto del testo odierno, che pare concentrarsi soprattutto sul rapporto tra Gesù e la folla.

Tale relazione è presentata in modo molto abile dal redattore del vangelo, il quale infatti riesce a fare in modo che, dallo scritto, non appaia mai un confronto diretto tra la gente e Gesù: si fa sempre riferimento a ciò che la folla pensava o diceva riguardo a Lui e viceversa alle sue reazioni nel vederla, ma nessuna parola intercorre fra gli interlocutori.
Questa composizione letteraria risulta particolarmente efficace nel far emergere la problematica di fondo del nostro testo, resa evidente soprattutto dal movimento che la narrazione svolge: la folla segue Gesù «perché vedeva i segni che compiva sugli infermi»; Gesù decide comunque di sfamarla, perché verso di essa sembra avere sentimenti di compassione che superano l’obiezione interiore di “essere seguito per interesse”; ma la folla «visto il segno che egli aveva compiuto» decide di andarlo a prendere per farlo re; a questo punto Gesù si ritira, capendo di essere stato per il momento irrimediabilmente frainteso.
La problematica che pare emergere è dunque quella della fatica storica di Gesù a proporsi per quello che è, senza rimanere incastrato in letture riduttive o falsificanti: Come incontrare le persone solo amandole, senza che queste diventino dipendenti? Come aiutare, anche concretamente, l’uomo ferito dalla storia, senza che esso si fermi al dono (al pane) e manchi la relazione col Padre?
Una fatica interessante… quella di Gesù… soprattutto se si pensa a quanto noi siamo sempre concentrati sul nostro sforzo di raggiungere Lui, conoscerLo, relazionarci… dimenticando invece molto spesso la “fatica” di Dio ad andare in cerca dell’uomo… a proporsi senza essere travisato, circoscritto, frainteso… sia personalmente che ecclesialmente.
Particolarmente lucido su questa problematica del rapporto di Gesù con la folla, ma che è poi la problematica di Dio con ciascun uomo – e per questo ci riguarda da vicino – è Dostoevskij, che in proposito ha delle pagine memorabili: pane, libertà, potere sulle coscienze, amore gratuito sono elementi dell’impasto di questa nostra storia che ancora non siamo riusciti a decifrare, ma con i quali anche Gesù si è confrontato, proponendo la sua determinazione.
Essa emerge limpida dalle pagine della Leggenda del Grande Inquisitore, di cui qui riportiamo un illuminate stralcio . «Il cardinale grande inquisitore […] Gli dice [a Gesù]: […] ricordati la prima domanda [che ti pose il serpente tentatore nel deserto]: se non la lettera il senso era questo: “Tu vuoi andare e vai al mondo con le mani vuote, con non so quale promessa di una libertà che gli uomini, nella semplicità e nella innata intemperanza loro, non possono neppur concepire, che essi temono e fuggono, giacché nulla mai è stato per l’uomo e per la società umana piú intollerabile della libertà! Vedi Tu invece queste pietre in questo nudo e infocato deserto? Mutale in pani e l’umanità sorgerà dietro a Te come un riconoscente e docile gregge, con l’eterna paura di vederti ritirare la Tua mano, e di rimanere senza i Tuoi pani”. Ma Tu non volesti privar l’uomo della libertà e respingesti l’invito, perché, cosí ragionasti, che libertà può mai esserci, se la ubbidienza è comprata coi pani? Tu obiettasti che l’uomo non vive di solo pane, ma sai Tu che nel nome di questo stesso pane terreno, insorgerà contro di Te lo spirito della terra e lotterà con Te e Ti vincerà, e tutti lo seguiranno, esclamando: “Chi è comparabile, a questa bestia? Essa ci ha dato il fuoco del cielo!”. Sai Tu che passeranno i secoli e l’umanità proclamerà per bocca della sua sapienza e della sua scienza che non esiste il delitto, e quindi nemmeno il peccato, ma che ci sono soltanto degli affamati? “Nutrili e poi chiedi loro la virtú!”, ecco quello che scriveranno sulla bandiera che si leverà contro di Te e che abbatterà il Tuo tempio. […] E allora […] noi li sfameremo, in nome Tuo, facendo credere di farlo in nome Tuo. Oh, mai, mai essi potrebbero sfamarsi senza di noi! Nessuna scienza darà loro il pane, finché rimarranno liberi, ma essi finiranno per deporre la loro libertà ai nostri piedi e per dirci: “Riduceteci piuttosto in schiavitú ma sfamateci!”. Comprenderanno infine essi stessi che libertà e pane terreno a discrezione per tutti sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi sapranno ripartirlo fra loro! Si convinceranno pure che non potranno mai nemmeno esser liberi, perché sono deboli, viziosi, inetti e ribelli. Tu promettevi loro il pane celeste, ma, lo ripeto ancora, può esso, agli occhi della debole razza umana, eternamente viziosa ed eternamente abietta, paragonarsi a quello terreno? […] Ecco ciò che significa quella domanda che Ti fu fatta nel deserto, ed ecco ciò che Tu ricusasti in nome della libertà, da Te collocata piú in alto di tutto. In quella domanda tuttavia si racchiudeva un grande segreto di questo mondo. Acconsentendo al miracolo dei pani, Tu avresti dato una risposta all’universale ed eterna ansia umana, dell’uomo singolo come dell’intera umanità: “Davanti a chi inchinarsi?”. Non c’è per l’uomo rimasto libero piú assidua e piú tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi. […] Tu conoscevi, Tu non potevi non conoscere questo fondamentale segreto della natura umana, ma Tu rifiutasti l’unica irrefragabile bandiera che Ti si offrisse per indurre tutti a inchinarsi senza discussione dinanzi a Te; la bandiera del pane terreno, e la rifiutasti in nome della libertà e del pane celeste. Guarda poi quel che hai fatto in seguito. E sempre in nome della libertà! Io Ti dico che non c’è per l’uomo pensiero piú angoscioso che quello di trovare al piú presto a chi rimettere il dono della libertà con cui nasce questa infelice creatura. Ma dispone della libertà degli uomini solo chi ne acqueta la coscienza. Col pane Ti si dava una bandiera indiscutibile: l’uomo si inchina a chi gli dà il pane, giacché nulla è piú indiscutibile del pane. Ma […] Tu volesti il libero amore dell’uomo, perché Ti seguisse liberamente, attratto e conquistato da Te. […] Ci sono sulla terra tre forze, tre sole forze capaci di vincere e conquistare per sempre la coscienza di questi deboli ribelli, per la felicità loro; queste forze sono: il miracolo, il mistero e l’autorità. Tu respingesti la prima, la seconda e la terza e desti cosí l’esempio. […] Oh, Tu sapevi che la Tua azione si sarebbe tramandata nei libri, avrebbe raggiunto la profondità dei tempi e gli ultimi confini della terra, e sperasti che, seguendo Te, anche l’uomo si sarebbe accontentato di Dio, senza bisogno di miracoli. Ma Tu non sapevi che, non appena l’uomo avesse ripudiato il miracolo, avrebbe subito ripudiato anche Dio, perché l’uomo cerca non tanto Dio quanto i miracoli. E siccome l’uomo non ha la forza di rinunziare al miracolo, cosí si creerà dei nuovi miracoli, suoi propri, e si inchinerà al prodigio di un mago, ai sortilegi di una fattucchiera, foss’egli anche cento volte ribelle, eretico ed ateo. Tu non scendesti dalla croce quando Ti si gridava, deridendoti e schernendoti: “Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu”. Tu non scendesti, perché una volta di piú non volesti asservire l’uomo col miracolo, e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio. Avevi sete di un amore libero, e non dei servili entusiasmi dello schiavo davanti alla potenza che l’ha per sempre riempito di terrore».
[F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano, 1979, vol. I, pagg. 263 e 282]

Sete di fede libera, sete di amore libero… Ecco la proposta “inistituzionalizzabile” di Gesù: dentro alla necessità della natura, dentro ai determinismi della storia, per il cui il pane (ma in esso tutto ciò che indica il carattere umano della Vita: gli affetti, la fede, il senso, la cultura, i beni materiali, ecc…) non è mai per tutti e di tutti e ingenera la lotta per la sopravvivenza, fatta di oppressi e oppressori, sfruttatori e schiavi, servi della gleba e liberi, operai e imprenditori, clero e laici, cittadini e clandestini, ecc, ecc, ecc, dar credito al piccolissimo ma potentissimo (come il granello di senapa) germe del Regno, fermento di libertà, di gratuità, di fedeltà e perciò di affidamento, di bene vero, radicale e fino in fondo… Così che chi ha fame, possa mangiare, senza sentirsi “in debito” con chi gli dà del pane, senza che necessariamente questo diventi suo re, senza che necessariamente lui pensi che quello glielo dà, glielo dà per diventare re…
Quella che propone Gesù perciò è la verità della fraternità, è l’invito rivolto a ciascuno a credere che sia possibile una vita liberata dalla paura di un amore finto, col doppio o il terzo fine. In Gesù, Dio chiarisce una volta per tutti che il suo amore è univoco, mai ambiguo e che anche l’uomo è congeniato ad amare così. Farlo è il Regno.

venerdì 17 luglio 2009

Il “respingimento” cristiano

Ecco un esempio drammatico, nella sua ingenuità selvaggia, della mentalità che è cresciuta nei nostri oratori o comunque sotto i nostri campanili…

«Noi abbiamo chiuso le porte… ma molti gerenzanesi le hanno riaperte!”

Questa amministrazione monocolore leghista, che guida il Comune ormai da diversi anni, non ha mai - e sottolineo mai - agevolato l’afflusso nel nostro paese degli extracomunitari. Tanto è vero che:

• Non ha mai costruito con i soldi dei gerenzanesi case popolari, in quanto vi era il pericolo che ai primi posti della graduatoria, stilata in base a determinati punteggi (redditi bassi, figli a carico, ecc.), ci fossero sempre i soliti noti, ovvero le case sarebbero spettate di diritto non, per esempio, ai nostri anziani, ma a persone che non hanno pagato le tasse nel nostro paese non contribuendo, quindi, alla sua crescita.

• A differenza degli altri Comuni del circondario, non abbiamo mai destinato terreni per la costruzione di moschee e destinato edifici come luoghi di culto agli extracomunitari di religione islamica, nonostante ci fossero giunte richieste di questo genere.

• Non abbiamo mai destinato terreni all’interno del comune di Gerenzano per la sosta, anche solo temporanea, degli zingari: i nomadi che arrivano e sostano all’interno del territorio comunale devono lasciare il paese entro 48 ore.

• Abbiamo contribuito a rivalutare anche dal punto di vista culturale i nostri cortili, attribuendo ad ognuno di essi il vecchio nome utilizzato dai nostri anziani e poi riprodotto su una targa in terracotta posta all’entrata dei cortili stessi. Per rivalutarli dal punto di vista estetico però devono intervenire i proprietari, che - in alcuni casi - piuttosto che mettere mano al portafogli e dare una rinfrescata alle proprie abitazioni, hanno pensato bene di venderle o di affittarle agli extracomunitari.

• L’assessore competente, la Polizia Locale e i funzionari degli Uffici Comunali vanno personalmente, casa per casa, a controllare le residenze e le idoneità degli alloggi: tanto è vero che, con le Forze dell’Ordine, abbiamo fatto diversi sgomberi e anche sequestrato ben cinque appartamenti, anche grazie alle nuove leggi molto più severe contro l’immigrazione clandestina, approvate recentemente dal
Governo.

• Non ha mai favorito gli extracomunitari sotto il profilo dei contributi o dei sussidi economici.
Noi abbiamo fatto e continueremo a fare il nostro dovere… ma i gerenzanesi faranno il loro? Non rendete vani i nostri sforzi: chi ama Gerenzano non vende e non affitta agli extracomunitari… Altrimenti avremo il paese invaso da stranieri e avremo sempre più paura ad uscire di casa!»

L’assessore con delega alla Sicurezza del Comune di Gerenzano
Cristiano Borghi

L’empatia di Dio fatta uomo tra gli uomini

EmpatiaAnche a noi avviene, in certi momenti di grazia, che si aprano gli occhi della mente e crollino le barriere del cuore e allora si liberano i grandi orizzonti che pure ci sono stati annunciati e ci premono dentro... Allora ci accorgiamo delle prigionie cultuali o spiritualistiche (sempre tragicamente discriminanti!) nelle quali siamo chiusi. E si accendono scintille che illuminano le esigenze del vangelo nella vita difficile di ogni giorno. Interiorità e missione – e il loro indissolubile rapporto – è il tema delle letture di oggi! cioè l’adesione convinta del cuore al messaggio di amore del Signore, e la tensione per realizzarlo nella vita relazione con sé e relazione con gli altri – custodia e accudimento della propria fragile autenticità intima, e, insieme, disponibilità aperta e intensa al dono di sé. Ogni bene deperisce se non custodito, ma anche imputridisce, se non è condiviso. Gesù vuol introdurre i discepoli a questo equilibrio, perché possano divenire gli umili testimoni della nuova umanità. Uomini comuni, impregnati dall’ambiente religioso, ma non molto osservanti e culturalmente prigionieri inconsapevoli “della legge fatta di prescrizioni e decreti” … vengono coinvolti in cose più grandi di loro. E ci hanno trasmesso questa esperienza, stupiti e ammirati, talora incapaci e smarriti… intuendo l’interiorità sovrumana di questo Maestro fuori misura. Anche senza capire bene del tutto ciò che dovevano trasmettere. Una verità di cui non possono portare tutto il peso… un mistero di amore che solo lungo i secoli, sotto la guida dello Spirito, lascia emergere la sua potenza di fuoco, sotto le sembianze impercettibili di un piccolo fermento o di un seme di senape…
Interiorità e missione
Pochi versetti, il vangelo di oggi! Sufficienti a farci intuire, ancora una volta, la profonda empatia che faceva vibrare il cuore di Gesù di fronte alla gente con cui si trova a vivere. Tanto più se si pensa alla “missione sperimentale” sorprendente ed emozionante, dalla quale i discepoli provengono, in questo momento, stanchi e contenti. La missione, perché? Perché il messaggio che era venuto a portare e con il quale aveva un poco contagiato i suoi discepoli, non poteva esser conservato senza comunicarlo, proprio perché è un messaggio di liberazione e di comunione d’umanità. Empatia vuol dire sentire e comprendere l’altro, cioè entrare in vibrazione “nel proprio interno”, con ciò che la gente sente dentro di sé. Gesù sente e si commuove dell’entusiasmo e della sorpresa dei discepoli, partecipa del loro dolore per i rifiuti e della loro gioia per i casi di guarigione. Come sempre, mette in comunione il suo essere interiore con le interiorità lacerate che incontra, per condurle ad unità liberandole dai lacci che ne impediscono la dilatazione e l’armonia. Ed avvia a questo lavoro di ricostruzione dolce e intensa dell’umanità frantumata e stanca i suoi discepoli. Ma questi ne sono scossi interiormente, se pur entusiasti… e perciò li invita alla custodia e accudimento della loro interiorità, perché rimanga vigile e autentica, e non si svuoti … in mestiere impersonale, o formale, cultuale o miracolistico. Il gruppetto dei discepoli ne è travolto: era infatti molta la gente che andava e veniva e non avevano neanche più il tempo di mangiare. Per cui ritornerà l’invito all’umile saggezza di ritrovarsi un poco in disparte a riposarsi. Occorre prendere distanza interiore, confrontarsi, ricondursi all’essenziale. Se no si rischia il formalismo, si appassisce la passione, si rischia l’ipocrisia o la schizofrenia…
La passione messianica
Gesù si commosse per loro. E ricomincia così il circolo empatico di vibrazione interiore per la solitudine abbandonata, che troppa gente soffre nel suo deserto interiore, e allora occorre abbandonare il momento di distanziamento per rituffarsi a insegnar loro ciò che “dentro di lui” abita ed è il dono essenziale della sua identità: il riferimento interiore che lo costituisce – il volto del Padre, che mai lo abbandona – che lui ci comunica, perché anche noi possiamo fondare su questo asse interiore il tessuto delle nostre relazioni. La commozione “dentro” – il lasciarsi smuovere il cuore per patire la “commozione” dell’altro, non è solo il filo conduttore del racconto. È la presenza rivelatrice della benevolenza paterna di Dio in mezzo a noi. La gente sente emanare da Gesù e ora anche dal suo gruppo di discepoli, questa straordinaria passione per l’umanità malata e per questo li ricerca e li rincorre. E allora Gesù entra ancora in empatia profonda, soffre con loro la loro dispersione, e addirittura, a stare al verbo greco “gli sussultano le viscere”… si commosse per loro, perché erano come pecore senza pastore, e si mise a insegnare loro molte cose. Il progetto di un momento di riposo entra in conflitto con la sofferenza della folla che domanda, muta, attenzione e accudimento. Il principio che prevale è quello di essere a disposizione dell’uomo sempre… Il tempo dell’uomo appartiene alla “commozione per l’altro”, alla compassione, sempre. I discepoli imparano l’arte ardua di dimenticarsi – l’unica stretta strada che mantiene viva e autentica la passione messianica, e ne segna già il destino.
L’annuncio del regno
Sempre più Gesù diventa “rivelazione” che promana dall’intimo della sua persona – come qualcosa che lo ha avvinto dal di dentro ed entra in vibrazione irresistibile di fronte alla sofferenza! Gesù diventa sempre più dimostrazione vivente, prova umana, testimone visibile del Regno, appunto perché in lui i discepoli vedono e sentono ciò che avviene quando una persona lascia che sia Dio a guidare la sua vita, a “regnare” in lui! I discepoli capiranno cosa voleva dire quando ripeteva: “di me parlano le Scritture”. Che vuol dire, appunto, cosa Dio aveva in mente quando chiamava Abramo, Isacco, Giacobbe… fino a Mose e ai profeti … : «Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido a causa dei suoi sovrintendenti: conosco le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo…Dopo tanti tentativi e innumerevoli vicissitudini, adesso è arrivata la vera liberazione, non secondo le misure di potenza delle attese umane, ma in modo piccolo e modesto, come un seme, che poi crebbe fino a diventare albero grande, dove la gente poteva ripararsi (Mc 4,31-32). E la gente stessa si incaricava di diffondere la notizia. Gesù, che era stato misconosciuto dai suoi compaesani, ha appena assaporato il destino dei profeti di essere inascoltati e anche perseguitati, ma proprio adesso, secondo Marco, intensifica la sua azione raggruppando un piccolo nucleo di discepoli… che manda in missione. Giovanni, l’ultimo e più grande di tutti i profeti, nel frattempo è stato imprigionato e assassinato da Erode. Gesù dilata la sua azione in molti modi: scaccia gli spiriti immondi, cura i malati e coloro che sono maltrattati, libera coloro che sono esclusi a causa di impurità rituali, accoglie gli emarginati e fraternizza con loro. È una passione che si rivela. Passione per il Padre e per la gente povera ed abbandonata della sua terra. Lì dove trova gente che lo ascolta, parla e trasmette il Vangelo.
Lo scontro con l’insegnamento dottrinale
I maestri del popolo, come sempre, hanno imparato nelle sinagoghe, nelle scuole del tempio, nei seminari… hanno imparato anche seriamente la storia della salvezza raccontata nelle Scritture. Recitano a memoria le formule e le preghiere prescritte, ma non hanno dentro di sé la passione, l’empatia, l’autorevolezza forte e dolce di un’interiorità costruita e consolidata da poter trasmettere… per contagio d’amore. La gente si è accorta della diversità : «Un insegnamento nuovo! Dato con autorevolezza! Diverso da quello degli scribi!» (Mc 1,22.27. Da qui la gelosia e la persecuzione. Non pochi magari erano interiormente sensibili e capivano il vicolo chiuso in cui la “religione” ufficiale viene sempre a trovarsi. Molti altri ci vivevano sopra, come dice il profeta: Voi avete disperso le mie pecore, le avete scacciate e non ve ne siete preoccupati. È una della forme più gravi del peccato strutturale, che nella Bibbia è all’origine di tutto il concatenarsi del “male” o meglio dell’impossibilità di uscire dal vicolo cieco della violenza e dal disordine interiore di un’umanità che ha perso le sue radici in Dio, e appare come il coltivare e il gestire un modo sbagliato di relazionare. Da Adamo ed Eva fino ad oggi il peccato dell’origine è appunto la sopraffazione reciproca… tramandata, purtroppo, per così dire, nella prassi dei pastori corrotti… mentre a parole dicono il contrario! Finalmente la cura di questa inguaribile malattia passa attraverso la compassione del cuore di Gesù!
Egli infatti è la nostra pace!
Paolo, dopo qualche anno, quando l’annuncio dell’avventura di Gesù il Risorto comincia a risuonare nel mondo allora conosciuto, rilegge con occhio teologico il coinvolgimento di Gesù nella storia umana perennemente insanguinata dalla competizione – che uccide ogni possibile compassione tra gli uomini, rendendo anzi la vittoria sull’altro (la censura di ogni compassione!) l’unica vera soluzione politica definitiva di ogni conflitto. L’inimicizia è la vera chiave di lettura dei conflitti di potere. Il potere infatti non sa cos’è la com/passione, è di natura sua cinico e monopolistico, insidiato da ogni concorrente, che va sottomesso o eliminato! Tutta la scienza politica da Aristotele, a Platone, ad Agostino… a Macchiavelli, ad Hobbes, a Schmitt ruota attorno alla contrapposizione amico / nemico. Gesù proprio qui è intervenuto: abbattendo il muro di separazione che era frammezzo, cioè l’inimicizia, annullando, per mezzo della sua carne, la legge fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace. … distruggendo in se stesso l’inimicizia. Come costo di sangue, per lui, la croce! Ma solo così anche noi, invincibilmente lontani da noi stessi, possiamo diventare vicini… per presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito.

giovedì 16 luglio 2009

Essere sè - Essere per l'altro

Capita a tutti – credo – a volte, di volersi ritirare in disparte: in disparte dalle “folle” che attraversano la nostra vita, dai loro e nostri problemi, dalle dinamiche distorte in cui spesso ci troviamo immersi e che ci fanno mancare il fiato… in disparte dalle mille occupazioni quotidiane, dalle cose che bisogna ricordarsi di fare, dagli impegni che gli altri (coi loro ricatti affettivi, con i sensi di colpa che ci provocano, con il senso del dovere a cui ci richiamano…) spesso ci buttato addosso…
In disparte… a rigenerarsi un po’, a fare il punto della situazione, a ricordarsi chi si è e perché (per chi) si è, quasi introducendo una sorta di pausa alla storia, al flusso continuo degli eventi, come a voler fermare per un attimo il tempo e la sua inarrestabile corsa…
Capita – credo – soprattutto a quelle persone che in qualche modo hanno responsabilità su altre (ma chi non ne ha?), che oltre ai propri problemi devono farsi carico anche di quelli degli altri, di coloro che – stando alla metafora evangelica – ci paiono pecore senza pastore, o in assoluto o per qualche frangente dell’esistenza…
Anche Gesù ha questa esigenza: diverse volte nel Vangelo ci è raccontato di questo suo ritrarsi in disparte (cfr Mc 1,35; 9,2; 10,32; al Getsemani) da solo o con i suoi discepoli, anche se Lui pare sempre farlo per “fare il punto della situazione” sulla sua identità.
Anche il brano di vangelo che la Chiesa ci propone per questa sedicesima domenica del tempo ordinario, va infatti precisamente in questa direzione. Due in particolare sono gli eventi che spingono Gesù a ritirarsi in disparte coi suoi: il loro ritorno dall’esperienza missionaria e la morte del Battista, narrate nei versetti immediatamente precedenti.
Il ritorno dalla missione esigeva evidentemente un momento di riposo e di confronto e la morte del Battista implicava una riconsiderazione della missione di Gesù.
Eppure in quest’occasione il suo desiderio di ristoro, di preghiera, di solitudine non va a buon fine. Avviene qualcosa che intralcia il suo proposito: ed è il fatto che la gente, accorgendosi del loro tentativo di scostarsi un attimo dall’immersione quotidiana nella vita delle folle, li segue – anzi li precede – ponendosi sul loro cammino.
Esplicitamente non chiedono nulla, semplicemente si pongono lì sulla loro strada.
Personalmente una situazione del genere, paradigmatica di tante altre situazioni simili in cui a volte ci veniamo a trovare anche noi, susciterebbe immediatamente nervosismo…

Innanzitutto perché viene rotto un programma prefissato, nato da un desiderio (o da un bisogno) vero, costruito sulla fondamentale e sacrosanta necessità di avere un po’ di spazio per se stessi.
In secondo luogo perché, nella nostra concezione assistenzialista – mai veramente scardinata e convertita –, ci dà fastidio che i “poveri”, o più in generale la gente, ci si pongano sulla strada… senza rispettare i nostri tempi, i nostri ritmi, ma quasi invadendoci spazialmente…
Dentro a questo fastidio – nella duplice sfaccettatura appena descritta – io credo stia la visibilizzazione fenomenologica della distanza tra l’interiorità di Gesù, l’uomo nuovo, e la nostra, ancora così “vecchia”.
Cerco di spiegarmi… partendo dal primo versante.
La psicologia, ma anche la stessa teologia, fin dentro al senso comune riconoscono ormai fortunatamente come imprescindibile la cura di sé. Spesso si ricorda come il comandamento di amare gli altri come se stessi, implichi appunto un previo “amare se stessi”, sul quale unicamente si può fondare anche un sano amore per gli altri: “Come si fa ad aiutare gli altri se prima non siamo apposto noi?”, si sente spesso – un po’ grossolanamente ma efficacemente – ripetere… Che in una formulazione un po’ più precisa può suonare in questo modo: proprio perché ci si è resi conto che l’uomo è implicato in tutto quello che fa, fondamentale diventa il suo occuparsi di sé, della sua libertà, del suo esserci in senso pieno…
Ad ogni modo, detto alla maniera del sentire comune o in quella del linguaggio più riflesso, il dato emergente dalla società contemporanea è quello di un’attenzione a se stessi, che invece una certa morale e prassi cristiana degli anni precedenti tendeva a mortificare, in vista di una dedizione incondizionata al Signore o ai fratelli… Fortunatamente, dicevamo, sembra che questo approccio mortificante e dedizionista, dello spendersi per lo spendersi, della fatica per la fatica, del sacrificio per il sacrificio, si sia un po’ attenuata (per quanto si mantenga viva in alcune sacche residue della cultura odierna), lasciando spazio alla crescita della libertà dei singoli (senza una castrazione previa), allo sviluppo dell’autocoscienza, alla conquista storica di una maturità personale… cose che appunto richiedono tutte un po’ di tempo, di spazio e di cura per sé…
Ma se tale cura è ormai riconosciuta culturalmente come così irrinunciabile e se ne troviamo un suo fondamento addirittura fin dentro alla prassi abituale di Gesù, perché ad un suo impedimento da parte di altri, noi reagiremmo innervosendoci, mentre Lui commovendosi?
Perché forse, al di là dei luoghi comuni e della consonanza delle formule, non tutti i paradigmi a cui rimanda la “cura di sé” sono univoci, soprattutto con quello di Gesù.
Per capirsi velocemente senza dilungarsi, facciamo un esempio “esagerato”: “cura di sé” è anche l’etichetta che si appiccica su tutte quelle forme di benessere psicofisico a cui rimanda la nostra società (esaltazione della salute, della forma fisica, della bellezza, ecc…), con tutti gli annessi e i connessi (chirurgia estetica, beauty farm, trattamenti strani, ecc…). Evidentemente dietro a questa “etichetta” sta un’idea di uomo diversa da quella che Gesù incarna, quando per esempio si ritira in disparte per pregare…
Quanto però detto in questa prospettiva esagerata, vale più subdolamente anche per tanti altri modi – più raffinati – che noi abbiamo di concepire la cura di noi stessi, di cui ci riempiamo la bocca – trovando sostanzialmente tutti d’accordo (perché chi oggi direbbe che essa non è fondamentale fuori e dentro la Chiesa?) – ma che in fin dei conti non sono così consonanti tra loro…
Cosa voglio dire? Che la diversità di reazione nostra e di Gesù a fronte dell’interruzione dell’attuazione di un momento di “cura di sé”, dipende dall’idea di “cura di sé” che abbiamo in testa…
Perché noi ci innervosiamo se qualcuno ci si pone sulla strada proprio mentre stavamo andando a dedicarci un po’ a noi stessi e Gesù no, anzi tutto il contrario? Perché sentiamo che in questo modo qualcuno ci sta rubando qualcosa di nostro, di legittimo, mentre a Gesù scatta la compassione per i “diritti” degli altri?
Perché forse l’idea che noi abbiamo di cura di noi stessi è solo parziale. Essa è certo imprescindibile ma lo è proprio perché è ciò che ci permette di essere al mondo, di esser-ci nel mondo, di adempiere al compito precipuo di ciascuno di essere sé, colui cioè che nessun altro può essere… Ma precisamente nell’unica forma veramente umana, che è essere-per-l’altro. La matrice antropologica di ciascuno, quella che emergerebbe con chiarezza se si guardasse con più attenzione alle forme pratiche del nostro agire, della nostra vita, rimanda infatti precisamente a questo: nessuno è uguale a un altro eppure nessuno può essere senza l’altro; non tanto e non solo in senso immediatamente materialistico, per cui tutti abbiamo bisogno di qualcuno – almeno per nascere – e non si trova nessun uomo uguale all’altro, quanto piuttosto in senso ontologico, cioè l’uomo non è uomo senza essere sé, unico e irripetibile, e senza essere in relazione agli altri uomini.
La nostra idea di cura di noi stessi invece prescinde da questa originaria identità umana, rimandando invece al presupposto contemporaneo dell’uomo autoreferenziale.
Qui si innesta anche il secondo versante della problematica del fastidio che l’altro, semplicemente ponendocisi davanti, ci suscita. Perché l’altro è sempre visto in funzione di noi: quindi se è nemico, come uno da rifiutare, se amico, come uno che ci deve beneficare, se è povero, come uno da aiutare, perché ci gratifichi.
Non esce da questo schema nemmeno l’assistenzialismo di certo cristianesimo. Sostanzialmente perché oggettivizza sempre l’altro, funzionalizzandolo a me. Ecco perché disturba il suo sopravvenire inatteso, le sue richieste non calcolate, le sue pretese impreviste.
La prospettiva alla quale invece la libertà storica di Gesù rimanda, nel suo agire e patire, e vivere e credere, è precisamente quella della fraternità umana, in cui io sono io proprio perché essendo me sono per l’altro, che in questo senso non è mai “separato” o “separabile” dalla mia personale vicenda, perché ne è sempre imprescindibilmente costitutivo e costituente. Il suo sopraggiungere è infatti sempre istanza inevitabile per la mia identità: il suo esserci è domanda al mio esserci, mi chiede di me, di chi voglio essere… per questo non può essere ostacolo a me, ma sempre già incluso nella mia dinamica esistenziale.
Per questo finché l’altro non sarà veramente mio, nel senso sopradetto di inestricabilmente integrante l’identità più intima di me, si mancherà – fuori e dentro la Chiesa – la prospettiva di Gesù e ci si continuerà ad innervosire per il sopraggiungere dell’altro, che non essendo guardato come “mio”, sarà sempre immediatamente pensato come “contro di me”.
Ancora una volta allora, la conversione alla quale la quotidianità della vita storica di Gesù ci rimanda, non è meramente quella morale o comportamentale (“Cosa dobbiamo fare, allora?”), ma precisamente quella esistenziale (“Chi siamo veramente?”). È questa la domanda “in-sfuggibile” per ciascuno.

venerdì 10 luglio 2009

Missionari della benevolenza del Padre

Benevolenza del Padre in Gesù
Gesù chiama i dodici senza ulteriori dichiarazioni. Perché proprio questi? Non si dice nulla in proposito. Né virtù, né abilità particolari, né attitudine oratoria li distingue. Se manca loro qualcosa all’attuazione del loro incarico verrà ad essi aggiunto. Manca loro senz’altro tutto ciò che viene dato loro quando vengono mandati: l’autorizzazione ad annunciare il regno di Dio, e questo con il potere di scacciare i demoni, il che è unicamente possibile se si ha lo Spirito Santo, che estendendosi ricacci indietro la sfera di azione dello spirito maledetto. Avendo ricevuto questi doni da Gesù, si richiede loro di non mischiarli con i propri mezzi di appoggio o di propaganda; perciò nessuna bisaccia, non pane, non denaro, non abiti per cambiarsi,… e neppure la ricerca di un’abitazione più comoda. Gli incarichi sono l’annuncio, il richiamo alla conversione, non il successo. Se non ci sarà non deve importare, devono semplicemente andare e tentare altrove… (Balhasar)
Chiamati, mandati e respinti
Una chiamata di ordine radicale, quella di Amos e degli apostoli, senza possibilità di pensarci troppo. C’è però nel fare di Gesù una novità rispetto ai profeti antichi, nella chiamata degli apostoli. Gesù se li è scelti, uno ad uno, per nome, ma poi li ha radunati tutti insieme e ha fondato la comunità dei “Dodici”, “perché stessero con lui” - ci aveva informato Marco. E questo era il primo obiettivo immediato della chiamata, che ha sconvolto loro la vita. Ora li convoca di nuovo, ma per realizzare il secondo dei due obiettivi per cui li aveva radunati attorno a sé - “per mandarli ad annunciare” il vangelo, che da lui avevano ascoltato e con lui condiviso, imparando faticosamente a viverlo (Mc 3,14s). È arrivato dunque il tempo per i discepoli di “provare” almeno, come un tirocinio, a nostro insegnamento, a mettere in atto quanto dovrebbe essere il risultato della comunione di vita con Gesù: diventare missionari, come lui, e andare a fare, pur ancora maldestri, quello che finora hanno visto fare dal Maestro.
Un’irresistibile adesione interiore
La loro preparazione non era un seminario dove imparare un mestiere o una vocazione a cui addestrarsi, in una scuola di profeti, per poi praticarla. Ma piuttosto una irresistibile adesione interiore a seguire la chiamata del Signore senza possibilità di fuga. La chiamata si è rivelata un coinvolgimento progressivo e poi addirittura un’immersione in un progetto misterioso, il Regno di Dio, di cui Gesù parlava in continuazione e di cui tutto ciò che faceva, diceva, viveva era la manifestazione e la realizzazione. La loro comprensione di questo mistero e di Gesù stesso, era allora iniziale, informe, ancora grossolana… Ma pur mantenendo tutta la loro debolezza morale, culturale, psicologica, sempre più capiranno che stavano diventando tessere vive di questo immenso mosaico che è il “disegno” di Dio di salvare il mondo… e che in questo progetto tutta la storia di Israele e, in Israele, di tutte le genti, trovava il suo senso. L’annuncio che Gesù gli comanda di portare alla gente è fatto di poche parole (convertitevi), di alcuni doni speciali (liberare gli oppressi da varie forme di menomazioni diaboliche, curare molti malati) – ma insieme è fatto del “modo di essere e di presentarsi” dei Dodici.
Profezia svincolata dai monopoli del potere e dei suoi strumenti
Quando si parla di evangelizzazione, il nostro pensiero corre subito al «che cosa vado a dire?» e meno, molto meno, a «come devo essere io?», al mio stile di vita. Perché lo stile di vita non è un accessorio, magari desiderabile, ma secondario, del messaggero. Le modalità del presentarsi dei messaggeri missionari, cioè gli strumenti economici, il tessuto di relazioni nelle quali si inseriscono, le strutture istituzionali con le quali si incontrano, o si scontrano, nei paesi e nelle città dove arrivano, anche se ancora minime, come in questi inizi… sono già il messaggio! L’istituzione, come gruppo di apostoli, preparati e mandati ad annunciare, ancora sotto lo sguardo di Gesù, è necessaria ed essenziale per rendere percepibile e visibile alla gente il Regno di Dio. Il gruppo, che sarà la chiesa, inizia dunque a diventare sacramento del Regno, una minuscola chiesa, già indicatrice ed operatrice, fragile povera, ma efficace, del vangelo di salvezza! I Dodici non possono non riprodurre però in sé il volto di Colui che li invia, il giovane profeta che cammina povero e libero, senza un luogo dove posare il capo, “commosso nelle viscere per le folle, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore (Mt 9,37). A loro, come ad Amos, un po’ contadino e un po’ pastore, preso da dietro il bestiame, il Signore disse: Va profetizza al mio popolo. Loro, tra gli attrezzi per la pesca, o in varie altre faccende, si sono sentiti dire: vieni! E poi : Andate ad annunciare il Regno! Nessuno di loro pensava minimamente ad un incarico istituzionale. Avevano già il loro mestiere. Sono stati coinvolti dentro questa passione di portare l’annuncio di liberazione e redenzione, nelle città e villaggi. Ma proprio questo atteggiamento di dedizione e libertà, di distacco radicale dai beni economici e dalla ragnatela di legami e dipendenze che comportano, lo schieramento affettivo (appreso dal Maestro) con le folle dei poveri… inquieta il potere! Una chiamata simile a quella del profeta antico e che riproduce facilmente lo scontro con il potere, come previsto da Gesù: pochi anni e – appena apriranno bocca nella missione definitiva si accorgeranno della discriminante “repellente che ha il potere verso Amos ed ogni profeta: vattene, veggente, ritirati… a profetizzare da un’altra parte… perché questo è il santuario del re!” E anche loro troveranno la risposta radicale del profeta che non si vende: meglio obbedire a Dio piuttosto che agli uomini!
Ordinò che non prendessero nulla per il viaggio
Ecco perché Gesù esige uno stile ed una radicalità di disimpegno dai lacci che legano al potere, al denaro, alle convenzioni del consenso socio politico, che sembra ingenuo o poetico o utopistico. Non portate nulla, perché tutto ciò che hai in più, ti divide dall’altro. Tutto ciò che hai di troppo (su cui il potere ti gioca, perché te lo può concedere, lasciar o togliere…) è pericoloso… pane, bisaccia, soldi, vestiti. Il problema si è immensamente complicato oggi – pur rimanendo limpide, incontestabili… e drammatiche queste esigenze “evangeliche”, tuttora inseparabili dal messaggio e dal contenuto del messaggio che è il Regno. È una povertà che è fede, libertà e leggerezza. Un messaggero carico di bagagli, che s’illude possano servire per spiegare e convincere meglio… sarà invece paralizzato o impedito o invischiato dall’ambiguità dei mezzi stessi a cui si affida, incapace di cogliere la novità di Dio e abilissimo nel trovare mille ragioni di comodo per giudicarli irrinunciabili. Scordandosi della forza interna della Parola, che si diffonde solo se chi la porta è testimone appassionato e capace di rischiare la vita, le risorse e il futuro … perché il suo riferimento propulsore è il Signore, non qualche proprio progetto o vantaggio o interesse. E lo Spirito che compie le parole dette!
Entrati in una casa lì rimanete! La missione non tende a formare funzionari di Dio o adepti sottomessi ad una nuova religione, quanto seguaci di Gesù, animati dal dinamismo dello Spirito… per affrontare ogni sofferenza che opprime la gente. Loro compito è annunciare e liberare dalla catene esteriori e interiori e poi guarire, dunque creare dilatazione di umanità e comunione… Il loro approdo, nei centri di convivenza della gente, città e villaggi, è la casa: il luogo della vita più normale, dove, dentro e attorno, l’uomo “sta”, lavora, ama, soffre, accoglie e tramanda vita, speranza e dolore. Il nuovo progetto di missione privilegia dunque quella che noi chiamiamo inculturazione a livello di base, seminando il vangelo nel cuore delle culture e dei tessuti umani, ben attenti ad accogliere la sfida dell’alterità. Che vuol dire di ciò che lo Spirito farà nascere… accudendo i germogli che spuntano e crescono, ma lasciando che siano nuovi e diversi frutti dello stesso vangelo, nelle più svariate situazioni umane, come si vedrà negli Atti degli apostoli, quando avranno ben imparato.-
...dentro un disegno d’immensa benevolenza
Ma c’è anche un altro aspetto che Gesù ci ricorda: l’atmosfera «drammatica» della missione. Il rifiuto è previsto: la parola di Dio è efficace, ma a modo suo. Il discepolo deve proclamare il messaggio e in esso giocarsi completamente, ma deve lasciare a Dio il risultato. Al discepolo è stato affidato un compito, non garantito il successo, e la sofferenza e il rifiuto non ci sono risparmiati. Non si spegne però in cuore, anzi si radica e prende forza, la consolante speranza che il Regno comunque sta venendo e, man mano che secondo le nostre povere possibilità, qualcosa ci spendiamo… qualche barlume di esperienza per confortarci ci è dato… E scopriamo di essere un piccolo frammento di un disegno immenso di benevolenza che il Padre ha riversato su di noi con ogni sapienza e intelligenza, per realizzare l’obiettivo di cui misteriosamente siamo parte viva : ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra… in attesa della piena redenzione di coloro che Dio si va conquistando.

giovedì 9 luglio 2009

La relazione che si auto-testimonia nella trasparenza di un cuore nuovo

In questa quindicesima domenica del tempo ordinario la Chiesa, nelle letture, ci propone il confronto con l’esperienza dei cosiddetti “mandati”, “inviati”: nella prima lettura il profeta Amos («Il Signore mi disse: “Va’, profetizza al mio popolo Israele”»), nella seconda Paolo («In lui siamo stati fatti anche eredi, predestinati a essere lode della sua gloria»), nel Vangelo i Dodici («Gesù chiamò a sé i Dodici e prese a mandarli a due a due»).
Tale confronto rimanda immediatamente ad una serie di problematiche che non possono essere censurate se si vuole – almeno un po’ – addentrarsi nella logica dei testi. E le questioni sono principalmente queste: Perché la storia del rapporto tra Dio e l’umanità è segnata da un’elezione (prima un popolo, poi singoli uomini)? Come si concilia questa evidenza con l’altrettanto certa affermazione dell’amore universale di Dio? Perché, invece che in questo modo, Dio non ha provveduto a una comunicazione generale di sé, invece di compromettersi con delle elezioni, che – poi si sa – sul piano umano vanno sempre a finire in accaparramento di privilegi, commistioni col potere, discriminazioni tra fratelli?
Quest’ultima domanda – spero evidentemente – lungi dal volere “consigliare” Dio sul da farsi, è posta volutamente in modo forzoso: essa infatti presuppone tutto un modo di pensare Dio, l’umanità, gli inviati, le rivelazioni, che invece è ciò che precisamente va messo in discussione per rispondere adeguatamente alla domanda sull’intelligenza della storia della salvezza e dunque su quel pezzettino di essa che a noi compete.
Cosa voglio dire?

Che abitualmente il rapporto uomo-Dio è pensato più o meno in questi termini: c’è Dio (che è onnipotente, infinito, eterno, buono, padre, uno e trino, ecc, ecc, ecc) – senza capire bene cosa vogliano dire tutti questi aggettivi, soprattutto insieme (cfr. la mai risolta questione del rapporto tra onnipotenza di Dio – sua incontrovertibile bontà – eppure la presenza del male nel mondo) – c’è l’uomo (che è finito, limitato, però insomma un po’ capace di fare, disfare, “stare al mondo”, ecc…) e poi c’è il loro rapporto, con Dio che comunica all’uomo una serie di verità, di consigli per vivere, di prescrizioni per il bene comune e l’uomo che cerca di metterle in pratica, più o meno come gli riesce, chiedendo ogni tanto qualche aiuto dall’Alto, anche quando si è comportato male (e pensava: tanto Dio è lassù), che poi si sa, Dio perdona tutti (o quasi). In questo modo di pensare, i cosiddetti “inviati” sono sostanzialmente coloro che fanno da tramite, che – non si sa bene perché (prima si credeva perché erano più bravi, poi ci si è accorti che non era vero) – hanno in mano più di altri queste “verità”, questi modi corretti di comportarsi e atteggiarsi per piacere a Dio e così lo comunicano agli altri, orchestrandone il rapporto col divino e la condotta morale.
Evidentemente (spero), questa descrizione è un po’ caricaturale, ma a me pare molto presente nella nostra mentalità di cristiani del 2000: e non solo fra i bistrattati “cristiani medi”, sempre così sarcasticamente e bonariamente dipinti come “poveri sempliciotti” dai loro pastori, ma anche nell’imprinting di tanti che sono (o si sentono) “un po’ sopra la media” – siano essi profeti o apostoli…
Mi riferisco in particolare al fatto che questo schema – semplice e chiaro, e perciò iper-sfruttato – del piano di Dio (su), piano dell’uomo (giù), mediatore (in mezzo), ce l’abbiamo talmente stampato dentro che – solo sforzandoci – riusciamo a pensare altrimenti: cosa che invece è necessaria perché a ben guardare, per quanto di immediata comprensione, questo schema è inadeguato a dire l’esperienza umana nella sua relazione con Dio. Per esempio rimane fuori la figura di Gesù: dove lo collochiamo in questo schema? È lui il mediatore che sta a mezza via tra l’umanità e la divinità? Ma questa oltre che essere un’eresia (cfr. il Concilio di Calcedonia), è una risposta che non risolve, ma complica: perché a questo punto, dove li mettiamo gli altri mediatori? Un po’ più sotto? Ma se c’è già Gesù, cosa ce ne facciamo degli altri? Se invece servono anche gli altri, allora vuol dire che Gesù non è bastato? Ma anche qui cadiamo nell’eresia…
Soprattutto il problema emerge nel confronto con i testi biblici: essi, a parte non presentare mai uno schema generale che racchiuderebbe un tentativo di organizzazione della realtà, fanno sempre riferimento a un rapporto personale, esistenziale, addirittura affettivo, non monolitico, freddo e catalogante come quello precedente… Anche questo noi ce l’abbiamo dentro: non a caso le cose che ci piacciono di più – parlando di vangelo – sono le riflessioni esistenziali, che vanno a prenderci nella pancia, che ci fan scappare qualche lacrima, che toccano qualche corda realmente scoperta del nostro vivere…
Ma anche questa è una conferma di quanto si diceva in precedenza (la separazione dei piani ce l’abbiamo dentro): Perché se diciamo “Dio” ci viene in mente tutto un impianto metafisico, l’eterno, l’immutabile, qualcuno che sta lassù nei cieli, con una terribile sensazione di lontananza, freddezza, in ultima analisi inutilità (che però non ammettiamo perché un po’ di paura ce la fa ancora), e se diciamo “Gesù che si fa piangere addosso da una donna” subito ci si accende l’antenna dell’orecchio e soprattutto del cuore?
La tematica degli “inviati” porta qua a queste questioni radicali del pensar Dio, l’uomo, la vita… perché poi dietro a un’impostazione mentale, a cascata, vengon dietro tutti i nostri modi di pensare, i criteri per giudicare, le modalità per decidere, le superstizioni, gli atteggiamenti, ecc… Un esempio? Se Dio è lassù nei cieli e io quaggiù sulla terra, vuol dire che nell’aldiqua sono autonomo, lo gestisco io, lo organizzo secondo i criteri di ragione (cercherò il bene per me e per i miei figli), cercando di fare il meno male possibile, e pregando che mi vengano rimesse le colpe, quando esse saranno inevitabili per salvaguardare il mio interesse. Per il resto qua io, là Dio.
Sarebbe interessante ripercorrere le radici storiche di questo slittamento che la mentalità cristiana ha percorso in 2000 anni di storia (anche se ne sono bastati molti meno per arrivare a questi esiti), ma qui mancano sia lo spazio che il tempo… Molto più urgente allora diventa il confronto coi testi, con la rivelazione attestata di Dio, perché entrando dentro ad essa possiamo ragionare con la logica loro propria e non con una nostra riflessione (staccata) su di essa: come dice Beauchamp infatti «non è giusto che cambiamo il nostro parere sulla Bibbia? Se fossimo interrogati, non esiteremmo a rispondere che la Bibbia è la storia sacra, pensando a una serie ben nota di interventi straordinari operati da Dio, con la conseguenza, una volta posti di fronte a questa serie, di sentire invincibilmente lontano quello che essa racconta. Lontane da noi la vocazione di Abramo, la rivelazione di Mosè, la Pasqua dell’esodo. In questa maniera la Bibbia finisce per ridursi, nella nostra immaginazione, a un libro che narra fatti meravigliosi lontani nel tempo; essa talvolta, ci dà perfino l’impressione che essi siano presenti. I bambini, almeno durante un breve periodo dei loro primi anni, sono soggetti all’illusione che quello che si racconta loro sia immediatamente attuale. La Bibbia, quando si conosce male, si riduce a questo schermo dell’infanzia sul quale proiettano delle immagini».
In realtà la giusta prospettiva con cui approcciarsi ai testi è quella che lo stesso Autore suggerisce specificamente per i Salmi: «Se i salmisti parlano, se hanno qualcosa da dire, è perché è successo loro qualche cosa. Anche quando si tratta di un evento felice, è difficile che questo non sia preceduto, accompagnato, seguito da prove e da pericoli. Molte volte, quello che succede e induce un uomo a parlare è il fatto di essere stato colpito, scosso o costernato da un pericolo più forte di lui, il quale minaccia la vita e la ragione di vita. Non avremmo i Salmi se i loro autori non fossero passati attraverso ciò, vedendo da vicino la morte».
Ecco perché il giusto modo per leggere le Scritture è quello di entrarci dentro: non immediatamente cioè tirarne fuori un senso o un insegnamento, ma abitarle, almeno per un po’… in modo tale che quelle storie diventino le nostre storie, quelle dinamiche sottese, le nostre dinamiche, quegli interstizi, i nostri. Ciò che esse propongono infatti non sono generalizzazioni (non si trova mai una ricetta e a volte le soluzioni di fronte a problemi simili, sono diverse): piuttosto si parla di singoli, di individui, di storie personali. Si potrebbe dire che la Bibbia è la narrazione del rapporto con Dio di alcuni uomini (specifici), di un popolo (specifico). È la storia non dell’Uno o degli altri, ma della loro relazione.
Per questo lo schema precedente (quello della separazione tra piano umano e piano divino) oltre a non essere adeguato a dire il reale, non può neanche essere detto fondato biblicamente. Perché dal testo biblico si parte sempre dal rapporto, in qualche modo “già dato”: biblicamente l’uomo non è mai pensato senza Dio, ma anche viceversa, Dio non è mai raccontato senza l’uomo.
In questo senso anche la narrazione delle elezioni (del popolo, dei profeti, fin agli apostoli) non è messa per iscritto per promuovere uno schematismo pratico (Dio ha voluto che alcuni fossero privilegiati, che ci fossero ruoli istituzionali, che qualcuno fosse più importante di qualcun altro, che sapesse più “cose di Dio” degli altri…), ma sta ad indicare la storia del rapporto di uno con Dio (e non con le “verità” su Dio!): ma ancora, non nel senso di un modello, di un prototipo, che tutti gli altri dovrebbero imitare o a cui dovrebbero rifarsi… ma perché vedere la realizzazione di tale relazione in uno conferma tutti della sua percorribilità (personale! Cioè solo sua, singolarissima, di ciascuno).
Per questo l’inviato gode sì di una sorta di privilegio (parla le parole di Dio, perché parla con Dio e allora le parole dell’uno diventano le parole dell’altro), ma perché in lui – e non solo e non tanto grazie a lui – quella stessa parlabilità con Dio sia dischiusa a tutti.
Interessante infatti che Gesù mandi i Dodici ma non li accompagni: al di là della banale spiegazione per cui si tratterebbe di una prova generale per il tempo post-pasquale, o della vera ma riduttiva interpretazione secondo cui qui si espliciterebbero le indicazioni pratiche per i predicatori post-pasquali, in realtà qui c’è in gioco la trasparenza della trasformazione che la relazione a Dio (in Gesù) attua nella singolarità dell’uomo. Vedendo loro in quel modo e ascoltandoli nel dire che quel modo gli si è dischiuso nel rapporto a Gesù, il Cristo, ognuno può credere come possibile per lui quell’esperienza di salvezza.
Ecco perché chiunque incontra il Signore non può non essere testimone: perché – se l’incontro è reale – mostra da sé la sua trasparenza, nel cambiamento sostanziale del cuore dell’uomo… Ed ecco perché a due a due… Perché ciò che si “auto-testimonia” è la qualità di una relazione!
Forse che la nostra scarsa incisività testimoniale dipenda dalla nostra scarsa relazione a Dio e ai fratelli?

mercoledì 8 luglio 2009

Dio e Mammona

Due fatti, due parole, due giudizi, due "segni"... apparentemente scollegati tra di loro ma che la sapienza dell'uomo ha il dovere di collegare per porsi delle domande su dove stiamo andando, su cosa stiamo diventando...
...A voi i giudizio! (le sottolineature sono mie)




La giustizia degli uomini


NAPOLI - Aveva rubato un pacco di wafer da 1,29 euro in un discount ed è stato condannato a tre anni di reclusione. Salvatore Scognamiglio, 40 anni, non ha potuto beneficiare dell'attenuante del danno lieve per gli effetti della legge Cirielli che ha introdotto un giro di vite per i recidivi.

La sentenza è stata emessa [...] al termine di un breve dibattimento che era stato chiesto dal pm nelle forme del giudizio immediato. Assistito da un difensore di ufficio, l'imputato - che per questa accusa si trova agli arresti domiciliari - non ha chiesto l'adozione di riti alternativi come patteggiamento o rito abbreviato che avrebbero determinato una pena più lieve.

Scognamiglio è stato riconosciuto responsabile di rapina impropria [...] "Mi vergogno, avevo fame...", si è giustificato Scognamiglio, che è tossicodipendente e che in passato ha già riportato condanne per piccoli furti.

Il giudice, in base alle norme sulla recidiva della Cirielli, che non consente in questi casi di concedere le attenuanti (generiche e danno lieve) prevalenti, gli ha inflitto tre anni di reclusione, il minimo consentito dalla legge.



La giustizia del Vangelo


Cari fratelli e sorelle!
La mia nuova Enciclica Caritas in veritate, che ieri è stata ufficialmente presentata, si ispira per la sua visione fondamentale ad un passo della lettera di san Paolo agli Efesini, dove l'Apostolo parla dell'agire secondo verità nella carità: "Agendo - lo abbiamo sentito ora - secondo verità nella carità, cerchiamo di crescere in ogni cosa tendendo a Lui, che è il capo, Cristo" (4, 15). [...]
L'Enciclica richiama subito nell'introduzione due criteri fondamentali: la giustizia e il bene comune. La giustizia è parte integrante di quell'amore "coi fatti e nella verità" (1 Gv 3, 18), a cui esorta l'apostolo Giovanni (cfr. n. 6). E "amare qualcuno è volere il suo bene e adoperarsi efficacemente per esso. Accanto al bene individuale, c'è un bene legato al vivere sociale delle persone... Si ama tanto più efficacemente il prossimo, quanto più ci si adopera" per il bene comune. Due sono quindi i criteri operativi, la giustizia e il bene comune [...] "È questa la via istituzionale... della carità" (cfr. n. 7).
[...] La situazione mondiale, come ampiamente dimostra la cronaca degli ultimi mesi, continua a presentare non piccoli problemi e lo "scandalo" di disuguaglianze clamorose, che permangono nonostante gli impegni presi nel passato. Da una parte, si registrano segni di gravi squilibri sociali ed economici; dall'altra, si invocano da più parti riforme non più procrastinabili per colmare il divario nello sviluppo dei popoli. Il fenomeno della globalizzazione può, a tal fine, costituire una reale opportunità, ma per questo è importante che si ponga mano ad un profondo rinnovamento morale e culturale e ad un responsabile discernimento circa le scelte da compiere per il bene comune. Un futuro migliore per tutti è possibile, se lo si fonderà sulla riscoperta dei fondamentali valori etici. Occorre cioè una nuova progettualità economica che ridisegni lo sviluppo in maniera globale, basandosi sul fondamento etico della responsabilità davanti a Dio e all'essere umano come creatura di Dio.
L'Enciclica certo non mira ad offrire soluzioni tecniche alle vaste problematiche sociali del mondo odierno - non è questa la competenza del Magistero della Chiesa (cfr. n. 9). Essa ricorda però i grandi principi che si rivelano indispensabili per costruire lo sviluppo umano dei prossimi anni. Tra questi, in primo luogo, l'attenzione alla vita dell'uomo, considerata come centro di ogni vero progresso; il rispetto del diritto alla libertà religiosa, sempre collegato strettamente con lo sviluppo dell'uomo; il rigetto di una visione prometeica dell'essere umano, che lo ritenga assoluto artefice del proprio destino. Un'illimitata fiducia nelle potenzialità della tecnologia si rivelerebbe alla fine illusoria. Occorrono uomini retti tanto nella politica quanto nell'economia, che siano sinceramente attenti al bene comune. In particolare, guardando alle emergenze mondiali, è urgente richiamare l'attenzione della pubblica opinione sul dramma della fame e della sicurezza alimentare, che investe una parte considerevole dell'umanità. Un dramma di tali dimensioni interpella la nostra coscienza: è necessario affrontarlo con decisione, eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri. Sono certo che questa via solidaristica allo sviluppo dei Paesi più poveri aiuterà certamente ad elaborare un progetto di soluzione della crisi globale in atto. Indubbiamente va attentamente rivalutato il ruolo e il potere politico degli Stati, in un'epoca in cui esistono di fatto limitazioni alla loro sovranità a causa del nuovo contesto economico-commerciale e finanziario internazionale. E d'altro canto, non deve mancare la responsabile partecipazione dei cittadini alla politica nazionale e internazionale, grazie pure a un rinnovato impegno delle associazioni dei lavoratori chiamati a instaurare nuove sinergie a livello locale e internazionale. Un ruolo di primo piano giocano, anche in questo campo, i mezzi di comunicazione sociale per il potenziamento del dialogo tra culture e tradizioni diverse.
Volendo dunque programmare uno sviluppo non viziato dalle disfunzioni e distorsioni oggi ampiamente presenti, si impone da parte di tutti una seria riflessione sul senso stesso dell'economia e sulle sue finalità. Lo esige lo stato di salute ecologica del pianeta; lo domanda la crisi culturale e morale dell'uomo che emerge con evidenza in ogni parte del globo. L'economia ha bisogno dell'etica per il suo corretto funzionamento; ha bisogno di recuperare l'importante contributo del principio di gratuità e della "logica del dono" nell'economia di mercato, dove la regola non può essere il solo profitto. Ma questo è possibile unicamente grazie all'impegno di tutti, economisti e politici, produttori e consumatori e presuppone una formazione delle coscienze che dia forza ai criteri morali nell'elaborazione dei progetti politici ed economici. Giustamente, da più parti si fa appello al fatto che i diritti presuppongono corrispondenti doveri, senza i quali i diritti rischiano di trasformarsi in arbitrio. Occorre, si va sempre più ripetendo, un diverso stile di vita da parte dell'umanità intera, in cui i doveri di ciascuno verso l'ambiente si colleghino a quelli verso la persona considerata in se stessa e in relazione agli altri. L'umanità è una sola famiglia e il dialogo fecondo tra fede e ragione non può che arricchirla, rendendo più efficace l'opera della carità nel sociale, e costituendo la cornice appropriata per incentivare la collaborazione tra credenti e non credenti, nella condivisa prospettiva di lavorare per la giustizia e la pace nel mondo. Come criteri-guida per questa fraterna interazione, nell'Enciclica indico i principi di sussidiarietà e di solidarietà, in stretta connessione tra loro. Ho infine segnalato, dinanzi alle problematiche tanto vaste e profonde del mondo di oggi, la necessità di un'Autorità politica mondiale regolata dal diritto, che si attenga ai menzionati principi di sussidiarietà e solidarietà e sia fermamente orientata alla realizzazione del bene comune, nel rispetto delle grandi tradizioni morali e religiose dell'umanità.
Il Vangelo ci ricorda che non di solo pane vive l'uomo: non con beni materiali soltanto si può soddisfare la sete profonda del suo cuore. L'orizzonte dell'uomo è indubbiamente più alto e più vasto; per questo ogni programma di sviluppo deve tener presente, accanto a quella materiale, la crescita spirituale della persona umana, che è dotata appunto di anima e di corpo. È questo lo sviluppo integrale, a cui costantemente la dottrina sociale della Chiesa fa riferimento, sviluppo che ha il suo criterio orientatore nella forza propulsiva della "carità nella verità". Cari fratelli e sorelle, preghiamo perché anche questa Enciclica possa aiutare l'umanità a sentirsi un'unica famiglia impegnata nel realizzare un mondo di giustizia e di pace. Preghiamo perché i credenti, che operano nei settori dell'economia e della politica, avvertano quanto sia importante la loro coerente testimonianza evangelica nel servizio che rendono alla società. In particolare, vi invito a pregare per i Capi di Stato e di Governo del g8 che si incontrano in questi giorni a L'Aquila. Da questo importante summit mondiale possano scaturire decisioni ed orientamenti utili al vero progresso di tutti i Popoli, specialmente di quelli più poveri. Affidiamo queste intenzioni alla materna intercessione di Maria, Madre della Chiesa e dell'umanità.

venerdì 3 luglio 2009

Perché non possiamo più dirci italiani

Leggendo i giornali in questi giorni, si ha come l’impressione che l’Italia non esista più…
Quel patto sociale che ci teneva uniti e che ci costituisce Nazione si è sfaldato da tempo ed ora sembra giungere al capolinea.

La verità e il bene comune non sono più il criterio ultimo dell’agire politico-economico-religioso.

Tanti, troppi sono gli episodi che mostrano chiaramente il venir meno di questo patto di solidarietà di una società che rifiuta di crescere aprendosi al futuro accettandone i rischi (ma non dicevano i liberisti che senza rischio non c’è impresa?) per rifugiarsi invece nelle false sicurezze di un passato che perché passato non può che comunicare il proprio essere trapassato…

L’impressione che se ne ricava è un “fuggi-fuggi”, un “si salvi chi può” mentre la barca sta inesorabilmente affondando… La stazione di Viareggio è solo l’immagine visibile, di ciò che quotidianamente accade nel nostro Paese: ciascuno pensa per sé, ad accumulare per sé e per i propri amici e per gli amici degli amici…
Qualche episodio a caso?
Leggete questo articolo del Corriere: il criterio di giudizio, non è più la verità di un rapporto, di un ruolo istituzionale, il criterio è: «se lo hai fatto tu, posso farlo anche io!». Un partito fa una cosa? Allora ci si sente autorizzati a fare altrettanto, poco importa se sia bene o giusto… I festini di Berlusconi? Ma li fanno anche gli altri! La lottizzazione della Rai? C’è sempre stata! I respingimenti? Ma anche a sinistra li hanno fatti! La clandestinità è un crimine? Anche all’estero fanno altrettanto! Insomma, «Le tue malefatte giustificano le mie»… Come se la menzogna dell’altro annullasse la propria!

Che cosa c’è da leggere ancora di questa legge “immonda”? Una volta affermato il principio disumano, poco importa come lo si addolcisce: la merda resta merda, nonostante il profumo di parole che ci si sparge sopra! Un cristiano dovrebbe vergognarsi di pensarle certe cose, figurarsi poi se le fa diventare leggi! A Gesù Cristo cosa si dirà? Che le sue parole nel Vangelo non contano niente perché non sono state dette dal Vaticano? O ci si gongolerà coi sofistici distinguo dell’Azzeccagarbugli di turno su quali sono le parole “ufficiali” della Santa Sede? Se è per questo anche quelle del Vaticano non sono quelle di Gesù Cristo! E se un cristiano non sa quali prevalgono si illude se spera nella propria salvezza…

Se poi si gioca con le parole, allora vuol dire che la dignità è calpestata da tempo… Nessuno Stato può creare delle leggi per violare delle leggi, nemmeno le dittature – che infatti si creano delle leggi ad personam – figurarsi il Vaticano! Se uno conosce il significato della parola clandestino non fa fatica a capire che nessuno Stato al mondo fa entrare i clandestini: non si chiamerebbero clandestini! Ma un conto è fare rispettare le leggi e la legalità, un altro è calpestare le ragioni per cui le leggi e la legalità esistono: la giustizia vera e per tutti! E cercare di assecondare le esigenze di coloro che le leggi loro malgrado non sono in grado di rispettarle è compito della giustizia propria di uno “Stato di diritto”! Uno Stato che approva leggi che, invece di accoglierle, criminalizzano le vittime della nostra voracità coloniale è uno Stato immorale e criminale! Anche se si chiama Gran Bretagna o Francia o Italia o Spagna – con o senza Zappatero! Non solo li riduciamo in miseria riducendoli alla fame e quant’altro, corrompendo i loro governi e sfruttando le loro ricchezze, ma li sbattiamo in galera se cercano di fuggire dalla miseria a cui noi li abbiamo ridotti! Più immorali di così si muore: si vede proprio che noi europei siamo figli di negrieri!

Ecco il vero relativismo! Non più i valori della persona – e le sue lacrime - come assoluto, persino di Dio (ma lo leggiamo il Vangelo?); non più il bene – e le sue ferite - di questo disgraziato pianeta (ma la leggiamo la Bibbia?); non più la ricerca autentica di ciò che è bene, vero, giusto per tutti (ma li leggiamo i documenti del Magistero che sono “parola ufficiale della Santa Sede”?)! Ma alleanze; corporazioni; lobby; opportunità… Apparenza senza sostanza?… Peggio! Quando non ci si preoccupa più nemmeno di salvare l’apparenza siamo allo sfascio, al decadimento di una nazione, allo sfaldamento di un patto di convivenza civile, all’immoralità fatta sistema!…

Basta entrare in un ospedale o salire su un treno o su un taxi o entrare in un ufficio o avere bisogno per qualche ragione dello “Stato” e dei suoi cittadini… per accorgersi di tutto questo, per accorgersi che lo Stato non c’è più, se non per battere cassa – elettorale o tributaria – per usarti!… e ti senti come un estraneo tra gente che credevi se non amici, almeno non nemici… e ti senti servo invece di essere servito… prigioniero di un sistema che si alimenta della tua umiliazione… E poi c'è chi si giustifica parlando di diffusa antipolitica... La vera antipolitica la fanno coloro che non si occupano del bene della polis!

Tassisti, notai, avvocati, professori universitari, medici, sono solo alcune delle categorie che solo a pronunciarle si trasformano in incubi… Gli onesti, oramai, sono dei martiri!
Per non parlare delle Banche e delle schifezze che ci fanno mangiare quelli dell’industria alimentare…
Se la mafia, come diceva il card. Pappalardo, è un modo di pensare prima che un’associazione a delinquere, questa è “mafia”… È come se tutta una nazione ne avesse assunto lo schema mentale di fondo… Quando leggo sui giornali che è stato sgominato un clan mafioso, mi vengono i brividi: lo Stato lo ha sconfitto perché lo combatte o perché ne ha integrato la mentalità? …

È come se tutto fosse diventato un “interesse privato in atti d’ufficio”… per questo la corruzione e l’evasione fiscale sono inarrestabili… Non sono le tasse che sono troppo alte, è il senso comune che è troppo basso! Il resto poi…

Il Parlamento? Sembra più una fabbrica di ingiustizie, che un luogo dove si cerca “prima di tutto la giustizia” se non del “Regno di Dio”, almeno degli uomini, del Paese o di quel che ne rimane… Così, l'anfiteatro della politica diventa l’arena dell’antipolitica... Il luogo per eccellenza della democrazia, diventa il laboratorio del suo disfacimento… Perché la democrazia è ancora questo: il potere è nelle mani del popolo che lo esercita anche attraverso i suoi rappresentanti… Ebbene qui c’è una diabolica originalità: Se le dittature “classiche” si fondano sulla sottrazione di questo potere al popolo, per darla a uno solo che decide per tutti… oggi il metodo è più subdolo e perverso, non si sottrae più il potere al popolo, si “sottrae” il popolo, disfacendone il tessuto che lo costituisce tale, la solidarietà! In fondo è questa la mentalità del leghismo: dividi gli italiani in lombardi, veneti, terroni… togli cioè il demo, il popolo, e otterrai automaticamente la crazia, il potere da gestire in conto proprio! Le leggi e i decreti di attuazione di questa mentalità sempre più maggioritaria non sono altro che la sua pianificazione… No! non è fascismo, è molto peggio, è il suicidio di un intero popolo attraverso la morte della sua millenaria cultura nata da infiniti incroci etnici e culturali, razziali e religiosi… È l’eclissi di un popolo, sradicandone i fondamenti della sua stessa ragion d’essere! Una forma di democraticidio attraverso un genocidio culturale. Nazionalismo senza Nazione! E osano parlare di «Leggi per il bene degli italiani»! Quali italiani? Con queste leggi si sta distruggendo la possibilità stessa di definirsi tali!
Altro che radici cristiane! Ironia della sorte, per paura di perdere i valori cristiani stanno uccidendo persino quel poco di cristiano che c’era nelle nostre istituzioni… Come in ogni totalitarismo: destinati a regnare su un mucchio di ceneri!…

E la Corte costituzionale? L’impressione è che sia più una Coorte d’altri tempi, con stipendi e privilegi e amicizie che la sensibilità odierna (anche di ieri per la verità!), rifiuta come offensive della dignità di un uomo “per bene”, figurarsi di un giudice “sopra le parti”… Certo che i “poteri” devono pur dialogare e incontrarsi, ma ci sono sedi opportune alla luce del sole dove questo può e deve essere fatto senza anche lontanamente dare l’impressione di essere “di parte”. Se non altro fatteci vedere che vi sforzate di esserlo! Mentre ora si ostenta il non esserlo! Perché così fan tutti? Ma è proprio per questo che non va fatto!

Altro che abbassare i toni! Non sono ancora sufficientemente alti! Si ha paura “della cattiva immagine” ignorando che l’immagine si può migliorare solo cambiandola, non nascondendola con un velo! Ecco il vero scandalo: non denunciarli, gli scandali! e volerli coprire, seppur provvisoriamente, per opportunità politica, diplomatica, istituzionale o qual si voglia altra ragione… È come voler rimandare la cura a dopo… nel frattempo il malato ci muore tra le dita… Si avranno mille ragioni, ma nessuna è tanto vera come quella della verità! E la verità la si difende rivelandola! Che guarda caso è esattamente l’opposto - non solo etimologico - di ipocrisia! E la giustizia per sua natura esiste là dove la si attua, non dove “la si rimanda”! Verità e giustizia sono parte integrante della “res publica”, senza le quali non c’è convivenza civile e valori costituzionali che tengano. E se non si è “garanti” di ciò, di cosa si è garanti? Si attui verità e giustizia e ci sarà pace e i “toni” si abbasseranno: ma non si può domandare a chi si vede cavare la dignità di non gridare dal dolore, usassero almeno l’anestetico!… Abbassare solo i toni, serve all’autarchia ad innalzare il proprio potere che indisturbato si crogiola nella menzogna e nell’ingiustizia che queste sì divorano la pace!

L’Italia di oggi? Una succursale di Rebibbia! Dove non puoi fare un gesto senza pagarne il corrispettivo… Dove se provi a dire qualcosa, se provi a domandare giustizia per tutti anche per lo straniero, sei disfattista, qualunquista, cattocomunista, persino “pessimista”… E se provi a non essere ipocrita, a non nascondere la verità dietro una maschera di perbenismo? Pura intimidazione! Chissà cosa direbbe questa gente leggendo certe espressioni di Gesù nel Vangelo, tipo “Guai a voi…”! L’avrebbero arrestato per intimidazione? Sicuramente!
E ci si chiede pure di “abbassare i toni”!

In tutta buona coscienza questi giudici, questi politici, questi economisti, si rivoltano nel fango dell’apologia della propria menzogna… Chissà con quale vangelo se la sono formata! Il bene comune avrebbe dovuto educarli almeno a questo: se non è comune non è bene!

Invece l’incuria generale, che si vede in ogni angolo della strada… dice oramai che siamo un popolo che è passato dal “fai da te” al “fai per te”… nell’illusione di potersi salvare nel giardinetto di casa propria e con qualche zattera di un conto estero!

E in tutto questo, gli equilibrismi clericali di un episcopato incapace di essere coralmente annunciatore di una novità altra rispetto alla pulsione autodistruttiva di un popolo… E tutto quello che sanno dire è, diplomaticamente: “porterà molto dolore” o peggio “non basta all’ordine pubblico”… Non si è capace di dire che queste leggi sono una “schifezza immonda indegna di un popolo civile e degna solo per gente destinata alla discarica (Geenna) eterna”? o sa troppo di cristianamente profetico?

Siamo dunque, noi testimoni, destinati alla stessa sorte di Edith Stein? Che condivise i destini del suo popolo (è così che una massa di persone diventa “popolo”: quando qualcuno se ne sente parte e agisce di conseguenza), senza poter fare niente per cambiarli?… Con un’aggravante in più, ora, gli aguzzini, non appartengono “a un altro popolo” (almeno dal versante degli aguzzini in quanto gli ebrei si sentivano parte integrante del popolo che li perseguitava), ma al tuo, carne della tua carne e sangue del tuo sangue… Le mani “assassine” non sono quelle del nemico, ma di coloro che continuano a proclamarsi tuoi amici…

Sta accadendo l’inverosimile: gli italiani si stanno costruendo con le proprie mani, le leggi e i forni con i quali si inceneriranno da soli… Se non ci “cambieremo mentalità” (questa è la conversione), faremo – anzi la stiamo già facendo – la fine di Atlantide: la nostra grandezza ridotta a mitologia seppellita negli abissi della storia!

Il compimento della profezia cristiana

Lo scandalo del volto nuovo di Dio
Il racconto del Vangelo di oggi gira attorno alle cinque domande che esprimono lo stupore e poi lo scandalo della gente di Nazareth: “Da dove gli vengono queste cose, questa sapienza, questi prodigi? – perché sappiamo già tutto di lui e della sue origini, qui tra noi ! Gesù è ferito e deluso. Perché, invece, il suo vangelo viene da fuori, ha un’altra origine. Semina la sua verità nel desiderio più profondo dell’uomo, ma gli dà una risposta imprevista, disomogenea, refrattaria ad ogni cattura mondana. C’è «un di più», una rivelazione che non è il frutto della tradizione umana. La quale, proprio perché è ricca già di una esperienza millenaria di ricerca di Dio, si sente minata alle radici dall’atteggiamento e dal messaggio di Gesù. “Lo scandalo sta nel fatto che si rifiuta con ragioni penultime ciò che con ragioni ultime (che si conoscono molto bene!) si dovrebbe accettare” (Hans Urs von Balthasar). La banalità tonta della “normalità”, che non vuol vedere nulla al di là del “si è sempre fatto così!”, contesta ogni profezia, tanto più quella casalinga. Ogni generazione, che obbedisce ciecamente alla letale logica immunitaria della carne, dissipa così i suoi profeti, che sono l’organo sensore del sistema immunitario dello Spirito, con cui l’istituzione è avvertita della conclusione di un momento storico e dell’apertura inarrestabile di prospettive nuove… Un figlio d’uomo, con mani di carpentiere, segnato dalla fatica, nato e cresciuto in una famiglia dai volti noti, nulla di straordinario… si mette a fare il Figlio di Dio: ecco lo scandalo della fede. Eppure, che la forza della Parola si rivesta di debolezza e si nasconda nella fragilità dell’umano, sta tutta la potenza eversiva del vangelo – il mistero dell’incarnazione – l’abisso della misericordia di Dio.
…si meravigliava della loro incredulità

Effettivamente quelli della cui incredulità Gesù si meraviglia, sono tutti ‘credenti’ in Dio, senza dubbi di fede, anzi stupiti della sua sapienza – ma per niente dubbiosi, però, della propria fede: di quale incredulità, dunque, si tratta? Quale fede gli mancava? Anche gli ascoltatori di Ezechiele , che il profeta apostrofa come testardi e ribelli alla voce di Dio, sono credenti. Eppure di loro Dio dice: … gli Israeliti non vogliono ascoltar te, perché non vogliono ascoltar me! Al centro delle letture di oggi (Ezechiele – Paolo – Gesù a Nazareth) c’è il conflitto strutturale tra il profeta che domanda un “nuovo affidamento” del cuore ad un “annuncio nuovo” dell’amore di Dio per il suo popolo (fede “evangelica”) – e i concittadini del profeta, con una fede “religiosa” (ereditata dai padri), diventata ormai elemento strutturante dell’assetto sociale del gruppo. Una fede che, proprio perché ha impregnato inscindibilmente le varie componenti ideologiche, politiche economiche della nazione, letteralmente “ha fatto il suo tempo”, cioè ha intriso l’epoca e la generazione di persone che l’hanno accolta, ma è divenuta ormai una prerogativa discriminante a custodia del potere teocratico dei “credenti”, che proprio per questo si sono induriti nelle loro posizioni che ormai sono “mondane”, se pure suffragate dalla fede!
Quelli ai quali ti mando sono figli testardi e dal cuore indurito
Gesù stesso legge l’episodio di Nazareth non circoscritto al suo piccolo paese e alla sua esperienza personale, ma come segno del rifiuto dell’intero Israele e addirittura di ogni popolo: venne in mezzo ai suoi e i suoi non lo hanno accolto (Gv 1,11). Ancora una volta è qui sottesa la domanda centrale del vangelo di Marco: qual è l’origine di questa sapienza e di questa potenza? E cioè : Chi è quest’uomo? Le ragioni più profonde del cuore, affascinato dalla luce che emana da lui e dalle sue opere, farebbero dire: quest’uomo viene da Dio. Ma le ragioni del buon senso, del con/senso sociale che cementa la tribù, e in più, l’atavica amara sfiducia che niente di nuovo possa arrivare di più sicuro dell’ordine esistente, dicono il contrario: «Non è costui il carpentiere?». Questo è lo scandalo (cioè, l’inciampo) insolubile e inseparabile da Gesù stesso. Infatti la scelta di assumere “un’umanità” inserita nel normale contesto di un tessuto famigliare, lavorativo, popolare, in tutto simile agli uomini… è proprio il progetto salvifico del Padre: il cuore del Regno. D’ora in poi “credere in Dio” è affidarsi a questo volto d’uomo, che ravviva nei millenni il paradosso del cristianesimo, il paradosso dell’incarnazione: una presenza del Dio assoluto, (il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe… il Dio promesso a tutte le genti) senza nome, senza immagine - ma adesso “relativizzato” in un volto e in un messaggio, espressi in una cultura individuabile nei suoi confini (limiti) storici e culturali, cronologici e geografici, ben delineati quanto precari e transitori- ai quali affidarsi per una salvezza che è nata e cresciuta lì, ma li sorpassa e diventa “eterna”. Perciò contemporanea ad ogni generazione passata e futura (cfr Fil 2,7ss). Fino a porre, di fatto, ai nazaretani di ogni tempo (anche noi siamo della sua stessa patria umana e del suo villaggio globale) la sconvolgente inversione della domanda: credi che Dio è Gesù? Allora si capisce quanto fosse facile diventare non solo riluttanti, ma ostinati e testardi, … per non lasciarsi coinvolgere anima e corpo, idee e senso della vita – nella tensione insanabile della proposta evangelica, tra la sublimità dei segni, parole ed opere di questo Messia, e la debolezza sociopolitica del suo mite ed inerme progetto di salvezza dell’uomo e del mondo. Comincia da qui, e influenzerà pericolosamente la fede cristiana fino ad oggi, la reazione incontenibile di fronte a questa concretissima incarnazione: un processo storico, mai interrotto, partito dai suoi compaesani, e poi rispuntato in ogni chiesa. La tentazione, cioè, di “normalizzazione sacra” della tensione profetica del Cristo – il lento veleno di ri/divinizzazione dell’incarnazione (che è l’umanizzazione di Dio!), fino a renderla inutile (è il processo inverso alla dinamica della storia della salvezza: infatti rimanda al mittente il mistero dell’incarnazione sostanzialmente perché è troppo di disturbo dell’assetto storico socio religioso di un’epoca storica, faticosamente elaborato e consolidato e difeso… fino allo sterminio di chi osa insidiarlo.
Perché io non vada in superbia mi è stata messa una spina nella carne
…dentro tutto questo dramma, ecco infine la sofferenza di Paolo, anzi, prima, l’avventura personale di Gesù… e di ogni profeta. Esser profeti per i discepoli di Gesù non è presunzione! È dimensione essenziale del battesimo, purtroppo non a caso censurata! Perché il mestiere del profeta, suo malgrado, è mettere in conflitto permanente la coscienza ‘profetica’ con la coscienza religiosa stratificata nella società. Perciò, in prima battuta, il profeta è ben accolto dalla gente comune, poco ideologizzata e succube sofferente delle ingiustizie, ma è rifiutato dai capi, dai teologi, dai sacerdoti… cioè dal sistema. Il profeta è “necessariamente” perseguitato, perché non misura l’uomo secondo i criteri sociologici e gli equilibri fragili del potere nella tribù o nel paese, stabilizzati per la coesione del gruppo stesso. Ma misura l’uomo nella sua verità radicale assoluta (bisogni desideri diritti) ispirata solo alle idee e sentimenti… del Padre che è nei cieli. Per questo il cristiano/profeta denuncia ogni oppressione. E questo mette in crisi la visione culturale dominante, aprendola ad un assetto futuro diverso, a costo di apparire sovversivo! Ma il cristiano/profeta non è un nuovo maestro, è solo il testimone, oggi, del suo Maestro, che non si rivolge solo alla testa, ma propone il cambiamento della vita, del cuore, dei sentimenti: c’è infatti un solo modo storico di riconoscere e testimoniare la sua “divinità incarnata”: diventare oggi suoi discepoli! Cioè diventare, almeno un poco, profeti. E qui nasce il problema che mette a prova l’autenticità della fede in Gesù.
Ma non vi poté operare nessun prodigio…
Qui l’avventura del credente, di colui dunque che si è già sbilanciato per affidarsi alla “divinità” di Gesù il Cristo, s’imbatte in un dolore imprevisto. Il dolore di Gesù, del quale non aveva colto la ricaduta in chiunque crede in lui! Il dolore inconsolabile dell’uomo Gesù, che sente, soffre e piange la sua spina nella carne, la propria drammatica invincibile insufficienza “umana”a contenere, sanare, convincere, medicare l’immensa miseria degli uomini, che vagano come pecore senza pastore … Ma il profeta di basso profilo, quale siamo noi, a differenza di Gesù, annega nella fragilità senza fondo di una fede che si rivela sempre più immatura o comunque non del tutto pronta a portare la sofferenza, il conflitto, l’incomprensione … l’inadeguatezza della propria testimonianza. Perché i suoi puntelli erano ovviamente la condivisione, la stima, il sostegno del consenso di chi è “importante” nella nostra vita… e maschera l’inconsistenza della fede nuda. Il lumicino fumigante che ci rimane in cuore, acceso dalla amicizia per lui e poggiato sulla forza perdente del suo vangelo. Anche se non siamo perfetti e forse nemmeno tanto coerenti, né dobbiamo pretenderlo dagli altri, perché non è la nostra debole coerenza che ci salva.
«Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza».
Già Paolo si è scontrato con questo paradosso dell’impotenza (mondana) della fede! «I Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio»(1 Cor 1, 22s). Talora anche noi siamo talmente attenti a sottolineare l’incoerenza degli altri discepoli, nostri fratelli e sorelle, da farne degli antagonisti, fino a scordarci dell’essenza del Vangelo, che è venuto a togliere l’inimicizia… Talmente scandalizzati dai loro veri o presunti difetti da non voler aprirci al cuore dell’autenticità cristiana, per convincerci che l’essenziale non è la coerenza costi quel che costi, ma la misericordia. L’importante non è che l’altro colga il pezzo di verità sul quale io (profeta!) lo sfido oggi che io sia nel vero e lui fuori strada o viceversa… o un po’ per uno! Ma l’importante è, invece, la profezia suprema, quella che ha portato Gesù a donare la vita per noi e che ci ha così ‘profeticamente’ avvolti e lavati nella sua misericordia cieca – sicuro che questo bagno, soltanto, ci avrebbe aperto gli occhi a scoprire con infinita riconoscenza… il compimento della profezia cristiana.



I maestri raccontati dai discepoli
Giovanni Vannucci, testimone della luce

… Quando parlava della sua scelta, diceva: “Il monaco cerca una dimensione differente da quella nella quale l’uomo vive abitualmente. Non per evadere, ma per ricaricare, per ridare alla vita quotidiana tutto il suo valore e tutta la sua forza”. E concludeva: “Il monaco è l’essere sensibile alla novità divina profonda e la vive come preannuncio e indicazione di cammino”. Quindi è sempre rivolto agli altri che devono percorrere il cammino e che sono in ricerca. Ecco, in questa funzione, è stato un apripista e quindi potremmo dire un profeta. Ma il profeta necessariamente si scontra con il presente. Non perché il profeta viva nel futuro: il profeta vive nel presente, solo che coglie nel presente quelle tensioni interiori che esigono l’ulteriore, l’oltre. Quindi, vivendo all’interno di questa tensione che egli coglie nel presente, perché è in sintonia con la Parola/Azione di Dio che opera qui ora, necessariamente si scontra con coloro che il qui e ora lo vivono in modo definitivo, lo considerano assoluto.

Tutte le strutture tendono a considerare il loro progetto, il loro modo di vedere le cose, l’esistente come definitivo. Soprattutto quelli che ne traggono beneficio, che hanno interesse nel prolungare il presente. Quindi è comprensibile che ci sia questo scontro, questo dissidio, vissuto a volte con sofferenza, certamente. Anche Giovanni Vannucci parla di questa sofferenza vissuta. Però è una sofferenza che diventa benefica, è una sofferenza che, se vissuta nell’orizzonte della fede, cioè come espressione dell’azione di Dio accolta, diventa feconda.

Il problema che si pone è: fino a che punto questa tensione deve essere portata avanti, in modo che sia feconda. Perché ci potrebbe essere la tentazione di rompere tutto per consentire al nuovo di emergere, come ci può essere la tentazione di rinunciare alla funzione profetica – come anche i profeti biblici, Geremia, lo stesso Isaia, hanno avvertito – per non dover soffrire, per non dover affrontare difficoltà. È lo stesso problema che Gesù ha affrontato, lo stesso problema della preghiera dell’orto di Gesù e delle sue scelte precedenti, dal momento della crisi fino alla decisione di salire a Gerusalemme. Si è posto certamente il problema: fino a che punto portare avanti la tensione, che conduce a una rottura col presente, in modo che l’azione resti feconda e non diventi distruttrice? Non c’è una risposta assoluta, non è che uno possa rispondere, ragionando, a questa domanda, restando cioè al di fuori delle situazioni concrete. Occorre avere, nella situazione concreta, quella capacità di preghiera, quella sintonia con la Parola/Azione di Dio – questo è il segreto – in modo da cogliere a che cosa questa conduce, in modo da poter compiere quella Parola, che certamente allora è feconda, cioè fa nascere il nuovo in modo positivo, senza distruggere la possibilità appunto dei cammini nuovi. Lui stesso lo dice: “Ogni periodo di smarrimento è segno di un avanzarsi della definitiva apparizione del Regno”. Ma deve apparire il nuovo. Ora, ci sono delle scelte fatte in nome del nuovo, cioè fatte in atteggiamento profetico, che in realtà poi impediscono al nuovo di fiorire. Quindi si tratta di avere questa sensibilità, di avere questa percezione di dove conduce la Parola, in modo da non distruggere l’embrione che sta preparandosi, il nuovo che sta emergendo.

C’era un’altra espressione che aveva utilizzato, quando diceva: “Occorre essere attenti alle vibrazioni, alla melodia del reale”: l’attenzione appassionata al mistero divino delle cose, delle situazioni che portano, sono gravide di questa Presenza, che però dev’essere curata attentamente, per evitare che diventi un aborto (per portare l’analogia a cui prima vi siete richiamati), cioè per evitare che il nuovo fallisca. Perché è possibile: non tutti i tentativi di Dio riescono nella storia, anzi, molti falliscono. Falliscono per precipitazione nostra, per resistenza… Ci sono le diverse tentazioni, ma dobbiamo riconoscere questa possibilità del fallimento.
Credo che quindi la risposta che tu cerchi non possa essere assoluta e generale, ma nei singoli casi deve tener presente questa possibilità di soffocare il nuovo che emerge con la fretta di volerlo fare nascere.

Voglio aggiungere un’ultima piccola cosa: Era una persona solare e trasparente: quello che egli viveva lo trasmetteva con la sua presenza. Per questo è un testimone. E di questi testimoni noi oggi abbiamo bisogno, cioè di persone che vivano così in sintonia con l’azione di Dio, con la Parola di Dio nella storia, da farla risuonare lì dove sono.
[Carlo Molari, passi scelti tratti da: cipax-roma]

giovedì 2 luglio 2009

Nemo propheta in patria

Le letture che la Chiesa ci propone per questa domenica e in particolare il vangelo, hanno proprio il sapore della ferialità, dell’ordinarietà del tempo (siamo alla quattordicesima domenica del tempo ordinario): infatti l’episodio di Gesù nella sua patria rimanda a un momento “normale” dopo la “extra-ordinarietà” dei primi passi del suo ministero pubblico: secondo Marco infatti, quando Gesù torna a casa sua, ha già ricevuto il battesimo da Giovanni, vinto le tentazioni, chiamato i discepoli, iniziato la sua predicazione, compiuto diversi miracoli… guadagnato una certa popolarità…
Questo ritorno – che anche letterariamente sembra una cesura, una parentesi – segna dunque come una pausa nel cammino in Galilea di Gesù, che peraltro riprende immediatamente già nell’ultimo versetto del nostro brano: «Gesù percorreva i villaggi d’intorno, insegnando». Eppure questa “pausa” non pare avere i contorni della riuscita… L’esito è deludente; nel parallelo brano di Luca addirittura tragico (cfr Lc 4,16-30).
Il brano non dice il perché di questa decisione di Gesù di tornare in patria e immaginare romanzescamente varie ipotesi vorrebbe dire forzare il testo. Sta di fatto che non emerge nessuna urgenza che possa aver determinato un impellente rientro, per cui pare proprio che a Gesù andasse – proprio come un fatto normale – di ripassare dalla sua terra natia.
Tant’è che si rimette a fare le cose “abituali”: di sabato va alla sinagoga – commenta Luca «secondo il suo solito». Eppure proprio lì «dove era cresciuto» qualcosa è cambiato. Il modo di porsi, meglio, il modo di essere di Gesù esce dai canoni consueti con cui fino alla sua partenza era stato guardato, non rientra più nell’ordine di misura (normale) con cui era da sempre stato valutato: non combacia più con l’etichetta con cui l’avevano sempre pensato: «il falegname, il figlio di Maria, il fratello di Giacomo, di Ioses, di Giuda e di Simone». E questo scarto tra idea di lui e lui suscita stupore («rimanevano stupiti») e addirittura scandalo («era per loro motivo di scandalo»).
E Gesù soffre di questo mancato riconoscimento, di questa mancata accoglienza di lui in nome di un’idea diversa di lui.
Fin qui l’episodio… onestamente abbastanza comune: a tutti è capitato di fare esperienza di essere letti a partire da una pre-comprensione piuttosto che dalla realtà di ciò che si è; un episodio che – se letto in termini edificanti – potrebbe anche aprire lo spazio a dissertazioni circa le problematiche odierne sulla nostra capacità come singoli e come società di accoglienza del diverso, ecc, ecc, ecc…
Eppure, tutta questa sensazione di ordinarietà, di esperienza comune ai più, lascia aperta una domanda più radicale, che qualsiasi riduzione di Gesù a semplice modello etico, elude, e cioè: Se si tratta di un’esperienza tanto normale, che si rifà in qualche modo a istanze antropologiche consuete (impossibilità di uscire dall’etichettamento come modalità iniziale di comprensione, necessità di superarlo, fatica ad attuare tale superamento, con i conseguenti stupori, scandali e – dall’altra parte – l’accorata meraviglia per il giudizio altrui), perché i primi cristiani hanno sentito il bisogno di narrarci questo fatto? Perché ha una valenza così significativa il fatto che Gesù venga rifiutato in patria? Verrà rifiutato anche dopo e in modo più radicale, dagli amici, dal suo popolo… Perché dunque non limitarsi a quei tradimenti, di portata di certo più consistente, e sottolineare anche questo che in prima battuta a noi sembra un episodietto, se non insignificante, almeno di una rilevanza piuttosto bassa?
Le risposte che a me sono venute in mente sono tre. Più che vere e proprio risposte sono tracce di riflessione…
La prima potrebbe essere sintetizzata nello slogan “Gesù è per la singolarità”. A ben guardare infatti la misura con cui i suoi compaesani misurano Gesù, non è un modo di procedere pensato per lui: è il modo normale di affrontare la realtà. Noi conosciamo sempre misurando ed etichettando. Non immediatamente in senso negativo, come se questo fosse un giudizio morale sul fatto che abitualmente si è pieni di pregiudizi nei confronti degli altri. Piuttosto nel senso che immediatamente è l’unico modo che abbiamo per approcciarci a ciò che dobbiamo conoscere – dentro e fuori di noi. Non a caso diamo un nome alle cose, tentiamo di delimitarle, con un concetto, una definizione, un giudizio: altrimenti non si potrebbe dire “Quella cosa lì è quella cosa lì”… Il punto è che però da questo approccio immediato al reale, è necessario poi muovere passi successivi. Questo etichettare infatti, è indispensabile, ma appunto ha sempre i tratti della misurazione, dell’universalizzazione, della generalizzazione: “Questo oggetto è una sedia”. Che è vero, ma rischia di perdere l’altro ineliminabile e altrettanto vero profilo: “Questo oggetto non solo è una sedia, ma è questa sedia”… Evidentemente, il rischio di rimanere imbrigliati nella mera conoscenza misurante, e dunque di perdere il secondo profilo (quello della singolarità: io non sono solo una donna, io sono questa donna), è tanto più pericoloso quando “oggetto” di conoscenza sono le persone… A me pare dunque che una prima risposta alla domanda del perché della sottolineatura di questo rifiuto di Gesù in patria possa andare proprio in questa direzione: perché come in tanti altri passi del Vangelo, in questo si vede in modo chiaro questo continuo rilancio dell’attenzione di Gesù per il singolo: Gesù non guarisce tutti i malati, ma questa donna emorroissa, questa ragazza figlia di Giairo; non comunica con l’uomo filosofico universale, ma parla con Pietro, con Giuda, con Caifa; ecc… allo stesso modo Gesù non è un nazareno, un falegname, ma è quella libertà storica particolarissima lì… che non ci sta dentro a un’etichetta, ma non perché era Dio (ovvio, a maggior ragione), ma perché nessuno ci sta e ci deve stare: questo è il suo grande comandamento sull’amore, questa è la grande prospettiva che emerge dal testo evangelico: la buona notizia è che Dio ama ciascuno dei suoi figli e vuole intessere con lui una relazione personale e unica, speciale e irripetibile, perché così è Dio, e perché così ha fatto l’uomo. L’uomo non è fatto per le standardizzazioni, non ci sta dentro, non si rende ragione di lui, pensandolo in questo modo… Ma questo prima che essere un’esortazione a imparare a uscire dalla logica della misurazione dell’altro per aprirci alla relazione vera, sempre esplosiva di novità e mai circoscrivibile, deve essere riconosciuta come l’autentica identità umana, l’adeguata dinamica che lo pensa e dunque che determina tutto una conseguente conversione dei canoni e dei criteri del nostro vivere: l’uomo non è mai prendibile; c’è un’irriducibilità che sempre viene rilanciata, tanto che questo vale anche nel rapporto tra io e sé, dove la mediazione corporea implica proprio questo, cioè che neanche io sono disponibile a me immediatamente.
Io credo che uno dei motivi per la sottolineatura di questo brano risieda proprio qui: la fede cristiana ha la sua radicalità proprio in questa dinamica profonda che è la singolarità; tant’è che la cosa più dibattuta e sempre rilanciata come problematicità critica è stata quella per cui la salvezza universale (in termini spazio-temporali e di totalità) per la Chiesa coincida con un evento storico: 33 anni di vita di un uomo.
Che Gesù in patria sia mis-conosciuto e che questo provochi la reazione umana e normale del rammarico, diventa allora qualcosa da tramandare perché in gioco si scontrano due modi di pensare l’uomo, e dunque Dio, e dunque la vita: sono un caso qualunque della storia del mondo o sono in gioco io nella mia dimensione irripetibile e unica in ciò che faccio? Ecco: Gesù è per questa seconda via.
La seconda risposta alla domanda sul senso della sottolineatura di un episodio apparentemente consueto, nasce invece dalla considerazione che, in fin dei conti, a guardare il medesimo episodio dal punto di vista dei compaesani di Gesù invece che dal suo, non è che si possa poi tanto contestare la loro reazione… che il ragazzino che avevano sempre visto e considerato in un certo modo, misurandolo con gli stessi canoni con cui misuravano gli altri ragazzini (di chi è figlio, che mestiere fa, se i suoi fratelli son venuti su bene…), con cui si misuravano tra loro proprio senza battere ciglio, tornasse al paese dopo qualche tempo e si rivelasse, pur nel tentativo di presentarsi normalmente, in una modalità nuova, è normale che generi stupore… Tra l’altro la sua è una novità di una portata esorbitante… insegna, compie prodigi… pian piano sviluppa la pretesa di essere il Cristo… Questo hanno di fronte i suoi paesani… Ma come si diceva prima, non è tanto la cosa in sé, quanto piuttosto il contrasto con il proporsi di Gesù per quello che realmente è e l’idea abituale che avevano di lui: siamo di nuovo di fronte al paradosso di una pretesa alta, in una forma bassa; di un Dio che è uomo; di un Messia che muore in croce… Che è lo stesso “scandalo” di Paolo: «quando sono debole, è allora che sono forte»…
Lo scandaloso di tutto ciò, ciò che cioè ancora oggi ci fa da inciampo, ciò che non ci permette di ricevere questo annuncio senza scossoni, in maniera lineare, è che non si tratta tanto di un’altra proposta, tra le tante, ma di un messaggio che mette in discussione tutto l’impianto del nostro vivere, pensare, pensarci, determinarci, giudicare… ribalta le nostre categorie e non per un puro desiderio di attirare l’attenzione, ma per arrivare davvero a una trasformazione della nostra struttura antropologica. Le conseguenze dell’adesione a un Messia che muore, a un Dio che si fa uomo, a un falegname di paese che si palesa come il salvatore del mondo sono troppo scaravoltanti: niente del modo “solito” di porsi nella vita tiene più, ogni criterio è scardinato, ogni senso da rivedere, ogni gesto da ripensare, ogni fondamento da ridiscutere…
Ecco perché – ed è la terza risposta – questo brano è stato sottolineato nonostante la sua apparente normalità: perché è scritto per chi già crede, per chi in un certo senso è dalla parte di questi compaesani, di chi pensa di conoscere (almeno un po’) Gesù. Perché quello scandalo lì è ancora il nostro e prova ne è che i tentavi di ridurlo in questi 2000 anni di storia, di attenuarlo, di depotenziarlo, sono stati innumerevoli ed è una tentazione continuamente riemergente nel cuore della Chiesa e di ciascun credente: provare a dire che non era veramente uomo, solo ne aveva preso le sembianze; oppure, viceversa, dire che era proprio solo un uomo, di cui Dio si è servito… o – che è lo stesso – dire che la debolezza era una finta per far poi emergere la potenza… oppure – sul nostro versante – che il tentativo umano dev’essere quello di rifuggire dalla debolezza (dalla carne – pensiamo ad un certo spiritualismo; o dalla precarietà – pensiamo al contemporaneo mito del benessere, della salute o dell’eterna giovinezza o alle piccole e grandi sicurezze di cui costelliamo la nostra vita per reggerci in piedi decorosamente…).
E ogni volta che scivoliamo un po’ su queste derive, il Vangelo torna a dirci: No, vero uomo e vero Dio; Messia crocifisso; Salvatore non riconosciuto; salvezza per tutti in 33 anni di carne e d’ossa; forza nella debolezza…
Ma forse, questo che torna sempre a sembrarci un paradosso insolubile, tanto teologicamente, quanto esistenzialmente, trova la sua intelligibilità se ci si ricorda che ciò che permea questi binomi è l’amore, che per sua natura è paradossale: perché è la cosa più grande che l’uomo possiede e la cosa che più di tutte fa grande l’uomo; eppure è la più fragile, la più dolorosa, la più denudante… Tanto che qualcuno ha scritto: “Chi vuole amare, si prepari a soffrire”… Ma questa forse è l’intelligibilità della vita: che o si ama, o non è Vita…
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