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giovedì 12 settembre 2013

XXIV Domenica del Tempo Ordinario


Dal libro dell’Èsodo (Es 32,7-11.13-14)

In quei giorni, il Signore disse a Mosè: «Va’, scendi, perché il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto, si è pervertito. Non hanno tardato ad allontanarsi dalla via che io avevo loro indicato! Si sono fatti un vitello di metallo fuso, poi gli si sono prostrati dinanzi, gli hanno offerto sacrifici e hanno detto: “Ecco il tuo Dio, Israele, colui che ti ha fatto uscire dalla terra d’Egitto”». Il Signore disse inoltre a Mosè: «Ho osservato questo popolo: ecco, è un popolo dalla dura cervìce. Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione». Mosè allora supplicò il Signore, suo Dio, e disse: «Perché, Signore, si accenderà la tua ira contro il tuo popolo, che hai fatto uscire dalla terra d’Egitto con grande forza e con mano potente? Ricòrdati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”». Il Signore si pentì del male che aveva minacciato di fare al suo popolo.

 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (1Tm 1,12-17)

Figlio mio, rendo grazie a colui che mi ha reso forte, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia mettendo al suo servizio me, che prima ero un bestemmiatore, un persecutore e un violento. Ma mi è stata usata misericordia, perché agivo per ignoranza, lontano dalla fede, e così la grazia del Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo Gesù. Questa parola è degna di fede e di essere accolta da tutti: Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me, per primo, dimostrare tutta quanta la sua magnanimità, e io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna. Al Re dei secoli, incorruttibile, invisibile e unico Dio, onore e gloria nei secoli dei secoli. Amen.

 

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 15,1-32)

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». Ed egli disse loro questa parabola: «Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta”. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione.

Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto”. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre. Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa. Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».

 

Le letture che la Chiesa ci propone per questa Ventiquattresima Domenica del Tempo Ordinario sono molto lunghe e molto dense. Si può dunque solo prendere una pista d’indagine, tra le tante che propongono. Quella che quest’anno mi viene da scegliere riguarda il percorso che Luca ci fa compiere al seguito delle sue tre parabole della misericordia (è l’unico evangelista che le riporta), a fronte di quella che è la situazione dell’uomo di tutti i tempi, quindi anche nostra, ben delineata dal popolo di Israele che – ai piedi del monte Sinai – decide di costruirsi un vitello d’oro.

Nella finzione letteraria pare che Dio se ne abbia a male di fronte a questo popolo, che aveva visto le grandi opere di Dio per lui, e che però senza troppo pensarci su è pronto ad attaccare il cuore ad un dio finto, un idolo, una statua d’oro, «opera delle mani dell’uomo», che come gli idoli delle genti «hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano. Le loro mani non palpano, i loro piedi non camminano; dalla loro gola non escono suoni!» (Sal 115).

Mosè, invece, guarda il suo popolo con occhi diversi: ricorda a Dio che quegli uomini, incapaci di sostenere una fedeltà, sono il suo popolo… che non può che essere così… spaventato, inconsistente, figlio della viscosità e resistenza della storia, impastato di paure e abissi che gli fanno tremare il cuore… incapace di fiducia in qualcosa che non si tocca… disperso – come tutti noi – nei meandri del giusto/sbagliato, buono/cattivo, utile/inutile… spaesato di fronte alle vicende della vita mai davvero guardabili e “tenibili”…

È così per tutti, per ciascun uomo, sempre troppo coinvolto in ciò che fa, in ciò che gli capita per poter guardare le cose da fuori, tenerle in mano fino in fondo, custodendo una lucidità e un’oggettività priva di rimandi al vissuto, al patito, al deciso, all’inconscio, scavatoglisi dentro chissà quando, chissà dove, chissà come.

Nessuno di noi può evincersi dalla storia, dalla sua storia e pensare di avere reazioni, di porre scelte, di determinarsi evincendo da essa…

Tante volte abbiamo la presunzione di farlo, di essere assoluti (ab-soluti = slegati) dalla storia che ci abita la pelle… Tante volte le filosofie (anche religiose), le istituzioni (anche religiose), le istanze (anche religiose) ci chiedono di farlo, di essere “tutti d’un pezzo”… ma è come negare all’uomo di essere uomo, cioè storico.

E tutti i nostri tentativi – di fatti – vanno a finire come i castelli di sabbia distrutti dai piedi dei bambini… come il vitello del popolo di Israele, come il progetto del figlio minore della parabola o come quello di verso opposto, ma di medesima direzione del figlio maggiore. Tutti dispersi – dietro alla propria finta sicurezza – come la pecora e la moneta. Tutti col sedere a terra.

Questa è la realtà dell’umano, incapaci strutturalmente – per natura direbbero gli antichi – di porre qualcosa di assoluto, di definitivo, di non reinterpretabile, non travisabile, non corruttibile.

Di fronte a questa presa di coscienza, istintivamente, ci viene da sentirci in debito, come colpevoli, sempre e comunque inadeguati di fronte a Dio, che, pensiamo, ci vorrebbe diversi, migliori, meno invischiati nelle particelle di terrestrità che ci costituiscono.

In realtà il vangelo odierno ci narra di un Dio, che non pensa ai suoi figli come noi pensiamo ci pensi… Non è un desiderio di Dio il volerci astorici (lui ci ha fatti così, come raccontava il mito antico, impastati di fango e respiro divino – non pensati in antitesi – come la filosofia platonica ci ha insegnato – ma pensati come la cosa più bella che poteva fare - «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona», Gn 1,31; senza contare che lui si è fatto così: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi», Gv 1,14).

È così come siamo, storici, mai assoluti, persi negli interstizi del mondo, che il Signore ci ha pensati… Lì – dice la Parola di Dio – lui ci cerca e ci trova.

È dunque forse ora di smetterla di investire (sprecare) energie, tempo, fatiche per “diventare dei o angeli” sperando di poter così essere con Dio, di poterlo incontrare, trovare, avvicinare… Tanto Lui, non è lì.

Forse è ora di investire energie, tempo e fatiche per “diventare uomini”, per “restare uomini”, per “essere uomini”, immischiati con il sudore, il fango, il sangue, le lacrime, la carne, la storia… con una certezza nel cuore: ovunque ci saremo dis-persi, sciolti, mescolati Lui c’è; perché lì ci cerca e lì ci trova… Come un pastore con la sua pecorella, come una donna con la sua moneta, come un padre con il suo figlio…

Così – dice Luca – avviene l’incontro col Signore… accettando di essere non-dei, non-angeli, ma uomini e in questo riconosciuti come figli… come fa il padre della parabola, che riconosce in quello scapestrato che torna da lui per fame, non certo per pentimento, suo figlio. Se da lontano avesse avvistato un etereo angelo o uno snaturato semidio non vi avrebbe riconosciuto la faccia del suo.

In chiusura allora, le parole di una canzone di Vecchioni, che a me piace molto e che mi pare si addica a quanto andiamo pensando… Nei suoi versi, l’Autore decide di lasciare dio (il dio che abbiamo in testa noi, però, quello che pensiamo ci voglia non-uomini)… per essere uomo… ma solo così si fa trovare da Dio:

C'è un solo vaso di gerani / dove si ferma il treno, / e un unico lampione / che si spegne se lo guardi, / e il più delle volte / non c'è ad aspettarti nessuno, / perché è sempre troppo presto / o troppo tardi. / - Non scendere - mi dici, / - continua con me questo viaggio! - / e così sono lieto di apprendere / che hai fatto il cielo / e milioni di stelle inutili / come un messaggio, / per dimostrarmi che esisti, / che ci sei davvero: / ma vedi, il problema non è / che tu ci sia o non ci sia: / il problema è la mia vita / quando non sarà più la mia, / confusa in un abbraccio senza fine, / persa nella luce tua sublime, / per ringraziarti non so di cosa e perché // Lasciami / questo sogno disperato / di esser uomo, / lasciami / quest'orgoglio smisurato / di esser solo un uomo: / perdonami, Signore, / ma io scendo qua, / alla stazione di Zima. // Alla stazione di Zima / qualche volta c'è il sole: / e allora usciamo tutti a guardarlo, / e a tutti viene in mente che / cantiamo la stessa canzone / con altre parole, / e che ci facciamo male / perché non ci capiamo niente. // E il tempo non s'innamora due volte / di uno stesso uomo; / abbiamo la consistenza lieve delle foglie: / ma ci teniamo la notte, per mano, / stretti fino all'abbandono, / per non morire da soli / quando il vento ci coglie: / perché vedi, l'importante non è / che tu ci sia o non ci sia: / l'importante è la mia vita / finché sarà la mia: / con te, Signore / è tutto così grande, / così spaventosamente grande, / che non è mio, non fa per me // Guardami, / io so amare soltanto / come un uomo: / guardami, / a malapena ti sento, / e tu sai dove sono... / ti aspetto qui, Signore, / quando ti va, alla stazione di Zima.

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