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sabato 21 agosto 2010

La porta stretta della conoscenza del «dove»

Incomunicabilità
(dal sito http://www.giovannirapiti.it/)
Una delle cose che mi riempiono di fiducia nella presenza dello Spirito Santo è constatare la genialità (inconscia?) con cui il liturgista ci propone l’accostamento delle letture. Così esse assumono una luce nuova e ciascuna aiuta la comprensione dell’altra… Per questo oggi la prima lettura assume un ruolo discriminante per cogliere in profondità l’annuncio nuovo della liturgia che la chiesa ci propone, soprattutto nel compimento evangelico.

Infatti apparentemente, leggendo il brano di Isaia che ci è proposto, noi ricaviamo un sentimento di consolazione per la salvezza universale… Questo è certamente vero, almeno per noi, ma se poniamo il brano nel suo contesto, le cose cambiano non poco e notiamo che questa parola non ha minimamente una intenzione consolante ma semmai per coloro a cui è destinata, doveva risuonare come un rimprovero acerrimo!
Precisamente, il brano in esame che conclude tutto il libro di Isaia, e precisamente la terza parte, detta del Terzo-Isaia, che fu un discepolo (o discepoli) della scuola isaiana (che resta quindi storicamente sconosciuto, si sa solo che ha vissuto due secoli dopo il profeta Isaia storico del sec. VIII a. C.), si pone in contrasto con il primo gruppo degli esiliati a Babilonia che ritornano a Gerusalemme (537 a.C.), i quali si considerano dei privilegiati – perché a loro era data la possibilità di sperimentare l’antico esodo – fino a disprezzare coloro che erano rimasti in Palestina e non erano mai andati in esilio. Il brano si riallaccia a Is 56,1-3 dove, lo stesso autore, già introduce il tema del ripudio da parte di Dio di coloro che si credono puri e santi: nel Tempio di Gerusalemme (!) entrano stranieri e pagani per celebrare la liturgia con la stessa dignità di Israele.
È importante sottolineare che il discorso non è rinviato alla fine dei tempi, ma intende parlare concretamente dell’«oggi» storico della storia di Israele. Se dal punto di vista teologico noi sappiamo che la piena realizzazione di questa parola appartiene alla Storia di Dio e alla realizzazione del suo regno, la valenza “inaudita” di questo brano sta tutta nella espressa volontà di Dio che tutto ciò accada nell’«oggi» di Israele: infatti ciò che si compie alla fine dei tempi, può compiersi solo se ha avuto un inizio nell’oggi della storia!

Un brano quindi che per noi “pagani” suona di consolazione, non doveva suonare così per i suoi originari destinatari… Ora è quest’ultimo l’insegnamento originario e rivelativo del brano: la necessità di superare una visione meschina della fede, che vuole “l’altro”, il diverso (colui che ha una “storia” diversa dalla nostra), il non fedele, il non puro… escluso, non tanto dalla misericordia di Dio, ma escluso dal culto “attuale” nel “tempio di Gerusalemme”: dalla sua stessa liturgia.

Il brano acquista così una valenza tutta nuova e di grande provocazione per noi “fedeli” nell’oggi della nostra storia italiana, europea e occidentale… Noi che ci crediamo gli autentici depositari della fede e i veri araldi del vangelo… fino a impedire “agli altri”, agli “stranieri” (di coloro che hanno una storia e quindi una cultura diversa dalla nostra), di …vivere la loro liturgia nel nostro tempio.

Insomma, l’autore della terza parte del libro di Isaia, che ha vissuto la deportazione dell’esilio, ha sviluppato i grandi temi del profeta Isaia capovolgendo questa prospettiva “autoreferenziale” e auto-assolutoria della fede. Nella sua prospettiva – in aperta polemica con i confratelli che ritornano dall’esilio babilonese – l’esilio a Babilonia, lungi dall’essere un privilegio è semmai il segno del rifiuto di Dio perché esso è stato la conseguenza del peccato e del ripudio di Dio, come il ritorno è frutto solo della sua misericordia.

È a questa prospettiva – peccato/punizione, liberazione/misericordia – che attinge anche il discorso dell’autore della seconda lettura, che come sappiamo è un giudeo convertito e ancora legato ai propri schemi culturali e cultuali e che la riflessione più cristocentrica della comunità credente (lo stesso vangelo di Luca nel brano di oggi), risolve piuttosto – soprattutto nel primo binomio – nella responsabilità personale dell’uomo: Dio non punisce nessuno, piuttosto è l’uomo che si autodistrugge nel non accogliere il progetto di giustizia del Padre.

Coloro pertanto che tornano da Babilonia nonostante la lodevole iniziativa di voler ricostruire la città santa e il tempio, non possono considerarsi degli avvantaggiati (anche se storicamente rivivono le gesta degli antichi fuggitivi dall’Egitto), ma devono fare penitenza e riconoscere il “castigo di Dio” come strumento purificatore della fede.

Al contrario, quei popoli considerati impuri, chiamati sprezzantemente “genti” (goìm), ora portano offerte in «vasi puri nel tempio del Signore» (Is 66,20) e quindi sono abilitati a celebrare la liturgia nel tempio di Yhwh: «anche tra loro mi prenderò sacerdoti leviti» (Is 66,21). Notare il paradosso: sono leviti coloro che leviti non sono! A cui non bisogna escludere, nella logica del brano, gli stessi persiani e gli stessi egiziani! Gli antichi e nuovi nemici.

È il capovolgimento radicale dell’immagine di Dio, del Dio liberatore e un po’ nazionalista dell’esodo e dell’esilio: nessun popolo è estraneo alla sua Presenza. La funzione di Israele lungi dall’essere di privilegio è quella di mettersi al servizio di questo culto universale: liberati dalla schiavitù forzata, per imparare a mettersi liberamente al servizio del regno di Dio (cfr Magnificat).

“Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze” (Lc 13,26).
Il Gesù di Luca, si colloca perfettamente in questa linea isaiana come attualizzazione e compimento ulteriore.

Il brano del Vangelo si inserisce all’interno di un contesto polemico dei giudei nei confronti di Gesù. Contesto che a sua volta si incardina nella grande struttura del Vangelo di Luca che descrive, nella sua seconda parte, un Gesù itinerante nel suo cammino teologico-esistenziale verso Gerusalemme (qui v. 22) vista come “luogo metastorico” del compimento delle scritture (Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme), e che ci suggerisce un ulteriore orizzonte a cui attingere per cogliere il senso del brano di oggi e soprattutto della risposta di Gesù.

Infatti la domanda del “tale” si inserisce in questo quadro e si colloca nella stessa prospettiva che il Terzo-Isaia ha stigmatizzato: è “ovvio” che lui si salva! La sua domanda verte necessariamente sugli altri! Soprattutto quelli non appartenenti al suo “gruppo” (cfr invece Lc 18,18). Gesù non risponde alla domanda, ma risponde alla “prospettiva” da cui nasce la domanda, capovolgendola (stesso metodo ad es. in 10,33)! Ancora una volta nonostante le apparenze! Proprie di una lettura di chi vuole restare all’interno dello schema della domanda e non si vuole sforzare a “entrare per la porta stretta” della prospettiva nuova inaugurata dalla risposta di Gesù (anche la Parola è «una porta stretta» anzi è la Prima)!

Gesù infatti allarga l’orizzonte per togliere ogni sicurezza a coloro che fanno dell’appartenenza alla religione “vera” (o da loro ritenuta tale, poco importa se a ragione o a torto), la garanzia dei propri privilegi. Nella fede (relazione/affidamento a Dio e al prossimo) – dice Gesù – non ci sono automatismi. Non basta più una religiosità del “dovere” (il fare “materiale” dell’imperativo kantiano della coscienza), ora è tempo della fede personale e coinvolgente, della “fede del rischio” che mette in gioco la vita nella dinamica interiore della relazione che si fonda sulla conoscenza sperimentale: non basta avere mangiato e bevuto in sua presenza e ascoltato la sua parola (Giuda, non solo per i cristiani, in questo è paradigmatico)…
Il mangiare e il bere, seppur gesti dell’intimità familiare e conviviale, quindi della consuetudine amichevole e confidenziale, non bastano…

Infatti nella nostra vita quotidiana facciamo l’esperienza che si può «stare» insieme, senza «essere» insieme, senza conoscersi. È una esperienza drammatica che mette lo scompiglio nella nostra vita, rivela false le nostre sicurezze e fa riemergere le paure rimosse e mai veramente superate. Lo stesso può accadere nelle “strutture religiose”: Gli ambienti chiusi che non interagiscono con il mondo circostante (cfr “il camminare” del Gesù lucano), sono destinati a produrre personalità fragili, paurose e spesso narcisistiche…
Di fronte ad un conflitto (anche positivo), ad un confronto, ad una interazione, è facile cedere all’istinto «solipsistico» e rinchiudersi nel rifiuto della relazione reale per non mettere in discussione se stessi e il castello di certezze su cui abbiamo costruito i bastioni della nostra falsa sicurezza. Il religioso che vive la comunità come rifugio e protezione, non come progetto dinamico di attuazione del regno di Dio, è un immaturo condannato a vivere “solitario” anche in mezzo agli altri. Vivere la vita di comunità (anche parrocchiale) vuol dire impegnarsi a vivere pienamente la propria umanità in modo armonico, perché solo nella pienezza dell’umanità può risplendere l’abbondanza della grazia e lo splendore della «solitudine» scelta come dimensione di vita di comunione. La «solitudine» infatti è la capacità di stare con se stessi nella profondità del proprio io abitato dalla presenza del Signore. La “solitudine” così intesa è vera comunione che si oppone a «solitarietà». Il credente «solitario» è radicalmente estraneo alla storia che vive (cfr invece Santa Teresa d’Avila: lo scopo del suo stare insieme è cambiare la storia) e si trova «solo» anche in mezzo alla propria gente. Uno così anche quando sta «insieme» agli altri, ne è parte esteriore, non è immerso nell’intima unione della vita ma ne resta – per usare le parole di Luca – “fuori”!: vive la famiglia o il lavoro – solo per fare un esempio – come incidenti o come condanne da scontare, non come «sacramenti di alleanza» e «altari di comunione» da condividere con tutti in vista dell’accoglienza del regno di Dio.
Vivere sotto lo stesso tetto, mangiare alla stessa mensa, pregare nella stessa cappella, eseguire scrupolosamente la stessa «regola», vivere gli stessi orari e impegni, non mette al riparo dal rischio della vita di relazione. Conventi, monasteri, seminari, famiglie, ambiti così fortemente qualificanti, dovrebbero allora diventare luoghi in cui le persone possano ritrovare se stesse e ritrovarsi. Il collante religioso da solo non basta infatti a creare le condizioni della vita comune: occorre che il nostro vivere diventi il luogo dove le nostre ferite (vecchie e nuove), possano trovare un unguento per essere guarite. Perché se siamo immaturi, se siamo non risolti, lo saremo dovunque vivremo e attorno a noi costruiremo rapporti e condizioni di vita immaturi.
Ora il Vangelo ci dice che le ferite dell’anima si curano con la presenza dell’abitare reciproco (cfr Gv 14,21ss e paralleli).

«Voi, non so di dove siete» (Lc 13,27).
La risposta di Gesù infatti è articolata e composta nella sua drammaticità. Egli per prima cosa dice di «non conoscere» cioè di «non sapère», il cui significato etimologico rimanda al parallelo del mangiare e bere (come anche al divorare la Parola ascoltata): anche se abbiamo gustato il cibo “non ci siamo gustati”… io non vi conosco perché non ho gustato, non ho potuto sperimentare il «sapore» della vostra presenza, nonostante abbiate condiviso con me cibo e bevanda. Il secondo rilievo è ancor più tragico: non conosco il vostro «dove», cioè il luogo dove voi esistete e diventate voi stessi; non conosco la vostra consistenza, l’abitazione del vostro cuore e quindi la profondità della vostra vita. Siete dissolti, dissipati, siete “altrove”. Siete zombie. Senza il «dove» della propria esistenza, noi siamo inesistenti: ciò che “non è da nessuna parte” semplicemente non esiste, anche se crede di esistere. Il «dove» indica la consapevolezza della prospettiva da cui si guarda alla vita, al futuro, al regno. La prima parola che Dio rivolge ad Adamo è infatti «Dove sei?» (Gen 3,9). La risposta del primo uomo è la consapevolezza della propria nudità (cfr Gen 3,10).

Gesù parla a persone per cui l’appartenenza religiosa esteriore era garanzia della propria identità. Al tempo di Gesù, tempo turbolento e di grandi trasformazioni, passaggio di due secoli e di due millenni, tempo di confusioni e di trapassi epocali, la religiosità era vissuta in maniera materiale: ma un ritrovarsi insieme nel Tempio, in casa, in chiesa, non vuol dire abitare l’uno nell’altro, accogliersi reciprocamente… per questo Luca definisce coloro che vivono così le relazioni umane e rituali «… operatori di ingiustizia!» (Lc 13,27).

L’espressione tradotta letteralmente è «lavoratori d’ingiustizia – ergàtai adikìas» che è una connotazione più forte perché il termine «lavoratore» indica lo stato abituale e quindi l’impegno, l’intelligenza e la dedizione che bisogna mettere nel fare il proprio lavoro è cioè un’adesione sistematica e non occasionale! L’operatore può essere occasionale, il lavoratore è abituale. Il termine «ingiustizia» descrive la natura di chi non vuole instaurare una relazione vera: chi vive una religiosità di comodo è «ingiusto»; chi si accontenta di esteriorità è «ingiusto»; chi non è autentico nella verità di Dio è «ingiusto»; chi pretende di rinchiudere Dio nella prigione del proprio pensiero è «ingiusto»; chi non ama è «ingiusto»… La giustizia di Dio invece è la realizzazione del piano di salvezza e di pace nell’oggi della storia di ogni uomo. Il “lavoratore di ingiustizia” considera un Dio così come proprio nemico e mette tutto il suo “sforzo” (cfr sull’impegno dei figli delle tenebre Lc 16,8) perché il suo regno non si realizzi ma si realizzi il proprio (cfr il “Padre nostro”).

Ancora una volta ciò che Gesù descrive ed esige non è qualcosa che dovrà accadere (anche! cfr quanto detto sopra…), ma è qualcosa che è domandato all’oggi del credente. Infatti nel regno di Dio, il passato è già futuro perché «Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio» siederanno a mensa con tutti coloro che «verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno» (Lc 13,28-29). Nella storia dei patriarchi infatti è già contenuto in “seme” il futuro di tutta l’umanità che è invitata alle “nozze dell’Agnello”. È di questo futuro che il credente è invitato a farsi nella sua storia concreta a sua volta “seme” (cfr Gv 12,24).

[nota: i riferimenti esegetici sono presi dalle opere di Paolo Farinella]

venerdì 20 agosto 2010

XXI Domenica del Tempo Ordinario: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?»

Le letture che la Chiesa ci propone per questa ventunesima domenica del Tempo Ordinario, potrebbero indurre chi le ascolta – soprattutto chi le ascolta oggi, in una cultura cattolica che ha una scarsa frequentazione del testo biblico, ma che ha già assimilato nel DNA le spiegazioni che la cristianità ha trasmesso – due immediate e rapide interpretazioni, che – bisogna riconoscerlo – sono quasi istintive nella lettura dei testi, del vangelo soprattutto.
Innanzitutto l’interpretazione più “classica”, quella per cui qui si starebbe dicendo che a salvarsi sono proprio pochi! È un’interpretazione che segue più o meno questo ragionamento: se un tale chiede a Gesù «Signore, sono pochi quelli che si salvano?» e lui risponde «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno» (con tutta la parabola al seguito), vuol dire che il Signore sta dicendo che in paradiso vanno in pochi, quelli che – con grandi sforzi – sono riusciti a entrare nella porta stretta. E solitamente gli sforzi sono istintivamente identificati con digiuni, sacrifici, preghiere, mortificazioni, ecc…, cioè con ciò che tradizionalmente ha rappresentato l’itinerario per la via di perfezione.
Vi è poi una seconda immediata interpretazione, più “moderna”, ma ormai altrettanto automatica: quella che fa riferimento agli ultimi versetti contenuti nel vangelo («Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi») in associazione con la prima lettura («Io verrò a radunare tutte le genti e tutte le lingue…»). Si tratta cioè dell’interpretazione per cui qui si sta parlando della salvezza puntando soprattutto sul fatto che essa non dipenda automaticamente dall’appartenenza (formale o di sangue) ad un popolo eletto (Israele o la Chiesa), ma che appunto – per salvarsi – sia necessario uno sforzo personale, una vita esemplare… per questo possibile a tutti (ai membri di tutti i popoli) e non dato per “nascita”.

A livello di reazioni emotive immediate, non si può nascondere che mentre la prima interpretazione disturba, la seconda non basta. Si tratta di sensazioni di “pancia”, certo, quindi anche facilmente “smontabili” (basterebbe per esempio dire che la prima interpretazione ci disturba perché propone un itinerario troppo difficile, che non vogliamo seguire), eppure a me hanno insegnato un immenso rispetto per le viscere di carne, perché non sono mai solo carne. E allora, se di fronte a qualcosa, reagiamo col “mal di pancia”, vuol dire che abbiamo intercettato qualcosa che la nostra testa ancora non ha visto e razionalizzato, ma che merita la nostra attenzione. Il processo di portare a ragione (e a linguaggio) quanto la pancia “dice” è delicatissimo – troppo facilmente connotiamo le nostre sensazioni con le interpretazioni che ci fanno più comodo – ma un sano allenamento in proposito, aiuta davvero a smascherarsi, disingannarsi, mostrarsi – almeno di fronte a se stessi – in trasparenza.
Ebbene, io credo che le nostre viscere di carne reagiscano a queste interpretazioni così istintive non perché esse siano sbagliate – anzi sicuramente per la cultura, il linguaggio e le situazioni in cui sono sorte sono state adeguate e davvero capaci di trasmettere il messaggio cristiano – ma perché – per la cultura, il linguaggio e le situazioni odierne – esse risultano sfuocate, come poste a partire da un punto prospettico non ideale. Entrambe le interpretazioni infatti danno per scontato che la domanda posta da quel tale che Gesù incontra sul suo cammino verso Gerusalemme («Signore, sono pochi quelli che si salvano?»), sia corretta, dimenticando invece che Gesù – come in tante altre occasioni – elude la richiesta specifica della domanda postagli e – nella risposta – cambia il livello del discorso e dimenticando soprattutto che – se avesse dovuto rispondere direttamente alla domanda in questione – avrebbe probabilmente usato le espressioni che in un passo parallelo, l’evangelista Matteo gli mette in bocca: «Gesù allora disse ai suoi discepoli: “In verità io vi dico: difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio”. A queste parole i discepoli rimasero molto stupiti e dicevano: “Allora, chi può essere salvato?”. Gesù li guardò e disse: “Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile”» (Mt 19,23-26).
Le nostre interpretazioni immediate vanno in cortocircuito proprio a questo riguardo, cioè nel presupposto per cui all’uomo (A pochi? Solo agli ebrei? Solo ai cristiani? Solo a chi ha un comportamento moralmente adeguato?) sia possibile salvarsi e dunque sia giusto mettere in atto tutto ciò che serve per “pagare a Dio il proprio prezzo” (cfr. Sal 49,7-10), facendo assumere alla domanda «Signore, sono pochi quelli che si salvano?» non tanto la connotazione di un interesse (per quanto ansioso) per la salvezza di tutti, quanto piuttosto l’intonazione di una rivendicazione per sé: se infatti in qualche modo “c’è da salvarsi” e per farlo è necessario intraprendere un duro percorso (una porta stretta), allora tutti quelli che “non ce la fanno” o “non ce la vogliono fare” (come spesso con arroganza noi presupponiamo) devono essere esclusi… è questione di giustizia (!)… umana.
Se così fosse, il Grande Inquisitore di Dostoevskij avrebbe tutte le ragioni per rivolgersi a Gesù dicendogli: «Il Tuo grande profeta dice nella sua visione e nella sua parabola di aver visto tutti i partecipi della prima resurrezione e che ce n’erano dodicimila per ciascuna tribú. Ma se erano tanti, vuol dire che quelli erano piú dèi che uomini. Essi sopportarono la Tua croce, essi sopportarono diecine d’anni di vita famelica nel nudo deserto, cibandosi di cavallette e di radici; e certo Tu puoi appellarti con orgoglio a questi eroi della libertà, dell’amore libero, del libero e magnifico sacrificio da essi compiuto in nome Tuo. Ma ricordati che erano in tutto appena alcune migliaia, ed erano per giunta degli dèi, ma i rimanenti? E che colpa hanno gli altri, gli uomini deboli, di non aver potuto sopportare ciò che i forti poterono? Che colpa ha l’anima debole, se non ha la forza di accogliere cosí terribili doni? Possibile che Tu sia venuto davvero solo agli eletti e per gli eletti?».
Eppure il Gesù che pronuncia le parole odierne («Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno») è lo stesso che racconta la parabola di Mt 20,1-16 (che curiosamente si conclude con la stessa espressione del nostro testo: «gli ultimi saranno primi e i primi, ultimi»), nella quale il padrone della vigna paga allo stesso modo tutti gli operai (sia quelli che hanno lavorato per un’intera giornata, che quelli che hanno lavorato un’ora sola… per questione di giustizia (!)… divina).
Ma se tutto questo è vero, se cioè si può ben dire che non è l’uomo che si salva («Essi confidano nella loro forza, si vantano della loro grande ricchezza. Certo, l’uomo non può riscattare se stesso né pagare a Dio il proprio prezzo. Troppo caro sarebbe il riscatto di una vita: non sarà mai sufficiente per vivere senza fine e non vedere la fossa», Sal 49,7-10), che anzi «questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile”» (Mt 19,23-26); che Dio non segue i nostri stretti criteri contabili e non ha il desiderio di fare una selezione eroica che – dopo uno stillicidio di pusillanimi – tenga solo “chi se lo è meritato davvero”, ma – come dice Paolo a Timoteo – «vuole che tutti gli uomini siano salvati» (1 Tim 2,4), in che senso vanno interpretate le parole che pronuncia nel vangelo di Luca che la liturgia ci propone questa domenica («Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno. Quando il padrone di casa si alzerà e chiuderà la porta, voi, rimasti fuori, comincerete a bussare alla porta, dicendo: “Signore, aprici!”. Ma egli vi risponderà: “Non so di dove siete”. Allora comincerete a dire: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze”. Ma egli vi dichiarerà: “Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!”. Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori. Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno e siederanno a mensa nel regno di Dio. Ed ecco, vi sono ultimi che saranno primi, e vi sono primi che saranno ultimi»)?
In che cosa bisogna sforzarsi, se il Regno è un dono e non una conquista? Perché si parla di porta stretta, se anche gli operai dell’ultima ora ricevono la stessa paga di chi ha lavorato tutto il giorno? E in cosa consiste l’ingiustizia di cui sono colpevoli coloro che non vengono riconosciuti e allontanati? E perché questo tono minaccioso da parte di Gesù, così diverso da come siamo abituati a percepirlo (nel vangelo, non nel nostro cuore, dove il germe infetto del dio giudice implacabile si è incistato irrimediabilmente - ? - )?
Forse il modo migliore per approcciare queste domande è quello di guardarle non a partire dalle nostre paure (di un Dio che ci castigherà, ci manderà all’inferno, ci farà finire nel niente, ecc, ecc, ecc…), ma a partire dalla sua identità, cioè dalla sua storia. A partire dalla sua predicazione (dal suo vangelo) non c’è dubbio che il Regno sia un dono e non una conquista. Eppure bisogna, sì, sforzarsi… Sforzarsi in cosa? E per che cosa? Per chi? Non sforzarsi ad una conquista che è impossibile (un’impossibilità a salvarci da soli con la quale davvero – prima o poi – drasticamente ci dobbiamo scontrare, per arrivare a dire con Elia «Non sono migliore dei miei padri» e fare un sano bagno nell’umiltà – quella vera di quando ti torvi col sedere per terra e non quella finta che compiacente ti “autoprovochi” – fonte zampillante e rigenerante della misericordia – per sé e per gli altri – e per questo tanto cara ai suoi cantori), bensì – dentro ad un regalo – sforzarsi (ora sì! Perché non è più nostro, ma Suo il regalo!) per farsi carico della responsabilità in gioco: se infatti il regalo è la salvezza, cioè non tanto e non solo un mero perdurare in vita dopo la morte, ma un’inondazione di amore e tenerezza che scardina le durezze interiori e ci fa essere veramente noi stessi (perché solo dentro all’alveo dell’accoglienza benevola e innamorata si percorrono le strade interiori della trasparenza) in eterno, lo “sforzarsi” prende i connotati del far circolare il regalo (che se no ti marcisce in mano, proprio per la natura intrinseca dell’amore, che se non è dato, muore), dedicando una vita ad alzare il tasso di amore nel mondo! Sapendo che non siamo capaci, ma ricominciando sempre ad allargare il cuore. Ecco la porta stretta: chi ha provato a vivere così è infatti morto in croce, o perseguitato, o esiliato… Ed ecco l’inusuale tono minaccioso… ma è proprio come quello di chi ci vuole bene e le prova tutte a convincerci di qualcosa di cui è convinto che sia il nostro Bene, la nostra salvezza… quasi minacciando di sculacciarci se non lo facciamo, ma non perché vuole sculacciarci (se non lo facciamo mica ci sculaccia davvero), ma per provarle proprio tutte… a farci accettare il suo regalo ed entrare nel circuito dell’amore che per contagio si diffonde.

lunedì 16 agosto 2010

Vacuità...

L'inizio
È venuta l’ora di analizzare la morte di quella che è stata chiamata, in gran fretta e proditoriamente, Seconda Repubblica. Doveva essere qualcosa che somigliava alla quinta repubblica di De Gaulle, inaugurata alla fine degli Anni 50: un sistema che restituisse alla politica la nobiltà, lo sguardo lungo, l’efficacia che il predominio di fazioni e partiti le aveva tolto. Doveva, partendo dalla simultanea svolta avvenuta a Nord con Mani Pulite e a Sud con l’offensiva contro la mafia di Falcone e Borsellino, rigenerare un ceto politico corrotto da anni di democrazia senza alternanza, di poteri paralleli e illegali. Le forze che dopo il ‘45 avevano ricostruito il Paese gli avevano dato una Costituzione vigile sulla democrazia, ma antichi mali, non curati, si erano incancreniti: il rapporto degli italiani e dei politici con lo Stato in primo luogo, e la maleducazione civile, lo sprezzo della legalità, del bene comune. Tutti questi mali sopravvissero alla Prima Repubblica, e per questo anche la seconda sta morendo.

Quel che mancò, nei primi Anni ‘90, fu la rigenerazione delle classi dirigenti. La politica abdicò, accettò di farsi screditare, e forze estranee ad essa se ne appropriarono. Furono queste ultime ad annunciare l’avvento del Nuovo: nuovi uomini, non prigionieri dei vecchi partiti; nuova attitudine manageriale al comando; nuova fermezza nel decidere. La Seconda Repubblica è stata innanzitutto un sistema di dominio il cui scopo era di radicare quest’immagine del potere nelle menti di italiani stanchi di lungaggini, assetati di efficacia. Altri obiettivi non esistevano, se non la libertà del leader da ogni vincolo. Il conflitto d’interessi non era un ostacolo: sanciva tale libertà. Ovvio che la rigenerazione dello Stato e della legalità divenne non solo impossibile ma esecrata. Mani Pulite e Falcone-Borsellino erano escrescenze di una Prima Repubblica caduta per motivi che restando arcani non insegnavano nulla se non più furbizia e più menzogne.

I dati lo confermarono presto, dopo Tangentopoli: la corruzione non solo era ripresa, ma s’era inasprita fino ad assumere, oggi, proporzioni enormi. L’impunità dei dirigenti s’estese. L’informazione televisiva, ieri lottizzata, è ora monopolizzata da una persona. La Seconda Repubblica era nata, ma affatto diversa dal racconto che se ne faceva. Ha dato vita al bipolarismo, ma un bipolarismo tra due concezioni dello Stato e della legge, non fra due politiche. In sedici anni ha creato un sistema che salvaguarda i difetti del regime precedente, distruggendo le forze e gli anticorpi che nonostante tutto esso ancora possedeva. Non c’è dunque una sola Seconda Repubblica. Ce n’è una cui tendevano i veri riformatori. E ce n’è un’altra, effettiva, che usurpando il linguaggio dei riformatori ha installato un regime che confonde la crisi della politica con l’inutilità della politica, e mette il potere esecutivo al riparo da ogni controllo. Che non ha corretto nulla se non l’immagine del leader, e l’uso democratico di frenare il potere eccessivo con altri poteri.

Questa Seconda Repubblica non è falsa a causa del predominio di una persona (Berlusconi). È falsa perché ha dato agli italiani, contemporaneamente, un uomo forte e uno Stato disarticolato, con poteri di controllo indeboliti se non neutralizzati. Per poteri di controllo s’intende la magistratura, la stampa indipendente, il Capo dello Stato che incarna il legame con la Costituzione, la Costituzione stessa. Quando si parla di regime non si parla di un uomo, ma di questa ben organizzata disarticolazione.

Gli italiani hanno avuto quel che non chiedevano. Non la politica rinobilitata, ma il suo discredito. Non una giustizia più rapida, ma una giustizia celere con i deboli, impotente e interminabile con i forti: una giustizia giudicata usurpatrice se giudica i potenti, come usurpatrice è giudicata la stampa indipendente. La Prima Repubblica aveva anticorpi che l’affossarono; la Seconda forse ne ha ma di meno, sicché neppure ricorre all’ipocrisia: Berlusconi non esita a rompere con Fini che chiede il rispetto della legalità, non esita a definire golpista il potere del Quirinale di sciogliere il Parlamento. L’interiorizzazione dell’illegalità non potrebbe essere più esplicita e impudente.

Tuttavia anche la Seconda Repubblica sta morendo. Perché non c’è leader che alla lunga possa vivere d’immagine, senza esserlo. Perché non basta inoculare nelle menti lo sprezzo della politica, per aggiustarla. Quando Berlusconi incolpa il «teatrino della politica», sa di che parla perché tutto in lui è teatrale. Hannah Arendt spiega bene come simili teatranti si adoperino a «defattualizzare la realtà» (memorabile il saggio sulla guerra in Vietnam, New York Review of Books 18-11-‘71). Un «enorme sforzo fu dispiegato», scrisse quando i Pentagon Papers rivelarono l’inutile disastro della guerra, per «dimostrare l’impotenza della grandezza». Egualmente impotente è la grandezza del Premier italiano: proprio come leader ha fallito, incapace di tener unite la ampie maggioranze di cui disponeva.

Se si vuole analizzare la fine della Seconda Repubblica, bisogna fare quel che non si è fatto: capire perché la Prima cadde, e come. Riconoscere i mali che sopravvissero nella Seconda, e anche certe virtù che nella distruzione vennero spazzate via. La Prima Repubblica infatti non fu solo storia criminale. Fu anche partecipazione all’Unione europea. Fu la tendenza ad aggirare magari la Costituzione, non a demolirla. Fu Mani Pulite e l’opera di Falcone e Borsellino. Fu l’incorruttibile lealtà istituzionale di Vincenzo Bianchi, il generale della Guardia di Finanza morto l’altro ieri a Civitavecchia: nell’81, su incarico dei magistrati Turone e Colombo, l’allora colonnello scoprì a Castiglion Fibocchi, una fabbrica di Gelli, la lista dei 972 affiliati alla P-2. Fu, infine, la capacità di resistere alla grave sfida delle Br. Basti pensare al ruolo decisivo che i pentiti svolsero nell’anti-terrorismo, al colpo mortale inferto dalle prime deposizioni di Patrizio Peci nell’80. Il giudice Giancarlo Caselli ricorda, nel libro scritto con il figlio Stefano (Le Due Guerre, 2009), gli esordi della Seconda Repubblica, quella raccontata come nuova: come prima cosa, nella lotta alla mafia e ai suoi legami con la politica, vengono mozzati l’uso e la protezione dei pentiti. Meritevole non è più chi parla ma chi omertosamente tace, come Mangano.

Rimeditare la fine della Prima Repubblica significa svelare la vera natura della Seconda. Non è detto che si riesca, tanto vasta è la manipolazione, lo spin di chi guida il regime. Tutti ne sono prigionieri: anche la stampa, quando accetta di mettere sullo stesso piano le vicende monegasche di Fini e quelle di Berlusconi e dei suoi. Quando denuncia la politica fatta a colpi di dossier sui mali altrui. Il risultato, lo spiega Michele Brambilla su La Stampa, è di «attribuire a ciascuna vicenda un valore equivalente a tutte le altre». È una trappola in cui Fini, che ha rotto sulla legalità, rischia di cadere. Da giorni, i suoi uomini invocano una tregua, e tanti reclamano la fine di «contrapposizioni dannose»: se Berlusconi con i suoi giornali smette gli attacchi al presidente della Camera, anche i finiani smetteranno l’offensiva su illegalità e corruzione. La rottura non servirebbe ad altro che a rendere gli scandali tutti eguali: la vendita di una casa di An e la corruzione di magistrati, l’uso privato del denaro pubblico, il monopolio televisivo. La tregua, presentata come progresso, sarebbe il fallimento del Presidente della Camera, non di Berlusconi. Non la casa a Montecarlo rischia di squalificare Fini, ma la rinuncia alla battaglia sulla legalità, e a una Repubblica che cessi di definirsi nuova solo perché viene «defattualizzata» e abusivamente chiamata Seconda.
Il fine

giovedì 12 agosto 2010

L'Assunta - Un segno ("traccia") anche per noi

Questa settimana, essendo domenica il 15 agosto, la XX domenica del Tempo Ordinario è sostituita dalla Solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria: una ricorrenza che – data la sua importanza – ha letture proprie, diverse dunque da quelle che il calendario ordinario avrebbe presentato, e adatte piuttosto a questa importante festa mariana.
Il problema è che, però, l’evento dell’assunzione di Maria non è raccontato nei testi neotestamentari, ma ci giunge dalla Tradizione della Chiesa, perciò il vangelo proposto dalla liturgia è, sì, mariano, ma tratto dai racconti dell’infanzia di Gesù (in particolare la narrazione della visitazione di Maria ad Elisabetta + il Magnificat) e non fa riferimento al mistero dell’assunzione di Maria…
Questo è un primo elemento di difficoltà, perché o si sceglie di commentare il vangelo o si prende la via del commento al dogma mariano («L’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo»), contenuto nella costituzione dogmatica Munificentissimus Deus, promulgata da Pio XII il I novembre 1950.
Una resistenza a seguire la prima via – quella del commento al vangelo odierno – nasce dal fatto che, riferendosi agli inizi dell’esperienza storica di Gesù, non trova continuità col percorso che la liturgia ci sta facendo compiere lungo il testo del vangelo di Luca (di cui siamo già al capitolo dodicesimo); è stato scelto infatti solo perché “serviva” un testo che parlasse di Maria.
Ma altrettanto reticenti si è nel dedicare lo spazio della lectio sui testi della Liturgia della Parola della domenica, ad argomenti extra biblici. Anche perché «Anche la chiesa non sa bene cosa dire dell’Assunta, e lo dice con il linguaggio maldestro del tempo: Maria ci precede lassù, in corpo e anima!…
In verità, un frammento di terra, quello che ha contagiato di umanità il cuore di Dio, è rimasto a sua volta contaminato di eternità. Maria, come il figlio, non può rimanere prigioniera della morte, ma è sprofondata nella passione di Dio, divenuto per sempre casa sua! Madre sua e nostra, instancabilmente aspetta il lento farsi completo della speranza, nei suoi figli!» [Giuliano].
Quest’ultima visione potrebbe, invece sì, essere una via interessante per approfondire e convogliare le tante istanze contenute in questa domenica 15 agosto, quella che forse ha anche mosso fin dalle origini la fede dei cristiani verso questo mistero mariano: e cioè il fatto che quando muore si resta morti… ma se – una di noi – non una “semi-dea” come a volte si pensa (e come anche questo stesso dogma, letto male, ha contribuito a far pensare) – ci ha preceduto lassù in tutto quello che è stata la sua persona, la sua umanità, la sua storia (anima e corpo), allora davvero questa può essere una traccia di credibilità alla buona notizia (vangelo) di Gesù: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via» (Gv 14,1-4). Perché se è stato promesso per tutti e in lei si è realizzato, allora davvero può essere vero per tutti… e anche per me.
Maria – dunque – con la sua assunzione (vittoria sulla morte), come segno (traccia) dell’affidabilità della parola di Gesù, della parola di Dio… Proprio come – a suo tempo – le era stata “traccia” Elisabetta. Infatti l’episodio che la liturgia ha scelto per questa festa e che noi tradizionalmente chiamiamo “visitazione” (spesso interpretato come l’ulteriore esempio morale – caritativo, in questo caso – che Maria può darci – va infatti ad aiutare la cugina incinta) in realtà, ben al di là che rappresentare un quadretto esemplare di “aiuto al prossimo bisognoso”, va in un’altra direzione: perché Maria va da Elisabetta?
Certo per aiutarla… Ma soprattutto perché dentro all’intuizione promettente che l’angelo le ha posto in cuore, l’unico appiglio razionale, tangibile, rintracciabile era il riferimento a Elisabetta: «Le rispose l’angelo: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’Altissimo ti coprirà con la sua ombra. Perciò colui che nascerà sarà santo e sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia ha concepito anch’essa un figlio e questo è il sesto mese per lei, che era detta sterile: nulla è impossibile a Dio”. Allora Maria disse: “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. E l’angelo si allontanò da lei. In quei giorni Maria si alzò e andò in fretta verso la regione montuosa, in una città di Giuda», da Elisabetta – appunto –, la sua “traccia”.
“Curiosamente”, proprio Maria – da sempre cantata come l’esempio della fede di ciascun cristiano – a fronte di una rivelazione di Dio, di un “farlesi” incontro di Dio, di un imbattersi in Dio, si appiglia all’unica “traccia” che l’angelo le ha lasciato per andare a constatare se effettivamente l’esperienza che ha vissuto ha una sua attendibilità. Il problema di Maria è infatti quello di ciascuno: “Questa rivelazione, questa lieta notizia, questo vangelo, – in ultima analisi –, questo Dio, è un Dio affidabile, è un Dio credibile, è un Dio degno di fede, della mia fede? Vale la pena dedicargli la vita, instaurare con Lui una relazione che diventi l’orizzonte di senso in cui comprendere il reale, incarnare la sua logica che conduce al dono della mia vita per amore dei fratelli? È un Dio che mi salverà la vita?”.
L’angelo aveva parlato di Elisabetta… E Maria, «in fretta», va da lei!
Ecco perché questo testo è coraggioso, perché non ha paura di mostrare come – per entrare in relazione con Dio – non ci sia affatto bisogno di uscire dalla carne, di censurare i nostri dubbi, di spegnere la nostra razionalità, ma anzi si possa (si debba!) rispettare la nostra umana natura che prevede che per “farci” uomini, diventare uomini, ci si immerga nella storicità…
Maria – donna a tutti gli effetti, fatta di carne e sangue, sudore e fatica, gambe per andare in fretta da Elisabetta, “voce forte” per salutarla, entusiasmo e trepidazione per l’annuncio dell’angelo in cui le è capitato di imbattersi, tenerezza per il figlio che porta in grembo, desiderio di dirlo a qualcuno (a qualcuna…) –, l’esempio di fede dei cristiani di ogni generazione, non risulta affatto l’eterea semi-dea a cui spesso purtroppo ancora oggi è spesso ridotta dalla devozione popolare, ma ci appare – aprendoci ad un sorriso compiaciuto e tenerissimo – la ragazza a cui è capitato di tenere in pancia Dio, colma di paura e trepidazione, sospetti e incomprensioni, che non ha avuto paura di andare a vedere se davvero quell’angelo diceva il vero su Elisabetta! Perché forse – se diceva il vero su Elisabetta – diceva il vero anche a lei…
E così Luca ci regala l’indimenticabile pagina della rivelazione del Signore (Elisabetta è la prima che chiama Gesù con questo titolo nel vangelo di Luca), chiusa fra le quattro mura di una casa normalissima, con protagoniste due donne – una ragazza madre e una donna sfiorita – e le loro pance (con i rispettivi abitanti) che si parlano di una gioia incontenibile: è il Signore che viene, nel mondo laico delle donne, nella quotidianità di quelli che non contano, nel cuore dell’umanità.
Anche noi allora, spesso così increduli alla notizia (che ci appare troppo bella per essere vera) che il Signore ha sfondato la porta degli inferi e l’ha resa percorribile per tutti, possiamo trovare in Maria che l’ha già percorsa, la nostra affidabile traccia che può confermare il tentativo di una consegna disarmata tra le braccia del Padre, in vita e in morte, e festeggiare in pace la festa dell’assunzione, che qualcuno ha ribattezzato “la festa dell’impazienza”:

«LA FESTA DELL’ASSUNZIONE: la festa dell’impazienza

…sogno le diverse reazioni dei vari personaggi implicati nell’avventura più importante della storia dell’umanità, cioè la gioiosa promessa (o il vangelo!) della salvezza del nostro mondo e del nostro corpo, pur destinato alla morte: una sfida lanciata all’impazienza di chi, amico o nemico dell’uomo, non si rassegna e vuol sapere in anticipo, a tutti i costi, come il racconto andrà a finire…

 … l’impazienza di Adamo, anzitutto, che è l’uomo di ogni paese e di ogni storia, che si sa condannato a correre angosciato verso la morte senza senso, con una invincibile (e insaziata) voglia di vita.

 … l’impazienza del secondo Adamo che, nella pienezza dei tempi, si dà alla morte come un boccone avvelenato (1Cor 15, 54), e la disinquina dal suo potere malefico, per tutti noi, aspettando e intercedendo per noi di fronte al Padre, ora, nell’attesa che la sua missione sia accolta e si compia, per riconsegnare finalmente il Regno pacificato e compiuto.

 … l’impazienza del drago (il serpente della genesi … diventato drago a forza di mangiar uomini… è il meccanismo diabolico del potere mondano) che si è piazzato con le sue infinite bocche fameliche di fronte al bimbo “nuovo” che sta per nascere da una donna finalmente vestita di sole… per divorarlo e chiudere la partita per sempre.

 … l’impazienza di Dio, perché è proprio l’amore di Dio per l’uomo che si fa tanto “urgente” da non resistere … e così anticipa agli uomini la sorpresa finale, che è questa : “il corpo umano, il campo della coltivazione (o umanizzazione) dell’uomo (anche del corpo umano di Dio!), non è destinato alla consunzione definitiva dei cimiteri, ma invece misteriosamente si trasformerà in vita ridonata per sempre”… (come dicesse di Maria: “ecco, vedete… ho già provato!”).

 … l’impazienza di Maria… il suo inno, il Magnificat, è infatti la profezia dell’impazienza. Maria era già partita da casa sua, in fretta, avendo intuito che il Signore sta preparando grandi cose, in lei e con lei, per la salvezza del mondo. E contagia con la sua fretta umile e impaziente anzitutto il bimbo che sussulta di gioia nel seno di Elisabetta. La quale, a sua volta, è contaminata e capisce che il nucleo esplosivo della fede è proprio “credere nell’adempimento”, proprio adesso, della promessa antica.

Allora Maria se ne lascia tanto convincere che vede tutto già fatto, in anticipo. Proclama già avvenuto, oggi, ciò che di generazione in generazione pian piano dovrà “compiersi”: i potenti rovesciati, mentre sulle loro poltrone si son seduti i poveri, gli affamati ricolmi di beni e i ricchi a mani vuote. Finalmente, come era stato promesso ai nostri padri erranti, ogni dolore è risolto nella misericordia, la quale è ormai l’unico ricordo nella memoria di Dio. E’ tanta la partecipazione di Maria all’impazienza dolorosa e gioiosa del Figlio, per la salvezza di tutti… che il suo corpo, che già l’aveva generato, ne rimane intriso per sempre.

 … l’impazienza dei cattolici. Anche loro, ci si sono messi… a precorrere le cose: come i bimbi più grandi che non riescono a non sussurrare ai piccoli, in anticipo, come va a finire la favola. E si son messi a proclamare il dogma dell’Assunta (un evento di fede, su cui tutti da secoli, in modo diverso nelle varie confessioni cristiane, già avevano riposto la loro speranza, alcuni di loro con l’angosciosa trepidazione di chi ha paura che forse il finale è troppo bello!

 … l’impazienza dei poveri… proprio quelli cui si riferisce Maria nel suo inno all’impazienza. Il loro corpo martoriato, violentato o affamato, o ignudo o incatenato, ammalato e abbandonato … rimarrà sempre sotto i letamai o nei forni dei lager o sotto i bombardamenti… a marcire senza fine e senza speranza? (quanti corpi di donne uomini bambini nei millenni: Ez. 37)… Ecco allora che la loro devozione e la loro frustrazione, l’assimilazione del Signore Gesù alla loro vita e alla loro sorte, la consuetudine a carezzare ed accudire i brandelli sporchi di umanità senza cure né diritti… ha affinato il loro intuito evangelico e ha sopravanzato il passo lento dei teologi. In Maria e nel suo corpo hanno visto e desiderato la profezia e la sorte … dei loro corpi svuotati di vita».

[Giuliano]

sabato 7 agosto 2010

XIX Domenica del Tempo Ordinario (C): una minoranza disomogenea

I testi che la Chiesa ci propone per questa diciannovesima domenica del Tempo Ordinario, sono assai densi, ed anche meno immediati di altri… è come richiesta una certa fatica “nell’entrarci”…

Mi pare però che un’illuminante chiave di lettura possa essere quella proposta da don Bruno Maggioni, quando scrive: «Dopo le direttive sull’uso dei beni, le parole che Luca ha qui raccolte entrano più direttamente nel tema della vigilanza, che non è anzitutto un elenco di cose da fare, ma una tensione dello spirito, un orientamento di fondo nei confronti delle situazioni di vita. Ma prima di precisare i contorni della vigilanza (un atteggiamento complesso, dalle molte sfaccettature), occorre una parola sui destinatari, che Luca designa con un’espressione insolita: “piccolo gregge”. Chi sono? L’espressione è una variante di un’altra più frequente coniata dai profeti dell’Antico Testamento: “il resto di Israele”. Si tratta di quella “minoranza” di autentici fedeli che nell’abbandono generale delle leggi del Signore rimangono ostinatamente attaccati alla loro fede. La loro prima caratteristica è dunque la minoranza, cosa che può far sorgere in alcuni il dubbio e la frustrazione. Ma a torto: la storia di Israele, di Gesù e della chiesa dimostra al contrario che la forza di Dio passa proprio attraverso minoranze. La seconda caratteristica è la fedeltà ostinata: in un mondo dove i più – o per comodità o per paura – si accodano agli ideali del momento, il piccolo gregge mantiene vive le promesse del Signore. E la terza caratteristica è il servizio: il piccolo gregge mantiene in vita valori che poi torneranno a vantaggio di molti, e in nessun modo si isola dal mondo, ma rimane giù nella piazza, dove gli uomini si incontrano e si scontrano. […] Si tratta di un gregge che è “piccolo” e tuttavia è da intendere bene. Minoranze sì, ma che si incontrano dovunque: nella chiesa, nelle altre religioni, in tutte le razze, in ogni popolo. Sono la forza di Dio: non confidano nell’odio o nella violenza o nella potenza. Confidano in Dio, nel rispetto di ogni uomo, nella libertà, nell’amore. Desiderano servire e hanno fame e sete di un mondo più giusto. E per costruirlo sono pronti a rimetterci. È a costoro che il discorso sulla vigilanza è particolarmente rivolto» [il racconto di Luca, 244].
La citazione è un po’ lunga, ma mi pare serva davvero a capire il senso di quanto Gesù dice… perché di quella “minoranza” spesso ci sentiamo parte anche noi (magari incapaci di restare fedeli al suo lato ruvido – a quell’“essere pronti a rimetterci” – o al suo lato inclusivo – a volte infatti il nostro sentirci “minoranza” è chiuso e aggressivo verso gli altri – ma questo non toglie la realtà del nostro appartenervi). E mi pare molto interessante il fatto che Gesù scelga di destinare questo tipo di parole a chi si sente (o è) solo (i più fortunati sono in – troppo – pochi) a portare avanti una logica disomogenea di benevolenza, fraternità, tenerezza, rispetto alle classiche dinamiche umane che ripropongono invece continuamente competizione e sopraffazione (fuori e dentro la chiesa / fuori e dentro noi stessi).
Ecco, dentro a questa solitudine o esiguità numerica (a volte irrisoria ed irrisa) si annida il pericolo che Gesù denuncia e – con la sua parola («Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno») – vuole disinnescare: il “prendere paura” di una solitudine che a differenza dei padri (che come dice il libro della Sapienza «sapevano bene a quali giuramenti avevano prestato fedeltà») non riesce più a riconoscere «degno di fede colui che gli aveva promesso» che “c’abbiamo ragione noi!” (come diceva don Primo Mazzolari, davanti allo specchio con un bicchiere di vino in mano!)… perché questa disomogeneità frustrante, che scava dentro un vuoto angoscioso, troppo spesso dimentica che non si tratta di un’assenza muta, ma di un’attesa amante («Siate pronti…», «siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze…», «Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli…», «E se, giungendo nel mezzo della notte o prima dell’alba, li troverà così, beati loro!», «Anche voi tenetevi pronti…», «Beato quel servo che il padrone, arrivando, troverà ad agire così…»)… proprio come quella disposizione interiore che abbiamo quando aspettiamo il ritorno di qualcuno che amiamo davvero (un figlio, il nostro amato, qualcuno che abbiamo proprio piacere di avere tra noi…), trepidando, sognando, sorridendo…
In questo «Una processione di padri e di madri ci fanno da testimoni [cfr. la lettere agli Ebrei, cap. 11]… Talora si vedono, talora si intravedono soltanto. Ci vogliono tante parole ed esempi, a noi piccoli, per cercare di dirsi, raccontarsi … la fede. Ma ognuno ha dentro di sé (ma che fatica accoglierli!) i minuscoli indizi persuasivi di un volto “velato” che chiama, che spinge, che provoca… ad imbarcarsi, nonostante la paura, nel viaggio, a tentoni, nell’attesa / scoperta di cose e situazioni e vicende impreviste, che il Signore ha preparato, chiamandoci a reinventare con noi, adesso… un modo nuovo di stare, nella vita e nella morte. Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano, dichiarando di essere stranieri e pellegrini sopra la terra. Noi, piccoli discepoli di Gesù, viviamo simultaneamente nell’antica e nella nuova situazione del credente, privilegiati di aver toccato in Cristo l’adempimento della promessa del regno “vicino, in mezzo a noi”, ammaliati dalla certezza che stiamo camminando verso una città diversa, il cui architetto è Dio – ma anche lacerati (delusi!?) dalla conclamata irreperibilità di questa città, feriti dall’innegabile distanza della salvezza, nostra e di troppi disperati abbandonati» [Giuliano].
Dentro qui credo che siano due i modi evangelici per vegliare: innanzitutto una sorta di alleanza con chi ci è fratello nell’attesa: «I figli santi dei giusti offrivano sacrifici in segreto e si imposero, concordi, questa legge divina: di condividere allo stesso modo successi e pericoli»… un po’ come Gesù, che nell’agonia cercava la “compagnia dei fratelli”: «Prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e cominciò a sentire paura e angoscia. Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte. Restate qui e vegliate”» [Mc 14,33-34].
Con la consapevolezza sorda però – ed è quella che apre al secondo modo di vegliare – che «li trovò addormentati»… cioè che c’è una soglia oltre la quale si è da soli davvero, nella propria nudità radicale, a decidersi per il restare svegli nella propria disomogeneità. «La vocazione cristiana trova qui la sua appassionante e difficile dimensione quotidiana compresi i ritmi del dinamismo psicobiologico, i momenti di stanchezza e di angoscia, di speranza e di confidenza, di intontimento e di sonno, con relative pulsioni e ritorsioni su chi ci sta attorno. Ma la fede matura così, umilmente, nei passi della vita: strana misteriosa miscela, tra una ferita “dentro” e una “vocazione” ad uscire fuori, cioè una “debolezza” chiamata a compimento. Attratti e accompagnati da un’inafferrabile colonna di fuoco e di nebbia, in una luce chiaroscura, che vuole uno sbilanciamento verso di “lui” che, se un poco soltanto ti inoltri, già rimani comunque senza vedere né sapere cos’avverrà nel cammino – e dove si va… Però, vale la pena comunque di andarci!» [Giuliano].

venerdì 30 luglio 2010

XVIII Domenica del Tempo Ordianrio: Sopraffatti o consegnati?

Le letture che la Chiesa ci propone per questa diciottesima domenica del tempo ordinario mostrano con evidenza quella che è una prerogativa di tutto il vangelo, e cioè la sua perenne attualità, la sua capacità di interpellare ogni generazione, di parlare all’uomo di ogni tempo, anche al nostro. Anzi, in questi testi, sembra addirittura intercettata la problematica vera dell’uomo del nostro tempo (ma forse solo perché – anche se in contenitori culturali diversi – è la problematica dell’uomo di tutti i tempi): e cioè il senso della vita, a fronte della morte… il “cosa siamo qui a fare?”, se poi dobbiamo morire… il “come dunque spendere questo breve tempo che ci è dato?”, “come impegnarlo?”, “in cosa impegnarci?”, “a cosa attaccare il cuore, dare le nostre energie, affidare il nostro tempo?”, “quale senso sposare, per cosa vivere, a cosa credere?”, “a chi dar retta, da chi imparare, chi seguire per non buttar via questa vita e noi stessi con essa?”…
Con il ritornante e sempre mai sopito ritornello amaro del libro del Qoelet: «tutto è vanità. […] Infatti, quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole? Tutti i suoi giorni non sono che dolori e fastidi penosi; neppure di notte il suo cuore riposa. Anche questo è vanità!». Cioè, con la tentazione/consapevolezza (paura) agnostico atea, per cui, quelle, rimarranno domande senza risposta; tanto che non val neanche la pena affannarsi per pensarci… ma piuttosto smagarsi dall’illusorio incontro/ricerca di una sensatezza, per vivere da uomini/donne maturi, che sanno fronteggiare l’abissalità della morte, che ci riserva il niente («Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”»).
Solo che poi la morte sopraggiunge davvero
 – e non solo nel nostro immaginario, più o meno esorcizzato con ironia, sarcasmo, acidità o presunta maturità e superiorità quasi indifferente – e ci porta via chi amavamo di più, chi non era giusto che morisse (perché troppo giovane, troppo bello o troppo importante), chi non ha fatto in tempo nemmeno ad affacciarsi in questo nostro tempo (perché troppo fragile, troppo scomodo, troppo piccolo), chi non aveva ancora trovato il “lieto fine” delle sue vicende (perché troppo solo, o troppo ingarbugliato, o troppo poco amato)… chi – semplicemente – avremmo voluto fosse stato ancora un po’ a farci compagnia… e allora si fa esperienza di come tutte le risposte (o rispostine) che ci siamo dati con la testa, che abbiamo messo lì per placare/sfidare l’angoscia, non tengono, non sos-tengono la realtà di una vita inconsistente, in cui «Tutto ciò che esiste, ma, ancor peggio, tutto ciò che è umano e ci è caro, è destinato a morire. Non ha in sé capacità di tenere insieme i pezzi fisici o vitali di cui è composto. Questo vuol dire in/consistenza!»… e allora davvero «Non possiamo reprimere quella parte di noi che si commuove e si ribella. Le bestemmie di Giobbe, come gli incubi dei santi e dei dannati sono sacre, sono quelle di ogni uomo pensoso, per l’ingiustizia del dono di una vita “da morire”»! [Giuliano]
È dentro qui – dentro a questa condizione in-consistente dell’uomo (addirittura “da dentro” questa condizione) – che si innesta la vicenda storica di Gesù e in particolare questo brano del vangelo di Luca che la liturgia oggi ci propone. E che parla di vita e di morte, appunto…
Innanzitutto l’incipit – sempre sorprendente: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?»… Come “Chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?”? Non era mica Dio, il Figlio di Dio, il Figlio dell’uomo?! Insomma il Messia? Dunque il giudice e mediatore sopra di noi? No! No, almeno nel senso che quest’uomo intendeva/pretendeva, che noi uomini intendiamo/pretendiamo… quando «vorremmo trascinare il vangelo nelle nostre questioni e non ci accorgiamo che esso invece va alla radice e le sconvolge tutte» [MAGGIONI, il racconto di Luca]: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede»!
Ecco la “radice” della questione: non chi ha ragione o torto, quanto spetta a questo e quanto a quello… ma “da cosa dipende la vita?”, il suo senso?… Che – come dicevamo – è il problema dell’uomo.
Gesù, all’uomo disperso nelle ragioni per aver ragione, nella misurazione di sé e degli altri per aver un po’ di più (di eredità, di soldi, di amore, di lucidità, di cultura, di simpatia, di attenzioni, ecc…) degli altri e “sentirsi sicuro” (e a ben guardare tutta la nostra vita la misuriamo così!), dice: la vita non dipende da ciò che si possiede… c’è da cambiare sguardo, pena il rimanere «consumati nel farsi dar retta» [De Andrè, Verranno a chiederti del nostro amore], cioè nel «primo più ingenuo tentativo di sfuggire alla morte, come privazione di ogni bene, che è la bramosia di accantonare più beni possibile… come sicurezza per sé!» [Giuliano]. C’è da fare un passo indietro – come guardare dal di fuori – tutte queste dialettiche sulle cose, che ci rendono più simili a un pollaio che ad una famiglia… e intravvedere in esse – e nella passione che ci mettiamo (per aver ragione appunto – dunque per sentirci giustificati, sicuri, “apposto”) – quanto siano intrise della logica dell’affermazione di sé, per niente libere – come credevamo e pretendevamo di imporre – ma sempre inserite nel meccanismo: paura della morte – bisogno di affermazione di sé (a scapito degli altri)… come a dire… in un regime di “si salvi chi può”… mors tua, vita mea
A guardarle così… le nostre “ragioni” (religiose, politiche, economiche, affettive, relazionali, ecc…) si sgonfiano proprio, perché ci appaiono non così nobili come volevamo farle apparire, ma meschine tanto quanto quelle degli altri… perché votate non a rispondere al problema del senso, ma a fintarne uno di cui convincersi e convincere, con lo scopo non di Vivere, ma di sopravvivere (più degli altri)…
È da qui che Gesù si tira fuori e vuole tirarci fuori, per fissare lo sguardo altrove: «“Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio». Dove il nodo centrale è quel “per sé” – così evidente anche dal monologo che il ricco della parabola si fa tra sé e sé («Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!») – contrapposto al “per chi?” di Gesù («Quello che hai preparato, di chi sarà?”») e al suo “presso Dio” («Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio»).
Un po’ scostati allora (è la preghiera!) dal pollaio delle pretese di possedere le giuste ragioni, orientati dallo sguardo stesso con cui Gesù – anch’egli scostato («stava in preghiera») – ha guardato la nostra storia, si può intravvedere che forse c’è differenza tra morire – perché non si è vinta l’ennesima battaglia della lotta per la sopravvivenza e si è stati sopraffatti da qualcuno/qualcosa più forte di noi – e morire – perché ci si è consegnati alla Vita, che è poi l’A/altro… già durante la vita!
Per arrivare – in pace – alla consegna finale…

Come Gesù… e tanti dietro a Lui…

Come ci insegna Carlo Molari con i suoi “criteri della morte”: «Le riflessioni antropologiche non possono essere compiute senza un serio confronto con la morte. La morte, infatti, non è un incidente, bensì il traguardo ultimo di ogni impresa vitale e quindi è il criterio supremo della vita: noi siamo in questa fase di esistenza per diventare capaci di uscirne. Partiamo da una metafora chiara. Il feto resta nel seno della madre finché diventa capace di venirne fuori in modo vitale. Per lui la nascita è la fine di uno stadio. Il che significa che tutto ciò che capita al feto è valutabile secondo il rapporto che ha con la fine che lo attende. Ciò che favorisce la sua uscita dal seno materno è bene per lui. Ciò che, invece, la impedisce è male. Analogamente noi siamo in una situazione che è destinata a finire. Ciò che nella vita ci consente di finire bene è giusto, ciò che ci impedisce di morire bene è male per noi. Importante perciò è sapere che cosa la morte chiederà ad ogni uomo, perché egli sappia viverla.
La morte chiederà a tutti 1) di avere consolidato la propria identità al punto da saperne abitare il nome senza ricorrere ad altri riferimenti; 2) di avere imparato il distacco da tutte le cose 3) di avere interiorizzato così gli altri da sapere partire senza tenere nessuno per mano; 4) di avere imparato ad amare in modo così oblativo, da sapere donare se stessi senza rimpianti; 5) di avere imparato a fidarsi così della vita da saperla perdere per ritrovarla».

Come Elisabetta, morta “in mano” a qualcuno, con tutte le sue figlie intorno, dicendo: "siate buone le une con le altre, perché è l'unica cosa importante al mondo!".

sabato 24 luglio 2010

Giuliano Bettati


Se qualcuno ha delle foto e vuole mandarmele, farà cosa molto gradita!
Indirizzo email e postale, nel profilo dell'Eremo. Grazie!
NB: Tutte le foto, se scaricate in originale al sito di riferimento (Picasa, cliccare sull'angolo destro in basso) sono state da me elaborate per portarle ad almeno 300dpi definizione, necessaria per la stampa fotografica.
Mi stanno arrivando delle foto che progressivamente aggiungerò.
Avrete notato che qualche didascalia ha un "?": se mi aiutate a sostituirlo con dati certi... Grazie


...
Andate avanti!
Senza spaventarvi se ci vorrà un lungo rodaggio e il momento è intenso di impegni.
Auguri, Giuliano.
(Questa frase è tutta una sua e-mail: corta, essenziale, "paraclita")
...

Testimonianze:

Messaggio di p. Saverio Cannistrà, Preposito Generale dell’Ordine dei Fratelli Scalzi della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo

Caro P. Attilio,
pur nella distanza geografica che ci separa, sono spiritualmente con te e con tutta la Provincia Lombarda per pregare per il nostro fratello Giuliano. Nella fede sappiamo che non lo abbiamo perso, ma che il rapporto con lui e solo cambiato, si e fatto più interiore ed essenziale. E tuttavia, qualcosa mancherà inevitabilmente alla nostra sensibilità.
Di Giuliano ricordo innanzitutto la semplicità del fratello e la generosa dedizione e disponibilità del padre. E poi la profondità delle sue analisi, che aprivano interrogativi, più che fornire risposte già fatte. Mi sembra che abbia vissuto fino in fondo le inquietudini e la ricerca appassionata di una intera generazione di carmelitani scalzi, quella dell'immediato postconcilio. Se oggi la generazione successiva può muovere passi in avanti, nel tentativo di interpretare i nuovi segni dei tempi, lo si deve anche a quelle fatiche e a quel coraggio. Sono certo che Giuliano continuerà ad accompagnarci con la sua fraternità ed intelligenza, ora pienamente illuminate e purificate nella fiamma viva dell'amore e della misericordia di Dio.
Fraternamente

P. Saverio

Testimonianza di P. Attilio, Provinciale:
Provo ad esporre cosa ha significato per me la vicinanza di P. Giuliano come fratello e padre. Ho sempre trovato in P. Giuliano una passione vera, un desiderio continuo con cui cercava di coniugare insieme quello che diceva il Vangelo, o meglio il suo Signore, e quello che passava nel cuore degli uomini e delle donne che incontrava. I fatti, gli eventi, le situazioni, i conflitti, i germi di bene e di speranza erano continue provocazioni in lui per amare il suo Signore, che aveva scelto criterio della Sua vita. E dentro questa provocazione riusciva a leggere i criteri fondanti della vita di fede e di disponibilità ai fratelli e alle sorelle. Ed è proprio per questo che non sempre è stato compreso, accolto, perché la ricerca della verità che c’è nel vangelo e il comando del Signore ad amarci creava in lui una persona tenace, sempre in ricerca della verità e nello stesso tempo capace di comprendere i limiti, gli errori delle persone e di accompagnarle verso il bene. In questi giorni non ho trovato nessuna persona che non abbia ricevuto da lui del bene o che non dicesse che la sua morte rimanesse una grossa perdita. Giuliano non si fermava all’esteriorità, al già dato, al già scontato o alle situazioni di comodo ma c’era sempre un “oltre”, un’esigenza di vita che lo spingeva a credere e amare sempre. Anche nel momento della prova ci ha insegnato come viverla nella serenità e nell’obbedienza anche se gli è costata una grossa sofferenza. Grazie Giuliano per questo spirito di fede, di disponibilità verso tutti e per questa tua voglia di vivere. Che il Signore renda questa voglia di vivere che hai sempre avuto tra noi, piena, libera, sciolta da ogni ostacolo in comunione con Lui e con i santi del Carmelo e i fratelli e sorelle che ci hanno preceduto.

Grazie Giuliano! (Lessolo 20 Aprile 2010)

Testimonianza di Chiara:
Dal Diario di Etty Hillesum:
«Una volta ho scritto che volevo leggere la tua vita fino all’ultima pagina. Ora l’ho fatto. Provo una gioia così singolare, per tutto quanto, per com’è stato e perché è stato certamente un bene – altrimenti non potrei sentirmi così forte, lieta e sicura.
Ecco, ora riposi, tu caro, grande, buono. Una volta ti ho scritto: il mio cuore volerà sempre e da ogni luogo di questa terra verso di te, come un uccello, e sempre ti troverà. E un’altra volta ho scritto: sei diventato talmente parte del cielo che s’incurva sopra di me, che mi basta alzare gli occhi per esserti accanto. E se anche mi trovassi in una cella sotterranea, quel pezzo di cielo si stenderebbe dentro di me e il mio cuore volerebbe a lui come un uccello, ed è per questo che tutto è così semplice, sai, straordinariamente semplice e bello e ricco di significato.
Avrei ancora mille cose da chiederti e da imparare da te, ora mi toccherà far tutto da sola. Sai, mi sento così forte e sono certa che me la caverò. Sei tu che hai liberato le mie forze, tu che mi hai insegnato a pronunciare con naturalezza il nome di Dio. Sei stato l’intermediario tra Dio e me, e ora che te ne sei andato la mia strada porta direttamente a Dio e sento che è un bene. Ora sarò io l’intermediaria per tutti quelli che potrò raggiungere.
Ora sotterreremo i tuoi poveri resti mortali. Sai com’è, queste cose devono pur succedere, è una consuetudine igienica degli uomini. Ma siamo qui tutti quanti insieme e chissà come sei felice a vederci qui uno accanto all’altro, tu che hai cercato Dio dappertutto, in ogni cuore umano che ti si è aperto – quanti ce ne sono stati –, e dappertutto hai trovato un pezzetto di lui.
Quanto a me… voglio continuare a portarti in me e ti trasmetterò ad altri in un semplice, tenero gesto che una volta non conoscevo».
Caro Giuliano, amandoci – così come ci hai amati – hai aperto spazi impensabili dentro di noi e c’hai aperto i canali dell’amore… dell’amore autentico, libero, dedito, appassionato e dolce… il “di più dell’amore”… senza paura, senza mai tirarsi indietro, per tutti, fino alla fine… Dicevi infatti: “ma cosa c’è altro da fare nella vita? Questo è il vangelo”.
E a me mi hai convinto.

Altre seguiranno...

venerdì 23 luglio 2010

XVII Domenica del Tempo Ordinario: «Signore insegnaci a relazionarci con Dio»

Le letture che la Chiesa ci propone per questa diciassettesima domenica del Tempo Ordinario, hanno come evidente tematica centrale la preghiera. Innanzitutto il brano tratto dalla Genesi: esso contiene la famosa “contrattazione” tra Dio ed Abramo, riguardo alla sorte di Sodoma e Gomorra. Un dialogo che di primo acchito stride con il volto di Dio proposto da Gesù e tramandato nei Vangeli, perché il risultato finale è quello della distruzione delle due città. Ma tenendo conto del fatto che, nel leggere i testi biblici, non bisogna mai dimenticare che si tratta sempre della rilettura che gli uomini fanno della storia (della salvezza) e non di una “presa diretta” dei fatti così come si sono svolti (dunque che si tratta di un racconto a posteriori della distruzione di Sodoma e Gomorra – cioè di un racconto che a partire dal dato storico della fine di queste città, prova a rileggerlo teologicamente, con una teologia legata alla cultura e mentalità del tempo – che prevedeva un Dio retributivo!), ciò che di questo testo risulta fondamentale non è tanto l’episodio “storico” (anche perché poi – di fatto – quanto sia c’entrato Dio con Sodoma e Gomorra è davvero difficile dirlo), quanto piuttosto la convinzione ad esso soggiacente che con Dio si può parlare! «Il nostro Dio – infatti – non è il Fato, un destino irreversibile, già tutto predestinato, contro il quale ogni domanda o anelito o lacrima è senza senso. È questa la grande scoperta di Abramo, l’uomo collettivo che condensa la sofferenza di tutti i samaritani feriti dalla compassione per gli uomini! Ha scoperto che con Dio si può discutere» [Giuliano].

Un’evidenza (?!) forse, per i più, ma anche una grande chiave orientativa: perché per le nostre orecchie di uomini e donne postmoderni fa una certa differenza sentirsi dire “Con Dio si può parlare/discutere”, rispetto al più tradizionale “Si può pregare Dio”. Perché, pur essendo frasi che indicano la medesima possibilità di relazione, esse in realtà evocano istintivamente orizzonti diversi. Troppo spesso infatti oggi il “pregare Dio” rimanda al mero “dire preghiere” (che non sono certo da svilire, ma che a volte rimangono formulazioni vuote, quasi magiche, senza che riescano a coinvolgere la libertà personale dell’orante); mentre la notizia che a Dio si può parlare, riesce – oggi – forse a dire meglio la possibilità di coinvolgere realmente la vita con Lui, con Qualcuno dunque che, per definizione era separato, e invece – liberamente – ha deciso di rendersi accessibile, incontrabile, “im-mischiato” con noi: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (cfr. Ef 1,9), mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, hanno accesso al Padre nello Spirito Santo e sono resi partecipi della divina natura (cfr. Ef 2,18; 2 Pt 1,4). Con questa Rivelazione infatti Dio invisibile (cfr. Col 1,15; 1 Tm 1,17) nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (cfr. Es 33,11; Gv 15,14-15) e si intrattiene con essi (cfr. Bar 3,38), per invitarli e ammetterli alla comunione con sé» (DV 2).
Si tratta dunque dell’inaudita e insperata possibilità di poter parlare a Dio, di avere una relazione con Lui, di pensarsi in relazione a Lui. Ecco perché i discepoli, che diverse volte avevano visto Gesù vivere (di) questa relazione, ad un certo punto gli fanno la domanda diretta: «Signore, insegnaci a pregare»: perché avevano intuito che il volto di Dio che Gesù – vivendo – mostrava non poteva non andare a con-vertire anche le strutture tradizionali del relazionarsi a Lui. Come scriveva H. Küng infatti «La preghiera è il test pratico della comprensione di Dio: come viene espresso Dio, così viene praticata la preghiera. E come si prega, così viene anche compreso Dio. [Ma anche] Da come uno prega si capisce che uomo egli è» [H. KÜNG, Preghiera e problema di Dio, in G. MORETTO (ed.), Preghiera e filosofia, Morcelliana, Brescia 1991, 42]. E di fatti Gesù, nel “test pratico” della preghiera che dice in risposta alla domanda dei suoi («Quando pregate, dite: “Padre”»), conferma la comprensione di Dio che aveva già fatto emergere nella sua vita e cui manterrà fede fino alla fine («Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito», Lc 23,46) e anche che «uomo egli è».
A chi – dunque – scopre che a Dio si può parlare e chiede come a Lui ci si deve rivolgere, Gesù risponde: “A Dio si parla, chiamandolo Padre”! Dove – appunto – il “chiamarlo Padre” non è il suggerimento su quale titolo sia più appropriato usare, per evitare di toppare col galateo… ma è il dar credito alla possibilità reale di accedere ad una relazione filiale con Lui. “Chiamare Dio col nome di Padre”, cioè rivolgersi a Lui in questo modo, fa già la relazione. Come insegna l’analisi linguistica infatti «È chiaro che la sempre particolare maniera in cui all’inizio della preghiera si fa appello alla relazione tra chi parla e il suo destinatario, stabilisce anche il restante momento della preghiera. Ciò vale chiaramente in particolare per le affermazioni del postulante sulla sua situazione e sui suoi derivanti bisogni e necessità. Il mendicante davanti alle porte delle chiese può formulare questa affermazione in una maniera del tutto anonima, per esempio attraverso un cartello con la scritta “fame”. Lo straniero che cerca una strada, invece, dapprima saluterà i passanti a cui vuole chiedere informazioni, per porre poi la sua domanda, collegandola magari alla dichiarazione di aver perso l’orientamento in una città a lui sconosciuta. Il rivolgere la parola e la descrizione della situazione indica che qui non ci si riferisce a una relazione anonima, neanche a un caso che cade sotto una regola, bensì a una situazione individualmente dipinta, che deve essere affidata a un individuo per la sua soluzione. Molteplici sono le possibilità per la preghiera ad un amico fedele. Qui la descrizione della propria situazione di emergenza può avere il carattere di una comunicazione confidenziale che chi parla non farebbe mai ad un altro; essa si può limitare anche ad allusioni e lascia all’ascoltatore di farsi un’idea personale della situazione presente, sulla base della sua conoscenza della persona e dei rapporti con chi parla. Ma soprattutto in questi casi le affermazioni di chi narra la sua situazione personale saranno sostenute dalla fiducia, che l’amico comprenda ciò che significano per lui le condizioni di vita di cui parla e in quale modo esse dipingano una situazione nella quale egli ha bisogno di aiuto» [dalla mia tesi… sulla preghiera come luogo di accesso a Dio e all’io].
Il chiamare Dio col nome di Padre è allora molto più che imbroccare il titolo esatto con cui rivolgersi a Lui per evitare di farlo irritare, ma è il dar credito a chi ci ha detto che Dio è proprio così e che davvero possiamo costruire con Lui una relazione di figliolanza, di abbandono, di fiducia. Perché tra l’altro – prosegue il vangelo – questo è un Padre che ascolta: «Ebbene, io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto». Ma noi facciamo fatica a crederci… perché tante volte la storia a mostrato che le cose non vanno proprio così… che non è vero che le preghiere sono ascoltate… neanche quelle di fronte alle quali “non c’è santo che tenga”… Come la mettiamo allora con le preghiere di richiesta inesaudite?!? O addirittura con la consapevolezza dell’orante di porre una richiesta che non verrà esaudita? Ha senso pregare per chiedere qualcosa, accettando contemporaneamente l’eventuale non soddisfazione della nostra richiesta?
Mi pare che spesso – parlando di preghiera – ci si incarti un po’ in questi ragionamenti che paiono smentire la logica e dunque fanno cadere un’ombra di sospetto su Dio, sulla nostra relazione con Lui, sulla sua sensatezza… portandoci a rinunciare a pensare troppo (per evitare di non riuscire più ad uscirne) o gettandoci nello sconforto del dubbio e nell’angoscia anti-evangelica, quella cioè per cui la verità non è la buona notizia di un Dio che ci è Padre, ma la cattiva notizia di un dio disinteressato o addirittura inesistente.
Da questo punto di vista le ultime righe del vangelo di oggi, risultano invece illuminanti («Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!), dove «il suggerimento di Gesù di insistere fino alla sfacciataggine (11,8) finisce in un’affermazione curiosa : la bontà del Padre si rivela sollecita e smisurata, ma insieme “da conquistare”, proprio nel dono dello Spirito – “a chi glielo chiede!” A questo si riferiva l’insistenza: chiedete, bussate, cercate… Chiedere lo Spirito al Padre è come essere convinti dell’insufficienza del nostro spirito piccolo, a sbilanciarsi oltre la nostra storia, i nostri confini visibili, l’orizzonte percorribile con il nostro occhio… per aprirsi invece alla gratuità inventiva del suo Amore. Per credere che il suo disegno non è limitato nei miseri dati biografici personali, che ci precedono, o nel conteggio dei giusti che salveranno la città, ma nella forza dello Spirito che, attraverso la nostra ostinata incessante implorazione al Padre, ci impregna del suo Nome e ci immerge nel suo Regno» [Giuliano]. Che era quanto esprimeva anche Bonhoffer nella sua felice intuizione per cui «Dio non esaudisce le nostre domande, ma le sue promesse».
A dire – ancora una volta – che ciò che è implicato nella preghiera non è mai un mero scambio di favori, o di informazioni, o di consolazioni… ma in gioco c’è una relazione vera e propria, come tra una mamma e il suo bimbo, come tra due amici o come tra innamorati, dove – certo – ci sono anche tante cose e parole e situazioni, ma tutto come sostenuto dall’esserci dell’altro e per l’altro. Per questo – nella relazione con Dio (che è la preghiera) – non può non esserci un de-cidersi, un decidere di sé a suo favore, un rompere gli indugi per entrare nell’orizzonte di senso per cui Lui c’è ed è così, senza continuamente tenere un piede dentro e uno fuori, facendo come se ci fosse, ma poi magari non c’è… E questo non perché è una consolante auto illusione, ma perché Gesù, il Figlio che solo conosce il Padre, ce lo ha voluto raccontare (Mt 11,27).

giovedì 15 luglio 2010

XVI Domenica del Tempo Ordinario: Un'altra donna che sta seduta ai piedi di Gesù

In questa sedicesima domenica del tempo ordinario, la Chiesa ci propone (nuovamente!) l’immagine di una donna «seduta ai piedi di Gesù». E già questo merita un’annotazione: perché se la chiesa – storicamente così legata ad una tradizione maschile (-ista) (come si evince bene da alcune simpatiche espressioni di Teresa di Gesù, che scriveva «Voi siete giudice giusto, e non come i giudici della terra, i quali, figli di Adamo come sono e in definitiva tutti maschi, non vi è virtù di donna che non tengano in sospetto. Sì, ci deve essere un giorno, o mio Re, in cui tutti appaiano quali sono; Non parlo per me, ché già conosce il mondo la mia miseria, e ho piacere che sia palese, ma perché vedo tempi siffatti che non è ragionevole rigettare animi virtuosi e forti, quantunque siano di donne») – se questa chiesa, dunque, si ritrova a “dover” ripresentare (nuovamente!) quest’immagine così “eterogenea” rispetto ad un certo impianto religioso (l’aveva fatto solo qualche domenica fa con il brano di Lc 7,36 ss), è indubbiamente perché questa ricorrenza c’è nel vangelo stesso… e non si può tacerla…

Si può sfumarla, smaterializzarla, renderla evanescente (come ha fatto… leggendo per esempio questi testi sempre e solo in chiave simbolica – che è un procedimento che avrà anche una sua verità, ma che nel momento stesso in cui si stacca dalla realtà della narrazione – dal genere letterario vangelo – perde di consistenza…), ma non può censurarla… soprattutto perché è proprio rispetto ad uno di questi testi che Gesù stesso – come riporta Matteo 26,13 – ha detto: «dovunque sarà annunciato questo Vangelo, nel mondo intero, in ricordo di lei si dirà anche ciò che ella ha fatto». Come per l’eucaristia!
Dunque, una donna «seduta ai piedi di Gesù»… un’altra donna «seduta ai piedi di Gesù»… Quasi che vien da dirGli davvero – sempre con la Santa Madre Teresa – che «Quando eravate su questa terra, lungi d'aver le donne in dispregio, avete anzi cercato di favorirle con grande benevolenza. Avete trovato in esse tanto amore e fede più grande che negli uomini» (CV 3,7)… Come a dire – con un linguaggio un po’ più vicino al nostro di cinquecento anni dopo – che a Gesù piaceva proprio stare in compagnia delle donne, le guardava con simpatia e le incontrava con tenerezza e libertà, in maniera sempre pulita, senza temerle, né farsi da loro temere…
E chissà dove e quando, noi abbiamo disimparato (o non siamo stati capaci di imparare… o non abbiamo voluto imparare…) questa sua libertà di starci accanto – fratelli e sorelle che vivono insieme e pensano insieme e insieme crescono e costruiscono e si donano reciprocamente la vita…
Certo… tanti motivi storici, culturali, tradizionali… Eppure anche questo era un cordone essenziale dell’esperienza storica di Gesù… che doveva con-vertire (come è successo per tanti altri versanti) la storia, la cultura, la tradizione…
Senza contare che in più – in questo caso – lo stare di Maria «seduta ai piedi del Signore» mentre «ascoltava la sua parola» aveva anche un’ulteriore “eterogenea” valenza per quei (?!) tempi. Come annota infatti don Bruno Maggioni nel suo il racconto di Luca «Marta assume nei confronti dell’ospite un ruolo tipicamente femminile: tutta affaccendata prepara la tavola. Maria, al contrario, si intrattiene con l’ospite, assumendo un ruolo che la mentalità del tempo riservava agli uomini: un fatto insolito che neppure Marta condivide, prigioniera come tutte della mentalità corrente. Maria che si “siede ai piedi del Maestro” e ascolta la Parola è la tipica figura del discepolo. E questa è una novità. I rabbini infatti non usavano accettare le donne al proprio seguito, e divenire discepolo era riservato agli uomini. Per Gesù non è così». E per la chiesa? Chissà…
Su questo forse gli uomini (di chiesa) dovrebbero un po’ mettersi a pensare… (ma certo anche le donne)…
Eppure, il testo odierno non è solo questo… perché accanto all’immagine di Maria «seduta ai piedi di Gesù» – anzi forse proprio (dal punto di vista narrativo, ma non solo) per portare tale immagine in primo piano – c’è anche l’indaffararsi di Marta (i suoi «molti servizi»), la distrazione che questo le provoca («Marta era distolta»), la sua recriminazione («Signore, non t’importa nulla che mia sorella mi abbia lasciata sola a servire? Dille dunque che mi aiuti»)… con in gioco – forse – un versante che dovrebbe “dar da pensare” più alle donne e alle loro dinamiche… (ma certo anche agli uomini).
Non va dimenticato, infatti, come sia Marta ad accogliere in casa Gesù («In quel tempo, mentre erano in cammino, Gesù entrò in un villaggio e una donna, di nome Marta, lo ospitò»). È dunque lei che attua la fede migliore: «La nostra fede migliore [infatti] è accogliere in casa Gesù! Consegnare la propria vita ad un ideale di dedizione, di servizio, di gestione della propria vita … “per” qualcuno. Ma finiamo poi [come Marta – appunto] per volere gestire in proprio la nostra fede (la vita!)… Inevitabilmente il rapporto diventa contrattuale, moralistico, intento a soppesare la propria generosità e dedizione, con conseguente giudizio e ritorsione su chi non ci ascolta o si comporta diversamente… Allora si fa di tutto, a livello affettivo, politico, economico, teologico (perfino liturgico!) perché le proprie posizioni siano riconosciute e approvate… Finché emergono invidia, amarezza, ritorsioni, delusioni… il peccato dell’io moralista, che cova sempre dentro di noi. E si disistima “l’operaio dell’ultima ora”, “il fratello minore” ritornato dopo la fuga dissipatrice, ... i peccatori e pubblicani amati dal Signore… il profeta ambiguo che si lascia “toccare” dalle donne. Il rapporto di Marta con Gesù diventa disagevole, scontento, si consuma non in dolcezza compiacente, ma nell’insofferenza gelosa, e nella pretesa che tutti facciano come lei. Un rapporto infelice, che invece di unificarla armonicamente la lascia “distratta”, nel giro del molteplice servizio!”…
Maria invece «ascoltava la sua parola». Ecco invece il rapporto che si nutre di se stesso, non si misura, dà gioia e pacificazione… E perfino… pazienza comprensiva dell’insofferenza altrui (tace, non reagisce: sapendo che la spiegazione non serve e sarebbe comprensibile solo a chi ha provato!). Nasce una dinamica interiore che è possibile solo se sostenuta dall’esperienza già percepita (almeno qualche barlume, chi non l’ha avuto?!) che l’ascolto della Parola di Dio è l’opportunità più immediata (alla portata di tutti) non di … smettere di parlare per essere ascoltati. Ma invece di imparare ad ascoltare… Dio, nel suo modo di manifestarsi e agire nella nostra storia! Scoprire che Dio ha cercato infinite volte, in tanti modi, nei millenni, attraverso santi grandi e piccoli, attraverso profeti, mistici, poeti, i disperati dell’umanità… di farsi ascoltare… E ultimamente attraverso il figlio, mandato nel mondo, uomo con gli uomini, a fare amicizia, a nome del Padre (Gv 15,15)!
Questa donna segna nel vangelo l’esperienza più viva del nuovo ascolto “diretto” della Parola, in persona! viva e presente in Gesù, amico affettuoso, che non solo parla, ma trasforma e colma il cuore… Certo che tutto diventa secondario, per lei, in questo momento! E non si ricorda neanche della cena e dei preparativi necessari… Non toglie lo sguardo da questo ospite che la coinvolge come nessun altro! Gesù ne è coinvolto, fino a definire questo atteggiamento della sua amica “la parte buona, che non le sarà tolta”, perché è incancellabile. Infatti le ha segnato il cuore, per sempre!» [Giuliano].
Il problema allora non è tanto quello dello stabilire cosa sia più importante tra il servizio e l’ascolto – o tra vita attiva e vita contemplativa – come spesso invece si tende a fare in riferimento a questo brano (anche perché non va dimenticato che esso è messo in stretta relazione – viene subito dopo – alla parabola del buon samaritano, che – su questo piano – dice il “contrario”, perché i due “contemplativi” – sacerdote e levita – passano oltre, mentre il samaritano si ferma a servire il moribondo… e lui, non gli altri, là, era in primo piano!)… il punto è (nuovamente!) la centralità del volto dell’A/altro a fronte delle molte cose che distraggono! Dice infatti ancora Maggioni: «Persino il troppo “dare”, anche per amore, rischia di togliere spazio alle relazioni», che invece sono le uniche “cose” che contano per il Signore e – dunque – le uniche che dovrebbero abitare il centro del cuore del discepolo, che dovrebbero essere il suo tesoro («Perché, dov’è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore», Lc 12,24)… diventando in qualche modo lucidi e benevoli verso le proprie e altrui dinamiche (maschili e femminili), ma per evangelizzarle, perché esse – seguendo le logiche della carne, dunque della competizione – dis-traggono (cioè “traggono fuori”) dalla «parte migliore»… che invece è proprio quella che rende abitabile questa vita, rendendola – nella relazione cristica con l’A/altro – Vita… che non sarà tolta!

venerdì 9 luglio 2010

XV Domenica del Tempo Ordinario: il “tutti accoglie”

Il brano di vangelo che la Chiesa ci propone per questa quindicesima domenica del tempo ordinario, è il famosissimo dialogo tra Gesù e un dottore della Legge, nel quale è inclusa la parabola – cosiddetta – del buon samaritano.

Data la notorietà del testo, il rischio da cui immediatamente guardarsi è quello di darne per scontato il contenuto, riducendone magari il senso ad una bonaria esortazione ad essere un po’ più buoni – che purtroppo è ciò che spesso si pensa della proposta evangelica…
In realtà – a ben guardare – già l’incipit di questo dialogo, colloca tutta la questione in un contesto ben preciso e per niente banale: «Maestro, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?». In gioco c’è, quindi, non tanto o non semplicemente la richiesta di un buon consiglio per il quieto vivere, ma la domanda delle domande: “Cosa devo fare per ereditare la vita eterna?”, che – detto in termini a noi un po’ più familiari – sarebbe come chiedere: “Maestro, qual è il senso della vita?”, “Cos’è che le restituisce una compiutezza?”, “Come si fa ad arrivare sul letto di morte, guardarsi indietro, ed essere contenti della vita che si è condotta?”… Quello che i nostri ragazzi, un po’ brutalmente sintetizzano nel “Come si fa ad essere felici? E ad esserlo per sempre?”…

Il problema in gioco, dunque, non è una mera questione teorica fra teologi (Gesù e il dottore della Legge), ma è il problema dei problemi, quello contro cui ogni uomo (e donna) che nasce su questa terra inevitabilmente si imbatte, senza scrollarselo mai di dosso per tutta la vita (anche quando cerca di far finta di niente… o di scordarselo): “Come si fa ad avere la vita oltre la morte?”. «Una domanda curiosa, perché sembra sottintendere un certo diritto acquisito ad averla (è naturale, mi spetta, come a un figlio l’eredità!) ma anche una trepidazione misteriosa (quali condizioni per poterla ricevere e usufruirne?). Ci sembra così difficile, arduo, lontano… imprendibile, il senso della vita» [Giuliano].
Eppure… per la risposta (apparentemente) così difficile alla questione delle questioni, Gesù non fa altro che rimandare a ciò che “da sempre” si sapeva, perché già contenuto nella Legge: «“Che cosa sta scritto nella Legge? Come leggi?” […]: “Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso”. […] “Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai”» (in eterno, ovviamente, dato che proprio questo chiedeva la domanda iniziale…).
Ma il dottore delle Legge sa che – nonostante questa risposta non sia per niente inedita, anzi sia molto vicina («è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica», «non è nel cielo, perché tu dica: “Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”. Non è di là dal mare, perché tu dica: “Chi attraverserà per noi il mare, per prendercelo e farcelo udire, affinché possiamo eseguirlo?”») – essa appare muta.
«L’uomo sa, dunque, come si dovrebbe amare, ma non ne è capace, come la sua storia infinita dimostra! L’umanità nel suo interminabile cammino verso la pienezza di sé – si è persa, mezza morta nella fatica, nella schiavitù, negli ospedali, nelle guerre, lungo la strada … non riesce più a camminare» [Giuliano].
Ecco il perché della nuova domanda del dottore della Legge… che cerca in questo modo di far tornare a parlare quell’antica legge (che diceva che il senso della vita era l’amore), ma che giaceva dimenticata dai cuori degli uomini: «E chi è mio prossimo?».
Ancora una volta Gesù non risponde direttamente, ma racconta una parabola: la storia di un uomo che «scendeva da Gerusalemme a Gèrico e cadde nelle mani dei briganti, che gli portarono via tutto, lo percossero a sangue e se ne andarono, lasciandolo mezzo morto». «Per caso, un sacerdote [un prete – per fare il parallelo coi giorni nostri] scendeva per quella medesima strada e, quando lo vide, passò oltre. Anche un levìta [un seminarista], giunto in quel luogo, vide e passò oltre. Invece un Samaritano [un rumeno – per intenderci – sempre col nostro linguaggio di oggi…], che era in viaggio, passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi lo caricò sulla sua cavalcatura, lo portò in un albergo [letteralmente “nel tutto accogli”] e si prese cura di lui. Il giorno seguente, tirò fuori due denari e li diede all’albergatore [al tutti accogli], dicendo: “Abbi cura di lui; ciò che spenderai in più, te lo pagherò al mio ritorno».
Le tematiche sfiorate (come attraverso rapide pennellate) da Gesù in questa storia sono molte e – come aiuta a vedere il parallelismo col nostro mondo odierno messo tra parentesi quadra – anche molto provocatorie: c’è infatti la forte critica ad una religiosità che antepone le regole al volto dell’altro (il sacerdote / il levita); c’è la curiosa audacia per cui si prende a modello un eterodosso malvisto dalla sensibilità culturale del tempo (sacerdote – levita / samaritano); c’è la possibile identificazione di Gesù col malcapitato aggredito dai briganti (quasi che qui Gesù raccontasse la sua autobiografia) o – quella più evidente – col samaritano stesso… ma al di là di tutti questi possibili sviluppi del discorso (fondamentali, ma non qui percorribili, se non perché poi tutti ri-com-presi dal nucleo del discorso, perché tutti lì convergono…), il centro rimane la domanda finale di Gesù, col suo ribaltamento della problematica iniziale del dottore della Legge: «Chi di questi tre ti sembra sia stato prossimo di colui che è caduto nelle mani dei briganti?».
Ecco la chiave di lettura della realtà propria di Gesù: non tanto “Chi è mio prossimo?”, quanto “il farsi prossimo degli altri”, la “prossimità” come colonna vertebrale dell’esistenza. Questa è la sua risposta!
Ecco infatti (ripresa – la tematica del) l’autobiografia di Gesù: «All’umanità ferita, mezzomorta, lungo il suo millenario cammino tante volte interrotto, ormai senza meta… Dio è venuto a “farsi prossimo”, in Gesù. Una prossimità nata dalle viscere di misericordia del nostro Dio… La prossimità non è uno stato misurabile in maggiore o minore distanza ideologica affettiva razziale religiosa politica… Prossimità è aver compassione – smuoversi nelle viscere “farsi vicino” a chi è lontano, per l’urgenza del cuore. È questa la storia “cristiana” della salvezza: Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna (Gv 3,16). Dunque, c’è davvero un’eredità di “vita eterna” da accogliere, nel viaggio di avvicinamento o “approssimazione” di Gesù a noi, lungo le nostre strade, per vedere come lui agisce e imparare da lui come ci si comporta! E allora si capisce bene “chi è il mio prossimo!” e qual è la vera soluzione per avere in eredità la vita eterna! È scritto in questa parabola: è la sua vita! Perché il prossimo è Gesù – ed esser suo discepolo vuol dire farsi prossimo come lui, ad ogni uomo, in sua memoria e con la forza del suo Spirito, che ci ha infuso nel cuore – come un gemito di invocazione di soccorso» [Giuliano].
Ecco il nuovo nome della Chiesa (e di ciascun cristiano): il “tutti accoglie”!

Con l’inevitabile presa di coscienza dello scarto tra una realtà spesso divisoria (le norme di purità dividono puri e impuri, peccatori e giusti; gli stati di vita dividono tra con-sacrati e non, abilitati a Dio o no… ecc… ecc... ecc… tutte cose necessarie, deve accadere così, ma qualcuno ci deve piangere), cioè inevitabilmente discriminante – che è una parola terribile, perché ha una radice semantica che suggerisce che di là ci sono i criminali (!)… lo scarto con la prossimità, l’onniaccoglienza, l’amore, che invece quelle divisioni, le supera… Ecco la critica – non poi così velata – che Gesù nella parabola porta al formalismo, legalismo, moralismo religioso – germe che purtroppo non infettava solo Israele, ma si è diffuso anche nel “tutti accoglie”, che doveva essere la Chiesa… o che è la Chiesa… perché se il protagonista è un samaritano, vuol dire proprio che, anche là dove non te lo aspetti (più), invece il germoglio evangelico può spuntare… e nella Chiesa – seppur spesso così ancorata a fare il “tutti divide” (credenti/atei; cristiani/non cristiani; cattolici/ non cattolici; chierici/laici; santi/peccatori; sposati/separati; etero/omosessuali; maschi/femmine…) – ci sono davvero persone e luoghi che “tutti accolgono”!

E infine, viene in mente la domanda che i servi di Namaan gli posero dopo che Eliseo gli aveva suggerito cosa fare per guarire dalla lebbra e lui se ne era andato sdegnato per la banalità del gesto da compiere (2Re 5,1ss): «Padre mio, se il profeta ti avesse ordinato una gran cosa, non l’avresti forse eseguita?»…

Ecco mi pare la domanda giusta da porsi alla fine di questo testo… Se per “conquistare” la vita eterna ci avessero messo in mano spade e corazze, saremmo (siamo) stati capaci di partire per grandi imprese, grandi avventure, grandi spargimenti di sangue… Siccome invece la “ricetta” è un’altra, spesso ce ne andiamo sdegnati… perché a noi il dio della guerra, del più forte, del più sanguinolento (dove a morire son sempre gli altri, cattivi, ovviamente) “ci” piace di più… Quello invece che “tutti accoglie” e ci chiede di “tutti accogliere”, dà un po’ troppo poco risalto al nostro io – sempre in cerca di affermazione (per illudersi di esserci – di non morire appunto, quindi di avere la vita – eterna) – perché, appunto, al centro mette l’altro… l’inevitabile necessità di “uscire da sé” per farsi prossimo…

Eppure – se vogliamo dare credito a Gesù – e nella vita diverse volte l’abbiamo potuto sperimentare… – la strada per la Vita, il suo senso, la sua pienezza, la sua eternizzazione… è “sprecarla” per gli altri, mettergli l’olio sulle ferite, accudirlo, coccolarlo, consolarlo, farlo crescere… includerlo nel circolo dell’amore che «riconcilia tutte le cose».

venerdì 2 luglio 2010

Lectio Magistralis


Non lasciatevi intimidire da chi grida di più perché ha più denari e più forti clientele... Non vi seduca la voce della popolarità a qualunque costo: a qualunque costo c’è soltanto il proprio dovere. Non potete fare molto, perché non fu data, con il suffragio, l’onnipotenza... Molto sarà perdonato a chi, non avendo potuto provvedere a tutti i disagi degli altri, si sarà guardato dal provvedere ai propri. Ridurre lo star male del prossimo non è sempre possibile: non prelevare per noi sulla miseria dei poveri è sempre possibile.
don Primo Mazzolari, ai neo eletti parlamentari Dc nella consultazione elettorale del 18 aprile 1948
(citato da Gian Carlo Cavazzoli, nella lettera al direttore di Avvenire del 18 febbraio 2010)

Il rischio di un futuro già scritto


Le meditate dichiarazioni del Presidente Napolitano suonano come un ultimo, grave monito per quelle forze di governo, che guidate dallo stesso Berlusconi, sembrano aver scelto la strada di uno strappo politico e istituzionale dalla portata imprevedibile, pur di realizzare un proposito che pare non intendere ragioni.

Il Presidente, doverosamente, non anticipa la sua valutazione, ma mette in guardia contro una deriva che, se non tempestivamente corretta, può portare verso un catastrofico epilogo legislativo.

Napolitano prende atto – e sarebbe difficile fare altrimenti – dei molti, troppi «punti critici» del disegno di legge così come approvato dal Senato. Punti critici che fanno di quel testo un’autentica mina. Ed è molto significativo che per la loro individuazione egli faccia riferimento a un contesto composito, che integra insieme il dibattito parlamentare, il giudizio dei giuristi, l’orientamento di una vigile opinione pubblica. È una scelta formale e sostanziale, di grande valore.

Perseguendola, il Presidente dimostra di eleggere a guida dei suoi comportamenti non la propria astratta capacità di giudizio, ma una opinione che emerge dall’intelligenza stessa del Paese, per come si manifesta nelle sedi della rappresentanza politica, della cultura del diritto, della formazione delle coscienze individuali, e di cui egli si fa interprete e portavoce. È una lezione di buona pratica costituzionale, di misura e di compostezza che dovrebbe far riflettere tutti, di questi tempi. Merita in pieno il rispetto.

Ed è importante la sintonia che ancora una volta si sta realizzando con il Presidente della Camera, che l’altro ieri aveva definito non altrimenti che un «un puntiglio» la decisione di accelerare i tempi, e di portare a tutti i costi il progetto di legge sulle intercettazioni al dibattito in aula prima dell’estate, e che ha appena ribadito la necessità, da lui fortemente avvertita, che la maggioranza si fermi a riflettere. In un periodo che si annuncia ogni giorno più carico di rischi e di pericoli, la saldatura di un asse che definirei di «lealismo costituzionale» ai vertici dello Stato è uno dei pochi elementi – ma decisivi, per fortuna – che inducono a non disperare.

C’è da chiedersi cosa stia spingendo Berlusconi verso questa inaudita forzatura. Temo che la risposta si trovi nella sua solitudine, che non può non avvertire, con sempre maggiore evidenza. Intorno a lui, tutti, anche quelli da sempre più vicini, parlano ormai altre lingue, che non capisce. Vedono cose che lui non vede. Questo non fa che aumentare la sua diffidenza, la sua impazienza, la sua voglia di rovesciare un tavolo che sente sfuggirgli sotto le mani.

È da tempo ormai che egli non ha più nulla da proporre al Paese, se non l’icona di un successo ormai invecchiato, che appartiene a un’altra epoca, imbalsamato nell’ossessiva ripetizione della sua messa in scena. Ma proprio l’inarrestabile declino della sua capacità di governo, spinge Berlusconi verso l’azzardo continuo dell’avventura, del sovversivismo istituzionale. Nulla gli resta più della pazienza dei forti. Ha ormai solo l’ansia febbrile di chi ogni giorno deve lottare in un mondo in cui non si riconosce. È possibile che a questo punto dei contenuti effettivi della legge gli interessi ben poco. Quello che cerca è la prova di forza, lo scatto che metta alleati e avversari in riga, che imponga l’alternativa fra se stesso e il diluvio, magari per preparare nuove elezioni.

E tanto più c’è bisogno – per fronteggiare tutto questo – di razionalità e di pacatezza. Di continuare a spiegare con calma che la legge in questione sarebbe una cattiva legge, che non risolverebbe alcun problema, ma ne creerebbe moltissimi, anche molto gravi e che – per come è formulata – comprometterebbe il diritto dei cittadini a un’informazione senza censure. Le buone leggi non nascono mai dall’arroganza di una parte sola. In esse il potere deve sciogliersi nel consenso e nell’emancipazione; la forza dei numeri nella ragione delle cose. Al di fuori c’è solo l’ombra del tiranno e della sua demagogia.
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