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venerdì 21 novembre 2008

Quello che avete fatto a uno di questi miei fratelli l'avete fatto a me

Il Vangelo che la liturgia ci propone per questa trentaquattresima domenica del tempo ordinario, in cui la Chiesa celebra la festa di Cristo Re, prima di immergersi nel tempo dell’Avvento, è costituito per intero dalle ultime parole di Gesù che Matteo ha organizzato nel discorso escatologico (Mt 24,1-25,46): le ultime parole prima che inizi il racconto della passione.
Questo discorso, nell’organizzazione matteana, si svolge a Gerusalemme: Gesù è appena uscito dal tempio (Mt 24,1), dove aveva avuto duri scontri con i venditori (Mt 21,12-13), con i sommi sacerdoti e gli scribi (Mt 21,14), con gli anziani del popolo (Mt 21,23 ss), con i farisei (Mt 22,15 ss; Mt 22,34-24,39) e con i sadducei (Mt 22,23 ss) ed è interpellato dai suoi discepoli: «Mentre Gesù, uscito dal tempio, se ne andava, gli si avvicinarono i suoi discepoli per fargli osservare le costruzioni del tempio» (Mt 24,1). Questo invito diventa per Gesù (e letterariamente per Matteo) l’occasione per articolare una risposta dal sapore escatologico: Gesù infatti avverte che di tutte quelle cose «non resterà pietra su pietra che non venga diroccata» e, allargando il discorso, nuovamente sollecitato dai discepoli («Dicci quando accadranno queste cose e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo» Mt 24,3) inizia a parlare di guerre, carestie, terremoti, supplizi, uccisioni, falsi profeti... che anticiperanno, ma non saranno la fine. Il discorso si sposta allora sull’atteggiamento che i discepoli dovranno tenere in questa attesa del ritorno del Figlio dell’uomo: quello dell’essere vigilanti, sottolineato dall’inserzione di ben tre parabole: quella del maggiordomo (Mt 24,45-51), quella delle dieci vergini (Mt 25,1-13) e quella dei talenti (Mt 25,14-30).
È proprio a questo punto che, dopo l’annuncio dei tempi ultimi e l’invito ad un’attesa vigilante, inizia l’ultima parte di questo discorso escatologico, coincidente con il vangelo di questa domenica. In modo evidente quindi lo sfondo delle parole di Gesù presenti in questo brano è quello del giudizio.
Anche l’incipit mostra l’inequivocabilità dell’atmosfera giudiziale: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli, si siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri».
Se però sia dal contesto del brano, sia dal suo incipit , è chiaro il tenore delle parole di Gesù o almeno il clima escatologico che le avvolge, forse risulta ancora necessario specificare alcuni tratti di questa prospettiva giudiziale, per evitare di cadere in banali luoghi comuni.
La prima cosa da evitare è quella di considerare le parole di Gesù come una mera descrizione materiale del “come” sarà quello che noi abitualmente chiamiamo il “giudizio finale”. In particolare non possono essere prese alla lettera alcune espressioni linguistiche contenute in questo brano, che, se lette senza contestualizzazione, ci farebbero sussultare non poco: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli»; «E se ne andranno: questi al supplizio eterno». È infatti esegeticamente errato usare queste affermazioni per rispondere alle nostre domande ansiose sulla realtà e densità demografica dell’inferno. Questo è chiaro, anche a chi non è uno studioso specializzato della Bibbia, già solo per il fatto che è il contesto a suggerire questa impossibile interpretazione: se Gesù avesse voluto spiegare costituzione e composizione di inferno e paradiso avrebbe impostato diversamente il discorso; se non altro, per evitare di essere frainteso, avrebbe dichiarato esplicitamente il suo intento. E invece né qui, né mai nel Vangelo noi troviamo riferimenti materialistici alla vita nell’aldilà. Forse anche per questo le interpretazioni e divagazioni sul tema, hanno avuto un spettro talmente vasto da risultare a volte addirittura folkloristiche... Nessuna parola di Gesù infatti è in grado di risolvere le nostre angosciose domande sull’aldilà... Ma perché – ci verrebbe da chiedere – il Signore non ha sciolto questo enigma sul post mortem che per l’uomo sembra così determinante? Perché non ha indicato qualche breve e netta indicazione per arrivare in paradiso, in modo che fosse chiaro il da farsi? Perché, in ultima analisi, il Signore è sempre così sbilanciato sull’aldiqua, quasi ignorando deliberatamente l’anelito angoscioso dell’uomo per una risposta sull’aldilà? E, tornando al nostro brano, se in questo capitolo 25° di Matteo il Signore non sta delineando come sarà materialmente il “giudizio finale”, in che senso vanno intese le sue parole?
Anche se sembra un’evidenza, è utile far notare il fatto che mentre Gesù parla non si sta attuando quanto dice: il resoconto di Matteo cioè non è quello di uno che ha partecipato al “giudizio universale” e lo racconta. Il discorso di Gesù fa riferimento a un tempo che deve ancora compiersi («Quando il Figlio dell’uomo verrà...»). Forse può apparire superfluo porre questo piccolo chiarimento, eppure esplicitarlo permette da un lato di evitare di confondere realtà dei fatti e parole di “avvertimento” (come quelle di una mamma che dice: “Se mi porti a casa un 4 ti uccido”, dove è evidente l’iperbole che ha di mira il far studiare il proprio pargolo e non certo l’eliminarlo fisicamente...) e di inquadrare le intenzioni di chi sta parlando: l’intento di Gesù infatti, pare più quello di dare un criterio per la vita nell’aldiqua che un discrimen per la vita nell’aldilà. Detto altrimenti: l’intenzione di Gesù qui (ma, come prima si accennava, anche sempre nel Vangelo) è quella di richiamare alla decisività della vita nell’aldiqua. Questo è l’unico e solo interesse del Signore: che l’uomo sia Uomo nell’aldiqua. Anche perché ciò che saremo nell’aldilà non potrà che essere quello che siamo stati-diventati in questa vita terrena. Non è un altro da me quello a cui è promessa la vita eterna. La mia identità singolarissima nella sua completezza (la fede cristiana crede alla risurrezione della carne, non dalla carne come ogni tanto scappa detto a qualcuno mentre recita il Credo) è destinata alla vita eterna...
Le parole di Gesù hanno dunque di mira l’illuminazione della vita nell’aldiqua. È per la pienezza di questa vita, per la sua realizzazione in termini di umanizzazione della propria interiorità che sono dette!
Esse infatti rimandano al “chiodo fisso” di Gesù: tutta la sua vita (compresa la sua morte), le sue parole, i suoi gesti sono infatti l’instancabile riproposizione di un’unica verità: solo l’amore ha e dà senso alle vite degli uomini!
Non l’amore sentimentaloide che travolge gli adolescenti di ogni età, né quello superficiale e ipocrita di tanti perbenisti... sempre così bravi a parole e così terribilmente lontani dalla tragicità della vita degli altri. Ma l’amore come l’ha vissuto Lui, fatto di gesti e parole che rompono le distanze e i pregiudizi (etnici, sessuali, religiosi, politici...); che permettono davvero di incontrare l’altro senza ridurlo a oggetto della nostra gratificazione buonista, ma riconoscendolo nella pienezza della sua dignità di fratello; un amore che sa porre come unico e solo obiettivo della vita (e dell’alzarsi ciascuna mattina) il volere il bene di chiunque altro mi si pone sul cammino (sia esso uno dei miei o uno sconosciuto); un amore che sa essere fedele all’identità dell’altro, anche quando è lui stesso a smarrirla e che addirittura arriva a morire per farlo vivere...
Questo sta dietro a quel «ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Non è un elenco di buone azioni che garantiscono il paradiso, come a volte è capitato di pensasse: magari andando in carcere per fare una “buona azione” coltivando contemporaneamente in cuore disprezzo e rancore nei confronti dei detenuti... Quello che propone il Signore ha una portata di tutt’altro livello: è il ribadire l’unico criterio che ha sempre guidato la sua vita nell’aldiqua, il suo stesso decidere (e decider-si): una vita è beata quando crede nell’amore a costo di morire per non rinnegarlo!
Il peccato, e dunque l’essere inferno a noi stessi, è smettere di dar credito a questa cosa: che solo l’amore abbia e dia un senso. Smettere di credere alla continua riproposizione del rapporto umano (da uomo a uomo) è fallire l’incontro con Dio. Paradossalmente, smentendo tante convinzioni devozionistiche, questo vangelo ci ricorda come o si avventura la vita sui volti degli altri, impastandosi con il loro cuore, mischiandosi alle loro lacrime, al loro sudore e al loro sangue, scandagliandone le perversioni e curandone le ferite, scoprendo come funzionano, come ragionano e sperano... o tutto questo non può essere vissuto neanche con Dio. Mentre è Vangelo, cioè buona notizia che questa intimità sia possibile sia con l’Uno che con gli altri!

venerdì 14 novembre 2008

Meglio rischiare la vita che sotterrare la speranza!

Nel cap. 25° il Vangelo secondo Matteo intende raccogliere l'ultimo prezioso insegnamento di Gesù prima della passione. Le tre parabole delle 10 vergini che attendono lo sposo, dei talenti consegnati ai servi e infine, il giudizio universale, con la sorprendente coincidenza di Gesù con i poveri che sono tra noi, hanno in comune una discriminante, che divide gli uomini nella storia: cinque vergini sagge e cinque stolte; due servi operosi e premiati, e uno rinunciatario e punito; le pecore da una parte (i discepoli che accudiscono i fratelli) e le capre dall'altra (chi non serve il fratello nel bisogno). Si tratti dell'olio delle lampade, o dei talenti forniti ad ogni uomo o della dedizione ai poveri, le parabole hanno lo stesso obiettivo, sotto diverse modalità. Ed è questo: arriva per tutti il momento nella vita in cui siamo "costretti" a scegliere, a schierarci, a maturare una fede capace di trasformare "definitivamente" il senso dell'esistenza, come se ognuno fosse messo con le spalle al muro. Gesù stesso sta incamminandosi verso le esperienze finali della sua avventura umana, che sembrano travolgerlo e immergerlo nell'angoscia e insieme nel desiderio di affrontarle: Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora! (Gv 12,27 ).Ecco allora le parabole: nel buio della notte bisogna mantenere gli occhi aperti e il cuore attento per riconoscere il Regno che viene…; l'impegno appassionato moltiplica e dilata il dono di luce e di benevolenza ricevuto…; lo spendersi per i più miseri è sempre un incontro con il Dio presente nell'uomo di carne, anche per chi non lo sa… E se la dinamica pedagogica del racconto comporta che chi non si assume le sue responsabilità sia punito, l'intento non è certamente di terrorizzarci con la minaccia del castigo futuro, ma di convincerci che il presente, affrontato con intelligenza ed amore, dà senso e gioia alla nostra fede.

"Avventurar la vida"… non seppellire la speranza!

La parabola scelta per questa 33a domenica è la seconda, che racconta la storia di un signore che, prima di mettersi in viaggio, distribuisce i suoi beni ai suoi sottoposti, ad ognuno secondo le sue capacità. E poi se ne va, per molto tempo, senza lasciare recapito. I talenti dati in consegna sono la vita stessa, come una promessa, misteriosamente donata ad ognuno, con tutto quello che ci vuole… per diventare noi stessi., cioè viverla! Ognuno ha la sua, diversa da tutti, e solo l'interessato, pur bisognoso di tanti aiuti, può, in definitiva, valorizzarla. I due primi servi lavorano e raddoppiano i talenti. Ma colui che ha ricevuto un talento solo, lo seppellisce, per non perderlo. Proprio il contrario di quanto il vangelo stesso suggerisce: se vuoi salvare la tua vita devi esser pronto al rischio di perderla! Teresa d'Avila, in un tempo quanto mai sfavorevole alla donna, che pretendesse di diventare se stessa, è un esempio luminoso e appassionato di come la vita, secondo questa parabola, deve essere assunta, con l'esplosiva carica affettiva ed esistenziale di un desiderio incontenibile: "tutto si riduce, in sostanza, ad arrischiare la vita, che io tante volte bramerei aver già persa, pur di avventurarmi a guadagnare così tanto con poco prezzo" (V 21,4)

Un Dio diverso!

Perché nasca e cresca questa passione in cuore, occorre cambiare la figura di Dio, che più o meno inconsciamente tutti abbiamo introiettato, come un interlocutore interiore… da incubo (sei un duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso). Talora diventa un'ossessione che finisce per rovinarci la vita (per paura andai a nascondere il tuo talento sotterra). La radice profonda di ogni religione storica è il tentativo di rimettersi in contatto con il "padrone", che è "emigrato" in un paese lontano (così suggerisce il testo greco!), per contrattare "magicamente" con lui una salvezza in proprio. La paternità di Dio, come si è rivelata in Cristo, è la distruzione del ricatto interno a qualsiasi religione (e interno a noi stessi, come componente tossica del nostro super io e della nostra morale). E finisce per farci vivere una vita disaffezionata e spenta, da servi!. Finché, infatti, non ci consegniamo 'armi e bagagli' al Padre di Gesù Cristo, nutriti della sua parola e del suo pane, siamo preda dei nostri tormenti e delle nostre angosce interiori, che poi inevitabilmente proiettiamo e ritorciamo sugli altri (io non sono come gli altri, omicidi, adulteri…). Mentre orami, in Gesù, la fede o è questione di amicizia o ridiventa idolatrica: "Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamati amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l'ho fatto conoscere a voi [Gv 15,15]. Esser amici, però, vuol dire sbilanciarsi rischiosamente e senza riserve verso un nuovo tipo di dinamica interna all'esperienza umana di Gesù, che si fonda sull'amore gratuito, pulito, totalizzante.

Una dinamica vitale nuova: entra nella gioia del tuo Signore!

Dio dunque sorprende i suoi servi, proprio chiamandoli a responsabilità e fiducia totalmente nuove. Neanche vuole indietro i talenti affidati, perché li trasferisce al livello della dinamica dell'amore: che, se corrisposto, raddoppia incessantemente… Sei stato fedele nel poco, ti darò autorità su molto. L'esito dell'amicizia è la comunione piena e raggiante: entra nella gioia del tuo signore! Questo esito escatologico di una vita di impegno appassionato ci è annunciato per convincerci che già qui, nella nostra storia quotidiana, inizia questa dinamica creativa e profondamente gratificante di poter aiutare Dio, invitati nella sua vita intima, partecipando alla sua gioia di diffondere l'amore e la libertà tra gli uomini. Così si spiega il paradosso di togliere il talento al servo sfiduciato per darlo a chi già ne ha: «Perché a chiunque ha, sarà dato e sarà nell'abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha.». Chiunque abbia provato ad amare e appassionarsi alla vicenda umana del fratello che fa fatica a crescere, più che alla propria, sa quanto è vero che l'amore aumenta a donarlo via, e diminuisce e intristisce a difenderlo e trattenerlo per sé… E quanti sono coloro che sono fermi, paralizzati su questo crinale, senza osare tuffarsi!

E quando si dirà: "Pace e sicurezza", allora d'improvviso li colpirà la rovina,

Nel nostro tempo di totale interdipendenza degli uomini e dei popoli – il tempo della globalizzazione ‑ i figli della luce di cui parla Paolo, sono quelli che credono nelle ragioni della speranza, nella possibilità di convivenza tra diversi, nella fecondità dell'incontro tra religioni e razze. I figli della paura e della voglia di sicurezza sono quelli che nascondono la sfida della storia e il rifiuto delle scelte sotto le vesti della tradizione e della religione, ma di fatto difendono poi la sicurezza con i muri divisori e il filo spinato, e alla fine, con la forza delle armi, con il ricatto della fame, con la prepotenza della superiorità della razza o della religione. Ma affrontare i problemi di oggi illudendosi che vadano bene le soluzioni di ieri, è come voler solcare gli oceani con le barche. Non cercare e inventare risposte nuove è come dormire, fare della vita una lunga notte, illudendosi con lo slogan: Pace e sicurezza…, invece di un impegno fervente e generoso. Oggi non ci sono territori preclusi all'intervento umano dai confini sacri, che la religione ha sempre determinato nella storia dell'umanità, opponendosi ad ogni presuntuosa conquista o sconfinamento prometeico. La formazione della coscienza morale è più che mai determinante, in un mondo pluriculturale, che rischia di svuotare e relativizzare ogni tradizione od orientamento etico e religioso. La mutazione antropologica che le strutture di comunicazione commerciali, industriali e politiche hanno prodotto, richiede una nuova consapevolezza, una nuova spiritualità. L'umanità di oggi si trova di fronte a problemi, esigenze e istituzioni universali, ma non c'è ancora la cultura e gli uomini preparati, che sappiano accettare questa sfida. La paura di affrontare il rischio ha spinto anche la chiesa a sotterrare i suoi tesori… Siamo in ritardo rispetto al cammino dello sviluppo umano, della tecnica e della scienza. Questa forte esigenza di spiritualità non è di per sé esigenza di pratica religiosa, che è necessaria, ma non sufficiente. Si esige qualcosa di più: entrare cioè in sintonia con la forza creatrice che ci coinvolge consapevolmente in un atteggiamento nuovo. Siamo come costretti a rileggere questa parabola con prospettive e orizzonti completamente nuovi. Per disseppellire coraggio e speranza!

La terrificante parola




Shoah, mai più: l'impegno dei giovani di Europa


Solo il fungo spunta improvvisamente, però ci vuole l'acqua e l'umidità, nelle stagioni secche ben pochi funghi sfondano il terreno ed emergono alla luce.
L'orrore di quella notte, detta "Notte dei cristalli", fu ampiamente preparato, con l'acqua dell'antisemitismo, della propaganda hitleriana, nella violenza delle coscienze.
L'avanzare del nazionalsocialismo nel cuore dell'Europa si prospettava martellante: il 17 agosto 1938 fu stabilito l'obbligo per gli ebrei di assumere il nome di Sarah o di Israel; nell'ottobre dello stesso anno fu imposto l'obbligo della stampigliatura "J"(Jude) sui passaporti degli ebrei.
La situazione chiaramente precipitava e, nella notte fra il 9 e il 10 novembre, scoppiò in un'autentica deflagrazione, soprattutto da parte degli uomini delle SA.
L'esito l'11 novembre fu tangibile, la "Notte dei cristalli", in riferimento ai vetri infranti di case e botteghe, comportò: 36 ebrei uccisi e 36 gravemente feriti, 815 negozi distrutti, 29 magazzini, 171 abitazioni e 191 sinagoghe incendiate, circa 20 mila ebrei arrestati.
Vennero fracassate le vetrine di circa 7.500 negozi e magazzini ebraici . Dietrich Bonhoeffer, nella Bibbia di cui si serviva per la preghiera, sottolineò al salmo 74 il versetto "Hanno dato fuoco a tutte le case del Signore nel paese", e accanto vi scrisse "9.11.38".
La patrona d'Europa Teresa Benedetta della Croce era ormai carmelitana e proprio nel suo monastero di Colonia venne a sapere dell'efferata azione, per prima, perché in quel periodo accoglieva chi bussava alla porta delle carmelitane.
Un'amica delle monache narra: "Il 9 novembre 1938 fui testimone a Euskirchen dell'assalto dei nazionalsocialisti alle case degli ebrei e anche dell'incendio della sinagoga. Il giorno stesso mi recai dalla Serva di Dio al Carmelo e glielo riferii. Stando alla ruota, non potei osservare il suo viso, ma notai che ella diventava sempre più silenziosa e triste. Non si lamentò; disse che il Signore avrebbe vendicato il suo popolo".
Come? Ci chiediamo oggi. Con una "vendetta" che non conosce il sapore delle nostre umane vendette ma con quell'azione di Dio nella storia e nel cuore delle persone che, sempre, è misericordiosa, compassionevole.
Oggi il papa tedesco ci confida che da allora, da quella terribile notte, il dolore abita e feconda il suo cuore avendovi stampato la terrificante parola Shoah. Esplosa nella sua patria, la Germania, nel suo popolo ricco di tradizioni umanitarie e culturali.
Un dolore che la sua persona, quale sacerdote consacrato a Dio per il bene di tutti, ha macerato nella riflessione storica e teologica e in quella orante e oblativa.
Da allora, il giovane ragazzo, nella carta geografica della Shoah che disegnava un ampio arco semicircolare che andava in senso antiorario dalla Norvegia alla Romania e nel cui centro si trovava Auschwitz, porta in sé una cicatrice: la certezza che la Shoah sia lo sterminio offerto dal nazismo alla propria follia, la contaminante profanazione dell'idea stessa di uomo. Un dolore che non conosce espressioni altisonanti o plateali, volte a conquistare le folle o a procacciarsi benefici economici, ma che indica nettamente un percorso proprio di salvezza costruita in dignità e che oggi, offre a tutta l'Europa e a tutto il mondo, i lineamenti precisi della risoluzione.
Il ragazzo Joseph, ora Benedetto XVI, non rimuove o cancella la terribile notte, la guarda in faccia per quello che realmente è: un orrore. Bisogna che non si ripeta e si stani quindi ogni forma "di antisemitismo e di discriminazione" dovunque possa trovare coltura tale germe.
Il papa pensa ai giovani, a quelle persone che ancora possono modellare il cuore e la mente e, concretamente, cambiare le strutture della società impregnate dal mistero dell'iniquità che però non ha mai la meglio, quand'anche sembri prevalere, penultimo sulle realtà ultime vincenti, "rispetto ed accoglienza", apertura per il diverso, per ogni persona o gruppo che non pratichi la propria religione e «solidarietà» a Israele, popolo di Dio.
di C. Dobner, carmelitana scalza, in SIR, 14 novembre 2008

giovedì 13 novembre 2008

Una parabola detta perché non capiscano: la conversione dei pii

Il vangelo che la liturgia ci propone per questa trentatreesima domenica del tempo ordinario (Mt 25,14-30) è costituito interamente da una parabola: quella famosa dei talenti. Come ogni volta che ci si trova davanti ad un testo biblico molto conosciuto, anche in questo caso il rischio è quello di dare per scontato il senso delle parole di Gesù e dunque di non riuscire a lasciarsene interpellare veramente.

In effetti non appena si legge questo brano, immediatamente e simultaneamente giungono alla memoria le parole che usualmente lo interpretano (prediche, commenti...), quasi che il testo ormai sia confuso con la sua spiegazione, che solitamente suona più o meno in questi termini: l’uomo che parte è Dio e i suoi servi sono gli uomini; i talenti che affida loro sono le doti che ognuno ha, le sue capacità, o anche le sue responsabilità e possibilità (c’è chi ne ha di più e chi di meno...) e il succo dell’insegnamento sarebbe che ognuno deve far fruttificare le sue potenzialità; non importa da che punto si parte: ciò che conta è dare il meglio di sé. Questo porta infatti alla buona riuscita di una vita o al suo fallimento (che generalmente noi associamo al paradiso e all’inferno).
Il problema di questa lettura è che lascia inevase molto domande che il testo suscita, se si prova a leggerlo senza precomprensioni... Per esempio: è davvero corretto identificare quest’uomo che parte e affida i suoi beni ai suoi servi, con il Dio che ci ha rivelato Gesù? Corrisponde al suo volto il fatto che “in partenza” creerebbe arbitrariamente distinzioni tra i suoi figli? Perché a qualcuno 5 ad altri 2 ad altri solo 1?
È vero che la storia ci mostra con fin troppa evidenza che è così (non tutti i cuccioli d’uomo che nascono su questa terra hanno le stesse possibilità – capacità – doti), ma è davvero imputabile a Dio questa discriminazione?
Certo, da come Gesù considera ognuna delle persone che incontra appare chiaro che il modo di Dio di rapportarsi alle persone non sia quello della omologazione (del “siamo tutti uguali davanti a Dio”), anzi il suo è il modo della salvaguardia della singolarità (per Dio non è importante il genere umano, ma ogni singolo uomo – e donna – nella sua unicità irripetibile). Ma dire che nessuno davanti a Dio può prendere il posto di un altro, perché nella relazione con Lui è chiamata in causa l’intimità singolarissima di ciascuno, è diverso dal dire che a priori Dio darebbe possibilità – doti – capacità quantitativamente misurabili arbitrariamente diverse all’uno o all’altro dei suoi figli... L’unica possibilità che dà Dio – e questa a tutti, seppur poi con un darsi storico di volta in volta irripetibile – è quella della gioia piena (Gv 15,11) di una vita fondata su Lui e dedita agli altri. Tutto il resto non viene da Dio, ma dalla storia, dalla natura, dalla cultura, dai condizionamenti affettivi, psicologici, sociologici...
Dunque, forse, bisogna essere un po’ più cauti nell’identificazione di quest’uomo della parabola con il Dio di Gesù e dei talenti con le doti – capacità – responsabilità intese quantitativamente...
Senza contare poi che, pensando al Dio di Gesù, è un po’ sbalorditivo il modo in cui si comporta quest’uomo al suo ritorno... e soprattutto che accetti la definizione che il servo dà di lui: «sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso»... Questo non è Gesù, né il Padre suo!
Forse allora, è necessario rivedere le modalità classiche e un po’ troppo pacificatorie con cui interpretiamo questo testo e tentare di lasciarcene interrogare mettendo a tacere ciò che istintivamente – perché l’abbiamo succhiato praticamente dal seno materno – ci verrebbe da pensare.
Soprattutto va corretto il pregiudizio per cui lo stile parabolico sarebbe una modalità espressiva che Gesù usava per farsi capire meglio, come se si trattasse di un linguaggio facile e dunque accessibile a tutti...
Questo infatti è anche quello che invitano a fare gli studiosi del testo biblico, i quali proprio a proposito delle parabole evangeliche identificano una doppia classificazione:
- ci sono sì “le miniparabole del Regno”, che proprio per la struttura che le caratterizza (sono brevi e dirette) hanno lo scopo di rendersi immediatamente comprensibili a tutti;
- ma ci sono anche “le macroparabole” in cui prevale la forma della narrazione lunga – raccontano una storia («Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti...», Mt 10,30ss; «Un uomo di nobile stirpe partì per un paese lontano...», Lc 19,12ss) – e per questo non sono immediate, ma anzi richiedono un lavoro ermeneutico più impegnativo.
Le parabole di quest’ultimo tipo infatti oltre ad avere un’estensione narrativa più elaborata, si presentano spesso anche come enigmatiche e difficili da capire (Gesù stesso dice di raccontarle perché non capiscano: «Parlo loro in parabole perché non comprendano» (Mt 13,13)!). Anche le tematiche che affrontano, confermano questa sensazione di complessità: non si tratta più semplicemente dell’annuncio diretto dell’arrivo del Regno di Dio, ma si intavolano argomenti quali la ricchezza, la giustizia di Dio, il giudizio, il perdono...
Anche quella di questa domenica difatti è collocata nell’ultimo dei 5 discorsi in cui Matteo organizza il suo vangelo, quello escatologico, che sta proprio a ridosso dell’inizio del racconto della passione.
La nostra parabola rientra dunque proprio in questo secondo gruppo delle macroparabole e richiede perciò un percorso più impegnativo per essere capita fino in fondo.
Abbandonate dunque le varie precomprensioni, proviamo a lasciarci guidare dal testo nel percorso che la parabola vuol farci fare, «queste parabole infatti non sono state costruite per niente: dato il loro congegno, la loro complessità, il loro carattere paradossale, devono avere un significato specifico, tanto più che Gesù stesso mette in guardia, quando dice che ci sono delle parabole che racconta precisamente perché non capiscano. Che vuol dire appunto che in realtà sono parabole che mirano a tenere in sospeso la comprensione. E quando si mira a tenere in sospeso la comprensione? Quando si ha il fondato timore che una spiegazione più diretta produca l’automatismo che coincide col fraintendimento, col prevalere del luogo comune. Quando io, cioè, discorrendo di un argomento delicato temo che, se adopero parole troppo dirette, esempi troppo elementari, quell’altro dica “Ah, ecco sì lo so già cosa vuoi dirmi...” ed invece sto cercando di aprire un varco nel luogo comune, per farlo evolvere, istintivamente adotto un congegno, un apparato di comunicazione che riesca a frenare quel suo approdo immediato (“Ah sì, so già questa cosa...”), in modo che l’altro debba pensare un attimo e forse pensandoci gli venga in mente che forse quello che ha in mente è uno schema un po’ semplificato, che forse l’argomento che voglio proporgli contiene qualcosa di più di quello che lui sa già» [P.A. Sequeri].
Proviamo allora con la nostra parabola a frenare il luogo comune e, lasciandoci interpellare dalle sue “stranezze”, ad aprire un varco per un’ulteriorità di senso che forse ci era sfuggita: quello su cui la parabola (anzi Gesù attraverso la sua parabola) ci vuole convertire è la mentalità con cui pensiamo al Regno.
Istintivamente noi abbiamo identificato l’uomo della parabola con Dio e il suo contesto che quello della fine (del mondo o della vita), quindi in un’atmosfera di giudizio. Il modo in cui quest’uomo giudica l’operato dei suoi servi nella nostra testa è immediatamente identificato col modo in cui Dio giudicherà la nostra vita...
Pensiamo che la vita sarà giudicata in base al nostro comportamento: secondo una giustizia retributiva perciò i buoni saranno premiati e i cattivi castigati. Ma nel momento in cui facciamo il passo di accettare che quest’uomo sia l’immagine di Dio, iniziamo ad ascoltare la parabola con un’inquietudine che prima non avevamo... Ovviamente prima pensavamo di essere dalla parte dei buoni, dalla parte dei pii cristiani, di quelli sicuramente “dentro” al paradiso, perché “Va bene tutto – io sarò anche un peccatore... Ma gli altri...”! Sentendo poi le parole di gratuità con cui Gesù ha parlato anche ai samaritani, alle prostitute, ai pubblicani... beh... a esser cristiani allora, c’è proprio da star sicuri...
Questo pensavamo... ma appena sentiamo questa parabola qualcosa nella nostra sicurezza si incrina... pare che Dio (quest’uomo) abbia posto una soglia nuova per l’accesso al paradiso... Non basta più neanche essere suoi servi... bisogna pure saper trafficare i talenti... Ridargli il suo non basta... Serve raddoppiare... Ma se domani cambiasse ancora idea e la soglia si alzasse di nuovo? Se Dio dal 2008 in avanti decidesse che i talenti debbano essere triplicati invece che raddoppiati? Chi potrebbe obiettargli qualcosa... è Dio...
Ma che cosa abbiamo fatto per arrivare fino a queste conclusioni con il nostro ragionamento? A che cosa abbiamo acconsentito di passaggio in passaggio:
- al fatto che la giustizia di Dio sia retributiva;
- e al fatto che essa sia imperscrutabile.
Cioè al fatto che Dio sia un calcolatore e che il suo volto sia equivoco (da Lui ci può venire tanto il male quanto il bene).
Ma queste sono proprio le 2 affermazioni su Dio che dopo Gesù non si possono più fare: Gesù non rende male per male, ma muore lui per il male degli altri, rende cioè bene per male, vita per morte, perdono per peccato, salute per malattia, tenerezza per violenza... Altro che retribuzione... e altro che imperscrutabilità: chi «è morto per gli empi» (Rm 5,6), rivela che il Nome di Dio per l’uomo è solo cura, anche – anzi soprattutto – quando non se la merita. Perché il suo cuore è come quello di una madre, anzi di più, perché: «Anche se mio padre e mia madre mi avessero abbandonato, l’Eterno mi accoglierebbe» (Sal 27,10).
La parabola dunque ci chiede di uscire dal tranello che ci ha fatto, per ritornare alla parola di Gesù e ricordarci chi è Dio.

lunedì 10 novembre 2008

Aliens!



È da tempo che noto la presenza tra di noi degli extraterrestri!

Chi sono gli extraterrestri? Sono gente (gente?) che vive altrove, che dei problemi della terrestri neanche se ne accorgono, tutti intenti a eccitarsi con le loro verità marziane… Gente (gente?) preoccupata di salvare le loro verità stratosferiche anche a costo di lasciar morire l’umanità terrificata che vive nelle caverne buie di una vita in ogni senso disfatta…

Il loro Dio? è quanto di più extraterrestre possibile! Il più extraterrestre di tutti gli extraterrestri, perché vive sempre altrove in un altro Universo che per quanto vicino e perfetto (lo chiamano paradiso!) è sempre parallelo!
È un Dio mai nostro, è un Dio mostro! Che serve per sfruttare non per sviluppare! E anche se interviene con qualche portentoso prodigio (li chiamano miracoli!), questi non cambiano il gravitare della Terra ma servono soltanto ad alienarne il movimento.

Se vengono a trovarci è per invaderci non per incontrarci. Se sono gentili, ci vogliono portare nel loro mondo, fuori dal nostro… ma non ci aiutano a ordinare casa nostra, ci fanno schiavi nella loro!

Alcuni si vestono da cardinali, altri da papi, altri da giornalisti, altri ancora si mischiano come zizzania tra la gente comune, ma subito li riconosci perché parlano di cose che non ti scaldano il cuore e mai si chinerebbero a raccoglierti un fiore… Intorno a sé fanno il vuoto perché come buchi neri, ingoiano ogni speranza di luce e come l’antimateria, avvicinarli distrugge…

Ma la nostra salvezza è nel Dio di Gesù Cristo che imparò, nell’ascolto vero del progetto d’amore per i terrestri del Padre, che la verità più vera, se resta quella di un extraterrestre non serve a nessun terrestre! E per questo che da extraterrestre, la verità che egli era, si fece completamente terrestre. In tutto fuorché nella voglia di tornare a essere extraterrestre!

Ecco, cari extraterrestri “alla Magister”, il vero significato delle parole che non riuscite a capire di Martini, uno dei rari terrestri sopravvisuti alla vostra invasione… Non dovete andare oltre le stelle per trovarle, dovete sprofondarvi nel fango della terra se volete odorarle… Proprio come le adora il Nuovo Adamo figlio di Adamo!

venerdì 7 novembre 2008

A A A Abbronzatissimi!


The American friends will understand: they have Obama... we still have a little Bush!

Nella festa delle “mura” di una chiesa, l'invito ad adorare il Padre in spirito e verità

In quella che, seguendo il calendario liturgico, sarebbe la trentaduesima domenica del tempo ordinario, quest’anno cade il 9 novembre, festa della Dedicazione della Basilica Lateranense. È la festa della cattedrale di Roma, della chiesa cioè nella quale vi è la cattedra del vescovo della città, il papa.
Perché allora questa ricorrenza è celebrata dalla chiesa universale e non solo da quella di Roma? Perché San Giovanni in Laterano è considerata, in un certo senso – dice il Messale – la madre di tutte le chiese. Essa infatti è la prima chiesa di cui si ricordi la consacrazione, avvenuta nel IV secolo, dopo che fu costruita per volontà dell’imperatore Costantino, al tempo di papa Silvestro I.
L’origine storica della festa sarebbe perciò la consacrazione dell’edificio della Basilica Lateranense. Già questo lascia un po’ perplessi... sembra una motivazione un po’ sottotono rispetto a quelle di tante altre feste cristiane. Soprattutto se notiamo che questa festa ha addirittura un’importanza tale da scalzare la celebrazione della Pasqua del Signore (la domenica), che – liturgicamente parlando – è un fatto raro.

Ma non è tutto... perché oltre a essere origine della festa in questione, la consacrazione di questa Basilica, sarebbe addirittura – stando al Messale romano – il motivo che rende San Giovanni in Laterano, madre di tutte le chiese... Fortunatamente tutti sanno che se Roma è considerata madre di tutte le altre chiese, lo è per altri motivi; ma soprattutto tutti sanno che propriamente non è un titolo che le spetta: madre di tutte le altre chiese è infatti Gerusalemme! Quello infatti è il luogo sorgivo della vita cristiana! È Gerusalemme infatti la città in cui Gesù muore, risorge, dona agli Apostoli il suo Spirito, abilitandoli così alla predicazione che porterà alla nascita della prima comunità cristiana (cfr At 1-5) e via via di tutte le altre!
Queste considerazioni non vanno lette nel senso di una presa di posizione nella presunta (che però storicamente si è data) rivalità tra Roma e Gerusalemme; esse non vogliono nemmeno avere il tono di asserzioni polemiche nei confronti del ruolo della chiesa di Roma e del suo vescovo all’interno della chiesa tutta; neanche infine vogliono screditare la celebrazione di una festa tanto antica.
Semplicemente in questione è posta una problematica che nasce dalla lettura stessa dei testi proposti dalla liturgia per questa ricorrenza.
Ciò che colpisce infatti, anche solo leggendoli rapidamente, è quella che pare una loro inadeguatezza, per l’occasione. Non nel senso che i testi biblici scelti non siano all’altezza dell’occasione (ovviamente!), ma nel senso che paiono fuori luogo... Infatti nella festa delle “mura” di una chiesa (infatti pur con tutto l’ampliamento di significato possibile, in questa festa si celebra la consacrazione dell’edificio di San Giovanni in Laterano!), le letture propongono una prospettiva opposta: ricordano infatti quanto il Dio di Israele sia incontenibile nelle mura del Tempio («Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruita!») e quanto il Dio Padre di Gesù non sia da adorare in un luogo fisico, ma piuttosto «in spirito e verità»!
Ma non è tutto, perché questa apparente (o reale?) contraddittorietà porta a un’ulteriore riflessione: essa infatti manifesta una dinamica, interna alla Chiesa, ben più profonda della semplice curiosità che suscitano questi “testi fuori luogo”...
Se infatti dobbiamo ritenere che è la stessa mens liturgica della Chiesa che invita a celebrare questa festa e che contemporaneamente ne propone i testi, è chiaro che la duplicità di prospettiva non è solo testuale (e dunque occasionale), ma strutturale. È la Chiesa stessa ad avere in sé una duplice visione sulla festa in questione! Anzi, allargando lo sguardo, una duplice visione anche su tutto lo stile liturgico, addirittura sul senso stesso della liturgia. Inoltre, dato che dietro ad ogni liturgia sta una teologia, anche la prospettiva teologica (l’idea di Dio!) incontra almeno una duplice impostazione. Infine e radicalmente, dato che dietro ad ogni teologia c’è un modo di leggere il vangelo, è proprio qui che si insinua l’origine della diversità di sensibilità.
Qui, per forza di cose, non si può che tratteggiare solo molto schematicamente (e dunque anche riduttivamente) una descrizione di questi due orientamenti, anche se chi vive anche solo un po’ la vita della Chiesa, avrà subito ben chiaro ciò a cui ci si riferisce:
- per un verso c’è la linea che ama chiamarsi profetica o evangelica o Chiesa dei poveri, visibile soprattutto nelle comunità di base, che in Italia oggi vede sostanzialmente identificare la sua guida nel card. Martini;
- per l’altro c’è quella più legata all’istituzione, al Magistero, ai compromessi che dicono necessari con il potere politico (Concordati), visibile soprattutto nelle celebrazioni pontificie (liturgiche e non), che in Italia ha probabilmente visto per decenni il suo punto di riferimento nel card. Ruini.
Negare che la storia odierna ci fornisca questo dato fenomenologico solo per paura di divisioni è da sciocchi o da affetti dalla sindrome degli struzzi. Molto più serio pare invece non nascondersi dietro ad un dito e assumere questo elemento, proprio per evitare che, se ignorato, porti a conseguenze faziose e divisorie. Affrontare con serietà la questione invece è l’unico modo per costruire vie di comunicabilità e convivenza fraterna.
La prima osservazione che può far calare la concitazione è ovviamente quella di chi si rende conto che sostanzialmente il problema non è nuovo, anzi accompagna la Chiesa dal suo sorgere: non a caso infatti entrambe queste linee sono fondate sul vangelo e trovano sempre rispettivamente passi evangelici con cui sostenere le proprie posizioni.
La seconda è che, al di là di ogni retorica e fatti salvi gli estremismi, esse sono davvero con-necessarie alla vita della Chiesa: ogni profezia si sedimenta in un’istituzione e ogni istituzione ha bisogno della profezia per non morire o – peggio – tradire la Spirito che l’ha originata.
E dunque?
Dunque ringraziamo il liturgista, che senza celare un po’ di ironia, ci invita a celebrare questa festa “conservatrice” con dei testi biblici cari agli “innovatori”!
Essi, finora troppo tralasciati, meritano a questo punto qualche parola...
La prima lettura, tratta dal Libro dei Re, narra della preghiera del re Salomone. È lui il primo ad aver costruito il Tempio di Gerusalemme. Dio infatti non lo aveva permesso a Davide, suo padre, che aveva invece espresso tale proposito: «Vedi – aveva detto al profeta Natan – io abito in una casa di cedro, mentre l’arca di Dio sta sotto una tenda». Dio però aveva fatto sapere a Davide per mezzo di Natan: «Forse tu mi costruirai una casa perché io vi abiti? [...] Io fisserò un luogo a Israele mio popolo e ve lo pianterò perché abiti in casa sua. [...] Te poi il Signore farà grande perché una casa farà a te il Signore. [La discendenza uscita dalle tue viscere] edificherà una casa al mio nome».
Salomone è quella discendenza! Egli infatti porta a termine la costruzione del Tempio. E le parole che la prima lettura ci offre sono proprio quelle che pronuncia nel momento più solenne della celebrazione dell’inaugurazione. Sono parole in cui è evidente che il re ha ben chiara una cosa: Dio è incontenibile in quelle mura, Dio è Altro... Infatti ogni volta che è contenuto da pareti, da formulazioni concettuali, da norme morali, da itinerari spirituali... beh... non è Dio!
Anche la seconda lettura, scelta, nella festa della consacrazione delle mura di una chiesa, per il ricorrere del termine “pietre”, ha la stessa prospettiva: mette in luce infatti come le uniche costruzioni sensate della storia siano gli edifici spirituali, gli uomini “cristicizzati”!
E il vangelo non è da meno... esso, uno stralcio del bellissimo discorso tra Gesù e la Samaritana, è l’esplosione definitiva della fine del ritualismo (non del rito), del liturgismo (non della liturgia), del possesso esclusivo della mediazione (non del reale ruolo di possibile mediazione storica) tra Dio e l’uomo.
Sostanzialmente quello che qui crolla con Gesù è la convinzione religiosa che per un rapporto autentico tra l’uomo e il suo Signore, sia necessario uno spazio sacro fisico, una strutturazione rituale obbligatoriamente uniformata e univoca, una modalità liturgica standardizzata: come se uno potesse incontrare Dio solo in una chiesa cattolica, ripetendo formule specifiche e assistendo a celebrazioni che lo annoverano come uno dei tanti...
Interessante dunque che nel momento in cui la Chiesa celebra la festa della consacrazione delle “mura” di una chiesa, la Chiesa stessa nel vangelo domenicale proclami: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. [...] È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità».

giovedì 6 novembre 2008

Il tempio-cattedra cristiano è il corpo del figlio dell’uomo!

La 32a domenica dopo Pentecoste capita questa anno nella data della
dedicazione della cattedrale di Roma, che non è S. Pietro, ma S. Giovanni in
Laterano, antica sede dei papi. Perciò con tutta la chiesa cattolica celebriamo
questo segno di unità e comunione. Se nella logica liturgico politica di
affermazione della centralità di Roma, talora si è inteso questa chiesa come
“capostipite e madre di tutte le chiese” (così c’è scritto sulla facciata),
questa è come sopraffatta dalla logica biblica dei testi prescelti e offre un
percorso illuminante del cammino cristiano.

Il vicolo chiuso della religione
La vita dall’uomo è contrassegnata da una caratteristica unica, sembra, nel creato: è intelligente… e subito sa di dover morire! E questa consapevolezza della precarietà, ambiguità e caducità della sua esistenza sulla terra gli fa nascere nel cuore la voglia di un “oltre” più sicuro, protettivo, potente… della propria nuda umanità – e soprattutto duraturo per sempre! Questo bisogno di trascendenza, per essere percepibile e gestibile, non può che materializzarsi in qualche modo, attraverso simboli, riti, invocazioni, sacrifici, paramenti… che nella storia di tutte le religioni assumono una particolare sacralità, perché intrisi di un intenso riferimento al divino, o comunque al sovrumano. Il sito ove Dio sembra esser più vicino è il tempio, che, nelle sue infinite versioni, è sempre la sua casa, “il luogo dove Dio ascolta la preghiera del suo popolo”, come dice Salomone.
Ma la religione, proprio quando ha successo, sta già svuotandosi del suo senso, e rivela la sua contraddizione intima. Perché il suo successo, cioè l’aver investito l’anelito di trascendenza in qualcosa di “umano”, fabbricato dall’uomo (culturale, quindi immanente!), ri/avvelena l’oggetto sacro della medesima precarietà e ambiguità propria di ogni cosa umana, che è proprio ciò che si voleva fuggire. La religione palesa così la sua origine: l’elaborazione del lutto, la manipolazione o ritualizzazione del bisogno della trascendenza che è la fonte stessa della religione. Un tentativo maldestro di condensare l’assoluto in una parte soltanto della vita (il sacro), sperando che possa salvare tutto il resto: ma questa parte sacralizzata si rivela per quello che è, altrettanto mortale e ambigua di tutte le altre. È solo capace di ricordare all’uomo la sua distanza da Dio, e la sua radicale inadeguatezza a raggiungerlo. La sua debolezza è la sua grandezza: stare di fronte a Dio con l’umile atteggiamento di Salomone, lo stesso del pubblicano in fondo al tempio: ascolta e perdona!
Dalla religione alla rivelazione
Nella storia di Israele, nel contesto religioso dell’antico medio oriente, si apre un orizzonte nuovo: la rivelazione. Se la religione è il faticoso cammino dell’uomo verso il Dio irraggiungibile, la rivelazione è l’inaspettato e sorprendente cammino di Dio verso l’uomo, il manifestarsi progressivo della sua “parola” e della sua “volontà” nella storia. “Manifestazioni” (o epifanie) che l’uomo fa fatica a capire e seguire, tanto sono diverse dai parametri normali del suo linguaggio e della sua natura. È Dio stesso che chiama l’uomo nei più diversi modi, con voce flebile ma irresistibile, leggera e potente, nei sogni come nella veglia, con parole e con irruzioni, nelle vicende e nelle situazioni ambigue della storia degli uomini. Che imparano a intuire o intravedere, forse solo di spalle, il suo volto, sempre disomogeneo e irriducibile all’immagine che l’uomo se ne fa. Da Abramo, attraverso i Patriarchi, all’avventura dell’Esodo, nel drammatico percorso verso la terra promessa (dove non scorreva, purtroppo, latte e miele); al fallimento della monarchia e di ogni pretesa di potenza teocratica, fino all’esilio, con la perdita della terra e della libertà, e infine ai profeti instancabili nel riproporre una fede “purificata” dalle scorie umane… Fino alla promessa di un salto di qualità, rispetto al dono (pur eccelso) dell’Alleanza e delle tavole della legge: la trasformazione del cuore di pietra in cuore di carne. Finalmente “un luogo” sulla terra dove Dio possa davvero esser ascoltato ad amato: il cuore di carne dell’uomo, unico luogo sacro a Dio! Sono i passi e le tappe che segnano il cammino paradigmatico per ogni credente, perché la salvezza viene storicamente dai giudei!
La parola di Dio fatta carne
… per farsi capire da un cuore … di carne, troppo indurito dalle fatiche e dalla paure della vita e della morte, e anche dalle leggi che vorrebbero costringerlo a comportarsi bene…, la Parola di Dio, nella pienezza dei tempi, si è fatta carne! Anzi è lui, Gesù, il vero cuore di carne umana, che “parlando” all’uomo, incide nel suo cuore di pietra il linguaggio del Padre e lo intenerisce… lo umanizza. Inserire in un corpo umano la divinità senza farlo esplodere o perderne l’umanità …è il mistero insondabile e sconcertante che l’uomo (il cristiano) continua da duemila anni a cercare di contenere e controllare. Il racconto dell’incontro di Gesù con la Samaritana, da cui è tratto il vangelo di oggi, ne è una delle esperienze più vivaci e provocatorie. Gesù abbandona Gerusalemme, dove ha sconvolto la gente e i capi rovesciando le bancarelle e scacciando i commercianti e le loro bestie dal tempio (la casa del Padre mio ridotta ad un mercato!)… e attraversa la Samaria, terra di eretici e bastardi, immerso nella diversità e ambiguità degli uomini, che a lui non suscitano ribrezzo, ma un’attenzione di simpatia avvincente. Stanco anche lui, siede sul muricciolo di un pozzo della storia biblica, di Abramo, Giacobbe, Giuseppe, Giosuè… Con questi spettatori simbolici, un uomo e una donna si parlano, in un dialogo che incespica in barriere insormontabili culturali e personali, di genere, di religione, di sangue… Non dovrebbero neanche parlarsi, dice la donna! In comune hanno soltanto il mezzogiorno della vita, la sete, la voglia di ascoltarsi…
Il difficile dialogo
Appena Gesù comincia a parlare (la Parola che si fa umana) cominciano anche i fraintendimenti (intendimenti fra estraneità che interagiscono, perciò colmi di malintesi e precomprensioni). Ma la sete reciproca è più importante delle ferite e degli steccati storici ed esistenziali! Cominciano anche le spiegazioni e le intese… Le diverse seti “fraintese” sono chiamate a confrontarsi e unificarsi nella sete fondante della persona: la sete di relazione, (cioè di amore: quella che ha mosso il Padre a “cercare” e plasmare con la sua Parola i veri adoratori… La sete reciproca (dammi da bere! – io ti darò da bere!) non è più solo dialogo di parole, ma coinvolgimento vitale in una relazione che trasforma l’esistenza in amore. La Parola non elimina la sete, sopprimendone l’umanità (come i riti sacrificali) - ma dissetandola, con una sorgente intima zampillante, che la rende insieme totalmente dipendente e libera: lo Spirito! «L'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna!». La proposta adesso è chiara e accolta con entusiasmo, ma di fatto la donna (il credente) non è pronta, perché la fede non è un gesto, un rito o un credo da interiorizzare. È una persona da seguire ed amare, e ci vuole una vita, perché questa relazione diventi vitale. Perché quest’acqua (questa relazione!) è alternativa a tutte le altre bevande nelle quali la donna sta consumando la sua sete (i mariti… gli idoli, i valori assolutizzati, le debolezze morali, gli steccati storici…). Sono tutte relazioni fuorvianti o inadeguate. Non dissetano ma consumano il cuore dell’uomo. E soffocano la vera relazione che ci reintegra e ci salva: Io sono, che parlo con te!
La pietra scartata… dagli uomini
…perché troppo umana, debole, sconfitta, abbandonata da tutti, inchiodata sul legno maledetto – è il nuovo tempio: il luogo dove più forte (divina!) è la presenza terrestre di Dio. È il paradosso centrale del vangelo, dove il circuito religioso brucia ogni sua pretesa: la piena rivelazione della divinità è l'umanità di Gesù! Non la sua predicazione, il suo comportamento eccelso, i suoi miracoli, ma la sua sconfitta, la disfatta di ogni suo potere, per amore! Non più correndo ai templi vi cercherete Dio. Ma “stringendovi a lui [a Gesù Cristo], pietra viva, rigettata dagli uomini, ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio… Il divino raggiunge la sua pienezza solo nell'umano, sulla terra, in un corpo d'uomo. La nostra fede passa per l'umanità di Cristo: lì vediamo il volto accogliente, amante, perdonante del Padre. Alla teologia del tempio di pietra, Gesù ci insegna a sostituire la teologia del tempio di carne, dei figli di Dio come santuario della sua presenza.


Il tempio – cattedra del cristiano
Vi parrà pure che godendo di queste cose così sublimi, non si debba più fermare la meditazione sui misteri della sacratissima Umanità di nostro Signore Gesù Cristo, ma occuparsi soltanto in amare. Su questo argomento ho già scritto a lungo in un altro luogo. Alcuni mi hanno fatto opposizione, e mi hanno detto che non me ne intendo … Tuttavia non mi faranno mai confessare che questo sia un buon cammino.
…Ma io non capisco a che cosa pensino. Separarsi da ciò che è corporeo per bruciare continuamente di amore è proprio degli spiriti angelici, non di noi che viviamo in corpo mortale…. non dobbiamo separarci dalla sacratissima Umanità di nostro Signore Gesù Cristo, unico nostro bene e rimedio. … Non dice forse il Signore che Egli è la via? Non afferma ancora che è luce, e che nessuno può andare al Padre se non per Lui? E quest'altre parole: Chi vede me vede il Padre mio? Diranno che si devono spiegare in altro modo. Io non conosco altre spiegazioni: con questa mi sono sempre trovata assai bene, e la mia anima sente che è vera.

[S.Teresa d’Avila 6 M 7, 5-6]

…che falsa strada avevo preso
Eppure, o mio Dio, io mi sono allontanata da Voi nella speranza di meglio servirvi!... Quando vi abbandonavo con il peccato, almeno non vi conoscevo, ma conoscervi, Signore, e credere di meglio avanzare abbandonandovi!... Oh che falsa strada avevo preso, Signore! Anzi, ero del tutto fuori strada! Ma Voi avete raddrizzato i miei passi, e dacché vi vedo a me vicino, vedo pure ogni bene. Non mi è più venuta una prova che, mirandovi innanzi ai tribunali, non abbia sopportata facilmente. Tutto si può sopportare con un amico così buono, con un così valoroso capitano che per primo entrò nei patimenti. Egli aiuta e incoraggia, non viene mai meno, è un amico fedele. Per me, specialmente dopo quell'inganno, ho sempre riconosciuto e tuttora riconosco che non possiamo piacere a Dio, né Dio accorda le sue grazie se non per il tramite dell'Umanità sacratissima di Cristo, nel quale ha detto di compiacersi. Ne ho fatta molte volte l'esperienza, e me l'ha detto Lui stesso, per cui posso dire di aver veduto che per essere a parte dei segreti di Dio, bisogna passare per questa porta.

[S.Teresa d’Avila V 22,6-7 - 22,10]

Soliloqui con la samaritana
Nel pieno della vita …e della sete, Gesù aspetta, seduto sul pozzo della sapienza antica (ripetuta, tramandata e inefficace), senza alcun pre/giudizio sulla mia umanità ferita, assetata e delusa (lui è più assetato di me e aspetta la mia brocca, un mio gesto)
La mia storia – una storia normale ‑ è stata un fraintendere continuo, più o meno ostinato e inconsapevole, dietro a valori ibridi e inadeguati. Ho dissetato le mie voglie e desideri con acque inquinate e ho speso energie dietro a pseudo-valori (miraggi di stima e potere, spezzoni di piacere egocentrico, competizione e durezza, salvare a tutti i costi quel poco di stima e di faccia, …)... sono i miraggi che mi hanno illuso, senza poterne fare a meno, per troppa sete… E mi hanno spesso costretto a ritagliarmi Dio e profeti e tempio e morale e legge a mia immagine…
Eppure affascina, ancora e sempre, questa chiamata sorprendente… a dare da bere a lui, più assetato di me! … a superare tutte le ambiguità e i disamori, cedendo al Padre che cerca adoratori in Amore e Verità. Essere vero, però, e lasciarmi cercare (prendere) fa paura. Come si fa a cedergli … per ascoltare e rendere totalizzante la relazione vitale con “Io sono - che ti parlo”?
Lui ti aveva guardata con occhi e cuore così accoglienti e vivificanti che ti sei sentita da lui “parlata” (raccontata – rinata, con una nuova storia di salvezza, raccontata dai suoi occhi e dal suo amore). Per questo testimoniavi ai compaesani: “mi ha detto tutto quello che ho fatto”. Allora è davvero il Messia? - il Cristo!? Non sai, ma sperimenti che la sua “Parola” esprime l’amore di un Padre!
Essere cristiani è guardare, come lui, con occhi benevoli, le persone e gli eventi, per raccontarne (elaborarne di nuovo) la storia - come messaggeri, indicatori e compagni dell’ unico Messia - Parola – Pane ‑ acqua di vita.

martedì 4 novembre 2008

Il conflitto cristiano e gli anticristi


Durante una riflessione sul “rinnovamento” di una coscienza missionaria cristiana, mi sono incamminato verso prospettive sempre più nuove che aprono a un’accoglienza ulteriormente dell’annuncio evangelico. Ancora una volta, ciò che è in gioco è il coraggio a lasciarci convertire fino al capovolgimento culturale del nostro modo di intendere e di volere come dice già Isaia 55,8: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri né le vostre vie sono le mie vie»…

Fin dall’inizio mi sono “focalizzato” in quel momento sorgivo dell’azione storica di Dio inaugurato nel movimento nuovo di liberazione che avviato in Mosè si compie, senza esaurirsi perché storicamente continuo, in Gesù di Nazareth… Questo è l’orizzonte fondamentale che non ho mai dimenticato e che ho sempre cercato di ripercorrere…

Cerco qui di approfondire ulteriormente questo “fatto”, riprendendo un discorso che ho maturato col tempo, proprio grazie alle difficoltà che ho dovuto affrontare e “sciogliere” in me prima di tutto. D'altronde le mie riflessioni non possono essere che la continuazione di ciò che io stesso vivo e ho vissuto, non potendo dare altro cibo se non quello di cui io stesso mi nutro…

Già da tempo mi ero presto reso conto, che tutte le difficoltà che incontriamo sono chiaramente “presenti” nella stessa vita di Gesù così come ce la descrive il Vangelo. Arrivai così ben presto a vedere come tutta la storia dell’umanità, come anche quella di ogni vita di ogni uomo e donna, presa nella sua totalità e in ogni suo frammento, nel tempo e nello spazio, è “riassunta” e “rivelata” nelle sue dinamiche più profonde proprio dal Vangelo, attraverso la vicenda storica di Gesù di Nazareth.

Per “dinamiche” non intendo semplicemente “i fatti”, la storia, il “ciò che accade”, ma l’intellezione cioè la “comprensione profonda dell’intelligenza e del cuore” attraverso lo svolgimento degli avvenimenti, del «“perché” “accade ciò che sta accadendo”»! Fondamentalmente esso risponde alla domanda: «Qual è il “meccanismo” che genera gli avvenimenti? In me, negli altri, in noi… in Dio?»

Mi è parso subito significativo a questo proposito, la dinamica del conflitto tra Gesù e gli altri (compreso il tradimento dei suoi discepoli) così come si manifesta nel periodo che va dal giovedì santo fino alla domenica di risurrezione… Questi “tre giorni”, me ne rendo conto sempre di più, sono la chiave d’interpretazione, la “cifra ermeneutica” di ogni “fatto” storico! Questo conflitto “è” il perno su cui ruotano anche le diatribe presenti nel Vangelo, sia prima di questi “tre giorni” (andando quindi indietro nel tempo fino agli inizi della storia), sia dopo, nella storia della chiesa nascente fino alla fine della storia umana stessa, passando per quella che stiamo vivendo noi. Insomma, è lo stesso dramma che stiamo rivivendo. Sempre!… Cambiano cioè le persone, cambiano i nomi, cambia e avanza la storia, ma è sempre “la stessa storia” che stiamo vivendo nelle sue rappresentazioni esistenziali. E ciò su cui noi dobbiamo deciderci, è scegliere quale “ruolo” interpretare: questa è, e sarà, la sfida e lo scontro permanente, in noi, negli altri e nel nostro rapporto reciproco.

È assolutamente fondamentale abituarci a leggere la nostra vita e la Storia a partire da questa chiave di lettura. Altre letture non arrivano veramente a dare ragione fino in fondo della radicale “fatica di vivere”… e di morire!
Il nostro “unico” lavoro quotidiano è quello di continuamente leggere e rileggere lo stesso Vangelo e anche tutta la Bibbia in questa prospettiva, per comprendervi questa “struttura” in tutta la sua ampiezza e profondità (Ef 3,18)… E constateremo che la nostra storia, non è altro che la continuazione di quella.

Questo dramma sarà sempre presente nella storia tutte le volte che ci sarà un uomo sulla faccia della terra… fino all’ultimo respiro dell’ultimo uomo. Pertanto è illusorio ogni tentativo di voler eliminare questo conflitto: il “Dio tutto in tutti” (1Cor 9,22) è proprio del “tempo escatologico” cioè di quel “tempo senza tempo” proprio della fine di questo mondo e di questa storia che solo il Padre conosce (Mc 13,32).
E non solo è illusorio ma è anticristiano, in quanto è possibile solo con la soppressione della novità del messaggio evangelico di Cristo e di Mosè…

Ecco perché il Faraone, biblicamente parlando, non è affatto una figura marginale, in quanto ci aiuta a capire, sintetizzandolo in sé, non solo “da” cosa il Signore vuole liberarci ma anche, seppur negativamente, il “come” deve farlo.

Dio infatti, sebbene la sua azione liberatrice non possa non scatenare in coloro che non l’accolgono un’avversione violenta, non può “riprodurre”, nemmeno come reazione, le dinamiche proprie del Faraone, altrimenti non ci sarebbe vera liberazione, ma semplicemente un traslocare da un padrone a un altro Padrone, da una schiavitù ad una ben peggiore… E Dio non sarebbe più un Dio liberatore… Nasce così un itinerario educativo dell’umanità in cui Dio ci trasmette non solo la propria libertà ma ci aiuta a vivere una modalità nuova di libertà: quella specifica del Padre!

La figura storica del Faraone, presa anche nel suo significato simbolico, ci aiuta inoltre a comprendere perché la Buona Novella della liberazione incarnandosi nella storia, entra “necessariamente” in conflitto con quelle dinamiche schiavizzanti e antisalvifiche proprie di ogni “faraone”, (di ieri, di oggi e di domani, sia in noi che negli altri), che si oppongono all’azione liberante di Dio. Proprio come la luce con le tenebre (cfr Gv 1,5)! Lo ribadisco ancora, perché culturalmente non siamo abituati a rifletterci: L’eliminazione del conflitto esigerebbe la soppressione della luce, ma in questo caso ripiomberemmo nelle tenebre e finirebbe ogni speranza di salvezza-liberazione per l’umanità…

Dico “necessariamente” non in senso deterministico (indipendentemente cioè dalla volontà) ma per la logica profonda del cammino di liberazione: se “dove c’è lo Spirito c’è libertà” (2Cor 3,17), necessariamente cessa non solo ogni schiavitù, ma per così dire, anche ogni schiavista si trova disoccupato e ogni “faraone” si trova spodestato! (cfr i “potenti” nel Magnificat, ma anche la “caduta” di san Paolo in Atti 9,4; vedi anche quanto scrivo più sotto).


Se l’annuncio missionario-cristiano non può non farsi carico di questa liberazione per cui Dio ci fa Apostoli, non solo non può impedire il conflitto, ma “deve” provocarlo! (Gv 7,7). Altrimenti non c’è evangelizzazione in quanto non si libera realmente e ancor meno si salva, ma si dicono parole e si compiono azioni che come pula, il vento della storia non potrà che disperdere (cfr Salmo 1), perché finiscono per favorire proprio ciò che si doveva eliminare. Tradendo così il proprio mandato!

L’azione di Dio invece, proprio perché “violenta” la struttura mondana del potere (anche religioso) senza riprodurla, estende la propria Paterna salvezza anche sui potenti che “costretti” a tornare umili (cfr “aborto” in 1Cor 15,8 e Mc 10,25), imparano la “grandezza” nella “piccolezza” trasformando la cecità del potere istituzionale nella creatività del servizio carismatico (Atti 9,8; 13,11; Lc 22,26; Mc 10,42)… Anche ai faraoni infatti è annunciata la liberazione (Es 3,10; 5,1; Mt 2,1ss; Lc 21,12ss) purché imparino a servire e non a farsi servire (Lc 22,26!); a non ridurre in schiavitù ma a liberare (Is 45,1ss)… Dopotutto, in ciò sarebbero in buona compagnia in quanto questo è proprio il “movimento” stesso di Dio che, in Gesù Cristo, da potente che era, “umiliò se stesso” … cioè, da potente si fece “piccolo”, “povero in spirito” (Fil 2,6-8; Magnificat; Beatitudini)…
Perché anche la pace di Dio, è una pace altra rispetto a quella che vuole offrire la logica del mondo dei faraoni (cfr Gv 14,27: «vi do la mia pace… non come la dà il mondo»)…

Possiamo capire allora con luce nuova quelle strane frasi del Vangelo in cui Gesù sembrano inneggiare alla guerra (Mt 10,34-36: «Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a mettervi la pace, ma la spada. Perché io sono venuto a mettere disaccordo tra figlio e padre tra figlia e madre, tra nuora e suocera, e i nemici dell'uomo saranno quelli di casa sua»; Lc 12,51ss). Esse non hanno niente a vedere con una distinzione morale tra buoni e cattivi e ancor meno giustifica una blasfema “guerra santa”, ma sono una rivelazione delle dinamiche conflittuali che la reazione al suo annuncio mette in atto! Necessariamente! E questo conflitto evangelico è storicamente essenziale per alimentare in noi la speranza certa di un “mondo nuovo”! Non solo perché se c’è, vuol dire che la pasta sta lievitando (Lc 13,21), ma anche perché non si potrebbe essere altrimenti “felici nella persecuzione” senza alienarsi dalla storia! (cfr 1Pt 1,6-9; 3,14ss; 4,14; e anche la perfetta letizia francescana).

Come insegnano anche le Beatitudini (Mt 5,3ss; Lc 6,20) mostrando che la “logica” che presiede alla gioia evangelica (makàrioi in greco è molto più che il nostro “beati”) è determinata dalla presenza attuale (notare il tempo presente) in Gesù Cristo del Regno di Dio (Mc 1,15; Mt 12,28!) accolto solo dai semplici (Mt 5,3: i poveri in spirito: i non-faraoni), provoca i conflitti descritti dai versetti successivi (soprattutto 5,11)… Conflitti la cui soluzione è rimandata al piano di Dio (si noti il seguito con i verbi al futuro) ma che è già presente là dove il Regno è accolto: che “cieli” di 5,12 non sia l’aldilà ma la pienezza del Regno nel “cuore” di ognuno lo si evince dal confronto tra Mt 5,12 e 12,28! Anche per questo i verbi successivi al versetto 5,3 sono al futuro in quanto indicano progressione storica e non semplice rinvio nell’oltre della storia in un aldilà disincarnato.

Se capiamo questo capiremmo meglio anche “il Natale”, questo misto di luce e di notte, di gioia e di persecuzione, di piccolezza e grandezza, di ingenuità e malizia, dove la semplice presenza del Regno di Dio, sempre totalmente indifesa, ma non per questo non-conflittuale, scatena forze e dinamiche così ostili da sembrare sproporzionate (Mt 2,16; cfr anche l’azione non-violenta di Gandhi!)…
Altro che “dolce Natale”!… lo sarà per noi a cui è data la possibilità di vivere l’ebbrezza della libertà donata, ma per i nuovi Faraone-Erode e i nuovi Mosè-Gesù… lo scontro è appena cominciato… È nostro compito raccoglierne la sfida!

Il non farlo non sarebbe né “nobiltà d’animo”, né “carità”, né “buona educazione”; né “mitezza interiore”, né “vera lealtà e amicizia”, né “amore per la pace, la giustizia, il dialogo e la comunione”… Invece sarebbe “mascherata codardia”, “omertosa sottomissione”, “viscida adulazione”, “inconscio carrierismo”, vera “slealtà e inimicizia”, “subdola forma di disprezzo” complice di “guerre e ingiustizie”… Insomma “tradimento estremo di tutto il Vangelo” (1Cor 13,1-3)… In una parola nuovi-anticristi (1Gv 2,18; 2,22; 4,3; 2Gv 1,7).

domenica 2 novembre 2008

Che io non perda nessuno…

Questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell’ultimo giorno…
In tre parole si condensa la dinamica della nostra salvezza: la “volontà” del Padre (una passione fattiva: Dio ha tanto amato il mondo da mandare il figlio suo!...); “l’accudimento” del figlio per i fratelli che gli sono affidati (non butta via nulla contro ogni nostra paura e angoscia); “la risurrezione nell’ultimo giorno” (cioè partendo da questa vita, ma fino alla nostra intima verità definitiva, o come lui dice, eterna). La liturgia non si perde in lamenti, perché non celebra la paura della morte, che pure ci addolora, ma la speranza della risurrezione. Ma la nostra ragione (il pensiero, il dono grande fatto all’uomo, “Solo Dio ne è degno”, dice Giovanni della Croce!) non sa andare più in là della morte. È capace di inventariare l’universo, indagarne il funzionamento, domandarsene il senso, che vuol dire anche guardare oltre, da lontano, senza poter decidere se c’è o non c’è un “oltre”! Il cuore (e il suo motore, il desiderio), dice invece: se Tu sei qui, i miei cari non moriranno per sempre... l’uomo non può finire così!
… chiunque vede il Figlio e crede in lui ha la vita eterna!
Gesù ha una buona notizia sulla morte, ed è questa: che davvero Dio “è qui”, sempre! Ma non come esenzione dalla morte… ma come vittoria sulla morte. Per Gesù l'essenziale non è il non morire, ma il non lasciare che la vita sia corrosa dall’incubo della morte. Su questo misterioso incontro, questo appuntamento scritto, nostro malgrado, nel più intimo della nostra carne, la promessa è questa: la morte, come Gesù stesso l’ha sperimentata, è una porta, una pasqua, un esodo da questo mondo al Padre (Gv 13,1). Dunque, un passo misterioso, nel quale imparare a vedere l’amore del Padre, perché proprio a questo amore il Figlio si è affidato una volta per tutte, ed ha vinto anche lui la sua paura della morte, con forti grida e lacrime, ma con tutta la forza della sua libertà. Qui si è cementata una solidarietà infrangibile tra noi e lui, tra la sua morte e la nostra morte: “Poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo né è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per paura della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,14-15). Gesù non risponde dunque alla nostra brama di spiegazioni, ma al nostro bisogno di speranza certa. Rimane che per la ragione scientifica, ma anche per gli affetti, per il cuore, per gli occhi… per tutta l’esperienza di dolore che provoca il distacco dai nostri morti, insomma, la vita è un cammino verso la morte. La fede cristiana dichiara invece che noi possiamo invertire il senso del cammino e passare da un destino di morte alla vita: l'eternità è già entrata in noi, seminata nella nostra carne molto prima che la morte arrivi, nei gesti e nella benevolenza dell’amore quotidiano. Le beatitudini evangeliche sono una dichiarazione di congratulazioni del Padre su questa nuova condizione dell’uomo povero, mite, affamato di pace e di giustizia, capace di vedere da per tutto, anche nella sofferenza e nella persecuzione, la possibilità dell’amore l’unica realtà umana che ha dalla sua parte il futuro. Credere è affidarsi! …Credere in Dio e affidarci costantemente alla sua Parola senza opporre resistenza. E imparare a scoprire che la morte non ha più alcun potere su chi si affida a lui.
Colui che viene a me, non lo respingerò!
È in questa luce che accogliamo la promessa di Gesù contenuta nel brano evangelico odierno, per i nostri morti e per noi! Una promessa che dobbiamo ripeterci nel cuore per vincere ogni amarezza sconsolata e ogni timore, affidando ogni uomo alla misericordia del Figlio. Il cristiano è colui che va al Figlio ogni giorno, e il Figlio non lo butta via, perché l’amore del Padre gli ha insegnato a non perdere nessuno, anche se ferito o insozzato dal peccato e dall’infedeltà, caduto e rialzato, nella fatica di riprendere con fiducia il cammino di sequela. Gesù ribadisce la sua fede biblica nel Dio del roveto ardente, un Dio che non è Dio dei morti, ma dei vivi; perché tutti vivono per lui. Già adesso, dunque – di qua, non dopo morte – proprio mentre si è sprofondati nei problemi e difficoltà della famiglia, della comunità, della vita sociale, del lavoro … mentre si cerca affannosamente un senso della vita in questo nostro mondo, che si viene “ritenuti degni” di ottenere quell’altro “eone” (un tempo “altro”, ultimo, cioè definitivo!), cioè la resurrezione dai morti.
Questa, infatti, la volontà del Padre per noi… la vita eterna
La vita “dopo” la morte non era scritta nel DNA dell’uomo, che pure sembra essere il vertice dell’affermazione più piena della vita, nel cammino immenso dell’universo! E l’uomo continua ad impazzire lungo i millenni, per questo irreprimibile desiderio di non morire, che lo tormenta e lo divora. Ma non c’era scritto nel rotolo interminabile dei segreti della sua specie il gene dell’immortalità: è roba da dio! O fantasma del desiderio, senza nessuna prova che l’abbia mai resa credibile La Resurrezione dai morti, infatti, non si dimostra, se ne riceve solo la semente, che lievita la vita del discepolo, se l’accoglie. La resurrezione di Gesù Cristo ha indotto, dunque, una mutazione nel codice genetico dell’umanità, con un nuovo atto creativo del Padre, che “lo ha risuscitato, (l’uomo Gesù!) sciogliendolo dalle angosce della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere” (At 2,24). Non è diritto di natura, né un rappezzo aggiunto, è piuttosto un dono affidato alla libertà degli uomini, seminato nel loro cuore. Una partecipazione alla grazia di Cristo, che svelenisce e guarisce la paralisi dell’amore, la paura di perdersi, alla quale l’incubo della morte ci tiene invincibilmente avvinghiati. E ci fa divenire, invece, capaci di oblatività e tenerezza… fino a donare la vita per i fratelli. Come Gesù, che ha lasciato nella sua vita pieno spazio all’amore.
la risurrezione dell’ultimo giorno
Gli atteggiamenti che Gesù ci testimonia sono necessari a tutti, non tanto per essere in grado di morire, ma per imparare a vivere pienamente. Questo criterio si identifica con quello del Vangelo, dove ciò che dura è “il nome scritto nei cieli” (Lc. 10,20), è la vita eterna, è ciò che trasforma il cuore conformando gli uomini come veri “figli della risurrezione” (Lc 20,37). La morte, infatti, ci chiederà di avere acquisito in modo così completo e definitivo il nostro proprio nome (la propria identità matura) da saperla abitare, senza necessità di altri riferimenti fallaci. L’uomo, infatti, nasce materiale e diventa spirituale, nasce carne e diventa spirito. Questo processo coincide con il divenire persona: l’uomo nasce natura e diventa persona. Nasce necessità e diventa libertà, cioè capacità di amare. La morte chiede di avere raggiunto un tale distacco dalle cose che ci sono servite per crescere, da essere capaci di lasciare tutto senza portare nulla con noi. Mentre le persone debbono essere interiorizzate per potere “partire”, le cose debbono essere “consegnate” perché servano ad altri. La morte quindi chiede ad ogni uomo di imparare a vivere i rapporti con amore gratuito e disinteressato, al punto da consegnarsi interamente, senza trattenere nulla per sé, neppure il proprio corpo, ma di consegnare tutto al fluire della vita. La vita perciò sollecita da ogni persona la disponibilità a lasciare senza riserve tutto ciò che è stato acquisito o accumulato durante l’esistenza. Non è un’imposizione morale, ma un’esigenza fondamentale della vita stessa, affinché possa continuare. L'attaccamento alle cose è come un ostacolo che impedisce il fluire della vita in noi. La vita perciò richiede che si impari a fare a meno di tutto, per concentrare tutta l’attenzione all’essenziale, che consiste nella interiorità.
La capacità di offrire la vita, vuol dire infine imparare a donare la propria morte. Questa è la condizione di una vita di amore: "Chi vuol salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà" (Mc 8,35). Questo è reso possibile in virtù delle progressive interiorizzazioni delle persone che, amando, stabiliscono in modo definitivo la loro presenza dentro di noi. La morte è perciò una solitudine abitata da molte presenze, se l’esistenza è stata nutrita di amore…
(per l’ultimo paragrafo cfr C. MOLARI, La vita spirituale e la maturità della fede, corso alle Monache 2005, p. 67ss)

sabato 1 novembre 2008

Il tempo e l'eternità

Dall’«avere e spendere» al «donare e spendersi»

Il fascino della giovinezza che non ha mai fine è il grande imbroglio, occulto o palese, che viene teso a tutti noi dalla moda corrente e dai trend che infestano il nostro quotidiano. Per poco che ci si guardi in giro e si osservi, la corsa all’apparire, al coprire le rughe e allo scoprire i corpi, è frenetica e travolgente. Oggi un mercato fiorente è proprio quello del fitness, del lifting, del silicone, del botulino, di una medicina che non garantisce all’individuo di diventare persona sana e vigorosa ma che gli crea l’illusione di un traguardo inesistente e che si sposta sempre più in là. Comunque che gli anni «si tengano»!
Si rimuove, prima di tutto, la realtà. Quindi la mistificazione concerne l’umano in sé.
Cresce così il degrado sotto tutti i profili, perché la vita come dono di incontro con Dio e fra i fratelli non è più considerata come essere insieme pellegrini, viandanti che, tenendo fisso lo sguardo sul Fratello Gesù, corrono incontro al Padre.
Tutto viene scardinato e inizia la grande corsa che poggia su due piedi con due nomi differenti: Avere e Spendere. L’accumulo, allora, diventa il grande scopo e la meta di ogni desiderio, si accumula tutto e di tutto, così che la casa (e le case) sembrano botteghe di cianfrusaglie e conservano, in bella mostra, tutti gli oggetti e dispositivi del proprio «status symbol». Case esibite, non vissute e che si riducono a dormitori.
Avere e Spendere tengono il passo, lo accelerano e vincono primati... fasulli... Conti in banca opulenti che gli eredi consumeranno come neve al sole, irridendo magari alla fatica sottesa. Residenze geniali ed avanguardiste: vuote di figli, di amici, vuote di calore umano. Crociere da nababbi che stordiscono e consentono di pavoneggiare l’abilità del proprio medico estetista.
Quando ci si stende a letto, posto che Morfeo non giunga subito attirato da qualche pillolletta all’uopo ingurgitata, la coscienza (o quel che ne resta) non ha mai un sobbalzo? Se così avvenisse il cumulo non sarebbe ancora diventato spam!
Il guaio reale è che si corre il contagio: spam genera spam!
Eppure tutti muoiono, cioè abbandonano misteriosamente il loro corpo, anche se reso perfetto dal botulino e dai muscoli sodi e lucidi. Se qualcuno sparge le ceneri dei trapassati con intento religioso e mistico, volendoli unire alla creazione, al suo divenire e al suo ritornare al Creatore, quanti le spargono per non avere più un punto di riferimento, cioè la tomba, che diventa terrificante perché ineludibile?
L’amicizia con Dio, avere sperimentato la Sua Presenza, dentro di noi e nella creazione, genera per Avere e Spendere una nuova identità, trasparente e chiara: Donare e Spendersi .
Donare e Spendersi sa guardare ai fratelli e alle sorelle in simultanea con se stesso, le proprie necessità. I propri desideri allora si aprono, comprendono e accettano quelli degli altri. Come non condividere il pane? La libertà della coscienza e della propria religione? Come non desiderare vantaggiosa per tutti una vita ecologica e pacifica? Donare e Spendersi non conosce l’esibizione, la vanagloria, il tornaconto e non apre la carta di credito. Donare e Spendersi si consuma e sa bene che, solo così facendo, apre il tempo all’eternità, a quella vita in cui tutti ci ritroveremo, deposte le nostre spoglie per ritrovarle trasfigurate.
L’alchimia è certa, scatenata da Donare e Spendersi ora, in tutti i momenti dell’esistenza, per costruire quella città celeste, Gerusalemme, costruita da pietre vive: ciascuno di noi nella sua realtà non mistificata.
Allora il morto, morto non è, risulta vivente nel Vivente, il Cristo dinanzi al Padre.
I nostri trapassati, mancati, estinti, con tutti i sinonimi che si possono inventare, indicano persone che furono insieme a noi ma che già stanno creando il noi eterno, in nostra attesa. Morti e, quindi, santi, non in senso canonico ma ormai come persone che poste dinanzi all’ultima decisione del loro esistere hanno riconosciuto in Dio il Volto del Dio dell’Agape.
Donare e Spendersi non camminano soli, dimenticati, gettati nel tempo e nella storia, camminano con tutti i viventi, sempre in lieto e continuo raccordo, una realtà istantanea che batte e precede Skype. A costo zero perché non esiste moneta, non esiste scambio, esiste solo il gioioso condividere.
Il passo Donare e Spendersi, allora, si fa alacre e ogni ruga diventa geografia di vita sulla crisalide che sembra avvizzita ma invece si sta aprendo alla sua maturità, in piena fioritura. Non in solitudine ma già da ora insieme e pur nell’attesa di poter far parte di quel grande cerchio che loda e canta «l’amore che move il sole e l’altre stelle».
di Cristiana Dobner in Sir, 29 ottobre 2008

Totalitarismi: la distruzione universitaria!

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