Pagine

ATTENZIONE!


Ci è stato segnalato che alcuni link audio e/o video sono, come si dice in gergo, “morti”. Se insomma cliccate su un file e trovate che non sia più disponibile, vi preghiamo di segnalarcelo nei commenti al post interessato. Capite bene che ripassare tutto il blog per verificarlo, richiederebbe quel (troppo) tempo che non abbiamo… Se ci tenete quindi a riaverli: collaborate! Da parte nostra cercheremo di renderli di nuovo disponibili al più presto. Promesso! Grazie.

venerdì 27 settembre 2013

XXVI Domenica del Tempo Ordinario (C)


Dal libro del profeta Amos (Am 6,1.4-7)

Guai agli spensierati di Sion e a quelli che si considerano sicuri sulla montagna di Samaria! Distesi su letti d’avorio e sdraiati sui loro divani mangiano gli agnelli del gregge e i vitelli cresciuti nella stalla. Canterellano al suono dell’arpa, come Davide improvvisano su strumenti musicali; bevono il vino in larghe coppe e si ungono con gli unguenti più raffinati, ma della rovina di Giuseppe non si preoccupano. Perciò ora andranno in esilio in testa ai deportati e cesserà l’orgia dei dissoluti.

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo a Timòteo (1Tm 6,11-16)

Tu, uomo di Dio, evita queste cose; tendi invece alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza. Combatti la buona battaglia della fede, cerca di raggiungere la vita eterna alla quale sei stato chiamato e per la quale hai fatto la tua bella professione di fede davanti a molti testimoni. Davanti a Dio, che dà vita a tutte le cose, e a Gesù Cristo, che ha dato la sua bella testimonianza davanti a Ponzio Pilato, ti ordino di conservare senza macchia e in modo irreprensibile il comandamento, fino alla manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo, che al tempo stabilito sarà a noi mostrata da Dio, il beato e unico Sovrano, il Re dei re e Signore dei signori, il solo che possiede l’immortalità e abita una luce inaccessibile: nessuno fra gli uomini lo ha mai visto né può vederlo. A lui onore e potenza per sempre. Amen.

Dal Vangelo secondo Luca (Lc 16,19-31)

In quel tempo, Gesù disse ai farisei: «C’era un uomo ricco, che indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti. Un povero, di nome Lazzaro, stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli accanto ad Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: “Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma”. Ma Abramo rispose: “Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti. Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi”. E quello replicò: “Allora, padre, ti prego di mandare Lazzaro a casa di mio padre, perché ho cinque fratelli. Li ammonisca severamente, perché non vengano anch’essi in questo luogo di tormento”. Ma Abramo rispose: “Hanno Mosè e i Profeti; ascoltino loro”. E lui replicò: “No, padre Abramo, ma se dai morti qualcuno andrà da loro, si convertiranno”. Abramo rispose: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non saranno persuasi neanche se uno risorgesse dai morti”».

La parabola del vangelo di Luca che la Chiesa ci propone in questa Ventiseiesima Domenica del Tempo Ordinario, è una di quelle che merita una spiegazione previa. Infatti il riferimento al povero Lazzaro «portato dagli angeli accanto ad Abramo» e al ricco epulone che stava «negli inferi fra i tormenti […] lontano», ci porta subito a pensare a quelli che noi abitualmente chiamiamo “paradiso” e “inferno” e rischia di farci fraintendere il tutto.

Sentendo infatti parlare di aldilà, di inferno e paradiso, di angeli e di tormenti, il contesto culturale cattolico in cui siamo immersi da quando nasciamo e cresciamo, fa scattare come un meccanismo automatico per cui non ascoltiamo più cosa dice davvero la parabola, ma ci fissiamo sul “già noto”, sulla necessità di comportarsi bene per “meritarsi” il paradiso, sull’imperativo di evitare il male per non finire all’inferno, identificando con “l’essere buoni” o “l’essere cattivi” qualcosa che da sempre ci dicono: una rigorosità morale in ambito sessuale, una puntualità legalistica nella partecipazione alle celebrazioni sacre, un ricordo (anche materiale) per i più poveri, ecc…

Questa prospettiva però – che probabilmente ha avuto una sua ragion d’essere in passato – oggi risulta un po’ riduttiva: ciò che infatti all’uomo odierno non risulta chiaro è il perché (o se volete il per chi) di tutti questi moniti e accorgimenti. In una società in cui l’aldilà non è più dato per scontato – come invece avveniva un tempo – la grande preoccupazione dei più infatti è molto più legata al “come tirare a campare nell’aldiqua” piuttosto che al come porsi per l’aldilà.

Questa prospettiva, che forse qualcuno giudicherà di cattivo auspicio, sottolineando come si sia persa la tensione per l’infinito, l’eterno, la cura dell’anima, ecc., in realtà ha la sua buona dose di bontà nella misura in cui arriva forse a cogliere meglio la prospettiva autentica con cui Gesù intendeva la parabola.

La preoccupazione di Gesù infatti – ad una lettura scevra dai nostri preconcetti sul paradiso e sull’inferno – non è affatto quella di delineare un’escatologia: qui Gesù non sta dicendo che c’è l’inferno, che è fatto in un determinato modo, che alcune tipologie di persone sicuramente ci finiranno… La sua preoccupazione è per la vita nell’aldiqua!

Certo, per descrivere il regno dei morti, usa la cultura del suo tempo, facendo riferimento agli inferi e agli angeli, ma con lo scopo di parlare della storia di questo nostro mondo, non di quell’altro.

È come se, a partire dalla prospettiva finale della vita di ciascuno, provasse a illuminarne il percorso, fissando quindi l’interesse non sulla meta, ma sul cammino da fare: come un regista, che a partire dall’idea di “lieto fine” che vuol dare al suo film, pensa a come raccontarne la trama…

Questo va detto, perché altrimenti le parole del vangelo di questa domenica (che – come vedremo – non sono per niente scontate rispetto alla nostra idea di aldilà e aldiqua), rischiano di scivolarci via senza nemmeno interpellarci, perché tanto – pensiamo – dell’escatologia cristiana sappiamo già tutto: sappiamo dell’inferno in cui vanno i cattivi, del paradiso in cui vanno i buoni, del purgatorio per i “così così” e di cosa si deve o non si deve fare per arrivarci.

E allora proviamo a far lo sforzo di lasciar da parte tutto quanto “già sappiamo” e di andare a leggere bene quel che dice Gesù.

La parabola appare divisa in tre parti:

1-      Nella prima è descritta la vita di «un uomo» che «era ricco» («indossava vestiti di porpora e di lino finissimo e ogni giorno si dava a lauti banchetti») e la vita di «un povero di nome Lazzaro» («stava alla sua porta [alla porta dell’uomo ricco], coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; anche i cani venivano a leccare le sue ferite»).

2-      Nella seconda – a mo’ di capovolgimento – è raccontata la morte di questi due uomini e la fine che fanno (ricordo che questa “fine” che fanno è all’interno del linguaggio parabolico, cioè di una finzione letteraria. Non si tratta della descrizione di Gesù di come è fatto il mondo dopo la morte). Tale “fine” indica implicitamente un giudizio sul primo quadro, cioè sulla vita che i due hanno vissuto da vivi.

Del povero si dice che «morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo». Del secondo che «morì e fu sepolto».

Il v. 23 fa da collegamento tra il II e il III quadro, quello del dialogo tra il ricco e Abramo.

Infatti dice: «Stando negli inferi fra i tormenti, alzò gli occhi e vide di lontano Abramo, e Lazzaro nel seno di lui». Per introdurre letterariamente il dialogo tra il ricco e Abramo viene dunque specificato che il ricco, che «morì e fu sepolto», discese agli inferi e lì vide Abramo (con Lazzaro), verso il quale si rivolge.

3-      La terza parte è infatti interamente occupata dal dialogo tra il ricco e Abramo, articolato in 3 botta e risposta, che analizzeremo in seguito.

Ciò che colpisce della prima e della seconda parte è la mancanza di riferimenti morali riguardanti la vita dei protagonisti: non si dice che il ricco fosse malvagio, né che il povero Lazzaro fosse buono. Si dice solo che l’uno «indossava vestiti di porpora e di lino finissimo, e ogni giorno si dava a lauti banchetti» e che l’altro «stava alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi con quello che cadeva dalla tavola del ricco; ma erano i cani che venivano a leccare le sue piaghe».

Certo, qualcuno potrebbe obiettare che la colpa del ricco sta nel fatto che durante tutta la sua vita non ha fatto nulla per questo povero (non gli ha fatto l’elemosina!), pur sapendo della sua esistenza (era proprio lì, fuori da casa sua), ma in tutta la parabola non si fa cenno a questa colpa; perfino quando Gesù mette in bocca ad Abramo le parole di spiegazione per il ricco della situazione in cui si viene a trovare dopo morto («Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti») non v’è riferimento alcuno alla “mancata elemosina” o al fatto che il problema stia nel non essersi accorto e preso cura del povero seduto alla sua porta.

La questione quindi non sembra essere morale. Il ricco è nei tormenti non perché è cattivo, ma perché è ricco. E il povero è con Abramo, non perché era buono (non si sa, stando al testo!), ma perché era povero.

Questa è la paradossalità della parabola.

Ma prima di riprendere questa paradossalità – affrontando la III parte della parabola – un’annotazione sul versetto gancio tra le prime due parti e l’ultima. I versetti 22-23 contengono 3 parole, che messe una in fila all’altra, fanno un po’ sussultare: “morì”, “fu sepolto”, “negli inferi” (nell’Ade – termine usato solo qui e un’altra volta in Apocalisse, in tutto il NT)… che – se qualcuno ha in mente il Credo apostolico, sono le medesime parole che si riferiscono a Gesù: «morì e fu sepolto. Discese agli inferi»…

Ma torniamo alla parabola. La terza parte – dicevamo – è costituita dal dialogo (fittizio) tra il ricco e Abramo.

Il ricco prende la parola per primo, rivolgendo al padre dei credenti una richiesta gridata: «Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell’acqua la punta del dito e a bagnarmi la lingua, perché soffro terribilmente in questa fiamma». Il versetto (24) è interessante perché – al di là della connotazione scenografica “infernale”, che – lo ripetiamo – non va presa alla lettera come fosse una descrizione della realtà del dopo morte – funge da interpellazione (è cioè l’escamotage per attivare il dialogo) e perché mostra una punta polemica: il ricco – sentendo come parla – è un ebreo e nella finzione parabolica è, da morto, nei tormenti: il che vuol dire che l’essere ebrei non è garanzia di salvezza. Il criterio per il giudizio della vita nell’aldiqua sta altrove.

Questo “altrove” pare delinearsi nella risposta di Abramo: «Figlio, ricòrdati che, nella vita, tu hai ricevuto i tuoi beni, e Lazzaro i suoi mali; ma ora in questo modo lui è consolato, tu invece sei in mezzo ai tormenti». Come si accennava in precedenza, non vi è alcun riferimento morale che Abramo pone a giustificazione della diversa collocazione di Lazzaro e del ricco… Sembra quasi che questo versetto 25 metta in luce un freddo e asettico contrappasso: ricchezza nell’aldiqua / tormenti nell’aldilà – povertà nell’aldiqua / consolazione nell’aldilà. Situazione accentuata dalle parole del v. 26, che dice la definitività di questa situazione: «Per di più, tra noi e voi è stato fissato un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi, non possono, né di lì possono giungere fino a noi».

La questione sembra dunque tornare ad intrecciarsi con quella della settimana scorsa: il problema non è l’uso della ricchezza, ma l’intrinseca ingiustizia della ricchezza: è la ricchezza in sé che fa problema, non solo tutto ciò che vi è correlato.

La parabola dunque a mio parere non può essere ridotta ad un mero invito ad un corretto uso delle proprie ricchezze, ad un’esortazione ad accorgersi e ricordarsi (anche materialmente) dei poveri che ci sono nel mondo, ma va assunta come messa in discussione della propria realtà personale (e l’economia è indubbiamente uno dei pilastri centrali della vita di ciascuno): non tanto stigmatizzando un “tipo” umano tutto preso dal solo e avido interesse per l’accumulo di soldi e ricchezze, mai identificabile con me medesimo e perciò in grado di “farmi sentire apposto” dicendo: “Certo, io ho delle ricchezze, però non vivo solo per i soldi come quello lì e quello là. Ne faccio poi comunque buon uso, faccio anche donazioni per i poveri, sono generoso con gli amici e comunque non sono attaccato al denaro”.

Qua la questione è più radicale: Gesù – come in diversi altri passi («Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio», Lc 6,20; «Il giovane se ne andò, triste; possedeva infatti molte ricchezze», Mt 19,22; «Non potete servire Dio e la ricchezza», Mt 6,24; «la seduzione della ricchezza soffoca la Parola ed essa non dà frutto», Mt 13,22; «è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio», Mt 19,24) – respinge da sé ciò che fra gli uomini è esaltato (cfr. Lc 16,15), proprio come Mosè e i Profeti cui la parabola rimanda nelle sue ultime due articolazioni.

La ricchezza è dunque abominevole, cioè – letteralmente – da respingere.

Questo è il messaggio duro (direi, la mazzata) che ci arriva in questa domenica. Ci sarebbe da spiegare il perché… ma la parabola non lo dice… forse perché vuole che la botta arrivi, forte, senza possibilità di annacquarla immediatamente con le nostre infinite buone ragioni.

1 commento:

Gabriella Dall'Acqua ha detto...

Il monito finale della parabola per mezzo di Abramo: "Se non ascoltano Mosè e i Profeti, non crederanno neppure se uno risuscitasse dai morti”. Si è realizzata dopo con il ritorno dai morti di Lazzoro amico di Gesù, anzi non solo in gran parte non gli crederanno, ma per questo condanneranno Gesù a morte, che poi risusciterà... una profezia che si ripresenta nella storia. Un tipico processo ricorsivo, speculare, qui rafforzato dallo stesso nome di Lazzaro per i due protagonisti del vangelo, caratteristico del Vangelo, dell'intelligenza e del genio nella storia. Cfr. ebook (amazon) di Ravecca Massimo: Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo.

Posta un commento

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...

I più letti in assoluto

Relax con Bubble Shooter

Altri? qui

Countries

Flag Counter