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lunedì 9 marzo 2009
domenica 8 marzo 2009
Come il Padre, figli oltre ogni limite…

Se uno non conoscesse la storia precedente e non sapesse chi fosse Abramo non riuscirebbe a coglierne la violenza… Ma noi sappiamo chi era Abramo e chi era Isacco! Noi sappiamo che Isacco era il figlio donato da Dio a dei vecchi a cui l’età aveva tolto ogni speranza di un futuro storico: la morte li avrebbe oramai riportati nell’oblio del tempo, marchiati col ferro rovente di una sterilità esistenziale…
Ma ecco che inaspettati, gratuiti, arrivano i messaggeri di Dio, che ridanno speranza, ridanno vita a delle carni avvizzite… E nasce Isacco, il figlio della promessa e la vita ritorna a sorridere (etimologia di Isacco) anche a chi non ha più denti per poterlo fare con spavalderia…
E allora quanti figli aveva Abramo? Non era necessario essere un dio per saperlo: quanti poteva averne colui che non ne aveva mai avuti? Uno! Ed è già troppo! Forse che Dio non lo sapesse? Ma no! lo sapeva benissimo glielo ha dato lui! E allora che senso ha porre in tal modo un ordine già di per sé disumano? Ma che Dio è un Dio che sembra girare il coltello nella piaga?… Peggio di un avvoltoio che gira intorno alla preda prima di infliggerle il colpo finale, peggio di un gatto che gioca col topo… Dicesse: «Prendi tuo figlio e offrilo in olocausto»!… che già così è “roba da matti”, ma no! Non gli basta e dice “prendi tuo figlio l’unigenito”… e quanti figli aveva Abramo per dover specificare “l’unigenito”? Non contento aggiunge “che ami”… Roba da «padrone» più che da «padre»! A questo punto esplode con tutta la violenza dirompente come un “colpo di grazia” che uccide un nemico già ridotto a brandelli: «Isacco»! Già! ne aveva così tanti di figli Abramo che rischiava di fare confusione...
Umanamente parlando la frase per intero è di una perfidia inaudita: «Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò». Come diceva quel film? Dio… «Tu uccidi un uomo morto!»…
Perché tanto accanimento, perché tanta crudeltà? se non fosse Dio a parlare sembrerebbero parole dell’antico serpente… Il serpente già… questo ci rimanda a quello che meditavamo domenica scorsa sulla tentazione… sullo Spirito che butta Gesù nel deserto, tra le braccia di Satana… Come un padre che volendo insegnare al figlio a nuotare lo butta in acqua: o annega o impara a nuotare… o lotta o soccombe! Ek-ballei, dicevamo, è il termine usato per indicare l’azione dello Spirito… “gettare oltre, al di là” del limite… parola imparentata con syn-ballo (simbolo, sacramentum) e con dia-ballo (diavolo)… Simbolo che unisce, diavolo che separa, Satana che accusa, Spirito che ci difende ma “gettandoci oltre”… oltre sé, oltre il proprio limite, oltre i propri spazi, oltre la propria cultura, oltre il proprio corpo, oltre la propria vita, oltre la propria ragione, oltre i propri affetti, oltre i propri difetti… Come il Logos eterno che in Gv 1,1 si getta oltre sé (pròs…), tra le braccia del Padre (…tòn theón)… Lo Spirito “spinge fuori”, come una madre che deve “spingere” per espellere il figlio se vuole farlo nascere, separandolo da sé, separandoci da lei… C’è qualcosa di più violento e di più “cinico” di un parto? Per la madre e per il figlio? Solo la morte gli è paragonabile, infatti è un altro parto…
Ecco come si fa un figlio… devi “gettarlo fuori”, dopo averlo “conservato dentro”… Ecco perché Gesù dice che chi non odia suo padre e sua madre, i suoi fratelli e le sue sorelle i suoi figli e le sue figlie, i suoi averi e persino la propria vita… non può essere suo discepolo (cf Lc 14,26): perché altrimenti non può nascere, nascere come figlio, figlio come lui…
La speranza è il cammino dell’amore! La speranza è ciò che ci consente di camminare nella storia, superandoci continuamente… il rischio per noi uomini è quello di confondere la speranza con il suo “segno”, la promessa col dono, l’alleato con l’alleanza!
Tentati di non essere figli, tentati di non essere padri per rinchiuderci nel dono… tentati di non vivere e di ritornare alle sicurezze di un ventre materno, caldo e accogliente, senza neanche la fatica di doverci procurare il cibo… ma moriremmo avvizziti dentro la pancia di chi ci ha generati! Chissà, forse in realtà il “paradiso terrestre” descritto nella bibbia è la teatralizzazione (le acque, il cibo…) di come ci si trova(va) nella pancia di nostra madre… e da cui siamo stati forzati a uscire, “sentendoci” cacciati! E col divieto di rientrarci!
E allora Dio, per salvarci da morte certa, ci “forza a nascere” (letteralmente è l’espressione usata da Paolo in 1Cor 15,8 per parlare della propria conversione: ek-trómati): ci “spinge” fuori! Sempre, continuamente, oltre.
Proclamiamo nel “Credo” che il Figlio, il Verbo eterno del Padre, è “generato e non creato”… un bel concetto dinamico questo “generato”… chissà allora cosa ci ha portato a concepire la creazione come qualcosa di statico… Noi siamo creati da Dio, ma non per questo siamo stati creati “ieri”… Dio ci crea e ricrea continuamente… come? gettandoci oltre… La vita è un parto continuo (sempre Paolo in Rm 8,22)… Dio non mi ha creato, Dio mi sta creando… L’uomo si fa nella storia e si fa gettandosi oltre, lasciandosi gettare oltre… Questo è il movimento della speranza… Che tanto ottiene da Dio quanto in lui si abbandona (cf San Giovanni della Croce, “…tanto alcanza de él cuanto ella de él espera.”, NO II,21,8)…
Nascere è Esodo, Passaggio continuo. È lasciare quello che si conosce, per andare verso quello che non si conosce, che è come dire che si cresce lasciando la luce per andare verso l’oscurità… E del buio si ha sempre più paura… ecco allora la Parola, come luce e lampada ai nostri passi (cf Gv 1,9; Sal 119(118),105 e luce)… passi che conducono nei cammini bui della storia, per strade e sentieri stretti che non si conoscono perché del Padre!… come Gesù che se da un lato è l’unico che conosce il Padre (Mt 11,27), dall’altro sembra che gli manchi ancora qualcosa da conoscere (Mt 24,36)… E qualcosa gli resterà sempre… Per questo la speranza come l’amore è eterna, non solo perché l’amore tutto spera (1Cor 13,7), ma perché il Figlio sia tale e non si sostituisca al Padre è necessario che si “attenda” dal Padre: per questo lo Spirito intercede, geme, langue, invoca, ama e spera (cf Rm 8,26ss)… Ecco perché ci è nascosta anche l’ora della morte... ci ucciderebbe come figli il saperlo!
In fondo è la stessa esperienza degli apostoli sul monte. Dopo la luce della visione… il giorno sarà apparso più buio… ma fermarsi alla visione — «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne» (Mc 9,5) — vorrebbe dire uccidere la vita… E “costruire capanne” è il movimento contrario all’Esodo: ma perché la vita viva, deve andare oltre, attraversare il Mar Rosso, incontrare il buio della croce. Dell’assurda, ingiusta, stolta, disumana, diabolica, croce… per ritrovare in pienezza la ragionevole, giusta, saggia, umana, divina, vita! Così l’uomo si crea!
Ecco perché il Padre «non ha risparmiato il proprio Figlio» (Rm 8,32) e non ne risparmia mai nessuno! Diversamente dalle nostre madri così iperprotettive da uccidere il figlio e uccidersi come donne. Ma questo e solo questo è amare veramente, e rivela il nuovo volto dell’Amore! E il nuovo modo di dirsi padri, madri, figli, mogli, mariti, fratelli e sorelle!
venerdì 6 marzo 2009
La fede sconfinata: al di là della fede?
domande di senso dell’uomo sulla terra. Credente o non credente, la cultura occidentale, in qualche modo globalmente invasiva di tutte le culture, è segnata indelebilmente dal dramma della fede, o della fuga al di là della fede… E la ragione critica, illusa per una breve stagione, di aver avuto “ragione” di ogni fede, ci ha riportati tragicamente, dalle follie del 20° secolo, a pensare che forse ‘solo un dio ci può salvare’. Ogni tentativo dei nuovi strumenti di antropologia culturale di comprendere e contestualizzare il cuore della religione, che è il sacrificio, come fatale tributo che lega l’uomo all’Assoluto, non fa che riportarci dentro il dramma eterno di Abramo, straziato dal volere divino, che gli fa uccidere il figlio, proprio il frutto della sua fede! Il male del mondo (la sofferenza e la morte) genera nell’uomo il bisogno di una fede che ne renda accettabile l’assurdità, come volere insindacabile di Dio. Ma così si sposta soltanto l’assurdo (il male) all’interno di Dio… Insuperabile Kierkegaard (vedi sotto), a riprodurre idealmente questo dramma, come ne è contagiato l’Abramo moderno, consapevole o meno..
L’esperienza di fede di Gesù è il ribaltamento della concezione religiosa connaturale all’uomo. Abramo è provocato a superare l’idea di un Dio geloso, divoratore dell’uomo e dei suoi beni (specchio della violenza sacrificale che sta nelle fondamenta insanguinate della società!). E scopre un Dio benefico, che non vuole il sacrificio dell’uomo ma che viva felice sulla terra, affinché la sua benevolenza si estenda in lui a tutte le genti. Ma poi, sceso dal monte, le tensioni e i conflitti, la competizione per i pascoli e le guerre per l’acqua … sono come prima… In questo dilemma senza uscita Gesù si immerge. E vive nella sua carne l’avventura del passaggio sconvolgente da un dio che, siccome è più grande di te e tu sei piccolo, esige che gli sacrifichi tutto, (compreso Isacco, cioè il tuo futuro), ad un Dio che proprio perché sei troppo piccolo di fronte a lui, viene lui a farsi piccolo come te, per servirti come fratello e come amico: il figlio dell’uomo non è venuto per essere servito ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (10,45)… Questo è il nuovo sacrificio che sostituirà per sempre ogni altro! Ove la novità assoluta è appunto questa: la vittima non è un altro da sacrificare per far piacere a Dio, ma il dono di sé stessi per amore: Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà (8,34)
La trasfigurazione ha uno scopo ben preciso nel racconto dei tre vangeli che la considerano così importante: imprimere nella memoria dei discepoli disorientati il senso profondo e nascosto di questo drammatico scontro con il male del mondo di cui Gesù sarà protagonista. Solo dopo la risurrezione (dopo il misterioso ritrovare, lui per primo, la vita “persa”, quando farà loro toccare con mano le sue piaghe gloriose) solo dopo, i discepoli ricordano, capiscono e riescono a parlare di questo paradossale evento sull’alto monte, in cui convergono dolore e gioia, splendore e umiliazione, la voce appassionata del Padre sul figlio amato e il silenzio dell’abbandono disperato sulla croce… Adesso stanno solo cominciando a capire che Gesù è il Messia. Ma sentendolo dire che la sua strada conduce alla croce, vanno in confusione. Il lievito dei farisei e di Erode è ancora dentro di loro, per cui non possono capire che solo la croce nasconde la gloria. Ogni altra vittoria è satanica, perché comporta la violenza. Per questo hanno bisogno di un’esperienza anticipatrice, seppure fugace e provvisoria: hanno bisogno che il velo si sollevi un istante, per contemplare la gloria del Figlio. Purtroppo nessuna emozione contemplativa, di sua natura un po’ fascinosa e trasognata, serve a dare la forza della fedeltà, ma è necessaria lo stesso, per ritrovare poi l’umiltà, dopo che si è tradito o rinnegato nel ricordo dell’amore che ci si era donato. Al momento è meglio non parlarne neanche, finché non si hanno sulla pelle i segni del nostro personale coinvolgimento nella sua passione. La Trasfigurazione non è il segno – né per Gesù né per i discepoli – che la via della croce è terminata. È lo svelamento del suo significato nascosto,
La trasfigurazione è necessaria per accettare la sfida della storia, ma la aggancia alla manifestazione del mistero di Dio rivelato in Gesù, contro ogni previsione umana. Non esime dai problemi della vita di tutti, dentro la condizione comune degli uomini, ma segna piuttosto il rifiuto di Gesù delle tende privilegiate o riservate che i discepoli riprendono sempre a ricostruirsi, spingendoli invece a discendere dal monte e rituffarsi nella nebbia della terra. Questo sprofondarsi della fede nella condizione umana è la caratteristica del vangelo… a costo di lasciarci, come gli apostoli allora, senza parole, perché non abbiamo soluzioni più degli altri. A costo di non riuscire neanche a capire, da quaggiù, cosa significhi la gloria futura. Ma non è importante, anzi è pericoloso il cristiano che crede di saperne di più! importante è continuare a credere che il modo di rivelarsi di Dio nella storia è questo: scesi dal monte non videro nessun altro, fuorché Gesù solo, in cammino verso l’avventura ignominiosa che lo aspetta: rifiutato, deriso, abbandonato, crocifisso tra due delinquenti. Questa ‘sfigurazione’ è la vera manifestazione dell’impotenza di Dio nel mondo, la cui autenticità è garantita proprio nella trasfigurazione: ascoltatelo! Dio nella storia è Gesù appeso alla croce, per amore! Gli altri “assoluti” nascondono un idolo vorace… Bisogna pulirsi gli occhi per vederlo, per ritrovare il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe… Bisogna ripulirsi il cuore da ogni altra immagine di Dio, e non vedere più nessuno, se non Gesù solo. E se ci prende lo smarrimento, l’esperienza di Paolo ci conforta: Egli, che non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi, non ci donerà forse ogni cosa insieme a lui?
Non c’è “al di là” della fede!
[… variazioni della parabola abramitica]
“Dio tentò Abramo e gli disse: Prendi Isacco, il tuo unico figlio che tu ami, e va alla terra di Moria e sacrificalo ivi in olocausto sul monte che io ti mostrerò! (
Gn 22,1ss).
Era di prima mattina, Abramo si alzò per tempo, fece sellare gli asini, lasciò la sua tenda e prese Isacco con sé; dalla finestra Sara li seguì con lo sguardo, che si inoltravano nella valle, finché non li perdette di vista. Camminarono tre giorni senz’aprire bocca , la mattina del quarto giorno Abramo non disse parola, ma alzando gli occhi vide in lontananza il monte Moira. Rimandò indietro i servi, e solo, tenendo Isacco per mano, salì il monte: Ma Abramo diceva a se stesso: “Non posso nascondere a Isacco dove porta questo cammino” Si fermò, pose la sua mano sul capo di Isacco in segno di benedizione e Isacco si inchinò per riceverla. Il volto di Abramo era soffuso di paternità, il suo viso mite, il suo discorso incoraggiante. Ma Isacco non riuscì a capirlo. La sua anima non poteva elevarsi; egli abbracciò le ginocchia di Abramo, si gettò ai suoi piedi, supplicò per la sua giovane vita, per le sue belle speranze, ricordò la gioia della casa di Abramo, ricordò la tristezza e la solitudine. Allora Abramo rialzò il ragazzo, e prendendolo per mano si rimise in cammino, le sue parole riboccavano di consolazione e di esortazione. Abramo salì il Moria, ma Isacco non lo comprese. Abramo voltò da lui per un momento lo sguardo, ma quando Isacco rivide il volto di Abramo, esso era mutato: il suo sguardo era selvaggio, la sua figura un orrore. Prese Isacco per lo stomaco, lo gettò a terra dicendogli: “Schiocchino, credi tu che io sia tuo Padre? Io sono un idolatra: Credi tu che questo sia un ordine di Dio? No, è un mio capriccio”. Isacco trasalì e gridava nella sua angoscia: “Dio del cielo, abbi pietà di me; ma se io non ho un padre sulla terra, sii tu mio padre!”. E Abramo diceva, parlottando con se stesso: “Signore del cielo, è meglio che egli mi creda un mostro, piuttosto che perda la fede in te”
Quando il bambino deve essere svezzato, la madre tinge di nero il seno, perché sarebbe riprovevole che esso apparisse ancora delizioso quando il bambino non lo deve avere. Così il bambino crede che il seno è mutato, ma la madre è la medesima, e il suo sguardo è amoroso e tenero come sempre: beata colei che non ha bisogno di mezzi più terribili per svezzare il bambino.
(…) tutto l’orrore della lotta si era concentrato in un momento: E Dio tentò Abramo dicendogli: Prendi Isacco il tuo unico figlio che tu ami, va nella terra di Moira… e offrilo…” Ecco che così tutto è perduto, in un modo più orribile che se Abramo non avesse avuto il figlio. Così il Signore non faceva che prendersi gioco di Abramo: Con un miracolo aveva realizzato l’assurdo; e ora voleva vederlo annientato. Era una pazzia. (…) eppure Abramo era l’eletto di Dio ed era il Signore che disponeva la prova. Tutto ora stava per essere perduto! Il ricordo magnifico della posterità, la promessa nel seme di Abramo, tutto questo non era stato che un capriccio, un pensiero fuggevole che Iddio aveva avuto e che ora Abramo doveva cancellare…
No! Nessuno che sia stato grande nel mondo sarà dimenticato; ma ognuno è stato grande a suo modo, ed Egli amò ciascuno secondo la sua grandezza. . Poiché colui che ha amato se stesso, è divenuto grande con sé stesso. E colui che ha amato gli altri uomini è diventato grande con la sua dedizione: Ma colui che ha amato Dio è diventato più grande di tutti. Ognuno deve essere ricordato, ma ciascuno è diventato grande in rapporto alla sua attesa. Uno è diventato grande con l’attendere il possibile; un altro con l’attendere l’eterno; ma colui che attese l’impossibile divenne più grande di tutti (…). Così si è combattuto sulla terra: c’era chi ha vinto tutti con la sua forza e c’era chi ha vinto Dio con la sua impotenza: c’era chi faceva affidamento su se stesso e ottenne tutto e c’era chi, sicuro della sua forza, ha sacrificato tutto. Ma chi ha creduto in Dio, è stato il più grande di tutti. C’è stato chi era grande con la sua forza, e chi era grande con la sua sapienza, e chi era grande con la sua speranza e chi era grande con il suo amore, ma Abramo era il più grande di tutti, grande con la sua forza, la cui potenza è impotenza (1Cor 3,19), grande per la sua saggezza, il cui segreto è stoltezza; grande per la sua speranza, la cui forma è la pazzia; grande per il suo amore che è odio di se stesso.
(…) Abramo tuttavia credette e credette per questa vita. Certo, se la sua fede fosse stata soltanto per una realtà futura, allora sarebbe stato facile per lui sbarazzarsi di tutto, per affrettarsi a uscire da questo mondo al quale non apparteneva: Ma tale non era la fede di Abramo, se mai esiste una fede simile; poiché in fondo ciò non è fede, ma la possibilità più remota della fede che presentisce il suo oggetto agli estremi confini dell’orizzonte, separata però da una profondità abissale dentro la quale la disperazione fa il suo gioco. Ma Abramo credette proprio per questa vita, che sarebbe invecchiato in quella terra, onorato dal popolo, benedetto nella sua posterità, indimenticabile in Isacco, la cosa più cara della sua vita… Abramo credette e non dubitò, egli credette l’assurdo: Se Abramo avesse dubitato allora avrebbe fatto qualcosa d’altro, qualcosa di grande e di splendido…
Venerabile padre Abramo! secondo Padre dell’umano genere! Tu che per primo conoscesti quella sublime passione, la sacra pura e umile passione per la follia divina, che fosti ammirato dai pagani – perdona colui che ha voluto parlare in tua lode, anche se non l’ha fatto come conveniva… ma egli non dimenticherà mai che per te dovettero passare cent’anni prima di ottenere un figlio di vecchiaia, contro ogni aspettativa, che tu dovesti estrarre il tuo coltello prima che tu conservassi Isacco. Non dimenticherà mai che in 130 anni di vita non sei andato oltre la fede!
KIERKEGAARD SÖREN, Timore e tremore, Opere, Sansoni ed, p. 43ss
Il figlio dell'uomo è risparmiato... Quello di Dio no
Nella prima lettura questo è fin troppo evidente: anche se il personaggio principale resta Abramo, figura altrettanto fondamentale è quella di Isacco, il figlio da sacrificare. Nel vangelo è addirittura la voce dal cielo – come era stato al Battesimo – a nominare il Figlio, l’amato. Infine nella lettera ai Romani è Paolo a parlare del Figlio di Dio – per il quale proclama l’impossibilità della contrarietà di Dio all’uomo: Egli infatti è il Figlio non risparmiato.
Interessante che da sacrificare era il figlio dell’uomo, ma non risparmiato alla fine è stato il Figlio di Dio. Un Figlio non qualunque, ma ben connotato: il Figlio amato!
Questa constatazione forse permette di guardare con occhi diversi soprattutto la prima lettura: essa infatti abitualmente e istintivamente suscita un non so che di riluttante: non va bene che Dio chieda all’uomo di sacrificare un figlio; non va bene che lo chieda ad Abramo, lui che aveva solo Isacco e che aveva fatto così fatica ad averlo; non va bene che Dio sembri smentire se stesso e giocare con la vita degli uomini, chiedendo proprio il figlio della (sua) promessa; non va bene soprattutto che Abramo acconsenta…
Mia mamma – se gliel’avessero chiesto – non avrebbe mai detto di sì! A costo di dire no a Dio, a costo di andare all’inferno.
Il fatto che però alla fine il figlio dell’uomo sia risparmiato e quello di Dio no, cambia le carte in tavola. Cambia soprattutto l’accento da porre sulle fasi del racconto: Dio non è più tanto colui che chiede il sacrificio di Isacco, ma colui che lo risparmia, colui che rifiuta il sangue del figlio dell’uomo. Non a caso questo brano è anche visto da molti studiosi come il passo evolutivo del genere umano nella storia delle religioni: esso infatti è il suggello della fine dei sacrifici umani. Dio è colui che non vuole dissetarsi o placarsi col sangue dell’uomo!
Se questo è vero, però, il problema rimane. Infatti, seppure si pone l’accento sul mancato sacrificio di Isacco e non sull’assurda richiesta di Dio, se si pone cioè l’accento sul fatto che alla fine Dio risparmia Isacco, rimane ancora da chiarire il perché Dio decide di mettere alla prova Abramo in questo modo. La sua richiesta, anche se poi non perseguita fino in fondo, continua a suscitare riluttanza…
Ma qui bisogna stare attenti: anche se siamo ormai al capitolo 22 di Genesi, per cui fuori dai primi 11 capitoli costruiti come eziologie metastoriche, non si può parlare di racconti storiografici in senso moderno. Non si può cioè pensare a una ricostruzione cronologica dei fatti. Anzi, molto peso va dato all’elaborazione narrativa e al suo intento. Cioè bisogna porsi di fronte al testo, chiedendosi a quale problematica sta rispondendo, quali questioni sta affrontando, quali insegnamenti vuole dare, che aspetti della vita vuole sottolineare, ecc…
Nel nostro caso è evidente che al centro non c’è né la figura di Dio, né la figura di Isacco: la messa a fuoco è su Abramo, in particolare sulla sua fede, sulla sua risposta ad una richiesta paradossale. Chi scrive perciò non è molto preoccupato della domanda di Dio, ma della risposta di Abramo!
Mettersi nella giusta prospettiva per comprendere il testo, vuol dire allora seguire la sua intelligenza: lasciare quasi sullo sfondo la richiesta di Dio (e le reazioni riluttanti che ci vengono all’idea di un Dio così) e concentrarsi sulla risposta di Abramo. Infatti, anche chi è Dio emergerà dal comportamento di Abramo. La richiesta di Dio è dunque quasi da considerarsi una finzione letteraria, un’introduzione inevitabile, ma appunto solo per tenere in piedi quanto segue, che è il vero centro: la reazione di Abramo.
Torniamo allora al patriarca. Perché tanto ci sconvolgeva la richiesta di Dio, tanto risulta assurdo il suo acconsentirvi: perché Abramo accondiscende a questa perversa roulette russa?
Prima accennavo al fatto che mia madre (e anche mio padre ovviamente) non mi avrebbe mai sacrificato. Nessuna madre e nessun padre lo avrebbe fatto. Nemmeno io stenderei la mano per togliere la vita a qualcuno in sacrificio a Dio. Perché Abramo sì?
Noi non lo faremmo mai soprattutto per un doppio ordine di motivi: innanzitutto perché non saremmo mai davvero certi che a porci questa richiesta sia stato Dio. Immediatamente penseremmo che il Dio di Gesù Cristo non può chiedere una cosa del genere, che forse ciò che abbiamo avvertito come comando di Dio in realtà era solo un condizionamento sociale o religioso o psicologico o storico o personale… Ad ogni modo, anche se fosse davvero Dio, una tal richiesta lo rende un Dio non più degno dell’uomo, dunque un Dio di cui essere atei.
Perché Abramo tutto questo non l’ha pensato? Egli non mette mai in discussione che chi gli pone una simile richiesta sia davvero Dio. Nella narrazione infatti questo è un dato certo della storia. Non mette in discussione neanche che sia un comando lecito: non cerca spiegazioni, non tenta di contrattare, non si offe nemmeno in cambio del figlio… Non dubita cioè – nonostante la paradossalità della richiesta – che il volere di Dio sia per il bene: egli infatti prende il coltello!
Io credo che il punto di svolta stia proprio qui; cioè: cos’è che fa sì che Abramo non abbia questi nostri dubbi? O è uno stupido, uno scriteriato, un uomo incapace di senso critico, un padre snaturato… (ma Abramo non è tutto questo)… o ci deve essere un’altra risposta…
Quest’altra risposta è la chiave di lettura del brano: Abramo ha fede!
Non nel senso divulgativo trasmessoci dalla pietà popolare (per cui Abramo sarebbe colui che si fida ciecamente – che vuol dire stupidamente! – di Dio, anche se gli chiede il figlio), ma nel senso forte per cui Abramo è colui che ha un tale rapporto di intimità col Signore che innanzitutto sa riconoscerlo (sa quando è Lui e non altro) e poi sa che è uno di cui ci si può fidare, sempre, anche se – paradossalmente – ti chiede in sacrificio il figlio: tant’è che poi impedisce l’immolazione!
Per questo Abramo è detto padre nella fede: perché testimonia fino a esiti paradossali il vero volto del Padre, la sua incontestabile affidabilità, la mancanza totale e definitiva di un volta faccia contrario all’uomo. Neanche di fronte a una richiesta del genere la scelta di Abramo di fronte all’assoluto cambia: per lui Dio resta l’affidabile, il salvatore dell’uomo, colui cioè che è per la Vita dell’uomo. E infatti Isacco non muore.
Per spiegarmi meglio provo a fare riferimento ai rapporti intra-umani: è come se tra Abramo e Dio fosse nato un rapporto simile a quello che nasce tra due persone che sia amano davvero (esistenzialmente più ancora che sentimentalmente), due persone che si fidano a tal punto una dell’altra che – paradossalmente – da lui/lei si farebbero ammazzare… Abramo si fida a tal punto di Dio come quel qualcuno del cui amore per un altro ti fidi a tal punto che se ti chiedesse – paradossalmente – di ammazzarlo, lo faresti.
È solo perché si fida così di Dio che anche Gesù accetta di morire sulla croce: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu» (Mc 14,36). E si fida così tanto perché lui è colui che lo conosce davvero, senza ombra di dubbio (con Abramo potevamo forse avere ancora qualche remora…): «nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Mt 11,27). Ecco perché è lui quello da ascoltare – «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!» – perché rivela un Dio così, uno di cui ci si può fidare fino a esiti paradossali: non a caso è cantato come «Dio fedele», anche quando cieli e terra passeranno, quando cioè non ci sarà niente di stabile per l’uomo!
Una tale fiducia però non può essere preventiva: essa nasce dal giocarsi in un rapporto, dal determinarsi, scegliendo di entrarci, dal dare credito al Dio che ha risparmiato il figlio dell’uomo, ma non se stesso per amore dell’uomo… Solo sbilanciandosi, si entra in quella relazione, che poi diventa riconoscimento indubitabile (come per Abramo) e affidamento anche paradossale (anche quando ciò che ci verrà chiesta sarà la vita).
giovedì 5 marzo 2009
Prospettive: quando la parola si fa cammino...
lunedì 2 marzo 2009
Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare.
«...senza alcuna intenzione di fare di te un gatto. Ti vogliamo gabbiana. Sentiamo che anche tu ci vuoi bene, che siamo i tuoi amici, la tua famiglia, ed è bene tu sappia che con te abbiamo imparato qualcosa che ci riempie di orgoglio: abbiamo imparato ad apprezzare, a rispettare e ad amare un essere diverso. È molto facile accettare e amare chi è uguale a noi, ma con qualcuno che è diverso è molto difficile, e tu ci hai aiutato a farlo. Sei una gabbiana e devi seguire il tuo destino di gabbiana. Devi volare. Quando ci riuscirai, Fortunata, ti assicuro che sarai felice, e allora i tuoi sentimenti verso di noi e i nostri verso di te saranno più intensi e più belli, perché sarà l'affetto tra esseri completamente diversi.” “Volare mi fa paura” stridette Fortunata alzandosi. “Quando succederà, io sarò accanto a te” miagolò Zorba leccandole la testa. “L'ho promesso a tua madre”. La gabbianella e il gatto nero grande e grosso iniziarono a camminare. Lui le leccava teneramente la testa, e lei gli copriva il dorso con una delle sue ali tese.» domenica 1 marzo 2009
Peppino Impastato
Patch Adams ... molto più di un medico.
Ho scoperto quest'uomo quando ero molto piccola e inizialmente non capivo cosa facesse nella vita: se il medico o il clown. Poi ho capito... e due mesi fa gli ho spedito una lettera dove lavora. Che dire? Una commozione grande quando 15 giorni dopo mi arriva la sua risposta (ovviamente in inglese) piena di affetto e partecipazione alla mia vita, a me. Un grande uomo... per me uno dei pochi che merita l'epiteto di "GRANDE".
Gettati nella mischia per essere figli
L’espressione evangelica “tentato da Satana” (peirazómenos úpò toū satanā) esige prima di tutto una comprensione del significato delle parole tentare e tentazione…
Tentazione e tentato (dal verbo tentare) sono espressioni strettamente collegate rispettivamente al sostantivo tentativo (péira) e al verbo tentare (peiráō): queste espressioni hanno in sé il concetto di “portare al di là”, “portare fuori”, “sforzarsi di arrivare oltre” (cf Tentazione in Diz. Teol. Concetti N.T., ed. EDB)… e quindi per estensione tentare, mettere alla prova, provare, misurare, valutare, verificare, soppesare, pesare, spingere oltre… L’immagine che più si avvicina è quella delle “prove di resistenza” dei materiali che si fanno nei laboratori scientifici: si porta il campione al punto di rottura e se ne conoscono così le qualità di resistenza (alla trazione, compressione e torsione…) per permetterne l’uso adeguato alle sue “capacità”…
Ma cosa, chi, spingere oltre? E dove? Oltre il proprio limite per valutarne la tenuta!
In questo senso “tentare Dio” è un’espressione usata anche nell’AT. È volerne misurare la pazienza, la misericordia, portarlo al limite di sopportazione per misurarne i limiti: “voglio vedere quanto resisti a…”: volermi bene, essermi amico, proteggermi, sopportarmi, a sopportare… (da qui gli attestati continui alla infinita misericordia di Dio, alla sua infinita grandezza, potenza, ecc.!). È evidente qui come essa sia quindi collegata a una mancanza di fiducia, di fede: “non ci credo veramente che sei capace di”… volermi bene, essermi amico, proteggermi, sopportarmi, a sopportare…!
Sempre in questo senso anche nel libro di Giobbe, ancora Satana propone a Dio di misurare la fedeltà di Giobbe! E Dio acconsente!?! «Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai…» (1,11)!
Persino Giobbe rimprovera proprio questo a Dio: «Che cosa è l’uomo perché tu lo renda grande e presti a lui attenzione, e lo visiti ogni mattina mettendolo alla prova ad ogni istante?» (7,17ss). E anzi lo sfida: «Ma egli conosce la strada che io prendo; se mi provasse, ne uscirei come l’oro» (23,10)… Dai, provaci! Ti terrò testa!
Interessante notare anche il cinismo degli amici: : «Sia dunque Giobbe provato sino alla fine, perché le sue risposte sono come quelle degli uomini malvagi» (34,36)… Ovvio, direbbe san Giovanni, chi non si fida di Dio, come può fidarsi degli uomini, e viceversa?
Ma Giobbe in fondo invece si fida, da qui la sua “confessione di fede” nell’impossibilità di misurare Dio: «Oh, sapessi dove trovarlo, per poter arrivare fino al suo trono! Esporrei la mia causa davanti a lui, riempirei la mia bocca di argomenti. Saprei le parole con le quali mi risponderebbe, e capirei ciò che avrebbe da dirmi. Contenderebbe egli con me con grande forza? No, invece mi presterebbe attenzione. Là l’uomo retto potrebbe discutere con lui, così sarei assolto dal mio giudice per sempre. Ecco, vado ad oriente, ma là non c'è; ad occidente, ma non lo scorgo; opera a settentrione, ma non lo vedo; si volge a mezzogiorno, ma non riesco a vederlo» (23,3-9).
E cioè qualora il metro dell’attenzione, della discussione e dell’assoluzione è quello del “cercare di”… sapere, capire, contendere, come tentativo di “misurare”, vagliare, tentare Dio, coerentemente non si può che concludere che, visto che “non riesco a” sapere (non so!), a capire (non capisco!), a dialogare (non contendo!)..., non si può non affermare che allora Dio non mi presta attenzione, non si può discutere con lui, non può assolvermi! Cioè c’è già qui presente in modo abbastanza inaudito per il nostro pensiero occidentale, che la conoscenza di Dio è influenzata dal mio rapporto con lui e non il contrario: se non mi fido di lui, non posso, non solo conoscerlo, ma neanche volerlo conoscere! È solo la fede-fiducia reciproca che ci permette di incontrarLo e di incontrarci! E questo vale anche tra gli uomini!
Questo per dire che il tema della “tentazione” è un tema talmente fondamentale che necessariamente è sotteso a tutto il discorso biblico e non basta cercare la parola “tentazione” ma occorre cercare il contenuto semantico che essa esprime cioè tutte quelle espressioni che in un modo o nell’altro rimandano a ciò che i lemma “tentare” e “tentazione” significano: e non solo le espressioni “affini” (si veda ad esempio i termini “stanchezza”, “stanco”...) ma anche i gesti e i comportamenti, come abbiamo visto nel Satana in Giobbe, dove la parola tentazione di per sé non c’è, ma c’è l’azione del tentare, del provare…
E questo ci fa dire che se è vero che il tema dei 40 giorni del Vangelo di oggi richiama il cammino nel deserto, l’idea della tentazione rinvia a tutta la storia di Israele e anzi dell’umanità! Al rapporto uomo-Dio, Dio-uomo e al rapporto uomo-uomo!
È chiaro che sviluppare adeguatamente questo tema esigerebbe la rilettura integrale della Bibbia sotto questa prospettiva…
Ora in tutte queste “tentazioni” nel senso sopra brevissimamente esposto che cosa è in questione? A cosa dobbiamo “resistere”?
Sempre prendendo da Giobbe (ma
vedi anche ad esempio Abramo e il “sacrificio” di Isacco in Genesi 22)… quello che è in questione, non è tanto in primis l’idea che io ho di Dio, il “chi è Dio?”, “il suo volto”, ma il nostro rapporto con lui. La questione è “come ci relazioniamo con lui? (Eva, Abramo, Mosè, Israele, Gesù…)! La bibbia dice il “chi” attraverso la storia della “relazione”: ed è proprio questo a cui rimanda il nome di Dio rivelato a Mosè, Yhwh.Insomma è il nostro rapporto con l’altro che ci rivela chi è l’altro: se lo trattiamo da nemico, lo vediamo nemico e non lo conosciamo affatto! Ecco perché “bisogna” amare il nemico: uno non “è” nemico, lo facciamo nemico, decidiamo noi che sia così o meglio lo lasciamo decidere alle le nostre paure di cui diventiamo schiavi. In una parola Dio, l’uomo, la donna, il creato, ci è nemico se gli siamo nemici, ci sono stranieri se decidiamo di essergli straniero!
Il Tentatore è proprio colui che accusa (da cui il nome satana: a cui si oppone la difesa dello Spirito e Gesù come “avvocati, difensori”, mediatori, intercessori) uno dei “poli” del rapporto di amicizia (alleanza): Dio (Genesi, e qui nel Vangelo), l’uomo (Giobbe, e sempre qui nel Vangelo) e cerca di creare una rottura, una crasis: divide (da cui il nome diavolo: a cui si oppone la comunione nello Spirito di Cristo) con lo scopo di porre se stesso come centro di una relazione asimmetrica (Mammona, qui Satana cfr passi Mt 4,1ss; Lc 4,1ss)… Incredibile, nel nostro brano genesiaco, il passo in cui Dio si pente di essersi pentito di aver creato l’uomo: anche Dio cioè si “confessa” di aver ceduto alla tentazione… ed è tentato di cedervi… e lo tentiamo ogni volta che gli chiediamo di usare il nostro criterio di giustizia! Ma Dio da Noè, ha deciso di esserci Padre e di esserlo per tutti! O almeno questo è il significato che l'episodio biblico dell'arca ci vuole trasmettere: non sognatevi di pensare che Dio possa cessare un giorno di esserci Padre (o non esserlo per il malvagi!)... perché da sempre ha deciso di esserci Padre e mai si rimangerà la propria paternità, anche se lo tentiamo! Anche se, assumendo il ruolo di accusatori (satan) cerchiamo di separare (diaballo) il Padre dai suoi figli e i figli dal loro Padre (magari per tenercelo tutto per noi: cf Caino)...
La questione è insomma il “tentativo” di mettere in discussione la figliolanza: “il nostro essere figlio/a!” a cui cor-“risponde” l’espressione “padre”, “mio padre”, “padre vostro”, “padre nostro”: che non a caso sono “in-vocazione”, preghiera e che qui sono tutte espressioni implicite nel termine “tentazione” come loro negazione, gli altri evangelisti invece esplicitano le tentazioni col rischio però di ridurle ad alcuni aspetti della vita, mentre è la Vita tout-court che è tentata (persino in Dio, persino del Padre) di diventare Morte, di restare senza figli, sterile, perché i figli sempre sono anche un problema, che scombussolano la vita, persino di Dio!
Tornando al Vangelo, la Tentazione (con la t maiuscola) permanente di Gesù e la nostra, non è la tentazione moralistica e pulsionale della nostre “voglie”, la Tentazione è quella per cui Gesù ha pregato e ci invita a pregare “non ci indurre in tentazione”… di cui il “non abbandonarci nella prova” è solo un aspetto! Una traduzione più vicina a noi non ci esime dalla comprensione profonda… Allora questa prova in cosa consiste? È un termine complesso abbiamo visto, che non è spingere al peccato, anzi il peccato ne è la conseguenza…
Sostanzialmente quindi il problema della tentazione è il decidersi di “non voler stare solo” (Dio col diluvio, Adamo), “non volersi fare da sé” (peccato di Adamo… e per questo Dio nella storia si serve di “inviati”, profeti, apostoli), rifiutare il parricidio (Gesù), il figlicidio (Dio a Noè, la Risurrezione di Cristo)!
Allora che cosa vuol dire essere figlio (e per converso Padre)? Essere figlio vuol dire lasciarsi coinvolgere in una storia di comunione (alleanza) con Dio che solo allora “diventa” Padre. Questa storica concreta di comunione, Gesù la chiama “Regno”! Decidere di lasciarsi coinvolgere in una avventura nuova con Dio accolto come Padre… ecco perché Gesù subito annuncia il Regno… ecco perché conversione vuol dire “cambiare direzione” proprio come tentazione, vuol dire andare “al di là” del rapporto, emanciparsi, rompere il rapporto, cambiare strada, costruirsi una storia per conto proprio, solipsisticamente… Ecco allora la sola vera tentazione presente in ogni tentazione: di chi vuoi essere figlio? «“Se” sei figlio… non è possibile che», “il tuo essere figlio… ti dà diritto di..”, ecc.
Il deserto come dimensione permanente del cammino nello Spirito!
Anche lo Spirito “tenta”, anche Satana “spinge”: solo che uno spinge al deserto (le prove di Giobbe) cioè all’abolizione di ogni stampella nell’affidarsi a Dio: e là, la fede o cresce o crolla. Ma in questo senso dal deserto non si deve mai uscire, se non si vuole uscire dalla fede, dal rapporto con Dio, in cui ci decidiamo (“sì o no”) come figlio. Da questo nuovo rapportarsi con Dio, “nasce”, prende corpo allora il volto nuovo di Dio, che si rivela solo allora Padre, nella misura in cui noi accettiamo di farci figli! Ecco perché Gesù rivela il Padre: in quanto figlio! Non per intervento “magico” ma per radicale figliolanza!

Dobbiamo stare attenti a non vedere i vari racconti di Gesù come se fossero separati tra di loro, come grani di un rosario… Come se Gesù una volta superata la prova si fosse lasciato il deserto dietro le spalle… Gesù e il discepolo sono nel deserto tutta la vita… non ne escono mai perché si lasciano guidare dallo Spirito e quindi ogni istante la loro figliolanza è “provata”: "Gesù fu tentato in tutto come noi, eccetto che nel peccato" (Eb 4,15): sempre, fin che era nella storia! L’illusione che noi abbiamo di porre fine alla tentazione è essa stessa una tentazione, una fuga, perché pretende di sottrarci dall’azione dello Spirito…
Infatti appena Gesù esce dal un deserto ne entra in uno ben più grande: Giovanni è stato ammazzato! Ma questo lo spinge ulteriormente ad andare oltre, ad impegnarsi, a gettarsi nella mischia, non a fuggire, ed annuncia il Vangelo!
Spero che siano chiari ora i due movimenti contrari: lo Spirito spinge alla lotta, satana alla fuga! L’uno alla comunione, l’altro alla separazione…
Per questo appare fondamentale notare che anche lo Spirito (pneuma) “spinge”, “getta oltre”, “getta, spinge fuori” (ekballei) ma nel deserto cioè tra le braccia di satana, perché forza alla lotta, lo Spirito cerca lo scontro (cf “addestra le mie mani alla battaglia” Salmo 22,35)… È veramente “strano” il cristianesimo, mentre tutte le religioni spingono alla fuga dal male… lo Spirito spinge all’incontro, ad affrontarlo…. vittoriosamente! Si veda Paolo in 1 Cor 12,9 quando chiede di essere liberato dalla “prova” e Gesù risponde: ti basti la mia grazia!... È come se Dio lottasse contro la sua stessa tentazione di non esserci più Padre (siamo fatti a sua immagine anche in questo?!) in un vero corpo a corpo (cf Gen 32,26 in cui Giacobbe costringe Dio ad essergli Padre: «Non ti lascerò andare, se non mi avrai prima benedetto! E vince! E Dio si lascia vincere perché vuole “essere” e rivelarsi Padre) e ci spingesse per questo a lottare contro la tentazione di non esserGli più figlio: perché se non c’è il figlio, non c’è il padre! E così scopriamo che nemmeno Dio è Padre “automaticamente”… ma decide di esserlo in ogni istante “restando fedele a se stesso”… Insomma saremmo stati “tentati” anche se non avessimo mai ceduto alla tentazione, anche se non esistesse il peccato originale…
Lo Spirito, il deserto-satana e la prova sono quindi l’itinerario di un solo movimento che spinge tra le braccia del Padre e dei fratelli… attraverso “l’abbraccio” con satana! Altro che la banalizzazione che noi facciamo del diavolo: il Vangelo risponde qui al nostro peccato (si badi bene: dico peccato, non tentazione!) che ci fa credere che il diavolo, l’accusatore, il nemico, sia l’altro o sia altrove, invece siamo noi stessi, è dentro di noi, è persino in Dio: è la voglia che noi abbiamo di starcene da soli in pace, senza troppi problemi! È la tentazione solipsista!
Allora, l’amore del Padre e l’amore del figlio, si concretizzano storicamente in una storia che nella maturazione del loro rapporto, li fa Padre e figlio in una storia comune che si chiama Regno, giustizia nuova, nuova alleanza! Ed ecco perché Gesù è nuovo Mosè, guida autentica di una alleanza rinnovata: conduce al Padre, perché conduce all’unica figliolanza possibile! La scoperta del volto di Dio, insomma non nasce da uno studio biblico, né teologico, né filosofico, né da una testimonianza strettamente intesa… ma nasce da un incamminarsi, ingaggiarsi, gettarsi nella mischia, coinvolgesi e lasciarsi coinvolgere in una storia in cui noi accettiamo di rivelarci al volto di Dio come figlio/a e questo ci rivela Dio come Padre e lo rivela agli altri uomini chiamati ad essere figli: infatti è il Figlio che rivela il Padre… e più uno è figlio e più mostra il Padre: nostro compito (conversione) allora è fare che Dio ci sia Padre. Fare che il Padre sia! Ed è quello che ci testimoniano gli apostoli e qui la prima lettera di Pietro!
Sinteticamente, nella lettera agli Ebrei (5,8) c’è espresso analogamente lo stesso pensiero: come Gesù anche per noi, è imparando l’obbedienza, è facendoci figli, che riconosciamo il volto di Dio come volto di Padre, cioè volto salvifico: costi quel che costi (il deserto, la lotta: cf Apocalisse), altrimenti sarebbe cedere alla tentazione, rompendo il legame, l’alleanza, la figliolanza, la familiarità! Ma uccidendo il Padre, uccidiamo necessariamente il figlio che noi siamo!
venerdì 27 febbraio 2009
Più scuro di così... si muore!

Matteo 5, 20 Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli. [...] 22...chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
E se gli dice "assassino"? ...lo fanno cardinale!
Un arcobaleno sempre nuovo…
Nel deserto era “tentato” da satana: è l'antico dramma della storia
Il linguaggio e i simboli, le promesse e le tentazioni, i luoghi e i numeri… di queste brevi righe del Vangelo sono “biblici", e impregnano il testo di Marco, come hanno impregnato la cultura, cioè il cuore e l'anima di Gesù negli anni della sua vita terrena. Appena prima era scritto: "… In quei giorni - Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento (1,10s). Da qui la liturgia ci fa ripartire per iniziare la Quaresima. Smarrimenti e ricominciamenti! Si riapre la vicenda dell'uomo sulla terra… secondo il suo vero destino, sulla filigrana dell'avventura drammatica di Adamo… su quella tragica di Noè nel diluvio… su quella errabonda e dolorosa di Israele nel deserto. Anche Gesù entra nelle acque ambigue, soffocanti o purificanti, della storia umana…
E “subito” lo Spirito lo spinge nel deserto… Gettato anche lui nella storia degli uomini smarriti, malati, oppressi (e oppressori) come si vedrà subito dalle prime vicende del racconto. “Tentare", nel corrispondente termine greco, significa provare, sperimentare, esperire… (attraversare da parte a parte – penetrare la vita…). Dunque, vivere pienamente da uomo nella storia, sul crinale della fragile libertà responsabile di dire di sì o di no… Ma Marco non racconta le singole tentazioni, come Matteo e Luca. Emergeranno nello svolgersi della sua vita e dell'avventura della predicazione della “buona novella di Dio". La tentazione nel Vangelo di Marco è una sola, che le assorbe tutte: il pericolo costante di anticipare la gloria e la missione del Figlio come fosse potenza terrena, l'impazienza di trovare la scorciatoia che eviti la sofferenza e l'usura estenuante dell'attesa, la sfida perfida dell'apparente trionfo delle forze del male sulla resistenza profetica non violenta. Per questo ha grande importanza il “segreto messianico", che sottende tutto il vangelo di Marco, cioè l'imposizione di riservatezza ogni volta che un gesto, un miracolo, una manifestazione della sua messianicità suscita entusiasmo, illusione di vittorie facili, protagonismo socio religioso, ricerca di potere e di consenso. La tentazione nasce in Gesù gettato nel deserto umano, stretto tra le due frontiere della condizione dell'uomo sulla terra, la natura inospitale di questo mondo “disumano", tra le sue bestie selvagge, da una parte, e la promessa di un accudimento inaspettato dagli angeli di Dio… ‑ cioè di un Dio amico dell'uomo, dall'altra.
È giunto il momento
…adesso è il tempo di ricominciare l'esperienza dell'uomo sulla terra. Mentre gli altri ancora attendono o il compimento della legge, come i farisei, o la purificazione del paese, come gli esseni, o il dominio di Israele sul mondo, come gli erodiani, Gesù, che ha udito la voce amante del Padre che si compiace della sua immersione nell'avventura della storia umana… pensa diversamente. Egli ha un'altra maniera di leggere i fatti. L'attesa è terminata! il tempo ricomincia da lui! Da noi! è ridiventato lineare, cammina verso una meta, è orientato a una promessa. L'uomo è “gettato” nel tempo, ma sotto la luce di benevolenza del Padre, preannunciata dai profeti fino a Giovanni. Ora il tempo ha uno scopo, che è di essere storia di salvezza.
Il Regno è vicino
Il Regno di Dio dunque è giunto! Il progetto di Dio sul mondo non è fallito né in sonno. È in azione! Ma non è il risultato degli sforzi ascetici o morali degli uomini, per quanto benemeriti. Il Regno già stava lì, tra la gente. Quello che tutti attendevano, era già presente in mezzo al popolo, ed essi non lo sapevano e nemmeno lo percepivano (cfr Lc 17, 21). Gesù lo vede, perché legge la realtà con le viscere di compassione e misericordia con cui lo guarda il Padre. E scopre e risveglia questa presenza nascosta del Regno in mezzo al popolo e ne rivela ai poveri la bella notizia, proponendo loro di passare dal desiderio alla realtà, da un'esistenza “gettata” in un'avventura inconcludente, alla consapevolezza che è arrivato il tempo promesso. In questo tempo 'presente' si gioca la salvezza dell'uomo – che è accoglienza della Parola del Padre.
Convertitevi e credete al Vangelo
Ecco la proposta di fondo, appunto, la premessa di ogni salvezza! Cambiate mentalità - cambiate testa e cuore! Le due cose sono strettamente legate. Non si tratta della conversione ad una dottrina morale, perché vorrebbe dire ancora agire secondo la propria visione delle cose! E scontrarsi con gli altri uomini che hanno una loro diversa visione delle stesse cose. Ma è, più in profondo, disponibilità a cambiare radicalmente l'orientamento interiore. Prendere atto che il cuore dell'uomo nel suo contesto vitale, famigliare e sociale è impregnato da un principio/motore, la competizione, che è l'ipoteca tendenzialmente omicida sulla vita di chi vive con me: l'istinto invincibile di salvare la mia vita ‑ il mio io, soprattutto, sopra tutti! Non si può percepire questa presenza del Regno… se non si comincia a pensare, a vivere e ad agire in modo differente. Questa “differenza” dal modo normale (mondano!) di pensare e vivere è il Vangelo di Gesù! Il suo insegnamento, le sue beatitudini, i suoi gesti, i suoi sentimenti… Occorre “affidarsi” totalmente a lui. Un volto, non una dottrina…
…non sarà mai più distrutta nessuna carne dalle acque del diluvio!
Ci sono voluti millenni per disincagliare la concezione di Dio dalla maschera che l'uomo se ne fa. Attribuendo alla sua volontà divina ogni male che non ha spiegazione, ogni evento superiore alle sue forze, l'uomo fa di Dio un mostro che divora i suoi figli. Il Dio della paura e del castigo! La Bibbia ci indica i passi di questa evoluzione della concezione di Dio: Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni intimo intento del loro cuore non era altro che male, sempre. E il Signore si pentì di aver fatto l'uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo. Il Signore disse: «Cancellerò dalla faccia della terra l'uomo che ho creato e, con l'uomo, anche il bestiame e i rettili e gli uccelli del cielo» (Gn 6,5ss)… Ma poi Dio “si pente” e insegna all'uomo come salvarsi… dalle acque – per non annegare in una storia senza sbocco! L'arca, la colomba e l'arcobaleno segneranno la scoperta umana… della eterna volontà di pace di Dio!
Cos'è che fa l'uomo così inquieto, e, nel caso di lotta competitiva, malvagio? Il discredito, l'invincibile sottostima che l'uomo ha di sé, la sua paura di inconsistenza, di non esser nulla… o peggio ‑ che ha una radice profonda, e fa l'uomo inconfondibile con ogni altro essere vivente: l'uomo patisce troppo ciò che gli manca, al punto di farne la propria identità. L'uomo si percepisce come essere mancante: un “deficit", un recipiente vuoto da riempire, arraffando da ogni dove ciò che crede possa soddisfarlo. “Esser signore” ‑ padrone di tutto ‑ è il suo ideale… fin dalla nascita. Gesù è venuto ad annunciare il contrario. Lui, che di natura era Signore, non ritenne di conservare questo privilegio, ma si è fatto servo come noi… come dire: è tempo di cambiare antropologia (la concezione di noi stessi!). Gesù va a cercare l'umanità proprio dove il deficit è maggiore… dove è più limitata, oppressa, schiavizzata: i suoi interlocutori sono poveri, pescatori, pastori, indemoniati, monchi, peccatori e prostitute… Lì il Regno di Dio è più vicino! Lì avviene la conversione dell'umanità, quando fa dei suoi limiti “umani” la sfida della libertà e dell'amore. Perché il limite, il finito, la malattia e la morte (che con tanta angoscia fuggiamo!) non sono catene esterne all'uomo, barriere che si possono allontanare senza fine. E la libertà non è un liberarsi da ogni limite, tentando di conservare all'infinito vita, potere, salute… I limiti sono dentro l'uomo. È dentro di lui che si gioca la conversione alla libertà, perché la libertà è affidarsi al Vangelo! Questa è la buona notizia che si è verificata in Cristo, che se l'uomo è in deficit di umanità, Dio è venuto ad abitare proprio dentro questo limite, è venuto ad assumere la nostra impotenza, per convertirla in luogo di libertà. Ha smentito che “esser signore” sia fonte di salvezza, ma ha assunto la nostra “servitudine” e ne ha fatto la condizione della vera signoria, quella capace della cosa più importante al mondo: dare la vita per amore!
Se le acque sterminatrici del diluvio, ci dice Pietro, sono “il tipo", il simbolo dell'usura inesorabile della storia, del cronos che ci divora, e della conseguente competizione che ci avvelena la vita, le acque del battesimo sono “l'antitipo". Dunque le acque della storia, da arma di distruzione di massa dell'umanità, sono divenuto luogo di salvezza, da quando Gesù, messo a morte con il corpo, ma reso vivo nello spirito, ci è passato in mezzo. Sono divenute luogo di …“invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo”.
I domenica di Quaresima: il problema del vero volto di Dio
Inevitabilmente sorge allora la domanda, un po’ stanca e un po’ sconsolata per la fatica che il calendario liturgico ci fa fare nel volerci riconcentrati su questo testo, riguardante il perché della riproposizione degli stessi versetti a inizio Quaresima… Ovviamente la domanda è retorica… La scelta infatti non è casuale e non ricorre solo quest’anno: le ragioni dunque sono sostanziali, non occasionali.
In effetti il brano contiene numerosi elementi cari al tempo forte della preparazione alla Pasqua: innanzitutto il riferimento numerico ai quaranta giorni trascorsi da Gesù nel deserto; in secondo luogo la tentazione (che non dovremo scordare è teologica) avvenuta in quei quaranta giorni; infine l’annuncio della compiutezza del tempo, del sopraggiungere del Regno, della necessità della conversione alla buona notizia di Gesù.Tutti questi elementi, mi pare convoglino sulla stessa tematica: in gioco cioè, c’è la lotta per l’adesione al vero volto di Dio; una lotta che è stata di Gesù nel deserto e che continua per ogni suo discepolo, in particolare di fronte al mistero della Pasqua e dunque nel tempo forte della Quaresima.
Interessante infatti che Gesù, subito dopo la grande conferma avuta al Battesimo da parte di Dio («Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento»), senta il bisogno di ritirarsi nel deserto da solo per riflettere tra sé e sé, tra sé e Dio: «lo Spirito sospinse Gesù nel deserto». È una dinamica che si vede molto bene per esempio nel film “I giardini dell’Eden” di D’Alatri, per tanti aspetti criticato dall’istituzione ecclesiale, ma che nello specifico, mi pare abbia colto nel segno. La sceneggiatura infatti, tra il battesimo di Gesù al Giordano e i quaranta giorni nel deserto, introduce un dialogo tra Gesù e Giovanni non presente nei vangeli, ma congeniato in modo tale da indicare bene il senso delle tentazioni:
GB: “Qualcosa di grande sta per accadere, tutte le profezie si compiranno: i figli si rivolteranno contro i padri, l’acqua e la terra contro gli uomini, i fulmini del Signore presto si abbatteranno sui peccatori, la terra diventerà cenere e il peccato sarà cancellato per sempre”.
G: “Stai attento cugino, a Lui si arriva soltanto con l’amore: non puoi predicare spaventando”.
GB: “Dipende di chi hai paura… Guarda [indicando le guardie]: sono diventato pericoloso, mi seguono ovunque”.
G: “Vuol dire che stai sulla strada giusta”.
GB: “E tu, che cosa aspetti?”.
G: “Io sento che il Signore mi sta indicando qualcosa, ma non ho ancora capito. Sto inseguendo un dubbio e non riesco a raggiungerlo”.
GB: “Fa che sia lui a raggiungerti, portalo con te nel deserto: là non potrà più nascondersi”.
G: “Ho paura”…
Forse da questo dialogo emerge un volto di Gesù che non siamo immediatamente abituati a immaginare: un Gesù che ha paura, un Gesù che non sa, che “non ha ancora capito”… Eppure la tematica della scienza e coscienza di Gesù è una delle più indagate, teologicamente parlando. Una anche delle più percorse dalla produzione filmica. Oltre al già citato “I giardini dell’Eden” è interessante guardare in quest’ottica anche “L’ultima tentazione di Cristo” di Scorsese.
Tornando a noi: ciò che mi pare interessante è questa messa a fuoco della fatica di Gesù di individuare la sua identità e quella del Padre; quasi una fatica storica, un lento emergere (seppur già sinteticamente presente) del proprio volto e del volto dell’Altro nella determinazione quotidiana di sé, nel decider-si di fronte alle cose, alle persone, alle situazioni.
Non a caso l’esplicitazione che Matteo e Luca fanno delle tentazioni, va proprio nella direzione di una tentazione teologica. Gesù non è tentato su cose banali né su questioni morali: in gioco, vi è piuttosto e radicalmente il volto di Dio. La prima tentazione infatti («Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane», Mt 4,3) non mette alla prova la resistenza di Gesù alla fame (di lui si è appena detto infatti «Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame», Mt 4,2), piuttosto l’uso del potere che ha a disposizione. Esso se è usato per il bene degli altri, per la liberazione dal male degli uomini (come sarà sempre in Gesù, dove il miracolo non è mai (!!!) gesto di potenza) rivela un certo volto di Dio, ma se è usato per sé (per esempio per trasformare pietre in pane quando si ha fame), a proprio vantaggio, rivela ben altro dio. In gioco allora tra Gesù e Satana c’è la faccia di Dio, chi è Dio veramente! Infatti, non casualmente, Gesù, alla provocazione teologica, risponde con una citazione del testo biblico: «Sta scritto: Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4).
Satana si fa allora più raffinato. Anch’egli si mette infatti a citare la Bibbia: la tentazione diventa quindi quasi una lotta esegetica. Sia Gesù che Satana hanno come punto di riferimento le Sacre Scritture, ma le leggono diversamente a seconda di che idea di Dio hanno in testa… Questo dovrebbe insegnare molte cose anche a noi oggi… Non basta citare la Bibbia per proclamare la volontà di Dio… Ogni interpretazione del testo infatti va verificata sul volto di Dio che lascia emergere. Satana infatti, ponendo Gesù sul punto più alto del tempio, dice: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra» (Mt 4,6). Ma Gesù ribatte: «Sta scritto anche: Non metterai alla prova il Signore Dio tuo» (Mt 4,7).
Infine la tentazione teologicamente più esplicita: Satana pretende di farsi dio, di far sì cioè che Gesù si prostri a lui: «Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: “Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai”. Allora Gesù gli rispose: “Vattene, Satana! Sta scritto infatti: Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”» (Mt 4,8-10).
La vittoria di Gesù sulle tentazioni allora non deve essere vista come l’esempio morale di un uomo che ha saputo resistere alla fame, alla presunzione di essere Dio, ai soldi e alla gloria. Piuttosto è la simbolizzazione della lotta (che per Gesù durerà tutta la vita, fin sulla croce) per l’adesione al vero volto di Dio.
Non a caso Gesù, esce dal deserto con un annuncio inequivocabile: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Potremmo dire che Gesù, riprendendo il dialogo di D’Alatri, proprio perché ora ha capito chi è (e soprattutto chi non è) Dio, lo annuncia.
E il volto di Dio che egli – pur conoscendolo sinteticamente da sempre – ora inizia ad esplicitare è quello che emergerà da tutta la sua storia. Essa infatti, per i cristiani, è il luogo della rivelazione di Dio: essa dice chi è Dio all’uomo, il decider-si (= decidere di sé) di una libertà, che era quella di Gesù. Noi infatti di lui proclamiamo: “Questi è Dio”, che è l’originaria confessione di fede cristiana.
E da questa storia emerge il volto di un Dio che è Padre, di un Dio che è amore, di un Dio che per non venir meno a se stesso (per non cadere in tentazione) accoglie la scelta di suo Figlio di morire sulla croce per amore, per non smentire l’amore, per non tradire la sua identità!
È questa dunque la conversione che ci è richiesta in Quaresima: non una rinuncia formale, un simbolo vuoto, un fioretto fine a se stesso; non l’entrata in una cappa austera, in cui sentirsi sempre nella condizione – ovviamente morale – sbagliata; piuttosto una con-versione teologica, una messa in discussione seria del volto di Dio che abbiamo in cuore (se è Dio o se è qualcosa che mi sono inventato io) e dunque un conseguente ripensamento serio dell’idea di uomo, di altro, di noi… perché la nostra forma mentis sia davvero evangelica!
mercoledì 25 febbraio 2009
Giustizia nuova...
«1State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. 2Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
5E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
[… Padre nostro…]
16E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 17Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, 18perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».
Elemosina, preghiera, digiuno, tre dimensioni della giustizia nuova annunciata sul Monte delle Beatitudini (capitolo 5,1ss) e ribadita con forza poco prima (5,20): se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Giustizia nuova, perché nuovo è il rapporto che Gesù instaura con Dio, col prossimo e con se stessi!
Con il prossimo prima di tutto: l’elemosina! (Nessuno può dire di amare Dio che non vede se non ama prima di tutto il fratello che vede! Cf 1Gv).
Caratteristica dell’elemosina è che fa giustizia dell’ingiustizia subita dal fratello… La rivela, la smaschera: se ci fosse giustizia non ci sarebbe bisogno dell’elemosina… E non può fare giustizia se lo umilia! Allora è necessariamente nascosta, caratteristica principale perché sia giusta della vera giustizia è che non sappia nemmeno la destra quello che fa la sinistra, nemmeno quella del fratello/sorella a cui la offri!
La preghiera, è “l’elemosina” data a Dio: fa giustizia di ciò che pretendiamo di togliergli: dà a Dio ciò che è di Dio! Prima di tutto la paternità su di me: “Padre” appunto! Dà a Dio la paternità che pretendiamo esercitare sui fratelli: “nostro” appunto!
E allora è nascosta, se si potesse farla senza che Dio lo sapesse, sarebbe il top! (cf Santa Teresa del B.G.). Come l’elemosina…
Il digiuno: è dare veramente a sé stessi quello che il “sé” cerca in ogni cosa che “ingoia”! Così nascosto come l’elemosina, che la “bocca” resta vuota! E lo stomaco pure! È farsi giustizia, non autoingannarsi (digiuno), autoinsultarsi (preghiera), autorubarsi (elemosina)…
Tre bracci di una croce (cf 5,10: perseguitati per la giustizia…) ben piantata in terra… Tre coordinate di un dialogo tripartito, che lascia a ciascuno lo spazio per la propria libertà, anche a costo della propria!
Dark Age?
E idee analoghe aveva sostenuto Cosma Indicopleuste, un geografo bizantino del VI secolo, che nella sua Topografia Cristiana, sempre pensando al tabernacolo biblico, aveva accuratamente descritto un cosmo di forma cubica, con un arco che sovrastava il pavimento piatto della Terra.
Ora, che la terra fosse sferica, tranne alcuni presocratici, lo sapevano già i greci, sin dai tempi di Pitagora, che la riteneva sferica per ragioni mistico-matematiche. Lo sapeva naturalmente Tolomeo, che aveva diviso il globo, ma lo avevano già capito Parmenide, Eudosso, Platone, Aristotele, Euclide, Archimede, e naturalmente Eratostene, che nel terzo secolo avanti Cristo aveva calcolato con una buona approssimazione la lunghezza del meridiano terrestre.
Tuttavia si è sostenuto (anche da parte di seri storici della scienza) che il Medioevo aveva dimenticato questa nozione antica, e l’idea si è fatta strada anche presso l’uomo comune, tanto è vero che ancora oggi, se domandiamo a una persona anche colta che cosa Cristoforo Colombo volesse dimostrare quando intendeva raggiungere il levante per il ponente, e che cosa i dotti di Salamanca si ostinassero a negare, la risposta, nella maggior parte dei casi, sarà che Colombo riteneva che la terra fosse rotonda, mentre i dotti di Salamanca ritenevano che la terra fosse piatta e che dopo un breve tratto le tre caravelle sarebbero precipitate dentro l’abisso cosmico.
In verità a Lattanzio nessuno aveva prestato troppa attenzione, a cominciare da Sant’Agostino il quale lascia capire per vari accenni di ritenere la terra sferica, anche se la questione non gli sembrava spiritualmente molto rilevante. Caso mai Agostino manifestava seri dubbi sulla possibilità che potessero vivere esseri umani ai presunti antipodi. Ma che si discutesse sugli antipodi è segno che si stava discutendo su un modello di terra sferica.
Quanto a Cosma, il suo libro era scritto in greco, una lingua che il medioevo cristiano aveva dimenticato, ed è stato tradotto in latino solo nel 1706. Nessun autore medievale lo conosceva.
Nel VII secolo dopo Cristo Isidoro di Siviglia (che pure non era un modello di acribìa scientifica) calcolava la lunghezza dell’equatore in ottantamila stadi. Chi parla di circolo equatoriale evidentemente assume che la terra sia sferica.
Anche uno studente di liceo può facilmente dedurre che, se Dante entra nell’imbuto infernale ed esce dall’altra parte vedendo stelle sconosciute ai piedi della montagna del Purgatorio, questo significa che egli sapeva benissimo che la terra era sferica, e che scriveva per lettori che lo sapevano. Ma della stessa opinione erano stati Origene e Ambrogio, Beda, Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, Ruggero Bacone, Giovanni di Sacrobosco, tanto per citarne alcuni. La materia del contendere ai tempi di Colombo era che i dotti di Salamanca avevano fatto calcoli più precisi dei suoi, e ritenevano che la terra, tondissima, fosse più ampia di quanto il nostro genovese credesse, e che quindi fosse insensato cercare di circumnavigarla. Naturalmente né Colombo né i dotti di Salamanca sospettavano che tra l’Europa e l’Asia stesse un altro continente.
Tuttavia proprio nei manoscritti di Isidoro appariva la cosiddetta mappa a t, dove la parte superiore rappresenta l’Asia, in alto, perché in Asia stava secondo la leggenda il Paradiso terrestre, la barra orizzontale rappresenta da un lato il Mar Nero e dall’altro il Nilo, quella verticale il Mediterraneo, per cui il quarto di cerchio a sinistra rappresenta l’Europa e quello a destra l’Africa. Tutto intorno sta il gran cerchio dell’Oceano. Naturalmente le mappe a t sono bidimensionali, ma non è detto che una rappresentazione bidimensionale della terra implichi che la si ritenga piatta, altrimenti a una terra piatta crederebbero anche i nostri atlanti attuali. Si trattava di una forma convenzionale di proiezione cartografica, e si riteneva inutile rappresentare l’altra faccia del globo, ignota a tutti e probabilmente inabitata e inabitabile, così come noi oggi non rappresentiamo l’altra faccia della Luna, di cui non sappiano nulla.
Infine, il Medioevo era epoca di grandi viaggi ma, con le strade in disfacimento, foreste da attraversare e bracci di mare da superare fidandosi di qualche scafista dell’epoca, non c’era possibilità di tracciare mappe adeguate. Esse erano puramente indicative. Spesso quello che preoccupava maggiormente l’autore non era di spiegare come si arriva a Gerusalemme, bensì di rappresentare Gerusalemme al centro della terra.
Infine si cerchi di pensare alla mappa delle linee ferroviarie che propone un qualsiasi orario in vendita nelle edicole. Nessuno da quella serie di nodi, in sé chiarissimi se si deve prendere un treno da Milano a Livorno (e apprendere che si dovrà passare per Genova), potrebbe estrapolare con esattezza la forma dell’Italia. La forma esatta dell’Italia non interessa a chi deve andare alla stazione (...).

Si veda ora questa immagine del Beato Angelico nel duomo di Orvieto. Il globo (di solito simbolo del potere sovrano) tenuto in mano da Gesù rappresenta una Mappa a T rovesciata. Se si segue lo sguardo di Gesù si vede che egli sta guardando il mondo e quindi il mondo è rappresentato come lo vede lui dall'alto e non come lo vediamo noi, e quindi capovolto. Se una mappa a T appare sulla faccia di un globo vuole dire che essa era intesa come rappresentazione bidimensionale di una sfera.
sabato 21 febbraio 2009
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