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domenica 16 marzo 2008

Non solo Cina: il Tibet siamo noi!

Pubblico per intero un articolo di LaStampa.it apparso in rete oggi. Ritengo utile aggiungere, per chi comprende il francese (in attesa che qualche volontario possa tradurlo) l'intervento del ministro degli esteri francese citato nell'articolo. Per riflettere e capire il senso profondo nell'"oggi", del periodo liturgico che stiamo vivendo. Le sottolineature sono mie.


"Disfatta morale" di Barbara Spinelli
"La Stampa" 16/3/2008

Cinque anni di guerra in Iraq e una guerra afghana che nessuno osa riesaminare hanno cambiato il mondo radicalmente, danneggiando in misura non ancora calcolabile la sicurezza, la forza d'attrazione, la robustezza economica, infine la potenza morale dell'Occidente. Non siamo solo alle prese con la «fine della magia americana», descritta dal ministro francese Kouchner in una conferenza parigina dell'11 marzo. La magia che aveva sedotto lui e molti europei - a cominciare da Berlusconi nel 2001-2006 - ha avuto e continua ad avere effetti durevoli, che non scompaiono con l'evaporare dell'incanto e sui quali gli ex ammaliati tacciono, come ignorassero che questo tacere è un ennesimo, scandaloso peccato di omissione. Ovunque sulla Terra, la politica neo-conservatrice ha alimentato un sospetto deleterio: che qualsiasi nazione toccata dall'Occidente diventi fatalmente uno Stato fallimentare. Che la democrazia sia qualcosa di malato, di temibile. Che libertà, laicità, pluralismo siano da posporre, sempre, ai ben più essenziali imperativi di sicurezza. Quel che accade in Tibet negli ultimi giorni non è disgiunto dalla magia infranta: ne è il lascito, catastrofico. La carneficina di monaci buddisti a Lhasa (i tibetani in esilio parlano di 100 uccisi) è responsabilità cinese ma è stata facilitata da America ed Europa, che non a caso reagiscono con voce pallida, e sguardo cieco. Quel che essi non hanno visto è la lezione che gran parte degli Stati ha tratto dalla politica di Bush. Una lezione che possiamo riassumere così: per meglio difendersi dalle insipienze Usa, gli Stati hanno tutto l'interesse a presentarsi come Leviatani aggressivi, chiusi in sovranità assolute. Sovranità generalmente ingannevoli (tutti siamo immersi nell'economia-mondo), ma anche l'inganno è effetto delle guerre antiterroriste: dalle menzogne non si esce che con altre menzogne. I grandi profittatori dei conflitti odierni non sono solo i produttori petroliferi e le compagnie fornitrici di soldati che hanno contribuito a privatizzare le guerre. Tutti gli Stati che scelgono la forza - Cina, autocrati arabi o asiatici - sanno che la strategia Usa, al momento, non produce che failed states, incapaci di monopolizzare violenza e territori. Che l'America esca spezzata da tale esperienza è tragicamente confermato dalle stragi cinesi, dalla forza con cui i conservatori islamisti si presentano al voto iraniano. Basta guardare alla stupefacente coincidenza dei giorni. L'insurrezione tibetana comincia lunedì 10 marzo: da tempo ardeva nell'ombra. Nonostante questo il Dipartimento di Stato esce poche ore dopo, l'11 marzo, con un rapporto sui diritti umani che denuncia le lentezze della Cina ma la cancella dalla lista dei trasgressori. Le timide reazioni americane ed europee alle stragi tibetane testimoniano molto più di un'incongruenza: testimoniamo una rotta morale dell'Occidente. Una potenza imperiale che pretende fondarsi sulla democrazia non può ignorare gli effetti morali di quel che fa: è suo tratto distintivo, e proprio questo tratto è andato svanendo. La guerra in Iraq fu iniziata per mostrare la superiorità delle istituzioni libere - la democrazia avrebbe generato Stati stabili, plurali - ed è avvenuto il contrario. Dopo l'aumento di truppe deciso da Bush, i soldati Usa sono più sicuri ma la violenza resta. Non ce ne accorgiamo più, perché non apparendo in video sembra inesistente. Il premio Nobel Joseph Stiglitz ricorda nel suo ultimo libro che le tv accendono i riflettori solo quando gli attentati fanno più di 25 morti (The Three Trillion Dollar War, Norton 2008). Né sembra accorgersene il candidato repubblicano alla successione di Bush: pur di persuadere i neo-conservatori, McCain annuncia: «Se riusciamo a ridurre i nostri morti possiamo restare anche cento anni in Iraq. A me va benissimo». Né l'Iraq è divenuto più vivibile, con poche ore di elettricità al giorno e quasi 5 milioni di sfollati (2,5 dentro e 2 fuori, in Siria e Giordania). Ecco il cataclisma occultato per anni dalle bende della magia: l'America voleva esportare democrazia, e ha esportato invece insicurezza, violenza, immoralità. La sua posizione è talmente indebolita che non può reagire agli eventi cinesi. Anche per questo fanno tanta impressione i dibattiti elettorali italiani: un ex ministro del campo berlusconiano consiglia addirittura di tornare in Iraq, quasi non sapesse com'è diventato il paese nel quinto anniversario della guerra. Il cataclisma morale non viene fabbricato solo col cinismo, con la spudorata violenza di politiche avventate. Lo si fabbrica anche con questo non-sapere, quest'ignoranza singolarmente militante. È incompetenza tecnica, politica, militare. È l'ignoranza che nel vecchio dizionario Tommaseo viene distinta dall'inscienza: quest'ultima è di uomini che non sanno quello che fanno, mentre la prima è ignoranza colpevole, ignora quello che saremmo tenuti a sapere, è «crassa, rozza, indolente, superba». Fu ignoranza superba lanciare guerre senza conoscere i paesi occupati. È ignoranza superba la politica verso la Cina. Nell'amministrazione Usa, un gruppetto di finti esperti ha giocato col mappamondo alla maniera di Chaplin-Hitler nel Grande dittatore. Sarebbe bastato uno sguardo in terra per vedere che la violenza cinese si sarebbe abbattuta sul Tibet, incoraggiata dal rapporto pronto al Dipartimento di Stato da mesi. L'idea di Bush era semplice, dopo gli attentati del 2001: si trattava d'inventare una politica assolutamente nuova. Interessi e valori avrebbero coinciso, come nei sogni o nelle magie. Clinton stesso in fondo aveva provato, in Kosovo: con un certo successo, anche se contaminato dal veleno dei nazionalismi etnici. Ma l'Iraq non era il Kosovo, la Freedom Agenda dei neo-conservatori concerneva il pianeta e non una minuscola provincia. L'ultimo rapporto della Fondazione Carnegie (Nuovo Medio Oriente, 2008) sostiene che la Freedom Agenda è stata un totale fallimento: ha rafforzato l'Iran, regalandogli un Iraq turbolento ma ideologicamente fedele. Ha incoronato Ahmadinejad. Raccomandando infine una democrazia numerica (conta chi raccoglie maggioranze e non l'imperio della legge né l'equilibrio tra poteri, ambedue anteriori alla democrazia), ha aiutato non i pochi laici ma gli islamisti, ovunque e soprattutto in Palestina. A ciò si sono aggiunte condotte statunitensi accettate da parecchi governi dell'Unione Europea: le torture a Abu Ghraib, il trasferimento di prigionieri in centri di tortura europei oltre che arabi. Come dice l'ammiraglio William Fallon, appena dimesso dal Comando centrale Usa, ha prevalso la peggiore delle strategie: «l'imprevedibilità con gli alleati, la prevedibilità con gli avversari». Uscire da simili disfatte è difficile. McCain e Hillary Clinton quasi sembrano non scorgerne la natura. La scorge meglio Obama, forse perché conosce le diversità del mondo: soprattutto quando critica una politica filo-israeliana «schiacciata sul Likud». O lamenta il deteriorarsi mondiale dell'immagine Usa: «Per colpire pochi fondamentalisti (al massimo 50.000)», ha detto in un incontro con le comunità ebraiche a Cleveland, il 24 febbraio, «abbiamo provocato un disastro, trascurando 1,3 miliardi di musulmani». La questione morale è al centro. Accanto al disastro economico-strategico della guerra irachena (Stiglitz indica un costo di 3000 miliardi di dollari, pagato solo col deficit), c'è questo disastro etico: non meno esiziale. Un'etica che fallisce così miseramente è terribilmente simile al comunismo - e non sorprende che fra i neo-con ci siano tanti eredi del '68 marxista-cinese. Alla fonte l'ideale comunista è buono, ma i risultati sono tali che etica e ideale ne escono lordati irrimediabilmente. Lo stesso accade per le guerre etiche, così come son state imposte dagli esorcisti neo-con d'America ed Europa.
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Je suis très heureux d'être devant vous, non pas pour répondre au nom d'une nouvelle diplomatie, mais pour considérer le nouveau monde.
Je vous dirais très simplement que si j'ai pu participer d'un mouvement de ce nouveau monde, c'était avant d'être ministre.
Devenant ministre des Affaires étrangères de la France, on devient beaucoup plus conforme et même parfois conformiste. Je suis très heureux que vous vous aperceviez, maintenant, de la nécessité d'une nouvelle diplomatie. Nous allons en parler, ce n'est pas une affaire facile.
D'abord, je voudrais dire très généralement que nous avons l'habitude de nous lamenter sur l'état du monde. J'ai vu que Madeleine Albright disait : "je suis une spécialiste de l'observation de la vie internationale et je n'avais jamais vu tant de difficultés". Ce n'est pas vrai : il n'y a pas plus de difficultés maintenant, il y a plus de communication.
Il y a beaucoup plus d'intérêt pour les problèmes et il y a un mouvement du monde qui s'appelle la globalisation. Mais il n'y a pas plus de problèmes, il y a peu de mémoire.
Il y a vingt ans, l'Amérique latine était un continent de dictatures. Ce n'est plus tout à fait vrai maintenant. Je sais qu'il y a un certain nombre de contestations autour de M. Chavez, on peut en parler.
Il y a presque 35 ans, puisque c'était l'époque où nous avons fondé "Médecins Sans Frontières" - c'était en 1971 - dans les années 1970 et 1980, il y avait beaucoup plus de conflits et de guerres qu'il n'y en a à présent. Personne ne s'y intéressait, personne n'en tenait compte, ou très peu de gens.
Il était normal de se considérer dans un monde difficile, dangereux, en guerre. Maintenant, il y en a beaucoup moins. Je ne dis pas que ces conflits n'ont pas d'importance ; ils sont peut-être même beaucoup plus difficiles à comprendre ; ils sont plus difficiles à apaiser peut-être. Il y a le retour du nationalisme, un retour de la violence. Mais il y en a d'autres qui avancent. Madeleine Albright devrait considérer qu'il y a sans doute aussi une attention plus grande pour un monde en développement qui n'existait pas. On ne parlait sans doute pas autant de bonne gouvernance s'agissant des pays en développement. C'est difficile de parler de bonne gouvernance en général. Bien sûr, il y a des tas de problèmes de mauvaise gouvernance, chez nous aussi. Peut-être moins, certes, pas les mêmes peut-être, mais il y a des problèmes partout parce qu'il y a un monde nouveau.
Ce qui le caractérise, c'est la concurrence. C'est le fait que l'économie de marché, comme l'on dit, qui était censée régler tous les problèmes, ne les règlent pas tous. Elle les accentue, elle les exacerbe. Mais finalement, une direction est donnée, une direction très importante qui fait que nous sommes en concurrence avec des personnes qui sont payées moins cher, qui ont autant d'invention, autant d'énergie, autant de force de travail et qui sont concurrents avec les pays développés.
Cela, c'est la globalisation. Et la grande difficulté, c'est d'accepter cela nous-mêmes. La grande difficulté, c'est d'accepter ce nouveau monde alors que pour les pays en mouvement, pour les pays en marche, pour ceux qui font des efforts terribles pour parvenir à élever ce fameux niveau de vie dont nous nous plaignons ici et qui, c'est vrai, n'est plus le même qu'avant, qui en effet accentue les difficultés des uns et des autres dans les pays développés, le monde en développement qui ne se plaint pas, il est tout au contraire extrêmement dynamique.
Le vrai problème est d'expliquer cela aux gens riches. Allez leur expliquer que la richesse est très mal répartie dans nos pays, entre ceux qui gagnent beaucoup d'argent, de plus en plus d'argent et les personnes qui sont dans une difficulté quotidienne et qui pensaient vivre dans des pays où l'avenir était assuré, ce qui n'est plus très vrai. Il faut leur faire comprendre que nous avons encore beaucoup d'avenir et finalement, beaucoup de chance lorsque nous considérons notre façon de vivre par rapport à ceux qui aspirent au minimum, qui aspirent à cette manière de vivre.
Cela, c'est très difficile. Je prendrais un exemple avant de m'arrêter car je souhaite dialoguer et je pense que c'est ce que vous souhaitez également.
Prenons le vrai marqueur, ou l'un des vrais marqueurs, du changement du monde : la santé publique.
Nous qui considérions que dans ce pays béni qui s'appelle la France, il était normal, avec une petite carte verte, de rentrer dans n'importe quel hôpital, sur tout le territoire français, pour être accepté aux urgences, pour y être soigné sans rien payer. Dans la presque totalité du monde, il n'était même pas question d'avoir un hôpital. Cela a changé, c'est en train de changer. Evidemment, lorsque nous demandons aux Français de payer un peu plus pour leur santé, ils ne sont pas contents et ils disent que c'est une régression, je les comprends.
La difficulté est d'expliquer le changement du monde
. Je sais que ce n'est plus tout à fait "rond", que c'est "plat". Je sais, c'est très difficile mais c'est cela qu'il faut faire. Nous avons fait des progrès immenses, globalisés. Nous devons une compréhension plus globale mais pas parfaite de la santé publique du monde. Ce sont des progrès considérables. Mais bien sûr, ils ont nécessité des sacrifices de notre part, de la part des pays riches évidemment. Et ce sont des progrès imparfaits. Nos sacrifices furent également imparfaits. Mais quand même, quelle différence !
Vous savez, je me souviens, c'était en 1997 - ce n'est pas loin, onze années -, lorsque à Abidjan, avec le président Jacques Chirac, nous avons décidé, nous les Français - j'en suis très fier, je fus ministre de la Santé à l'époque -, que nous allions prendre en charge les malades qui n'étaient pas nos malades mais qui étaient malgré tout des malades.
Nous en étions finalement comptables, aussi. Bien sûr, c'était le sida. Bien sûr c'est contagieux, bien sûr c'était l'un des dangers publics, si j'ose dire, en termes, de santé publique. C'était un problème majeur et c'était un problème pour la sécurité nationale de tous mais d'abord des pauvres.
Et maintenant, voyez-vous, il est devenu presque normal, non pas de consacrer assez d'argent, mais il est devenu presque évident, que nous, les riches, malgré nos difficultés, malgré le chômage, mais en tenant compte de ce que l'on appelle la vie chère, nous assurions, l'ensemble de la santé globale du monde.
Nous avons pris le sida en charge, c'est vrai. Pouvons-nous prendre en charge tout le reste des maladies qui sont au moins aussi importantes, je ne le sais pas, je ne crois pas ?
Voilà un exemple de la globalisation. Il est très mauvais, on peut en trouver d'autres. On peut penser que le terrorisme est un exemple de globalisation, qu'il présente des dangers. C'est exact, c'est complètement vrai !
Aujourd'hui, je viens de passer sept heures avec Sergueï Lavrov. Je l'aime beaucoup mais c'est un autre monde.
Nous avons parlé de drogue, mais il n'y a pas que cela. Il y a 15 ans, à peine un peu plus, que la représentation-même du communisme international s'est effondrée. 15 ans, ce n'est rien !
Alors, d'accord, ce n'est pas assez, c'est imparfait, c'est vrai. Mais, quand même, quelle rapidité, quel progrès, quel changement !
Il y a à peine 20 ans, il y avait en Afrique, un grand continent à l'abandon. Maintenant, ce n'est plus vrai, ils ont 6 % de croissance et nous, combien en avons-nous ? 1,5, 1,6 % en France.
Un dernier exemple, c'est l'exemple magique car tout le monde demande plus d'Europe. Tout le monde, le monde entier. Bien sûr, les pays en développement. Et encore, ce sont eux qui en demandent le moins. Mais le modèle est là. L'Union africaine, déjà, se manifeste entre l'Afrique du Sud et la Libye, par deux modèles complètement différents, centralisés ou non. Le modèle quel est-il ? C'est l'Europe.
Nos amis américains, que demandent-ils ? Ils disent que c'est l'Europe qui doit proposer un nouveau plan dans un nouveau monde.
C'est très bien, merci beaucoup, ils sont très demandeurs mais ce n'est pas si facile car nous nous heurtons aux même obstacles. La globalisation des espérances, c'est bien. Mais accepter de faire des sacrifices pour les autres, considérer que cela ne va pas se poursuivre de la même façon, accepter l'idée, très répandue, très dangereuse que nous sommes les perdants, nous les pays riches, particulièrement les pays européens, et la France également, apporte un regard pessimiste sur la globalisation. Nous portons un regard extrêmement sombre sur la globalisation et c'est cela qui les choque.
Il nous faut leur prouver que ce n'est pas facile en ce moment. Cela prendra encore cinq ou dix ans, on ne sait pas, pour que les réformes réussissent pour que nous puissions dégager une énergie suffisante pour agir. Il nous faut reprendre notre marche en avant !
En attendant, le reste du monde marche mieux qu'avant. Bien sûr que nous parlerons des crises. Bien sûr que le terrorisme existe et qu'il progresse, d'une certaine manière. Bien sûr que pour l'Afghanistan rien n'est réglé.
C'est vrai qu'avoir vu M. Ahmadinejad à Bagdad, entouré de 145.000 soldats américains, c'est quand même assez surprenant, n'est-ce pas ?
Il y a là quelque chose qui fonctionne mal dans les visions du monde.
En tout cas, et je voudrais en terminer, la démocratie d'il y a 20 ou 30 ans était un rêve. Un rêve difficile à caresser, à concevoir même. C'est devenu la règle imparfaite, la démocratie, une règle imparfaite mais une règle quand même ! Il n'y a plus d'autres modèles et au contraire, l'on se demande si un peu de rigueur, un peu de brutalité, un peu moins de considération pour les opinions publiques, pour la société civile, pour les ONG, ce ne serait pas plus facile. Eh bien, non, il faut tenir compte de l'opinion de chacun. C'était inimaginable il y a 20 ou 30 ans. Je ne suis donc pas vraiment pessimiste.
Comme vous, je pense qu'il faut établir une nouvelle diplomatie. Mais pour cela, le grand obstacle, c'est soi-même, le grand obstacle, la difficulté, c'est d'accepter que les autres existent, pas comme nous certes, différemment de nous. Et je vous assure que sept heures passées avec M. Lavrov m'ont fait réaliser que nous ne sommes en effet pas complètement pareils, c'est certain, mais, nous ne sommes pas non plus identiques aux pays arabes, nous sommes différents de l'Afrique, nous sommes différents de l'Asie, nous ne sommes pas pareils.
Accepter l'autre, ce serait cela la nouvelle discipline qui formerait une nouvelle diplomatie et nous ne serions pas toujours certains d'avoir raison. Vous savez, la nouvelle diplomatie - je l'expérimente tous les jours, pour moi aussi contre moi-même - c'est de considérer que l'on n'a pas toujours raison. C'est se demander si, après tout, les autres n'auraient pas, de temps en temps, un peu raison aussi, au moins avec nous.
Je vous remercie./.

sabato 15 marzo 2008

Uomini Speranza


Chi vincerà le elezioni? Semplice la "Mafia S.p.A."! Parola di Roberto Saviano

A meno che... leggi l'articolo di Repubblica.it

Vuoi saperne di più? cerca qui

Su YouTube: Roberto Saviano - parte 1; parte 2; parte 3; parte 4; parte 5

Il suo sito
il suo libro Gomorra, nel gennaio 2008 ha superato, solo in Italia, 1.200.000 copie (fonte Wikipedia)

venerdì 14 marzo 2008

Speranza in frammenti

LHASA (Tibet) - Alta tensione in Tibet, negozi e mezzi delle forze dell'ordine sono stati bruciati nel capoluogo Lhasa, centinaia di persone si sono unite alla protesta dei monaci contro il governo cinese iniziata lunedì scorso. Secondo quanto riferito dalle agenzie di stampa internazionali, citando fonti sanitarie, ci sarebbero anche «diverse vittime». Per Radio Free Asia, emittente finanziata da Washington, i morti sarebbero due. Secondo l’agenzia di stampa ufficiale Nuova Cina molti poliziotti sono rimasti gravemente feriti. Le autorità locali, nominate da Pechino, accusano per le violenze «la cricca del Dalai Lama». Ma dal mondo occidentale si leva la protesta contro la repressione militare ordinata dal governo cinese. Il Dalai Lama ha chiesto di interrompere l'uso della violenza. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha rivolto un appello a tibetani e cinesi per «evitare scontri e violenze».
LE CARICHE DELLA POLIZIA - Testimoni hanno affermato che la polizia militare è intervenuta in forze per disperdere i dimostranti e che si sono sentiti degli spari. «C'è fumo dappertutto e si sentono colpi d'arma da fuoco», ha detto un residente che parlava dalle vicinanze del Jokhang, un grande tempio nel centro della capitale. E di spari hanno parlato anche cittadini americani, ha riferito l'ambasciata Usa a Pechino. Nuova Cina ha ammesso che sono stati sparati «colpi di avvertimento e gas lacrimogeni» per disperdere i manifestanti.
MONASTERI ACCERCHIATI - I tre principali monasteri buddisti di Lhasa sono stati accerchiati da migliaia di soldati. I monaci di Sera, il secondo monastero della regione, hanno cominciato uno sciopero della fame. Due monaci di Drepung sono in condizioni critiche dopo aver tentato il suicidio tagliandosi le vene, ha riportato Radio Free Asia, secondo la quale altri monaci stanno compiendo gesti di autolesionismo per protestare contro l’accerchiamento delle forze dell’ordine attorno al monastero e contro l’arresto di alcuni monaci.
…
14 marzo 2008

Speranza in frammenti

La morte di monsignor Rahho, vescovo caldeo di Mosul, riporta al centro dell’attenzione la drammatica situazione dei cristiani in Iraq. Pochi mesi fa una catena di attentati ha colpito le chiese di quella provincia. L’estate scorsa un prete e alcuni diaconi erano stati uccisi. Nel 2005 anche il vescovo siriaco della città, Casmoussa, era stato rapito e poi rilasciato. Il tasso di violenza che regna nell’area è molto alto. Mosul è città contesa tra curdi, arabi sunniti e turcomanni, un conflitto sul quale si è innescata anche la “pulizia religiosa” condotta da gruppi islamisti che hanno approfittato delle tensioni etniche locali per colpire i cristiani. Geograficamente nel Kurdistan iracheno, Mosul è sotto controllo dei peshmerga: le forze speciali americane non effettuano operazioni antiterrorismo nell’area. Una concessione politica, prima ancora che militare, che gli Usa hanno fatto a uno storico alleato come i curdi. Una scelta che ha favorito l’arrivo nel Nord degli islamisti in fuga dalle province centrali, scacciati dagli americani e, soprattutto, dagli shawas, i membri delle milizie armate sunnite un tempo loro alleati. Senza alcuna tutela, in un clima in cui la polarizzazione tra sunniti e curdi per il controllo della città non lascia spazio a identità terze, i cristiani sono divenuti oggetto di crescente violenza. Molti hanno lasciato il Paese, alimentando l’imponente esodo iniziato dopo il 2003; altri, in una situazione in cui a tutti viene chiesto di schierarsi da una parte o dall’altra, hanno preferito convertirsi all’islam.
Una situazione che è anche il prodotto oggettivo della nuova politica americana in Iraq. Identificati cinque anni fa come il nemico, i sunniti sono ora tornati nelle grazie di Washington. Il timore per la crescente influenza iraniana sul paese, a larga maggioranza sciita, e la necessità di togliere agli jihadisti l’acqua in cui nuotano, hanno spinto Washington a rimescolare le carte. Il successo del generale Petraeus non è comprensibile senza mettere a fuoco il fenomeno della shawa, il risveglio sunnita. Ma se la politica di «riconciliazione nazionale» mette fine all’inconsulta epurazione di massa voluta dall’allora governatore Bremer, innesca anche un effetto domino che manda in fibrillazione i gruppi etnici e religiosi usciti vincitori dalla guerra. Il risveglio sunnita assume, infatti, anche il volto di ottantamila miliziani pagati dagli Stati Uniti. Si tratta degli stessi uomini che sino a un anno fa sparavano addosso ai marines e venivano chiamati terroristi, ribelli, insorti. In guerra, si sa, il fine giustifica i mezzi: e il nemico di ieri non è detto sia quello di oggi. Gli shawas sono inquadrati da leader radicati nel territorio e capaci di controllare parte rilevante della popolazione sunnita che, nel vuoto di potere lasciato dalla scomparsa del partito-stato, è tornata a guardare alle lealtà religiose, tribali, claniche. Entrati in conflitto aperto con gli jihadisti «stranieri», privi ormai di santuari in cui rifugiarsi, gli shawas stanno contribuendo in maniera determinante alla loro sconfitta: nonostante gli inevitabili colpi di coda del qaedismo. Il risveglio sunnita non è, però, privo di incognite. Genera tensioni a Mosul, città divenuta a maggioranza sunnita dopo la politica demografica voluta da Saddam ma rivendicata dai curdi; e inquieta gli sciiti. L’emblematica visita di Ahmadinejad a Baghdad è anche un messaggio rivolto dagli sciiti iracheni agli americani: tanto più punteranno sui sunniti, tanto più sarà necessario bilanciare il loro crescente peso volgendo lo sguardo verso i confratelli iraniani. A sua volta Teheran guarda alla svolta sunnita come all’ennesimo tassello di una politica che mette in discussione quel ruolo di potenza regionale che l’Iran ha assunto dopo la fine dei regimi ostili delle potenze laterali, l’Afghanistan e lo stesso Iraq. Ruolo destinato a crescere in futuro per effetto del ritiro americano e della corsa al nucleare. Gli iraniani, così come gli sciiti iracheni, sanno che il risveglio sunnita è ancora fragile; ma se questa fragilità venisse superata con la nascita di un «partito della shawa», incoraggiato da un sostegno politico, religioso e finanziario esterno, scatterebbero le contromisure. Tanto che non è esclusa la messa in campo di gruppi capaci di svolgere, con ben altra efficacia, il ruolo politico e militare esercitato in passato dall’Esercito del Mahdi. Formazione oggi in disarmo non certo a causa del soggiorno del suo leader a Qom, destinato formalmente a far acquisire a Moqtada al Sadr quel sapere teologico capace di conferirgli una legittimità religiosa sempre mancata; ma perché Teheran ha sin qui preferito mantenere il conflitto con gli americani allo stato di latenza. È possibile, dunque, che gli americani debbano fare fronte in futuro non tanto all’indebolita jihad qaedista ma a quella, ben più problematica, iraniana in versione di politica di potenza. Le dimissioni dell’ammiraglio Fallon, comandante delle forze militari americane in Iraq e Afghanistan, hanno a che fare anche con l’inevitabile sbocco della nuova politica Usa. Tutti i gruppi etnici e religiosi iracheni sono coinvolti, direttamente o indirettamente, nel puzzle creato dalla svolta sunnita di Washington. A loro spese lo hanno capito anche i cristiani. (14 marzo 2008)

Un'analisi della situazione in CorriereTV.it

Frammenti di Speranza


In Italia non sono in molti a conoscere questa donna, ma il Times nel 2005 l’ha inserita nella lista delle «persone straordinarie che affrontano sfide che gli altri preferiscono evitare, ricordando a tutti quanto una sola persona, perfino di fronte alle avversità, possa fare».

Probabilmente, da martedì sarà «più esposta, e ancor più lo sarà nel medio termine», dice Tano Grasso, presidente onorario della Federazione delle associazioni antiracket (...), alla presentazione di Il coraggio di Angela, fiction in due puntate (RaiUno, lunedì 17 e martedì 18 marzo) che racconta la vicenda di Silvana Fucito, l’imprenditrice di Napoli che davanti al racket ha incrociato le braccia e ha fatto arrestare gli estorsori...

...La storia di Silvana, commerciante, tre figli, comincia nel 2002. Resiste ai tentativi di estorsione da parte della camorra: le costa un incendio che distrugge il suo negozio... Brucia il pianterreno di un palazzo di sette piani, si sfiora la strage. Lei rompe il silenzio, denuncia, manda in galera quindici persone...

La fiction racconta la storia di Silvana (sullo schermo si chiama Angela) e dei suoi sforzi per strappare agli ingranaggi del crimine un giovane, nipote di una cugina... È proprio questo, secondo Grasso, l’aspetto che mette a rischio Silvana, l’azione educativa: un atteggiamento che la criminalità giudica più pericoloso della denuncia. Quello che la mafia non tollera «è che qualcuno agisca per evitare che le sue fila si ingrossino»... [Silvana] vive sotto scorta «non perché ho denunciato... ma per l’alone di eroismo che mi porto dietro, non mi facevo i fatti miei, facevo volantinaggio, dicevo ai commercianti di denunciare. Davo fastidio». Però, continua, «non ci si può sempre tirare indietro, mi hanno distrutta ma ne sono uscita vittoriosa. Se uno si prende delle responsabilità, le cose possono cambiare». Per questo ha accettato che la sua storia fosse raccontata, «per far sapere alla gente che si può dire no al racket. Ho avuto, non so da chi, il compito di portare avanti questa battaglia. Si può uscire dalla morsa continuando a lavorare con tranquillità. Nessuno di noi ha ricevuto contraccolpi. Ben venga se ho dato il mio negozio per questo».

«Vorrei che i napoletani fossero più reattivi - dice - invece ci abituiamo a tutto. Alla camorra, e ora anche alla spazzatura. Ci dobbiamo prendere le nostre responsabilità. Vorrei che tutti guardassero al mio come un gesto di liberazione. A Napoli la gente è depressa, in città non ci sono più turisti, il traffico è paralizzato. Quand’è che ci sveglieremo?».

giovedì 13 marzo 2008

Gesù, Colui che si lascia consegnare nella fiducia al Padre e a vantaggio degli uomini

Durante la celebrazione eucaristica della domenica delle Palme, si leggono i capitoli relativi alle ultime ore di vita di Gesù, il cosiddetto Passio. Esso, oltre a essere molto lungo, ha anche una tale ricchezza di contenuti da renderne impossibile un’analisi esaustiva: siamo infatti di fronte all’attestazione scritta dell’evento fondante e allo stesso tempo definitivo della vita umana. È il nucleo incandescente del Cristianesimo!
Non si può dunque fare altro che scegliere una delle molte prospettive possibili che il testo suggerisce e provare a seguirla, consapevoli di lasciarne fuori molte altre…
Quella che a me sembra più promettente è la focalizzazione sulla libertà di Gesù, sul suo modo cioè di entrare in questa drammatica storica, in queste ore della sua vita, nei suoi rapporti, nelle sue sensazioni, reazioni, parole…
E in proposito prima di scorrere il testo stesso, mi sembra opportuno fare due premesse:
1- Troppo spesso il Vangelo (e in particolare questa sezione) viene letto come se fosse “la storia di Gesù” (c’è quella di Cappuccetto Rosso e c’è quella di Gesù…), un insieme cioè di parole da cui va tratto un insegnamento o delle informazioni sul protagonista… Il problema è che questa prospettiva è troppo riduttiva: così facendo infatti si perde proprio la realtà storica dell’evento e la drammatica che lì si snoda; soprattutto si rischia di togliere Gesù da questa realtà, rendendolo una sorta di ectoplasma cosmico, inconsistente, indifferente agli eventi… come se lui fosse appunto ormai lassù nei cieli e, quanto si racconta di lui, abbia solo uno scopo edificante o informativo. La Parola di Dio invece è accesso reale (insieme ai sacramenti e alla faccia dei fratelli) alla singolarità di Dio, che è la libertà storica realizzata in Gesù. Noi confessiamo infatti «Gesù Cristo è Signore!». Per questo è così fondamentale che la drammatica (lo svolgersi in un dramma) della vita di Gesù, attestata nei Vangeli, ci incontri veramente, ci tiri come dentro alla storia stessa che ha vissuto Lui, si incroci e intrecci con la nostra. Altrimenti Egli sarà sempre estrinseco alla mia vita, non la intercetterà mai veramente, restando solo un buon modello di vita, un esempio da seguire, ma non Colui che mi tocca nelle viscere, mi seduce, mi convince, mi salva e mi ama.
2- Seguendo invece questa prospettiva (di lasciarci tirar dentro allo snodarsi degli eventi che hanno implicato Gesù, per guardarli dal di dentro), seguendo questa prospettiva, appunto, mi pare che sia utile porre all’inizio due linee guida che ci evitino di disperderci strada facendo e invece fin da subito ci delineino il percorso, ponendo in campo quali sono le convinzioni forti che guidano Gesù stesso mentre costruisce le sue ultime ore di vita. Tali punti di riferimento li rintraccio entrambi nella I e II lettura, che mi paiono accostate a questo Vangelo proprio per aiutarci a trovare queste chiavi interpretative:
- La prima è che Gesù in tutto quanto fa, vive, decide, si riferisce sempre ostinatamente a qualcun Altro; ciò su cui, contro ogni logica, continua a insistere è infatti proprio il riferimento al Padre suo. Su questa cosa non cede di un millimetro, per cui tutto quanto leggeremo sullo snodarsi delle sue ultime ore di vita va collocato in questa prospettiva: «Il Signore Dio mi assiste».
- La seconda è che oltre al Padre, c’è anche un altro riferimento imprescindibile per Gesù: «perché io sappia indirizzare una parola allo sfiduciato», «perché ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: “Gesù Cristo è Signore!”». È cioè il riferimento agli uomini, all’umanità tutta, che nelle sue ultime ore di vita, prende i volti precisi di quelli che gli stanno intorno. Ogni altro personaggio che incontra in questo svolgimento drammatico della sua libertà non è infatti mai “neutrale”; per ciascuno di essi Gesù ha proprio questo sbilanciamento: scegliere chi essere per loro.
Nel costruire la sua libertà dunque, quel suo pezzettino personalissimo di storia, scegliendo cioè volta per volta, di reazione in reazione, parola per parola (…) chi essere, lo fa sempre tenendo ben a mente questi due fondamentali riferimenti: il Padre e gli uomini. Egli cioè sceglie come muoversi, cosa fare e, in fin dei conti, chi essere, in base agli uomini, al suo amore per loro, e confidando nella fedeltà del Padre.

Posti questi due grandi binari, possiamo allora provare a percorrere il farsi uomo di Gesù in queste ore…

L’ouverture di questa grande scena finale del Vangelo è collocata immediatamente nell’atmosfera di una nitida consapevolezza di Gesù sul fatto che ormai ci siamo… Ai suoi discepoli che gli chiedono dove vuole che sia preparato per la Paqua, risponde infatti dicendo «Il mio tempo è vicino».
Questa sua lucidità nel leggere la situazione ci permette immediatamente di collocarci nella giusta prospettiva: Gesù non subisce quello che sta avvenendo, non siamo di fronte ad un capitolare inaspettato degli eventi… Siamo invece dentro alla vicenda umana di uno che ha un’intelligenza chiara della realtà che lo circonda.
Tanto chiara da non essere vittima incosciente delle trame che si tessono intorno a lui: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Non è cieco nemmeno sulle dinamiche interne al suo gruppo, ai vicini, quelli di cui è sempre così difficile avere una visione limpida, perché gioca troppo fortemente l’affettività. Eppure, con un tono di tristezza mortale, che seppur non descritto si può facilmente evincere dal dialogo con Giuda, Gesù dichiara inesorabilmente la sua consapevolezza: «Il Figlio dell’uomo se ne va» e «Tu l’hai detto».
È dentro a questo contesto di grandissima lucidità sulla realtà che va posta anche l’ultima cena e il significato che Gesù ha voluto darle: «questo è il mio corpo», «questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati». Ponendo questa identificazione tra pane e corpo, vino e sangue, Gesù ha come spiegato in anticipo il dono di sé sulla croce. Non so se Gesù sapesse già come, quando e dove sarebbe morto… ma di certo a questo punto sapeva sicuramente che sarebbe morto, e che sarebbe morto presto… E pone in campo il massimo della prossimità possibile: rendersi mangiabile, diventare dunque così intimo ad un altro da far parte di lui, in tutta la propria sostanza (corpo e sangue).
È il gesto di uno che sta per morire, che sa che sta per lasciare i suoi e che è l’ultimo momento che li ha lì… e cerca con loro la comunione più grande… dimostrando in questo modo il suo attaccamento alla vita, al mondo, ai volti amati… È la stessa prossimità che cerca anche un attimo dopo sul monte degli Ulivi, nel podere chiamato Getzemani, quando, cominciando «a provare tristezza e angoscia», ai “discepoli delle occasioni importanti” (Pietro, Giacomo e Giovanni) dice: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Ma i discepoli non hanno la sua stessa lucidità… a guardarli, nonostante le parole dette a cena da Gesù e l’avvertimento «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo», sembra non abbiano percepito l’imminenza e la portata di quanto sta per accadere; infatti: «venne dai discepoli e li trovò addormentati», «Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti».
Eppure proprio mentre loro dormono Gesù vive uno dei momenti più intensi di queste ultime ore della sua vita: entra in dialogo col Padre suo. È forse ciò che lo abilita a vivere tutto quanto seguirà: infatti è come se si ritagliasse uno spazio e un tempo sacro, cioè separato, riservato per fare il punto della situazione col Padre suo… è il momento del prendersi in mano, del decidere chi essere, per poi tornare nella sequenza frenetica degli eventi ed esserlo.
Vorrei che ci fermassimo un attimo su questa preghiera di Gesù: un po’ perché ci mostra quanto la nostra idea di sacro sia lontana da quella che vive lui in questo momento; un po’ perché egli vive fino in fondo quello che dovrebbe essere la preghiera, e cioè l’accedere a Dio non meno che a se stessi. Anzi, accedere a se stessi, nell’unico modo possibile: riconoscendoci cioè nell’identità che il Padre ci dà, l’unica vera, quella di un figlio amato. E non di un qualunque figlio, ma di questo figlio singolarissimo e irripetibile che sono io.
È per questo che è così importante questo momento per Gesù stesso, perché è come se si fermasse un attimo nel vortice degli eventi e facesse memoria della sua identità, per viverla immediatamente dopo in quello che gli sta per accadere. In questo senso mi pare vadano lette tutte le affermazioni che egli pronuncia rivolgendosi al Padre: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!», «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà»; affermazioni che stanno appunto come in evoluzione, per culminare nella scelta su chi essere: «Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». Gesù ha scelto di essere Colui che si lascia consegnare nella fiducia al Padre e a vantaggio degli uomini.
D’ora in avanti tutto quanto vivrà sarà come lo svolgersi analitico di questo momento sintetico.
Dapprima l’arresto, con le parole di Gesù che rivelano tutte come un’amarezza di fondo: «Amico, per questo sei qui!»; «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato». Ma non è un’amarezza che lo inasprisce o che lo rende aggressivo: sembra più un’ironia sconfortata, la sua… che culmina nell’abbandono da parte di tutti i suoi: «Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono». Cosa anche questa che peraltro Gesù sapeva di dover affrontare («Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”») e per la quale aveva già sorriso amaramente in precedenza, quando Pietro aveva offerto le sue generose rimostranze: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò».
Ma ormai Gesù è in arresto, processato arbitrariamente e continua a mostrarsi in silenzio: «Gesù taceva». Non parla più, non prova a spiegarsi, non tenta di convincere: ha capito che non c’è più spazio per la verità che lui ha da dire, troppo eversiva per il potere costituito; tant’è che quand’essa emerge per bocca di Caifa «sei tu il Cristo, il Figlio di Dio», essa è usata come motivo di condanna.
La stessa scena si ripresenta con Pilato, dove interessante è vedere come ancora una volta siano gli altri a dire la verità su Gesù (anch’egli infatti gli chiede «Sei tu il re dei Giudei?»), mentre Gesù, oltre a rispondere, per la terza volta, come a Giuda prima e a Caifa poi, «Tu lo dici», non fa altro che tacere: «non rispose nulla», «non gli rispose neanche una parola». Ormai infatti la verità di Gesù, la sua identità è entrata in contatto col sistema immunitario del potere, che non ha altra intenzione che espellerlo, come un germe pericoloso. È proprio perché la sua verità è vera che è così pericolosa, tant’è che tutti la affermano, ma ormai davvero solo per eliminarla.
Gesù è così condannato, flagellato, spogliato, sbeffeggiato, sputato, percosso, crocifisso, tentato: «salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Ma in tutto questo Gesù continua a incarnare l’uomo (e il Dio) che ha scelto di essere: Colui che si lascia consegnare nella fiducia al Padre e a vantaggio degli uomini. È infatti completamente passivo: si lascia fare, come aveva deciso al Getzemani. L’unica cosa che fa attivamente è la scelta di rimanere lucido: «gli diedero vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere».
E così, lucido e consegnato, è anche il modo in cui muore…
Fedele a se stesso, a Dio e agli uomini: a quel suo modo di essere Figlio che per tutta la vita aveva costruito nella relazione col Padre; a quel Dio che anche nell’angoscia della morte è comunque sempre interpellato come un Tu: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?»; e a quegli uomini per i quali, solo, aveva scelto di essere Dio così. E è di questo Figlio che noi diciamo «è Signore!».

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo

La passione, morte, risurrezione di Gesù è il “racconto primo”, il racconto originario attorno al quale è nato il Nuovo Testamento e tutto il cristianesimo fino a noi. L’Esodo era il “racconto primo” del Testamento Antico, la storia di cosa capita ad un popolo quando Dio si occupa di lui… e di cosa capita a Dio quando si occupa di un popolo. Questo è il racconto, la storia “incredibile”, di cosa capita a Dio, se si fa uomo. E, insieme, il racconto di cosa capita agli uomini e alle donne, a incontrare Dio “apparso in forma umana” nella loro vita. Ecco perché gli amici di Gesù hanno una storia da raccontare, che gli esplode in cuore, un dramma doloroso e gioioso insieme: doloroso perché è l’omicidio, preparato e programmato, del loro grande amico e maestro – e anche loro l’hanno rinnegato e abbandonato; gioioso perche ne è scaturito il perdono e la salvezza del mondo ‑ e non solo la sua ma la loro rinascita alla vita (adesso ne sono convinti… da morire!). Pietro annuncia la bella notizia ribadendo in ogni occasione: “Sappia dunque con certezza tutta la casa di Israele che Dio ha costituito Signore e Cristo quel Gesù che voi avete crocifisso!”
Un dramma unico nella storia, con tanti personaggi, che ruotano attorno a questo protagonista “misterioso”, il quale, di fronte alla sfida diretta di Caifa sulla sua misteriosa identità divina (dicci se sei il Cristo, il figlio di Dio?) non solo finalmente consente, ma ne afferma la coincidenza con la propria umanità crocifissa e glorificata (“fin d’ora” vedrete il figlio dell’uomo che siede alla destra della Potenza e viene sulle nubi del cielo”). Era sempre stato reticente su questo arcano segreto messianico troppo facilmente equivocabile. Adesso sta per morire, abbandonato da tutti, nessuno più equivocherà sul Messia che deve venire con potenza e forza… perché invece lascia vedere ai suoi discepoli, nell’orto, e poi a tutta la gente – nei processi, nelle torture, sulla strada del calvario ‑ il mistero imperscrutabile della sua persona umana e divina: “pur essendo di natura divina, svuotò se stesso assumendo la condizione di servo, obbediente fino alla morte e alla morte di croce…”
…questa via crucis che lo sprofonda negli abissi della sventura umana, è ancor oggi il cammino nel quale ognuno di noi deve entrare, il dramma che ci coinvolge, da cui non possiamo più esimerci, consapevoli o meno. Perché lì Gesù ha svelato all’uomo la sua verità. Ha patito sulla sua pelle il senso delle grandi domande sulla vita e la morte, l’amore e l’odio, il corpo e lo spirito… sulla speranza e la disperazione - e sull’incomprensibile silenziosa assenza di Dio da questo mondo.
…d’ora in poi questo dramma rimane incancellabile nel cuore dell’uomo e la nostra storia stessa ormai si svolge all’interno di questo racconto e ne rivive (in vario modo) il percorso nelle sue tappe drammatiche: il Getsemani e la decisione angosciosa di consegnarsi totalmente al Padre; la miserabile ragion di stato degli uomini di potere che devono torturare ed eliminare (magari loro malgrado) colui che non svende la libertà di amare; la debolezza umana di chi è stato amato, ma tradisce o rinnega l’amore, per non subire la stessa sorte mortale; il calvario, ove l’innocente è crocifisso tra i delinquenti e la morte segna la sua ultima vittoria nel grido inarticolato del Giusto, abbandonato da Dio; e poi la fine di tutto, i discepoli spariti… le donne “sedute di fronte al sepolcro” impietrite – la loro speranza seppellita!
È lungo questo tragico percorso che Gesù è diventato la chiave per intendere tutta la Scrittura, adesso lo devono capire, e Gesù glielo rispiega varie volte dopo la risurrezione. Come capiscono che cosa voleva dire definendosi “via, verità e vita”. Perché è lui la chiave anche per intendere e vivere la storia di ognuno e del mondo. La sua “ora”, che incombe su di lui da tutta la vita, suona non tanto per lui, che, nonostante l’angoscia mortale e la debolezza della carne, era pronto. Ma per noi, perché ormai la croce è il segno e la misura di verità della nostra esistenza e del suo senso. Nel groviglio inestricabile del nostro cuore affamato scopriamo cos’è davvero l’amore e l’amicizia, rispetto all’improntitudine presuntuosa delle parole e l’inconsistenza della fedeltà. Siamo messi a nudo, perché chiamiamo ‘amore’ l’appropriazione dell’altro per il nostro bisogno di gratificazione, sicurezza o consenso. Crediamo ‘dedizione’ la compiacenza di appartenere al personaggio o al gruppo importante o vincente. Questo amore egocentrico è pronto a tradire e rinnegare, appena il suo “oggetto amato” diventa debole e povero, e non ha più niente da darci…
Allora non c’è che il silenzio dello scoramento, l’impressionante silenzio di Gesù! Nonostante qualche invito accorato e velato agli apostoli a vegliare con lui, accudirlo un poco… nessuno osa entrare nell’abisso che lo abita. Allora li lascia dormire… il sonno pesante che censura e anestetizza il dolore. Ma non risponde più né a Caifa, né a Pilato, né ai soldati che lo torturano, se non il minimo, e poi tace. Non ci sono parole che possano dire la solitudine interiore che lo devasta… Come può spiegare che è l’amore per l’uomo che l’ha condotto a questa solitudine, se non ha attorno nessuno che lo voglia provare?… Ha tentato qualche accenno agli amici più intimi, nella fiducia che poi si ravvedano (prima che il gallo canti… mi rinnegherai tre volte) e persino a chi lo sta tradendo, per fargli misurare che l’amicizia non ha mai pentimenti (amico, perché sei qui?).
Ha vissuto l’amore fino alla morte, perché l’amore non è difendibile, non ha armi o eserciti… (metti la spada nel fodero: chi vuol difendere l’amore con la spada o la forza degli eserciti entra nella logica della violenza e ne sarà travolto). L’amore non è neanche difendibile con le armi della ragione o del buon senso o per preservare altri beni che ci sembrano altrettanto grandi… Neanche può essere garantito dalla giustizia dei codici civili ed ecclesiastici, che non possono contenerlo e militano sempre sotto il motto unicuique suum: a ciascuno quanto gli spetta – dunque ancora la competizione! In nessun codice sarà mai ammissibile che uno si assuma le sventure e i peccati degli altri… Il crocifisso è il mistero dove scoppiano e svaniscono per insensatezza tutte le nostre facili obiezioni: ha salvato gli altri… se badava un po’ più a sé! - -se è figlio di dio (se la sua strada è quella giusta), perché dio non lo difende?
Di fronte al crocifisso tutti questi sono modi più o meno felpati di salvare la propria vita… e abbandonare il malcapitato alla sua sorte. Rinnegando così l’amore, che esiste solo crocifisso. Una inesorabile sorte incombe su chi sceglie di amare (sceglie!?… “ha in dono”!). Ma non è una minaccia dall’esterno, è la sua stessa dinamica costitutiva: essere dono di sé stesso all’altro per la salvezza di tutti! L’amore è totalmente incapace di salvare se stesso. Il senso dell’amore è far crescere la vita dell’altro con la propria vita. Di alternative ne esiste una sola: mangiare più o meno garbatamente la vita dell’altro – oppure, insieme, affrontare la stessa avventura... “cristiana” di lasciarsi mangiare!
Gesù aveva premesso l’Eucaristia alla sua passione, proprio per spiegarne il senso, perché potessimo farne memoria e nutrimento, per sempre… Fino a quando celebrerà, come ha promesso, la cena definitiva con tutti noi, nel Regno del Padre suo e nostro. L’eucaristia, in quanto compartecipazione alla sua passione, diventa la nuova alleanza per la remissione dei peccati, cioè per la salvezza del mondo. Non perché Dio abbia bisogno di un sacrificio di sangue, ma perché l’amore agli uomini e al Padre non ha misura… “Ha confidato in Dio”, come dicono i sacerdoti e i capi, sarcastici sotto la croce, che contestano (come noi!) proprio il cuore del mistero di suo Padre: che lo ama di un predilezione che non lo libera dalla croce!
La resurrezione, che è raccontata dopo la passione e la morte, in realtà è interna alla stessa crocifissione. Chi muore così, ha già vinto la morte perché non ne ha subito il ricatto, ma ha consegnato tutto il suo spirito all’amore. Per questo, ormai, il suo corpo non può rimanere nella tomba, è incontenibile in questo mondo di morte. Eccone i segni premonitori: il velo del tempio è stracciato, perché non serve più a nascondere un Dio esibito come un delinquente crocifisso; le forze invincibili che tengono legate la terra e le rocce e la morte sono sconvolte… e comincia dentro le tombe il misterioso contagio della risurrezione (molti corpi dei santi che vi giacevano risuscitarono… e dopo la risurrezione di lui, apparvero a molti…). Il centurione, infine, e quelli che erano con lui (strani “angeli” dell’ultima definitiva notizia della storia religiosa!) – anche loro sconvolti da grande spavento, annunciano: Davvero costui era il figlio di Dio!

…non sapevano di annunciare la Pasqua!

domenica 9 marzo 2008

È solo la fiducia nella Vita che colloca convincentemente la morte

Ed ecco che la liturgia della Quaresima, avendoci accompagnato, nel suo svolgersi, all’incontro con le grandi questioni della vita – quelle che la rendono appunto umana, umanizzata (il male – Mt 4,1-11; l’identità di Dio – Mt 17,1-9; la fonte-senso della Vita – Gv 4,5-42; il valore normativo dell’incontro personale con Gesù – Gv 9,1-41) – ci porta ora nel problema dei problemi, nell’ostacolo insormontabile, nell’ineluttabilità che soffoca il gemito vitale che è in noi… la morte… Il vangelo di Giovanni 11,1-45 infatti pone proprio in campo una scena chiarissima di incontro-scontro con questa realtà.
Interessante che protagonista di questo imbattersi sia proprio la libertà di Gesù; interessante soprattutto perché, mentre noi tendenzialmente parliamo del rapporto Gesù-morte come del rapporto Gesù-e-la sua propria morte, qui invece è messo in campo un imbattersi di Gesù con il mistero della morte di un altro…
E questo, da principio, ha un valore importante e confortante perchè ci rivela un Gesù, che anche in questo segue i percorsi comuni degli uomini: come tutti infatti si trova a confrontarsi con il mistero della morte, innanzitutto scontrandosi con la morte di un altro, proprio come avviene anche per noi che ci accorgiamo/ricordiamo del morire quando muore qualcun altro.
Neanche Gesù quindi nasce già capace di morire, di dare la vita, come se questo in lui avvenisse senza uno scontro con la drammatica umana. Anzi anche per lui, come per tutti, l’elaborazione della realtà del morire (del passaggio dal si muore, all’io sono destinato a morire), si dà dentro ad una drammatica storica, che nello scontro con la morte di una persona amata, mi anticipa la mia stessa morte e mi chiede un prenderne coscienza, che si evolve poi in un pensare la cosa, in un renderne ragione, in un’introdurla in un orizzonte di senso (sensato appunto).
Inoltre questo mettere in scena l’incontro della libertà stessa di Gesù con la morte dell’amico Lazzaro, ha un valore importante perché nel percorrere lo svolgersi di questa drammatica (anzi essendoci tirati dentro, come se anche noi fossimo là), emerge l’identità stessa di Gesù di fronte al male radiale, emerge chi lui sceglie di essere di fronte alla questione delle questioni, la sua singolarissima presa di posizione dinanzi alla morte: cosa, anche questa, tipicamente umana, perchè ogni uomo per vivere deve prendere posizione di fronte alla consapevolezza della sua propria morte: «chi ha paura di morire, ha anche paura di vivere», fa dire D’Alatri a Giuseppe ne “I giardini dell’Eden”. E infatti, gli fa eco Fabrizio Moro, nella sua canzone “Pensa”, che dice: «in fondo questa vita non ha significato se hai paura di una bomba o di un fucile puntato»; e chissà se sapeva di richiamarsi alla Bibbia stessa… nella lettera agli Ebrei, quando al capitolo 2,15 si dice: «per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita».
E allora, poste queste note introduttive, proviamo a percorrerla questa drammatica che Giovanni inscena…
Come dicevo siamo ancora una volta posti nel marchingegno giovanneo che ci chiede di lasciarci tirar dentro nella scena stessa. Non si può infatti leggere questo autore (e in generale nessun vangelo) come se fossimo gli spettatori di uno spettacolo da cui alla fine possiamo/dobbiamo estrarre un in segmento morale o un connotato di Gesù, dedotto appunto dal suo agire. No! Giovanni ci chiede di andare anche noi sul palco e interagire nel dramma: perché chi è uno, lo si capisce solo vivendoci assieme, interagendo con lui…
Solo per questa via scopriremo dunque qual è l’identità di Gesù; solo così ci sarà talmente prossimo da plasmarci l’anima, proprio come fanno quelli che, nel bene e nel male, vivono con noi.
Salendo dunque sul palco… vediamo che il racconto è molto lungo, compaiono diversi personaggi e ci sono anche ambientazioni diverse.
Dopo un’introduzione in cui ci viene detto che Lazzaro, fratello di Marta e Maria, è ammalato, vediamo che Gesù risponde a questa notizia riecheggiando le parole che aveva detto a proposito del cieco nato; in quella situazione infatti Gesù aveva subito svincolato la menomazione fisica del cieco dal peccato e aveva invece immediatamente messo quell’uomo in relazione a Dio «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio». Anche qui avviene la stessa operazione di legare intimante l’identità ferita dell’uomo (malattia) con Dio: «Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio». Segue poi subito la notazione che Gesù amava molto questi suoi amici e quindi in un certo senso ci aspetteremmo una certa urgenza nel raggiungerli… Invece: «rimase ancora due giorni nel luogo in cui si trovava».
Tutto questo denota una certa tranquillità di Gesù, che certo non ha fretta di arrivare da Lazzaro.
Scopriamo poi che in effetti qualche problemino nel raggiungere l’amico c’era; e glielo ricordano i discepoli stessi: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ritorni là?»; forse anch’essi un po’ preoccupati per la loro sorte, come fanno trapelare le parole di Tommaso: «Andiamo anche noi a morire con lui».
Fatto sta che Gesù sembra affrontare la questione in modo del tutto sereno, tant’è che commenta quanto sta accadendo quasi con parole di gaudio: «Lazzaro è morto e godo per voi di non essere stato là, affinché crediate».
Lo stato d’animo di Gesù però quando giunge sul posto e vede, una alla volta, le due sorelle, sue amiche, inizia a cambiare. Entrambe infatti gli propongono la stessa dolce e struggente rimostranza: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto».
Queste parole, che da un lato mostrano la grande fiducia di queste donne nel loro amico Gesù, dall’altro però introducono quest’ultimo dentro alla drammatica di quanto accaduto… Gesù respira qui la pesantezza che trasuda dalla sofferenza del cuore materno di queste donne… lo respira e gli entra come dentro…
Tant’è che già con Marta, alla quale pure dice parole di grande speranza e ancora tenendo ben saldo il riferimento della sua posizione di fronte alla morte («Io sono la risurrezione e la vita»), usa però toni che si caricano sempre più di pathos. Finché il culmine arriva quando al sopraggiungere di Maria «Gesù […] fremette interiormente, si turbò, […] pianse».
È frastornante per noi leggere queste cose di Gesù, soprattutto perché, come si vede bene scorrendo le parole che precedono questa falla che si apre nei suoi occhi, lo abbiamo visto finora molto tranquillo, sicuro, sereno. Non ci aspetteremmo certo questa cosa; verrebbe da dire anzi: ma se sapeva che la malattia di Lazzaro «non è per la morte, ma per la gloria di Dio», che «Lazzaro si è addormentato ma» lui può «risvegliarlo»; se addirittura aveva detto ai discepoli che godeva «di non essere stato là» affinché essi credessero e a Marta che suo fratello sarebbe risorto… beh… che piange a fare ora?
Beh, piange, perché sebbene egli abbia indubbiamente un riferimento saldissimo a cui fare appello nell’attraversamento della drammaticità della vita («Padre, ti ringrazio di avermi ascoltato. Sapevo bene che tu sempre mi ascolti»), tuttavia non viene mai meno alla tragicità che essa introduce nelle viscere umane… tant’è che ancora una volta di lui è detto che fu «scosso da un fremito in se stesso».
È non saltando questa drammaticità che Gesù stesso impara a costruire un orizzonte di senso in cui collocare anche la morte. Non la banalizza, non la considera semplicemente superabile con un miracoletto, ma ne vive la tragicità, se ne lascia scarnificare… e così facendo, le trova una collocazione… una collocazione che, per lui come per ogni uomo, o è persuasiva o, alla prova della vita, non tiene… La sua collocazione invece terrà… tant’è che Gesù… appunto saprà morire, dare la sua vita, rimanendo saldo al suo riferimento convincente: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito». È solo la fiducia nella Vita allora che colloca convincentemente la morte.

E mi piace poter mettere qui in conclusione uno stralcio di un lavoro di Carlo Molari intitolato “Esperienza personale di fede nella maturità. La vita spirituale e la maturità della fede”. Egli parla infatti de I criteri della morte:

«Le riflessioni antropologiche non possono essere compiute senza un serio confronto con la morte. La morte, infatti, non è un incidente, bensì il traguardo ultimo di ogni impresa vitale e quindi è il criterio supremo della vita: noi siamo in questa fase di esistenza per diventare capaci di uscirne. Partiamo da una metafora chiara. Il feto resta nel seno della madre finché diventa capace di venirne fuori in modo vitale. Per lui la nascita è la fine di uno stadio. Il che significa che tutto ciò che capita al feto è valutabile secondo il rapporto che ha con la fine che lo attende. Ciò che favorisce la sua uscita dal seno materno è bene per lui. Ciò che, invece, la impedisce è male. Analogamente noi siamo in una situazione che è destinata a finire. Ciò che nella vita ci consente di finire bene è giusto, ciò che ci impedisce di morire bene è male per noi. Importante perciò è sapere che cosa la morte chiederà ad ogni uomo, perché egli sappia viverla.
La morte chiederà a tutti:

1) di avere consolidato la propria identità al punto da saperne abitare il nome senza ricorrere ad altri riferimenti;
2) di avere imparato il distacco da tutte le cose;
3) di avere interiorizzato così gli altri da sapere partire senza tenere nessuno per mano;
4) di avere imparato ad amare in modo così oblativo, da sapere donare se stessi senza rimpianti;
5) di avere imparato a fidarsi così della vita da saperla perdere per ritrovarla».

Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto

Un Dio inaffidabile?…
Il problema dell’amore è che, perché sia vero amore, deve essere ad espansione totale. Non certo riservato a chi ha amici potenti… e può difenderlo con i miracoli! “…se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!” vale per tutti i morti, tanto più per quelli che non hanno neanche uno che li piange e che prega per loro! È un lamento che si può rivolgere solo a Dio. È il lamento che fonda ogni religione e la rende indistruttibile, come la morte che lo genera. Un gemito che tiene viva la religione, ma ne è anche è la spina mortale, che la rende debole, sostanzialmente inaffidabile, perché non è nei poteri di Dio di impedire che gli uomini muoiano... E infatti continuano a morire, nonostante questa implorazione salga a Dio milioni di volte al giorno. E gli uomini ne concludono sempre più che… Dio è inaffidabile! Ancora una volta però il volto di Dio rivelato da Gesù (il volto di suo Padre, che solo lui conosce… e quelli a cui vuole rivelarlo!) non assomiglia per niente al maschera del Dio che ci hanno trasmesso e pure rimane così difficilmente sradicabile dal nostro cuore.
Guardare in faccia la morte.
“…se tu fossi stato qui!” La compagnia, la solidarietà, la compassione d’amore e d’amicizia sono il dono più grande che ci è fatto sulla terra, la spiaggia estrema della speranza. Perché hanno dentro appunto la pretesa mite e struggente della continuità (che i filosofi chiamano immortalità), altrettanto inestirpabile dentro di noi quanto la certezza della morte. Quando il lutto e il suo dolore inconsolabile ci hanno sconfitti non ci resta che aggrapparci all’amore di solidarietà per sopravvivere, sognando l’impossibile… “…se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!”. Lazaro manca perché è mancato Gesù! Piangono le due sorelle, piangono i giudei venuti a consolarle… Gesù scoppia in pianto! Qui Gesù piange un morto di famiglia, la famiglia dei suoi amici più cari. Freme sotto il peso – l’ingiustizia ineludibile!? ‑ della tragedia di noi uomini. La vive dal di dentro, come capita a ciascuno di noi, man mano che la vita ci deruba di ciò che ci ha donato.
Ma se la solidarietà non si lascia bloccare dalla paura, se l’amore è aperto alla morte, la morte vi entra… Ognuno che ti si aggrappa (dice che “gli appartieni!”) ti chiede di lenire il suo dolore. Ma ti sta domandando di morire – un poco o tanto ‑ per lui (poi, alla fine, capirà che sarà …“con lui!”). E chi si assume davvero il dolore dell’altro, non può non assumere, attraverso il singolo, tutta la sofferenza dell’umanità… un’infinita catena di lutti (…nel suo cuore nessuna croce manca – direbbe Ungaretti – è il suo cuore il paese più straziato!). Uno strazio senza speranza!? L’amore sta di qua, da quella terribile soglia, o va di là?
La morte ci uccide prima che moriamo
Qui Gesù inserisce la novità del suo messaggio mite ed eversivo: Questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio, perché per essa il Figlio di Dio venga glorificato. Rispetto alla cultura corrente è la stessa “buona notizia dirompente” che apre e illumina il racconto della samaritana: come mai chiedi da bere a me?… si meravigliarono che parlasse con una donna. O del cieco nato : né lui né i suoi genitori hanno peccato, ma perche si compiano le opere di Dio! O dell’uomo malato da trent'otto anni: vuoi guarire? Sempre Gesù si oppone ad una specie di rassegnazione omertosa alle situazioni di malattia, di oppressione e schiavitù sociali o religiose o economiche… Non accetta l’acquiescenza all’insensatezza della morte, che anestetizza l’istintiva ribellione elaborando il lutto attraverso razionalizzazioni e riti, ma che di fatto corrode la fiducia nella vita, sbarrando all’amore il suo futuro. L’amore che cerca una strada per salvare a tutti i costi la vita non deve essere deviato nel mondo irreale dei sogni e delle ombre.
L’appartenenza ferita due volte: Io sono la risurrezione e la vita
Mai come adesso, mentre afferma che la morte non è una malattia mortale, ma guaribile… perché lui può ridonarci la vita, Gesù sente stringersi attorno il cerchio della morte. Solo chi accetta la sfida di un amore di appartenenza più forte della morte diventa libero dal ricatto “mortale”. Una libertà inaccettabile dal sistema che, poiché vive di questo ricatto, ne rimane sconvolto, si divide, infine espelle chi lo insidia. Proprio per questa testimonianza intollerabile i martiri, che non si lasciano vincere dal ricatto della morte, devono essere uccisi, perché sono indomabili dal potere. La voce esterna che accompagna questo racconto evangelico, ne annuncia la necessità drammatica: Questo però [Caifa] non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote in quell'anno, profetizzò che Gesù stava per morire per la nazione, e non per la nazione soltanto, ma anche per radunare insieme nell'unità i figli dispersi di Dio. Da quel giorno dunque decisero di farlo morire (11,51ss). Il capro espiatorio è mandato a morire fuori dall’accampamento nel deserto – una dis/appartenenza desolata. Ma è solo la prima! Queste stesse donne ascolteranno l’urlo di dolore della seconda dis/appartenenza: quella dell’abbandono totale sulla croce, il grido inarticolato di Gesù nell’implorazione disperata al Padre. La dis/appartenenza, al momento estremo della vita, è il terrore di ‘non essere mai più di nessuno’: è questa la vera morte! Ma chi sfida il potere della morte per amore, tocca il mistero dell’essenza del Dio vivente, cioè il mistero della vita e della morte, come sapeva l’antico serpente. “Chi ama la sua vita la perde, dirà Gesù poco dopo, chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna… ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora. Padre glorifica il tuo nome” (12,25ss)
… chi crede in me anche se muore vivrà!
Questa pretesa sbalorditiva è il cuore della vita e del messaggio di Gesù! La resurrezione di Lazaro è solo l’occasione per la manifestazione del vero mistero di Gesù. Infatti quella di Lazzaro non è propriamente una risurrezione ma la rianimazione di un cadavere. E Lazaro non entra in un nuovo livello di vita (“eterna”, cioè non più mortale), ma morirà ancora! "La risurrezione della carne", che professiamo nel Credo, è un’altra qualità di vita. Questo è il destino che ora Cristo restituisce all'uomo: non una rivivificazione (o una reincarnazione!), ma una pienezza di vita, la vita stessa di Dio! “Chiunque vive e crede in me non morirà in eterno. Credi tu questo?” Tale rimarrà per sempre la domanda che assilla il cristiano e la chiesa, dentro la storia di questo mondo. Sulla fede in “questo!” si decide e si qualifica la nostra vita e la nostra morte. È la fede in Cristo che riscatta dalla morte, ieri come oggi. Gesù è risuscitato per essere "il primogenito dei risorti", non un caso unico. Ha fondato con la sua morte una nuova solidarietà creaturale, un’appartenenza eterna che non sarà mai più insidiata dalla morte. Nel testo greco, san Paolo ha dovuto inventare delle parole nuove: convivificati, conrisuscitati, fatti consedere alla destra di Dio! Perché "quel medesimo Spirito che ha risuscitato Gesù dai morti darà vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi" (Rm 8,11).
Non ti ho detto che se credi, vedrai la gloria di Dio? Come a Marta e Maria anche a noi sembra impossibile … che la “gloria di Dio” (cioè, la vita umana che in lui diventa “eterna” !) si realizzi nella nostra pelle già da quaggiù, perché la nostra carne e la nostra storia “puzzano di morto” da millenni, destinate alla corruzione da catene invincibili… La professione di fede in Gesù è professione di fede nella vita: Gesù sfida Marta a questa fede. Non basta credere in una nebulosa risurrezione che avverrà alla fine dei tempi, ma si deve credere che la Risurrezione è vera ed efficace nella persona di Gesù e in quelli che credono in lui – dentro l’usura del nostro quotidiano banale, in queste nostre situazioni difficili e ambigue, che ci coinvolgono ogni giorno. Come per Marta, senza aver ancora visto il segno concreto della risurrezione di Lazzaro, la sfida umile della fede è un’attesa: "Sì, Signore. Io ho creduto che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, quello che deve venire nel mondo ". L’attesa di un esito sicuro. Gesù disse loro: “Scioglietelo e lasciatelo andare”!

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[dalla lettera di un’amica, alla periferia del mondo ]
…Ivaneta è morta sabato 26 gennaio. Ha passato con noi poco più di due mesi, ma sono stati giorni molto intensi. Era già passata dalla Casa quando ha partorito la prima figlia a 11 anni. È arrivata… e dopo qualche giorno ha consegnato tutto, tutto della sua vita, senza nascondere niente a sé stessa e a noi. Ferita da una mamma che l’ha abbandonata a causa di droga e alcol, ferita dal fratello che l’ha violentata ancora bambina, ferita dal non sentirsi di nessuno e di tutti, senza più riuscire a fermarsi – diceva… ferita dalla sguardo di chi dava giudizi e ‘buoni consigli’ . Dopo un tempo passata a S. Paolo, con le sue bimbe , a servizio di una trafficante di droga, che l’ha schiavizzata, è tornata a casa per ricominciare una nuova vita e ha scoperto la malattia. Mi ha ricordato tanto la Teresina, a mani vuote, nuda davanti al Signore e a noi. Con una domanda continua sul perché di tanta sofferenza, ma con un abbandono fiducioso nella bontà del Signore. Coltivava il sogno di poter guarire e avere una casa, preparare la colazione per i suoi bimbi. Qualche giorno prima di morire (era tutta consumata, solo pelle e ossa, ma lo spirito vivo) mi dice: “sono diventata come te, una suora! Non ho più desiderio di uomini… sarà che il Signore mi accoglie? Voglio pensare solo ai miei bimbi…”
…non aggiungo altro, e ora piango dalla commozione e gratitudine di aver fatto un pezzetto di strada con lei, custodisco nel cuore questa perla preziosissima… che ci aiuti a sanare le ferite e ricostruire rapporti nuovi…
[Sr Nico]

sabato 8 marzo 2008

Giovanni 7,40-53

In quel tempo, all’udire le parole di Gesù, alcuni fra la gente dicevano: “Questi è davvero il profeta!” Altri dicevano: “Questi è il Cristo!” Altri invece dicevano: “Il Cristo viene forse dalla Galilea? Non dice forse la Scrittura che il Cristo verrà dalla stirpe di Davide e da Betlemme, il villaggio di Davide?” E nacque dissenso tra la gente riguardo a lui.
Alcuni di loro volevano arrestarlo, ma nessuno gli mise le mani addosso. Le guardie tornarono quindi dai sommi sacerdoti e dai farisei e questi dissero loro: “Perché non lo avete condotto?” Risposero le guardie: “Mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!” Ma i farisei replicarono loro: “Forse vi siete lasciati ingannare anche voi? Forse gli ha creduto qualcuno fra i capi, o fra i farisei? Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!”
Disse allora Nicodemo, uno di loro, che era venuto precedentemente da Gesù: “La nostra Legge giudica forse un uomo prima di averlo ascoltato e di sapere ciò che fa?” Gli risposero: “Sei forse anche tu della Galilea? Studia e vedrai che non sorge profeta dalla Galilea”. E tornarono ciascuno a casa sua.


C’è un certo drammatico parallelismo tra questi farisei e un certo modo oggi di porsi come Chiesa, come Carmelo.

le guardie: È una triste ironia constatare come dei soldati (pagani, dominatori, estranei alla Rivelazione) riescano a cogliere ciò che coloro che si ritengono fedeli eredi della tradizione non riescono assolutamente a comprendere. Tornarono a mani vuote, le guardie, ma col cuore pieno della Sua Parola! Non si poteva immaginare una “categoria” umana più lontana dalla tradizione giudaica, eppure sono loro che ne colgono l’essenza!
Nicodemo: Mostra la radicale malvagità di coloro che pretendono, ieri come oggi, di giudicare per sentito dire e mai incontrando… La verità su Dio e la verità sui fratelli.
La fede, non è un “sentito dire”, la fede è permettere un incontro. E come è possibile ascoltare Dio che non si vede, se non si ascolta il fratello che si vede?
La gente: Interessante il fatto che, se non si lascia influenzare dalle diatribe “magisteriali”, la gente riesce sempre a capire “chi è Gesù”. Rileggendo attentamente si scopre infatti che coloro che dubitano, dubitano perché fanno proprie, acriticamente, le parole dei capi religiosi. E come loro non si determinano a un incontro personale. Vivono subalterni, nuovi schiavi di ideologie religiose altrui. Il cristiano-laico autentico è colui che di proprio rischia l’incontro e non se lo lascia negare da nessuno!

È incredibile anche qui il disprezzo che ancor oggi continua verso il “popolino”: Popolo di Dio a parole, massa di ignoranti nei fatti. Ignoranza che noi “gerarchi”, lo dico con ironia, custodiamo con gelosa cura. L’abbandono del laicato nella vita attiva nella Chiesa, che vada al di là di un ruolo coreografico, nasce da questo profondo rifiuto dell’episcopato e del clero, di accettarne l’infallibile magistero. Perché anche il popolo “ha naso” nelle cose di fede! Anzi ogni altro magistero, si fonda su quello del “Popolo di Dio”, tutto intero. E non il contrario. È la Chiesa prima di tutto che è “infallibile” e sulla sua infallibilità che si fonda ogni altra infallibilità. E non c’è Chiesa senza laicato! Come non c’è né episcopato né “vita religiosa” senza laicato: da dove “verrebbero” altrimenti? Su questo punto siamo ancora troppo lontani dal Vangelo, nella Chiesa e nel Carmelo!
L’apostolo allora è apostolo solo se si fa discepolo. Altrimenti è solo un “divulgatore”… delle proprie idee. I non-discepoli, partono da un’idea di dio, da un’idea di cristo, da un’idea di verità, di messia, di salvatore, di bene…Idoli che non permettono di incontrare nessuno.
L’apostolo invece parla della propria esperienza di discepolato e solo di ciò che ha personalmente “conosciuto” e autenticamente condiviso con altri apostoli. Autentica Tradizione è quella che favorisce questo incontro.

venerdì 7 marzo 2008

Giovanni 7,1-2.10.25-30

In quel tempo, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più andare per la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo. Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, detta delle Capanne. Andati i suoi fratelli alla festa, vi andò anche lui; non apertamente però, di nascosto. Alcuni di Gerusalemme dicevano: “Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, e non gli dicono niente. Che forse i capi abbiano riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia”. Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: “Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure io non sono venuto da me e chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io però lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato”. Allora cercarono di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettergli le mani addosso, perché non era ancora giunta la sua ora.

nessuno riuscì a mettergli le mani addosso, perché non era ancora giunta la sua ora... Secondo la prospettiva del Vangelo di Giovanni chi determina “l’ora” è sempre Gesù. Gesù è Signore della propria vita e la dona quando vuole lui. Questo si vede tra l'altro in 2,4; 4,23; 8,20; 12,23; 12,27; 13,1; 17,1 e persino sulla croce 19,29-30 è sempre Gesù che determina il momento di morire. Gesù cioè non subisce la storia, la crea.

Stiamo vivendo un momento di svolta epocale e per questo di crisi culturale, che ci obbliga a ripensare culturalmente ciò che fino a ieri era ritenuto ancora “immutabile”. Ripensare la fede è compito della fede che vuole essere se stessa. E non c’è ambito che non ne debba essere coinvolto: l’idea e il vissuto di Chiesa, di laico, di famiglia, di movimento ecclesiale (laicale e non), di “ordine religioso”, di sacerdozio, di Magistero…
Perché stiamo vivendo una svolta multiculturale che la globalizzazione e il cammino della “riflessione” umana stanno accelerando. Capire adeguatamente questo è capire la posta in gioco oggi, nel vissuto concreto che ciascuno di noi sta vivendo. In comunità come in “Provincia”.

Questa è "storia sacra", perché in questa storia lo Spirito di Cristo è all’opera per condurci tutti al Padre. In quanto persona e in quanto membri di una comunità, piccola o grande che sia, dobbiamo essere coscienti del “progetto” del Padre.

In tutta la prospettiva che va da Giovanni a Paolo, il cristiano non è più colui che vive la "propria" vita, ma vive la vita di Cristo. Noi siamo veramente un “altro Cristo in Terra”: per grazia, dal battesimo-cresima-eucaristia, “un altro Lui”...
Questo deve comportare per ciascuno di noi di prendere in mano la propria storia accogliendone le “sfide” con la stessa modalità con cui l'ha fatto il Cristo: impegnati a non subirla ma a "ri-crearla" continuamente orientandola decisamente verso il suo compimento. Non è un’“imitazione”, né una semplice “conformazione” esteriore, ma una “comunione” profonda: Lui è in noi, e noi siamo in Lui, una cosa sola col Padre e con lo Spirito. L’agente di questa modalità è il suo Spirito Santo che vive in noi, proprio come lo è per Lui: una comunione che si estende ad ogni umanità…

Una certa corrente spiritualista ha spesso visto nella "rassegnazione", nell'umile sottomissione agli eventi storici, il vertice della "consegna" alla volontà del Padre... Vertice di questa prospettiva fatalista e determinista della storia, è una certa “iconografia” dell'Agnello pasquale, che passivamente docile e umile va al sacrificio del dono di sé.
Questo è solo parzialmente vero, e spesso ne abbiamo fatto un'immagine caricaturale deresponsabilizzante, scusante “ideologica” delle nostre paure alla lotta che il cambiamento esige… È più facile morire “martiri” che morire testimoni della modalità nuova di essere presenti nella storia.
Questa prospettiva infatti è completamente estranea alla tradizione apostolica che ne smaschera tutta la sua diabolica seduzione, in quanto non è altro che manifestazione di sé e non della misericordia del Padre, come si può intuire ad esempio in 1Cor 13,3. Questa prospettiva “pagana”, riduce l’uomo a mero esecutore, a “comparsa” di una storia già scritta da altri e quindi ultimamente non più storia!
Nel cristianesimo invece la storia è un film la cui sceneggiatura è scritta a più mani e molti cuori: l’umanità e Dio. E la storia è storia vera perché ogni volta è messa radicalmente in gioco nelle sue dinamiche più profonde di relazione uomo/donna-Dio-uomini/donne nella forma nuova di figlio/a-Padre-fratelli/sorelle. Per questo è ogni volta storia nuova, perché nulla è stato scritto che non debba essere riscritto! Per questo essa è ogni volta storia “sacra”, nel suo “sì” come nel suo “no”.

Il Vangelo di Giovanni dal canto suo ci indica il modo per essere “spirituali”, il modo di essere veri Agnelli sacrificali: non il lasciarsi prendere, ma il consegnarsi; non il lasciarsi rubare ma il donarsi; non “perché non se ne può fare a meno”, ma pur conoscendo le vie di fuga, restare! Questo, come Maria, è l’agire del discepolo: re/stare, re/agire. Sempre! Solo che le modalità cambiano dall’ora! Se ci si sottrae a quest’ora è per consegnarsi a quell’ora! e solo fino a che quell’ora non sia giunta…

L’unica domanda che resta è “come conoscere l’ora?”, la risposta non può che venire dalla relazione personale col Padre. Solo il Padre conosce l’ora, quella di Gesù e quella degli “altri Gesù”, i suoi discepoli. Non l’ora della morte, come se il Padre avesse deciso la nostra morte e il momento del nostro morire, perché il Padre è tale perché è colui che dà la vita, sempre! Ma l’ora in cui la morte diventa vivibile e vivificante, libera e liberante, salvifica per sé e per l’umanità. Solo così diventa manifestazione della Sua Gloria e non autoglorificazione. E questo può accadere solo quando tutto è “compiuto”!
Solo nel dilatarsi di questo rapporto col Padre, matura l’autocoscienza, personale e comunitaria, di quando tutto è compiuto e l’ora è giunta. E di come orientare la storia (particolare e universale) verso l’ora del compimento! Ed è il Padre stesso che nello Spirito lo “rivela” a ciascuno di noi. Non a chiunque però ma solo a coloro che vivono fino in fondo la dimensione dell’essere figli nel Figlio!

Se ci è cara la “storia” carica di umanità che viviamo, solo questa è la Via, perché essa sia “attualmente” recuperata.

domenica 2 marzo 2008

Godere la pace con riconoscente eucaristia

In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». Rispose Gesù: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe», che significa “Inviato”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva. Allora i vicini e quelli che lo avevano visto prima, perché era un mendicante, dicevano: «Non è lui quello che stava seduto a chiedere l’elemosina?». Alcuni dicevano: «È lui»; altri dicevano: «No, ma è uno che gli assomiglia». Ed egli diceva: «Sono io!». Allora gli domandarono: «In che modo ti sono stati aperti gli occhi?». Egli rispose: «L’uomo che si chiama Gesù ha fatto del fango, me lo ha spalmato sugli occhi e mi ha detto: “Va’ a Sìloe e làvati!”. Io sono andato, mi sono lavato e ho acquistato la vista». Gli dissero: «Dov’è costui?». Rispose: «Non lo so». Condussero dai farisei quello che era stato cieco: era un sabato, il giorno in cui Gesù aveva fatto del fango e gli aveva aperto gli occhi. Anche i farisei dunque gli chiesero di nuovo come aveva acquistato la vista. Ed egli disse loro: «Mi ha messo del fango sugli occhi, mi sono lavato e ci vedo». Allora alcuni dei farisei dicevano: «Quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato». Altri invece dicevano: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». E c’era dissenso tra loro. Allora dissero di nuovo al cieco: «Tu, che cosa dici di lui, dal momento che ti ha aperto gli occhi?». Egli rispose: «È un profeta!». Ma i Giudei non credettero di lui che fosse stato cieco e che avesse acquistato la vista, finché non chiamarono i genitori di colui che aveva ricuperato la vista. E li interrogarono: «È questo il vostro figlio, che voi dite essere nato cieco? Come mai ora ci vede?». I genitori di lui risposero: «Sappiamo che questo è nostro figlio e che è nato cieco; ma come ora ci veda non lo sappiamo, e chi gli abbia aperto gli occhi, noi non lo sappiamo. Chiedetelo a lui: ha l’età, parlerà lui di sé». Questo dissero i suoi genitori, perché avevano paura dei Giudei; infatti i Giudei avevano già stabilito che, se uno lo avesse riconosciuto come il Cristo, venisse espulso dalla sinagoga. Per questo i suoi genitori dissero: «Ha l’età: chiedetelo a lui!». Allora chiamarono di nuovo l’uomo che era stato cieco e gli dissero: «Da’ gloria a Dio! Noi sappiamo che quest’uomo è un peccatore». Quello rispose: «Se sia un peccatore, non lo so. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo». Allora gli dissero: «Che cosa ti ha fatto? Come ti ha aperto gli occhi?». Rispose loro: «Ve l’ho già detto e non avete ascoltato; perché volete udirlo di nuovo? Volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». Lo insultarono e dissero: «Suo discepolo sei tu! Noi siamo discepoli di Mosè! Noi sappiamo che a Mosè ha parlato Dio; ma costui non sappiamo di dove sia». Rispose loro quell’uomo: «Proprio questo stupisce: che voi non sapete di dove sia, eppure mi ha aperto gli occhi. Sappiamo che Dio non ascolta i peccatori, ma che, se uno onora Dio e fa la sua volontà, egli lo ascolta. Da che mondo è mondo, non si è mai sentito dire che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se costui non venisse da Dio, non avrebbe potuto far nulla». Gli replicarono: «Sei nato tutto nei peccati e insegni a noi?». E lo cacciarono fuori. Gesù seppe che l’avevano cacciato fuori; quando lo trovò, gli disse: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». Egli rispose: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. Gesù allora disse: «È per un giudizio che io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Alcuni dei farisei che erano con lui udirono queste parole e gli dissero: «Siamo ciechi anche noi?». Gesù rispose loro: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: “Noi vediamo”, il vostro peccato rimane». (Gv 9,1-41)


· Vorrei cercare di leggere il Vangelo di oggi in una prospettiva capovolta: Non tanto “leggere” quanto piuttosto cercare di “farci leggere”. Questo per far emergere quello che il testo dice e non ciò che la nostra precomprensione teologica e/o dogmatica e/o “spirituale” vuole fargli dire: perché solo la verità della Parola è salvifica.
Penso che “diventare bambini” per entrare nel “Regno del Padre” significhi anche questo: bambini nel cuore e nella testa, bambini che si reputano “ignoranti”, bisognosi di apprendere; “ciechi”, bisognosi di guida. Tornare bambini vuol dire qui anche saper mettere tra parentesi le nostre conoscenze acquisite negli anni di studio e di esperienza, provare a fare in qualche modo “tabula rasa”, per quanto possibile, per lasciarci istruire solo dal Vangelo di oggi, solo dalla prospettiva di Giovanni.
Quindi se anche noi fossimo imbevuti di verità foss’anche “angelica”, proviamo ora a lasciarci scioccare, sbigottire, da quella di Giovanni che, meno interessata a problematiche puntuali (a cui spesso le lettere di Paolo fanno riferimento) dilata lo sguardo su orizzonti nuovi della realtà umana. Neanche vogliamo qui preoccuparci ora di come “armonizzare” le varie prospettive teologiche, vogliamo soltanto ascoltare e lasciarci cambiare la mentalità da Giovanni e oggi questo ci basta. E questo è un buon metodo anche nel dialogo interpersonale.

· Il Vangelo di oggi si riferisce a un episodio concreto della vita di Gesù ma lo ri-costruisce in modo tale da fare emergere il significato profondo di ciò che il Signore Gesù Cristo compie, sta compiendo e continuamente compie, nella storia del vivere quotidiano della comunità cristiana. Ecco allora che tutto l’episodio è come ri-scritto con l’intento di mostrare il senso autentico della vita nuova a cui il cristiano è chiamato attraverso l’appartenenza alla vita di Cristo che inizia col battesimo.
Numerosi “fatti” nell’episodio in esame lo richiamano, e tutti andrebbero colti, nella loro infinita ricchezza e interconnessione tra di loro, qui ne ricordiamo solo qualcuno:
Il fango: simbolo del limite e del “peccato”, acceca il cieco rendendolo se possibile ancor più cieco; Il fango e la saliva (che come il soffio, spirito, viene dall’intimo di Cristo, e simboleggia la sua vita “interiore”): che rimanda all’atto creativo di Dio in Genesi e porta alla identificazione del cieco-battezzato col Cristo stesso. Infatti il Signore “distende” la propria “sostanza” (saliva infangata, simbolo dell’Incarnazione) ricoprendo di sé il volto del cieco (maschera: persona).
L’acqua della fontana di Siloe che rappresenta il Cristo in cui siamo immersi…
L’acqua, della cui simbologia è pervasa tutta la Bibbia, come rimando a: Esodo, purificazione, l’episodio della Samaritana, Crocifissione, qui la “saliva”, ecc.
Il cieco “reso” dal Cristo “alter Christus”. Nell’“essere” (cioè nel suo essere figlio, nella sua relazione col Padre, nel suo essere oramai definitivamente risorto). Infatti a una domanda su di sé risponde con le stesse parole, di forte rilevanza cristologica e teologica, che altrove Gesù stesso usa per se stesso: “sei tu il cieco?” parallela a “sei tu il Cristo?” e la risposta teofanica identica “sono io” (“ego eimi”: Io-Sono). A questo si aggiunga la “maschera di fango” di cui abbiamo già parlato… Nella missione, la fontana stessa il cui nome significa ‘inviato’ simboleggia il Cristo (inviato dal Padre), l’Apostolo e il cieco-cristiano-battezzato (inviati entrambi da Cristo): il battesimo ci rendi “missionari” del Padre “come” lo è il Cristo. Nel “donare la vita”: anche il cieco, come Gesù e poi i suoi discepoli, è “cacciato fuori”.

Interessante sarebbe poi far “giocare” tra di loro i vari significati a cui la stessa parola-simbolo rimanda. Portando la comprensione della profondità della elaborazione letteraria e teologica del Vangelo di Giovanni a livelli tali da “far venir le vertigini”: non stupisce che l’Apostolo sia rappresentato nell’iconografia cristiana da un’aquila.
Ad esempio, in questo modo il “fango” apparirebbe, contrariamente al nostro senso comune, in qualche modo parte costitutiva dell’essere umano, anzi di Cristo stesso, tale che chi volesse santificarci purificandoci dal fango, non farebbe di noi degli “angeli” o dei santi ma, come l’esperienza spesso dimostra, degli esseri abominevoli, aberrazioni mostruose in umanità contraddicendo la "logica" profonda della stessa Incarnazione del Figlio di Dio…

· La prospettiva che emerge da questo Vangelo quindi è quella che vede nel battesimo, come era chiamato nell’antichità cristiana, il “rito della illuminazione”: passaggio dalla cecità alla visione… Si veniva immersi nell’acqua per simboleggiare l’abisso tenebroso della nostra vita prima dell’incontro col Cristo e si veniva fatti riemergere alla superficie, alla luce, alla visione. Questo passaggio dalle tenebre (morte, peccato, uomo vecchio, cecità…) alla luce (vita, grazia, uomo nuovo, visione…) era ed è il battesimo: è la Risurrezione di Cristo che diventa “ora” anche la mia risurrezione. Il battesimo ci fa risorgere ora, non dopo la morte: infatti è considerato anche il rito della rinascita (risurrezione) dalla morte (immersione) alla vita (emersione) senza fine e di Dio (eterna) e per questo detta “nuova” (come “nuovo” è il vissuto che ne sgorga: la giustizia, pace, gioia… ).

· In effetti a ben pensarci, credere che Gesù sia Figlio di Dio, credere nella sua presenza eucaristica, io personalmente non lo trovo così “difficile” o “incredibile” o “impossibile” da credere: in fondo se Dio è Dio… Non trovo così difficile nemmeno crede che il Figlio di Dio possa risuscitare, se Dio è Dio e Gesù è Dio… “Cose” del genere, anche se ovviamente di significato ogni volta diverso, si trovano anche in altre religioni…
Quello che io invece trovo veramente inaudito, incredibile, impossibile per un uomo, persino da credere e non solo da farsi, perché al di là di ogni possibile logica e speranza umana, è che questo sia dato a me come dono nella storia. Ora! e non come semplice possibilità, “post mortem”… Questa però è la novità che il Vangelo di oggi cerca di fare emergere alla nostra consapevolezza, con il racconto del “cieco nato”: che uno come me, uno come te, possa già essere “risorto” da vivo. E non tanto che possa risorgere dopo la morte come anche il “Credo” ci dice: non stupisce che pochi oggi ci credano ancora, infatti se non si vive la risurrezione da vivi come si può credere che sia possibile da morti? Da questo punto di vista il battesimo così inteso è veramente qualcosa di inaudito: il battezzato è già ora un “illuminato”, un risorto a vita nuova, e se risorto, è già uno che vive della “visione” (la distinzione tra le varie forme di visione è estranea alla mentalità giovannea, visto che la res è la stessa: cfr beata Elisabetta della Trinità)!
Non a caso era ed è celebrato sempre in riferimento alla Pasqua e di per sé è durante la Veglia Pasquale che trova la sua collocazione liturgica naturale: cioè in stretta connessione con la Risurrezione di Cristo. E ci sarà pure un perché… e il vangelo di Giovanni di oggi ce lo dice, anche se per capirlo bisogna “scavare” un po’…

Questa dunque è la prospettiva inaudita che ci propone il Vangelo di Giovanni oggi! È certamente la prospettiva di un “mistico”, ma non certo di un sognatore, e in ogni caso, Dio attraverso Giovanni, ci chiede di farla nostra!

E infatti è così “diversa” da quanto una certa tradizione teologica e catechistica “smemorata”, ci ha trasmesso, che ce ne dimentichiamo spesso, se non come riferimento al passato e a qualcosa che il nostro presente “fangoso” ha di fatto cancellato e che il nostro futuro vede solo come ipoteticamente probabile.
E allora ecco che ci sono degli zombie che si aggirano oggi nella nostra comunità cattolica: gente che sebbene “moralmente ineccepibile” (sic!) vive nelle tenebre, e che vuole che tutti vivano nelle tenebre, perché è gente che sembra ancora in attesa di essere battezzata, illuminata, risuscitata, guarita, salvata. Gente che ci vuole “distrarre” dalla visione giovannea del dono ricevuto perché gelosa della nostra gioia. Gente che di fatto, al di là della fede professata a parole, attende ancora il Messia-Liberatore, perché dice che è venuto, ma in fondo in fondo non ci crede, perché nella loro prospettiva non è cambiato granché nella nostra vita: al massimo l’ontologia, ma non ancora la vita concreta… È gente più esperta delle cose di Satana che delle cose di Dio. Vivono della paura dell’inferno e del peccato e dell’eresia… Questi sepolcri imbiancati, buffi fuori e morti dentro, come vampiri si aggirano cercando la vita da succhiare, trasformando le loro vittime in altrettanti vampiri. Mercanti di tristezza, aspettano angosciati il “non ancora”, negandosi il godimento del “già” ricevuto… E temono di non averlo affatto questo dono. E così non l’avranno mai! Gente che vive a partire dal problema, e fa dei problemi un orientamento di vita, cercando di uccidere l’anima rinata nella gioia di una vita rinnovata, dove il problema non fa più problema perché è stato trasformato in grazia.

“I fumi di Satana sono entrati nella Chiesa” disse un giorno Paolo VI, anche in questo ha avuto ragione: lo troviamo dappertutto questo fumo: nei gangli profondi del nostro io quando cede alla paura; nelle nostre comunità religiose e cristiane, nei movimenti cristiani laicali. Alcuni hanno una radio e hanno il loro maestro che predica più sul diavolo e l’inferno che su Dio e il paradiso (evidentemente ciascuno parla di ciò che vive). Altri come appestati infestano il “web” con le loro deliranti scomuniche illudendosi di una fedeltà alla Chiesa e al Papa che invece tradiscono in radice, facendoli apparire “annunciatori di tristezza” piuttosto che “annunciatori di gioia”… Ma resta su di loro il giudizio definitivo di Cristo: non praevalebunt.

Il cristiano invece sa che “le porte degli inferi non prevalgono” perché egli è colui che ha creduto e sperimentato che nel battesimo, la luce, la risurrezione, la salvezza, la visione (e quindi l’evidenza del dono donato) e tutto ciò che è di Dio, gli è già stato dato. Definitivamente! Certo anche per lui c’è il “non ancora”, ma ha orientato la propria esistenza non sull’angoscia avida del “non-ancora” ma verso la gratitudine povera del “già”: è la speranza giovannea, parola che nel suo Vangelo è assente, perché non è attesa di qualcosa che ancora non si possiede, ma molto di più, certezza che ciò che già gli è dato, e quindi che già possiede, non potrà che accrescere e non gli verrà mai più tolto. E ne gode la pace con ri-conoscente eucaristia.

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