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martedì 14 ottobre 2008

Lettera agli amici UFO

Egregi Signori Extraterrestri (da qui chiamati UFO), il sottoscritto (da qui chiamato MARIO) ha appreso sul web (da qui chiamato SPAZZATURA) che avete intenzione di sbarcare sulla Terra (da qui chiamata DISCARICA), e per questo ci inviate tra l'altro, questo amorevole messaggio che ho trovato tra la SPAZZATURA:

...Veniamo a comunicare che il giorno 14 Ottobre 2008 un’astronave di grandi dimensioni sarà visibile nei vostri cieli nella porzione sud del vostro emisfero e sarà compresa nel campo visivo di molti dei vostri stati, noi gli abbiamo dato il nome di Alabama. È stato deciso che resteremo all’interno della vostra atmosfera per un periodo di almeno 3 giorni, corrispondenti ai vostri cicli diurni di 24 ore. Durante questo periodi di tempo ci sarà molta agitazione sul vostro pianeta. I vostri governanti e le alte sfere di potere del vostro pianeta cercheranno di invadere lo spazio atmosferico che circonda la nostra astronave.
Le misure di sicurezza che abbiamo adottato a questo scopo sono necessarie dal momento che avrà probabilmente luogo una specie di commedia ad opera dei vostri stessi governanti volta a negare la nostra azione pacifica. Sappiate questo, noi veniamo ad assistere il vostro mondo, non veniamo per usurpare, non veniamo per distruggere, veniamo a portarvi speranza. Noi siamo esseri provenienti da altri pianeti che da molti eoni del vostro tempo stiamo preparando gli avvenimenti a venire. Chiediamo solo ad ogni anima della Terra di accogliere questo messaggio con il cuore e di accettare la verità che risiede dentro di voi, perché solo dentro di voi potrete riconoscere queste e le altre cose che accadranno...


Vi ringrazio per la Vostra cortese premura ma proprio si vede che siete degli extraterrestri e non conoscete molto bene di come si passano le cose tra di noi terrestri... Infatti:
  1. Intanto non saprei proprio dove potreste atterrare: dovete sapere che qui da noi oramai, in Occidente, (Russia e Cina compresi), non c'è più posto nemmeno per gli extracomunitari, figurarsi per gli extraterrestri!
  2. Vi conviene poi di verificare se non siete allergici al nostro inchiostro perché nel caso che si trovi un posto (e solo dopo intervento della Caritas Internazionale - in quanto l'ONU è già qualcosa di extraterrestre e allora non vale - e al massimo nei campi-tugurio da cui abbiamo cacciato i ROM), occorrerà naturalmente prendervi le impronte digitali di tutte le dita di ogni mano che avete (e se non avete le mani, useremo i vostri piedi: che diamine in un modo o nell'altro dovrete pur deambulare!)...
  3. Vi conviene inoltre fare uno studio più accurato anche del livello di intelligenza di noi terrestri, il cui QI, nonostante ciascuno si vanti di averlo alto, non supera mai quello dei propri governanti. Onorevoli che infatti pretendono di fare passare per salvataggio il far pagare con i soldi del contribuente la sopravvivenza di Banche-Boia che strozzinano lo stesso contribuente con i loro immaginari tassi di interesse: e il contribuente, visto il suo QI, ci crede pure!
  4. Inoltre, come non vi è stato certamente detto dal servizio d'informazione cristianofobo e antisemitico, dovete sapere che già circa 2015 anni-terrestri fa ci fu un "extraterrestre" che si fece "terrestre" per portarci, come verreste fare voi, speranza e libertà... Questo signore, voleva guarire le nostre malattie interiori che sono causa di quelle esteriori (ché se impiegassimo per curare le malattie e risolvere i problemi, tutto il personale e i soldi e le strutture che usiamo per inventare strumenti di morte e schiavizzazione, a quest'ora dopo 2015 anni saremmo arrivati a scoprire il modo di risuscitare persino i morti!). Questo signore - dicevo - insieme ad altri sfigati come lui, sono venuti a portare pace, serenità, giustizia, benessere e cultura al mondo intero. Bhè! andate a vedere che fine hanno fatto 'stì poveri cristi! Ogni tanto qualcuno ci riprova a realizzare le loro proposte e a qualunque etnia appartenga (popolo, razza, cultura e religione) fanno tutti la stessa fine... Così saprete la fine che farete anche voi se non arrivate ben armati... In tal caso però è meglio che restate dove siete perché ci bastano e avanzano le nostre!
    A proposito di quel povero cristo che diede il "la" a questo movimento di idealisti sognatori di pace e serenità per tutti, tanto per dirvi il QI dei suoi seguaci, sappiate che lo festeggiano e osannano ogni domenica per circa un'ora (se meno meglio!) di raccoglimento con canti (senza balli) e col volto triste di chi non ha vinto al SuperEnalotto... per questo dopo quest'ora (se meno meglio!) di penitenza se ne vanno ciascuno per conto proprio, dimentico dell'altro che aveva accanto, a divertirsi e a spassarsela sulle spalle del primo malcapitato che arriva, meglio se nero o cinese o marocchino (essendo i rumeni un po' passati di moda...).
  5. L'unico posto dove proprio potreste aterrare, se proprio ci tenete a rischiare la vostra pelle verde, è in qualche Stato africano. Tanto lì qualunque cosa accada non gliene frega niente a nessuno nel resto della DISCARICA e poi loro, gli africani, sono abituati da millenni a essere invasi e a sopportare ogni specie di razza terrestre ed extracomunitaria (uno più, uno meno, non cambia niente, tanto, da quelle parti, non cambia mai niente!)... Questa specie umana sui generis detta africana, ha un livello di sopportazione e di pazienza che non ha pari in tutta la Galassia anche perché è allenato da tempo ad adattarsi a ogni tipo di capriccio degli altri 5miliardi di esseri umani che proprio per questo non smettono di "visitarli" e ficcanasare nei loro affari...

C'è un proverbio italiano che dice "uomo avvisato, è mezzo salvato"... Vabbè che non siete uomini, ma UFO, però io vi ho avvisato lo stesso: se potete, state dove siete! È meglio per voi, credetemi! E anche a noi sarà di grande consolazione e speranza sapere che esiste ancora un parte intelligente della creazione che non si sia lasciata corrompere dalla nostra stupidità...

Vostro MARIO


lunedì 13 ottobre 2008

La supposta


Vi ricordate di quei medici nazisti che "esercitavano la loro professione" (si fa per dire) usando i prigionieri dei lager come cavie? Leggete qua e ditemi chi è peggio...


di MARIA NOVELLA DE LUCA

UN SISTEMA malato, che peggiora di anno in anno. Corrotto in ogni piega, inquinato in ogni angolo. Assediato da truffe, ruberie, scandali e malversazioni. Dove ogni azione, dalla prescrizione di un farmaco alla richiesta di un ricovero, dalla scelta di un'analisi clinica all'assegnazione di un posto all'ospedale, risponde alla pura e semplice logica del business, piuttosto che alla cura e alla tutela del paziente.

Viaggio tra i dissesti del Sistema sanitario nazionale, un bene prezioso, un tempo tra i migliori d'Europa, oggi ammalato di una "lottizzazione politica che ha le caratteristiche di un cancro", che si diffonde e avanza con la complicità di una "casta bianca", fatta di medici, amministratori, case farmaceutiche, partiti e Regioni.

Dieci anni dopo "Camici e pigiami", Paolo Cornaglia Ferraris, pediatra genovese che con quel libro-scandalo mise a nudo il "sistema" che stava corrompendo (con la complicità dei medici) la sanità italiana, torna a denunciare quanto accade tra le corsie degli ospedali e negli ambulatori delle Asl, ma anche nelle segreterie dei partiti e nelle anticamere dei ministeri.

Qui regna appunto "La casta bianca", (edito da Mondadori, dal 14 ottobre in libreria), e l'inchiesta parte dalle truffe sui ricoveri (la cui durata non sarebbe decisa in base alle esigenze del malato, ma sulla base dei rimborsi delle Regioni), svela i meccanismi di corruzione dell'industria del farmaco, per arrivare all'inestricabile parentopoli che governa le facoltà di Medicina e i Policlinici universitari.

Un vero attacco a quel sistema Sistema Sanitario Nazionale che sarebbe ancora "una grande risorsa per l'Italia - dice Cornaglia Ferraris - con 13mila ricoveri in ospedale ogni anno, oltre 79 milioni di giornate di degenza, 4 milioni e 700mila interventi chirurgici, 1337 strutture ospedaliere pubbliche e private". "Ma questa straordinaria rete, che dal dopoguerra ad oggi ha portato la salute a milioni di persone, ha ridotto ai minimi storici la mortalità infantile, ha conquistato impensabili vittorie contro il cancro, è ormai divorata da un gruppo di potere - aggiunge Cornaglia Ferraris, oggi medico dei bimbi figli degli immigrati clandestini - che in nome di due "principi", denaro e carriera, sta sfasciando tutto".

Ed è al sofisticato meccanismo del fare denaro rubando soldi pubblici che Cornaglia Ferraris dedica uno dei capitoli più interessanti di questo viaggio (allucinante) nei mali della Sanità italiana. Tutto ruota attorno ai rimborsi dei ricoveri e delle prestazioni che gli ospedali o le strutture convenzionate ottengono dalle Asl. Basta falsificarne il numero o moltiplicarne la quantità, al di là delle reali esigenze del paziente, per ottenere flussi di denaro a volte incredibili, come nel recente scandalo della clinica "Villa Pini" di Chieti. Le truffe sono note, eppure reiterate. Spiega Cornaglia Ferraris: "Le tariffe sono diverse a seconda del tipo di ricovero. Quelli con dimissione in giornata o con una sola notte valgono poco. Quelli con due o più notti valgono di più. Dopo un certo numero di giorni, che si chiama valore soglia, scatta un aumento giornaliero che non conviene quasi mai. Ecco svelate le ragioni per cui spesso, dopo dieci giorni, vi buttano fuori, oppure vi dimettono, e vi ricoverano il giorno dopo, un'altra volta".

Il tutto navigando in quella zona grigia di leggi e norme dove l'abuso può essere mascherato da prestazione regolare.

Cornaglia passa poi ad analizzare un altro grande "malaffare" consumato sulla pelle dei pazienti: le prescrizioni (drogate) di farmaci, che il medico somministra seguendo proprie logiche di mercato (regali, premi, tangenti) piuttosto che il reale bisogno dei malati. "Il 60% degli antibiotici viene assunto senza che ce ne sia reale bisogno". Sistema diffuso e corrotto, di cui Big Pharma (il cartello delle multinazionali della farmaceutica) è l'esempio eclatante. "L'investimento maggiore di Big Pharma - scrive Cornaglia - non va in ricerca e sviluppo, bensì in marketing e amministrazione". E citando uno studio americano che mette in luce i rapporti con l'industria aggiunge: "L'83% dei medici riceve pasti gratuiti, il 78% campioni di farmaci, il 35% riceve rimborsi per le spese di partecipazioni a convegni, il 28% percepisce onorari per conferenze o per l'arruolamento dei pazienti nei trial", ossia nei gruppi di sperimentazione dei farmaci.

La situazione italiana sarebbe di poco dissimile, e Cornaglia cita una seconda ricerca (made in Italy) in cui "sono state valutate le prescrizioni di alcuni farmaci prima e dopo che un certo numero di medici era stato invitato a convegni in lussuosi alberghi". Senza parlare della pubblicità che porta all'assunzione di farmaci inutili, la ricerca sponsorizzata, e il lucrosissimo mercato dei brevetti.

Un business enorme, una piaga che si allarga. Perché a tutto questo, presente anche in altri paesi, in Italia si aggiunge la lottizzazione dei partiti, della Chiesa e, addirittura, della Massoneria. I soldi della Sanità vogliono dire infatti appalti, posti di lavoro, carriere nelle aziende ospedaliere, cattedre all'università. E dall'analisi dei "poteri in campo", agli alberi genealogici delle famiglie che di padre in figlio, di parente in parente si tramandano i posti nei policlinici e nelle facoltà di Medicina, attraverso concorsi truccati e dottorati ad personam, ci si sente alla fine di questo viaggio intrappolati in una ragnatela in cui il paziente conta poco o niente.

"Questo non vuol dire che in Italia non ci siano aree sane, professionisti eccellenti - conclude Cornaglia Ferraris, che dopo l'uscita del libro 'Camici e pigiami' venne licenziato dall'ospedale Gaslini di Genova - eppure noi oggi rischiamo di perdere un sistema sanitario pubblico buono come quello che ci siamo conquistati negli ultimi 40 anni. L'allarme è forte, bisogna che la gente se ne renda conto. Per questo ho creduto fosse giusto raccontare la parte malata del sistema e non quella sana".

venerdì 10 ottobre 2008

Istruzioni per “non” perdere… il Regno di Dio!

… un convito di festa per tutti i popoli
Il brano di Isaia rappresenta uno dei momenti pregnanti dell’annuncio profetico che raccoglie un’istanza antica connaturale alla storia della salvezza, fin da Abramo, padre della fede, al quale già era stato promesso “Saranno benedette per la tua discendenza tutte le nazioni della terra, perché tu hai obbedito alla mia voce” (Gn 22,18). Una necessità interiore antica come l’uomo, questa, che il profeta raccoglie: una specie di tropismo antropologico, uno spontaneo orientamento dell’uomo verso un comune destino, che è la chiamata di tutti i popoli all’unico banchetto della salvezza, ove tutti usufruiscono con gioia dei prodotti della terra, elaborati dalla cultura dell’uomo: eccellenti, raffinati, succulenti! Il cammino dei popoli, convergente da ogni parte verso Gerusalemme, sul monte del convito universale, è qui descritto probabilmente quando Gerusalemme era già distrutta, perché rappresenta il dramma del credente di ogni tempo, lacerato tra questa spinta empatica che ci fa sentire in ogni uomo il fratello e le barriere storiche il velo o addirittura la coltre che invece ostacolano o oscurano gli occhi ( e il cuore). L’altro non più il fratello ma il concorrente da controllare e combattere…
… una profezia per oggi!
Mai nella storia dell’umanità queste istanze profetiche si sono così avvicinate al loro compimento storico, attraverso possibilità tecnologiche inimmaginabili, che hanno prodotto una globalizzazione e interdipendenza economica e culturale di impatto enorme ed irreversibile sull’umanità attuale. Ma nello stesso tempo viviamo un momento di smarrimento etico e politico, nel quale l’anelito del cammino comune dell’umanità e dei suoi necessari (anche se ancor poveri e inadeguati) strumenti istituzionali di collaborazione sovranazionale sono in crisi, sopraffatti dalla paura e dall’egoismo e forse dalla loro stessa complessità, alimentata in modo acritico sotto l’unica spinta propulsiva del profitto e del potere dei paesi più forti. Ci sembrava impossibile, qualche anno fa, nella visione ottimistica del cammino di liberazione dell’umanità (populorum progressio!), di dover assistere invece a una tale recessione politica, economica, finanziaria… e soprattutto culturale, quale sta davanti ai nostri occhi! E così ci troviamo ad ascoltare prese di posizioni e progetti di discriminazioni politiche e amministrative di sapore razziale, vedere partiti politici con programmi più o meno velatamente razzisti che ottengono l’appoggio di interi gruppi, parrocchie e istituzioni cattoliche. Di dover perfino tacere e sorvolare (pro bono pacis!) nelle conversazioni private e pubbliche con sedicenti ‘credenti’ o addirittura ‘ecclesiastici’, su espressioni o reazioni di pesante discriminazione (o incriminazione?!) delle diverse nazionalità, religioni, razze, culture. La tentazione di “farsi i propri affari”, blindare le “proprie” proprietà personali o nazionali (campi o vigne, nel linguaggio evangelico), e difenderle aggressivamente, è vincente. Fino alla proposta di razionalizzare la selezione degli immigrati (quelli “necessari”!) secondo la religione o il colore della pelle o … i flussi – non della loro fame e povertà, ma dei nostri bisogni di manodopera sottocosto. Fino a ingoiare il rospo (abbiamo visto anche questo!) di appoggiare l’inevitabilità” di guerre preventive per difendere le risorse energetiche sulle quali si vantano diritti acquisiti inalienabili.
I tre rifiuti storici del progetto di Dio
La parabola evangelica spiega ulteriormente quella precedente dei vignaiuoli perfidi e assassini… che hanno rifiutato l’invito di Dio a far fruttare per il bene di tutti il messaggio di salvezza loro affidato, credendo di poter fare della vigna del Signore un loro possesso esclusivo…
Il secondo grande rifiuto, cui allude la parabola, è quello di Israele davanti alla predicazione degli apostoli stessi, gli appassionati testimoni della vita, morte e risurrezione di Gesù Cristo, a Gerusalemme e al popolo di Israele, come si racconta nei primi 15 capitoli degli Atti : “Uomini d'Israele, … Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, il Dio dei nostri padri ha glorificato il suo servo Gesù, che voi avete consegnato e rinnegato di fronte a Pilato,… voi avete ucciso l'autore della vita. Ma Dio l'ha risuscitato dai morti e di questo noi siamo testimoni” . Ci furono allora varie conversioni di gruppi anche notevoli del popolo, che furono l’inizio della chiesa. Ma i capi e i sacerdoti si opposero decisamente, e il loro rifiuto e la loro persecuzione provocò la dispersione provvidenziale degli apostoli e dei loro discepoli in tutto il mondo conosciuto. Nei loro occhi di giudei credenti c’era ancora l’immagine dolorosa della distruzione di Gerusalemme e del tempio da parte dei Romani, che segnò anche simbolicamente la chiusura irreversibile di un’epoca. Alle nozze del Figlio non era venuto quasi nessuno del loro popolo – secondo la narrazione drammatica della parabola!
Si aprirono così “alle genti” e inizio la terza grande occasione: la più espressiva e la più vicina simbolicamente al progetto del Padrone della vigna. I suoi messaggeri sono mandati ai crocicchi – più letteralmente ai capolinea di tutte le strade del mondo (alla fine delle vie!), e alla fine dei tempi, a “pressare” tutti i popoli e tutte le nazioni ad entrare… E il convito diventò davvero affollato!
Ma chi è questo convitato così malvestito, da dover essere buttato fuori?
Per entrare nell’ottica giusta di lettura della parabola nel nostro momento storico e culturale, occorre spostare l’asse di tutta la nostra “mentalità cristiana” da un orientamento di tipo religioso ad un orientamento di tipo messianico, da una visione ideologica istituzionale ad una visione evangelica. E ci accorgeremo che… la “pietra scartata” è sempre centrale nella dinamica del rapporto di amore/rifiuto tra Dio e gli uomini. Questo pranzo non è privato, pagato in proprio, per andarci come si vuole… È il pranzo del Figlio, è gratuito, ma pagato da lui a caro prezzo! È la proposta evangelica di seguirlo, e aprirsi totalmente all’amore! per questo provoca ancora lo “scandalo”, sul quale tanti ancora rischiano di inciampare. Quanto ha fatto Israele, ma lo ha ripetuto pure la Chiesa, i cristiani stessi! Oggi più che mai, sfaldata la cristianità di tipo socio religioso, il problema ci riguarda tutti con urgenza improcrastinabile : la parabola è diventata per noi un drammatico manifesto di istruzioni per “contrasto”. Come dire: ecco come si fa, dall’inizio della storia della salvezza fino ad oggi … a perdere il treno del Regno di Dio! Assumere, invece, come orientamento e criterio della propria vita e delle proprie scelte il regno di Dio, significa identificarsi con il progetto annunciato dal Vangelo, investendo della sua luce il momento presente. La chiesa è il segno levato fra le nazioni e il mezzo privilegiato propulsore di questo cammino dell’umanità. Ma non è il Regno! Questa identificazione è stata un velo sul volto dei cristiani che ha provocato infinti equivoci, ambiguità violenze e persecuzioni…
Il Signore della parabola è estremamente severo con i “renitenti” alla proposta del Regno, già ai tempi antichi, quando il cammino nelle tappe intermedie più difficilmente lasciava intravvedere il traguardo finale. Si tratta di un cambiamento qualitativo di grande portata, un sussulto culturale da una visione particolaristica della salvezza (dell’anima) ad una visione universale (della salvezza del mondo!). Gesù stesso e i suoi primi discepoli ne patirono il difficile travaglio. La “punizione” del cristiano, che è ormai già entrato nel convito, ma non ha fatto questo cambio di mentalità è tragica: Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Questa condanna è pronunciata per esortarci, affinché non avvenga, ovviamente! Ma nasconde una verità sorprendente. I castighi del nostro Dio non i fulmini di collera o vendetta. Si annidano invece nelle forme dei processi immanenti nella storia, provocati proprio dai nostri “rifiuti”. Non appena l’egoismo e la paura, la competizione e il dio mammona ci fanno deragliare dal progetto del Regno, un velo di accecamento ci cala sugli occhi, una barriera ci intontisce il cuore, balbettiamo ammutoliti e ci troviamo impossibilitati a trovare soluzioni, legati mani e piedi, precipitati nel buio politico e progettuale più profondo… come si può vedere in questi giorni.

E il Regno di Dio rallenta i suoi passi, perché i nostri egoismi e tradimenti li pagano i più poveri.

L'assurdo dell'uomo: il rifiuto di ciò che è Vita

Come nelle domeniche precedenti, anche in questa (ventottesima del tempo ordinario) ci troviamo nel contesto della polemica di Gesù (appena entrato a Gerusalemme) con i capi dei sacerdoti e i farisei. Il testo di Matteo che la liturgia ci propone è costituito nuovamente da una parabola: l’ultima di questa serie, dopo quella dei due fratelli (Mt 21,28-32) e quella dei vignaioli omicidi (Mt 21,33-45): si tratta della parabola della grande cena.
La trama è nota, anche se l’abitudine ad ascoltarla non deve far correre il rischio di perdere la capacità di cogliere le numerose sorprese e i colpi di scena che la caratterizzano: si parla di un re che manda i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze del figlio. L’invito è presentato a due riprese, con insistenza, ma entrambe le volte, nonostante le aspettative, esso viene rifiutato (questa è la prima sorpresa). Ciò che colpisce è che si tratta di un diniego senza motivo: per alcuni infatti l’invito non è importante («non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari»); per altri è addirittura irritante e fonte di una reazione omicida («altri poi presero i suoi servi, li insultarono e li uccisero»). Il rifiuto degli invitati suscita così la rabbia del re, che reagisce duramente («il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città»), ma egli – e questa è la seconda sorpresa – non desiste dalla sua iniziativa. Manda così di nuovo i suoi servi con l’ordine, questa volta, di invitare «tutti quelli che trovano, cattivi e buoni». «E la sala delle nozze si riempì di commensali».
La storia potrebbe finire qui... Invece prosegue con un’ultima scena. Anch’essa immancabilmente contiene una sorpresa: il re infatti, entrato nella sala, vede un uomo senza abito nuziale e decide di ordinare ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti».
Questa la parabola. Ma come va intesa questa narrazione? Chi rappresentano questi personaggi? E che senso hanno i colpi di scena che l’autore continuamente inserisce?
La prima cosa da mettere in chiaro è la necessità immediata di smascherare il pericolo di un’interpretazione distorcente: ad un primo sguardo infatti verrebbe istintivo fare una lettura di questa parabola che rimandi alla fine dei tempi. In questo senso perciò il re sarebbe Dio, il banchetto il paradiso, il fuori, in cui viene gettato colui che non ha l’abito nuziale, l’inferno; e così via...
Ma, a parte la difficoltà di rendere ragione del fatto che il Dio rivelato da Gesù Cristo ragioni come il re di questa parabola («il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città» - che tra l’altro pare essere un versetto inserito probabilmente dopo la distruzione di Gerusalemme per opera dei Romani nel 70 d.C.), anche stando solo al testo è chiarissimo che «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio». Non dunque Dio, ma il regno dei cieli è paragonato a questo re. E seppur è vero che il regno dei cieli è il mondo come Dio lo vuole (non dunque immediatamente e unilateralmente il paradiso!), è vero altrettanto che non si tratta di Dio.
Perché è necessario fare queste precisazioni? Perché altrimenti sarebbe troppo facile ricadere nei classici luoghi comuni per cui la parabola parlerebbe del Dio giudice, dei buoni dentro e dei cattivi fuori e si perderebbe l’occasione di cogliere la novità di Gesù: che dio è lì col bilancino quando muori e che se sei stato bravo vai in paradiso e se sei stato malvagio vai all’inferno, lo si sapeva infatti già prima di Cristo. Non c’era certo bisogno che si desse tanto da fare (addirittura morire) per annunciare ciò che era già noto dall’alba dei tempi...
Forse però è proprio qui l’inghippo per chi (come purtroppo anche molti cristiani) la fa così semplice: che Gesù è venuto a dire altro, a rivelare il Dio che è totalmente Altro rispetto a quello che possono immaginarsi gli uomini, e che proprio per questo va ascoltato con attenzione, senza la sufficienza di chi pensa che tanto son sempre le solite cose («Quando sentirono parlare di risurrezione dei morti, alcuni lo canzonarono, altri dicevano: “Su questo argomento ti sentiremo ancora un’altra volta», At 17,32) o la supponenza di chi crede di aver inquadrato dio nel suo schemino e vuol far tornare i conti («mormoravano dicendo: “Questi ultimi hanno lavorato per un’ora sola e tu li hai equiparati a noi che abbiamo sopportato il peso e il caldo della giornata”», Mt 20,11-12).
Tornando alla nostra parabola e tenendo ben presenti le precisazioni fatte, proviamo allora a ripercorrere il testo e a dare qualche indicazione per la risposta alle domande che si siamo poste.
Dicevamo che il paragone proposto da Gesù non è tanto tra Dio e il re, quanto tra quest’ultimo e il Regno dei cieli. Dicevamo anche che l’espressione regno dei cieli non va identificata totalmente ed esclusivamente col paradiso, ma piuttosto va associata a quella di regno di Dio e dunque indicherebbe il mondo (di qua) come Dio lo vuole. Esso è simile a un re che fa un banchetto nuziale per le nozze del figlio e manda a chiamare gli invitati.
Essi però non vengono. Il testo non riporta né il loro pensiero, né esplicita le loro motivazioni, o giustificazioni, o scuse. Semplicemente indica il fatto del loro diniego.
È evidente che dietro a questo rifiuto si cela la polemica della non accoglienza del Messia da parte degli Ebrei, ma la logica che il testo sembra far trasparire, rompe la contingenza storica e si apre alla struttura di sempre del cuore dell’uomo. Il problema in campo è dunque il rifiuto, il rifiuto immotivato! È il problema di sempre: da Adamo ed Eva, che senza motivo rifiutano la paternità di Dio, a Israele che non accoglie il Messia e anzi lo crocifigge; fino ad arrivare ai giorni nostri dove continuamente senza uno straccio di buona ragione si respinge l’invito al banchetto, si respinge il vangelo, la buona notizia sulla nostra vita, che – per rubare le parole a un noto teologo – non è la stessa cosa che respingere il parroco, perché se a qualcuno non gli piace il nero, si può discutere: nessuno di noi infatti è semplicemente il Regno (neanche il parroco)... ma rifiutare l’amore cristico – l’amore che cioè sa morire per l’altro – come il bene della vita dell’uomo, è un’altra cosa... è il dramma del peccato del mondo, che Paolo ha descritto magistralmente nella sua lettera ai Romani: «Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto. [...] Infatti io non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio» (7,15.19).
È l’auto-distruttività di questo marchingegno che la parabola vuole smascherare. Per questo usa termini così duri: il rifiuto del Regno è la morte dell’uomo! Non per ritorsione o punizione divina (questo non è vangelo!), ma perché Dio sta dalla parte della vita, dell’esser-ci dell’uomo, della sua libertà, della sua integrità, della sua dignità, della sua gioia... Il Regno di Dio infatti non è quell’impalcatura di dottrine, codici etici e spiritualismi mortificanti che purtroppo a volte ci hanno insegnato (se fosse questo il rifiuto non sarebbe immotivato); secondo Matteo 11,4-6, il Regno di Dio sono piuttosto occhi ciechi che ci vedono, gambe storte che si raddrizzano, pelli deturpate che si aggiustano, orecchie sorde che ci sentono, cadaveri che vivono, afflitti che ridono...
È il rifiuto immotivato di tutto questo, l’assurdo incomprensibile della storia, che fa usare a Gesù parole di fuoco; ma proprio perché ci si renda conto di cosa c’è in gioco!
Ecco la necessità del re della parabola di mandare i servi a chiamare tutti quelli che trovano, buoni e cattivi! Perché da questo banchetto nessuno è escluso, se non è lui a rifiutare l’invito. Non vale neanche il discrimine morale: sono invitati sia i buoni che i cattivi!. L’aveva già intuito Isaia: «Il Signore degli eserciti preparerà per tutti i popoli, su questo monte, un banchetto di grasse vivande».
Ma... se è per tutti, quello senza abito nuziale?
Lungo la storia sono stati moltissimi i tentativi di identificare cosa si celasse dietro a questo abito; essi spesso erano figli della mentalità che leggeva questo brano come descrizione dell’inferno/paradiso, per cui il fervore di conoscere cosa fosse questo abito nuziale, era dettato soprattutto dalla paura di ritrovarvisi senza al momento giusto... Esso dunque a più riprese è stato identificato col battesimo, con la morte in stato di grazia, con una condotta di vita moralmente inoppugnabile, e via discorrendo...
Il punto debole di tutte queste letture però è che perdono di vista il testo, tentando di sovrapporgli problematiche e riflessioni a lui del tutto estranee... Esse, sebbene in passato abbiano nutrito la fede di molti cristiani e anche solo per questo vadano guardate con rispetto, paiono però non cogliere nel segno.
Stando al brano, forse, tutta l’enigmaticità di questo personaggio si scioglie, osservando semplicemente che ciò che gli viene rimproverato (e per cui poi è giudicato) è la mancanza dell’abito nuziale, cioè il fatto di trovarsi al banchetto ma con in mente (e addosso) altro. Ricordando poi che la parabola è rivolta agli uomini religiosi del tempo, vien da pensare che i referenti siano tutti coloro che dal punto di vista di Gesù “usano” del Regno, ma per fare altro...
Molto probabilmente perciò siamo nuovamente di fronte alla condanna da parte di Gesù dell’ipocrisia della maschera religiosa, la peggiore, stando al vangelo, quella che annichilisce l’uomo nella sua interiorità più intima, nel rapporto con Dio («Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito», Mt 23,4), al solo scopo di preservare la sua commistione con la logica del potere («Essi ci ameranno e ci guarderanno come dei, per aver accettato di metterci alla loro testa e di dominarli. [...] Ma noi diremo che ubbidiamo a Te e che regniamo in Tuo nome. Dicendo così li inganneremo, perché noi non ci lasceremo più avvicinare da Te [che li volevi liberi]», Il grande inquisitore, Dostoevskij).

venerdì 3 ottobre 2008

Se non è per l'uomo, non è da Dio

La liturgia della parola che la Chiesa ci propone per questa ventisettesima domenica del tempo ordinario, mette chiaramente in relazione il canto della vigna di Isaia con la parabola di Matteo sui vignaioli omicidi. Ciò che c’è di comune è evidentemente il fatto che entrambe hanno come oggetto principale della narrazione una vigna: pare addirittura che Gesù stesso, nell’elaborazione di questa parabola, abbia attinto dal profeta.
Ma nonostante questo, le due parabole non sono identiche. Anzi, forse per comprendere la novità del messaggio evangelico bisogna proprio concentrarsi sulle loro differenze!
Isaia infatti, come si evince dal proseguimento della narrazione, identifica chiaramente la vigna con il popolo di Israele: come il diletto del canto aveva una vigna che aveva prodotto uva selvatica, invece che uva buona, così il Signore aveva un popolo dal quale si aspettava giustizia e rettitudine e dal quale invece ha ottenuto solo spargimento di sangue e grida di oppressi.
Per Gesù invece la vigna non è identificata con un popolo, con un gruppo o con qualche personaggio storico particolare. Essa sembra piuttosto corrispondere infatti al Regno di Dio (il discorso non a caso si conclude: «vi sarà tolto il regno di Dio»).
Questo ci fa immediatamente cogliere che l’attenzione della parabola evangelica è concentrata non tanto sulla vigna, ma su coloro a cui essa era stata affidata!
È chiaro che questo non vuol dire che non ci sia sotto anche il problema riguardante il popolo di Israele (la questione era infatti sul motivo per cui Israele aveva rifiutato l’annuncio, mente i pagani sembravano accoglierlo), ma questo aspetto sembra solo secondario.
A ben guardare infatti i vignaioli della parabola, non rappresentano tutto Israele, ma in particolare i custodi del Regno, e cioè i capi religiosi del tempo. Non a caso Gesù, raccontando questa parabola, si sta rivolgendo proprio a loro: «Gesù disse ai principi dei sacerdoti e agli anziani del popolo...».
Questa, che forse potrebbe apparire come un’osservazione di poco conto, in realtà indica la chiave di lettura corretta della parabola: essa infatti non è tanto raccontata (o scritta) per rimproverare e far ravvedere il popolo di Israele, quanto piuttosto per rendere evidente ai responsabili di sempre del Regno (allora i principi dei sacerdoti e gli anziani, oggi la Chiesa, in particolare nella sua forma istituzionale e gerarchica) i rischi che corrono.
Gesù infatti per tutto il vangelo si scandalizza molto più per le distorsioni della religiosità osservante che per qualsiasi altra forma di peccato. È lì che lui vede il pericolo più grande per la verità dell’uomo e dunque per la sua possibilità di incontrare Dio; è sempre contro farisei, scribi e sacerdoti che usa parole di fuoco; è con loro che si scatena la polemica esasperata che lo condurrà alla morte.
Ma cos’è che inquieta così tanto Gesù di questi personaggi?
Il pericolo più grande che egli vede in loro è rappresentato in modo evidentissimo proprio dalla colpa dei vignaioli della nostra parabola: è quello di dimenticarsi che la vigna è del padrone, e dunque che il Regno è di Dio.
Nella parabola evangelica infatti il problema di fondo non è tanto quello di produrre uva selvatica, come in Isaia, quanto piuttosto di non consegnare al padrone i frutti della vigna: «Quando fu il tempo dei frutti, il padrone mandò i suoi servi dai vignaioli a ritirare il raccolto. Ma quei vignaioli presero i servi e uno lo bastonarono, l’altro lo uccisero, l’altro lo lapidarono».
È il considerare la vigna (e i suoi frutti) come propria che rende i custodi del Regno omicidi; essi infatti, nella riflessione che Matteo gli mette in bocca prima dell’uccisione (addirittura) del figlio del padrone, rivelano di puntare proprio all’impossessarsi dell’eredità: «quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità».
Ecco qual è il pericolo per l’uomo religioso, per colui a cui è affidato il Regno, per i custodi del sacro: dimenticarsi di essere di Dio e per gli altri.
Forse immediatamente di fronte a questa osservazione ci verrebbe da reagire bonariamente: preti, religiosi e uomini di chiesa non sono tutti così! È una caricatura esagerata questa... non si può fare di tutta l’erba un fascio...
E certo, sono osservazioni vere...
Ma la perentorietà con cui Gesù torna su questo tema, la passione (addirittura la durezza) che lo caratterizza quando si confronta con esso, l’atteggiamento che invece tiene con tutte le altre forme di degradazione umana, non possono non far pensare alla centralità di questa mortifera commistione tra potere e religiosità che Gesù indica come il problema dei problemi!
La questione infatti è radicale! In gioco non c’è tanto la buona gestione della vita parrocchiale, quanto piuttosto l’identità di Dio e il rapporto con Lui. Questo hanno in mano i custodi del Regno!
Nel momento in cui essi falliscono il volto di Dio («avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia dicendo: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”», Mt 15,1-9), o addirittura lo sostituiscono al loro (come mirabilmente descrive Dostoevskij ne “Il grande inquisitore”: «Perché sei venuto a disturbarci? [...] Tutto è stato da Te trasmesso al papa, tutto quindi è ora nelle mani del papa, e Tu non venirci a disturbare, quanto meno prima del tempo. [...] La libertà della fede già allora, millecinquecent’anni or sono, Ti era piú cara di tutto. Non dicevi Tu allora spesso: “Voglio rendervi liberi?”. Ebbene, adesso Tu li ha veduti, questi uomini “liberi”. Sí, questa faccenda ci è costata cara, ma noi l’abbiamo finalmente condotta a termine, in nome Tuo. Per quindici secoli ci siamo tormentati con questa libertà, ma adesso l’opera è compiuta e saldamente compiuta. [...] Adesso, proprio oggi, questi uomini sono piú che mai convinti di essere perfettamente liberi, e tuttavia ci hanno essi stessi recato la propria libertà, e l’hanno deposta umilmente ai nostri piedi. Questo siamo stati noi ad ottenerlo. [...] Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità») ne va dell’uomo, che è Uomo solo nell’incontro liberante con la Vita.
Ma perché succede questo? Perché i custodi del Regno sono così tentati dalla dimenticanza di essere loro stessi di Dio e per gli altri? Gesù è chiaro anche su questo: «quei vignaioli, visto il figlio, dissero tra sé: Costui è l’erede; venite, uccidiamolo, e avremo noi l’eredità». È la commistione col potere che inquina il cuore dell’uomo religioso!
Ecco perché il Signore non si mischierà mai con esso, non entrerà neanche mai a compromessi: sa troppo bene che il potere dimentica l’uomo; e Lui, il Figlio del Dio dell’uomo non può accettare la soggiogazione di nessuno dei volti dei suoi figli, in nome di istanze superiori (neanche religiose).
Questo è il messaggio nuovo che il vangelo introduce (rispetto a Isaia, ma rispetto anche a qualsiasi altra saggezza umana): tutto ciò che è contro l’uomo non è da Dio, neanche se è rivestito di sacralità!
È il messaggio che chiunque si trova a custodire anche solo un pezzettino di Regno (che poi vuol dire anche solo un pezzettino del cuore di un uomo) deve sempre avere presente: è sul volto dell’uomo che si misura qualsiasi scelta pastorale, qualsiasi indicazione morale, qualsiasi proposta spirituale! Se non è per l’uomo, non è da Dio!

Il futuro è fatto con le pietre scartate!


La parabola
Canterò per il mio diletto il mio cantico d'amore per la sua vigna… L’amore tra uomo e donna e l’amore per la vigna, intrecciati in questo canto di Isaia, sono tra le figure bibliche più espressive dell’amore di Dio per gli uomini. Gesù li riprende in questa parabola dolorosa, che a differenza delle due precedenti parabole della vigna, è riportata con rilievo anche da Marco e da Luca, forse perché segna un crinale senza ritorno nel percorso messianico di Gesù: è lui, il figlio, il centro della tragedia preannunciata! Nella sua vita di giovane profeta itinerante, Gesù aveva annunciato il vangelo con un’autorevolezza sconosciuta, aveva compiuto segni e opere inspiegabili senza l’intervento e il favore di Dio… Eppure, dopo tre anni, sente crescere sempre più l’ostilità dei capi e dei sacerdoti… e anche il popolo, che lo stimava per il suo messianismo fatto di tenerezza e misericordia, si allontana da lui, man mano che coglie il suon rifiuto di divenire un messia politico, e si avvia invece decisamente sulla strada pericolosa della denuncia inerme, senza compromessi con il potere. Con la conseguenza, come lui stesso predice ai discepoli più intimi, che verrà travolto e spazzato via dalla coalizione dei poteri politici economici e religiosi, che si sentono minacciati – paradossalmente minacciati, ed hanno ragione! da questa “bella notizia”: che Dio ci ama gratis! di un amore che consiste proprio in questo: che lui ci ama per primo, senza condizioni. E accettare questo amore, vuol dire amare i fratelli come lui ci ha amati (1 Gv 1,10). Questo davvero avrebbe sconvolto la logica del potere nel mondo!
Il fallimento dell’amore
Nelle sue notti di preghiera solitaria, nell’amarezza dell’incomprensione, nello sperimentare tanto rifiuto per odio o paura, nella delusione per lo sfaldarsi di innumerevoli approcci di amore e amicizia offerti a tanti uomini e donne, che sembrava avessero colto il dono smisurato che passava a loro attraverso di lui… gli nasce in cuore l’angoscia del fallimento! Il peggiore che può capitare, il fallimento dell’amore. Perché è il fallimento di tutto! Chi ha visto questa ombra di angoscia negli occhi di amici e conoscenti, nei rapporti tra marito e moglie, tra figli e genitori, nei grovigli della vita comunitaria… chi sta per cedere, nei momenti bui dell’esaurirsi della vita, alla sensazione devastante di aver ormai consumato ogni speranza, intuisce cosa voglia dire questo abisso in cui Gesù sta precipitando, lui che, per di più (a differenza di noi!), è totalmente innocente: Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha fatto uva selvatica? Come mai l’amore, riproposto infinite volte nei modi più appassionati e disinteressati… non funziona? E perché la paura, l’egoismo, la competizione… lo soffocano, appena germoglia?
La delusione di Dio
Cosa fare, ora? Gesù riprende il tema antico del difficile rapporto dell’uomo con Dio, narrato nella storia biblica, con tutti gli innumerevoli tentativi di Dio di farsi ascoltare dagli uomini, di attirarli al suo amore, nella sua Alleanza... Racconta di quella vigna antica, una bella vigna, curata e accudita che di più è impossibile, ma dove è avvenuto troppe volte quello che non doveva avvenire. L’impatto di una incomunicabilità inaspettata, la tragica storia della ribellione dei fittavoli, il rifiuto e l’assassinio dei profeti… sfociano in uno scoramento indicibile. Il mistero della delusione di Dio, l’onnipotente! Nel racconto di Gesù, però, il dolore immenso non paralizza l’amore, che in Isaia, sentendosi rifiutato, reagisce disperatamente (e la vigna è abbandonata e va in rovina!), ma aumenta la passione e la ricerca di sempre nuovi espedienti e interventi di riconquista della vigna… Fino al dramma impensabile – nella pienezza del tempo! – di mandare il suo stesso Figlio. Il Padre, provocato dal rifiuto degli uomini, rivela il suo mistero più intimo: non la giusta inarrestabile rivendicazione dei suoi diritti, ma la sua… umiltà disarmata, l’ostinata invincibile inermità dell’amore, pronta a cadere ingenuamente in una trappola imprevista, l’eliminazione dell’erede e l’usurpazione della vigna! Ma questo, nella parabola, serve per mettere in luce la malvagità irriconoscente del ragionamento degli uomini. Di fatto, nella storia, è per esprimere la logica inarrestabile dell’amore. Non c’è rifiuto, né violenza, né minaccia che può fermare l’amore. Perché l’amore ha già da sempre messo in conto la sorte peggiore, che è la morte (non c’è amore più grande che dare la vita!). Ecco perché l’amore appare sempre ingenuo e perdente e addirittura peggiora la situazione, esponendosi alla possibilità di veder uccidere anche il Figlio.
Le pietre scartate
A differenze di altre parabole che esigono spiegazioni, questa, traspira una così esplicita e appassionata reazione che evidenzia immediatamente il suo obiettivo chiarissimo. I capi e i sacerdoti, ai quali è indirizzata, capiscono bene che si tratta di loro, s’indignano e vorrebbero subito eliminare Gesù (avverando così la parabola), se non godesse ancora il favore del popolo. Secondo Matteo, Gesù fa pronunciare a loro stessi la propria condanna: che cosa farà a quei vignaioli?… La risposta è obbligata: farà perire miseramente quei malvagi e darà la vigna ad altri! Questa è la loro sorte di usurpatori e assassini! È questo, infatti, il codice perverso della “normale giustizia umana” che, per eliminare il male, lo aumenta ancora, uccidendo chi ha ucciso. Ma non è il codice dell’amore divino! Nel quale, invece, la “punizione” è sempre salvifica. Vuole rompere i lacci di morte con i quali l’uomo si è incatenato e aprirgli nuove strade di salvezza.
S’illumina così l’incredibile paradosso evangelico: il castigo dei vignaioli perfidi ripercorre il modulo della sorte del figlio del padrone della vigna. Davvero nel suo sacrificio di amore (è gettato fuori della vigna che veniva a salvare ed eliminato come una pietra scartata), il peccato degli uomini viene trasformato in modulo salvifico. Lui è l’amore innocente rifiutato, ma d’ora in poi chiunque sarà scartato e gettato via dagli uomini (anche per un amore sbagliato) diventa con lui membro di diritto del Regno del Padre. Ma ancor più paradossalmente, gli stessi assassini, una volta “giustamente” buttati fuori anche loro e spossessati della vigna, diventeranno anche loro pietre scartate, pronte per scoprire ed accogliere (finalmente!) l’umile disarmata ma invincibile “potenza” dell’amore (Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno!). Questa sarà la sorpresa finale dell’amore manifestato in Cristo: che è stato gettato “fuori” dalla vigna, dal tempio, dal sabato, dalla legge…appeso al legno maledetto e seppellito in fretta, per non contaminare la Pasqua (è il colmo, perché è lui la Pasqua!). Ma diventa il primogenito del nuovo popolo di “scartati” ai quali sarà affidata la vigna e che la faranno fruttificare. La vigna era prima affidata ai grandi del popolo, sacerdoti, scribi e farisei, che hanno tradito l’Alleanza, rifiutando e uccidendo il Figlio.
Al tempo di Gesù il significato della parabola era chiaro. Ma non bisogna equivocarla pensando che i loro eredi siano perciò i cristiani, come chiesa, in quanto sostituti del popolo ebraico. Così si svuota la parabola, limitandone il riferimento alla classe dirigente di Israele. Ma non sarebbe nel Nuovo Testamento se non riguardasse anche la chiesa (von Balthassar). Dunque rimane per noi l’annuncio che il metodo di Dio, quello usato con il Figlio suo, è sempre lo stesso. Usa le pietre scartate da noi (quelle respinte violentemente o subdolamente eliminate dalla nostra convivenza) per costruire anche oggi la sua chiesa e salvare l’umanità. La parabola rinnova per noi (come per gli uditori di Gesù) una specie di ultima ancora di salvezza. Mentre il nostro mondo occidentale implode su se stesso a livello tecnologico, economico e progettuale (cioè politico) la nostra chiesa è tentata da uno sterile ritorno al passato, e noi consumiamo le energie a difenderci e accusarci secondo la logica devastante delle istituzioni che decadono, rischiamo di perdere la sintonia profetica con il futuro che il vangelo ci insegna. Il futuro si costruisce sempre con le pietre scartate da noi!
E il Padre… come ha fatto con il figlio suo, ancora va a raccogliere nei campi di profughi di ogni razza, nelle periferie delle metropoli, nelle schiere di esiliati o diffidati di ogni istituzione civile o ecclesiale, nelle fosse comuni dove sono sepolti i grandi misfatti della storia…i suoi poveri. Loro sono i nuovi fittavoli fidati, magari neanche consapevoli della storia di questa parabola… Ma nella loro carne si ripete il mistero di Cristo Gesù.

giovedì 2 ottobre 2008

Non solo idraulica!!!


E' di oggi questo articolo pubblicato su Avvenire, ci sembra una bella alternativa ai corsi di idraulica che alcune auspicano per la formazione permanente, pur senza precludere una simile preziosa manualità!!!

Le monache benedettine dell’Adorazione perpetua che tengono la Scuola di cultura monastica: «La clausura non è fuga dal mondo, ma servizio»
Lezioni di ebraico biblico in monastero DI ANNALISA GUGLIELMINO
Le finestre del monastero di via Bellotti non sono solo « aperte sul cielo». Fuori dalla clausura, c’è un mondo al servizio del quale si apre la chiesa delle benedettine dell’Adorazione perpetua: il corso elementare di ebraico biblico è l’ennesimo segno di questo servizio.
La «Scuola di cultura» per i laici è un’iniziativa che negli ultimi dieci anni, sotto il patrocinio del Pontificio ateneo Sant’Anselmo di Roma e dell’Istituto superiore di scienze religiose della Lombardia, ha offerto corsi di storia del monachesimo e delle Regole, d’iconografia, di arte delle miniature. Quest’anno il tema proposto è « Il monachesimo e il mondo » , che svilupperà l’ipotesi delle radici ebraiche del monachesimo cristiano (inizio: 20 ottobre). E per la prima volta, spiega la Priora del monastero, madre Maria Geltrude Arioli, « per ampliare le conoscenze del mondo ebraico e per fornire strumenti per lo studio approfondito della Parola di Dio, comincerà anche il corso di ebraico biblico » ( inizio: 23 ottobre). Ancora per alcuni giorni è possibile l’iscrizione.
«Una volta quando si parlava di monasteri, si evocava sempre l’immagine della “fuga dal mondo” – sorride madre Geltrude –. Ma questa definizione è assai parziale». La religiosa ricorda il recente intervento di Papa Benedetto XVI a Parigi, sulla funzione svolta dai monasteri benedettini nella edificazione della civiltà europea. «Anche oggi – aggiunge – questi elementi essenziali della vita benedettina sono attuali e vivi nelle realtà monastiche » . Come in via Bellotti, dove sorge il monastero delle benedettine del Santissimo Sacramento: proprio nel centro cittadino, le monache offrono la possibilità di frequentare la chiesa, sempre aperta, partecipando all’adorazione eucaristica, alla celebrazione della Messa cantata in gregoriano e delle ore liturgiche che ritmano il tempo delle giornate con il canto e la contemplazione della Parola di Dio. La sera che precede le più grandi solennità è poi possibile partecipare a veglie liturgiche secondo il rito latino o bizantino, animate dal canto di salmi o di inni orientali. Le stesse monache, inoltre, scrivono le icone sacre che adornano il monastero. «Tutto questo – conclude la priora – conferma che la clausura monastica è un modo per “aprirsi” di più, in modo solidale ed essenziale ai bisogni più veri delle persone ».

la Liturgia di Lessoloela Condivisione di Cassano


il concreto amore per i poveri è liturgia


Lo ha ricordato il Papa durante l'udienza generale di mercoledì 1 ottobre, in piazza San Pietro. I "papisti" invidiosi saranno contenti! Ora lo dice anche il Papa (quello vero, non quello che si immaginano)... Noi cattolici lo dicevamo da tempo... Eccovi il testo da meditare, per chi si vuole convertire...

Cari fratelli e sorelle, il rispetto e la venerazione che Paolo ha sempre coltivato nei confronti dei Dodici non vengono meno quando egli con franchezza difende la verità del Vangelo, che non è altro se non Gesù Cristo, il Signore. Vogliamo oggi soffermarci su due episodi che dimostrano la venerazione e, nello stesso tempo, la libertà con cui l’Apostolo si rivolge a Cefa e agli altri Apostoli: il cosiddetto «Concilio» di Gerusalemme e l’incidente di Antiochia di Siria, riportati nella Lettera ai Galati (cfr. 2,1-10; 2,11-14). Ogni Concilio e Sinodo della Chiesa è «evento dello Spirito» e reca nel suo compiersi le istanze di tutto il popolo di Dio: lo hanno sperimentato in prima persona quanti hanno avuto il dono di partecipare al Concilio Vaticano II. Per questo san Luca, informandoci sul primo Concilio della Chiesa, svoltosi a Gerusalemme, così introduce la lettera che gli Apostoli inviarono in quella circostanza alle comunità cristiane della diaspora: «Abbiamo deciso lo Spirito Santo e noi...» (At 15,28). Lo Spirito, che opera in tutta la Chiesa, conduce per mano gli Apostoli nell’intraprendere strade nuove per realizzare i suoi progetti: è Lui l’artefice principale dell’edificazione della Chiesa. Eppure l’assemblea di Gerusalemme si svolse in un momento di non piccola tensione all’interno della Comunità delle origini. Si trattava di rispondere al quesito se occorresse richiedere ai pagani che stavano aderendo a Gesù Cristo, il Signore, la circoncisione o se fosse lecito lasciarli liberi dalla Legge mosaica, cioè dall’osservanza delle norme necessarie per essere uomini giusti, ottemperanti alla Legge, e soprattutto liberi dalle norme riguardanti le purificazioni cultuali, i cibi puri e impuri e il sabato. Dell’assemblea di Gerusalemme riferisce anche san Paolo in Gal 2,1-10: dopo quattordici anni dall’incontro con il Risorto a Damasco - siamo nella seconda metà degli anni 40 d.C. - Paolo parte con Barnaba da Antiochia di Siria e si fa accompagnare da Tito, il suo fedele collaboratore che, pur essendo di origine greca, non era stato costretto a farsi circoncidere per entrare nella Chiesa. In questa occasione Paolo espone ai Dodici, definiti come le persone più ragguardevoli, il suo vangelo della libertà dalla Legge (cfr. Gal 2,6). Alla luce dell’incontro con Cristo risorto, egli aveva capito che nel momento del passaggio al Vangelo di Gesù Cristo, ai pagani non erano più necessarie la circoncisione, le regole sul cibo, sul sabato come contrassegni della giustizia: Cristo è la nostra giustizia e «giusto» è tutto ciò che è a Lui conforme. Non sono necessari altri contrassegni per essere giusti. Nella Lettera ai Galati riferisce, con poche battute, lo svolgimento dell’assemblea: con entusiasmo ricorda che il vangelo della libertà dalla Legge fu approvato da Giacomo, Cefa e Giovanni, «le colonne», che offrirono a lui e a Barnaba la destra della comunione ecclesiale in Cristo (cfr. Gal 2,9). Se, come abbiamo notato, per Luca il Concilio di Gerusalemme esprime l’azione dello Spirito Santo, per Paolo rappresenta il decisivo riconoscimento della libertà condivisa fra tutti coloro che vi parteciparono: una libertà dalle obbligazioni provenienti dalla circoncisione e dalla Legge; quella libertà per la quale «Cristo ci ha liberati, perché restassimo liberi» e non ci lasciassimo più imporre il giogo della schiavitù (cfr. Gal 5,1). Le due modalità con cui Paolo e Luca descrivono l’assemblea di Gerusalemme sono accomunate dall’azione liberante dello Spirito, poiché «dove c’è lo Spirito del Signore c’è libertà», dirà nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr. 3,17). Tuttavia, come appare con grande chiarezza nelle Lettere di san Paolo, la libertà cristiana non s’identifica mai con il libertinaggio o con l’arbitrio di fare ciò che si vuole; essa si attua nella conformità a Cristo e perciò nell’autentico servizio per i fratelli, soprattutto, per i più bisognosi. Per questo, il resoconto di Paolo sull’assemblea si chiude con il ricordo della raccomandazione che gli rivolsero gli Apostoli: «Soltanto ci pregarono di ricordarci dei poveri: ciò che mi sono proprio preoccupato di fare» (Gal 2,10). Ogni Concilio nasce dalla Chiesa e alla Chiesa torna: in quell’occasione vi ritorna con l’attenzione per i poveri che, dalle diverse annotazioni di Paolo nelle sue Lettere, sono anzitutto quelli della Chiesa di Gerusalemme. Nella preoccupazione per i poveri, attestata, in particolare, nella seconda Lettera ai Corinzi (cfr. 8-9) e nella parte conclusiva della Lettera ai Romani (cfr. Rm 15), Paolo dimostra la sua fedeltà alle decisioni maturate durante l’assemblea. Forse non siamo più in grado di comprendere appieno il significato che Paolo e le sue comunità attribuirono alla colletta per i poveri di Gerusalemme. Si trattò di un’iniziativa del tutto nuova nel panorama delle attività religiose: non fu obbligatoria, ma libera e spontanea; vi presero parte tutte le Chiese fondate da Paolo verso l’Occidente. La colletta esprimeva il debito delle sue comunità per la Chiesa madre della Palestina, da cui avevano ricevuto il dono inenarrabile del Vangelo. Tanto grande è il valore che Paolo attribuisce a questo gesto di condivisione che raramente egli la chiama semplicemente «colletta»: per lui essa è piuttosto «servizio», «benedizione», «amore», «grazia», anzi «liturgia» (2 Cor 9). Sorprende, in modo particolare, quest’ultimo termine, che conferisce alla raccolta in denaro un valore anche cultuale: da una parte essa è gesto liturgico o «servizio», offerto da ogni comunità a Dio, dall’altra è azione di amore compiuta a favore del popolo. Amore per i poveri e liturgia divina vanno insieme, l’amore per i poveri è liturgia. I due orizzonti sono presenti in ogni liturgia celebrata e vissuta nella Chiesa, che per sua natura si oppone alla separazione tra il culto e la vita, tra la fede e le opere, tra la preghiera e la carità per i fratelli. Così il Concilio di Gerusalemme nasce per dirimere la questione sul come comportarsi con i pagani che giungevano alla fede, scegliendo per la libertà dalla circoncisione e dalle osservanze imposte dalla Legge, e si risolve nell’istanza ecclesiale e pastorale che pone al centro la fede in Cristo Gesù e l’amore per i poveri di Gerusalemme e di tutta la Chiesa. Il secondo episodio è il noto incidente di Antiochia, in Siria, che attesta la libertà interiore di cui Paolo godeva: come comportarsi in occasione della comunione di mensa tra credenti di origine giudaica e quelli di matrice gentile? Emerge qui l’altro epicentro dell’osservanza mosaica: la distinzione tra cibi puri e impuri, che divideva profondamente gli ebrei osservanti dai pagani. Inizialmente Cefa, Pietro condivideva la mensa con gli uni e con gli altri; ma con l’arrivo di alcuni cristiani legati a Giacomo, «il fratello del Signore» (Gal 1,19), Pietro aveva cominciato a evitare i contatti a tavola con i pagani, per non scandalizzare coloro che continuavano ad osservare le leggi di purità alimentare; e la scelta era stata condivisa da Barnaba. Tale scelta divideva profondamente i cristiani venuti dalla circoncisione e i cristiani venuti dal paganesimo. Questo comportamento, che minacciava realmente l’unità e la libertà della Chiesa, suscitò le accese reazioni di Paolo, che giunse ad accusare Pietro e gli altri d’ipocrisia: «Se tu che sei giudeo, vivi come i pagani e non alla maniera dei giudei, come puoi costringere i pagani a vivere alla maniera dei giudei?» (Gal 2,14). In realtà, erano diverse le preoccupazioni di Paolo, da una parte, e di Pietro e Barnaba, dall’altra: per questi ultimi la separazione dai pagani rappresentava una modalità per tutelare e per non scandalizzare i credenti provenienti dal giudaismo; per Paolo costituiva, invece, un pericolo di fraintendimento dell’universale salvezza in Cristo offerta sia ai pagani che ai giudei. Se la giustificazione si realizza soltanto in virtù della fede in Cristo, della conformità con Lui, senza alcuna opera della Legge, che senso ha osservare ancora le purità alimentari in occasione della condivisione della mensa? Molto probabilmente erano diverse le prospettive di Pietro e di Paolo: per il primo non perdere i giudei che avevano aderito al Vangelo, per il secondo non sminuire il valore salvifico della morte di Cristo per tutti i credenti. Strano a dirsi, ma scrivendo ai cristiani di Roma, alcuni anni dopo (intorno alla metà degli anni 50 d.C.), Paolo stesso si troverà di fronte ad una situazione analoga e chiederà ai forti di non mangiare cibo impuro per non perdere o per non scandalizzare i deboli: «Perciò è bene non mangiare carne, né bere vino, né altra cosa per la quale il tuo fratello possa scandalizzarsi» (Rm 14,21). L’incidente di Antiochia si rivelò così una lezione tanto per Pietro quanto per Paolo. Solo il dialogo sincero, aperto alla verità del Vangelo, poté orientare il cammino della Chiesa: «Il regno di Dio, infatti, non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo» (Rm 14,17). È una lezione che dobbiamo imparare anche noi: con i carismi diversi affidati a Pietro e a Paolo, lasciamoci tutti guidare dallo Spirito, cercando di vivere nella libertà che trova il suo orientamento nella fede in Cristo e si concretizza nel servizio ai fratelli. Essenziale è essere sempre più conformi a Cristo. È così che si diventa realmente liberi, così si esprime in noi il nucleo più profondo della Legge: l’amore per Dio e per il prossimo. Preghiamo il Signore che ci insegni a condividere i suoi sentimenti, per imparare da Lui la vera libertà e l’amore evangelico che abbraccia ogni essere umano. (Vaticano, 1 ottobre 2008)

mercoledì 1 ottobre 2008

Il Paese dell’odio



Ieri è successo a Parma, a Emmanuel Bonsu, picchiato da sette vigili urbani per un sospetto, e nel verbale invece del suo nome hanno scritto «negro». È successo nei giorni scorsi a Milano, a Castelvolturno, a Monza, a Cosenza, ancora a Parma, e in tanti luoghi di cui non abbiamo notizia. È successo che gli invisibili - disabili, negri, prostitute, lavoratori in nero di ogni etnia - li vediamo in cronaca, picchiati espulsi uccisi. Ma questo non è un Paese razzista, ci dicono e ci diciamo.

Proviamo a partire da lontano, forse può aiutarci a capire. Nei campi di sterminio nazi-fascisti furono soppressi circa 13 milioni (milioni!) di persone.

Tredici milioni vuol dire un pezzo non irrilevante di popolazione mondiale: ci vogliono Austria e Danimarca sommate insieme, per arrivare a questo numero, o due terzi dei cittadini australiani. Sei milioni circa erano ebrei. Sette milioni circa erano antifascisti e antinazisti, zingari e disabili, omosessuali e comunisti, e perfino coppie di gemelli, un’eccezione della natura particolarmente cara a Mengele, il mostruoso dottor Morte. Tredici milioni di “diversi” per scelta o per destino, accomunati dall’essere considerati meno di niente, un agglomerato di rifiuti, un’immondizia da eliminare, in quanto tali da riciclare per le loro parti preziose: l’oro delle protesi dentarie per farne lingotti, o i grassi umani per farne sapone, tanto per fare qualche esempio. Come le lattine d’alluminio, come il vetro, come la carta. Intorno a quei 13 milioni, un numero così grande da essere quasi inconcepibile, un’Europa cieca e muta.

Ad oggi, e malgrado ogni negazionismo, il nucleo più integrale di razzismo è questo: le persone diventano meno di niente. I diversi prima diventano invisibili, inesistenti, privi di diritti, e solo dopo vengono in un modo o nell’altro (ce ne sono tanti!) eliminati, in un sogno folle ma frequente di omogeneità sociale.

Sono partita da lontano, ma tutto questo ci riguarda: oggi, e non solo per la memoria che qualcuno di noi ancora ne porta. Per alcuni (pochi) decenni l’integrazione delle e fra le diversità è stata il leit-motiv dei movimenti più avanzati: dalla scuola alla psichiatria, dalla religiosità più avanzata all’emigrazione italiana all’estero. Numeri solo un po’ meno milionari anche qui, ma sembrava normale, ed era possibile. «Diverso è bello», si diceva, pur con la coscienza delle difficoltà. Si diceva “integrazione” per significare che senza questo o quel pezzo, questa o quella diversità, il corpo sociale non è intero, è deprivato.

Mi chiedo dove i saperi legati a tutte queste esperienze siano andati a finire. Certo negli insegnanti di sostegno disperati e disperate che (come nella lettera a Cancrini pubblicata di recente su queste pagine) vedono svanire il lavoro di tanti anni grazie alla sbrigativa ministra Gelmini. Certo nei timori di tanti psichiatri, utenti, famigliari, cooperative e associazioni che aspettano con grande preoccupazione i provvedimenti annunciati da Berlusconi nel programma elettorale in tema di trattamenti sanitari obbligatori, questione che porta con sé idee sulla riforma della 180 che non possono che spaventare, tanto più se in coppia con la privatizzazione della salute minacciata in questi giorni. Certo non dimenticano gli appartenenti a tante confessioni, che ancora e ostinatamente cercano l’incontro e il dialogo con l’Altro ma sono ridotti in piccoli gruppi, la cui voce è difficile far sentire. Né dimenticano molteplici strutture della Chiesa cattolica, che su più fronti ha dato conto delle proprie ansie e preoccupazioni. Non dimenticano le operatrici e gli operatori di strada, siano quelli coinvolti nella prostituzione, siano quelli che provano a portare a scuola chi è risucchiato dalle mafie.

Ma il Paese, l’Italia nel suo complesso, ciascuno di noi “normali”, cosa ricorda? E, soprattutto, cosa “vede”? Da ogni parte arrivano richieste perché chi è scomodo diventi anche invisibile: le prostitute non devono più farsi vedere per strada, i disabili se non vanno a scuola è meglio, i matti risultano pericolosi come i magistrati e viceversa, i migranti hanno il dovere di farci vivere meglio e non il diritto di affacciarsi ai diritti, le preghiere dei musulmani vanno bene purché non ingombrino, e via cancellando.

Tutto questo, tutto insieme, è razzismo. E alberga in ciascuno di noi, anche se ci piacerebbe credere che non è così. Ogni volta in cui ci sembra che il singolo problema - disabilità o Islam, colore della pelle o follia - non ci riguardi, e che dunque possiamo tacere, non opporci, non scendere in strada, rinunciare, quella che avanza è l’idea che si possano tagliar via singoli pezzi di società senza che questo sia una perdita per tutti. Il silenzio uccide l’integrazione, uccide gli invisibili, e ci uccide anche dentro.

Così come, quando c’è un vuoto, qualcosa interviene sempre a riempirlo, così nel vuoto di gesti e di parole maturano altri gesti, altre parole. Qualche anno fa, ho studiato gli archivi dell’ufficio per la difesa della razza istituito dal fascismo. Era in gran parte un tremendo elenco di piccole denunce: il tale aveva, in spregio della legge allora vigente, una domestica non ebrea, un altro aveva una radio, strumento anch’esso proibito. Piccole cose, nel piccolo mondo ottuso che dava vita e vigore al fascismo. Piccole e grandi invidie, piccole e grandi paure, piccole e grandi delazioni, il frutto velenoso di egoismi ristretti ha aperto la strada allo sterminio, maturato grazie ad una irresponsabilità e ad un silenzio collettivi. Irresponsabilità e silenzio più gravi in altre parti d’Europa ma che hanno largamente riguardato anche degli italiani, con troppa facilità e continuità messisi al sicuro sotto la coperta calda degli “italiani brava gente”.

Credo che gli italiani siano tuttora, in larga misura, brava gente. Gente con il cuore in mano, soprattutto se il portafoglio è ben custodito. Ma la smemoratezza diffusa a larghe mani, il portafoglio mai come ora in pericolo, i rischi reali e quelli artatamente innescati, il disfacimento progressivo dei legami di solidarietà, la precarietà di una politica incapace di tenere insieme tutti i fili senza farli aggrovigliare, mi fa temere che sempre più siamo e saremo come le famose tre scimmiette: non vedere, non sentire, non parlare, lasciando che qualcun altro se ne occupi, e che gli invisibili affondino nel loro mare (e non solo in senso figurato, come sappiamo). Convinti di salvarci aggrappandoci a privilegi che ci sembrano garantiti e ci fanno sentire al riparo: la cittadinanza, il colore della pelle, la cultura, le disponibilità economiche. Ma nessuno è garantito per sempre, quando i pezzi vanno via senza posa: nel silenzio sempre più cupo alla fine - come scriveva Brecht - entrerò fra gli invisibili anche io, anche tu, e non ci sarà più nessuno a gridare.

Per ricominciare a vedere gli invisibili con occhio partecipe, fuori dal silenzio, per non essere razzisti nel nostro fondo, c’è bisogno di un grande salto culturale, di quelli difficili. C’è bisogno che ciascuno riparta da sé, dalle proprie personali scimmiette. Perché, come diceva don Milani, “mi riguarda” è il contrario di “me ne frego”: concetto da tenere a mente, in questi tempi di fascismo rinascente. Quando si tende a dimenticare che i problemi li abbiamo tutti, ma uscirne ciascuno per proprio conto è egoismo sterile, mentre uscirne tutte e tutti insieme è Politica. Quella con la P maiuscola.

venerdì 26 settembre 2008

La fede è imparare a dire di sì… al Regno di Dio!

La parabola
Che ve ne pare? Nel contesto nel quale si trova la parabola, nel vangelo di Matteo, gli uditori invitati a dire la propria opinione sono i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo (Mt 21, 23). I quali, poco prima, per paura della loro gente, si sono rifiutati di rispondere alla domanda sull'origine di Giovanni Battista: se veniva dal cielo o dalla terra (21, 24-27), perché li metteva con le spalle al muro. E avrebbero dovuto o convertirsi o mettersi apertamente contro il popolo, che invece credeva a Giovanni. In questa minuscola parabola, Gesù ricorre all’esperienza così comune nella vita famigliare, dove ogni bimbo o adolescente passa attraverso tanti “no”, prima di imparare a dire “sì” alle proposte educative dei genitori! Ma qui si tratta della proposta definitiva di salvezza che Giovanni veniva a preannunciare al popolo eletto. Gesù stesso applica direttamente la parabola al silenzio imbarazzato delle guide e dei capi del popolo. Proprio coloro, dunque, che sono l’esempio dell’assenso religioso ufficiale a Dio e sono impegnati a lavorare (… insegnare e comandare) nella vigna del Signore, di fatto dicono di no, quando Giovanni propone loro, a nome di Dio, la conversione dai loro privilegi fallaci alla vera umiltà del cuore. Allora la loro adesione formale a Dio, rinnegata nella vita concreta, diventa la sentenza della loro stessa condanna. E così risalta la posizione contraria dei pubblicani e delle prostitute, che con la loro vita avevano detto tanti ‘no’ al Padre, ma, di fatto, commossi dal messaggio di Giovanni Battista, che hanno accolto come mandato da Dio, avevano finito per accogliere la sua volontà. Per cui il commento duro e amaro di Gesù ai sommi sacerdoti e agli anziani: In verità vi dico che pubblicani e prostitute vi passano avanti nel Regno di Dio!
A cominciare dalla stessa comunità di Matteo questa provocazione di Gesù diventa la chiave per leggere l’atteggiamento del cristiano di fronte alla nuova definitiva manifestazione del Regno del Padre, che è Gesù stesso, dentro la storia della chiesa, nei millenni…
Un’immensa turba di peccatori e prostitute… ci precede!
Chi tentasse di applicare questa parabola nella chiesa di oggi, provocherebbe, probabilmente, la stessa reazione di fastidio e di repulsione che Gesù provocò con la sua conclusione. Qualcuno si è messo, negli ultimi anni del lungo pontificato di Papa Giovanni Paolo II, ad elencare le domande di perdono (più di cento volte) a tante categorie di persone o personaggi singoli della storia ai quali a nome della chiesa egli si è rivolto (con velato dispetto di tanti) riconoscendo umilmente il peccato storico di averli dimenticati o abbandonati o perseguitati o condannati a morte… (ACCATTOLLI L., Quando il Papa chiede perdono. Tutti i mea culpa di Giovanni Paolo II, Arnoldo Mondatori Editore, Milano 1997). Eretici e scismatici o credenti di altre fedi e religioni, schiavi e servi della gleba, prostitute e peccatori pubblici, ‘perfidi’giudei, poveri e ignoranti, laici e laiche, operai, indios e negri, carcerati , omosessuali, aidetici, ubriachi, drogati, divorziati, sacerdoti sposati o infedeli, atei, ragazze madri… cioè tutti coloro che sono emarginati dal consesso religioso e civile, per la loro incapacità o rifiuto a portare sulle spalle pesi superiori alle loro forze o doveri che sovrastavano le loro risorse… morali o psicologiche. Tutti costoro, rispetto a noi che viviamo da buoni cristiani e cittadini per bene, tante volte, hanno affinato un intuito istintivo più attento a percepire il cammino della giustizia. Hanno imparato dalle loro sofferenze un fiuto infallibile per distinguere chi cerca davvero il loro bene e chi li vuole solo ingabbiare nel perbenismo morale di facciata.
Dire di sì e fare no: la schizofrenia cronica del cristiano
Sono sempre i più vicini a Dio, i più osservanti, i più capaci di dedizione alle forme esplicite di culto e di riti per onorare Dio, a rischiare di più questa malattia, che se non uccide la fede, paralizza ogni possibilità di lasciarsi guidare dallo Spirito nei sentieri della storia. Perché costoro hanno già tutto chiaro e deciso… dove non andare. Spesso non si tratta, infatti, delle ipocrisie farisaiche a livello di strumentalizzazione cosciente e lucida della religione per il potere, come molti scribi, farisei e capi del popolo nel tempo di Gesù… ma si tratta della gente buona e pia, che ha creduto in lui, vive attorno a lui ( come oggi attorno agli altari e alle chiese), che è convinta e orgogliosa di dire di sì, ma poi si trova a fare il contrario! In questa madornale trappola religiosa sono caduti perfino i suoi discepoli e, in prima fila, Pietro e gli apostoli, che proclamano fedeltà fino alla morte, ma poi lo abbandonano… Le parole di Gesù sono sferzanti e laceranti, ma l’esperienza amara della “presunzione religiosa e morale”, che nasconde il vuoto di interiorità e di appartenenza vera, si impone come un passo inevitabile per maturare un rapporto con lui di fede vera e umile. Senza umiliazioni non c’è umiltà possibile, che scavi davvero dentro l’abisso che abita in noi, del quale tanto meno ci si accorge quanto più si è gonfi spiritualmente … come ci insegnano (inutilmente) i mistici. La tristezza del giovane ricco, come ogni tristezza spirituale, ha le sue radici nella consapevolezza di esser chiamati a dire di sì e nel trovarsi però invischiati nell’incapacità di donarsi, consumando la propria vita in taciti rifiuti al Signore e al suo vangelo, senza nemmeno il coraggio di dirgli esplicitamente di no. Il dramma di Paolo è quello di ogni uomo: Io non riesco a capire neppure ciò che faccio: infatti non quello che voglio io faccio, ma quello che detesto (Rom 7,15). Ci morde dentro il desiderio di essere finalmente ciò che invece continuamente nella nostra storia quotidiana ci troviamo a smentire…
Dire no e poi fare sì: il faticoso (e gioioso) percorso della spogliazione evangelica!
E allora è il colmo per noi, cosiddetti credenti impegnati e osservanti ! ci tocca imparare, secondo il detto di Gesù, da chi, del tutto inconsapevolmente, ci sta “avanti” nel cammino del Regno dei cieli… Affiancarci a chi attorno a noi, appartiene ai nuovi elenchi di quelli che nell’opinione civile ed ecclesiastica corrente sono, con la loro vita, dalla parte sbagliata. Capita infatti che costoro “ci precedono”, perché sono più disponibili al vangelo, di noi che, analogamente agli antichi Ebrei, abbiamo l’appartenenza ecclesiale, i sacramenti, il culto, le devozioni e la giusta formazione morale … Cosa vede in loro il Signore, per citarli ad esempio e modello? Forse perché hanno sofferto a dire di no con tutta la disperazione della loro miseria, ma nel loro cuore desiderano dire di sì alla dignità umana che piange in loro se solo qualcuno li avesse aiutati nel cammino?… Il più impensabile modello di questa attenzione alla disperazione del povero, che ci può convertire, è Gesù stesso, che ha fatto anche lui il faticoso passaggio dal dire di no (un no durissimo: Mt 15,22ss) ad una di queste povere di Dio, per scoprire poi che la sua “presunzione razziale e religiosa”, ereditata dalla cultura corrente, lo chiudeva alla compassione… fino a concludere che la sirofenicia (impura e pagana) “lo precedeva” nella comprensione dei disegni del Padre: “Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri”. Una donna, di religione e razza sbagliata, un cane infedele per i giudei osservanti, gli insegna a dire di sì a un disegno più grande di lui… a riscoprire anche per sé il monito antico di Dio attraverso il profeta: Non è retta la mia condotta o piuttosto non è retta la vostra?
Dire sì … e “fare” davvero così! La fede che si affida…
… anche il figlio dell’uomo, dunque, inevitabilmente assorbito e plasmato dalla situazione culturale storica, piccola e limitata, nella quale si è incarnato, ha imparato a trasformare i suoi “no”, in “sì” agli orizzonti sterminati e insondabili del Regno (il cuore del Padre). Perché anzitutto l’istinto di dire no non è una condizione morale, ma antropologica. Ogni uomo può crescere solo così e lo impara vivendo. I maestri di questo “rinnegamento” di sé e apertura alle pressioni sgarbate e dure della storia sono stati anche per lui… i poveri: Maria, sua Madre, il padre carpentiere, la scuola di paese, i miserabili per le strade che segnavano dolorosamente l’inadeguatezza della società religiosa e dei suoi capi… Perché poi scoprirà l’esperienza lacerante, per ogni adolescente, di vedere che i propri maestri ufficiali nella sinagoga e nel tempio, investiti d’autorità, che pure insegnano cose importanti per la vita, dicono … e non fanno! Infine anche lui vedrà crescere con sofferenza attorno a sé i discepoli, che preparava a guidare la sua chiesa, anche loro duri e tardi di cuore, più attenti alla corsa per il primato tra di loro, che all’insegnamento e all’esempio del maestro, che “pur essendo Figlio, imparò tuttavia l'obbedienza dalle cose che patì” secondo la sintesi mirabile dell’avventura umana della Parola, che i primi cristiani nell’inno riportato in Fil 2,6, dove la verità tragica della condizione umana del Figlio di Dio è assunta in assoluta radicalità, togliendosi di dosso, anzi di dentro, ogni prerogativa o privilegio “divino”, per dire “sì” alla solidarietà totale con gli uomini.

Fallire o centrare la propria destinazione umana

La parabola che costituisce il vangelo di questa ventiseiesima domenica del tempo ordinario, per essere ben compresa, va collocata nel contesto in cui Matteo la inserisce. Il rischio, altrimenti, sarebbe quello di una sua interpretazione riduttiva: qui infatti il senso non è tanto quello di un generico appello alla pronta osservanza della volontà di Dio, o una sottolineatura del primato dell’azione sulla parola, per cui elogiato sarebbe il primo figlio che, nonostante all’invito del padre («Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna») in prima battuta, avesse detto «Non ne ho voglia, poi si pentì e vi andò»; il senso piuttosto va cercato altrove: in particolare tentando di delineare chi è rappresentato in questi due figli.
Per non rischiare di fare identificazioni campate per aria, fondamentale è riferirsi al contesto prossimo di questo brano: il capitolo 21 di Matteo (quello di questo brano) inizia narrando l’ingresso messianico di Gesù a Gerusalemme; dopo l’accoglienza osannante della folla, che lo dichiara profeta, Gesù si dirige subito verso il tempio dove scaccia tutti i venditori e i cambiavalute; qui ha un primo confronto duro con i sommi sacerdoti e gli scribi, che si sdegnano nel sentirlo chiamare figlio di Davide dai bambini, confronto che si riaccende la mattina seguente quando «i sommi sacerdoti e gli anziani del popolo gli dissero: “Con quale autorità fai questo?”»; Gesù allora contro-risponde con la domanda riguardo al Battista «Il battesimo di Giovanni da dove veniva? Dal cielo o dagli uomini?», domanda a cui i capi religiosi ebrei non rispondono per timore della folla; Gesù conclude allora «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio questo».
È chiaro che il tono è ormai quello del battibecco, di chi non spera più di usare le parole per farsi comprendere, ma semplicemente le affila per mettere in difficoltà l’altro. E infatti è proprio a questo punto che Gesù, rendendosi conto dell’andamento che ha preso il discorso, cambia registro e tenta di coinvolgere i suoi interlocutori (sommi sacerdoti, scribi e anziani del popolo) con una parabola (le parole «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli...» seguono infatti immediatamente le ultime citate: «Neanch’io vi dico con quale autorità faccio questo»).
L’intento di Gesù è infatti quello di portare i suoi interlocutori a sbilanciarsi in un parere, in modo da stanarli dai loro apparati concettuali preconfezionati e poter così far breccia nella loro logica di pensiero: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?».
Quando essi «risposero: “Il primo”», la trappola è ormai scattata e a Gesù il gioco riesce facile; ribalta infatti contro di essi il giudizio da loro stessi formulato: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto».
Incredibilmente, il primo figlio viene così a rappresentare i pubblicani e le prostitute, cioè il così vasto gruppo di uomini e donne per antonomasia lontani dalla religione, (e dunque – direbbero i sommi sacerdoti) da Dio; il secondo invece, la minuta schiera di intransigenti uomini religiosi, che tutto il vangelo dipinge come sepolcri imbiancati, ipocriti, osservanti delle regole e dimentichi dell’uomo (Patch Adams direbbe «ghiaccioli dal cuore in giù»)!
L’identificazione, anche a questo punto (dopo cioè la fatica dell’analisi del contesto prossimo), risulta però in prima battuta paradossale: delinquenti e prostitute passerebbero davanti, nel regno di Dio, ai pii e devoti uomini religiosi? Ma schiere di nonne e catechiste non ci avevano forse insegnato il contrario!?!
Bisogna che andiamo più a fondo!
Cos’è infatti che fa dire a Gesù una frase tanto forte («In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio»)? Che cosa ha visto, nella sua vita di uomo, nei volti e nelle storie di questi personaggi che abitualmente i benpensanti condannano? E che cosa non ha trovato invece in quelli che rappresentavano, per la mentalità comune (di allora e di oggi), il mondo della sacralità, dell’osservanza, della inappuntabilità?
Stando alla narrazione dell’intero vangelo ha trovato in questi ultimi la durezza di cuore (di loro dice infatti: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli», Mt 5,20; oppure rivolgendosi direttamente ad essi: «Se aveste compreso che cosa significa: “Misericordia io voglio e non sacrificio”, non avreste condannato individui senza colpa», Mt 12,7; inoltre vengono tratteggiati come pedanti osservatori delle regole, ma dimentichi dell’uomo, tanto che visto Gesù guarire un uomo in giorno di sabato «usciti, tennero consiglio contro di lui per toglierlo di mezzo», Mt 12,14; o addirittura, vedendo Gesù risanare un indemoniato, «presero a dire: “Costui scaccia i demoni in nome di Beelzebul, principe dei demoni», Mt 12,24; sono sempre i farisei insieme agli scribi poi che «vennero da Gesù e gli dissero: “Perché i tuoi discepoli trasgrediscono la tradizione degli antichi? Poiché non si lavano le mani quando prendono cibo!”. Egli rispose loro: […] avete annullato la parola di Dio in nome della vostra tradizione. Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia dicendo: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini”», Mt 15,1-9; di essi dice infine: «Lasciateli! Sono ciechi e guide di ciechi», Mt 15,14); mentre nei primi (pubblicani e prostitute) trova invece sempre una disponibilità a farsi incontrare, quasi un anelito della loro interiorità che sa accogliere da lui una parola nuova (per fare solo due esempi tra i tanti: Zaccheo – Lc 18,1-10 – e la peccatrice perdonata – Lc 7,36-50). Sono proprio questi ultimi infatti che, forse perché privi di un apparato concettuale che gli fa da maschera, ma anzi denudati e svergognati davanti a tutti, hanno la possibilità/capacità di porsi di fronte a Gesù in trasparenza e verità, al di là delle condizioni che vivono. È il come si dispongono di fronte a Gesù che fa la differenza...
È quello che mostra chiaramente anche un’altra donna (anch’essa di dubbia moralità, stando ai nostri criteri), che pure, al di là delle condizioni in cui viveva (il campo di smistamento di Westerbork), ha fatto la medesima esperienza di incontro veritativo e liberante col Signore: “Mio Dio, viviamo tempi di terrore. Questa notte, per la prima volta, sono rimasta sveglia nel buio, con gli occhi brucianti, e immagini di sofferenza umana si snodavano davanti a me, senza sosta. Ti voglio promettere una cosa, mio Dio, una piccola cosa: […] Ti aiuterò, mio Dio, a non spegnerti dentro di me, ma non posso garantirti niente in anticipo. [...] È tutto quello che ci è possibile salvare in quest'epoca, ed è anche la sola cosa che conta: un po’ di te in noi, mio Dio. Forse potremo anche contribuire a riportarti alla luce nei cuori devastati degli altri. Dietro la casa, la pioggia e la grandine dei giorni scorsi hanno devastato il gelsomino. Più in basso i suoi fiori bianchi galleggiano sparpagliati nelle pozzanghere nere, che ristagnano sul tetto del garage. Ma da qualche parte, dentro di me, questo gelsomino continua a fiorire, esuberante e tenero come in passato. Ed espande i suoi effluvi intorno alla tua dimora, mio Dio. Vedi come mi prendo cura di te! Non ti offro solo le mie lacrime e i miei tristi presentimenti. In questa domenica ventosa e grigiastra, ti porto anche un gelsomino profumato!”.
È questo “miracolino” di esser-ci in verità di fronte a Dio e a se stessi (qualsiasi cosa accada) che segna la differenza tra i due figli della parabola, tra la maschera della religione e il porsi in trasparenza, tra gli uomini del potere religioso e i pubblicani e le prostitute...
Non è un codice etico dunque quello che fa la differenza, una moralità inappuntabile, un’osservanza stretta... Tutto questo al massimo può essere un aiuto per favorire l’incontro col Signore (in verità il vangelo dice che è un ostacolo, ma concediamolo pure...), ma non è mai il discrimine per dire la riuscita o il fallimento di una vita, la qualità dell’interiorità di una persona, la consistenza umana che ha in sé! Ecco perché la bestemmia di un povero può essere una preghiera ben più apprezzata da Dio del vuoto devozionalismo di un uomo dalla maschera religiosa.
È quello che mette in luce anche la prima lettura, dal profeta Ezechiele: è l’uomo il responsabile di se stesso, non c’è nient’altro che può sostituirsi a lui nella verità di sé (né un consolante apparato religioso, né i soldi di una vita; nemmeno la persona che ci ama di più); niente e nessuno può vivere al nostro posto l’avventura del porsi in trasparenza di fronte a sé e di fronte a Dio («Se il giusto si allontana dalla giustizia e commette il male e a causa di questo muore, egli muore appunto per il male che ha commesso. E se il malvagio si converte dalla sua malvagità che ha commesso e compie ciò che è retto e giusto, egli fa vivere se stesso»).
È qui che fallisco o centro la mia destinazione umana: se mi smaschero da ogni rassicurante rifugio, che mi impedisce l’accesso in verità a me... perché è solo lì, nel mettermi di fronte a me in verità, che altrettanto in verità posso incontrare «gli stessi sentimenti di Cristo», gli unici che salvano dal non senso della vita… perché dicono all’uomo che egli non si riduce mai a quel che fa o a quel che ha… ma all’amore (ricevuto e ridonato) che fa circolare nella sua vita.

lunedì 22 settembre 2008

dal "politically correct" al "religiously correct"?

Bella, come sempre, l'omelia del Papa di domenica 21 settembre in cui durante la celebrazione eucaristica a san Pancrazio ad Albano ne ha dedicato il nuovo altare... L'OR l'ha pubblicata il 22 con questo titolo: "Ogni atto di culto è inutile senza perdono e riconciliazione " titolo che ne rispetta fondamentalmente il contenuto che potete trovare integralmente qui.
Sotto riporto solamente la parte "biblica" così che cliccando sui riferimenti biblici possiate leggerne i testi integralmente...

"L’odierna Celebrazione è quanto mai ricca di simboli e la Parola di Dio che è stata proclamata ci aiuta a comprendere il significato e il valore di quanto stiamo compiendo. Nella prima lettura abbiamo ascoltato il racconto della purificazione del Tempio e della dedicazione del nuovo altare degli olocausti ad opera di Giuda Maccabeo nel 164 a.C., tre anni dopo che il Tempio era stato profanato da Antioco Epifane (cfr (1 Mac 4,52-59). A ricordo di quell’avvenimento, venne istituita la festa della Dedicazione, che durava otto giorni. Tale festa, legata inizialmente al Tempio dove il popolo si recava in processione per offrire sacrifici, era anche allietata dall’illuminazione delle case ed è sopravvissuta, sotto questa forma, dopo la distruzione di Gerusalemme.
L’Autore sacro sottolinea giustamente la gioia e la letizia che caratterizzarono quell’avvenimento. Ma quanto più grande, cari fratelli e sorelle, deve essere la nostra gioia sapendo che sull’altare, che ci accingiamo a consacrare, ogni giorno si offrirà il sacrificio di Cristo; su questo altare Egli continuerà ad immolarsi, nel sacramento dell’Eucaristia, per la salvezza nostra e del mondo intero. Nel Mistero eucaristico, che in ogni altare si rinnova, Gesù si fa realmente presente. La sua è una presenza dinamica, che ci afferra per farci suoi, per assimilarci a sé; ci attira con la forza del suo amore facendoci uscire da noi stessi per unirci a Lui, facendo di noi una cosa sola con Lui.
La presenza reale di Cristo fa di ciascuno di noi la sua "casa", e tutti insieme formiamo la sua Chiesa, l’edificio spirituale di cui parla anche san Pietro. "Stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio – scrive l’Apostolo -, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo" (1 Pt 2,4-5). Quasi sviluppando questa bella metafora, sant’Agostino osserva che mediante la fede gli uomini sono come legni e pietre presi dai boschi e dai monti per la costruzione; mediante il battesimo, la catechesi e la predicazione vengono poi sgrossati, squadrati e levigati; ma risultano casa del Signore solo quando sono compaginati dalla carità. Quando i credenti sono reciprocamente connessi secondo un determinato ordine, mutuamente e strettamente giustapposti e coesi, quando sono uniti insieme dalla carità diventano davvero casa di Dio che non teme di crollare (cfr Serm., 336).
E’ dunque l’amore di Cristo, la carità che "non avrà mai fine" (1 Cor 13,8), l’energia spirituale che unisce quanti partecipano allo stesso sacrificio e si nutrono dell’unico Pane spezzato per la salvezza del mondo. E’ infatti possibile comunicare con il Signore, se non comunichiamo tra di noi? Come allora presentarci all’altare di Dio divisi, lontani gli uni dagli altri? Quest’altare, sul quale tra poco si rinnova il sacrificio del Signore, sia per voi, cari fratelli e sorelle, un costante invito all’amore; ad esso vi accosterete sempre con il cuore disposto ad accogliere l’amore di Cristo e a diffonderlo, a ricevere e a concedere il perdono.
A tale proposito ci offre un’importante lezione di vita il brano evangelico che poc’anzi è stato proclamato (cfr Mt 5,23-24). E’ un breve, ma pressante e incisivo appello alla riconciliazione fraterna, riconciliazione indispensabile per presentare degnamente l’offerta all’altare; un richiamo che riprende l’insegnamento ben presente già nella predicazione profetica. Anche i profeti infatti denunciavano con vigore l’inutilità di quegli atti di culto privi di corrispondenti disposizioni morali, specialmente nei rapporti verso il prossimo (cfr Is 1,10-20; Am 5, 21–27; Mic 6, 6-8). Ogni volta quindi che vi accostate all’altare per la Celebrazione eucaristica, si apra il vostro animo al perdono e alla riconciliazione fraterna, pronti ad accettare le scuse di quanti vi hanno ferito e pronti, a vostra volta, a perdonare. [...]"

Una domanda allora mi viene spontanea: perché non si ha il coraggio di chiamare le cose con il loro nome? Perche non intitolare "Ogni atto di culto è abominio senza perdono e riconciliazione"? Mi sarei accontentato anche di un più piattamente fedele "Ogni atto di culto è indegno senza perdono e riconciliazione". Infatti se anche il Papa usa la parola inutile, essa è preceduta da concetti che mostrano qualcosa di più della semplice inutilità, della semplice perdita di tempo. Infatti se la riconciliazione è "indispensabile per presentare degnamente l'offerta all'altrare" allora vuol dire che chi lo fa, si presenta indegnamente! e che ci si accosta indegnamente!
Allora, leggendo le citazioni bibliche riportate, apparirebbe troppo vera l'affermazione che chi si accosta a Dio col cuore pieno di rancore, è paragonabile a un abitante di Sodoma e Gomorra, a un uomo che bestemmia pregando?

Questione di lana caprina? Forse! Ma per chi non cammina fuori dalla storia, in un mondo e in un'Italia invasa da tanti odi politici, religiosi, etnici, camorristici e mafiosi, fa specie che la forza del linguaggio l'OR la usi solo per quetioni di etica sessuale o per decidere l'indecifrabile istante della morte o per scaricare sui coniugi divorziati il fallimento ecclesiale della pastorale familare... Giudicate voi!
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