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lunedì 14 febbraio 2011

La Strada

Commento alle letture liturgiche della VI Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)


Ci vorrebbe un dizionario speciale.
Sapete quei dizionari che traducono i termini da una lingua in un’altra… Ebbene ci vorrebbe un dizionario speciale dei termini Io-Tu.
Noi usiamo delle parole per parlare, ma ben spesso ci rendiamo conto che davanti a certe parole, ciascuno gli dà un “contenuto” proprio…
Se io per esempio dicessi “amore”, “giustizia”, “bellezza”… e chiedessi a ciascuno di scrivermi su un foglio che cosa “per lui significano”, beh son convinto che ne leggeremmo delle belle…

Sì, ciascuno dovrebbe scriversi questo dizionario con nel frontespizio il suo nome e quello della persona con la quale vorrebbe entrare in comunicazione. Ce ne vorrebbe per ogni amico/a che conta.
Ce ne vorrebbe uno anche per le parole che la tradizione religiosa ci ha trasmesso, e che noi abbiamo interiorizzato ed elaborato all’interno dei nostri orizzonti esistenziali: delle parole della Bibbia, del Vangelo, di Gesù. Se non facciamo questo “lavoro” potremmo passare la vita sulla Bibbia senza mai riuscire a coglierne l’originalità. Credo che sia per questo che la bibbia annoia i più…

Prendiamo la parola “legge”. Questa parola evoca a ciascuno di noi molte immagini che dipendono anche dal proprio ruolo sociale: un conto è il significato che gli dà un avvocato, un conto un cittadino “comune”, un altro ancora un… condannato. Immaginatevi che cosa ne pensa della legge chi attende il giorno della sua esecuzione nel braccio della morte… Eppoi perché Legge e non legge? La “grafica” qui ha la sua importanza, perché?

Lo stesso dicasi per “giustizia”: chiedetelo a (o immaginatelo di) uno che subisce l’ingiustizia, e poi a/di uno che vive di soprusi…

Che “gatta ci cova”, si vede anche nella traduzione del Vangelo di oggi: secondo l’attuale traduzione Gesù direbbe: “non crediate che io sia venuto ad abolire la le Legge e i Profeti…” e ancora: “se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei…”. Solo che Gesù non dice così.
La prima (a parte il fatto che dovrebbero spiegarmi come si fa ad abolire un profeta, seppur nei suoi scritti!) andrebbe tradotta meglio così: “non crediate che io sia venuto a demolire la Legge e i Profeti…”. Così però la frase appare assurda: si demolisce una casa, mica un codice giuridico, se non in senso raffigurato, più propriamente per la norma giuridica si dice appunto abolire… Resta ancora la difficoltà dell’espressione riguardo “ai profeti”… Ma proprio qui casca l’asino che rivela la differenza di “mentalità” tra un ebreo (Gesù, Matteo, gli ascoltatori…) e il lettore “occidentale”.

Cominciamo allora a fare il viaggio tra i diversi mondi semantici.

Noi traduciamo Legge, ciò che nel testo originale è Torà (o più comunemente Torah) . Ma Torah propriamente parlando non è una “legge”. Anche se la sua forma è tipica dei codici legislativi… Propriamente e più correttamente la sua traduzione sarebbe “Via”, “Cammino”, “Strada”.
Si può tradurre Legge, tenendo conto anche della traduzione in greco del termine ebraico che gli stessi ebrei ne hanno fatto (ad es. nella cosiddetta Settanta). Ma la legge per un ebreo non è tanto una norma giuridica, quanto piuttosto una strada, una “via che conduce a”…
Ora appunto la strada si costruisce, anche se non come un palazzo in verticale, ma in orizzontale. E smantellare una strada esige che essa sia “demolita”. Una strada infatti non la si abolisce, la si demolisce! Al massimo si può “non percorrerla” e prendere altre strade…

Ora una strada, ha la sua importanza non in sé, ma per il “dove conduce”, ciò che conta in una strada è “il ‘dove’ porta”, ciò a cui destina: la meta, la direzione verso la quale si “distende”. La sua capacità di essere strada consiste proprio nel fatto che conduca effettivamente là per cui è stata costruita. È quindi importante che la strada “spiani i monti e colmi le valli” (cfr Isaia 40,2-5) e sul suo “selciato” non ci siano ostacoli che ne interrompano l’itinerario ostacolando il cammino dei viandanti. Se un “macigno” la ostruisse, per andare oltre dovremmo uscire di strada o tornare indietro. E se un altro “macigno” ci impedisse di tornare indietro? Sarebbe la morte sicura, bloccati su quella strada interrotta o, che è lo stesso, cercare errabondi di percorrere sentieri sconosciuti e pieni di pericoli…

A questo punto credo che le idee comincino a chiarirsi e a trovare il nesso tra Torah e Profeti: entrambi indicano la via, la strada, il cammino che conduce al Signore. Anche i profeti cioè tentano di “costruire” una strada o meglio “sgomberare” ogni ostacolo che l’umana ingiustizia pone in essa: il termine “demolire”, usato da Matteo quindi li concerne benissimo entrambi.

Anche la “Strada” (Torah) che Dio ha dato porta in una certa direzione: la Vita. Quindi Dio stesso, “il Vivente”… Che Gesù non può che confermare: Non verrebbe da Dio, non sarebbe (Figlio) di Dio! Anzi, proprio questo Gesù è venuto a fare: a togliere definitivamente ogni ostacolo, i limiti, che ci impediscono di percorrerla fino in fondo, fino alla meta. E proprio questo vuol dire quando dice che è venuto per “dare pieno compimento”!

E da qui si comprende meglio l’altra più corretta traduzione in rapporto alla giustizia: In realtà Gesù afferma: “Se la vostra giustizia non andrà oltre i limiti, i confini posti dagli scribi e dai farisei” che con la loro interpretazione fissista e legalistica dei testi sacri impedivano alla Torah (e ai profeti che con la loro testimonianza cercavano di rivitalizzarla), di essere “strada”, dinamico cammino (cfr Gv 1,1: pros), ed espletare così il compito a cui erano destinati: condurre a Dio (cfr in Gv 1,1 il pros) attuando la sua giustizia nella storia.

Ecco allora che fatto questo “viaggio culturale” per appropriarci della mentalità biblica, tutti i brani della liturgia di oggi si illuminano di un significato “nuovo”.

Se Gesù si pone come strada altra, cammino altro, senza ostacoli verso la meta (che non cambia!), ogni altra strada acquista o perde di valore a seconda che corrisponda alla strada maestra che Gesù nella sua persona è venuto a realizzare. E che da sempre era presente nel piano di Dio e che le “tradizioni umane” (Mc 7,6; Mt 15,9) hanno offuscato. Anzi è da sempre la stessa struttura del Figlio e quindi di ogni figlio/a! In Gv 1,1 questo è chiaramente espresso, ove si dice che il Verbo/Logos è dinamicamente rivolto a [pros] Dio/Padre. E non, come tradotto, banalmente presso Dio: con Dio e in Dio, non c’è vicinanza fisica, ma di orientamento esistenziale. Quindi nel momento in cui ti decidi di percorrere la “strada”, di prendere quella direzione, “sei in Lui” (cfr ad es. Gv 14,17-23!; 15,4-17).

I comandamenti quindi non sono nient’altro che “pezzi di strada”, tratte del cammino proposti verso una meta fatta di luce e di vita che è la comunione con Dio e con i figli suoi. Valgono se e perché mantengono “in strada”, conducono nella strada, alla meta.

Il progetto di Dio, la strada che si getta verso Dio stesso, costituisce proprio quel “mistero” di cui parla san Paolo: è noto, perché si conosce la meta e già il camminarci è esserci, appartenervi, ma non siamo ancora arrivati alla meta finale che non è ancora sperimentata e per questo “ignota”. Noi occidentali nel nostro linguaggio, della parola “mistero” abbiamo sottolineato esclusivamente l’aspetto “non noto” del compimento finale e abbiamo trascurato invece l’aspetto noto, progettuale, della strada spianata davanti a noi. Perdendo così tutta la ricchezza del significato a cui Paolo attribuisce alla parola mistero. Ed è chiaro che percorrendo la strada, esso si rivela sempre di più. E per questo c’è un “tempo” in cui si chiarisce, si notifica… di “tempo” in “tempo”, di cammino in cammino.

Gli esempi successivi che Matteo giustamente riunisce qui dei detti di Gesù, vanno ovviamente in questa direzione. I “ma io vi dico” non stanno ad indicare una alternativa alla strada, ma indicano un lavoro di sgombero della medesima. Perché la meta, la giustizia di Dio in mezzo agli uomini, sia raggiunta senza alcun ostacolo anzi altrove dirà “senza fatica”.

Ecco allora che il quadro del Vangelo si chiarisce. Dopo aver annunciato le Beatitudini ecco che Gesù dà, come dire, le istruzioni per l’uso. E nello stesso tempo le chiarisce: beato (felice) non è il povero o chi piange: c’è una povertà triste, c’è un pianto disperato… Felice (beato) è colui che pone al centro della sua esistenza il rapporto con l’altro. Anche a costo di pagare di persona. Tutti gli esempi riportati sottolineando il “modo” di vivere il rapporto con l’altro/a (anche nel tradimento e nel conflitto) vanno in questa direzione, bisognerebbe rileggerli ancora una volta per meglio annotarseli.
Ciò che dà vita, luce, gusto alla vita è la capacità di ogni persona, di essere persona appunto. Disposti a tutto perdere pur di vivere la relazione con l’altro: anche il denaro, anche la propria materiale comodità, anche la propria spensierata allegrezza, anche il proprio concetto di giustizia, anche il proprio occhio… se scandalizzano, se cioè sono causa di rottura della relazione con l’altro… L’alternativa sarebbe il deserto della propria solitudine. Benestante mortificazione dell’Io. Lussuosa tomba della vita.

Ecco perché la Croce diventa il mistero (ora definitivamente noto in Cristo ma non ancora compiuto nel proprio vissuto storico) che ciascuno deve percorrere fino in fondo per poter vivere.
La morte non nasce come punizione di Dio, ma come conseguenza della rottura col “tu”.

Sottolineo una ulteriore conseguenza pratica che mi coinvolge più direttamente: All’interno di questa prospettiva biblica (l’unica fondante ogni altra prospettiva!), crolla come inconsistente tutta quella dimensione esistenzialmente schizofrenica, molto presente in ambito praticante che rende spesso il cuore del fedele “duro” verso ogni altra forma di fragilità umana… L’uomo religioso si trova spesso come strattonato tra la falsa antinomia dell’obbedienza alla legge in tutte le sue forme (Codice di Diritto Canonico, Regola religiosa, Costituzioni, Norme applicative, Ordinazioni capitolari) da una parte e le “esigenze della Carità” dall’altra: a questa, quelle sono finalizzate e condizionate. Con il conseguente obbligo da parte del cristiano di eliminare quanto in esse è di ostacolo alla realizzazione del fine per il quale esse esistono e, positivamente, andare oltre una loro “osservanza” materiale. Questo si intende quando si parla dello “spirito della legge”…

Il “vincolo” delle leggi sta solo in quanto (e per quel tanto che…) riescono ad espletare il loro compito di accrescere la comunione, la fraternità, la carità, la bellezza… della vita comunitaria (in tutte le sue numerose forme storiche di “convivenza sociale”: ad es. famiglia, convento, parrocchia, società nazionale…). In una parola l’Amore del Regno di Dio. Per questo ogni figlio dell’uomo è signore del sabato (cfr Mt 12,8).

sabato 12 febbraio 2011

Ti amo...



Ci ho messo un po' a decidere se sopprimere definitivamente il post o mantenerlo. Poi ho deciso di mantenerlo per due ragioni: primo perché le riflessioni fatte e la bellezza del testo non vengono meno. Poi perché è una bella lezione di umiltà... Di cosa sto parlando? Semplice ho preso una "bufala" nel senso che il vero autore del testo è Fabio Volo. Precisamente la lettera è tratta dal suo romanzo E' una vita che ti aspetto, (2003). Il brano in questione si trova proprio alla fine del romanzo. A.M., da cui io l'ho preso col suo esplicito permesso (!) lo ha semplicemente reso al femminile e indirizzato al suo ragazzo. Io ho riportato adesso la versione "originale".

Tutto il male però non vien per nuocere. Dubito che avrei prestato tanta attenzione ad un testo tratto da un romanzo... Il "merito" di A.M. sta nell'avermelo calato nella realtà rendendo il testo, nell'immaginario personale ancor più suggestivo e pregnante. D'altronde è questo il vero modo di leggere un romanzo: "funziona" solo se si fa finta che sia vero...

Ti dico queste parole nel periodo migliore della mia vita, nel periodo in cui sto bene, in cui ho capito tante cose. Nel periodo in cui mi sono finalmente ricongiunto con la mia gioia.

In questo periodo la mia vita è piena, ho tante cose intorno a me che mi piacciono, che mi affascinano. Sto molto bene da solo, e la mia vita senza di te è meravigliosa.

Lo so che detto così suona male, ma non fraintendermi, intendo dire che ti chiedo di stare con me non perché senza di te io sia infelice: sarei egoista, bisognoso e interessato alla mia sola felicità, e così tu saresti la mia salvezza. Io ti chiedo di stare con me perché la mia vita in questo momento è veramente meravigliosa, ma con te lo sarebbe ancora di più. Se senza di te vivessi una vita squallida, vuota, misera non avrebbe alcun valore rinunciarci per te. Che valore avresti se tu fossi l'alternativa al nulla, al vuoto, alla tristezza? Più una persona sta bene da sola, e più acquista valore la persona con cui decide di stare. Spero tu possa capire quello che cerco di dirti.

Io sto bene da solo ma quando ti ho incontrato è come se in ogni parola che dico nella mia vita ci fosse una lettera del tuo nome, perché alla fine di ogni discorso compari sempre tu. Ho imparato ad amarmi. E visto che stando insieme a te ti donerò me stesso, cercherò di rendere il mio regalo più bello possibile ogni giorno. Mi costringerai ad essere attento. Degno dell'amore che provo per te. [...]

Da questo momento mi tolgo ogni armatura, ogni protezione [...] non sono solo innamorato di te [...], io ti amo. Per questo sono sicuro. Nell'amare ci può essere anche una fase di innamoramento, ma non sempre nell'innamoramento c'è vero amore. Io ti amo. Come non ho mai amato nessuno prima...


Non ho letto (ancora) il romanzo di F. Volo, ma trovo questo brano bellissimo.
Una dichiarazione d'amore che inizia in modo spiazzante con quel «…la mia vita senza di te è meravigliosa»: Che razza di dichiarazione d’amore può mai essere una frase del genere? Sembrerebbe più un voler prendere le distanze, un premunirsi da fallimenti futuri, quasi un insulto… L'autore se ne rende conto e, con un guizzo di genio non indifferente, apre a orizzonti nuovi: «… Se senza di te vivessi una vita squallida, vuota, misera non avrebbe alcun valore rinunciarci per te», e ancora – spostando lo sguardo su di lui – «… Che valore avresti se tu fossi l'alternativa al nulla, al vuoto, alla tristezza? ». Cioè – sembra voler dire – proprio perché anche senza di te io sono felice, io voglio condividere questa felicità con te…

Non so voi, ma a me sembra che il discorso – che esistenzialmente nasce dal tentativo di sciogliere il nodo gordiano del comprendersi tra l’essere-con-sé e l’essere-con-te – è a dir poco sublime. E nelle poche parole dello slancio del cuore, fa una sintesi magistrale della ragione stessa, non solo dell’atto Creativo di Dio – il perché dell’esistente – ma di tutta la storia della Salvezza, dalla prima all’ultima pagina della Bibbia.

E facendo questo, come se non bastasse, spazza letteralmente via duemila anni di quella spiritualità cristiana (che davanti a questa scritto appare piuttosto un simulacro di spiritualità e per niente cristiana) che ha fondato la fede in Cristo e l’appartenenza a lui, sulla ricerca di “senso” alla propria esistenza: Buona parte dell’annuncio cristiano si basa ancora oggi su questo principio, che qui si mostra come inconsistente e per lo meno ambiguo. Perché riduce Cristo, la fede, la religione, la preghiera, l’amore stesso, ecc., a “compensazioni” di mancanze esistenziali che hanno come esito la fuga dal “reale”: «sarei egoista, bisognoso e interessato alla mia sola felicità, e così tu saresti la mia salvezza», scrive!

Da qui si possono trarre degli spunti ulterioni sempre in ambito cristiano...

Dobbiamo avere il coraggio di dircelo chiaramente, senza Gesù Cristo, ci sono miliardi di persone che vivono bene e alcune benissimo. Lo ripeto, senza fede, senza Gesù Cristo, si può vivere bene, eccome. Forse, in quanto credenti, fa male dirselo, ma è la verità che constatiamo ogni giorno, anche in noi stessi.
Verità dolorosa, ma meravigliosa però, perché ci permette di scoprire che solo colui che vive in pienezza la propria vita può, senza piegare la fede ai propri bisogni, vivere un rapporto di fede e di affidamento a Gesù Cristo in tutta autenticità: le letture strumentali del Vangelo nella storia sono lì a ricordarcelo…
Solo allora ci si può decidere per “complicarsi la vita” in un rapporto con l’altro… Con tutto quel che comporta nella vita pratica, la fatica di dare storia al proprio reciproco amore.

Ci possiamo domandare allora se Gesù Cristo “oggi”, è “ancora” un “di più”. Anche a questo credo che possa rispondere il brano «Io ti chiedo di stare con me perché la mia vita in questo momento è veramente meravigliosa, ma con te lo sarebbe ancora di più».

Solo se si arriva a dire questo, l’amore è veramente amore. Perché gratuito, cioè “di Dio”. E solo questo amore, rende ancor più meraviglioso, il meraviglioso che già viviamo: Qualunque sia il punto di partenza con cui iniziamo (con Dio, con le persone, con le cose), questa è per tutti la direzione in cui incamminarsi.

Altre considerazioni potrebbero essere fatte, ma non vorrei allungare eccessivamente il post.
Accenno solo a due aspetti non marginali, presenti nella struttura del testo.
L’imparare a stare bene con sé: ove la “necessaria solitudine” diventa il “luogo” in cui si impara a costruire l’incontro con l’altro.
L’osservazione, indicata solo indirettamente, che l’amore è sempre un incontro tra maturi e non tra immaturità. A qualunque livello questa si situi…

Sinceramente è un brano che consiglierei caldamente a ogni coppia che intendesse intrapprendere (o continuare) un cammino di relazione che non si fondi sul "completamento, da parte dell'altro, di ciò che ci manca".

In ogni caso, grazie ad A.M. che mi ha fatto conoscere questo brano!

Nota: Quando avrò letto il romanzo, vedrò se sarà il caso di commentare ulteriormente il brano... Ho eliminato i commenti che non sono più "attinenti" al post. Mi scuso ancora con le lettrici e lettori del blog.

La banalità del male leghista e il rifiuto di rendere omaggio a quattro bimbi morti - AgoraVox Italia

La banalità del male leghista e il rifiuto di rendere omaggio a quattro bimbi morti

Alla richiesta di alzarsi in piedi e osservare un minuto di silenzio in memoria dei bambini Rom arsi vivi nell’incendio delle loro baracche, il consigliere regionale lombardo della Lega Nord Cesare Bossetti, amministatore di Radio Padania, se n’è rimasto seduto. Dice che doveva finire di leggere il giornale.
Bisogna capire, una volta per tutte, che leghismo e berlusconismo sono il volto nuovo del peggior populismo europeo: di quello che è già divampato sul continente con il nome di  nazi-fascismo.

Quel trattino, che collega due termini non certo omogenei per farne uno nuovo, indica che comunque vi furono tra quei due movimenti, nazismo e fascismo, abbastanza similitudini da poterli trattare, per molti versi, come uno solo.

La fede nel Capo, carismatico e visionario, era comune a nazisti e fascisti esattamente come lo è tra berlusconiani e leghisti.
Le stesse similitudini si possono tracciare per gli altri caratteri che collegano belusconiani e leghisti tra di loro ed ai loro maledetti progenitori.
In comune, innanzitutto, vi è la stessa insofferenza per la democrazia, le sue regole, e per qualunque potere che non sia quello dell'esecutivo incarnato dal capo. Un esecutivo tanto dil.atato da prendere il posto del legislativo - le parole del fhuerer hanno valore di legge - e da ergersi sopra al potere giudiziario; da crearne uno parallelo - i tribunali speciali - asservito ai propri scopi.
Vanno contestualizzate, per usare un verbo di moda, queste osservazioni: è evidente che nell'Europa di oggi, per essere considerato legittimo, un governo debba salvaguardare le forme democratiche, ma a questo e solo a questo, a una questione di forma, si riduce il valore che berlusconiani e leghisti attribuiscono alla democrazia liberale.

Di più ancora: sia Berlusconi che Bossi hanno cercato di far passare l'idea che esista una "costituzione reale", patto di coesione del popolo "reale" che in loro si riconosce, diversa da quella lasciataci dai Padri della Repubblica, dipinta come un'artificosa costruzione intellettuale, per di più influenzata dalle potenze vincitrici; una Costituzione avente puro valore formale, per l'appunto, e di cui non si dovrebbe tener troppo conto in attesa, quanto prima, di cambiarla fino a renderla irriconoscibile.
Il rapporto con l'estero dei moderni populismi è, poi, assolutamente identico a quello dei vecchi.
L’estero, inteso come esterno, è il palcoscenico, soprattutto per Berlusconi, delle relazioni internazionali, dei congressi e dei trattati, in cui ottenere riconoscimenti e successi - reali o meno - ad uso della propaganda domestica nel più mussolinia.no dei modi.

L’estero, inteso come differente, diverso, è, invece, ora modello da seguire sulla strada della modernizzazione - pensate a Bossi e alle sue idee sul federalismo, ma anche ai continui esempi americani, francesi e tedeschi che Berlusconi ed i suoi usa.no per sostenere le proprie tesi - e ora, sempre più spesso, ambiente ostile dove le virtù del Capo non sono comprese o, addirittura, proprio perché sono capite, vengono sminuite dagli stranieri nemici ed invidiosi.
Stranieri, diversi, asociali, specie quelli presenti dentro i confini nazionali: nemici dei Capi di allora, e dei loro sostenitori, quanto dei capi di oggi.

Non c’è nulla di più gratificante per un popolo che sentirsi indicare come depositario di tutte le virtù, come fa Bossi con i “padani”, e niente di più assolutorio che vedersi indicare negli altri i responsabili dei propri problemi.
Zingari ed extracomunitari in genere sono per il leghisti quel che erano i non ariani per i nazisti: mali da sradicare dal - o da limitare nello sviluppo nel - corpo della società; comunità che riconoscono altri valori, altri poteri, oltre a quelli del regime. Il cinese di oggi come l’ebreo di ieri è visto e descritto come un profittatore, un parassita; la causa prima di tutti, o quasi, i problemi che la vita d’ogni giorno ci presenta.
Una Padania senza immigrati, zingari e meridionali, insomma, sarebbe un paradiso.
Questo discorso, quasi punto per punto, lo si potrebbe ripetere per Berlusconi e il suo rapporto con gli oppositori politici, tutti indistintamente raccolti sotto l’etichetta di comunisti. Sono i comunisti che non gli permettono di trasformare il paese come vorrebbe; che non gli consentono di fare dell’italia un nuovo eldorado. Sono antropologicamente diversi - lo dice dei magistrati, a dire il vero; gli oppositori si limita definirli cog.lioni - mossi solo dall’invidia oltre che dall’odio ideologico e, si torna a quanto detto poco sopra, in combutta con le potenze straniere nemiche dell’Italia.

Berlusconiani e leghisti, insomma, esattamente come i nazi-fascisti, operano una riduzione al minimo del dibattito politico; dividono la società e più in generale il mondo in un noi ed un loro. Al noi, di cui il capo, prima d’ogni altra cosa, è elemento identitario, totem, tutto è dovuto; al loro, che in un modo o nell’altro nel capo non si riconosce, invece non spetta proprio nulla. A partire dal rispetto.
Non c’è quindi nulla di sorprendente nel rifiuto del parlamentare regionali leghista di alzarsi per rendere omaggio a dei bambini zingari morti; è un comportamento perfettamente in linea con quello che i dirigenti di quel partito vanno predicando, da decenni, a chi li voglia stare ad ascoltare.
E’ l’ennesima dimostrazione che il leghismo, come il berlusconismo, non è un normale movimento politico; non è un normale avversario da combattere con gli schemi mentali della vecchia politica.
Berlusconismo e leghismo sono due cancri della democrazia e come tali vanno curati.
Sbagliatissimo, come è stato fatto in passato, cercare di metabolizzarli; altrettanto sbagliato scendere al loro livello, o ancor più in basso, ricorrendo ad armi diverse da quelle previste dalla costituzione per combatterli.
Sono loro stessi, nel loro definirci tutti assieme altro, a suggerirci che fare.
Oggi e per il prossimo futuro dobbiamo considerarci, tutti noi che non ci riconosciamo nei capi e nei loro deliri, parte di uno stesso fronte comune.

L’essere contro, quando si hanno di fronte simili avversari, è ora, esattamente come lo fu per i nostri padri fino alla sconfitta definitiva del nazi-fascismo, sufficiente a darci un’identità; a qualificarci prima d’ogni altra considerazione.
Chiunque non la pensi in questo modo ritiene il berlusconismo ed il leghismo normali, potabili, accettabili.
 E’ stolto, complice o tutte e due le cose.

In: La banalità del male leghista e il rifiuto di rendere omaggio a quattro bimbi morti - AgoraVox Italia

venerdì 11 febbraio 2011

Rivoluzione

dal sito... (clicca sul titolo)

VI Domenica del Tempo Ordinario: Avete inteso che fu detto… Ma io vi dico

Il vangelo che la Chiesa ci propone per questa sesta domenica del Tempo Ordinario è il proseguimento del discorso della montagna iniziato ormai due domeniche fa con il testo delle beatitudini.


Il versetto 17, quello che inaugura il brano odierno, e il discorso che a partire da esso Gesù pronuncia, suscita però, rispetto ai toni dei vangeli delle ultime due domeniche, qualche istintiva perplessità: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli». Una perplessità, dovuta al fatto che non siamo più molto abituati ad avere a che fare con un Gesù “intransigente”, soprattutto sui cavilli della Legge (che infatti lui stesso trasgredirà nella sua vita, basti pensare al vespaio che suscitano i suoi miracoli in giorno di sabato…). Perché dunque – proprio nel momento in cui fa un discorso programmatico sulla sua vita e sulla vita della Chiesa (in questo infatti consiste il discorso della montagna) – introduce questa “intransigenza”? Come va interpretata?

Mi pare che, innanzitutto, per non farsi trascinare in letture non conformi al più ampio contesto evangelico, sia utile chiedersi quale sia, dal punto di vista di Dio (e di Gesù), il senso della Legge… Perché se diamo troppo per scontato che la Legge sia quella “cosa” che abbiamo in testa noi, cadere in cortocircuiti ermeneutici è molto facile… Se invece proviamo ad andare ad indagare il significato profondo che il dono della Legge ha nel testo biblico (interessante la locuzione “dono della Legge”… perché noi, che istintivamente la sentiamo come un qualcosa di ostico e opprimente, facciamo fatica a considerarla un dono… e già questo dovrebbe farci spuntare un campanellino d’allarme… perché, forse, quello che istintivamente pensiamo, non è esattamente il pensiero di Dio – e di Gesù – in proposito…), forse riusciremo anche a capire meglio il senso dell’“intransigenza” che Gesù propone nella sua osservazione…
Dunque cimentiamoci in un piccolo excursus… Innanzitutto una curiosità: la parola latina testamentum deriva da quella greca diatheke, che, a sua volta, è la traduzione di una parola ebraica (berit), che vuol dire “alleanza”. Perciò i nostri “Antico” e “Nuovo Testamento” non vogliono dire altro che “antica” e “nuova alleanza”… Essi cioè sono la storia di come Dio liberamente e gratuitamente decide di stringere con l’uomo un rapporto di amicizia.

L’amicizia che però Dio propone, la sua alleanza, ha contorni diversi da quelli delle nostre “amicizie/alleanze” umane: noi – solitamente – per “alleanza” (anche per quelle non sancite giuridicamente, come le amicizie) intendiamo un accordo tra due o più persone all’interno del quale avviene come uno scambio, fatto di reciprocità nell’offerta e nei benefici messi in campo. Esempio evidente è un contratto d’affitto (ma in genere tutte le alleanze economiche, fondate sul do ut des): uno mette a disposizione la casa e ci guadagna i soldi; l’altro mette a disposizione dei soldi e ci guadagna la possibilità di abitare in una casa.

Dicevo, anche nelle alleanze non sancite giuridicamente noi “funzioniamo” un po’ così: in un’amicizia ti offro il mio bene, la mia confidenza, la mia vicinanza, ma in cambio mi aspetto altrettanto bene, altrettanta confidenza, altrettanta vicinanza…

Bene, l’alleanza proposta da Dio funziona altrimenti: innanzitutto – se si segue un po’ il testo biblico – ci si accorge che l’iniziativa è sua e consiste in una gratuita disposizione ad essere amico/alleato del popolo. Per esempio Dio non chiede nulla in cambio della cessazione del diluvio universale: fa un patto unilaterale, in cui si offre come “il Dio del popolo di Israele”.

Inoltre – e veniamo a ciò che più direttamente ci interessa – anche quando sembra faccia un patto bilaterale (proponendosi come “il Dio del popolo”, quindi proponendosi come guida, protettore, custode, ecc… e chiedendo “in cambio” che “Israele sia il popolo di Dio” osservando le tavole della Legge del Sinai) in realtà, nuovamente, segue criteri diversi da quelli del do ut des. Sarebbe infatti interessante chiedersi perché Dio dà una Legge al suo popolo… a che pro? Cosa ci guadagna?

Lui non è che diventa “più Dio” se l’uomo osserva la sua Legge… anzi… proprio il contrario: è l’uomo che diventa “più uomo” se osserva la Legge… Cioè, forse, il modo giusto per guardare ai comandamenti di Dio non è tanto quello che ci ha introiettato una certa morale del contrappasso (devi osservare la Legge, altrimenti Dio ti punisce), quanto piuttosto quello di intendere la Legge come quei consigli che – dentro alla confidenza di un’amicizia – Dio si permette di dare all’uomo per suggerirgli un modo bello per essere uomo. Dei “consigli” dunque, non un’imposizione sotto minaccia di repressione! E con il fine, non di guadagnarci Lui (Dio), ma di consegnare all’uomo qualche suggerimento per arrivare alla fine della vita e – guardandosi indietro – essere contenti di ciò che si è diventati. Una Legge per l’uomo dunque, per la sua felicità, per la sua umanizzazione! Dei consigli che – certo – l’uomo può non seguire (senza per questo incorrere nella punizione di Dio), ma – sembra suggerire il testo biblico – col rischio di immischiarsi col male, che la prima persona che abbruttisce (dis-umanizza) è esattamente chi lo fa!

Ma, se dunque è questo il senso vero della Legge (e Gesù lo ribadirà continuamente, tant’è che a chi lo accusava di trasgredire l’osservanza del riposo sabbatico, risponderà: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato!», Mc 2,27), allora, forse, si inquadra meglio l’invito di Gesù ad un’intransigenza. Come a dire: quei “consigli” che Dio ha dato ad Israele per vivere una vita buona (che in greco coincide con “bella”), io non li invalido, anzi li voglio portare a compimento!

E infatti ecco l’elenco dei suoi “Avete inteso che fu detto / ma io vi dico”, dove ciò che è importante non è tanto – almeno a mio parere – la casuistica che Egli propone (son solo esempi, lascia fuori molte cose, dunque non ha certo qui una pretesa catalogativa esaustiva), quanto piuttosto l’evincere un criterio che possa farci capire cosa Gesù, con così tanta forza, voglia sostenere: e cioè, che il problema non è (l’ipocrisia del) l’osservanza legalistica della Legge (che appunto rimanda ad un’interpretazione errata di cosa sia la Legge, dal punto di vista di Dio e dunque di Gesù), ma la disposizione interiore del cuore dell’uomo verso il suo prossimo, l’intenzione del suo cuore, il modo di sentirlo, pensarlo, mettirglisi di fronte… Questo è il punto: se in una logica che rende bella la vita (una logica di Vita appunto, di donazione della vita, cioè di amore: l’unica cosa che – a dar retta a Dio e a Gesù – fa bella la vita), o una logica di sopraffazione e morte (che disumanizza l’uomo, soprattutto quello che la attua, più ancora di quello che la subisce)…

In questo senso allora torna interessante l’osservazione che fa il libro del Siracide nella prima lettura: «Se tu vuoi, puoi osservare i comandamenti; l’essere fedele [felice, nel senso di Dio, cioè amante e perciò contento di ciò che sei diventato] dipende dalla tua buona volontà. Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano. Davanti agli uomini stanno la vita e la morte: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà».

A noi non piace questo discorso sulla “buona volontà”. Troppo immediatamente infatti ci risuonano nelle orecchie dinamiche di volontarismo che ci hanno introiettato da piccoli (devi essere bravo, se no… devi riuscire, se no… devi essere adeguato sempre, se no…). Ma qui – se proviamo a staccarci dal senso che noi diamo a queste parole e riusciamo a prenderle nel senso che hanno in loro stesse – vediamo che l’accento è del tutto diverso: qui si parla di quell’educazione interiore di sé che pian piano cura l’istinto di sopraffazione, di violenza, di omicidio che abbiamo nei confronti degli altri, per abituarci (gli antichi non a caso parlavano di habitus, una virtù talmente sedimentata da aver plasmato ormai la mia interiorità, cosicché non devo neanche più sforzarmi per essere quella cosa lì, perché ormai la sono diventata) a guardarli, sentirli, pensarli e mettersi di fronte a loro con lo sguardo della custodia, come per una cosa preziosissima che ho… Tutti gli “ma io vi dico” vanno infatti in questa direzione…

Per questo c’è bisogno di una “recisione” («se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te», «se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te»)… altro termine che a noi non piace… perché l’abbiamo sempre inteso come una recisione di qualcosa di nostro, che ci fa, ci costituisce, per cui “reciderlo” sarebbe una castrazione… Invece qui si intende recidere una logica… impedirsi proprio di attuarla, e poi – pian piano – anche pensarla; e poi – pian piano – anche sentirla… per lasciar sempre più spazio ad un altro modo di porci di fronte agli altri, di pensarli, di sentirli…

E a chi dice che tutto questo è impossibile, Paolo risponde: «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, Dio le ha preparate per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio».

E io vi dico: io non sono capace, ma ho visto chi – pian piano – in vita, si è trasfigurato in questo modo! E perciò ci credo. E ci provo.

L'ultimo Antipapa

Penso che dopo questa ultima sortita di Berlusconi, il Magistero della chiesa, Papa in testa, debba cominciare a preoccuparsi seriamente.

Il movimento capeggiato da Giuliano Ferrara (che con tutta evidenza si sta rivelando “più ateo che devoto”) fonda la “difesa” di Berlusconi su una presunta campagna giacobina e moralista del mondo puritano italiano: proprio lui che ha fondato un movimento puritano contro la legge dell’aborto, riconosciuta da tempo “il miglior compromesso possibile” persino da Ruini!

Solo che Berlusconi infilandosi a testa bassa in questo pertugio difensivo non si accorge che così facendo peggiora ancor di più la propria situazione “morale” proprio in quegli ambienti cattolici a cui in primis sembra intendere rivolgersi per recuperare quel consenso che sta visibilmente perdendo.

Infatti il suo discorso, impostato sulla falsariga di quello di Ferrara (che ha già dimostrato quanta poca comprensione ha del cattolico elettorato) e supportato a spada tratta dai suoi politici, diciamo così, “riconoscenti” e per questo legati a filo doppio al suo destino politico, si configura come una vera e propria eresia propinata a quell’elettorato che allo stesso tempo costituisce di fatto il “gregge” affidato ai Pastori della Chiesa.

Ma in questo modo Berlusconi, (che continua legittimamente a professarsi cattolico, e fino a “scomunica comminata” è un suo diritto), facendo da contraltare alla vera dottrina cattolica sul peccato, e quindi auto-costituendosi come “fonte normativa magisteriale” della dottrina morale cattolica, comincia a configurarsi come un autentico antipapa scismatico, all’interno del mondo cattolico: soprattutto se c’è come sembra, qualche pio fedele che – ignorando quello del Papa – comincia a credere al suo discorso.

Di fatto, definendosi “peccatore” e chiedendo per questo “al popolo sovrano” una assoluzione generale sui peccati di cui è indagato in quanto reati, Berlusconi fa volutamente una grave confusione dottrinale tra legge e peccato, tra giustizia di Dio e giustizia umana, tra assoluzione e immunità, tra pena e colpa, tra foro interno ed foro esterno… Contrariamente alla dottrina cattolica che afferma, distinguendo, che ci sono peccati e reati e non sempre le due cose coincidono.

Inoltre la dottrina morale cattolica dichiara espressamente che se non ci sono ragioni “proporzionate di coscienza”, alla legge è dovuta obbedienza (anche se ritenuta personalmente ingiusta!) e la sua violazione costituisce formalmente “peccato”. Per cui: è peccato passare col rosso; è peccato parcheggiare fregandosene degli altri; è peccato non pagare le tasse; è peccato non andare a votare; è peccato saltare la coda; è peccato non rispettare la raccolta differenziata; è peccato inquinare… Molti qui arricceranno il naso anche in ambito cattolico, ma io ho citato espressamente questi casi perché col tempo alcuni di questi comportamenti sono stati declassati dal sentire comune a semplice “cattiva educazione”, ma la dottrina cattolica che vede l’individuo sempre inserito all’interno di una comunità umana più ampia, li ha da sempre configurati come peccati. Certo, c’è peccato e peccato, ma pur sempre di peccato si tratta, in quanto figlio di un menefreghismo egoista che disprezza il “prossimo”…

Tornando al tema della “dottrina berlusconiana del peccato”, ripeto, la esplicita confusione tra peccato e reato, con tutta evidenza finalizzata alla propria incolumità non solo politica, costituisce un vulnus nella dottrina cattolica e, siccome è propinata alla gente come “verità morale”, si configura come un tentativo di formulare una dottrina contraria agli insegnamenti della chiesa e quindi formalmente eretica e fautrice di movimenti scismatici.

Visto che non posso dilungarmi in un corso di morale, sintetizzo: Ci sono reati che non sono peccato; ci sono peccati che non sono reati; ci sono peccati che sono reati! In ogni caso da sempre nella dottrina morale cattolica, anche qualora un cristiano per obbligo di coscienza viola la legge, sempre in coscienza se ne deve assumere la responsabilità civile e penale; sociale e politica ed economica… Se questo vale persino per dei fatti che riguardano la coscienza, questo vale ancor di più per fatti come la concussione e l’incitamento alla prostituzione minorile, dove l’obiezione di coscienza non può, con tutta evidenza, essere usata come giustificazione di tali comportamenti.

In ogni caso nella dottrina cattolica mai l’assoluzione del peccato costituisce assoluzione del reato! A questo invece punta Berlusconi col suo eretico discorso, ma facendo questo incorre in un peccato (non reato!) questo sì imperdonabili.

E sia detto per inciso, qualora un peccato si configura come reato, esso esce necessariamente dalla sfera del privato e si configura come atto pubblico. Sempre! Anche quando si consuma all’interno della sfera privata della propria intimità personale. Quindi è falso che ci sia violazione della privacy da parte dei giudici, semmai è il contrario: è la privacy che viene usata per fare violenza al suo contrario, alla collettività…

Quindi si rassicurino Berlusconi e Ferrara, il fratello Berlusconi è già formalmente “perdonato” dall’elettorato devoto… e proprio questo perdono esige che lui (smettendo di dire eresie) dei suoi peccati se ne assuma la piena responsabilità civile, penale, politica, economica, sociale oltre che ecclesiale… in una parola storica. E proprio a questo mira quella “penitenza” che il prete formula durante il sacramento della confessione: solo qui l’assoluzione diventa effettiva! Solo con la esplicita assunzione delle proprie responsabilità storiche del proprio peccato nella forma di un tentativo di avviare un cammino di conversione nei comportamenti concreti del proprio vissuto (a cui ben poco servono le classiche “tre avemarie”). Perché lo ribadisco, l’assoluzione del peccato non assolve mai dal reato (e viceversa)! O per usare un linguaggio più classico: l’assoluzione della colpa non toglie la pena!

Ci fa piacere che Berlusconi quindi si consideri peccatore (e Ferrara con lui), ma propri l’essere peccatore esige che si assuma le conseguenze storiche del proprio peccato, andando dai giudici di Milano (che gli contestano il reato non il peccato!) e non ponendo mille ostacoli per sottrarsi alle proprie responsabilità come sta invece facendo. Così facendo però accentua ulteriormente quella deriva etica che (oltre a rendere il peccato imperdonabile, finché persiste tale comportamento) diffonde il proprio peccato all’intera collettività proponendosi non solo come modello da imitare (che dovrebbero invece imitare il Cristo), ma anche colui che dà giustificazione dottrinale del proprio peccato accentuando ulteriormente il degrado morale della collettività e ampliando ulteriormente il “disastro antropologico”.

Non so se siamo di fronte a una apologia del reato, ma certamente siamo davanti a una apologia del peccato che dovrebbe non poco impensierire quelle alte sfere del magistero che avrebbero dovuto vegliare sul gregge a loro affidato e che invece interessi di basso mercato ha portato dapprima a chiudere un occhio, poi a turarsi il naso, quindi anche le orecchie ed ora entrambi gli occhi: se continuano così resterà loro ben poco di scoperto per potersi rendere ancora riconoscibili dagli agnelli del gregge di Dio.

sabato 5 febbraio 2011

V Domenica del Tempo Ordinario: Insaporiremo e illumineremo la storia con l'amore che sapremo far circolare

In questa quinta domenica del Tempo Ordinario (e nelle prossime tre) torniamo a guardare parole evangeliche che da tanto tempo non sentivamo… tre anni fa, infatti, in questo stesso periodo dell’anno, eravamo già in Quaresima e i brani di questo mese di febbraio erano sostituiti con i testi specifici di quel periodo – cosiddetto – “forte”.


Quest’anno invece, con una Pasqua così lontana, facciamo in tempo ad ascoltarci gran parte del “Discorso della montagna” (Mt 5,1-7,29) – e per fortuna (!) perché è una delle sezioni più significative del vangelo – cosicché dopo le beatitudini di settimana scorsa, ci ritroviamo oggi fra le mani il proseguimento di quel medesimo discorso che Gesù fa alle folle e in particolare ai suoi. Sono loro quel “voi” a cui fa appello al termine dell’elenco delle beatitudini: «Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Se è vero – come dicevamo settimana scorsa – che l’idea di felicità che emerge dall’elenco dei beati che Gesù fa, è quella di chi nella vita si dà come unico e assoluto scopo quello di alzare il tasso d’amore nel mondo, anche l’essere “sale” e l’essere “luce” non può che andare in questo senso. Per Gesù il sapore da dare a questa nostra storia umana (personale e universale) e la luce sotto cui metterla è quella del bene dell’altro…

E questo per rendere «gloria al Padre vostro che è nei cieli».

È su questo punto che vorrei soffermarmi oggi… Su questa curiosa espressione “rendere gloria a Dio” (che Gesù chiama sempre Padre). Perché mi chiedevo… Cosa vorrà dire questo “rendere gloria”? Istintivamente mi saltano alla mente le teofanie dell’Antico Testamento, o gli incensi dei nostri riti religiosi, o momenti di particolare devozione…

Eppure le parole “stroncanti” di Gesù nel vangelo di Giovanni («Credimi, donna, viene l’ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. […] Viene l’ora – ed è questa – in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità», Gv 4,22-23) giungono come un monito a frenare questo sviluppo semantico della locuzione “rendere gloria a Dio”.

Allora, forse, è meglio scendere un po’ più “terra terra” e provare a dire con parole nostre cosa potrebbe significare questa espressione… che a me, per esempio, diviene chiara se provo a sostituirla con quest’altra: “far contento il Padre”… che è molto diverso dall’accontentarlo!

So che forse letteralmente non è proprio la stessa cosa e che gli studiosi del greco biblico e della filologia avrebbero qualcosa (di più preciso) da dire… Però, mi pare che tradurre “rendere gloria a Dio” con “farlo contento” renda bene l’idea di quello che voleva dire Gesù…

Soprattutto perché, se stiamo a vedere, ciò che invera questo invito sono – curiosamente – le «vostre opere buone» sulla terra! Esse fanno contento il Padre «che è nei cieli».

E in cosa consistano queste “opere buone” sulla terra, è lì a ricordarcelo in maniera inequivocabile la prima lettura, tratta dal libro del profeta Isaia: «Non consiste forse [il digiuno che voglio] nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza trascurare i tuoi parenti? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora invocherai e il Signore ti risponderà, implorerai aiuto ed egli dirà: “Eccomi!”. Se toglierai di mezzo a te l’oppressione, il puntare il dito e il parlare empio, se aprirai il tuo cuore all’affamato, se sazierai l’afflitto di cuore, allora brillerà fra le tenebre la tua luce, la tua tenebra sarà come il meriggio».

Dove la cosa curiosa è lo strano modo che il Padre ha di chiedere una corrispondenza al suo amore: “Io ti amo” – dice il Padre (e questo è indubbio, è la buona notizia del vangelo per tutti, anche per i più peccatoracci di tutti! È ciò che è ‘fuori discussione’ per Gesù, che ha speso tutta la sua vita solo per dirci questo, senza arretrare mai di un passettino, neanche quando lo scontro s’è fatto duro e per testimoniare fino alla fine solo l’amore, ha deciso di farsi male solo lui – nessun altro si fa male durante la sua passione, perché anche il servo a cui viene tagliato l’orecchio, lui lo guarisce! Nessuno viene nemmeno maledetto: Gesù muore perdonando i suoi carnefici: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno», Lc 23,34… Solo lui muore della morte dei maledetti: «l’appeso è una maledizione di Dio», Dt 21,23. È la vittoria dell’inappellabilità del suo amore: non lo ha smentito mai, nemmeno quando – umanamente parlando – avrebbe avuto il diritto di dire “adesso basta”… e invece no… il basta non arriva mai…). “Io ti amo – dice dunque il Padre – se vuoi accogliere il mio bene e ricambiarlo, beh, fallo ricircolare su un altro, ama tuo fratello, il tuo prossimo, chi ti si pone sul cammino…”.

Ecco l’inedito! Come se io avessi un moroso e gli dicessi: “Sì però ricambia il mio bene amando un’altra…”… Ma come!!?!? È un po’ strano… Ma è così perché per Lui ogni “altro”, ogni “altra” è suo/sua! Cosa che a noi, invece, risulta una logica inconcepibile, o perlomeno molto difficile da accettare e incarnare… per questo ci facciamo continuamente la guerra (e non solo quella con le armi… ma quella dell’affermazione dell’io…).

Invece Lui che è nei cieli, ma è molto più “terra terra” di noi, ci invita a sostenere lo sguardo di fronte a questo inaudito modo di stare al mondo, perché è quello vero, è quello che porta alla beatitudine di cui parlavamo domenica scorsa… È l’invito a non perderci in tante parole e cerimonie, incensi e devozioni, ma a far vedere che accogliamo e ricambiamo il suo amore, amando i nostri fratelli, suoi figli: «Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20). Non a caso, quando Gesù invia i suoi ad annunciare il vangelo (cioè la buona notizia che Dio è un Padre che ama i suoi figli), li manda a due a due, convinto com’è che renderanno testimonianza non per le grandi parole che diranno o per le grandi opere che faranno, ma per l’amore con cui si ameranno: questo persuaderà le genti: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,35).

Ma è evidente che per fare tutto questo è necessaria una conversione… perché noi ancora non siamo persuasi che Dio sia sempre e solo un Padre da cui viene sempre e solo il bene per l’uomo (anche peccatore, come me!). È per questo che Gesù vi insiste tanto e non fa nient’altro – praticamente – nella vita che ribadire, nelle parole e nei gesti, nelle scelte e nelle reazioni, nelle relazioni e nei modi di porsi, che il Dio vero è il Papà (l’Abbà) degli uomini, Colui che li abilita a vivere e dal quale non hanno niente da temere. Vi insiste tanto, soprattutto coi suoi, perché sa che «Si è immagine per gli altri solo di quel Dio che si ha dentro» [Giuliano] e se si vuole arrivare fino ai confini del mondo col vangelo, è per dare l’annuncio lieto di un Dio così, non di un altro, fatto a nostra immagine…

Uno che indubbiamente c’è riuscito è san Francesco, che non a caso, in una lettera ad un superiore, scrive:

«In questo modo intendo conoscere se tu ami il Signore e me servo suo e tuo, se farai questo, cioè che non vi sia alcun frate nel mondo, che avrà peccato quanto poté peccare, che dopo aver visto i tuoi occhi, non si allontani senza aver avuto il tuo perdono, se chiede il tuo perdono. E se non chiede perdono, chiedigli tu se vuole essere perdonato. E se poi peccasse migliaia di volte davanti ai tuoi occhi, amalo più di me per questo, per trarlo al Signore; e abbi sempre misericordia di questi frati…».

domenica 30 gennaio 2011

Poveri, senza rassegnazione e senza prostituzione

Sofonia
(iconostasis del XVIII secolo, mon. di Kizhi, Russia)
Il profeta Sofonia, che ha vissuto sei secoli prima di Cristo si trova ad esercitare la sua missione in un periodo storico di grande desolazione. La tribù di Giuda scampata all’invasione del re assiro Sennacherib è stata devastata economicamente e la miseria si diffonde ovunque. Ora davanti a questa miseria, sociale, economica, esistenziale, politica, che diventa anche religiosa, il profeta constata alcune cose che possiamo verificare anche noi nella nostra vita.

Davanti alla propria povertà e miseria, anche al solo rischio di diventarlo, una persona, un popolo può reagire in vari modi: O non crede alla possibilità di un cambiamento o cerca di cambiare le cose. Coloro che non credono al cambiamento si lasciano andare rassegnandosi al proprio destino di miseria o maledicendo dio o implorando un intervento dall’alto nella propria vita. Ma queste persone non muovono un dito (non andrebbero neanche a Lourdes!), perché la situazione cambi veramente, perché non ci credono che possa cambiare: miracolismo e fatalismo – ateo o religioso che siano – sono figli della stessa disperazione.

Però anche chi vuole reagire e cambiare le cose può non essere poi così diverso da questo primo gruppo di persone disperate: è colui che, cerca di battere il ricco sul suo stesso terreno adottandone la mentalità, diventandone abile imitatore. Ma in questo modo è già sconfitto, perché per diventare ricco e uscire dalla propria ingiusta miseria, si fa imitatore di colui che è causa di questa ingiustizia. Infatti questa persona, questo popolo, non si cura dell’ingiustizia con cui i suoi concittadini sono mantenuti nella miseria, gli basta di non esserlo lui e le persone della sua casa o nazione. Anche a costo di arrivare a dei compromessi con i propri ideali, con la propria dignità, con la propria fede, con la propria cultura e con il proprio dio e con il proprio corpo. Coinvolgendo in questo persino i propri cari.

Se è vero che la cronaca di questi giorni ce la propone come nauseante realtà, la mia intenzione va piuttosto a un esame spassionato sulla nostra vita, sul nostro modo di relazionarci in questa società e in questo pianeta.

E se riusciamo ancora ad essere schifati di deputati che si vendono e di genitori e figlie e figli che si corrompono e della “folla” che subisce tutto passivamente, allora forse ci è rimasta ancora un po’ di forza per poter ascoltare un’altra parola: Colui che vuole cambiare veramente le cose, togliendo ogni molestia – ci ricorda il Signore per bocca di Sofonia – deve cercare la giustizia, deve cercare non di diventare grande e potente, ma umile, cioè piccolo, perché solo se ciascuno si mette al servizio dell’altro potrà nascere il vero benessere e la vera libertà per tutti e non solo per qualche privilegiato. Ma per fare questo bisogna confidare nel Signore, cioè credere nella verità della sua parola, perché sola può dare compimento al nostro desiderio di una vita di pace e di giustizia. D’altronde comincia a diventare evidente quanto menzognera e fraudolenta appare la proposta che pone nella rassegnazione o nell’amicizia col padrone la soluzione dei problemi della propria vita e della nostra società (cfr quel film “criminale” che è La ricerca della felicità).

Se la smette di lamentarsi o di prostituirsi, allora il povero diventa il vero privilegiato perché unico destinatario della Parola. Non ce lo ricorda soltanto Paolo descrivendoci senza vergogna e quasi con orgoglio la povertà sociale e culturale della sua comunità, ce lo mostra plasticamente anche il Vangelo di oggi.

Dicevo che occorre confidare nel Signore, credere nella verità della sua parola, perché solo lei può senza inganno dare compimento al nostro desiderio di una vita di pace e di giustizia, perché è con quella stessa parola che siamo creati e solo di quella parola ci è possibile vivere. E guardiamola questa Parola! Cerchiamo per un attimo di vederci lì ai piedi di Gesù che parla. È la Parola che parla, senza mediazioni, senza clero, senza nessuno che ce la debba ridire e spiegare, senza bisogno di incenso e di teologi: si sta rivolgendo direttamente a ciascuno di noi.: Gesù laico che parla a dei laici...

Quelle parole che Gesù pronuncia è quella stessa Parola – immagine del Padre – con cui noi siamo stati creati dal Padre a sua immagine. Di quella parola siamo fatti, è nel nostro intimo più intimo (che è lo stesso intimo di Dio) e ora ci parla, si rivolge a noi. È fuori di noi, in Gesù che parla, ma è anche dentro di noi, nel Verbo di cui siamo fatti: la bocca di Gesù ci sta rivelando quello che ignorato abbiamo dentro. Basta ascoltarla, basta accoglierla per scoprirsi nuovi, diversi da come gli altri ci vogliono (infelici), uguali a come il Padre ci ama (felici). Andare verso Gesù allora vuol dire andare verso quella Parola di cui siamo fatti: è abbracciare veramente se stessi, scoprendosi figli. E nello stesso tempo, andare verso Gesù vuol dire andare verso quella Parola che è Dio nel cuore di Dio: è abbracciare veramente un Dio scoprendolo padre. Per questo la povertà, così vissuta, è la “cifra” di Dio in quanto è la “forma” dell’amore che unisce.

E allora di cosa abbiamo paura? Siamo finalmente uomini e donne libere, perché niente ci manca di ciò di cui il nostro cuore vive: il lavoro faticoso di un cambiamento possibile della storia – senza rassegnazione e senza prostituzione – nasce solo da questa pienezza di vita.

sabato 29 gennaio 2011

IV Domenica del Tempo Ordinario: Tra i beati Gesù mette anche quelli che piangono (di afflizione)?!

In questa quarta domenica del Tempo Ordinario, ecco che puntuale arriva il testo di Matteo 5, che ci propone l’inizio del cosiddetto “Discorso della montagna”, ossia quello che ci narra le beatitudini che Gesù elenca ai suoi discepoli e alle folle sul monte…


È un testo difficile… per tanti motivi… sicuramente per il contenuto, ma prima ancora forse, perché è uno di quei testi che subisce il doppio rischio dei brani “troppo” conosciuti: quello cioè di essere ormai dato per scontato o – viceversa – quello di essere così minuziosamente analizzato (per trovarci qualcosa di nuovo da dire) da risultare snaturato…

Mi pare allora che – forse – il modo migliore, quest’oggi, per approcciarsi al testo sia quello di far emergere con sincerità e trasparenza tutto il disagio che il ritrovarselo – ancora una volta – “tra i piedi”, suscita…

Perché il punto è proprio questo… ritrovarsi ancora una volta di fronte a questo brano e scoprire che ancora non lo si è capito, non lo si è incarnato… Infatti il “contenutisticamente difficile” a cui si faceva riferimento in precedenza, non sta tanto nell’individuazione del significato del testo (che è fin troppo chiaro), ma nell’attuare una conversione alla logica che propone…

Esso, infatti, sostanzialmente non è molto più che un elenco di persone (o gruppi di persone) che Gesù definisce “beate”, dunque felici, contente… Un elenco che chiunque di noi potrebbe stilare… anzi che sarebbe interessantissimo che ciascuno di noi stilasse… Chi è beato? Chi potremmo chiamare “felice”? Di chi potremmo dire che è contento?

E dalle proposte che ne risulterebbero, emergerebbe, per ciascuno, l’idea di felicità che ha in testa… l’idea di “buona riuscita” della vita… l’ideale di contentezza a cui aspira…

E il punto sta proprio qua: Quale idea di beatitudine, di felicità, di buona riuscita della vita, emerge dall’elenco di Gesù? Perché se abbiamo deciso di dargli credito, se abbiamo deciso di porre in Lui (cioè nella Parola di Dio, fatta carne) la nostra fiducia, se siamo alla ricerca di risposte credibili e fondative per orientare il percorso della nostra vita, è proprio questo che dobbiamo chiederci e chiarirci… Qual è il futuro che ci prospetta? Qual è l’ideale verso cui ci conduce? Qual è la vita che pensa, dovremmo condurre per essere felici?

Beh… è quella dei poveri in spirito, di quelli che sono nel pianto, dei miti, di quelli che hanno fame e sete di giustizia, dei misericordiosi, dei puri di cuore, degli operatori di pace, dei perseguitati per la giustizia (e non dalla giustizia! A scanso di equivoci…)…

Un elenco strano… Non tanto perché lontano da quello che formulerebbero i nostri adolescenti (o la parte più visibile e rumorosa dei nostri adolescenti – di tutte le età) – quindi un elenco in cui i beati sono i ricchi, i famosi, i calciatori, quelli che hanno tante donne, ecc… “Strano” dunque, non tanto per questo (perché, credo e spero, un ideale del genere mostri da sé tutta la sua meschinità e bassezza…), quanto piuttosto perché, pur assomigliando – almeno in alcuni aspetti – all’elenco che formuleremmo anche noi alla ricerca di “ideali alti” (la mitezza, la giustizia, la pace, ecc…), in realtà ha in sé un elemento del tutto imprevisto (e che Luca radicalizzerà): quello degli afflitti, che ora la nuova traduzione rende con “quelli che sono nel pianto”…

Mentre infatti tutte le altre beatitudini di Matteo sono in qualche modo riconducibili ad un ideale accettabile e accettato – almeno a parole – da tutti noi e da quella che riconosciamo come la parte “nobile” e “sana” della società, questa degli afflitti (e quelle di Luca: «Beati voi, poveri», « Beati voi, che ora avete fame», « Beati voi, che ora piangete»), ci risulta incompatibile da accostare ad un ideale di felicità…

Ma, come sempre in questi casi, non pare una buona prassi metodologica il mettere tra parentesi ciò che fa problema alla sintesi riflessiva che ci siamo fatti, facendo finta che questo elemento di eterogeneità non ci sia… Molto più serio è rimettere in discussione la sintesi trovata a partire dall’elemento che non fa tornare i conti… perché se non tornano, non tornano… è inutile far finta di niente…

Il punto è allora che – a dispetto di quanto sembrava all’inizio – l’ideale di felicità di Gesù, che in qualche modo non ci sembrava così lontano da quello (almeno teorico) che avremmo evinto anche da un nostro ipotetico elenco di beati, in realtà va ripensato… radicalmente…
Infatti forse l’inganno mentale in cui siamo caduti è stato quello di dare per scontato che cosa fosse la “beatitudine”, la “felicità” e, dunque, semplicemente far variare i percorsi per raggiungerla: perciò una vita bella, riuscita, felice non poteva essere quella dei ricchi, fannulloni, annoiati e soli… bensì quella di persone animate da grandi idealità e impegnate su quei versanti… la pace, la giustizia, la mitezza, ecc… pensando che questo fosse anche ciò che pensava / diceva Gesù…

Invece, la questione è più radicale… Quel “beati gli afflitti” insinua un necessario ripensamento che va a scavare fino al significato stesso di felicità… Detto con uno slogan: per Gesù i felici non sono necessariamente i sorridenti… Tra i beati Lui ci mette infatti anche quelli che piangono (di afflizione!).

Cosa vuol dire questo? Che la buona riuscita della vita per Gesù ha come elemento fondamentale qualcosa d’altro rispetto alla sensazione/emozione/condizione di ben-essere, di allegria, contentezza, soddisfazione, ecc… Per Lui infatti – e lo si evince da tutto il vangelo, da come vive e da come muore – una vita è beata se ha come unica preoccupazione quella di alzare il tasso d’amore nel mondo, testimoniando così l’inequivoca paternità di Dio. A quel punto non importa se le prendi, se ti perseguitano, se ti ritrovi nel pianto… non importa neanche se rimani da solo (come don Primo Mazzolari davanti allo specchio con un bicchiere di vino a dire: “Però c’abbiamo ragione noi!”)… la tua vita – a quel punto – è una vita “riuscita” secondo le logiche del Regno! E la felicità starà nel guardare alla consistenza della persona (amante) che si è diventati o si è tentato di diventare… il resto conterà… ma molto poco…

È per questo che dicevo all’inizio che è brutto ritrovarsi “tra i piedi” un’altra volta questo testo… Perché è su di esso che continuamente dovremmo fare la verifica della nostra vita, delle nostre giornate, dei criteri che guidano le nostre scelte, i nostri umori, le nostre reazioni… la nostra felicità… e la verifica non dà grandi esiti: ci ritroviamo infatti, guardandoci, a vedere quello che Paolo vedeva nelle prime comunità, «dove d’istinto emergeva l’affermazione mondana della forza, della cultura, del potere, come criteri di valore e d’importanza in comunità» [Giuliano]… dove cioè, ancora una volta, è la pienezza dell’io a determinare la felicità… e non la pienezza del tu…

Forse allora, all’inizio di questo nuovo anno liturgico, è bene ripartire da questa necessità di convertirci noi al vangelo e non di convertire lui a noi… Partendo proprio dal chiederci: Che cosa è per me la beatitudine? E che cosa invece mi suggerisce il Signore per arrivare alla fine e, guardandomi indietro, non dire “che schifo di vita ho vissuto, che brutta persona sono diventata”, ma piuttosto “ho voluto bene più che ho potuto”?

«Magari sono piccolissimi assaggi o (minuscole beatitudini!), soltanto squarci di un cielo e di una prospettiva che di solito vediamo e desideriamo da lontano, ed invece già adesso, ci è promessa e seminata in cuore, anche se rimane sempre ingovernabile e imprendibile…come ogni dono dello Spirito. E si annebbia presto, lungo la giornata, nei ritmi alterni dei nostri umori. Però è vera, e ne rimane la memoria e l’attenzione premurosa, perché le troppe distrazioni ed urgenze del nostro vivere non ci allontanino dall’essenziale!

… e così imparare, o almeno cominciare a tentare qualche gesto, arrischiare di rispondere alle asprezze della vita e degli uomini con qualche sbilanciamento di amore, di tenerezza, di assorbimento del male, invece che di ritorsione:

• quando la desolazione ci devasta il cuore e vorremmo anche noi consolazione, e siamo tentati di amarezza

• quando la reazione violenta ci preme dentro come l’unica soluzione, e vorremo esser capaci di seminare mitezza

• quando la rabbia triste per l’ingiustizia ci rode l’anima e la vorremo subito eliminata… a costo di altra violenza

• quando la miseria è cosi grande che bisognerebbe contenerla e accudirla con ancor più grande misericordia

• quando ci si offuscano gli occhi del cuore e non vediamo più la benevolenza del Padre in chi ci fa del male

… portando sempre pace e perdono dove c’è conflitto e odio, perché questo è il mestiere di Dio e dei suoi figli» [Giuliano].

Un'ulteriore fronte di riflessione

Carissimi lettori della lectio,
mi permetto di raggiungervi con un paio di letture significative riguardanti quanto sta succedendo in queste settimane in italia.
I contributi vengono da amiche di questo stesso giro e mi è parso doveroso allargare il loro invito a riflettere insieme su un problema che ci interpella tutti.

E' forse davvero ora di chiedersi cosa fare per far sentire che c'è un'altra Italia, altre donne, altri uomini... ma come fare!?!

E' la domanda che vi lascio
un caro saluto
chia


Concita De Gregorio, Le altre donne

Esistono anche altre donne. Esiste San Suu Kyi, che dice: «Un’esistenza significativa va al di là della mera gratificazione di necessità materiali. Non tutto si può comprare col denaro, non tutti sono disposti ad essere comprati. Quando penso a un paese più ricco non penso alla ricchezza in denaro, penso alle minori sofferenze per le persone, al rispetto delle leggi, alla sicurezza di ciascuno, all’istruzione incoraggiata e capace di ampliare gli orizzonti. Questo è il sollievo di un popolo».

Osservo le ragazze che entrano ed escono dalla Questura, in questi giorni: portano borse firmate grandi come valige, scarpe di Manolo Blanick, occhiali giganti che costano quanto un appartamento in affitto. È per avere questo che passano le notti travestite da infermiere a fingere di fare iniezioni e farsele fare da un vecchio miliardario ossessionato dalla sua virilità. E’ perché pensano che avere fortuna sia questo: una valigia di Luis Vuitton al braccio e un autista come Lele Mora. Lo pensano perché questo hanno visto e sentito, questo propone l’esempio al potere, la sua tv e le sue leader, le politiche fatte eleggere per le loro doti di maitresse, le starlette televisive che diventano titolari di ministeri.

Ancora una volta, il baratro non è politico: è culturale. E’ l’assenza di istruzione, di cultura, di consapevolezza, di dignità. L’assenza di un’alternativa altrettanto convincente. E’ questo il danno prodotto dal quindicennio che abbiamo attraversato, è questo il delitto politico compiuto: il vuoto, il volo in caduta libera verso il medioevo catodico, infine l’Italia ridotta a un bordello.

Sono sicura, so con certezza che la maggior parte delle donne italiane non è in fila per il bunga bunga. Sono certa che la prostituzione consapevole come forma di emancipazione dal bisogno e persino come strumento di accesso ai desideri effimeri sia la scelta, se scelta a queste condizioni si può chiamare, di una minima minoranza. È dunque alle altre, a tutte le altre donne che mi rivolgo. Sono due anni che lo faccio, ma oggi è il momento di rispondere forte: dove siete, ragazze? Madri, nonne, figlie, nipoti, dove siete. Di destra o di sinistra che siate, povere o ricche, del Nord o del Sud, donne figlie di un tempo che altre donne prima di voi hanno reso ricco di possibilità uguale e libero, dove siete? Davvero pensate di poter alzare le spalle, di poter dire non mi riguarda? Il grande interrogativo che grava sull’Italia, oggi, non è cosa faccia Silvio B. e perché.

La vera domanda è perché gli italiani e le italiane gli consentano di rappresentarli. Il problema non è lui, siete voi. Quel che il mondo ci domanda è: perché lo votate? Non può essere un’inchiesta della magistratura a decretare la fine del berlusconismo, dobbiamo essere noi. E non può essere la censura dei suoi vizi senili a condannarlo, né l’accertamento dei reati che ha commesso: dei reati lasciate che si occupi la magistratura, i vizi lasciate che restino miserie private.

Quel che non possiamo, che non potete consentire è che questo delirio senile di impotenza declinato da un uomo che ha i soldi – e come li ha fatti, a danno di chi, non ve lo domandate mai? - per pagare e per comprare cose e persone, prestazioni e silenzi, isole e leggi, deputati e puttane portate a domicilio come pizze continui ad essere il primo fra gli italiani, il modello, l’esempio, la guida, il padrone.

Lo sconcerto, lo sgomento non sono le carte che mostrano – al di là dei reati, oltre i vizi – un potere decadente fatto di una corte bolsa e ottuagenaria di lacchè che lucrano alle spalle del despota malato. Lo sgomento sono i padri, i fratelli che rispondono, alla domanda è sua figlia, sua sorella la fidanzata del presidente: «Magari». Un popolo di mantenuti, che manda le sue donne a fare sesso con un vecchio perché portino i soldi a casa, magari li portassero. Siete questo, tutti? Non penso, non credo che la maggioranza lo sia. Allora, però, è il momento di dirlo.
18 gennaio 2011


Vi segnalo questo lancio di MISSIONLINE.org dedicato al "caso Ruby"
Confidando in un sussulto di indignazione.

http://www.missionline.org/index.php?l=it&art=3257
GEROLAMO FAZZINI
direttore di Mondo e Missione e MissiOnLine

domenica 23 gennaio 2011

III Domenica del Tempo Ordinario: Una luce è sorta

In questa terza domenica del Tempo Ordinario, il brano di vangelo che la Chiesa ci propone, tratto dal testo di Matteo, è quello dell’inizio concreto del ministero pubblico di Gesù. Dopo il vangelo dell’infanzia (Mt 1-2) e dopo il cosiddetto trittico sinottico (e cioè quei tre episodi che inaugurano la vita da adulto di Gesù in tutti i vangeli sinottici: predicazione di Giovanni Battista, Battesimo di Gesù, tentazioni nel deserto – Mt 3,1-4,11), eccoci infatti ai primi atti, alle prime parole e ai primi spostamenti di Gesù tra la gente.


È un’attività che viene collocata in un momento preciso, «Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato»; un momento che in qualche modo muove la coscienza di Gesù a prendere il posto che gli compete sulla scena (aveva detto infatti Giovanni: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire», Gv 3,30), ad assumersi la responsabilità pubblica della sua identità e della sua missione.

Ecco quindi i primi movimenti («lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao») le prime parole dell’annuncio («Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino»), le prime chiamate (Pietro e Andrea; Giacomo e Giovanni), i primi gesti di liberazione dal male («Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo»)… quasi un concentrato sintetico di tutta la sua attività in Galilea: come un condensato che poi le pagine successive del vangelo srotoleranno, narrandoci gli episodi, gli incontri, i gesti, le parole… ma che già qui si propone nel suo sguardo d’insieme.

Ciò su cui però vorrei innanzitutto focalizzare la nostra attenzione, è la luce sotto cui l’evangelista pone la sintesi di tutta questa attività gesuana. All’inizio infatti Matteo – citando il profeta Isaia (precisamente il passo che la liturgia pone questa domenica come prima lettura) – mette come una chiave di lettura a tutto quanto sta per dire: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta».

L’evangelista cioè, appena prima di iniziare a raccontare le vicende della vita di Gesù, ci dice già come guardare a quell’uomo di cui sta per raccontare la storia: è lui la luce (grande) che arriva per il popolo che abita nelle tenebre; è lui la luce per quelli che abitano in regione e ombra di morte!

E per comprendere bene questa “anticipazione del senso” che Matteo ci fornisce all’inizio, dobbiamo far riferimento soprattutto a due elementi: il primo è la questione del “genere letterario vangelo”; il secondo è il significato che quelle parole, messe come incipit, hanno per il lettore di oggi (e di sempre).

Innanzitutto la questione del genere letterario: mentre leggiamo il vangelo, non dobbiamo mai dimenticare che non siamo di fronte ad una biografia di Gesù. Cioè non siamo davanti alla cronaca della sua vita, al racconto “minuto per minuto” di tutto ciò che Gesù ha fatto e ha detto. Non siamo nemmeno di fronte ad una “presa diretta”. Non è che Matteo (o chi per lui) era lì col taccuino degli appunti a prendere nota (“in diretta” appunto) i vari atti di Gesù… appunti che poi risistemati avrebbero costituito il vangelo!

Siamo piuttosto di fronte alla ricostruzione teologica della vicenda di Gesù, quand’essa aveva già esaurito la sua parabola storica. Cosa vuol dire questo? Vuol dire che chi scrive lo fa quando Gesù ha già vissuto tutta la sua vita, è già morto ed è già risorto; dunque a partire da un punto di vista che tiene in mano la totalità dell’esperienza storica di Gesù (e non mentre questa esperienza è ancora in divenire). In più dal punto di vista di chi, a partire dallo svolgersi completo di questa vicenda, ha già deciso di sbilanciarsi verso una fede/fiducia in essa: chi scrive, lo fa a partire dal riconoscimento che quella vicenda storica è la vicenda del Figlio di Dio, del Salvatore del mondo. E – proprio per questo – lo scopo di chi scrive è quello di portare altri al medesimo sbilanciamento.

Dentro questo quadro allora, forse, è più facile capire perché Matteo senta la necessità di porre già subito – in apertura del suo vangelo – un’indicazione riguardo allo sguardo da usare per leggere ciò che seguirà: perché la sua intenzione è quella di far sapere e convincere che la luce del mondo attesa dalle genti, loro l’hanno trovata, è quel Gesù di cui sta per raccontare la storia!

Il “come” Gesù sia questa luce grande lo si scoprirà strada facendo, leggendo tutto il prosieguo del vangelo, ma già adesso – ed è il secondo elemento che citavamo – è necessario dirne una parola…

Il problema è cioè chiarire fin da subito quali aspettative, quale senso, Matteo metta in campo di fronte al suo lettore: Cosa vuol dire quando esordisce dicendo «Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta» riferendo tutto ciò a Gesù?

Innanzitutto vediamo che senso avevano in origine quelle parole. Abbiamo già detto che sono una citazione del profeta Isaia. Il professor Patrizio Rota Scalabrini, la commenta così: «La struttura di questi versetti è abbastanza semplice: si presentano i giorni oscuri che si abbatteranno sulle tribù del Nord (Zabulon, Neftali, Galilea), che verosimilmente possono alludere alla seconda discesa di Tiglatpileser, che occupa i territori delle tribù del Nord. Successivamente si annuncia la salvezza che sarà basata sulla nascita (o intronizzazione?) di un Re liberatore, discendente della casa di Davide. In ogni caso ciò che è descritto è un momento in cui non c’è più speranza alcuna, né nella terra, né nell'autorità, né nella fede; ma ecco che la situazione si modifica radicalmente, proprio col tono esultante dei vv. 9,1-6 («Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce…»). Il brano esprime quindi la speranza di un superamento radicale di una tragica situazione, caratterizzata da guerra, oppressione e fame. Questa speranza è riposta in un personaggio storico e concreto, non in una figura mitica o escatologica. Si tratta, probabilmente di un erede al trono. Il contenuto di questa speranza è in parte politico, ma la contrapposizione di termini come “oscurità” e “luce-pace”, fa pensare a una modificazione più sostanziale della vita del popolo. Il mutamento riguarda innanzitutto chi è maggiormente nel buio e nella confusione: così i primi destinatari sono Zabulon e Neftali, le due tribù più settentrionali, più distanti dal centro, Gerusalemme, che è solitamente la beneficiaria delle promesse. In questo territorio passa la famosa “via maris”, la strada che in quei tempi collegava le due regioni più importanti della mezzaluna fertile: l’Egitto con la Mesopotamia e la Persia. Proprio per la presenza di questa strada le regioni del Nord ed in particolare la Galilea erano spesso oggetto di passaggio di eserciti, che vi compivano scorribande e saccheggi frequenti (come solitamente succedeva al passaggio di un esercito, anche non nemico). Era questo un distretto di periferia, nel quale vivevano numerosi gruppi di popolazioni non ebree; gli Ebrei stessi la chiamavano la “regione delle Genti”. Questa terra viveva pertanto nella confusione sociale, politica, militare e anche religiosa. La condizione difficile di tale regione è paragonata dal profeta ad una zona avvolta da tenebre perenni, e sottoposta a continua umiliazione. Ma l’arrivo del Signore, il compimento delle sue promesse attraverso la nascita (o intronizzazione) di quel misterioso personaggio regale, strapperà tale regione dalla tenebra, simbolo di caos e immagine di morte. L’intervento divino, reso manifesto dalla nascita del bambino regale, sarà come luce repentina, come l’inizio di una nuova creazione, come qualcosa di non spiegabile e di miracoloso. All’umiliazione subentrerà la gloria, alla tristezza una gioia piena e una letizia immensa. Tale gioia è espressa dal profeta attraverso l’immagine di un esercito vittorioso che si spartisce il bottino. Per una terra, oggetto di scorrerie e di prevaricazioni, l’annuncio di una vittoria con bottino costituisce la promessa di un radicale cambiamento. La terra del nord, terra di guerre e di sangue, diventerà terra di pace e di libertà. Nella “notte” di queste regioni lontane e apparentemente maledette, Dio interverrà, sconfiggendo il nemico: la sua vittoria non sarà su un popolo, contro un gruppo di uomini, ma su una condizione umana, contro una mancanza di senso e di gioia, nel superamento di un’umiliazione che rende buie tutte le giornate».

Dopo queste note esplicative, forse, è più chiaro anche il senso che Matteo vuole dare alla sua citazione: ai suoi lettori, di ieri e di oggi, infatti l’evangelista sta dicendo: “Guardate che è arrivato quello che ci può tirar fuori dalle tenebre e dall’ombra della morte. Se anche voi, se anche tu, ti senti come la terra di Zabulon e di Neftali (e chi non si sente come la terra di Zabulon e di Neftali? Chi non si sente campo di battaglia? ‘Botte vuota in cui si sciacqua la storia del mondo’ [Etty]? Chi di fronte a un mondo che pare andare a rotoli (quello grande, di tutti; ma anche quello piccolo, nostro) – a volte – non pensa che non ci sia più speranza alcuna? Chi non si sente nel buio e nella confusione? Lontano dai beneficiari della promessa, che son sempre gli altri? Chi non si sente in tenebre perenni, sottoposto a continua umiliazione – foss’anche solo per il fatto che prima o poi lui e i suoi cari dovranno morire?)… bene, se anche tu ti senti come la terra di Zabulon e di Neftali guarda che – sembra dire Matteo – io ho trovato uno che illumina tutto! Io ho trovato uno che fa nuove tutte le cose, che ri-crea l’uomo («Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo»), che riempie il cuore di gioia e di letizia immensa, che trasforma terra di guerre e sangue (come è la nostra interiorità) in terra di pace e di libertà! Vuoi andargli dietro?”.

È la domanda che Matteo – tranchant – mette lì all’inizio. È la domanda che la Chiesa – all’inizio di un nuovo anno liturgico – ripropone a tutti i discepoli del Signore… è la domanda a cui noi – terre di Zabulon e Neftali – siamo chiamati a rispondere, sapendo che «ogni suo seguace diventa discepolo quando sperimenta di essere a sua volta pescatore dei suoi fratelli: testimone della gioia dello spirito quando qualche piccolo, malato, ferito, soggiogato dalla paura, è preservato dal male, davanti ai nostri occhi, perché questa è la forza propulsiva, umile ma incoercibile, del minuscolo seme di amore che il Padre in Gesù ha seminato nel mondo…» [Giuliano]. Questa è la luce che Lui ha fatto sorgere.

giovedì 13 gennaio 2011

II Domenica del Tempo Ordinario: “Ecco l’agnello di Dio”

Dopo i tempi forti dell’Avvento e del Natale, che hanno inaugurato questo nuovo anno liturgico all’insegna della lettura e dell’approfondimento del vangelo di Matteo, domenica incomincia il Tempo Ordinario… Così – dopo aver pensato e celebrato il mistero dell’avvento dell’incarnazione e i momenti iniziali della drammatica storica del Figlio di Dio, nonché Figlio dell’Uomo – oggi iniziamo ad inoltrarci nel racconto della cosiddetta “vita pubblica” di Gesù, dunque nel mistero della sua identità.


Già domenica scorsa con la festa del Battesimo del Signore, il nostro sguardo si era staccato da Gesù fanciullo, per concentrarsi su Gesù trentenne, precisamente nel momento inaugurale del suo ministero pubblico, cioè l’incontro al Giordano con Giovanni Battista. Oggi – nuovamente – ci è riproposta la stessa scena, stavolta però secondo il racconto dell’evangelista Giovanni; una scena che dunque mostra tutta la sua rilevanza e che, proprio per la sua funzione logica di “gancio” tra i primi trent’anni della vita di Gesù (quelli da “sconosciuto” a Nazareth) e gli anni della manifestazione pubblica della sua identità/missione, chiude il Tempo di Natale e apre quello Ordinario, invitandoci ad una raddoppiata riflessione.

Fortunatamente l’evangelista Matteo e l’evangelista Giovanni – pur facendo riferimento al medesimo episodio della vita di Gesù – ne parlano a partire da punti di vista teologico-narrativi diversi, permettendo così anche a noi – cambiando punto di osservazione – di intercettare una nuova luce che illumina quel volto che entrambi vogliono tratteggiare.

Innanzitutto, va detto che l’evangelista Giovanni – a differenza di Matteo e Luca – non ha i vangeli dell’infanzia, per cui questo nostro brano, ha sì qualcosa che lo precede (il prologo poetico: «In principio era il Verbo…»; e l’episodio in cui il Battista è interrogato dai sacerdoti e dai leviti riguardo alla sua identità: «Io non sono il Cristo», «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia»), ma mai, prima d’ora, in questo Quarto Vangelo, Gesù era entrato sulla scena: è infatti precisamente nel nostro brano che egli fa la sua comparsa: «Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse…».

È come se – scenograficamente – l’occhio di bue per la prima volta si posasse su di lui… Eppure – nuovamente – senza che egli dica niente. Qualcun altro parla di lui: il Battista, appunto… Questo è il modo in cui l’evangelista Giovanni sceglie di presentare il suo protagonista: è Lui, è illuminato, ma – per ora – non si presenta da sé… altri dicono di lui… e sarà solo alla fine di tutta la narrazione evangelica, che il lettore/spettatore potrà dire chi è colui che viene introdotto in questo modo…

«Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele», «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
… Una presentazione densissima… di questo personaggio/protagonista di cui Giovanni (evangelista) ci vuol raccontare la storia e che ha fatto entrare – illuminandolo – sulla scena… infatti di lui, la prima volta che i lettori/spettatori lo vedono viene detto che è l’agnello/servo di Dio, che toglie il peccato del mondo, che “era prima di me”, che lo Spirito è sceso e rimasto su di lui, che battezza/immerge nello Spirito Santo e che è Figlio di Dio!

Forse non subito cogliamo il senso di cosa vogliano dire questi titoli con cui viene indicato, forse non capiamo nemmeno fino in fondo il significato delle espressioni che si usano per indicare la sua identità/missione (e ci vorrà la lettura di tutto il vangelo per riempire queste parole del significato giusto – evangelico – che hanno e soprattutto per disinquinarle dai significati che abbiamo in testa noi… e poi tutta una vita per masticare, digerire essi miliare – almeno un po’ – l’identità/missione di questo agnello di Dio), ma, certo, già in prima battuta – anche senza capire tutto – di fronte ad una presentazione così c’è da rimanere spiazzati… Giovanni ottiene il suo scopo, affascinare e conquistare il lettore/spettatore… instillargli un’aspettativa promettente, che lo faccia decidere a mettersi in cammino dietro a quell’agnello di Dio, proprio come avverrà il giorno dopo per i discepoli di Giovanni (Battista): «Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù».

Così «il Vangelo ci aiuta a leggere in filigrana, sul percorso del Battista, le tappe di conversione di chiunque voglia accettare le sue indicazioni profetiche, per diventare o ridiventare discepolo di Gesù.



colui che viene dopo di te è più importante di te, anzi è l’unica cosa importante. Dunque colui che Giovanni (noi) andavamo cercando da una vita, non è “il mio compimento”. Noi, piuttosto, siamo il “suo” compimento! Perché era prima di noi e ci è passato avanti, perché viene dall’eternità del Padre… Se non s’illumina questo barlume, se non ti accorgi di questa stella nelle tenebre; se non ti morde dentro questo presagio che la tua ricerca e i tuoi affanni, la tua missione e le tue presunzioni, il compito o il senso su cui hai puntato la vita sono labili e transitori, e proprio perché impastati del tuo io, ti si sfaldano tra le mani, non si fa spazio dentro di te, per cercare davvero… E comunque non si può censurare troppo a lungo il senso di incompiutezza che ci cova dentro, per il troppo poco che siamo. Non si può far tacere la chiamata interiore ad una dislocazione da fare, che se non altro, diventa umiltà e implorazione. Perché è a questo livello che riconosciamo cosa voglia dire davvero il primo avviso pregiudiziale di Gesù : chi vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso…Giovanni l’ha fatto fino a scoprirvi il senso definitivo e compiuto della sua missione…



 “Egli deve crescere ed io diminuire” (3,30). Anche per noi… i passi fatti, le fatiche del cammino, le persone che ci accompagnano, le ideologie con cui abbiamo interpretato e razionalizzato il suo vangelo e le nostre scelte (e che comunque dovevamo fare: sono il nostro battesimo penitente!), indicano con la loro fragilità e ambiguità dov’è il futuro, a cosa ci preparavano, verso dove ci spingevano. E ormai hanno realizzato il loro compito, devono ritrarsi per lasciare posto all’incontro, diversissimo per ognuno dei discepoli, ma passaggio assolutamente necessario per uscire dall’adolescenza … vocazionale cristiana, e diventare umilmente “responsabili” della propria fede. Per incontrare così la domanda nuda che Gesù ci rivolge, quando siamo fermi su questa soglia, incerti sul passo decisivo per la nostra vita: Chi cercate? (38)



L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è lui che battezza in Spirito Santo. Questa era la promessa e garanzia che l’aveva sostenuto e aveva dato il respiro all’impegno di tutta la sua vita, la forza alla sua voce inascoltata nel deserto, il coraggio della verità pagata di persona, il senso al suo battesimo di penitenza… Colui che sembrava uno dei tanti devoti nella fila dei suoi battezzandi… era il vero Battezzatore e salvatore dell’umanità, smarrita e ferita come pecore senza pastore… Al principio ognuno, man mano che si immerge nelle funzioni, nelle scelte, negli impegni della sua vita cristiana e si spende nella faticosa ricerca di fedeltà e dedizione, crede di conoscere bene Colui per il quale ha dato la vita… Quanto più è grande la (piccola) dedizione di cui siamo capaci, e passano i giorni e gli anni, tanto più è la distanza che scopriamo da lui. Per questo l’insistenza accorata del Battista, diventa propria di chiunque ha provato a seguire Gesù, ed ha imparato a proprie spese a sottoscrivere, presto o tardi la sua dichiarazione perentoria: io non lo conoscevo!…



Ecco l’agnello di Dio!

Il giorno dopo, l’anno dopo, o il decennio dopo… arriva il momento che ti trovi seduto per terra come Pietro o Paolo, o smarrito nel viaggio come i due di Emmaus, in forme tanto diverse quanto le storie personali di ognuno. E allora scopri che la fede, così com’era, non ti serve più. Ma non per questo perdi lui: anzi rimane solo lui – e gli sparuti fratelli o sorelle che ti legano a lui! Rimangono questi segni o presagi profetici che Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli… che li ha spinti ad iniziare l’avventura con Gesù, andando a conoscerlo “a casa sua”. Dunque, a non sfuggire, a non cercare capri espiatori, ma ad assumere la propria vita, e a prendere atto di dover iniziare di nuovo…. A livello liturgico e teologico la consapevolezza di questa destinazione cristiana è collaudata nella chiesa. Ad ogni Eucaristia si rinnova sacramentalmente agli invitati alla cena pasquale l’indicazione del Battista "Ecco l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo". Gesù infatti non ha voluto salvarci con la parola, con i miracoli, con le grandi conversioni di popoli, ma con la sua fine innocente e mite sul Calvario, all’ora dell’immolazione degli agnelli pasquali… Dopo aver condiviso con i discepoli l’ultima cena e dopo aver “spiegato” tutto il suo amore ai loro cuori induriti, allora come oggi: li amò sino alla fine!» [Giuliano].

giovedì 6 gennaio 2011

È credibile un salvatore in fila coi peccatori per farsi battezzare?

Domenica – a conclusione del Tempo di Natale e come inaugurazione del Tempo Ordinario, nel quale saremo invitati a riflettere sulla vita pubblica di Gesù – la Chiesa celebra la festa del Battesimo del Signore.


Ritroviamo così Gesù, ormai trentenne, che come primo atto – dopo gli anni della sua infanzia e giovinezza (di cui sappiamo pochissimo) – va a farsi battezzare da Giovanni, il Precursore: figura sulla quale la liturgia ci ha già fatto riflettere durante l’Avvento, raccontandoci chi è quest’uomo («In quei giorni venne Giovanni il Battista e predicava nel deserto della Giudea dicendo: “Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino!”. […] Portava un vestito di peli di cammello e una cintura di pelle attorno ai fianchi; il suo cibo erano cavallette e miele selvatico »), quale ruolo ha nell’economia della salvezza («Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!») e qual è la sua teologia, cioè la sua visione su Dio, sull’uomo, sulla vita («Razza di vipere! Chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente? Fate dunque un frutto degno della conversione…»).

Da Giovanni, da questo Giovanni, dicevamo, Gesù va a farsi battezzare e dato che il vangelo è il racconto scritto della fede dei discepoli in Lui, e dato che siamo all’inizio del suo ministero pubblico, questo brano del battesimo rappresenta come la presentazione della sua storia… della storia di questo uomo, riconosciuto come il Messia, il Figlio di Dio.

Certo ci sono già stati due capitoli (il cosiddetto “vangelo dell’infanzia”) che hanno in qualche modo voluto fungere da prologo al racconto della vita di quest’uomo, ma qui siamo al racconto inaugurale degli anni decisivi della sua vita – quelli, appunto, che l’hanno svelato nella sua identità/missione.

E la prima cosa che emerge, all’interno di questo momento inaugurale, è la sua stranezza… Da un lato infatti abbiamo un momento epifanico molto significativo (i cieli che per Gesù si aprono, permettendogli di vedere lo Spirito Santo discendere su di lui, e dai quali gli giunge una voce che lo dichiara l’eletto) e, dall’altro, il fatto che tutto ciò avviene in una situazione davvero inusuale per un personaggio importante di cui si sta per raccontare la vita: è in fila coi peccatori, per ricevere un battesimo di conversione.

Una strana presentazione per colui del quale – scrivendo – si vuole testimoniare la messianicità… Ma come insegna la critica storico-letteraria, se un fatto così disomogeneo rispetto alla finalità dello scrivere (che è: convincere della propria fede), è comunque riportato, ciò vuol dire che era inevitabile farlo… come a dire… nessuno si sarebbe inventato questo episodio della vita di Gesù se non fosse realmente accaduto, perché a nessuno – nel momento in cui veniva tracciato l’itinerario per la fede in Lui – sarebbe venuto in mente di scrivere qualcosa che potesse metterne in discussione la messianicità (Come fa a essere il Messia se si mette in fila coi peccatori? Come può pretendere di essere colui che rimette i peccati del mondo, se lui per primo si fa battezzare per la conversione?).
Tutto questo per dire che ciò che è problematico non è il fatto, ritenuto autentico da tutta la critica storico-letteraria, ma la sua interpretazione: cioè il problema diventa il rendere ragione di questa stranezza… Mitigata, certo, dallo Spirito Santo e dalla voce dal cielo… Ma… a ben guardare, fino a un certo punto, perché questa specie di “investitura dall’alto” poteva avvenire anche in un contesto diverso… Dopo un miracolo inaugurale, o dopo un discorso particolarmente significativo… Invece la teofania sta a commento del paradossale essersi messo in fila coi peccatori da parte del Messia…

Un problema che non va troppo in fretta superato con presupposti piani divini a noi sconosciuti (come pare fare in parte lo stesso Matteo quando – a differenza degli altri evangelisti – fa dire a Gesù «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia»; segno questo che anche per i primi cristiani il problema c’era ed era vissuto con una certa perplessità e fatica), ma che va “preso di petto”: Perché mai Gesù, come primo atto della sua vita da adulto va a mettersi in fila coi peccatori? E perché proprio in questo atto il cielo lo riconosce l’amato in cui ha posto il suo compiacimento? Al di là, infatti, di ogni nostro tentativo di girare e rigirare le cose, è proprio questo che il testo evangelico ci consegna…

Forse per provare a rispondere a queste domande, senza appiccicarci addosso risposte estemporanee, può essere utile chiederci perché tutto questo ci faccia così problema… o perché lo faceva ai primi cristiani… Dove sta l’anomalia che ci fa storcere il naso?

Beh… qualcosa l’abbiamo già accennato… Colui che si arrogherà il potere di perdonare i peccati (Mt 9,6) può lui stesso essere in fila coi peccatori? Colui che verrà creduto il Figlio di Dio, può essere lì, solo per farsi aiutare da Giovanni a capire la sua identità/missione? In altre parole: il Figlio di Dio, colui che pretende di salvarci perché anch’egli Dio, può essere veramente un uomo? Non deve avere qualche scarto incommensurabile, qualche cosa che lo preserva dal male, qualche prescienza che lo rende qualitativamente diverso da noi? Se è uno di noi può davvero salvarci?

Ecco il punto… Quello che precisamente pungeva la carne dei primi cristiani: intorno a loro tutti dicevano: era solo un uomo e dunque uno che non può salvare! Ecco il problema: se è Dio, ci salva; se è un uomo, no. Ma quello che noi abbiamo visto era solo un uomo…

Il problema radicale allora è quello – ancora una volta – dell’incarnazione, del modo di essere Dio di Gesù (e del modo di essere Dio del Padre), perché noi, non siamo mai persuasi fino in fondo che egli fosse pienamente uomo… Non ci va bene un Dio così, non ci convince… saremmo un po’ più tranquilli di un Dio che – dall’alto dei suoi cieli, dall’alto della sua separatezza, dall’alto della sua alterità – intervenisse (dal di fuori, appunto) con una sorta di “bacchetta magica” più o meno coreografica (a seconda dei gusti) per toglierci dai guai (terreni ed ultraterreni): il male subito, il male fatto, la morte, l’inferno…

Sarebbe anche tutto più facile da capire (e purtroppo tante volte la chiesa ha ceduto a questo desiderio di semplificare le cose per renderle comprensibili, perdendo però l’esplosività di ciò che annunciava: la sua disomogeneità, appunto; la sua impossibilità ad essere immediatamente compreso…)… Ma forse sarebbe più facile da capire, proprio perché “a misura di uomo”, perché riclassificabile all’interno delle nostre categorie di pensiero, perché più rassomigliante alle nostre aspettative… un Dio che in fin dei conti è un uomo plenipotenziario, un “Uomone”…

Invece, le disomogeneità di Gesù ci costringono a sbattere il muso contro le nostre ovvietà… e ancora una volta a dire: l’immagine di Dio che avevo in testa, non era Lui… ero io…

In questo senso, davvero Dio è totalmente altro dall’uomo, i suoi pensieri non sono i nostri pensieri…

Ma non perché è grandissimo, infinito, eterno, lontanissimo… e può fare tutto… soprattutto quello che noi non possiamo fare… sarebbe un “Uomone”… Ma perché nell’alterità del suo essere, si fa più intimo all’uomo dell’uomo stesso… che – a pensarci bene – è l’unica salvezza credibile!

Cerco di spiegarmi con le parole di p. Massimo Fiorucci, OCD: di fronte al dramma del male radicale ed insolubile (che è il problema dell’uomo, ciò da cui l’uomo chiede a Dio di essere salvato), «un primo dato evangelico è questo: Dio non si sottrae alla domanda, ma si confronta e si scontra con l’assurdità del male storico. Decide di non scendere dal banco degli imputati. Il vangelo quindi non ci racconta una fiaba [quella dell’Uomone/di un supereroe], ma la storia di un Dio che assume una forma tale (quella del bimbo, quella dell’uomo in crescita, dell’uomo storico) tale per cui anch’Egli si confronta col male che minaccia la bontà della vita umana.

Un secondo dato: la sua non è una risposta teorica. Egli non risponderà ai nostri perché. Cristo è la risposta all’uomo non ai suoi perché. La sua risposta è la sua vulnerabilità, la sua vulnerabilità è ciò che lo autorizza al perdono. Egli infatti ha un’identità tale che si identifica con ogni uomo che ha patito il male. Per questo – e solo per questo – è autorizzato ad un perdono, che altrimenti non sarebbe neanche in suo potere, perché le decisioni dell’uomo hanno un carattere di irreversibilità: non si può tornare indietro e perciò nulla può bilanciare il male fatto o subito, tanto meno quello subito ingiustamente. Né la vendetta, né l’inferno possono pacificare le domande che il dolore innocente scatena nel cuore dell’uomo. Anzi aggiungono altro male al male già avvenuto.

In Gesù invece la precarietà non è assunta come obiezione, ma come condizione e solo così il suo perdono ha spessore di verità».
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