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giovedì 25 ottobre 2012

XXX Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro del profeta Geremìa (Ger 31,7-9)

Così dice il Signore: «Innalzate canti di gioia per Giacobbe, esultate per la prima delle nazioni, fate udire la vostra lode e dite: “Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto d’Israele”. Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada dritta in cui non inciamperanno, perché io sono un padre per Israele, Èfraim è il mio primogenito».

 

Dalla lettera agli Ebrei (Eb 5,1-6)

Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati. Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza. A causa di questa egli deve offrire sacrifici per i peccati anche per se stesso, come fa per il popolo. Nessuno attribuisce a se stesso questo onore, se non chi è chiamato da Dio, come Aronne. Nello stesso modo Cristo non attribuì a se stesso la gloria di sommo sacerdote, ma colui che gli disse: «Tu sei mio figlio, oggi ti ho generato», gliela conferì come è detto in un altro passo: «Tu sei sacerdote per sempre, secondo l’ordine di Melchìsedek».

 

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 10,46-52)

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.

 
 
L’episodio del cieco Bartimeo che la Chiesa ci propone nel vangelo di questa Trentesima Domenica del Tempo Ordinario è particolarmente significativo: ad una prima lettura infatti esso potrebbe apparire come uno dei tanti miracoli di Gesù raccontati dai testi evangelici, che per lo più noi abbiamo già sentito, riconosciamo e di cui magari sappiamo anche rinarrare la vicenda, ma che assolutamente non sapremmo collocare né geograficamente, né “cronologicamente” (tra virgolette, perché si fa evidentemente riferimento alla cronologia della ricostruzione evangelica).

In realtà invece è molto importante tentare di indagare perché l’evangelista collochi il racconto di un determinato evento (nel nostro caso questo miracolo) proprio a quel punto della narrazione: episodi e vicenda complessiva infatti si richiamano e rimandano, al fine di formare il volto di Gesù che l’evangelista vuole annunciare.

Questo discorso assume ancor maggior rilievo nel nostro caso, poiché l’episodio del cieco Bartimeo è l’ultimo dei miracoli di Gesù che la narrazione del vangelo di Marco riporta ed è collocato immediatamente prima dell’inizio del racconto della passione. Non a caso siamo ormai in terra di Giudea, precisamente sulla strada che da Gerico porta a Gerusalemme (la medesima in cui Luca collocherà la parabola del buon samaritano, Lc 10,29-35).

Gerico… «La più antica città del mondo, così dicono. A 200 metri sotto il livello del mare, vicino al Mar Morto, è un crocevia commerciale di carovane…» [Giuliano].

Qui ci ha condotto «il viaggio, che abbiamo percorso con i discepoli verso Gerusalemme nelle domeniche scorse», un viaggio che «ci ha fatto prendere coscienza delle sconvolgenti proposte del Vangelo nel cuore delle grandi relazioni che costituiscono la nostra umanità: sessualità e fedeltà nell’amore – economia e condivisione dei beni – la politica e la competizione per il potere. Ma nello stesso tempo ci ha reso più consapevoli della nostra radicale incapacità di seguire Gesù (…se andò intristito!)… C’è una specie di fame e di sete di salvezza negli uomini che Gesù incontra: chi domanda come fare nei conflitti affettivi e sessuali, chi vuol essere guidato nella divisione dei beni, chi… vuol essere il primo, a tutti i costi … Ma alla fine tutto finisce in una triste delusione, quando Gesù propone ad ognuno le sue sconvolgenti soluzioni “evangeliche”… […] Ora il viaggio prosegue …

C’è un cieco che passa la sua vita seduto (tanto, non vede dove andare) ai bordi della strada, senza poter intervenire nel frastuono della vita degli uomini che passano, sperando soltanto in qualche briciola di elemosina per sopravvivere. A Gerico! […] Un mendicante cieco. Mendicante perché cieco, e nessuno può farci niente. Cosa c’è di più inutile alla vita e alla storia della città, di uno che non vede cosa succede e non sa cosa fare, se non mendicare? Ma tanti di noi, quando scopriamo davvero chi siamo, dentro, andremmo a sederci volentieri vicino a lui, ne avessimo il coraggio!

Un giorno, proprio da quella strada, passa Gesù… La folla e i discepoli (e noi!) da tempo stanno seguendo il Signore, ma solo il cieco sussulta “al sentire che passava Gesù Nazareno”. Anzi, gli altri, a cominciare dai discepoli, si inquietano quando si mette a gridare invocandolo, e lo zittiscono, non certo per malevolenza, ma stizziti per l’inutile disturbo. Cosa si può fare a un cieco? Questo incontro casuale diventa così la parabola del tipico “incontro con Gesù”, per tutti quelli a cui la propria cecità comincia a pesare tanto da sbloccare l’orgoglio o la vergogna o la tristezza rassegnata… per lasciar emergere il gemito che ognuno ha dentro: Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!» [Giuliano].

Un incontro “tipico”, dunque, questo del cieco… un incontro “paradigmatico”… che non vuol dire però spersonalizzato!

Infatti – a ben guardare – non si parla qui della guarigione di un cieco, ma di questo cieco, di cui sono messi ben in evidenza il nome e la famiglia: Bartimeo, figlio di Timeo.

Ciò ribadisce – proprio in chiave sintetica dell’annuncio finora portato avanti da Gesù, nella sua vita pubblica – un primo elemento essenziale: quello dell’individualità mai negata di coloro che Gesù incontra. L’ultimo miracolo infatti è “fatto” non a un uomo qualunque, ma a questo cieco: Bartimeno, non chiunque, viene sanato: ciò mostra per l’ennesima e ultima volta (“ultima”, almeno in questi termini) che nell’incontro con Dio non è la genericità che salvaguarda l’universalità (non perché Gesù ha salvato un cieco, allora può salvare tutti i ciechi), ma precisamente la singolarità: proprio nella vicenda personalissima tra Gesù e Bartimeo si inquadra la possibilità per ciascuno di instaurare la stessa relazione col Signore. La “stessa” che però non è la “medesima”! Elemento essenziale di quel rapporto è infatti l’unicità dei soggetti in campo. La relazione con Gesù allora ha nella sua “struttura universale” (tipica, paradigmatica) l’immancabile implicazione personale. Non può essere dunque chiamato “modello” quello che si può evincere dall’ultimo e sintetico miracolo narrato da Marco: non siamo infatti di fronte a una struttura semplicemente da ripetere o mimare, senza implicazione personale; come se chiunque potesse sostituire – a prescindere – Bartimeo. Ma la singolarissima vicenda di Bartimeo dichiara aperta la strada alla singolarissima vicenda di ciascuno di noi col Signore! Perché proprio questo episodio con Bartimeo ci fa capire come “funziona” Dio quando si relaziona con un uomo.

Ciò diventa immediatamente evidente se si prosegue nella lettura.

Infatti nel grido di questo nostro cieco («Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!»), anche Gesù prende una caratterizzazione personalissima: non si tratta di un qualsiasi guaritore di passaggio ma di Gesù, Figlio di Davide.

In quest’ultimo titolo (“Figlio di Davide”) è racchiusa tutta la speranza di Israele, per secoli in attesa del «vero erede spirituale delle promesse “eterne”, fatte alla casa di Giacobbe; la mèta delle speranze nutrite per secoli nell’esilio… finché sarebbe venuto il Signore “a salvare il suo popolo”, anche se divenuto nel frattempo, lungo il cammino, “un resto” di popolo… zoppo, cieco…»… [Giuliano].

E poi quel Gesù (= Dio salva): «il cieco è l’unico nel vangelo di Marco che chiama Gesù per nome – a parte i demòni» [Giuliano].

È dentro a questo rapporto fatto di concretezza e lineamenti personali ben tratteggiati, che avviene l’incontro.

«Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!”. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Àlzati, ti chiama!”».

Bartimeo aveva gridato… e Gesù l’ha chiamato… Interessanti gli echi che questa parola ha preso nei secoli… “I chiamati da Dio…”… Certo, sono tanti quelli che Gesù, nel suo vangelo chiama e che a noi vengono immediatamente in mente (pensiamo ai discepoli), ma quanti altri chiamati ci sono nel vangelo che invece non ci vengono in mente per niente (Maria, Bartimeo…)? E perché quelli ci vengono in mente subito e questi no?

Ma vediamo come reagisce alla chiamata il nostro amico cieco: «Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”».

«C’è una serie di reazioni simboliche di una totale disponibilità all’incontro. Questo disabile è sicuro di essere finalmente di fronte alla sua salvezza. Ecco perché avviene l’inversione della domanda, lo scambio dei desideri “religiosi” - che legano cioè Dio e l’uomo! I discepoli, desiderosi del primo posto, avevano domandato poco prima a Gesù : noi vogliamo che tu ci faccia quello che ti chiederemo! senza neanche accorgersi del loro infantilismo evangelico. Qui è Gesù che, vista la disposizione “evangelica” del cieco, offre la sua completa disponibilità: Che vuoi che io ti faccia?» [Giuliano].

«E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”. E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”».

Come sempre nei miracoli di guarigione, l’avvenuto risanamento, è attribuito da Gesù alla fede degli uomini o delle donne che gli stanno di fronte: «Va’, la tua fede ti ha salvato».

Qui ritroviamo un altro elemento tipico, paradigmatico del rapporto col Signore. Esso non avviene attraverso una certificazione intellettualistica: non così si conosce la verità; ma nemmeno attraverso una fede cieca: un’adesione a dogmi o precetti su cui l’uomo non può esercitare alcuna razionalità.

Piuttosto organo di conoscenza del reale – dunque della verità – anche la propria (che è l’identità) – è la fede: è cioè quel credito dato a qualcuno o qualcosa, sulla base di un’affidabilità riconosciuta.

Questa è la modalità in cui sempre si disvela la realtà di Gesù a chi lo incontra e riconosce. Questa è anche la via paradigmatica di Bartimeo, che avendo avuto notizia di Gesù e ritenendo quest’ultima affidabile, aveva iniziato ad urlare, incurante dei rimproveri, finché non lo avevano ascoltato.

Che le cose stiano così è rivelato anche dal fatto che proprio su questa affidabilità del messaggio di Gesù – o più precisamente dell’uomo Gesù – erano andati in crisi i discepoli stessi. Ciò che aveva creato infatti – a partire dal capitolo 8 – l’incomprensione degli apostoli, traghettata fino al brano precedente al nostro (cfr. il vangelo di domenica scorsa, XXIX del Tempo Ordinario) e che sarà uno degli elementi decisivi dei racconti di passione (Gesù abbandonato dai suoi), è precisamente il fatto che l’annuncio (prima) e la realtà (poi) di un messia crocifisso risulta in-credibile, non credibile, appunto, non degna di fede.

Non a caso viene posto come elemento sintetico finale, un miracolo in cui viene sanata la cecità: per comprendere quanto infatti è stato finora annunciato e quanto sta per accadere sotto gli occhi di tutti, serve essere guariti dalla cecità che impedisce di leggere in quegli eventi l’attestazione affidabile della messianicità di Gesù e in essa della paternità di Dio.

Cecità dalla quale i discepoli della prima ora saranno guariti solo a fatti compiuti. Solo a posteriori.

Marco scrive infatti proprio quando questa cecità degli apostoli è stata ormai sanata, ma consapevole che i loro occhi nella croce non vedevano la rivelazione della salvezza.

Proprio perché alla prima Chiesa è invece così chiaro il fraintendimento/cecità di chi era là, quando Gesù passò su questa terra – tanto che i vangeli con grande coraggio non tacciono sulla debolezza dei testimoni della prima ora –, l’evangelista pone un miracolo di guarigione degli occhi in apertura del racconto di passione: per vedere la passione e morte di Gesù – e non per guardarla soltanto – c’è bisogno di tornare a percorrere la strada di Bartimeo: attaccare il cuore all’esperienza di un uomo la cui vita, il cui messaggio e la cui pretesa sono ritenute credibili.

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